NEWS - Ma che succede alla Sky neo acquisita da Comcast? Ieri l'annuncio della serie su calciatori+procuratori alla Icardi+Wanda Nara, oggi l'"innovativo" serial "Petra" con la detective Paola Cortellesi venduta come la prima donna poliziotto (ma Ambra con "Il silenzio dell'acqua" e Miriam Leone in "Non uccidere" che sono?), tra l'altro ennesima serie tratta da romanzi (spagnoli) e quindi manco originale...
Articolo tratto da "La Stampa"
"Finalmente anche qui da noi arriva una donna poliziotta, una che risolve casi e omicidi, una che non s'improvvisa investigatrice (basta suore e basta professoresse), ma che lo fa per mestiere, che è molto brava, e che per questo viene apprezzata. Petra Delicado nasce dalla penna della scrittrice Alicia Giménez-Bartlett, «la Camilleri al femminile» come l'ha definita qualcuno; e ora diventa la protagonista della nuova serie di Sky prodotta da Cattleya e da Bartlebyfilm. Ovviamente tra storia originale e adattamento televisivo ci sono differenze: nella serie, Petra è interpretata da Paola Cortellesi, lavora a Genova, fa l'ispettrice, ha due matrimoni falliti alle spalle e un giorno viene promossa dall'archivio alla squadra mobile. Al suo fianco c'è il vice ispettore Antonio Monte, poliziotto vecchio stampo prossimo alla pensione, interpretato da Andrea Pennacchi. Alla regia di Petra, per la prima volta impegnata in una produzione per il piccolo schermo, c'è Maria Sole Tognazzi: «Nei miei film ho sempre voluto raccontare donne anticonvenzionali, libere, sorprendenti, che sfidassero il senso comune. E in Petra ho trovato l'occasione perfetta per cimentarmi in un grande progetto mantenendomi fedele ai temi che mi sono più cari». Tutti, da Nicola Maccanico - executive vice president programming di Sky Italia - a Riccardo Tozzi - co-Ceo e fondatore di Cattleya, si dichiarano entusiasti del progetto. Una riconferma, dice uno, per la qualità delle produzioni di Sky. L'ennesimo titolo, dice l'altro, con cui proviamo a sperimentare. Ora sta a loro, alla Cortellesi e alla Tognazzi, dare vita a Petra, che andrà prossimamente in onda, in esclusiva, su Sky. Le riprese, iniziate a Genova, si sposteranno poi a Roma. La sceneggiatura è firmata da Giulia Calenda, Furio Andreotti, Ilaria Macchia e Enrico Audenino". (Gianmaria Tammaro)
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mercoledì 13 marzo 2019
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martedì 31 luglio 2018
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
LA STAMPA
"Killing Eve", partita a scacchi tra le ossessioni femminili
"Killing Eve è una storia di ossessioni. Da una parte c'è Eve Polastri, agente dell'MIS, esperta di assassine; e all'altra c'è Villanelle, incontrollabile (per gli altri), sociopatica, sopra le righe. Una è interpretata da Sandra Oh (l'ex Cristina Yang di Grey's Anatomy), così brava da ricevere una nomination come miglior attrice in una serie drammatica agli Emmy Awards 2018, la prima volta in assoluto per un'asiatica. L'altra è Jodie Comer, venticinquenne inglese. Killing Eve è scritta da Phoebe Waller-Bridge, già autrice e protagonista di Fleabag, ed è basata sulla serie di romanzi Codename Villanelle di Luke Jennings. La notizia è che prossimamente, in autunno, arriverà anche qui in Italia, disponibile sulla piattaforma TimVision, che ha distribuito anche un altro successo e super favorito degli Emmy Awards, The Handmaid's Tale (di cui da poco s'è conclusa la seconda stagione). Killing Eve non è una semplice spy story, o un banalissimo thriller televisivo dai risvolti gialli. In questa serie, c'è tutta la complicatezza di due personaggi straordinari, appassionati e costruiti con attenzione e profondità. Mai banali ma rappresentati in un'intrigante spy story di ossessioni al femminile scrittura e dalle due attrici - nel migliore dei modi. Eve e Villanelle sviluppano una relazione morbosa, fatta di continui tira-e-molla. Una dipende dall'altra e viceversa. Si cercano, si inseguono e si desiderano. Finiscono per conoscersi, prima da lontano, poi sempre più vicino, e per rispettarsi. E un gioco rischioso, senza scrupoli, cerebrale. L'agente che cerca l'assassino, che si lascia incuriosire, che si appassiona e che alla fine, contro tutto e tutti, decide di andarlo a cercare e di confessarsi. Eve e Villanelle cambiano: ognuna a modo suo si trasforma dopo aver conosciuto l'altra, matura; vede qualcosa di cui, fino a poco prima, non sapeva niente. In otto episodi le due attraversano le mille sfumature del loro carattere e tutte le loro convinzioni; si abbandonano alle loro ossessioni e ne diventano quasi schiave. Paradossalmente, sono l'una la salvezza dell'altra". (Gianmaria Tammaro)
LA STAMPA
"Killing Eve", partita a scacchi tra le ossessioni femminili
"Killing Eve è una storia di ossessioni. Da una parte c'è Eve Polastri, agente dell'MIS, esperta di assassine; e all'altra c'è Villanelle, incontrollabile (per gli altri), sociopatica, sopra le righe. Una è interpretata da Sandra Oh (l'ex Cristina Yang di Grey's Anatomy), così brava da ricevere una nomination come miglior attrice in una serie drammatica agli Emmy Awards 2018, la prima volta in assoluto per un'asiatica. L'altra è Jodie Comer, venticinquenne inglese. Killing Eve è scritta da Phoebe Waller-Bridge, già autrice e protagonista di Fleabag, ed è basata sulla serie di romanzi Codename Villanelle di Luke Jennings. La notizia è che prossimamente, in autunno, arriverà anche qui in Italia, disponibile sulla piattaforma TimVision, che ha distribuito anche un altro successo e super favorito degli Emmy Awards, The Handmaid's Tale (di cui da poco s'è conclusa la seconda stagione). Killing Eve non è una semplice spy story, o un banalissimo thriller televisivo dai risvolti gialli. In questa serie, c'è tutta la complicatezza di due personaggi straordinari, appassionati e costruiti con attenzione e profondità. Mai banali ma rappresentati in un'intrigante spy story di ossessioni al femminile scrittura e dalle due attrici - nel migliore dei modi. Eve e Villanelle sviluppano una relazione morbosa, fatta di continui tira-e-molla. Una dipende dall'altra e viceversa. Si cercano, si inseguono e si desiderano. Finiscono per conoscersi, prima da lontano, poi sempre più vicino, e per rispettarsi. E un gioco rischioso, senza scrupoli, cerebrale. L'agente che cerca l'assassino, che si lascia incuriosire, che si appassiona e che alla fine, contro tutto e tutti, decide di andarlo a cercare e di confessarsi. Eve e Villanelle cambiano: ognuna a modo suo si trasforma dopo aver conosciuto l'altra, matura; vede qualcosa di cui, fino a poco prima, non sapeva niente. In otto episodi le due attraversano le mille sfumature del loro carattere e tutte le loro convinzioni; si abbandonano alle loro ossessioni e ne diventano quasi schiave. Paradossalmente, sono l'una la salvezza dell'altra". (Gianmaria Tammaro)
venerdì 27 luglio 2018
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
LA STAMPA
"The Chi" a metà tra "Atlanta" e "The Wire"
"The Chi, in onda dal 15 luglio su Fox Italia, è la serie tv creata da Lena Waithe, scrittrice, produttrice e attrice americana che agli Emmy Awards dell'anno scorso ha fatto la storia per essere stata la prima donna nera a vincere il premio per la miglior sceneggiatura di una comedy con il suo episodio, intitolato «Thanksgiving», in Master of None 2. È una bella serie, a metà tra The Wire, con questi toni sempre un po' neorealisti, e Atlanta, la creatura di Donald Glover. È ambientata a Chicago, racconta la comunità nera, e lo fa in un modo preciso, quasi documentaristico, tra pregiudizi, eventi comicamente surreali, spaccio di droga e storie di ragazzi. Ha dei momenti tesissimi, terribili per la loro verità. Altri, più leggeri e dosati, sono amalgamati perfettamente con tutto il resto. Non ha senso parlare di uno o più protagonisti, perché in The Chi c'è molto più di questo. C'è uno sguardo attento a una società particolare e a una città, ai più giovani e ai loro problemi, ai neri e a quello che - ogni giorno, ogni ora - devono subire. Nessuna retorica da romanzo rosa. Dura e cruda, come un pugno allo stomaco". (Gianmaria Tammaro)
LA STAMPA
"The Chi" a metà tra "Atlanta" e "The Wire"
"The Chi, in onda dal 15 luglio su Fox Italia, è la serie tv creata da Lena Waithe, scrittrice, produttrice e attrice americana che agli Emmy Awards dell'anno scorso ha fatto la storia per essere stata la prima donna nera a vincere il premio per la miglior sceneggiatura di una comedy con il suo episodio, intitolato «Thanksgiving», in Master of None 2. È una bella serie, a metà tra The Wire, con questi toni sempre un po' neorealisti, e Atlanta, la creatura di Donald Glover. È ambientata a Chicago, racconta la comunità nera, e lo fa in un modo preciso, quasi documentaristico, tra pregiudizi, eventi comicamente surreali, spaccio di droga e storie di ragazzi. Ha dei momenti tesissimi, terribili per la loro verità. Altri, più leggeri e dosati, sono amalgamati perfettamente con tutto il resto. Non ha senso parlare di uno o più protagonisti, perché in The Chi c'è molto più di questo. C'è uno sguardo attento a una società particolare e a una città, ai più giovani e ai loro problemi, ai neri e a quello che - ogni giorno, ogni ora - devono subire. Nessuna retorica da romanzo rosa. Dura e cruda, come un pugno allo stomaco". (Gianmaria Tammaro)
venerdì 4 maggio 2018
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
LA STAMPA
In "The Handmaid's Tale" una tragedia che colpisce tutti
"II fatto che spesso le serie tv migliori siano drammi non è casuale. C'è qualcosa di appagante nel raccontare il peggio. Dal punto di vista della scrittura, qualcosa di più semplice. Le commedie sono difficili. Far ridere, soprattutto, è difficile. Le tragedie sono lineari. C'è un inizio, c'è uno svolgimento e c'è una fine. Tra questi tre punti possono accadere mille altre, ma sappiamo già quello che succederà dopo una certa scena o una particolare battuta. In televisione c'è chi riesce a dare vita a un mondo alternativo e disturbante che mette a nudo quello che siamo e che nel profondo abbiamo sempre saputo di essere. Con la seconda stagione di The Handmaid's Tale, disponibile ogni giovedì su TimVision con un nuovo episodio, la tragedia diventa estenuante, terribile; a tratti quasi insopportabile. La distopia di un futuro prossimo schiaccia ogni cosa. Le donne sono oggetti: isolate, accondiscendenti, schiavizzate. In nome della sopravvivenza, non c'è più nessuna libertà. Si subisce. E la speranza, che pure c'è, appare come una luce soffusa alla fine di un tunnel che sembra essere infinito. Tra la prima e la seconda stagione di The Handmaid's Tale, le differenze ci sono. C'è stato un passaggio. Tra prima e dopo, fondamentalmente. E i personaggi - a partire dalla protagonista, interpretata da Elisabeth Moss - sono cambiati. Tema: come le persone, messe davanti all'orrore, reagiscono. C'è un'ambientazione più grande, inedita e diversa. II libro di Margaret Atwood, a cui la serie tv si rifà, rimane alla base di ogni cosa: è il centro nodale del racconto. Ma in nome della tragedia la scrittura e la regia si prendo- no qualche libertà. L'obiettivo è sempre quello: il dramma. Prendere una cosa, un'idea condivisa e accettata, e stravolgerla. Portare all'estremo, a volte anche oltre, una situazione. Giocare con le paure, aizzarle contro lo spettatore. Raccontare una storia possibile, magari impensabile, e cercare un equilibrio tra due estremi. Una terza via, ecco. The Handmaid's Tale è fisico, brutale, assolutamente sconvolgente in alcuni momenti. Non è più solo la storia di una donna che soffre; è una narrazione corale e più ampia di qualcosa che riguarda tutti, della voglia di essere liberi piuttosto che della libertà in sé. E non è un caso che Hulu, la piattaforma streaming dietro questa serie, abbia deciso di rinnovarla per una terza stagione: c'è tanto materiale, qui, e tante cose da dire". (Gianmaria Tammaro)
LA STAMPA
In "The Handmaid's Tale" una tragedia che colpisce tutti
"II fatto che spesso le serie tv migliori siano drammi non è casuale. C'è qualcosa di appagante nel raccontare il peggio. Dal punto di vista della scrittura, qualcosa di più semplice. Le commedie sono difficili. Far ridere, soprattutto, è difficile. Le tragedie sono lineari. C'è un inizio, c'è uno svolgimento e c'è una fine. Tra questi tre punti possono accadere mille altre, ma sappiamo già quello che succederà dopo una certa scena o una particolare battuta. In televisione c'è chi riesce a dare vita a un mondo alternativo e disturbante che mette a nudo quello che siamo e che nel profondo abbiamo sempre saputo di essere. Con la seconda stagione di The Handmaid's Tale, disponibile ogni giovedì su TimVision con un nuovo episodio, la tragedia diventa estenuante, terribile; a tratti quasi insopportabile. La distopia di un futuro prossimo schiaccia ogni cosa. Le donne sono oggetti: isolate, accondiscendenti, schiavizzate. In nome della sopravvivenza, non c'è più nessuna libertà. Si subisce. E la speranza, che pure c'è, appare come una luce soffusa alla fine di un tunnel che sembra essere infinito. Tra la prima e la seconda stagione di The Handmaid's Tale, le differenze ci sono. C'è stato un passaggio. Tra prima e dopo, fondamentalmente. E i personaggi - a partire dalla protagonista, interpretata da Elisabeth Moss - sono cambiati. Tema: come le persone, messe davanti all'orrore, reagiscono. C'è un'ambientazione più grande, inedita e diversa. II libro di Margaret Atwood, a cui la serie tv si rifà, rimane alla base di ogni cosa: è il centro nodale del racconto. Ma in nome della tragedia la scrittura e la regia si prendo- no qualche libertà. L'obiettivo è sempre quello: il dramma. Prendere una cosa, un'idea condivisa e accettata, e stravolgerla. Portare all'estremo, a volte anche oltre, una situazione. Giocare con le paure, aizzarle contro lo spettatore. Raccontare una storia possibile, magari impensabile, e cercare un equilibrio tra due estremi. Una terza via, ecco. The Handmaid's Tale è fisico, brutale, assolutamente sconvolgente in alcuni momenti. Non è più solo la storia di una donna che soffre; è una narrazione corale e più ampia di qualcosa che riguarda tutti, della voglia di essere liberi piuttosto che della libertà in sé. E non è un caso che Hulu, la piattaforma streaming dietro questa serie, abbia deciso di rinnovarla per una terza stagione: c'è tanto materiale, qui, e tante cose da dire". (Gianmaria Tammaro)
sabato 28 aprile 2018
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
LA STAMPA
E se "The Looming Tower" fosse la miglior serie tv del 2018?
"Con buone probabilità, la serie migliore di questi primi mesi del 2018 è The Looming Tower. Omonimo adattamento del libro di Lawrence Wright, giornalista del New Yorker, racconta i mesi - e anche gli anni - immediatamente precedenti all'attentato dell'll settembre. E una mini-serie, quindi si conclude con la sua fine. Presenta una visione decisamente diversa rispetto alla narrazione mainstream di quello che è successo tra agenzie americane e del perché un attentato del genere sia stato possibile sul suolo di uno dei Paesi più controllati e militarmente più avanzati del Pianeta. Ci sono diverse prospettive da cui, volendo, poter seguire la storia. C'è la prospettiva dell'Fbi, sempre messo in disparte dalla Cia e mai informato sulle indagini; c'è la prospettiva della stessa Cia, e c'è anche quella del governo americano, prima sotto Clinton e poi sotto Bush. La ricostruzione dei fatti che offre The Looming Tower, già disponibile su Prime Video di Amazon, si alterna a video di repertorio (soprattutto delle udienze della commissione post-11 settembre). E come un moderno The Wire, si concentra sui protagonisti, sulla loro umanità e sulla loro fallibilità; non mostra eroi invincibili e incorruttibili. John O'Neill, per esempio, interpretato da un bravissimo Jeff Daniels, è uno dei migliori uomini dell'Fbi: e però ha anche un pessimo carattere, ha più di un'amante e ha un rapporto difficile con i suoi superiori. C'è New York e c'è il resto del mondo. In alcuni momenti arrivano quasi a sovrapporsi: i grattacieli sulle case polverose, i quartieri affollati alle moschee. Poi c'è Al Qaeda: com'è vissuta da chi ne fa parte e come, alla fine, viene vista da chi la combatte. I bombardamenti, gli attacchi contro i civili; quella che, per il mondo arabo, è stata vissuta come un'invasione. Paradossi su paradossi. Errori su errori. Sappiamo già come andrà a finire, e più ci avviciniamo alla conclusione più sentiamo crescere la tensione. Ma ci sono anche il modo e il tempo per comprendere una delle più importanti vicende della storia contemporanea, una che ha letteralmente plasmato il futuro e il presente in cui, oggi, viviamo. Può suonare banale e in un certo senso lo è, ma in The Looming Tower c'è uno sforzo considerevole nel non fare di tutta l'erba un fascio, nel non voler generalizzare e nel non voler etichettare nessuno e nessuna parte come buoni e cattivi, giusta o sbagliata. E una storia di uomini, questa. Uomini che si odiano e uomini, soprattutto, che non si parlano". (Gianmaria Tammaro)
LA STAMPA
E se "The Looming Tower" fosse la miglior serie tv del 2018?
"Con buone probabilità, la serie migliore di questi primi mesi del 2018 è The Looming Tower. Omonimo adattamento del libro di Lawrence Wright, giornalista del New Yorker, racconta i mesi - e anche gli anni - immediatamente precedenti all'attentato dell'll settembre. E una mini-serie, quindi si conclude con la sua fine. Presenta una visione decisamente diversa rispetto alla narrazione mainstream di quello che è successo tra agenzie americane e del perché un attentato del genere sia stato possibile sul suolo di uno dei Paesi più controllati e militarmente più avanzati del Pianeta. Ci sono diverse prospettive da cui, volendo, poter seguire la storia. C'è la prospettiva dell'Fbi, sempre messo in disparte dalla Cia e mai informato sulle indagini; c'è la prospettiva della stessa Cia, e c'è anche quella del governo americano, prima sotto Clinton e poi sotto Bush. La ricostruzione dei fatti che offre The Looming Tower, già disponibile su Prime Video di Amazon, si alterna a video di repertorio (soprattutto delle udienze della commissione post-11 settembre). E come un moderno The Wire, si concentra sui protagonisti, sulla loro umanità e sulla loro fallibilità; non mostra eroi invincibili e incorruttibili. John O'Neill, per esempio, interpretato da un bravissimo Jeff Daniels, è uno dei migliori uomini dell'Fbi: e però ha anche un pessimo carattere, ha più di un'amante e ha un rapporto difficile con i suoi superiori. C'è New York e c'è il resto del mondo. In alcuni momenti arrivano quasi a sovrapporsi: i grattacieli sulle case polverose, i quartieri affollati alle moschee. Poi c'è Al Qaeda: com'è vissuta da chi ne fa parte e come, alla fine, viene vista da chi la combatte. I bombardamenti, gli attacchi contro i civili; quella che, per il mondo arabo, è stata vissuta come un'invasione. Paradossi su paradossi. Errori su errori. Sappiamo già come andrà a finire, e più ci avviciniamo alla conclusione più sentiamo crescere la tensione. Ma ci sono anche il modo e il tempo per comprendere una delle più importanti vicende della storia contemporanea, una che ha letteralmente plasmato il futuro e il presente in cui, oggi, viviamo. Può suonare banale e in un certo senso lo è, ma in The Looming Tower c'è uno sforzo considerevole nel non fare di tutta l'erba un fascio, nel non voler generalizzare e nel non voler etichettare nessuno e nessuna parte come buoni e cattivi, giusta o sbagliata. E una storia di uomini, questa. Uomini che si odiano e uomini, soprattutto, che non si parlano". (Gianmaria Tammaro)
martedì 17 aprile 2018
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
LA STAMPA
"Counterpart", il cult sci-fi sulla Guerra Fredda incredibilmente snobbato dall'Italia
"I russi e la guerra fredda tornano prepotentemente nel nostro immaginario. Questa volta tocca a Counterpart, serie tv creata da Justin Marks per il canale televisivo a pagamento americano Starz. La storia è una delle più originali degli ultimi anni. L'incipit è: nel 1987, prima ancora della caduta del muro di Berlino, gli scienziati della Germania dell'Est creano, non si sa come, non si sa perché, un'altra realtà. Un mondo uguale al nostro, una Terra 2, che vive un suo tempo e un suo presente e con cui si sono intrecciati rapporti di diplomazia e di spionaggio. Le Nazioni Unite hanno R una loro base e Howard Silk, interpretato dal Premio Oscar J. K. Simmons, è un impiegato che lavora in uno dei livelli più bassi. L'equilibrio tra i due mondi è fragile. E allora cominciano la caccia ai segreti e gli assassinii: Baldwin, faccia e voce di Sara Serraiocco, è una dei killer più gettonati. Di piani di lettura Counterpart ne offre tantissimi. A cominciare dai vari «se» che fanno la storia, per continuare con una guerra continua tra due realtà praticamente identiche (stesse città, stessi nomi; stesse anche persone: ci sono da una parte e dall'altra, e più di una volta, come nel caso di Howard, vengono in contatto). La Terra 2 si vuole vendicare della Terra 1, perché, quest'è la convinzione diffusa, ci sono loro, gli altri, i diversi, dietro un'epidemia che ha ucciso centinaia di milioni di persone. Nel corso di dieci episodi, viene raccontata una storia a metà, speculare, piena di intrighi e di risvolti quasi lynchiani. Qui in Italia Counterpart non ha ancora una distribuzione. Ed è incredibile visto che all'estero ha fatto il pienone di recensioni entusiaste e di pareri positivissimi. Nemmeno un mese fa, sono partite le riprese della seconda stagione. E già si vocifera di una terza. Tutto avviene a Berlino, in una sorta di eco perpetua. Azioni e reazioni, pro e contro; spionaggio e contro-spionaggio. Buoni contro presunti cattivi. Simmons, che interpreta sia un uomo medio che una spia eccellentissima, è straordinario. Tra i comprimari si fa notare la Serraiocco. Il suo personaggio ricorda una via di mezzo tra la Lisbeth Salander di Uomini che odiano le donne e la Evey di V per Vendetta. Counterpart è un thriller sci-fi ad alto tasso adrenalinico, che gioca con la suspense e con il rapporto contorto, complicato, tra domande e risposte. E un altro mondo, un'altra dimensione. E, allo stesso tempo, è la stessa realtà in cui viviamo noi: dove simili uccidono simili". (Gianmaria Tammaro)
LA STAMPA"Counterpart", il cult sci-fi sulla Guerra Fredda incredibilmente snobbato dall'Italia
"I russi e la guerra fredda tornano prepotentemente nel nostro immaginario. Questa volta tocca a Counterpart, serie tv creata da Justin Marks per il canale televisivo a pagamento americano Starz. La storia è una delle più originali degli ultimi anni. L'incipit è: nel 1987, prima ancora della caduta del muro di Berlino, gli scienziati della Germania dell'Est creano, non si sa come, non si sa perché, un'altra realtà. Un mondo uguale al nostro, una Terra 2, che vive un suo tempo e un suo presente e con cui si sono intrecciati rapporti di diplomazia e di spionaggio. Le Nazioni Unite hanno R una loro base e Howard Silk, interpretato dal Premio Oscar J. K. Simmons, è un impiegato che lavora in uno dei livelli più bassi. L'equilibrio tra i due mondi è fragile. E allora cominciano la caccia ai segreti e gli assassinii: Baldwin, faccia e voce di Sara Serraiocco, è una dei killer più gettonati. Di piani di lettura Counterpart ne offre tantissimi. A cominciare dai vari «se» che fanno la storia, per continuare con una guerra continua tra due realtà praticamente identiche (stesse città, stessi nomi; stesse anche persone: ci sono da una parte e dall'altra, e più di una volta, come nel caso di Howard, vengono in contatto). La Terra 2 si vuole vendicare della Terra 1, perché, quest'è la convinzione diffusa, ci sono loro, gli altri, i diversi, dietro un'epidemia che ha ucciso centinaia di milioni di persone. Nel corso di dieci episodi, viene raccontata una storia a metà, speculare, piena di intrighi e di risvolti quasi lynchiani. Qui in Italia Counterpart non ha ancora una distribuzione. Ed è incredibile visto che all'estero ha fatto il pienone di recensioni entusiaste e di pareri positivissimi. Nemmeno un mese fa, sono partite le riprese della seconda stagione. E già si vocifera di una terza. Tutto avviene a Berlino, in una sorta di eco perpetua. Azioni e reazioni, pro e contro; spionaggio e contro-spionaggio. Buoni contro presunti cattivi. Simmons, che interpreta sia un uomo medio che una spia eccellentissima, è straordinario. Tra i comprimari si fa notare la Serraiocco. Il suo personaggio ricorda una via di mezzo tra la Lisbeth Salander di Uomini che odiano le donne e la Evey di V per Vendetta. Counterpart è un thriller sci-fi ad alto tasso adrenalinico, che gioca con la suspense e con il rapporto contorto, complicato, tra domande e risposte. E un altro mondo, un'altra dimensione. E, allo stesso tempo, è la stessa realtà in cui viviamo noi: dove simili uccidono simili". (Gianmaria Tammaro)
mercoledì 28 marzo 2018
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
LA STAMPA
In "Trust" personaggi e storia col ritmo
"In sottofondo risuona Money dei Pink Floyd. Siamo a una festa. II sole è alto e caldo nel cielo. La gente è in costume da bagno, tra il bordo piscina e il rinfresco. Altrove, in un garage, un uomo calcia via cose, lancia oggetti, si dispera. Una donna lo osserva dalla porta; gli chiede d'aprire. L'uomo non l'ascolta. Adocchia un forcone e si toglie la vita, spingendoselo a forza nel petto. E George Getty II, figlio del magnate Jean Paul, erede dell'imponente azienda petrolifera. E ora, nelle prime immagini di Trust, la serie tv creata da Simon Beaufoy, in onda dal 28 marzo su Sky Atlantic, muore. Stacco. Cambiamo totalmente luogo e ora. I colori caldi dell'estate lasciano il posto a quelli più freddi di una giornata uggiosa. Siamo nella tenuta Getty e il capo famiglia si sta alzando. E un uomo imponente e fascinoso, con i capelli pettinati all'indietro e un portamento autoritario. Nella finzione, Jean Paul viene interpretato da Donald Sutherland. Sua la voce, suoi i movimenti; sua anche l'incredibile capacità di accartocciare la faccia a comando. Questa è la sua storia. La storia dei Getty, del rapimento del giovassimo John Paul III, di una famiglia divisa, dell'Italia degli anni Settanta, di una madre disperata e di un giro infinito di soldi che - come sappiamo - non fanno la felicità. L'impero dei Getty Tutto viene rielaborato da Danny Boyle, che dirige i primi tre episodi (in totale, lunghi circa un'ora ciascuno, ce ne sono dieci). La parola d'ordine, qui, è ritmo. Le scene sono veloci, splendidamente musicate; la telecamera si impone con il suo sguardo. E il montaggio si fa serratissimo: frame dopo frame, conosciamo una realtà alternativa, dove John Paul non vuole pagare per il riscatto di suo nipote e dove entrano prepotentemente droga, sesso e malaffare. Lui, Harris Dickinson, inglese, che interpreta John Paul Getty III, è bravissimo. Un filo di carne e muscoli. Sua madre, invece, ha il volto preoccupato di Hilary Swank: sarà la sua insistenza, poi, che lo troverà. La Roma che Danny Boyle riprende è una Roma viva, rumorosa, in pieno conflitto. Poi ci sono gli altri, i cattivi: Giuseppe Battiston e Luca Marinelli. II primo padrone di un ristorante, amico del giovane Getty, complice delle sue idee. L'altro, invece, è il rapitore senza pietà. In Trust contano i personaggi, la storia e come tutto viene raccontato. Sul contenuto deve esserci sempre una forma splendida e intelligente. Non è un concerto, ma un rapimento. E ciononostante viene voglia di ballare". (Gianmaria Tammaro)
LA STAMPA
In "Trust" personaggi e storia col ritmo
"In sottofondo risuona Money dei Pink Floyd. Siamo a una festa. II sole è alto e caldo nel cielo. La gente è in costume da bagno, tra il bordo piscina e il rinfresco. Altrove, in un garage, un uomo calcia via cose, lancia oggetti, si dispera. Una donna lo osserva dalla porta; gli chiede d'aprire. L'uomo non l'ascolta. Adocchia un forcone e si toglie la vita, spingendoselo a forza nel petto. E George Getty II, figlio del magnate Jean Paul, erede dell'imponente azienda petrolifera. E ora, nelle prime immagini di Trust, la serie tv creata da Simon Beaufoy, in onda dal 28 marzo su Sky Atlantic, muore. Stacco. Cambiamo totalmente luogo e ora. I colori caldi dell'estate lasciano il posto a quelli più freddi di una giornata uggiosa. Siamo nella tenuta Getty e il capo famiglia si sta alzando. E un uomo imponente e fascinoso, con i capelli pettinati all'indietro e un portamento autoritario. Nella finzione, Jean Paul viene interpretato da Donald Sutherland. Sua la voce, suoi i movimenti; sua anche l'incredibile capacità di accartocciare la faccia a comando. Questa è la sua storia. La storia dei Getty, del rapimento del giovassimo John Paul III, di una famiglia divisa, dell'Italia degli anni Settanta, di una madre disperata e di un giro infinito di soldi che - come sappiamo - non fanno la felicità. L'impero dei Getty Tutto viene rielaborato da Danny Boyle, che dirige i primi tre episodi (in totale, lunghi circa un'ora ciascuno, ce ne sono dieci). La parola d'ordine, qui, è ritmo. Le scene sono veloci, splendidamente musicate; la telecamera si impone con il suo sguardo. E il montaggio si fa serratissimo: frame dopo frame, conosciamo una realtà alternativa, dove John Paul non vuole pagare per il riscatto di suo nipote e dove entrano prepotentemente droga, sesso e malaffare. Lui, Harris Dickinson, inglese, che interpreta John Paul Getty III, è bravissimo. Un filo di carne e muscoli. Sua madre, invece, ha il volto preoccupato di Hilary Swank: sarà la sua insistenza, poi, che lo troverà. La Roma che Danny Boyle riprende è una Roma viva, rumorosa, in pieno conflitto. Poi ci sono gli altri, i cattivi: Giuseppe Battiston e Luca Marinelli. II primo padrone di un ristorante, amico del giovane Getty, complice delle sue idee. L'altro, invece, è il rapitore senza pietà. In Trust contano i personaggi, la storia e come tutto viene raccontato. Sul contenuto deve esserci sempre una forma splendida e intelligente. Non è un concerto, ma un rapimento. E ciononostante viene voglia di ballare". (Gianmaria Tammaro)
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venerdì 2 marzo 2018
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LA STAMPA
Occhio a "Collateral" in arrivo su Netflix, l'esordio seriale "British" di Carey Mulligan in perfetto equilibrio
"La prima cosa che colpisce di Collateral miniserie british scritta dal veterano del teatro David Hare, è la fotografia. Nitida, piuttosto scura, con pochissimi scorci di luce. Mette in risalto le figure dei protagonisti e avvolge il racconto in un'atmosfera cupa, tra il nero e il grigio. Poi c'è la scrittura: dinamica, fresca, con chiarissimi riferimenti a una tradizione precisa. E la televisione inglese, questa. La protagonista, Kit, è interpretata da Carey Mulligan. La storia vive attraverso di lei, le sue espressioni, il suo modo di confrontarsi con gli altri attori. E una recitazione minima, a volte limitata al viso. Di Kit sappiamo che è un'ex-atleta, che ora è in polizia, che è una detective, e che è incinta. Non le vediamo quasi mai la pancia. Sempre coperta. Capiamo che aspetta un bambino dall'atteggiamento di quelli che le stanno attorno. La storia, un fitto groviglio di intrecci tra spie, militari, scafisti e piccola criminalità urbana, prova a riflettere su quella che è la realtà del Regno Unito (e volendo, del resto del mondo). Dura quattro giorni, uno per ciascuno episodio. Si parte dall'omicidio di un immigrato iracheno e si arriva a un quadro più ampio, generale, dove sono coinvolte anche la politica e la chiesa. A guidare la detective Mulligan è la mano di un bravo scrittore Dal 9 marzo Collateral sarà in streaming su Netflix. Tra le altre cose, si fa notare anche la regia di S. J. Clarkson, un'altra veterana del piccolo schermo. La camera indugia il necessario. Mai troppo o troppo poco. Mette a fuoco mani, frammenti; spazia da una parte all'altra, senza mai farsi eccessiva o insistente. E tutto molto ristretto, quasi teatrale, nonostante ci siano più location e ambientazioni. E un racconto fatto di persone. Di donne, soprattutto: donne sole, donne che combattono; donne che vengono discriminate perché indossano un velo. E poi ci sono i diversi, gli altri, l'altro grande popolo silenzioso che abita il Regno Unito. Con i suoi quattro episodi Collateral è l'ennesimo esempio della grandissima attenzione che gli inglesi - in questo caso la Bbc - hanno per la messa in scena. Meno fluida, forse, di quella americana. Più vicina alla tradizione nord-europea, con i suoi colori e le sue regole precise. Dove chi ha il comando, alla fine, non è il regista. Ma lo scrittore. Inteso come sceneggiatore, non come showrunner. La scrittura rappresenta l'ossatura di tutto. E i vari reparti, regia, attori, fotografia, fanno riferimento ad essa. In Collateral, insomma, c'è il giusto equilibrio tra storia e personaggi, che di questi tempi è una cosa piuttosto rara da trovare". (Gianmaria Tammaro)
LA STAMPA
Occhio a "Collateral" in arrivo su Netflix, l'esordio seriale "British" di Carey Mulligan in perfetto equilibrio
"La prima cosa che colpisce di Collateral miniserie british scritta dal veterano del teatro David Hare, è la fotografia. Nitida, piuttosto scura, con pochissimi scorci di luce. Mette in risalto le figure dei protagonisti e avvolge il racconto in un'atmosfera cupa, tra il nero e il grigio. Poi c'è la scrittura: dinamica, fresca, con chiarissimi riferimenti a una tradizione precisa. E la televisione inglese, questa. La protagonista, Kit, è interpretata da Carey Mulligan. La storia vive attraverso di lei, le sue espressioni, il suo modo di confrontarsi con gli altri attori. E una recitazione minima, a volte limitata al viso. Di Kit sappiamo che è un'ex-atleta, che ora è in polizia, che è una detective, e che è incinta. Non le vediamo quasi mai la pancia. Sempre coperta. Capiamo che aspetta un bambino dall'atteggiamento di quelli che le stanno attorno. La storia, un fitto groviglio di intrecci tra spie, militari, scafisti e piccola criminalità urbana, prova a riflettere su quella che è la realtà del Regno Unito (e volendo, del resto del mondo). Dura quattro giorni, uno per ciascuno episodio. Si parte dall'omicidio di un immigrato iracheno e si arriva a un quadro più ampio, generale, dove sono coinvolte anche la politica e la chiesa. A guidare la detective Mulligan è la mano di un bravo scrittore Dal 9 marzo Collateral sarà in streaming su Netflix. Tra le altre cose, si fa notare anche la regia di S. J. Clarkson, un'altra veterana del piccolo schermo. La camera indugia il necessario. Mai troppo o troppo poco. Mette a fuoco mani, frammenti; spazia da una parte all'altra, senza mai farsi eccessiva o insistente. E tutto molto ristretto, quasi teatrale, nonostante ci siano più location e ambientazioni. E un racconto fatto di persone. Di donne, soprattutto: donne sole, donne che combattono; donne che vengono discriminate perché indossano un velo. E poi ci sono i diversi, gli altri, l'altro grande popolo silenzioso che abita il Regno Unito. Con i suoi quattro episodi Collateral è l'ennesimo esempio della grandissima attenzione che gli inglesi - in questo caso la Bbc - hanno per la messa in scena. Meno fluida, forse, di quella americana. Più vicina alla tradizione nord-europea, con i suoi colori e le sue regole precise. Dove chi ha il comando, alla fine, non è il regista. Ma lo scrittore. Inteso come sceneggiatore, non come showrunner. La scrittura rappresenta l'ossatura di tutto. E i vari reparti, regia, attori, fotografia, fanno riferimento ad essa. In Collateral, insomma, c'è il giusto equilibrio tra storia e personaggi, che di questi tempi è una cosa piuttosto rara da trovare". (Gianmaria Tammaro)
venerdì 2 febbraio 2018
Articolo di Gianmaria Tammaro per "La Stampa
Gli skyline e le ambientazioni ricordano le città decadenti e futuristiche di Blade Runner. I personaggi, invece, sono una via di mezzo tra il classico action hero del cinema americano e una versione più romantica del detective romanzesco. La storia è un insieme di tante cose. In breve: un ex-terrorista viene risvegliato dal sonno criogenico e costretto da un multi-miliardario a investigare sulla sua morte. Altered Carbon, la nuova serie tv di Netflix, disponibile da domani, creata da Laeta Kalogridis e ispirata al libro di Richard K. Morgan, è l'ennesimo esperimento fantascientifico del piccolo schermo. Ci sono tante, piccole novità rispetto alla tradizione più classica. Innanzitutto, in questo mondo, non si può morire. Non veramente, almeno. Le intelligenze artificiali sono state messe al bando e gestiscono vecchi alberghi che vengono evitati dai clienti perché proprietà di «non umani».
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venerdì 27 ottobre 2017
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
LA STAMPA
In "The Deuce" realismo al top e ottimo cast
"In 'The Deuce' di David Simon e George Pelecanos, la nuova serie Hbo in onda su Sky Atlantic HD, New York City non è solo la città dei sogni e dei desideri, ma anche della perdizione, di tutto ciò che c'è di estremo e di assurdo. E qui che, a cavallo dei fiammeggianti Anni Settanta, nasce l'industria del porno. Tra i protagonisti ci sono i bravissimi James Franco, che interpreta due gemelli speculari, uno lavoratore e imprenditore, l'altro giocatore e poco di buono, e Maggie Gyllenhaal, sorella dell'attore Jake, stupenda nella parte di Eileen, una ragazza madre che per crescere suo figlio si allontana dalla casa dei suoi genitori e si mette in proprio, prostituendosi, tenendosi però fuori dal giro di papponi e protettori. Sono gli anni caldi, questi. Per le strade di New York circola tantissima droga. La mafia ha ancora una certa influenza e nei locali uomini soli - e in affari - sono alla ricerca di avventure pericolose. Poi ci sono loro, gli altri, i creativi, che presi dalla smania hippie hanno un'idea: girare filmini osé. E la prima grande rivoluzione pornografica. David Simon, che ha già firmato 'The Wire', altro capolavoro del piccolo schermo, segna il ritorno sul piccolo schermo di David Simon, uno dei padri della serialità televisiva contemporanea prodotto da Hbo, in più di un'occasione ha tenuto a precisare che questa non è una serie tv di sesso, ma sul sesso: quella che viene raccontata è la nascita e l'esplosione di un fenomeno commerciale che ha finito per condizionare non solo la società americana, ma anche gli usi e i costumi del resto del mondo. La Deuce, che negli Anni Settanta era la 428 strada, quella tra la Seventh Avenue e la Eight Avenue, a due passi da Times Square, si presenta sporca e rumorosa, popolata da prostitute e da piccoli criminali, inondata dall'eroina e dal sesso a pagamento. La serie, che è già stata rinnovata per una seconda stagione, è talmente attenta ai dettagli e alla semplice messa in scena da essere, in alcuni passaggi, quasi documentaristica. Il realismo, dopotutto, è sempre stato uno dei marchi di fabbrica di Simon: una scrittura precisa, puntuale, quasi chirurgica nella sua struttura e nell'attenzione per la costruzione delle varie situazioni. Si diceva di Gyllenhaal e di Franco, poco fa. Ebbene, se 'The Deuce' funziona è, in buona parte, anche per merito loro (e del resto del cast). Ai luoghi si aggiungono le persone. E ogni personaggio riesce a trovare la propria dimensione e la propria profondità. Non sarà la nuova letteratura questa, e non lo è, ma che piacere è «leggerne» le immagini". (Gianmaria Tammaro)
LA STAMPA
In "The Deuce" realismo al top e ottimo cast
"In 'The Deuce' di David Simon e George Pelecanos, la nuova serie Hbo in onda su Sky Atlantic HD, New York City non è solo la città dei sogni e dei desideri, ma anche della perdizione, di tutto ciò che c'è di estremo e di assurdo. E qui che, a cavallo dei fiammeggianti Anni Settanta, nasce l'industria del porno. Tra i protagonisti ci sono i bravissimi James Franco, che interpreta due gemelli speculari, uno lavoratore e imprenditore, l'altro giocatore e poco di buono, e Maggie Gyllenhaal, sorella dell'attore Jake, stupenda nella parte di Eileen, una ragazza madre che per crescere suo figlio si allontana dalla casa dei suoi genitori e si mette in proprio, prostituendosi, tenendosi però fuori dal giro di papponi e protettori. Sono gli anni caldi, questi. Per le strade di New York circola tantissima droga. La mafia ha ancora una certa influenza e nei locali uomini soli - e in affari - sono alla ricerca di avventure pericolose. Poi ci sono loro, gli altri, i creativi, che presi dalla smania hippie hanno un'idea: girare filmini osé. E la prima grande rivoluzione pornografica. David Simon, che ha già firmato 'The Wire', altro capolavoro del piccolo schermo, segna il ritorno sul piccolo schermo di David Simon, uno dei padri della serialità televisiva contemporanea prodotto da Hbo, in più di un'occasione ha tenuto a precisare che questa non è una serie tv di sesso, ma sul sesso: quella che viene raccontata è la nascita e l'esplosione di un fenomeno commerciale che ha finito per condizionare non solo la società americana, ma anche gli usi e i costumi del resto del mondo. La Deuce, che negli Anni Settanta era la 428 strada, quella tra la Seventh Avenue e la Eight Avenue, a due passi da Times Square, si presenta sporca e rumorosa, popolata da prostitute e da piccoli criminali, inondata dall'eroina e dal sesso a pagamento. La serie, che è già stata rinnovata per una seconda stagione, è talmente attenta ai dettagli e alla semplice messa in scena da essere, in alcuni passaggi, quasi documentaristica. Il realismo, dopotutto, è sempre stato uno dei marchi di fabbrica di Simon: una scrittura precisa, puntuale, quasi chirurgica nella sua struttura e nell'attenzione per la costruzione delle varie situazioni. Si diceva di Gyllenhaal e di Franco, poco fa. Ebbene, se 'The Deuce' funziona è, in buona parte, anche per merito loro (e del resto del cast). Ai luoghi si aggiungono le persone. E ogni personaggio riesce a trovare la propria dimensione e la propria profondità. Non sarà la nuova letteratura questa, e non lo è, ma che piacere è «leggerne» le immagini". (Gianmaria Tammaro)
giovedì 29 giugno 2017
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
LA STAMPA
"Goliath" regge su un Billy Bob Thornton da Emmy
"Ci sono serie tv che si reggono sulla scrittura, altre, molto più rare (e, spesso, molto più costose), che trovano nella regia il loro punto di forza. E poi ci sono serie come Goliath, legal drama disponibile su Prime Video, che riescono ad appassionare il pubblico grazie al loro cast. Nel caso di Goliath, il cast, che pure può vantare nomi eccellenti, si riduce ad un uomo solo; si riduce a Billy Bob Thornton, attore, cantante, paroliere, scrittore (ha vinto un Oscar per la migliore sceneggiatura non originale con SlingBlade) e musicista. E lui, con la sua faccia, la sua voce, la sua capacità di riempire e di stare sullo schermo, che rende questa serie, una delle più chiacchierate per i prossimi Emmy Awards, una buona serie. La storia è una di quelle già viste e già sentite: avvocato non più di successo si ritrova a vivere solo e sconsolato in un appartamento di periferia, a bere e a ubriacarsi quasi ogni sera, divorziato, triste, con una figlia adolescente, e combattuto dal senso di colpa. A un certo punto gli si presenta la possibilità di redimersi. Contro di lui, però, c'è il suo vecchio studio, lo stesso che ha contribuito a fondare; c'è il suo vecchio socio in affari, misterioso ed ennesimo cliché, e c'è la sua ex. Qui Thornton dà il meglio di sé. La trama è una miscela di complottismo e di riscatto. Ci sono i colpi di scena, c'è un sali e scendi di toni, di musiche, di narrazione. C'è una bella location, e ci sono anche richiami all'attualità. Ma tutto, alla fine, si riduce al volto di Thornton, al suo personaggio, a Billy McBride, al suo modo di essere contemporaneamente un vincente e un perdente. Nel marasma di scene annacquate e unite fiaccamente tra loro, restano pochi momenti indimenticabili, dotati di una forza rara, grezza, che riescono ad andare oltre il formato seriale, e a diventare qualcos'altro. In questa serie, sono i momenti che Billy passa al bar, da solo oppure in compagnia, mentre fa le parole crociate, parla con la barista, si infiamma la gola con un vecchio liquore; sono queste scene, frame sporcate da una penombra eccessiva e - va detto - da una fotografia non all'altezza, che catturano l'attenzione dello spettatore. In Goliath la qualità è un ingrediente fondamentale, un ingrediente ricercatissimo e, per questo, elargito con parsimonia. E la qualità della recitazione, della bravura di Thornton di sapere stare al gioco, di rendere l'incredibile credibile. Ed è la qualità di un racconto che riesce a regalare al pubblico un personaggio a cui potersi affezionare". (Gianmaria Tammaro)
LA STAMPA
"Goliath" regge su un Billy Bob Thornton da Emmy
"Ci sono serie tv che si reggono sulla scrittura, altre, molto più rare (e, spesso, molto più costose), che trovano nella regia il loro punto di forza. E poi ci sono serie come Goliath, legal drama disponibile su Prime Video, che riescono ad appassionare il pubblico grazie al loro cast. Nel caso di Goliath, il cast, che pure può vantare nomi eccellenti, si riduce ad un uomo solo; si riduce a Billy Bob Thornton, attore, cantante, paroliere, scrittore (ha vinto un Oscar per la migliore sceneggiatura non originale con SlingBlade) e musicista. E lui, con la sua faccia, la sua voce, la sua capacità di riempire e di stare sullo schermo, che rende questa serie, una delle più chiacchierate per i prossimi Emmy Awards, una buona serie. La storia è una di quelle già viste e già sentite: avvocato non più di successo si ritrova a vivere solo e sconsolato in un appartamento di periferia, a bere e a ubriacarsi quasi ogni sera, divorziato, triste, con una figlia adolescente, e combattuto dal senso di colpa. A un certo punto gli si presenta la possibilità di redimersi. Contro di lui, però, c'è il suo vecchio studio, lo stesso che ha contribuito a fondare; c'è il suo vecchio socio in affari, misterioso ed ennesimo cliché, e c'è la sua ex. Qui Thornton dà il meglio di sé. La trama è una miscela di complottismo e di riscatto. Ci sono i colpi di scena, c'è un sali e scendi di toni, di musiche, di narrazione. C'è una bella location, e ci sono anche richiami all'attualità. Ma tutto, alla fine, si riduce al volto di Thornton, al suo personaggio, a Billy McBride, al suo modo di essere contemporaneamente un vincente e un perdente. Nel marasma di scene annacquate e unite fiaccamente tra loro, restano pochi momenti indimenticabili, dotati di una forza rara, grezza, che riescono ad andare oltre il formato seriale, e a diventare qualcos'altro. In questa serie, sono i momenti che Billy passa al bar, da solo oppure in compagnia, mentre fa le parole crociate, parla con la barista, si infiamma la gola con un vecchio liquore; sono queste scene, frame sporcate da una penombra eccessiva e - va detto - da una fotografia non all'altezza, che catturano l'attenzione dello spettatore. In Goliath la qualità è un ingrediente fondamentale, un ingrediente ricercatissimo e, per questo, elargito con parsimonia. E la qualità della recitazione, della bravura di Thornton di sapere stare al gioco, di rendere l'incredibile credibile. Ed è la qualità di un racconto che riesce a regalare al pubblico un personaggio a cui potersi affezionare". (Gianmaria Tammaro)
giovedì 4 maggio 2017
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
LA STAMPA
"American Gods" oltre i tabù del piccolo schermo
"Ci sono tanti tipi di divinità. Ci sono quelle vecchie e quelle nuove; ci sono quelle senza nome e quelle che si ripetono sempre uguali. Poi ci sono le divinità di oggi, le divinità del danaro, del progresso, della tecnologia. Non hanno bisogno di templi. Vivono della nostra vita, si nutrono delle nostre anime; ci sono, ma non li vediamo. E combattono una guerra secolare con i vecchi dei, indimenticabili eppure indeboliti, dalla faccia sempre identica, dal nome spesso didascalico, appesi a un filo di misticismo. Non ci sono vincitori, in un certo senso, nemmeno vinti. Gli American Gods, quelli che racconta Neil Gaiman nel suo omonimo romanzo, bellissimo e potentissimo, e quelli che sono protagonisti della serie Starz, disponibile qui in Italia su Prime Video di Amazon, sono gli ultimi conosciuti e si sfidano per la fede di ogni singolo credente. Potere, magia, giochi e premi. II libro di Gaiman è stato uno dei più importanti del genere fantasy degli ultimi anni: ambientato al giorno d'oggi e contemporaneamente rivolto al passato, scorrevole, piacevole, una cascata di parole, nomi e ricorrenze. Un cult della carta stampata. I vecchi dei che sono uomini, e quelli nuovi che si perdono nei meandri del capitalismo. Sullo sfondo c'è l'America delle autostrade, dei grattacieli, l'America buia e polverosa, dei luna park di periferia e delle case degli immigrati. Respiri e la senti: la puzza di minestra di cavolo mista a quella di incenso, il whiskey invecchiato e l'amaro del sangue. Gli dei sono sempre lì, sempre in bilico, vivono finché c'è chi crede in loro, e più sono numerosi i loro fedeli, più sono potenti. La serie tv ideata da Bryan Fuller e Michael Green racconta le stesse doppiezze e le stesse contraddizioni del libro di Gaiman. E mastodontica, colorata e sanguinolenta. C'è sesso e c'è dolore, e soprattutto c'è vendetta. Gli dei antichi e gli dei nuovi, gli dei americani e gli dei di tutto il mondo. Il protagonista è Shadow Moon (interpretato da Ricky Whittle). Insieme a lui, magnifico, Mr. Wednesday: misterioso ed etereo, umano e comunque invincibile, ammiccante e intoccabile. Gli dà faccia e voce un bravissimo Ian McShane. American Gods scardina alcuni dei più antichi tabù del piccolo schermo, talvolta esagerando e talvolta spingendosi troppo oltre, talvolta diventando confusa e confondibile, e talvolta facendosi fumosa, traballante e ripetitiva. Quando però la materia - e quindi il racconto, la storia e i personaggi - prendono compostezza e ordine, si apre uno spiraglio luminoso per lo spettatore: uno spiraglio in cui credere e da seguire, uno spiraglio bellissimo, ingarbugliato e vibrante". (Gianmaria Tammaro)
LA STAMPA
"American Gods" oltre i tabù del piccolo schermo
"Ci sono tanti tipi di divinità. Ci sono quelle vecchie e quelle nuove; ci sono quelle senza nome e quelle che si ripetono sempre uguali. Poi ci sono le divinità di oggi, le divinità del danaro, del progresso, della tecnologia. Non hanno bisogno di templi. Vivono della nostra vita, si nutrono delle nostre anime; ci sono, ma non li vediamo. E combattono una guerra secolare con i vecchi dei, indimenticabili eppure indeboliti, dalla faccia sempre identica, dal nome spesso didascalico, appesi a un filo di misticismo. Non ci sono vincitori, in un certo senso, nemmeno vinti. Gli American Gods, quelli che racconta Neil Gaiman nel suo omonimo romanzo, bellissimo e potentissimo, e quelli che sono protagonisti della serie Starz, disponibile qui in Italia su Prime Video di Amazon, sono gli ultimi conosciuti e si sfidano per la fede di ogni singolo credente. Potere, magia, giochi e premi. II libro di Gaiman è stato uno dei più importanti del genere fantasy degli ultimi anni: ambientato al giorno d'oggi e contemporaneamente rivolto al passato, scorrevole, piacevole, una cascata di parole, nomi e ricorrenze. Un cult della carta stampata. I vecchi dei che sono uomini, e quelli nuovi che si perdono nei meandri del capitalismo. Sullo sfondo c'è l'America delle autostrade, dei grattacieli, l'America buia e polverosa, dei luna park di periferia e delle case degli immigrati. Respiri e la senti: la puzza di minestra di cavolo mista a quella di incenso, il whiskey invecchiato e l'amaro del sangue. Gli dei sono sempre lì, sempre in bilico, vivono finché c'è chi crede in loro, e più sono numerosi i loro fedeli, più sono potenti. La serie tv ideata da Bryan Fuller e Michael Green racconta le stesse doppiezze e le stesse contraddizioni del libro di Gaiman. E mastodontica, colorata e sanguinolenta. C'è sesso e c'è dolore, e soprattutto c'è vendetta. Gli dei antichi e gli dei nuovi, gli dei americani e gli dei di tutto il mondo. Il protagonista è Shadow Moon (interpretato da Ricky Whittle). Insieme a lui, magnifico, Mr. Wednesday: misterioso ed etereo, umano e comunque invincibile, ammiccante e intoccabile. Gli dà faccia e voce un bravissimo Ian McShane. American Gods scardina alcuni dei più antichi tabù del piccolo schermo, talvolta esagerando e talvolta spingendosi troppo oltre, talvolta diventando confusa e confondibile, e talvolta facendosi fumosa, traballante e ripetitiva. Quando però la materia - e quindi il racconto, la storia e i personaggi - prendono compostezza e ordine, si apre uno spiraglio luminoso per lo spettatore: uno spiraglio in cui credere e da seguire, uno spiraglio bellissimo, ingarbugliato e vibrante". (Gianmaria Tammaro)
martedì 18 aprile 2017
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
LA STAMPA
In "Outcast" e "TWD" i mostri siamo noi
"Tra le tante frasi che Tiziano Sclavi, papà ed ex-curatore di Dylan Dog, stella della scuderia della Sergio Bonelli Editore, ha pronunciato nel corso della sua carriera, ce ne è una che, con buone probabilità, non passerà mai di moda. Dice: «I mostri siamo noi». E' una frase che spiega tante cose, sotto tanti punti di vista. Innanzitutto, quello di Dylan Dog, l'Indagatore dell'Incubo, che spesso e volentieri è molto più amico e vicino ai freak, ai mostri, che alle persone «normali». Quindi apre a un certo modo di vedere il mondo e la società in cui viviamo, piena di pregiudizi e stereotipi, profondamente - e insensatamente - maligna e ipocrita. Robert Kirkman, che è un altro autore di fumetti e che viene dagli Stati Uniti, parte da una premessa molto simile. Sia nel suo The Walking Dead (best seller tra i comics e grande successo sul piccolo schermo) sia in Outcast, sembra voler sottolineare, proprio come ha fatto Sclavi, la natura profondamente mostruosa - diabolica, addirittura - dell'essere umano. I cattivi, così, non sono gli zombie. E nemmeno i posseduti. O, figurarsi, i demoni. I cattivi sono gli altri, quelli che hanno paura, quelli che vivono, respirano, giudicano. Sono gli uomini e le donne. Macché demoni e posseduti. I veri mostri siamo noi anziani, e - parola terribile e mediocre - i normali. In Outcast (in onda ogni lunedì su Fox Italia) al gioco delle parti, uomini contro demoni, esorcizzati versus esorcisti, si aggiunge un altro tassello, fondamentale: una corrispondenza metodica, anzi quasi scientifica, tra ricordo e possessione, tra paura e realtà; tra passato e presente. L'inspiegabile spiegato con la presenza del demonio, del soprannaturale, dell'immateriale. Kyle Barnes, il protagonista interpretato da Patrick Fugit, si trova davanti a un bivio: spirituale e, in un certo senso, fisico. Deve decidere se cedere oppure combattere, se essere sconfitto oppure sconfiggere. In un racconto che si diverte a citare luoghi comuni e simbolismi (la città in cui la storia è ambientata si chiama Rome, West Virginia; e immediatamente alla mente viene un'altra Roma, quella italiana e capitale dello Stivale, sede della Città del Vaticano), lo spettatore si ritrova spaesato e terrorizzato. I mostri, i veri mostri. Più li cerchi e più scopri che hanno una faccia simile a quella del tuo vicino, o del tuo migliore amico; o del passante che hai incontrato in metropolitana andando a lavoro. Restano i dubbi e le incertezze; resta il grigiore di un racconto che - molto sclavianamente - prende posizioni più sugli uomini che sui nonuomini". (Gianmaria Tammaro)
LA STAMPA
In "Outcast" e "TWD" i mostri siamo noi
"Tra le tante frasi che Tiziano Sclavi, papà ed ex-curatore di Dylan Dog, stella della scuderia della Sergio Bonelli Editore, ha pronunciato nel corso della sua carriera, ce ne è una che, con buone probabilità, non passerà mai di moda. Dice: «I mostri siamo noi». E' una frase che spiega tante cose, sotto tanti punti di vista. Innanzitutto, quello di Dylan Dog, l'Indagatore dell'Incubo, che spesso e volentieri è molto più amico e vicino ai freak, ai mostri, che alle persone «normali». Quindi apre a un certo modo di vedere il mondo e la società in cui viviamo, piena di pregiudizi e stereotipi, profondamente - e insensatamente - maligna e ipocrita. Robert Kirkman, che è un altro autore di fumetti e che viene dagli Stati Uniti, parte da una premessa molto simile. Sia nel suo The Walking Dead (best seller tra i comics e grande successo sul piccolo schermo) sia in Outcast, sembra voler sottolineare, proprio come ha fatto Sclavi, la natura profondamente mostruosa - diabolica, addirittura - dell'essere umano. I cattivi, così, non sono gli zombie. E nemmeno i posseduti. O, figurarsi, i demoni. I cattivi sono gli altri, quelli che hanno paura, quelli che vivono, respirano, giudicano. Sono gli uomini e le donne. Macché demoni e posseduti. I veri mostri siamo noi anziani, e - parola terribile e mediocre - i normali. In Outcast (in onda ogni lunedì su Fox Italia) al gioco delle parti, uomini contro demoni, esorcizzati versus esorcisti, si aggiunge un altro tassello, fondamentale: una corrispondenza metodica, anzi quasi scientifica, tra ricordo e possessione, tra paura e realtà; tra passato e presente. L'inspiegabile spiegato con la presenza del demonio, del soprannaturale, dell'immateriale. Kyle Barnes, il protagonista interpretato da Patrick Fugit, si trova davanti a un bivio: spirituale e, in un certo senso, fisico. Deve decidere se cedere oppure combattere, se essere sconfitto oppure sconfiggere. In un racconto che si diverte a citare luoghi comuni e simbolismi (la città in cui la storia è ambientata si chiama Rome, West Virginia; e immediatamente alla mente viene un'altra Roma, quella italiana e capitale dello Stivale, sede della Città del Vaticano), lo spettatore si ritrova spaesato e terrorizzato. I mostri, i veri mostri. Più li cerchi e più scopri che hanno una faccia simile a quella del tuo vicino, o del tuo migliore amico; o del passante che hai incontrato in metropolitana andando a lavoro. Restano i dubbi e le incertezze; resta il grigiore di un racconto che - molto sclavianamente - prende posizioni più sugli uomini che sui nonuomini". (Gianmaria Tammaro)
martedì 31 gennaio 2017
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
LA STAMPA
"Taboo", cinismo estremo déjà vu
"Nella televisione inglese ci sono alcune storie, alcune idee, che ritornano sempre: l'800 pre-vittoriano, per esempio, oppure un protagonista geniale à la Sherlock Holmes; o anche il tema sempreverde della vendetta. In Taboo, la serie tv creata da Tom Hardy e Steven Knight (Peaky Blinders, Locke), questi elementi ci sono tutti. Il protagonista, James Keziah Delaney, è un ex-caporale della Compagnia delle Indie, figliol prodigo e straordinario avventuriero, interpretato da un Tom Hardy massiccio e tenebroso, i capelli rasati, la barba rada e il viso sfregiato. James torna a casa dopo aver saputo che suo padre sta male. Il viaggio dall'Africa - dove si trovava - al Regno Unito, pero, è più lungo del previsto, e James non riesce a incontrare il genitore prima che sia troppo tardi. Incontra, invece, la sorellastra Zilpha Geary, interpretata da Oona Chaplin, e Stuart Strange, il nuovo comandante della Compagnia delle Indie, faccia e voce di Jonathan Pryce. Di Zilpha, James è chiaramente infatuato: il primo momento in cui sono soli tornano a galla ricordi e antiche passioni. Con Stuart, invece, James ha un altro tipo di rapporto: quando era giovane ed era arruolato nella marina, era il suo comandante. E i colpi di scena non finiscono qui. Alla linearità di una narrazione prevedibile, infatti, in Taboo è stato preferito un racconto più sincopato, con i suoi alti e i suoi bassi, che trova i suoi punti di forza nei lunghi primi piani di Tom Hardy, o nelle inquadrature quasi statiche dei due registi, Kristoffer Nyholm e Anders Engstrom. La sceneggiatura è costruita rigidamente, lasciando poco spazio all'improvvisazione ambientale e alle parole. La recitazione dello stesso Tom Hardy soffre di troppa fisicità: il suo James, benché uomo geniale e molto simile al succitato Sherlock Holmes, o all'Heathcliff di Cime Tempestose, spesso si limita a grugnire, o a irrigidirsi o a minacciare il suo interlocutore. Ecco, se Taboo ha un problema è proprio questo: l'eccessiva arroganza del protagonista, che ricorda troppo, e troppo da vicino, quella di altri personaggi televisivi che in questi anni hanno fatto fortuna con il loro cinismo estremo. Il reparto tecnico, e quindi la messa in scena, la fotografia, le scelte di scenografia e quelle, pure apprezzabilissime, dei costumi (per una volta, è un Ottocento vero, sporco e infangato), è - insieme ad Hardy, protagonista dell'intero show - l'aspetto decisamente più interessante di Taboo". (Gianmaria Tammaro)
LA STAMPA
"Taboo", cinismo estremo déjà vu
"Nella televisione inglese ci sono alcune storie, alcune idee, che ritornano sempre: l'800 pre-vittoriano, per esempio, oppure un protagonista geniale à la Sherlock Holmes; o anche il tema sempreverde della vendetta. In Taboo, la serie tv creata da Tom Hardy e Steven Knight (Peaky Blinders, Locke), questi elementi ci sono tutti. Il protagonista, James Keziah Delaney, è un ex-caporale della Compagnia delle Indie, figliol prodigo e straordinario avventuriero, interpretato da un Tom Hardy massiccio e tenebroso, i capelli rasati, la barba rada e il viso sfregiato. James torna a casa dopo aver saputo che suo padre sta male. Il viaggio dall'Africa - dove si trovava - al Regno Unito, pero, è più lungo del previsto, e James non riesce a incontrare il genitore prima che sia troppo tardi. Incontra, invece, la sorellastra Zilpha Geary, interpretata da Oona Chaplin, e Stuart Strange, il nuovo comandante della Compagnia delle Indie, faccia e voce di Jonathan Pryce. Di Zilpha, James è chiaramente infatuato: il primo momento in cui sono soli tornano a galla ricordi e antiche passioni. Con Stuart, invece, James ha un altro tipo di rapporto: quando era giovane ed era arruolato nella marina, era il suo comandante. E i colpi di scena non finiscono qui. Alla linearità di una narrazione prevedibile, infatti, in Taboo è stato preferito un racconto più sincopato, con i suoi alti e i suoi bassi, che trova i suoi punti di forza nei lunghi primi piani di Tom Hardy, o nelle inquadrature quasi statiche dei due registi, Kristoffer Nyholm e Anders Engstrom. La sceneggiatura è costruita rigidamente, lasciando poco spazio all'improvvisazione ambientale e alle parole. La recitazione dello stesso Tom Hardy soffre di troppa fisicità: il suo James, benché uomo geniale e molto simile al succitato Sherlock Holmes, o all'Heathcliff di Cime Tempestose, spesso si limita a grugnire, o a irrigidirsi o a minacciare il suo interlocutore. Ecco, se Taboo ha un problema è proprio questo: l'eccessiva arroganza del protagonista, che ricorda troppo, e troppo da vicino, quella di altri personaggi televisivi che in questi anni hanno fatto fortuna con il loro cinismo estremo. Il reparto tecnico, e quindi la messa in scena, la fotografia, le scelte di scenografia e quelle, pure apprezzabilissime, dei costumi (per una volta, è un Ottocento vero, sporco e infangato), è - insieme ad Hardy, protagonista dell'intero show - l'aspetto decisamente più interessante di Taboo". (Gianmaria Tammaro)
mercoledì 18 gennaio 2017
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
LA STAMPA
Ultime battute per "Girls", ecco perchè ci mancherà
"Ci voleva Lena Dunham, enfant prodige della scrittura e della regia, perché la normalità - che parola stupenda - dell'essere donna arrivasse a migliaia e migliaia (e anche di più, forse) di persone. Se Girls, la serie tv che ha creato, scritto e - qualche volta - diretto per Hbo, ci mancherà (e ci mancherà, non dubitatene) è anche per questo: per l'onestà, talvolta estrema, con cui ha saputo raccontare il mondo e, in particolare, New York e i suoi abitanti. Hannah, la protagonista, interpretata dalla stessa Dunham, è un'aspirante scrittrice; ha tre carissime amiche, una vita sessuale travagliata e soffre di depressione. Sembra il profilo perfetto per il personaggio di uno show televisivo, e invece è molto più di questo: è reale. Lo spettatore tende a provare empatia per Hannah (anche se è così particolare, e viziata e assurda); e segue la sua storia non solo per noia, ma perché è curioso, perché ci si riconosce. Certo, anche Girls ha avuto i suoi problemi (accuse di razzismo e elitarismo) ma ha mantenuto nel corso degli anni un andamento (quasi) crescente, dove ogni personaggio ha avuto la sua parte e la sua dignità. La rivoluzione che la Dunham e le sue Girls hanno iniziato è una rivoluzione mediatica, a tutto tondo. Titolo: chi sono le donne e che cosa vogliono. Durante le sue cinque stagioni (dal 12 febbraio su Hbo andrà in onda la sesta e ultima), Girls è cambiata: ha raccontato prima un aspetto, poi un altro della vita delle sue protagoniste; ha messo a fuoco, con incredibile lucidità, il maschilismo - che non è solo un atteggiamento degli uomini ma un'idea che appartiene anche alle donne - e la latitanza di una classe di intellettuali. Il merito è della Dunham, ovviamente: suo, della visione disincantata che ha del mondo e del coraggio che ha dimostrato nel sapersi confessare". (Gianmaria Tammaro)
venerdì 30 settembre 2016
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
LA STAMPA
Arriva da oggi "Luke Cage", super-eroe super-iore di "Daredevil" e "Jessica Jones"
Dopo Daredevil, il vendicatore cieco di Hell's Kitchen, vigilante di notte e avvocato di giorno, e Jessica Jones, investigatrice a tempo perso, ex-eroina ora ritiratasi a vita privata, tocca a Luke Cage: eroe sì, ma per caso. La sua storia inizia in galera (lo scopriremo dopo le prime puntate, in flashback studiati e precisi) e finisce ad Harlem. Tra i due estremi, una serie infinita di sparatorie, inseguimenti, tensione e scazzottate. Action come si deve. E anche qualche effetto speciale che, rispetto a Daredevil e a Jessica Jones, funziona molto meglio. La nuova serie tv di Netflix, in arrivo oggi, è una delle più politiche: i protagonisti sono tutti neri; Luke Cage incarna la riscossa, l'onestà e la voglia di fare di una comunità intera. Picchia, ma solo perché costretto. Non vuole visibilità, ma alla fine cede: è la chiamata dell'eroe. Luke Cage, il primo supereroe nero della Marvel. Una rivoluzione. E uno (di quattro) dei Difensori. Protagonista assoluto è Mike Colter: nero, enorme, muscoloso. Ha esordito sul piccolo schermo nel 2002, nel primo episodio di E.R. Alle musiche ci sono AG Shaheed Muhammad e Adrian Younge: è importante ricordarli perché Luke Cage non è solo una serie recitata, ma anche - e in un certo senso soprattutto - musicata. Ogni episodio (e in totale sono tredici, ciascuno lungo circa cinquanta minuti) è intriso di note: pop, rap, classica, leggera, rock. Le scene hanno il loro ritmo; e dopo i momenti - che pure ci sono - di sospensione, si riprende a tutta velocità. Inspira ed espira. Stringi i denti. Picchia duro. Luke Cage è l'ennesima serie sui supereroi, che usa i superpoteri come pretesto; quelle che racconta, alla fine, sono persone qualunque: con problemi qualunque. Proprio come prescrive Stan Lee, padre- padrone della Casa delle Idee. C'è Harlem, più che New York. I grattacieli lasciano il posto alle case popolari. Mattoni rossi e strade asfaltate. I proiettili rimbalzano. Luke Cage è invulnerabile. Ma sotto una pelle così dura, si cela un'anima spezzata: è il destino dell'eroe. E dietro la serie, c'è l'uomo: in questo caso Cho Hodari Coker, che ha abbracciato totalmente il progetto e che l'ha riadattato - perfettamente - ai tempi e al piccolo schermo. Il risultato (male è una serie accattivante e appassionante, con una storia intensa, di un uomo contro tutti, e di un quartiere e di una comunità intera. L'attualità c'entra e non c'entra. C'è qualche richiamo, certo. Ma l'ossatura è finzione - pura, bellissima e fumettosa. Tredici episodi, solo tredici: è la nuova hit di Netflix; preparatevi al binge watching". (Gianmaria Tammaro)
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Arriva da oggi "Luke Cage", super-eroe super-iore di "Daredevil" e "Jessica Jones"
Dopo Daredevil, il vendicatore cieco di Hell's Kitchen, vigilante di notte e avvocato di giorno, e Jessica Jones, investigatrice a tempo perso, ex-eroina ora ritiratasi a vita privata, tocca a Luke Cage: eroe sì, ma per caso. La sua storia inizia in galera (lo scopriremo dopo le prime puntate, in flashback studiati e precisi) e finisce ad Harlem. Tra i due estremi, una serie infinita di sparatorie, inseguimenti, tensione e scazzottate. Action come si deve. E anche qualche effetto speciale che, rispetto a Daredevil e a Jessica Jones, funziona molto meglio. La nuova serie tv di Netflix, in arrivo oggi, è una delle più politiche: i protagonisti sono tutti neri; Luke Cage incarna la riscossa, l'onestà e la voglia di fare di una comunità intera. Picchia, ma solo perché costretto. Non vuole visibilità, ma alla fine cede: è la chiamata dell'eroe. Luke Cage, il primo supereroe nero della Marvel. Una rivoluzione. E uno (di quattro) dei Difensori. Protagonista assoluto è Mike Colter: nero, enorme, muscoloso. Ha esordito sul piccolo schermo nel 2002, nel primo episodio di E.R. Alle musiche ci sono AG Shaheed Muhammad e Adrian Younge: è importante ricordarli perché Luke Cage non è solo una serie recitata, ma anche - e in un certo senso soprattutto - musicata. Ogni episodio (e in totale sono tredici, ciascuno lungo circa cinquanta minuti) è intriso di note: pop, rap, classica, leggera, rock. Le scene hanno il loro ritmo; e dopo i momenti - che pure ci sono - di sospensione, si riprende a tutta velocità. Inspira ed espira. Stringi i denti. Picchia duro. Luke Cage è l'ennesima serie sui supereroi, che usa i superpoteri come pretesto; quelle che racconta, alla fine, sono persone qualunque: con problemi qualunque. Proprio come prescrive Stan Lee, padre- padrone della Casa delle Idee. C'è Harlem, più che New York. I grattacieli lasciano il posto alle case popolari. Mattoni rossi e strade asfaltate. I proiettili rimbalzano. Luke Cage è invulnerabile. Ma sotto una pelle così dura, si cela un'anima spezzata: è il destino dell'eroe. E dietro la serie, c'è l'uomo: in questo caso Cho Hodari Coker, che ha abbracciato totalmente il progetto e che l'ha riadattato - perfettamente - ai tempi e al piccolo schermo. Il risultato (male è una serie accattivante e appassionante, con una storia intensa, di un uomo contro tutti, e di un quartiere e di una comunità intera. L'attualità c'entra e non c'entra. C'è qualche richiamo, certo. Ma l'ossatura è finzione - pura, bellissima e fumettosa. Tredici episodi, solo tredici: è la nuova hit di Netflix; preparatevi al binge watching". (Gianmaria Tammaro)
lunedì 13 giugno 2016
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
LA STAMPA
"Peaky Blinders", cult inglese d'inizio Novecento dove i cattivi sono i buoni
"E' il 2013 quando sulla BBC fa il suo esordio Peaky Blinders: porta la firma di Steven Knight, già regista di Locke, penna tra le più raffinate dello scenario inglese; la storia che racconta è quella di un gruppo di gangster vecchio stampo, metà british e metà zingari, veterani della Grande Guerra e con l'obiettivo di diventare ricchi. Il successo è quasi immediato: Peaky Blinders viene riconfermata per una seconda e per una terza stagione e, solo pochi giorni fa, per una quarta e una quinta. Oggi è una delle serie televisive - in Italia disponibile su Netflix - più interessanti non solo nel panorama inglese, ma pure in quello internazionale: la crescente qualità, puntata dopo puntata, e un cast di caratteristi - primo tra tutti Cillian Murphy - ne ha fatto in brevissimo tempo un cult. Il merito, inutile dirlo, è di Knight: che ha saputo ricostruire un mondo, quello dei primi anni del Novecento, e una città, la Birmingham industrializzata; e che ha messo insieme, in un unico racconto, alcuni dei temi più interessanti e controversi (la criminalità londinese, il comunismo, i servizi segreti; complotti ed oscurantismo di inizio secolo) della storia del Regno Unito. I protagonisti sono criminali: picchiatori feroci, armati di lame e revolver. Il loro capo, Thomas Shelby, interpretato da Murphy, è un soldato e uno stratega; ha sempre un piano e in ogni stagione punta sempre più in alto: da Birmingham a Londra, dalle scommesse clandestine agli affari legali. I suoi più stretti collaboratori sono i suoi fratelli. La sua guida, sua zia. Si innamora, soffre, perde. Poi si rialza, vince; e meglio ancora: si vendica. Come tante altre serie, anche Peaky Blinders racconta il male - e, soprattutto, la bestialità umana. Ma attenzione: i cattivi, qui, sono i buoni; alla fine della prima stagione non riuscirete a fare a meno di tifare per i criminali, di odiare la Corona e i suoi rappresentanti - Sam Neill, volto storico della televisione e del cinema inglese, è il maggiore Chester Campbell, oppressore dell'Ira e sbirro integerrimo - e di credere che giusto e sbagliato siano due concetti piuttosto relativi nella loro assolutezza. Sullo sfondo: i fumi industriali, i canali inquinati, le grandi costruzioni di mattoni rossi, i pub e i figli d'Inghilterra martoriati e storditi dalla tragedia della guerra. In primo piano, accompagnati dalla musica dei Nick Cave e The Bad Seeds (la loro Red Right Hand fa da opening ad ogni episodio), modernissimi Robin Hood che non esitano ad uccidere innocenti pur di guadagnare: per sé stessi prima che per i poveri".
(Gianmaria Tammaro, 09.06.2016)
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"Peaky Blinders", cult inglese d'inizio Novecento dove i cattivi sono i buoni
"E' il 2013 quando sulla BBC fa il suo esordio Peaky Blinders: porta la firma di Steven Knight, già regista di Locke, penna tra le più raffinate dello scenario inglese; la storia che racconta è quella di un gruppo di gangster vecchio stampo, metà british e metà zingari, veterani della Grande Guerra e con l'obiettivo di diventare ricchi. Il successo è quasi immediato: Peaky Blinders viene riconfermata per una seconda e per una terza stagione e, solo pochi giorni fa, per una quarta e una quinta. Oggi è una delle serie televisive - in Italia disponibile su Netflix - più interessanti non solo nel panorama inglese, ma pure in quello internazionale: la crescente qualità, puntata dopo puntata, e un cast di caratteristi - primo tra tutti Cillian Murphy - ne ha fatto in brevissimo tempo un cult. Il merito, inutile dirlo, è di Knight: che ha saputo ricostruire un mondo, quello dei primi anni del Novecento, e una città, la Birmingham industrializzata; e che ha messo insieme, in un unico racconto, alcuni dei temi più interessanti e controversi (la criminalità londinese, il comunismo, i servizi segreti; complotti ed oscurantismo di inizio secolo) della storia del Regno Unito. I protagonisti sono criminali: picchiatori feroci, armati di lame e revolver. Il loro capo, Thomas Shelby, interpretato da Murphy, è un soldato e uno stratega; ha sempre un piano e in ogni stagione punta sempre più in alto: da Birmingham a Londra, dalle scommesse clandestine agli affari legali. I suoi più stretti collaboratori sono i suoi fratelli. La sua guida, sua zia. Si innamora, soffre, perde. Poi si rialza, vince; e meglio ancora: si vendica. Come tante altre serie, anche Peaky Blinders racconta il male - e, soprattutto, la bestialità umana. Ma attenzione: i cattivi, qui, sono i buoni; alla fine della prima stagione non riuscirete a fare a meno di tifare per i criminali, di odiare la Corona e i suoi rappresentanti - Sam Neill, volto storico della televisione e del cinema inglese, è il maggiore Chester Campbell, oppressore dell'Ira e sbirro integerrimo - e di credere che giusto e sbagliato siano due concetti piuttosto relativi nella loro assolutezza. Sullo sfondo: i fumi industriali, i canali inquinati, le grandi costruzioni di mattoni rossi, i pub e i figli d'Inghilterra martoriati e storditi dalla tragedia della guerra. In primo piano, accompagnati dalla musica dei Nick Cave e The Bad Seeds (la loro Red Right Hand fa da opening ad ogni episodio), modernissimi Robin Hood che non esitano ad uccidere innocenti pur di guadagnare: per sé stessi prima che per i poveri".
(Gianmaria Tammaro, 09.06.2016)
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