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martedì 24 aprile 2018

NEWS - Scandaloso al Cibali! "I Medici" hanno ricevuto la sovvenzione di 4 milioni di euro dal governo Renzi (attraverso il Ministero dei Beni Culturali di Dario Franceschini), con tanto di delibera ad hoc più unica che rara 

News tratta da "Il Fatto Quotidiano"
Le riprese sono in corso in queste settimane e la messa in onda è prevista per il prossimo autunno. Si tratta della seconda serie de I Medici, la fiction sulla signoria fiorentina la cui prima stagione, 4 serate trasmesse nel 2016 (8 episodi da 50 minuti l'uno), è stata un grande successo di pubblico. Coprodotta dalla Rai e realizzata da Lux Vide, è stata venduta in oltre cento Paesi. La serie è stata co-finanziata da Viale Mazzini con 8,3 milioni di euro nel 2014 (prima serie) e 11 milioni nel 2016 (seconda serie). Il piano 2018 di Eleonora Andreatta (direttrice di Raifiction) dovrebbe prevederne altri 11 per la terza. E fin qui tutto normale. A essere insolito è un aiutino da 4 milioni di euro ricevuto dallo Stato. Si parte con una delibera del Cipe (il Comitato interministeriale di programmazione economica) che il 23 dicembre 2015, all'interno degli interventi del FSC (Fondo di sviluppo e coesione), concede 11 milioni e 50 mila euro alla Regione Toscana "per il finanziamento del programma di interventi a sostegno dell'industria audiovisiva localizzata nel territorio della regione, nell'ambito del progetto Sensi contemporanei", si legge. Uno stanziamento stipulato attraverso il ministero dei Beni culturali di Dario Franceschini: 9,5 milioni per il 2016; 1,05 milioni per il 2017; 500 mila euro per il 2018. L'anomalia sta in quei 4 milioni destinati espressamente alla realizzazione de I Medici: "Per il sostegno alla produzione audiovisiva sono stanziati 5,430 milioni, di cui 4 milioni per il co-finanziamento della produzione di una fiction televisiva dedicata alla storia della famiglia Medici di Firenze", recita la delibera che porta la firma dell'allora premier, Matteo Renzi, e del sottosegretario con delega al Cipe, Luca Lotti. Tutto lecito, anche se è davvero insolito che il titolo della serie venga espressamente citato in una delibera del governo. Il Cipe, però, in questo caso non ha fatto altro che prendere atto di una richiesta del ministero seguita a una legge regionale del 30 marzo 2015. La Toscana ha chiesto di destinare quei soldi al progetto, il Mibact ha avallato la richiesta e il Cipe ha erogato i fondi: "Quando la richiesta arriva sul nostro tavolo, i giochi sono fatti, possiamo solo prenderne atto. Poi sta alla Corte dei conti rilevare eventuali irregolarità, che in questo caso non ci sono", spiegano dal Cipe. Andiamo, dunque, a Firenze. "Un ruolo rilevante dell'intero programma è riservato alla realizzazione della serie sul Rinascimento e famiglia Medici, progetto a cui la società Lux Vide sta lavorando da anni, riuscendo a farlo includere nel piano di produzione di Rai fiction con un finanziamento Rai pari a 8 milioni e 300 mila euro, ai quali si aggiungono i 4 milioni previsti dalla presente proposta", si legge nella relazione tecnica della Regione Toscana.

Ribadiamo, tutto regolare. Ma1'interrogativo è: perché una serie tv già finanziata in maniera considerevole dalla Rai, con oltre 30 milioni per tre stagioni, deve ricevere altri 4 milioni da Palazzo Chigi (anche se attraverso l'utilizzo di fondi regionali)? Il Cipe, infatti, non sovvenziona direttamente serie tv. L'unico caso è stato Agrodolce, la serie siciliana voluta da Giovanni Minoli, andata in onda nel 2008 e nel 2009 e poi stoppata, con la revoca di fondi pubblici per 24 milioni. Le Regioni, invece, hanno anche questa funzione ma il processo di erogazione è più complesso e avviene quasi sempre tramite bandi. Il finanziamento a I Medici, insomma, sembra un bel regalo alla Lux Vide, la società di produzione fondata dall'ex direttore generale della Rai (scomparso nel 2016) e guidata da due suoi figli, Matilde (moglie di Giovanni Minoli, ancora lui) e Luca. Peraltro nell'agosto 2015, cioè poco prima della delibera Cipe, era arrivato a Palazzo Chigi come vicesegretario generale, e proprio dal Mibact, Salvo Nastasi, rampante manager pubblico che è il marito di Giulia Minoli, figlia di Giovanni Minoli e Matilde Bernabei. Lux Vide è una delle più importanti e potenti case di produzione italiane, una di quelle che più lavora permamma Rai, per cui produce, tra gli altri, Don Matteo, Sotto copertura, Un passo dal cielo, Che Dio ci aiuti. La prima stagione de I Medici narra le vicende di Lorenzo e Cosimo de' Medici e in Italia è stata vista da oltre 7 milioni di telespettatori, con una media del 27% di share su Raiuno. Nel cast, stellare, c'è pure Dustin Hoffman. "Regione e Cipe si sono dimostrati buoni imprenditori, dando una mano a un prodotto che ha fatto conoscere la Toscana e il Rinascimento italiano nel mondo. Per avere quei soldi siamo stati sottoposti a 5 audit. I 4 milioni sono spalmati sulle tre serie, quindi 1,3 milioni a stagione", spiega l'ad Luca Bernabei. Che poi aggiunge: "Per realizzare la prima serie abbiamo recuperato 12 milioni in Italia e 12 all'estero. Abbiamo girato solo in Toscana portando un indotto considerevole e generando un aumento del turismo del 10-15%". In autunno, dunque, partirà la seconda serie. Viale Mazzini e Lux Vide sperano di confermare, o superare, il successo del 2016.

lunedì 16 ottobre 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

"Rivista Studio"
Perché "Suburra" non piace a tutti?
"In poco più di una settimana, Netflix ha sconquassato il mondo della serialità italiana, dico serialità perché lì la parola fiction è vietata. Fino ad ora. Adesso ci si trova Don Matteo e altra roba di produzione Rai, e sui social è venuto giù un pieno: non paghiamo 9,99 euro al mese (la tariffa aumenterà) per vedere Terence Hill in HD! È il grande equivoco di una piattaforma digitale nata a fortissima caratterizzazione social: per molti utenti non dev’essere un network che offre contenuti a una platea sempre più vasta (se no uno il network cosa lo apre a fare), ma un luogo di riconoscibilità individuale, dove ognuno deve trovare ciò che parla solo a lui. Da qui viene anche la frase che ultimamente si sente ripetere più spesso: «Su Netflix non c’è niente». Esaurite in poche sere le due-tre cose che interessano a te, il resto è come se non esistesse. Ma si aprirebbe un discorso troppo lungo. Torniamo alla settimana decisiva di cui sopra. È appena esplosa la bomba Don Matteo ed ecco che arriva Suburra, la prima serie italiana che Netflix ha proprio deciso di produrre, pensa te. All’ultima Mostra di Venezia, dove sono stati presentati i primi due episodi, si è assistito al primo caso di oggetto non identificato, fatto da cinematografari romani ma pensato per un bacino che si spinge ben oltre Roma Nord: i numeri di Netflix dicono più di 100 milioni di abbonati nel mondo. Faceva un certo effetto ricevere comunicati stampa dove leggevi nomi come Claudia Gerini e Michele Placido da parte di grossi PR internazionali. I giornalisti italiani in cerca dei soliti amici da buffet ci sono rimasti malissimo: e mo come facciamo? Con chi parliamo? La serie è piaciuta. Agli italiani, che sentivano l’attenzione della stampa internazionale, non si può vivere del resto di solo Sorrentino. E pure agli stranieri, che hanno ritrovato nel nuovo prodotto l’unico cinema (e Tv) ultimamente esportato oltre confine: Romanzo criminale, Gomorra e, sì, Sorrentino. Ora che Suburra è a disposizione di tutti, a certi critici incrociati alla festa veneziana non piace più (l’open bar gentilmente offerto da Netflix è ormai un lontano ricordo), la stampa storce un po’ il naso, sul pubblico non esistono dati di share, si intuiscono reazioni opposte ma è giusto così, il tempo di guardarla in pochi giorni e poi il solito ritornello: «Su Netflix non c’è niente». Il dato interessante è un altro. Per la sua prima produzione italiana, Netflix ha puntato sul nuovo immaginario che ormai riconosciamo (e in cui ci riconosciamo) anche noialtri: Suburra sembra Romanzo criminale, sì; sembra Gomorra, sì. E grazie al cazzo (scusate). Stavolta Stefano Sollima non figura tra i registi, stava girando il sequel di Sicario di Denis Villeneuve, a sua volta impegnato con quel piccolo film che è Blade Runner 2049: non mi sembra una cattiva promozione per nessuno dei due. Ma è proprio con Sollima, autore principale delle versioni televisive di Romanzo criminale e Gomorra, che è partita questa idea di nuovo racconto popolare, pop e paraculo, locale e globale, con «dramatic instinct and visual verve» (dalla recensione di Screen a Suburra il film). Poi è venuto l’imprescindibile innesto sorrentiniano, nella prima sequenza della serie c’è ovviamente un prete, non ce ne libereremo mai, ma ormai siamo persino disposti ad accettarlo. Racconto popolare, dicevo. I miei amici di Facebook si lamentano delle didascalie “Roma centro” sopra le inquadrature del cupolone di San Pietro: certo, c’avete ragione, ma forse non sono messe a caso. Né sono messi a caso gli spiegoni di Mafia Capitale for dummies, i siparietti coatti a Ostia Lido per chi Ostia Lido non sa cosa sia, le coincidenze forzate tra ammore e malavita, tra borgatari e vescovi, tra consiglieri comunali e tesorieri vaticani. Non sono un fan né di Suburra né di House of Cards, per dire, ma di quest’ultima siete arrivati alla quinta stagione senza lamentarvi troppo, e dire che era diventato inguardabile già all’inizio della seconda. Vi anticipo: non sto mettendo a confronto Alessandro Borghi con Kevin Spacey. È che siamo così, dolcemente esterofili: quando guardiamo le cose nostre non ci va bene mai, vogliono avere ragione sia quelli che «c’è troppa poca monnezza per essere Roma» sia quelli che «dà una pessima immagine del nostro Paese», (ancora) non va bene Don Matteo ma non va bene manco una cosa girata meglio, scritta meglio, recitata meglio (io vedo un casting semplice semplice come quello dei tre protagonisti Borghi-Ferrara-Valdarnini e mi sembra comunque miracoloso) e che però vuole continuare ad essere popolare, appunto. No: il vostro sogno è passare da Don Matteo a The Wire nel giro di una stagione, anzi mezza, una stagione intera è troppo. Poi c’è un altro problema. E cioè che il racconto popolare ce lo scriviamo da soli tutti i giorni da anni, dunque la finzione, seppur verosimile, ci lascia sempre e comunque insoddisfatti. Con un sindaco (pardon: una sindaca) come Virginia Raggi che scrive tutti i giorni sceneggiature degne di un film di Dino Risi, quelle delle serie non saranno mai all’altezza. Lo capisco, succede anche a me. Eravamo l’unico Paese al mondo in cui gli stand-up dell’attualità politica andavano più veloci del loro possibile adattamento cinematografico, meno male che oggi di là è arrivato Trump. Di fronte a Virgy contro l’Atac, per citare giusto uno dei format di maggior successo, nessuno showrunner potrà mai inventare qualcosa di meglio". (Mattia Carzaniga)

domenica 25 giugno 2017

NEWS - Altro che "Non uccidere", Domenico Diele uccide. Arrestato il protagonista di "1992"-"1993" per omicidio stradale sotto l'effetto di sostanze stupefacenti e con patente ritirata

News tratta da "Il Fatto Quotidiano"
È l’attore Domenico Diele l’uomo di 32 anni che la notte scorsa ha investito e ucciso una donna di 48 anni all’uscita autostradale di Montecorvino Pugliano, nel Salernitano. L’attore, senese di origini, ma trapiantato da tempo a Roma, si trovava in zona per le riprese del film Una vita spericolata del regista Marco Ponti. Volto emergente del cinema e della fiction, ha recitato in diverse pellicole, tra cui Acab, e in numerose serie di successo della tv, come Don Matteo, 1992, 1993 e Non uccidere. Diele non avrebbe potuto guidare la sua Audi A3, perché gli era stata sospesa la patente per un precedente problema di utilizzo di stupefacenti. Invece era al volante, ancora sotto l’effetto di cannabinoidi e oppiacei. E ha tamponato uno scooter, uccidendo la conducente. È tutto accaduto attorno alle 2 della notte tra venerdì e sabato notte. La macchina ha fatto sbalzare la moto a quasi 200 metri di distanza dal punto dell’impatto. Gli agenti della Polizia stradale di Eboli lo hanno arrestato con l’accusa di omicidio stradale aggravato, in attesa dell’udienza di convalida dell’arresto. L’attore, infatti, portato all’ospedale di Salerno per gli accertamenti di rito, è risultato positivo a diversi stupefacenti. E durante i controlli è appunto emerso che non avrebbe potuto guidare perché la patente gli era stata ritirata, sempre per uso di droghe. La salma della donna, 48 anni, impiegata in uno studio legale salernitano, è stata riconsegnata ai familiari dopo che il medico legale ha effettuato l’esame esterno. La morte è avvenuta quasi nell’immediatezza dell’impatto con l’asfalto. I primi soccorritori giunti sul posto riferiscono di averlo visto sconvolto mentre non si dava pace per l’accaduto. “Che ho fatto, che ho fatto” le sue parole. Sembra che Diele stesse tornando da una festa che si era tenuta a Matera quando, erano circa le 2, con la sua auto ha tamponato lo scooter sulla cui sella c’era Ilaria Dilillo, salernitana di 48 anni, che rientrava a casa dopo aver trascorso una serata con amici.

mercoledì 3 febbraio 2016

NEWS - Fermi tutti! Un milione di italiani guarda le serie tv in streaming... E molti altri le scaricano illegalmente!
Articolo di Gianmaria Tammaro su "La Stampa"
Da una parte c'è la televisione: quella che abbiamo imparato a conoscere, l'intrattenimento a portata di telecomando, palinsesti che fanno a gara tra di loro, e un condimento - salatissimo - di pubblicità. Dall'altra c'è Internet. E un nuovo modo di intrattenere. Un mercato che non abbiamo ancora capito come interpretare. Negli ultimi due anni, il pubblico che al piccolo schermo preferisce lo streaming (il flusso via web senza che i dati vengano scaricati su un computer) o l'on demand (programmi a richiesta e a pagamento sempre disponibili) è cresciuto. Poco, se confrontato con i numeri delle generaliste (Don Matteo, in prima serata, raggiunge circa 7 milioni di persone). Molto, se teniamo conto del fatto che non è mai stato uno dei punti di riferimento di produttori e investitori. E che di un pubblico «online» non si è mai parlato. Prima d'ora. In due anni è cambiata la connessione e la diffusione del mezzo Internet, e sono intervenuti nuovi protagonisti. Non più solo Rai, con la sua sezione Replay. È arrivato Netflix e prima ancora TimVision (circa 400 mila abbonati a oggi) ha avviato il suo servizio di streaming. Quindi è toccato a Infinity. E con loro Sky. Si stima - stando agli ultimi dati - che a guardare film e serie tv in streaming sia più di un milione di persone. La verità, però, è un'altra ed è evidente a tutti: c'è un bacino di utenza che, ancora oggi, non viene soddisfatto. C'è ancora chi - per una questione di costi, praticamente superata oramai, e per una questione di contenuti - preferisce vedere tutto illegalmente. E queste persone non si possono contare: non c'è tracciabilità che tenga. Chiunque possiede una connessione Internet - e nel 2014, secondo l'Istat, ad avere un accesso alla Rete erano il 64% delle famiglie italiane - può accedere a piattaforme di streaming.
II dato interessante, quindi, diventa un altro: la capacità effettiva che hanno i grandi protagonisti della scena italiana di intercettare questo pubblico e di farlo passare allo streaming e alla visione on demand legale. Di ridurre questo divario, abbassando i costi e aumentando l'offerta di prodotti «visionabili». Tra i più bravi, c'è sicuramente Sky. E lo dicono i dati. II più importante, uno degli ultimi diffusi dalla televisione di Rupert Murdoch, riguarda la seconda stagione di In Treatment, una serie non pensata per lo streamer o lo spettatore occasionale, che scarica le puntate per vederle in un altro momento, ma che è riuscita comunque a ottenere risultati incredibili: oltre 2 milioni di download (a partire dallo scorso 23 novembre) e un quinto posto di tutto rispetto tra le serie tv di Sky Atlantic più viste in streaming (e ci sono titoli come Gomorra, The Walking Dead e Elementary). Il successo di In Treatment 2 ci dice una cosa: il pubblico sta cambiando e anche la televisione deve, volente o no, cambiare. Ci dice che i gusti sono diversi. E che ora bisogna puntare su un intrattenimento più di qualità - non di nicchia, attenzione - che tenga conto degli interessi e delle passioni di una fetta di pubblico che, magari, la televisione non l'ha mai vista (anche se, con almeno 80 milioni di televisori in giro, è difficile). I servizi online diventano fondamentali. Allo stesso modo, quelli on demand. E più che parlare del successo - vero o presunto è ancora opinabile vista la mancanza di dati ufficiali - di Netflix, è importante sottolineare la crescita dei suoi competitor come Sky: In Treatment 2 è la dimostrazione che un altro tipo di intrattenimento si può e deve fare (aspettiamo la terza stagione, adesso), e che ci sono i numeri che giustificano la scelta di un simile investimento. La televisione, quella che abbiamo imparato a conoscere, non è più sola: è iniziata l'era dello streaming e dell'on demand.

martedì 18 novembre 2014

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

LA REPUBBLICA
Rai, Mediaset e Sky: la sfida si fa serial aspettando Netflix
"Per la televisione in crisi l’ultimo business è la fiction. Sparito il cinema di genere, sono Gomorra, Romanzo criminale, Don Matteo, Montalbano, House of cards a dominare sul piccolo schermo. Nella sola stagione 2014-2015 la fiction supererà sulle reti generaliste le 6mila ore di programmazione: un mercato enorme, nel quale si muovono pochi produttori che si contendono ascolti e incassi in una battaglia che è la vera nuova frontiera della televisione. C hi vince comanda e in cassa fa il pieno, orientando anche le strategie delle reti. I padroni del mercato Nel mondo i primi tre produttori di serie sono Endemol (colosso acquisito da Murdoch dopo l’uscita di Mediaset nel 2012, con 80 società operative in 26 Paesi del mondo, con circa 1,4 miliardi di euro di fatturato) Fremantle Media (che fattura circa 1,7 miliardi di euro) e Zodiak (con un catalogo di 20mila ore, oltre 600 milioni di euro di ricavi prodotti nel 2013). Senza dimenticare Hbo (sigla di Home Box Office), di proprietà della Time Warner una delle emittenti tv via cavo più popolari degli Stati Uniti, con oltre 32 milioni di abbonati con un fatturato di 1,3 miliardi di dollari. Tra le serie d’autore I Soprano, Girls, Veep, Boardwalk Empire. E il fenomeno Netflix, servizio online di contenuti in streaming che ha realizzato uno dei prodotti migliori dell’anno, House of cards e il rivoluzionario Orange Is The New Black. Presieduta da Reed Hastings, ha visto crescere il fatturato a 4,4 miliardi di dollari. La La produzione di fiction italiana vale intorno ai 300 milioni di euro.
Una torta che in Rai si spartiscono cinque società esterne, le cosiddette «cinque sorelle», che assorbivano parte consistente del bilancio della tv pubblica per fornitura di contenuti. Ai primi tre posti: la Lux Vide, la Fremantle Media e la Publispei. La fiction salva la tv generalista, ma non è stata risparmiata dalla crisi: nel 2008 Rai e Mediaset investivano oltre 500 milioni di euro, che si sono ora ridotti a 300, ma l’industria dell’audiovisivo resta un business importante con i suoi 70mila addetti. Dei 300 milioni si può valutare che circa 220 vadano alla produzione indipendente. Infatti, mentre la Rai investe solo su società indipendenti, Mediaset opera prevalentemente attraverso società di sua totale o parziale proprietà. Le produzioni italiane hanno un problema di costi e di risorse. Il costo medio orario della fiction generalista alta è al di sotto del milione. Sono le tv, acquisendone quasi in toto i diritti che finanziano la maggior parte, mentre la quota che si recupera dal mercato internazionale è inferiore al 10%.
Il volume di investimento di Sky non è dell’ordine di grandezza di quello di Rai e Mediaset. Le generaliste richiedono attori noti e costosi; Sky può invece puntare su attori bravi ma meno conosciuti. Però, facendo parte di un grande gruppo internazionale, può contare su una percentuale di ricavi esteri molto più elevata. Per Romanzo criminale è stata del 30%; per Gomorra del 35% circa; per Zero zero zero si prevede oltre il 60%. Un futuro targato Netflix. I giovani usano il computer, il palinsesto è «su misura». Netflix, il servizio che sta rivoluzionando la tv, forte di 60 milioni di abbonati nel mondo, dovrebbe sbarcare in Italia alla fine del 2015. House of cards con Kevin Spacey è la prima serie distribuita superando il concetto di palinsesto: 13 episodi messi online lasciando agli abbonati la scelta su come vederli. «Credo che sia il cambiamento più profondo» ha spiegato Ted Sarandos, 48 anni, presidente per i contenuti alla Netflix. «Chi scrive per noi sa che dovrà scrivere una cosa più simile a un film di 13 ore». Ma la vera rivoluzione è nell’organizzazione e nel sistema di selezione delle storie su cui puntare. Spiega Sarandos: «È molto meno rischioso produrre così che realizzare 50-70 piloti all’anno - in gran parte buttati - come fanno i network». Il budget annuale per i contenuti è di 2 miliardi di dollari, il 10% dei quali destinato alla programmazione originale. Basteranno una decina di euro per avere a disposizione tutte le serie sul proprio televisore o sul tablet. Finora le tv italiane sono rimaste al riparo da Netflix per il ritardo della rete a banda larga italiana: senza una buona connessione Internet, infatti, la qualità dello streaming si riduce. Ma questo ritardo ha dato la possibilità ai concorrenti italiani di guadagnare tempo. «Siamo tranquillissimi» risponde Andrea Scrosati, executive vice president programming di Sky Italia «la nostra offerta in streaming già esiste, naturalmente i diversi operatori si differenzieranno per il prezzo ma soprattutto per i contenuti. Le serie italiane sono motivo di orgoglio: Gomorra è stata venduta in 105 paesi, stiamo producendo la serie di Paolo Sorrentino sul Papa. Il pubblico vuole la qualità».
«L’arrivo di Netflix - ribatte Lorenzo Mieli, ad di Fremantle Media Italia - è favorito dal lavoro immenso che ha fatto Sky in questi anni: lo spostamento dal cinema alla televisione non riguarda solo la tv, è un fenomeno gigantesco. Ci sono società che hanno fatto solo cinema e che si stanno riconvertendo, è un mercato enorme, in crescita. Netflix ha un modello di business tutto suo: acquisice il 100% dei diritti ma paga il producer fee, una tariffa molto alta rispetto all’Italia. Potrà essere possibile fare fiction italianissime che viaggiano nel mondo». Le strategie. «Quanto serve la fiction al Paese e quanto aiuta a forgiare un’identità? » si chiede Marco Follini, presidente dell’Apt, l’associazione dei produttori televisivi. «L’industria va difesa ma c’è ancora molto da fare. Dal momento in cui la Rai esprime interesse per un progetto al contratto esecutivo passano mesi. Questa catena burocratica deve essere accorciata. L’aver aperto alla possibilità di presentare progetti online mi sembra una misura di trasparenza apprezzabile. Ma si deve intervenire anche sul trattamento dei diritti, oggi penalizzante: contestiamo la cessione in perpetuo e vanno tutelati i margini di autonomia e indipendenza delle produzioni esterne». Se migliaia di turisti italiani e stranieri hanno scoperto la Sicilia grazie a Montalbano e si moltiplicano le gite in Umbria per ripercorrere le strade di Don Matteo, le varie Film Commission dalla Puglia al Piemonte al Trentino Alto Adige, lavorano per promuovere il territorio attraverso la fiction. «È un circolo virtuoso» spiega Eleonora «Tinny» Andreatta, capo di Raifiction, 200 milioni di euro di budget (400 ore di fiction e più di 100 ore di cartoon). «Cerchiamo di differenziare l’offerta spiega - per parlare a molti pubblici. Abbiamo sostenuto la politica del girare in Italia, per valorizzare il nostro territorio. I soldi spesi nella produzione italiana tornano moltiplicati al Paese. Grazie al tax credit l’Italia può diventare un centro di produzione internazionale. Ora puntiamo anche sul Web: “Braccialetti rossi” insegna che l’attività dei social network funziona e il Web riporta il pubblico giovane davanti alla tv». Antonino Antonucci Ferrara, a capo della fiction di Mediaset, fa i conti coi tagli: «Abbiamo soldi per fare un centinaio di serate. Rispetto agli americani non c’è discussione, lì oltre alla genialità degli autori c’è una spesa per il prodotto che supera i 5 milioni di dollari a puntata. Abbiamo abbassato i costi, i budget non sono più quelli di una volta. Ma è un momento buono per la creatività, puntando sui giovani sceneggiatori e coinvolgendo i produttori di cinema». Gli investimenti di fiction di Rai e Mediaset dal 2008 a oggi: la crisi ha colpito l’industria. Nel 2014 il budget si attesta sui 300 milioni. La fiction italiana è soprattutto legata alle produzioni più popolari, non stupisce quindi che a guidare la classifica dei titoli più visti siano tutte produzioni di RaiUno. In testa la serie interpretata da Terence Hill". (Silvia Fumarola, 17.11.2014)

lunedì 13 febbraio 2012

NEWS - Non c'è più religione. Da stasera in Francia "Kabul Kitchen" ambientata in Afghanistan, a noi ci tocca "Don Matteo"
(ANSA) - PARIGI, 13 FEB - Si chiama 'Kabul Kitchen' la nuova e originale serie tv francese in onda da questa sera su Canal plus che racconta con humour le avventure di Jackj (Gilbert Melki) il gestore di un ristorante per stranieri in un'Afghanistan in guerra, dove si beve alcol a volonta', ci sono belle ragazze in bikini, si mangia buon cibo e il conto e' salato. La soap, tra commedia e dramma - dei registi Allan Maudit e Jean-Patrick Benes - parla di guerra, organizzazioni umanitarie, religione, burqa e ruolo della donna. 'Kaboul Kitchen' e' ispirato alla storia vera di uno dei produttori della serie, il giornalista Marc Victor, che ha vissuto in Afghanistan dal 2002 al 2008, aprendo un ristorante con piscina chiamato 'Atmosphere': ''Era diventato il luogo d'incontro degli stranieri - racconta - Non c'erano altri posti a Kabul dove potere distrarsi e diverstirsi''. Nel cast ci sono anche Simon Abkarian e Faycal Azizi.(ANSA).

giovedì 8 dicembre 2011

LA VITA E' UNA COSA SERIAL - Le web-series mettono a nudo Angeli e Conigliette
Gli Angeli e le Conigliette banchettano insieme all'Inferno. La scena varrebbe la pena di essere guardata e sicuramente avrebbe più audience dei rispettivi "Charlie's Angels" e "Playboy Club". La reboot(tanata) e il vintage non hanno funzionato e hanno creato le due prime vittime illustri di questo inizio stagione. Quasi in contemporanea con la loro dipartita, è stata lanciata la web-series "Dragon Age: Redemption", l'attesa web-series di 6 episodi di 10 minuti fortemente voluta, ideata, scritta ed interpretata da Felicia Day, già dietro l'esperimento on line di "The Guild". Ambientata nell’immenso mondo fantasy di Dragon Age, la serie videoludica creata da Bioware ed Electronic arts disegna una nuova (super) eroina a metà strada tra Elektra e Max Guevara di "Dark Angel". Sarà lei a scaldare l'autunno extra-televisivo? Sicuramente è una delle scommesse più interessanti di questo stantio avvio di stagione dove "American Horror Story" di Ryan Murphy è la svisata più fuori dagli schemi, una specie di "Famiglia Addams" passata sotto i bisturi dei due chirurghi di "Nip/Tuck". E se "Dragon Age" forse non sfigurerebbe in versione extra-large su un network tv, anche in Italia le web-series divampano dopo l'apri-pista "Freaks". Successore di quest'ultima è senz'altro "Mind - The Series", se non altro per il mistero che le unisce, seppur evidenzi una propria peculiarità addirittura più matura rispetto ai predecessori, senza mai scadere nel compiacimento e dando l'idea di una "naturalezza ricercata" assai rara per una serie sul web. Complimenti agli ideatori Damiano Ciano (sceneggiatore), Piergiorgio Seidita (regista) ed Emma Marino (attrice), dal quale incontro è nato il progetto con l'idea di "mettere in gioco le rispettive competenze". Colpisce anche "Flep the series" di Riccardo Riande, sit-com con al centro uno stagista addetto alle fotocopie che comunica con la macchina con la quale lavora manco fosse "Supercar". Aldilà del valore della serie, colpisce quell'attualità - la scena dello stagista precario preso in giro dall'assunto a tempo indeterminato è fenomenale - che le serie tv classiche disdegnano. Hanno ancora senso i vari "Distretto di Polizia" senza parlare dei black-block a Roma durante la sfilata degli "Indignati", i "Don Matteo" senza l'accenno allo scandalo pedofilia nella Chiesa, i "RIS" senza il mea culpa per indagini scientifiche che nella realtà non hanno scoperto alcun colpevole nei delitti eccellenti...Sul web invece emerge un fil rouge che unisce tutti coloro che si cimentano in produzioni lontane dall'Auditel a tutti i costi: la voglia di mettersi in gioco, la scommessa, tentare nuovi linguaggi, il confronto diretto con il pubblico senza intromissioni. E magari anche intercettare la realtà senza volerla per forza raccontare, inglobare, decifrare, catalogare. A quello ci pensa già la tv generalista, che a furia di mettersi le orecchie da coniglietta appare come una maschera di Carnevale in pieno autunno...
(Articolo di Leo Damerini pubblicato su "Telefilm Magazine" di Dicembre - @leodamerini)

lunedì 24 ottobre 2011


NEWS - E' on line la decima puntata del Tg Telefilm: il futuro della serialità italiana è sempre più sul web? Dopo "Freaks", occhio a "Mind" e "Flep"...
“Hanno ancora senso i vari 'Distretto di Polizia' senza parlare dei black-block, i 'Don Matteo' senza l'accenno allo scandalo pedofilia, i 'RIS' senza il mea culpa per indagini scientifiche naufragate?”. Tg Telefilm di Bonsai Tv (WWW.YOUTUBE.COM/BONSAITV) pone il problema e rilancia il futuro della serialità celebrando la freschezza, l’attualità e il successo tutto italiano di "Mind - The Series", "FREAKS!" e "Flep - The Series".
In più "Focus on" sull’attore statunitense Jason Behr: dagli “esordi pubblicitari” ai cameo in "Buffy" e "JAG", fino al ruolo di stupratore-fuggitivo nella serie "Breakout Kings". Promossi e bocciati nella classifica TOP&FLOP a cura dei ragazzi di Subsfactory. Questa settimana l’inglese "The Fades" passa il turno. Retrocessione senza “se” e senza “ma” invece per l’americanissima "Glee".
Inoltre, come ogni settimana, curiosità, classifiche, segreti e retroscena delle serie tv più attese, nel primo telegiornale completamente dedicato ai telefilm, presentato da Manuel Masi e giunto alla seconda stagione.
Tg Telefilm è realizzato da Bonsai TV. Ogni lunedì solo su www.youtube.com/bonsaitv.

lunedì 2 ottobre 2006

NEWS - Clamoroso, "il Commissario Rex" si sposa!
Lucca - (Adnkronos) - "Rex e Lady, da oggi vi dichiaro marito e moglie". Nulla di strano, una cerimonia di nozze come un'altra, se non che ad essere uniti in 'matrimonio', oggi pomeriggio alle 18, saranno due cani. Due pastori tedeschi, uno dei quali e' il celebre interprete della serie tv 'Il Commissario Rex' e che, in pochi lo sanno, ha sangue toscano nelle vene in quanto e' nato
nell'allevamento 'Turboland' di Spianate, nel Comune di Altopascio (Lucca). La particolare cerimonia nuziale sara' celebrata da un vero funzionario pubblico, il sindaco di Altopascio Maurizio Marchetti, nella splendida cornice di Villa La Reggia, che dista non molto dall'allevamento Turboland in cui il celebre cane poliziotto ha visto la luce, nel maggio del 1998. La fortunata che si unira' a Rex si chiama Lady, e sara' lei che avra' l'onore di partorire i primi e unici cuccioli che il proprietario del pastore tedesco vuole per il suo pupillo. Anche Lady proviene dall'allevamento Turboland della signora Antonella Niccolini e pare che tra Rex e la futura sposa il colpo di fulmine sia scoccato quest'estate, durante una visita fatta dal cane poliziotto, assieme al suo padrone Salvatore Battaglia, nell'allevamento che ha visto muovere i primi passi del divo a quattro zampe piu' celebre del mondo. Lady e Rex, da vere star hollywoodiane, arriveranno al loro matrimonio in limousine. Subito dopo la cerimonia, come ogni coppia che si rispetti, festeggeranno con 40 amici selezionati dal padrone Salvatore Battaglia, nel ristorante di Villa La Reggia. Al ricevimento e' stata allestita una piccola panca apparecchiata, su cui i due novelli sposi potranno consumare il cibo. Il menu? Ancora top secret, ma da Villa La Reggia assicurano che per i due celebri ospiti verra' approntata una cena toscana, impreziosita dal celebre olio extravergine delle colline lucchesi. Rex, che fuori dal set in realta' si chiama 'Alex', e' comparso
anche nella fiction 'Don Matteo' e nella vita di tutti i giorni ha compiuto alcune azioni eroiche, come dimostrano i risultati delle operazioni di soccorso della Protezione civile nazionale a cui ha partecipato. Il 27 agosto del 2000, infatti, il pastore tedesco fu premiato per aver salvato un anziano di 80 anni che si era allontanato dalla casa di riposo di Cinto Romano. Per scovarlo, Alex-Rex segui' le tracce dell'uomo per oltre 10 chilometri. Ed era stato sempre il commissario a quattro zampe a scovare i corpi dei tre vigili del fuoco morti sotto i detriti della palazzina di via Ventotene a Roma. Ma l'impresa forse piu' celebre fuori dal piccolo schermo, Rex l'ha compiuta negli Stati Uniti, a New York. Dove, dopo l'attentato dell'11 settembre alle Twin Towers, ha partecipato ad alcune fasi di recupero dei superstiti sotto le macerie. Nelle scorse settimane, il cane lupo piu' celebre del mondo ha partecipato alla realizzazione di un calendario con altre star dello spettacolo come Monica Bellucci e Fiorello, per sensibilizzare sul problema dell'abbandono in strada degli animali domestici. Dopo una frenetica vita mondana da star tv, a otto anni di eta' (che corrispondono circa ai 50 degli esseri umani), il commissario Rex ha deciso di sistemarsi e cosi' oggi convolera' a nozze con Lady. I loro cuccioli, dicono ad Altopascio, andranno a ruba.
(Nella foto, Rex in attesa di Lady)

giovedì 13 luglio 2006

DOSSIER - AUDITEL: LA GRANDE ILLUSIONE?
E se il metodo di rilevamento degli ascolti fosse "drogato"?
Viaggio tra dubbi, proteste e sentenze sull'Auditel, il vero "Grande Fratello" della tv.

Immaginatevi di vivere in una società da "Grande Fratello" (non quello del reality-show di Canale 5 ma quello originale di Orwell in "1984", che tutto controlla e tutto governa). Protagonisti di una società effimera che si basa su certezze che un giorno si scopre siano illusioni, come in "Brazil" di Terry Gilliam, "The Truman Show" di Peter Weir o, se siete giovanissimi, come in "The Island" con la coppia di fuggitivi Ewan McGregor-Scarlett Johansson. Oppure, visto che siamo un giornale di telefilm, immaginate di essere il Numero 6 de "Il Prigioniero", il quale per essere libero dall'isola che lo tiene segregato, deve scoprire chi sia il Numero 1. In effetti quest'ultimo esempio calza a pennello, visto che proprio di numeri si tratta. Nel "Telefilm Magazine" di novembre l'avevamo buttata un pò sull'ironico col pezzo intitolato "Noi, i Rex dei palinsesti", dove si prefigurava che i continui spostamenti o tagli dei telefilm sulle tv in chiaro fosse solo un metodo "per metterci alla prova", per verificare la nostra fedeltà da telefilmaniaci. Ora però, anche alla luce ad esempio della valanga di proteste per lo spostamento di "Veronica Mars", s'impone un'analisi più critica, alla radice del problema. Cos'è che provoca nella maggior parte dei casi lo spostamento (slittamento, soppressione) di una serie tv? La risposta, sempre nella maggior parte dei casi, sono gli ascolti troppo bassi. Tanto vero quanto il fatto che la tv satellitare - non ancora monitorizzata negli ascolti rete per rete - rispetto a quella generalista in chiaro che invece lo è, permette una filologia pressochè perfetta. La domanda successiva, che in realtà è un dubbio legittimo e guai se periodicamente non venisse posto, è: ma i rilevamenti degli ascolti sono attendibili? Sono lo specchio fedele di quello che guarda il pubblico italiano? Attorno a questa domanda ruotano i destini non solo dei telefilm, ma di tutta la televisione. Attori, registi, pubblicitari, direttori di reti, presentatori, giornalisti, addetti stampa, fiction e reality-show, quiz e partite di calcio, tv in chiaro e via satellite. Tutti in coda, alle 10 del mattino a scrutare le "pagelle" e i "verdetti" degli ascolti dai quali dipendono giubilo o sconforto, comunicati stampa entusiastici, analisi delle sovrapposizioni tra due programmi (quando le trasmissioni vanno in onda nello stesso periodo), profili d'ascolto (il pubblico "sezionato" per sesso, fasce d'età, regioni, scolarità), curve e picchi (le salite e le discese dell'audience, i momenti più visti), i contatti (quante persone si sono collegate per almeno un minuto sul tale programma), la penetrazione (che non è l'atto preferito da Rocco Siffredi ma si riferisce all'ascolto percentuale del target di riferimento della rete tv). Insomma, un gruppo di "feticisti", un club di maniaci del "minuto per minuto" che visto da fuori fa lo stesso effetto dei guardoni che s'infrattano nei club privè: non fanno del male a nessuno ma farebbero bene a trovarsi un partner prima o poi...Eppure da tutto questo - più in generale dagli ascolti - dipende sempre più la programmazione televisiva e, di riflesso, la sua qualità. Se i reality-show vanno forte, porte aperte ai reality show; se la musica fa poco audience, trasmettiamola a mezzanotte, non in prima serata. Se fa boom di ascolti un concorrente che s'ingolla un occhio di bue, la prossima puntata proviamo con la testa di una rana...Se una rete televisiva ha già raggiunto i propri obiettivi d'ascolto, perchè dovrebbe "sprecare" il telefilm attesissimo e già annunciato nella prima parte della stagione? Meglio tenerselo per la primavera. Scelte che non intendiamo giudicare in quanto a noi interessa il ragionamento successivo (o antecedente, dipende dai punti di vista). Qual è il campione scelto per rispecchiare tutto il pubblico italiano davanti al piccolo schermo? E' davvero rappresentativo? Davvero impazziscono tutti per la lite Zequila-Pappalardo o s'appassionano all'infinita telenovela Albano-Lecciso? Domande che negli ultimi tempi vengono poste sempre più spesso - non solo tra gli addetti ai lavori - che hanno portato a proteste, provvedimenti, richieste di soppressione, prese di posizione dell'Authority per le Telecomunicazioni e, addirittura, sentenze giuridiche clamorose. Nato il 3 luglio 1984 con l'intenzione manifesta di essere "la sola fonte riconosciuta dei dati d' ascolto televisivi in Italia" e avente come scopo ultimo "la rilevazione oggettiva e imparziale degli indici di ascolto, a fine pubblicitario, delle trasmissioni televisive", Auditel si è sempre tirata dietro critiche e dissensi. Se possiamo fare un paragone quantomai attuale, come gli arbitri di calcio. Solo che ultimamente, forse a causa dell'utilizzo sempre più schizofrenico e spregiudicato dei dati d'ascolto da parte dei media tout court (in sede analitica, critica e politica) - non più come originariamente erano concepiti "a fine pubblicitario" - si è passati dai dubbi alle ordinanze giudiziarie. Fa ridere la confessione del signore che faceva parte del campione Auditel il quale per barare inseriva il codice della nonna ottuagenaria e si collegava con gli spot hard alle 3 del mattino. Fa meno ridere la presa di posizione del 10 novembre 2004 dell'Autorita' per le garanzie nelle Comunicazioni che ha chiesto modifiche al sistema di rilevazione degli ascolti tv Auditel: ''Dopo un'approfondita analisi compiuta con l'apporto dei tecnici dell'Istat, l'Autorita' ha rilevato delle criticita' sulla composizione del campione e sulla modalita' di estrazione dei componenti del panel ed ha convocato i responsabili dell'Auditel per un incontro per chiarire gli aspetti delle criticita' individuate e predisporre successivamente una delibera di indirizzo che riguardi le eventuali modifiche da proporre. Cambieranno anche le modalita' nella diffusione dei dati di ascolto televisivo che non si limiteranno soltanto alla quantita' ma anche a dati di comportamento a garanzia dei cittadini". Una prima picconata (passata quasi sotto silenzio della stampa: non fate dietrologie, il fatto che la Federazione editori dei giornali abbia firmato la lettera di varo dell'Auditel non c'entra affatto), alla quale è seguita la seconda. Il 14 luglio 2005 l'Autorita' per le Garanzie nelle Comunicazioni, presieduta da Corrado Calabro', ha adottato ''un atto di indirizzo di portata generale che individui regole di governance rivolte ad assicurare l'indipendenza e la neutralita' delle rilevazioni'' dell'Auditel. E visto che non c'è 2 senza 3, ha fatto scalpore ad aprile 2005, un'ordinanza della Corte d'Appello di Milano, su istanza di un gruppo di televisioni, che ha inibito la diffusione di tutti idati di ascolto relativi al mercato tv satellitare definendoli "non congrui e non rappresentativi della realtà". I detrattori dell'Auditel hanno cantato vittoria per una sentenza "storica". In pratica, sempre se ci permettete il paragone, è come se si fosse sottoscritta la promessa di avere due arbitri in campo invece di uno solo (a patto che non siano corrotti, ovviamente). Ultimo capitolo recente e lampante: il 16 maggio 2006, l'Autorita' per le Garanzie nelle Comunicazioni presieduta da Corrado Calabro', ha ufficialmente "giudicato il sistema dell'Auditel inadeguato alle esigenze attuali del mercato e ha dettato principi generali che riguardano in particolare la governance delle societa' di rilevazione e i criteri metodologici d'indagine basati sui 'campioni statistici' e sulla rappresentativita' dei risultati". In pratica, una sorta di ristrutturazione annunciata. Ma al di là degli iter giuridici, appare evidente che l'Auditel, basandosi fedelmente sul rapporto Istat che denuncia un' Italia sempre più anziana, registri il suo campione di conseguenza. Un pubblico rappresentativo (virtuale) in gran parte anziano che ha sempre più premiato show come "Ballando con le stelle" e fiction di santi e papi, che elegge Pippo Baudo e la sua classicissima "Domenica In" come re della domenica, ma che non aspettiamoci innalzi in vetta telefilm piuttosto sovversivi e destabilizzanti come "Nip/Tuck" o "Desperate Housewives". Il telefilm delle casalinghe disperate ha sfiorato una media del 13% di share sul totale degli individui, ma ha segnato il 16% di media nella fascia d'età compresa tra i 15 e i 64 anni. Un'audience contestatissima se si pensa che tempo fa "Affari Tuoi" era in testa nella sua fascia oraria vincendo solamente nel target d'età over 65 anni, mentre perdeva sistematicamente in tutte quelle comprese tra i 15 e i 64 anni in entrambi i sessi: bastava attirare gli anziani per aggiudicarsi la partita. Appare più facile incontrare persone che ti chiedano chi sia il Macellaio di "Nip/Tuck" che i fans di Terence Hill in "Don Matteo"; si parla di più delle imitazioni dei concorrenti del "Grande Fratello" presentate dalla Gialappa's Band che degli originali del reality-show di Canale 5. Emerge una società "fantasma", parallela, sotterranea; "Compagni di Baal"* che emergono ogni mattina alle 10 e poi scompaiono, si rintanano in casa di fianco all'infermiera che gli tiene il catetere - come ha immaginato Gianni Boncompagni - rischiano la vita ad ogni soprassalto di novità. Tra l'altro, ai pubblicitari per i quali Auditel era stato inizialmente concepito, interessa per gli investimenti solo la fascia d'oro 15-64 anni, quella del cosiddetto "pubblico attivo" che la Rai ha aspramente contestato recentemente quando è stata accolta da Auditel la richiesta di Mediaset di rendere pubblica anche questa fascia (salvo poi fare marcia indietro sommersa dalle polemiche, anche politiche, pochi giorni prima delle elezioni). In soldoni: lo spot dell'ultimo modello di auto extra-lusso o di cellulare, secondo voi, troverà più aspiranti acquirenti tra il pubblico di "Dr. House" e "Lost" oppure tra quello che non perde una puntata de "I raccomandati"? Forse è brutto parlare di vil denaro, di numeri, di percentuali e di share, ma finchè vale il detto inglese "money is the root of all evil", bisogna tenerne conto.

Accademia dei Telefilm
(Articolo tratto dal "Telefilm Magazine" di Luglio)

* "I Compagni di Baal": telefilm cult francese del 1968 che raccontava di una società segreta fondata da Nostradamus verso il 1550. Si veda il Nuovo "Dizionario dei Telefilm" (Garzanti), pag. 195.

domenica 11 giugno 2006

L’EDICOLA DI LOU - Stralci e commenti sui telefilm dai giornali italiani e stranieri
A cura di: Leo “Grant” Damerini

CORRIERE MAGAZINE
Gli orientamenti generazionali di "The O.C."
"'The O.C.' orienta i comportamenti dei giovanissimi, tanto da incuriosire i sociologi. Anche l'omosessualità femminile è mostrata come un fatto naturale e non una eccezione, tanto poi le stesse vanno anche con i ragazzi. Il gruppo è la sorgente dei propri valori usa e getta, perchè mutano a seconda dell'umore. Che bel modello educativo!".
(Rosa Alberoni, 23.02.06)

VANITY FAIR
"Patrick Dempsey l'ho scelto io!"
"Al provino di 'Grey's Anatomy' mi hanno fatto vedere 6 uomini. Ho puntato il dito e ho detto: 'voglio Patrick Dempsey!'".
(Ellen Pompeo, 23.02.06)

L'UNITA'
Peter Falk meglio di Berlusca
"Ce l'abbiamo con Berlusconi per ragioni propriamente televisive. Infatti domenica sera, mentre ci apprestavamo come altri fans a registrare un episodio della serie del tenente Colombo, ci siamo trovati il premier rialzato e rimboschito che imperversava su Rete4. E occupava lo spazio di Peter Falk ripetendo le boiate pazzesche con le quali ci va ammorbando da mesi. E' troppo! Un editore non può sostituirsi a un telefilm. Agnelli non ha mai tentato di farsi passare per una Cinquecento".
(Maria Novella Oppo, 07.03.06)

IL GIORNALE
Mannaggia a "C.S.I.", evviva "Sex and the City"!
"Il vero competitore del 'Grande Fratello' non è 'Don Matteo ma 'C.S.I.'. Faremmo 2 o 3 punti in più senza la serie di Italia 1. Comunque io non vedo l'ora che mi offrano un ruolo in una serie stile 'Sex and the City'. Se qualcuno la fa, mi metto subito in lista"
(Alessia Marcuzzi, 15.03.06)

CORRIERE DELLA SERA
"Basta recitare in bikini a 'Lost'!"
"Ogni volta che mi arriva un copione tremo, chiedendomi in quante scene dovrò apparire nuda o quasi. Le mie inquadrature senza veli, diciamolo, sono perlopiù gratuite, e per fortuna non mi hanno ancora assoggettato al nudo integrale nè mi hanno imposto di fare sesso con 6 uomini alla volta".
(Evangeline Lilly, 20.03.06)

ANSA
Don Matteo come Trinità
"Piu' passa il tempo piu' Don Matteo, specie in questi ultimi episodi che stanno chiudendo la quinta serie, finisce con l'assomigliare a Trinita' per una sua ironia e un gusto del vivere che e' anche il mio nel recitare questi due personaggi".
(Terence Hill, 27.03.06)

LO SPECCHIO
I telefilm, la traccia comune degli adolescenti
"'Lost', 'The O.C.', 'Una mamma per amica' sono la traccia comune su cui gli adolescenti confrontano la loro esperianza di relazione. Le strutture narrative di questi telefilm non sono affatto rozze o distanti dal reale. Nella maggior parte dei casi hanno un forte collegamento con le esperienze individuali più diffuse, si possono permettere di costruire un'epica del quotidiano, i personaggi riscuotono consensi che in alcuni casi sono moltiplicati attraverso capillari dissertazioni in rete: Internet ne riflette le vicende attraverso i fans club che si scambiano trame e notizie".
(Gianluca Nicoletti, 15.04.06)

mercoledì 3 maggio 2006

TELEFILM FESTIVAL 2006 - E' "Lost" il telefilm più visto della stagione: Accademia dei Telefilm rivela le classifiche delle serie tv più seguite dell'anno
(ANSA) - MILANO, 3 MAG - 'Lost' tra gli stranieri e 'Don Matteo 5' tra gli italiani sono - secondo i dati forniti oggi dall'Accademia dei Telefilm, che organizza il Telefilm Festival di Milano - i telefilm piu' visti della stagione compresa tra lo scorso settembre e il 28 aprile. Tutte le cifre si riferiscono alle medie complessive realizzate da ciascuna serie.
Telefilm stranieri:
1) Lost (3.785.000 spettatori - 15% di share)
2) C.S.I. Miami (3.668.000 spettatori - 14.5% di share)
3) C.S.I. NY (3.119.000 spettatori - 11.5% di share)
4) C.S.I. Scena del Crimine (3.096.000 spettatori - 12.2% di
share)
5) Desperate Housewives (2.865.000 spettatori - 11.4% di share)
6) Grey's Anatomy (2.843.000 spettatori - 11.3% di share)
7) The O.C. (2.742.000 spettatori - 10.3% di share)
8) DR. House - Medical Division (2.524.000 spettatori - 12% di
share)
9) Medium (2.508.000 spettatori -10% di share)
10) E.R. - Medici in prima linea (2.406.000 spettatori - 9% di
share)
Telefilm italiani:
1) Don Matteo 5 (6.823.000 spettatori - 26.7% di share)
2) Gente di mare (6.407.000 spettatori - 26.5% di share)
3) Distretto di Polizia 5 (6.124.000 spettatori - 25.4% di
share)
4) Carabineri 5 (4.470.000 spettatori - 19.9% di share)
5) Un medico in famiglia (3.792.000 spettatori - 17.4% di
share) 6) Belli dentro (3.518.000 spettatori - 20.3% di
share)
7) Il mammo (3.478.000 spettatori - 18.7% di share)
8) La squadra (2.508.000 spettatori - 9.3% di share)
9) Love Bugs 2 (1.914.000 spettatori - 8.5% di share)
10) Casa Vianello (1.762.000 spettatori - 6.3% di share)
(ANSA).

"Il trivial game + divertente dell'anno" (Lucca Comics)

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Il GIOCO DEI TELEFILM di Leopoldo Damerini e Fabrizio Margaria, nei migliori negozi di giocattoli: un viaggio lungo 750 domande divise per epoche e difficoltà. Sfida i tuoi amici/parenti/partner/amanti e diventa Telefilm Master. Disegni originali by Silver. Regolamento di Luca Borsa. E' un gioco Ghenos Games. http://www.facebook.com/GiocoDeiTelefilm. https://twitter.com/GiocoTelefilm

Lick it or Leave it!

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