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lunedì 23 gennaio 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
"Atlanta", tra denuncia e umorismo tagliente
"Atlanta non è solo la citta delle pesche, di Via col Vento («After all, tomorrow is another day»), delle Olimpiadi del 1996 ma è anche, a quanto pare, il cuore pulsante della scena hip hop americana. Così almeno racconta «Atlanta» la serie creata da Donald Glover, che ne è anche protagonista (Fox, canale 112 di Sky, giovedì, ore 23). In 10 episodi da 25 minuti, seguiamo le vicende di un rapper indipendente (Alfred, in arte Paper Boi) che vende droga per campare e finanziarsi, e di suo cugino Earn (Glover) che vorrebbe fargli da manager, senza troppo successo. Tra l'altro, i suoi genitori non lo vogliono più vedere e anche con la compagna non se la passa tanto bene. C'è un terzo personaggio, Darius, braccio destro del rapper ma costantemente «fumato» e inaffidabile. A far emergere la speranza dai sobborghi della città in cui vengono ambientate le storie dei giovani ragazzi è proprio l'hip hop, visto come l'unica via di fuga per le maggiori comunità afroamericane del Paese. Lo scenario in cui si muovono i protagonisti sono le cosiddette trap house, case semi-abbandonate o occupate abusivamente adibite alla produzione o smercio di droghe in un intricato labirinto di piccoli vicoli, ideali per le attività illegali. La serie è interessante perché mescola generi diversi. In apparenza sembra quasi un'opera di denuncia (miseria, degrado, razzismo, brutalità delle forze dell'ordine...), ma i dialoghi sono così surreali e pieni di humour da contraddire ogni intento di denuncia. Gli americani chiamano questa commistione «dramedy», la fusione tra drama e comedy, un registro molto difficile da praticare. E un umorismo tagliente quello di Donald Glover, sotteso in ogni inquadratura come uno strumento di interpretazione insostituibile, con il quale ci si può destreggiare anche fra le miserie della vita. Dopotutto, ad Atlanta, domani è sempre un altro giorno". (Aldo Grasso)

domenica 22 gennaio 2017

GOSSIP - Lena Dunham in procinto dell'addio a "Girls": "non rifarei una serie con 4 donne bianche!"
Lena Dunham takes the cover of Nylon magazine’s February 2017 issue.
Here’s what the 30-year-old Girls actress had to share with the mag:
On what she’d change about Girls: “I wouldn’t do another show that starred four white girls…When I wrote the pilot I was 23…I was not trying to write the experience of somebody I didn’t know, and not trying to stick a black girl in without understanding the nuance of what her experience of hipster Brooklyn was.”
On Donald Trump: “It’s going to be interesting promoting this show right after Trump is inaugurated. The final season definitely tackles some topics that are complicated and wouldn’t be beloved by the incoming administration. Hopefully it’ll bring up important conversations, and not just become the worst Twitter abuse storm in history—or it will.”
On public criticism: “I used to think the worst thing in the world could be for someone to have a thought about you that you didn’t have yourself. Now I’m like, ‘Have at it, guys!’”
For more from Lena, visit Nylon.com.

venerdì 20 gennaio 2017

NEWS - Netflix, la resa dei conti: 93,8 milioni di abbonati nel mondo, utili pari a 186 milioni di dollari ma business in perdita fuori dagli Usa (maxi-investimento di 6 miliardi di dollari nel 2017)

Articolo tratto da "Italia Oggi"
Ciascuno dei 3.500 dipendenti di Netflix vale ricavi per quasi 2,4 milioni di euro all'anno. E anche in questa correlazione, che conferma il basso utilizzo di capitale umano (a Sky Italia, per esempio, ciascun dipendente vale 750 mila euro di ricavi all'anno), sta uno dei punti di forza dell'azienda americana di streaming online a pagamento che ha nel mondo, e non in una sola nazione, il suo mercato. Ha chiuso il 2016 con ricavi complessivi pari a 8,830 miliardi di dollari (8,324 mld di euro), 30,2% sul 2015, un risultato operativo di 379 milioni di dollari (24,2%) e utili pari a 186 milioni di dollari (175,3 min di euro). Complessivamente Netflix ha 93,8 milioni di abbonati nel mondo, di cui 49,4 milioni negli Usa (10,5% sul 2015) e 44,3 milioni negli altri paesi (47,6% sul 2015). A livello di ricavi, circa 5,1 miliardi di dollari (4,8 mld di euro) arrivano dagli abbonati Usa (il business è parecchio profittevole, con un primo margine positivo per 1,8 miliardi di dollari), circa 3,2 miliardi di dollari (3 miliardi di euro) dagli abbonati fuori dagli Stati Uniti (business ancora in perdita, con un primo margine di contribuzione negativo per 308 milioni di dollari), e 542 milioni di dollari dal noleggio e vendita di dvd (il business da cui Netflix è nata), anch'esso ancora molto profittevole (279 min di dollari di primo margine).

Nel 2017 il gruppo si prepara a un investimento monstre da 6 miliardi di dollari (5,65 mld di euro) nella produzione di nuovi contenuti, dopo i 4,7 mld di euro investiti nel 2016. E nel portfolio di Netflix ci sono serie come The Crown, Stranger Things, Luke Cage, Black Mirror, Gilmore girls, The OA, Trollhunters, oltre ai classici Orange is the new black, Narcos o House of cards, le cui riprese della quinta stagione inizieranno nel secondo trimestre 2017.
Quanto a investimenti in contenuti locali, il gruppo di streaming tv a pagamento ha appena siglato un accordo a lungo termine con la casa di produzione Red Chillies entertainment dell'attore indiano Shah Rukh Khan, considerato la più grande star mondiale del cinema e i cui film e produzioni, da qui in poi, saranno esclusive Netflix. Mai come ora la società fondata e presieduta da Reed Hastings è fiduciosa che, a dieci anni di distanza dal debutto nella tv in streaming a pagamento, sia proprio il consumo di video sul web il business del futuro in grado di soppiantare la classica tv lineare: «Amazon Prime Video di recente si è sviluppata molto, ricalcando sostanzialmente la nostra presenza nei mercati mondiali», spiegano da Netflix, «mentre il consumo di video è sempre maggiore, in termini di minuti, su YouTube e inizia a decollare pure su Facebook. La stessa Apple, in base ad alcune indiscrezioni, dovrebbe aggiungere i video ai suoi servizi musicali, mentre le tv satellitari, un po' in tutto il mondo, si stanno specializzando pure nel business della distribuzione multi-channel di video su Internet. Ci sono poi operatori nuovi come Molotov tv in Francia o Hulu che stanno realizzando una loro interfaccia nativa digitale per pacchetti legati invece ai network tv classici. I quali, peraltro, iniziano a privilegiare il web alla tv lineare per il debutto di serie o programmi. Per esempio la Cbs sta producendo la serie Star Trek esclusivamente per la sua piattaforma di video on demand in abbonamento, mentre la Bbc ha già annunciato alcune nuove stagioni di serie tv che saranno disponibili prima in streaming on demand e solo successivamente sulla tv lineare. Hbo, probabilmente, farà la stessa cosa»

giovedì 19 gennaio 2017

NEWS - "Mr. Robot" su Sky? La nuova Premium come Airbnb: canali in affitto su altre piattaforme (come Fox). Nuova filosofia low-cost: basta calcio, De Filippi e D'Urso on demand per fare cassa all'insegna del soprav-Vivendi 
News tratta da "Italia Oggi"
Nel piano 2017-2020 presentato ieri a Londra, i vertici di Mediaset ribadiscono, in sostanza, che il core business del gruppo è e sarà assolutamente legato alla tv free e ai video in chiaro nel mondo digitale, con una struttura di ricavi nella quale rimarrà decisiva la raccolta pubblicitaria. La pay tv, che negli ultimi tempi ha avuto impatti molto pesanti sui bilanci del Biscione (perdite attorno ai 200 min di euro nel 2016), sarà invece un business molto ridimensionato. Mediaset rimarrà editore di canali pay non sportivi, che però verranno anche ceduti a terzi, da Sky alle offerte a pagamento delle società telefoniche. La piattaforma del digitale terrestre, inoltre, sarà aperta ad altri editori (tipo Discovery) interessati ad accedere, con una semplice mossa, a un parco di 2 milioni di abbonati, 4 milioni di card prepagate e 6 milioni di device (dalle smartcam ai decoder, passando per le app di Premium già installate nelle smart tv). I diritti tv dello sport, e in particolare del calcio, invece non saranno più una stella polare di Premium: si parteciperà alle aste, ma senza fare pazzie (ergo: difficilmente si vinceranno pacchetti pay). D'altronde non è casuale che il piano Mediaset preveda per il 2020, proprio per effetto del nuovo ruolo della pay tv, un miglioramento dell'ebit (risultato operativo) di 200 milioni di euro. Miglioramento che si potrà ottenere semplicemente risparmiando i 220 milioni di euro all'anno che Mediaset ha pagato per i diritti tv della Champions league di calcio nel triennio 2015-2018, e che, dalla stagione 2018-2019, potrebbe non pagare più. Insomma, una Premium più leggera e low cost. Aveva un senso fare forti investimenti nel 2008, quando si doveva frenare l'ascesa di Sky Italia. Ora la pay tv satellitare è stabile da qualche anno, e allora spendere così tanto per i diritti tv non è più una priorità per Cologno Monzese. Detto questo, il piano Mediaset fissa per il 2020 un miglioramento complessivo dell'ebit pari a 468 milioni di euro. Circa 90 milioni di ebit in più arriveranno dalla crescita della quota Mediaset del mercato pubblicitario italiano, che passerà dall'attuale 37,4% al 39-39,5% nel 2020. Altri 45 milioni di ebit in più saranno realizzati nel business dei contenuti, con ottimizzazioni e nuovi investimenti redditizi. Dieci milioni di ebit aggiuntivi verranno dalle attività sul mondo radiofonico. E altri 123 milioni dalla nuova organizzazione del gruppo, con un piano che, tuttavia, non prevede esuberi. Tutti questi addendi, sommati ai 200 milioni di ebit in più della pay tv, danno, appunto, come risultato finale i 468 milioni aggiuntivi di risultato operativo 2020. La voce di ricavi più importante resterà, come detto, quella legata alla raccolta pubblicitaria, che per Mediaset si è chiusa col dicembre 2016 in crescita del 4,1% sullo stesso mese dei 2015. Il gruppo di Cologno Monzese (guidato dal vicepresidente e a.d. Pier Silvio Berlusconi), al momento, nella tv controlla il 32% di share e il 56,3% degli investimenti pubblicitari; sul digital ha già 22 milioni di user al mese e il 7,8% della raccolta; sulla radio il 22% di audience e il 20% della torta pubblicitaria. Oltre alla leadership nel classico mercato della tv in chiaro, Mediaset, da qui al 2020, punta molto al pro-grammatic e alla pubblicità indirizzabile a target precisi su smart tv, pc, tablet e smartphone. «Nel 2018», spiegano gli uomini del Biscione, «Auditel lancerà la misurazione della total audience, con un panel molto ampio di 15 mila famiglie. In questo modo si potrà valutare l'effettiva audience generata dai contenuti Mediaset, lineari e non lineari, sui vari device». Già nel 2016 su 100 euro di ricavi pubblicitari totali del programmatic, circa 20 arrivavano da contenuti non lineari. E poiché il non lineare prenderà sempre più piede, secondo le previsioni del Biscione, con questa modalità precisa e profilata, si potranno aumentare i prezzi di listino del 15-20%. Inoltre, con la pubblicità «indirizzabile», ovvero offerta solo a certi target attraverso smart tv, pc, tablet e smartphone, i prezzi di listino potranno crescere del 10-15%. In un combinato disposto che, da solo, porterà a un aumento dell'1,2-1,4% sul totale dei ricavi pubblicitari. Il business della radio, invece, nel periodo, dovrebbe avere un incremento dei ricavi pubblicitari del 15-20%. E proprio in questo comparto Radio 105 ha appena potenziato il suo segnale comprando frequenze a Parma e provincia, Agrigento, Catania e provincia, Treviso, Venezia, Padova, e in provincia di Bergamo. La pubblicità è importante. Ma c'è anche la produzione di contenuti originali per la tv in chiaro e locali, su cui il Biscione spingerà molto. Soprattutto perché, come fa notare lo stesso documento presentato a Londra, la Champions league di calcio vale 6 punti di share in meno rispetto a programmi come Amici o Ciao Darwin, e vale meno della metà in termini di grp. Si avvieranno pure co-produzioni con Mediaset España su una serie tv; ci sono ipotesi di alleanze con altri broadcaster per prodotti scripted locali; Mediaset, invece, si terrà lontana da mega produzioni internazionali rischiose e a forte intensità di capitale. Sul digitale, infine, Mediaset si concentra sul mercato dei video gratuiti finanziati dalla pubblicità, ed entro il 2017, come già anticipato da ItaliaOggi, verrà lanciata una nuova piattaforma Avod (advertising video on demand), con una user experience simile alla piattaforma Svod (video on demand pagando un abbonamento) di Infinity, e che avrà grossi benefici dalla partnership con Studio 71. Piace questa metafora: la piattaforma Avod come una sorta di Spotify; la piattaforma del digitale terrestre di Premium come una specie di Airbnb.

mercoledì 18 gennaio 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

LA STAMPA
Ultime battute per "Girls", ecco perchè ci mancherà
"Ci voleva Lena Dunham, enfant prodige della scrittura e della regia, perché la normalità - che parola stupenda - dell'essere donna arrivasse a migliaia e migliaia (e anche di più, forse) di persone. Se Girls, la serie tv che ha creato, scritto e - qualche volta - diretto per Hbo, ci mancherà (e ci mancherà, non dubitatene) è anche per questo: per l'onestà, talvolta estrema, con cui ha saputo raccontare il mondo e, in particolare, New York e i suoi abitanti. Hannah, la protagonista, interpretata dalla stessa Dunham, è un'aspirante scrittrice; ha tre carissime amiche, una vita sessuale travagliata e soffre di depressione. Sembra il profilo perfetto per il personaggio di uno show televisivo, e invece è molto più di questo: è reale. Lo spettatore tende a provare empatia per Hannah (anche se è così particolare, e viziata e assurda); e segue la sua storia non solo per noia, ma perché è curioso, perché ci si riconosce. Certo, anche Girls ha avuto i suoi problemi (accuse di razzismo e elitarismo) ma ha mantenuto nel corso degli anni un andamento (quasi) crescente, dove ogni personaggio ha avuto la sua parte e la sua dignità. La rivoluzione che la Dunham e le sue Girls hanno iniziato è una rivoluzione mediatica, a tutto tondo. Titolo: chi sono le donne e che cosa vogliono. Durante le sue cinque stagioni (dal 12 febbraio su Hbo andrà in onda la sesta e ultima), Girls è cambiata: ha raccontato prima un aspetto, poi un altro della vita delle sue protagoniste; ha messo a fuoco, con incredibile lucidità, il maschilismo - che non è solo un atteggiamento degli uomini ma un'idea che appartiene anche alle donne - e la latitanza di una classe di intellettuali. Il merito è della Dunham, ovviamente: suo, della visione disincantata che ha del mondo e del coraggio che ha dimostrato nel sapersi confessare". (Gianmaria Tammaro

martedì 17 gennaio 2017

NEWS - Clamoroso al Cibali! Via libera allo spin-off di "Game of Thrones": sarà un prequel!

News tratta da Slashfilm.com
Casely Bloys spoke with Entertainment Weekly, where he said that a theoretical Game of Thrones spin-off would probably be a prequel:
A prequel feels like it has less pressure on it [than a spin-off]. [Author George R.R. Martin’s history of Westeros] gives you areas in which to say to a writer, “If you were going to do this, then go flesh it out,” and we’ll see what comes back. But I don’t feel any pressure that we have to have something.
If you put HBO’s original programming president Casey Bloys in the same room as a bunch of entertainment journalists, two questions are bound to come up: how many episodes will be in the final season of Game of Thrones and will there be a spin-off series, possibly set in a different era of Westerosi history? Bloys addressed both questions during the Television Critics Association press tour.
While Bloys did talk about other shows, including the possibility of more The Night Of and the Deadwood movie David Milch is supposedly writing, let’s focus in on this quote (via Variety), where he says that a Game of Thrones spin-off is far from set in stone, but yes, they are talking about it:
All I can say is that we’re exploring it. We don’t have any scripts, we’re not even close to saying “Oh let’s do this.” But it’s a big enough property that we would be foolish not to explore it. It’s a really rich world. We’d be foolish not to look at it.
Every time I write about possible Game of Thrones spin-offs, I tend to bring up George R.R. Martin’s Tales of Dunk and Egg novellas, which take place 90 years before the events of the novels/series and follow a wandering hedge knight and his young squire who leave behind…let’s just say unlikely legacies. And I bring them up for good reason: they’re excellent as standalone stories but remarkable when viewed in context of the larger timeline, when the long shadows these characters leave can be fully examined. If there’s a spin-off series, I imagine this would be HBO’s go-to source for more stories, although I certainly wouldn’t be opposed to another series set during Robert’s Rebellion, where younger version of Ned Stark, Tywin Lannister, and Robert Baratheon could have key roles.
Meanwhile, Bloys was unable to shed any light (“We are talking about it”) on how many episodes will be in the show’s eighth and final season. We do know that the seventh, which is expected to premiere this summer, will consist of only seven episodes, three less than usual. It’s been suggested that the final season will be only six episodes long, but with other people involved in the production suggesting that we have 15 hours of show left, we have to wonder if we’ll be getting shorter seasons but longer episodes or even some kind of super-sized series finale.
In any case, we can expect the final hours to kill off just about everybody, which is the Game of Thrones way.

lunedì 16 gennaio 2017

NEWS - Ufficio telefilm sottovalutati. Da stasera "Le Bureau" con Kassovitz, l'"Homeland" francese post Bataclan e Charlie Hebdo

Articolo tratto dal "Corriere della Sera"
E' la risposta francese a Homeland, la serie tv che ha messo a nudo le inquietudini del presente raccontando di un prigioniero di guerra americano che si converte all'Islam e una volta tornato in patria lavora al servizio di Al Qaeda. Le Bureau - Sotto copertura fa un passo di lato (c'è meno azione), ma anche uno in avanti perché è basata su testimonianze reali di ex spie francesi e ispirata a eventi contemporanei. Il protagonista è Mathieu Kassovitz, conosciuto per i suoi ruoli in Amélie e Munich e come regista che fulminò Cannes con L'odio sugli scontri nelle banlieue di Parigi. «E una serie tv molto ben documentata — spiega l'attore 49enne —: è la prima volta che il pubblico ha la possibilità di capire come funziona il sistema dietro le quinte, meglio di quanto possano aver fatto serie anche molto belle come Homeland. Le Bureau è molto accurata sulle questioni di geopolitica e su come lavorano i servizi segreti. È qualcosa di diverso rispetto a quello a cui siamo abituati». Ormai è la realtà che anticipa la finzione: «Charlie Hebdo e il Bataclan hanno avuto luogo mentre giravamo, ed entrambe le volte ci siamo ritrovati la mattina seguente, guardandoci l'un l'altro, a recitare scene che erano vicine alla situazione reale. È per questo che la serie è convincente: il pubblico si ritrova in qualcosa che è molto vicino a quello che vede al telegiornale». Le Bureau - Sotto copertura parte stasera con 10 episodi ogni lunedì alle 21.15 su Sky Atlantic. In Francia è stata un successo, celebrata da Le Monde per l'accuratezza della ricostruzione politica, mentre Le Nouvel Observateur l'ha paragonata a Mad Men per l'intreccio minuzioso tra le dinamiche di lavoro e quelle personali. Malotru, il personaggio interpretato Kassovitz, è un equilibrista della menzogna, anche nella vita privata non riesce sa non agire sotto copertura. È un funzionario dell'intelligence che torna a Parigi dopo sei anni come agente sotto falsa identità in Siria. Diviso tra l'amore e la fedeltà, abituato a vivere nella bugia, Malotru deve affrontare la sfida di ritornare alla vita normale, di riprendere le relazioni con la ex moglie, la figlia, i colleghi, di rientrare nella sua vecchia e reale identità. «Cerca sempre di nascondere la sua personalità, nemmeno io so ancora chi è esattamente, devo ancora capirlo. È un uomo con un'etica, ma talvolta la sua etica personale va contro gli ordini che deve eseguire. Il suo lavoro è mentire e quando inizi a mentire devi continuare a farlo, non c'è uscita: chi ti sta vicino avrà sempre il dubbio se dici la verità o stai mentendo».

sabato 14 gennaio 2017

venerdì 13 gennaio 2017

NEWS - "Pensate se Italia e Francia collaborassero per creare serie tv...": Arnaud de Puyfontaine, CEO di Vivendi, scrive a "La Repubblica" motivando le mosse dei francesi con Mediaset

Lettera di Arnaud de Puyfontaine pubblicata da "La Repubblica"

Caro Direttore, In questi ultimi mesi sono state scritte molte cose sul gruppo Vivendi. Alcune esatte altre meno, ma tutte hanno contribuito ad alimentare un acceso dibattito in Italia. In qualità di Ceo di Vivendi, ho deciso di intervenire in prima persona per ristabilire qualche verità sull'azione positiva svolta da Vivendi in Italia. Azione che in alcuni casi è stata fraintesa o male interpretata. Tanto che alcuni hanno sintetizzato i nostri sforzi come opachi, speculativi o dettati da sete di conquista, suscitando in questo modo ostilità o sfiducia. E' esattamente il contrario. Siamo in Italia per realizzare un progetto ambizioso, di lungo termine, costruito su ciò che l'Italia e la Francia hanno in comune: la vicinanza della loro tradizione latina. L'Italia, poi, ha molto da offrire cultura, storia, esperienza, talento, professionalità, creatività, bellezza. In altre parole, voglio sottolineare che è proprio l'italianità al centro del nostro progetto. In particolare, pensiamo che essa sia una risorsa formidabile per generare crescita sia in Italia, sia in Francia. Ecco perché vogliamo dare più importanza e valore all'italianità delle aziende di cui siamo azionisti, consolidando le loro radici. Un modo per farlo è quello di dare un contesto europeo alla loro azione. Raggiungere una dimensione europea è un'opportunità unica per cogliere al meglio le sfide che offre un mondo ormai globalizzato.
Una delle caratteristiche riconosciute all'Italia in tutto il mondo è la sua elevata capacità imprenditoriale. Proprio per questo vogliamo fare leva su questo atout per rafforzare gli scambi tra i nostri due Paesi, la cui vicinanza è una realtà e rappresenta un significativo potenziale da valorizzare.
Il nostro approccio non è per nulla opportunistico ma finalizzato a rafforzare l'unicità, l'eccellenza e la competenza delle aziende italiane, combinandole con le peculiarità di altri Paesi europei, come la Francia o la Spagna. Si tratta di un progetto ambizioso ed equilibrato, che però ha bisogno di adesione e sostegno. I miei recenti contatti con il governo italiano, le istituzioni, le autorità di mercato, gli azionisti, i dipendenti, hanno un unico obiettivo: creare quella fiducia indispensabile, per portare avanti con successo un tale progetto. Spesso il confronto è stato acceso, ma io sono sempre stato attento affinché avvenisse in modo trasparente e nel rigoroso rispetto delle leggi e delle regole del mercato. A questo proposito, mi fa piacere evidenziare e riconoscere le qualità di accoglienza e di ascolto delle istituzioni italiane. È importante sdrammatizzare i toni del dibattito ed evitare inutili caricature. Nel 2015, la Francia ha investito in Italia 46 miliardi di euro. A sua volta, la Francia è stata il principale destinatario degli investimenti italiani. Un trend positivo, che dovrebbe essere valutato come un arricchimento e un'opportunità di crescita per tutti. Vivendi ha dichiarato fin dall'inizio qual è il suo progetto: costruire e dar vita a un grande polo dell'Europa meridionale, che prevede di creare una ampia convergenza tra contenuti e telecomunicazioni. Francia, Italia e Spagna sono i tre principali Paesi da cui partire. Rafforzandosi in Sud Europa, Vivendi sta scommettendo sulla cultura europea per far fronte alla concorrenza sempre più agguerrita dei colossi anglosassoni, americani e cinesi.
È in questa logica e per centrare questi obiettivi che Vivendi ha investito negli ultimi due anni in Italia, prima in Telecom Italia e successivamente in Mediaset. Non è stato un percorso facile. Tutt'altro. Ma fino ad ora la nostra strategia, la nostra esperienza, le sinergie e le energie profuse hanno pagato, con risultati positivi per il mercato italiano delle Tic e per i suoi utenti. In effetti, dopo una fase difficile, oggi Telecom Italia è sulla buona strada. Merito del suo presidente Giuseppe Recchi e del nuovo amministratore delegato Flavio Cattaneo che hanno saputo voltare pagina dotando l'azienda di una nuova struttura organizzativa e mettendo a punto una missione al passo coi tempi e con le sfide che si profilano all'orizzonte. Si tratta di una strategia che è stata messa in campo di recente, ma che già in questi mesi, e ancor più nei prossimi darà degli ottimi frutti. Con beneficio di tutti i cittadini italiani che potranno usufruire di una infrastruttura sempre più moderna ed efficiente, in particolare attraverso gli investimenti dedicati alla banda larga. Vivendi ha scelto di puntare sui contenuti e sulla convergenza con gli operatori di telecomunicazioni per creare valore. Il nostro gruppo è uno dei leader mondiali nei contenuti e continua a rafforzarsi con investimenti mirati in aziende di punta del settore. Si tratta di un gruppo diversificato-pay tv con Canal Plus, musica con Universal Music Group, film e serie con StudioCanal, videogames con Gameloft -presente in tutto il mondo e con un giro d'affari di circa 11 miliardi euro. E' per questo che siamo interessati a un'alleanza con Mediaset, un'azienda con una forte notorietà, ricca di professionalità e di potenziali sinergie con Vivendi. Basti pensare quali risultati si potrebbero raggiungere se Francia e Italia collaborassero nel campo del cinema e delle serie televisive. Nonostante le difficoltà per trovare un terreno comune con Mediaset, non abbiamo abbandonato il nostro progetto iniziale finalizzato alla creazione di un grande gruppo dell'Europa meridionale in cui convergano contenuti e tic, di cui Mediaset rimane, secondo noi, uno dei pilastri. È per questo, chenel novembre 2016, abbiamo deciso di investire direttamente in Mediaset, diventandone il secondo azionista.
Noi siamo, ci tengo a ribadirlo, soci industriali che desiderano apportare il loro contributo al progetto paneuropeo che abbiamo deciso di sviluppare. La nostra azione è di lungo termine ed è trasparente. Questo, il senso delle mie dichiarazioni al Governo italiano e alla Consob. Non voglio qui entrare nel merito delle voci e delle indiscrezioni di mercato che circolano in continuazione. Desidero però ribadire il mio totale impegno nel difendere la validità del nostro progetto e nel ristabilire fiducia e serenità. Sono convinto che tutte le parti interessate ne trarranno dei benefici, l'Italia in primis. Questi sono i fatti e questi sono i nostri progetti.
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

giovedì 12 gennaio 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
"Haters Back Off", comedy sugli egotici del web
"Nel nuovo glossario di parole rese celebri dal web c'è anche hater, letteralmente l'odiatore accanito, colui che sui social disprezza e critica in modo distruttivo e insistente un personaggio celebre, un tipo di musica, una serie o un film, e via così. L'hater può spesso trasformarsi in un parente prossimo del webete, geniale invenzione terminologica di Enrico Mentana. «Haters Back Off» è una nuova serie comica originale in otto puntate di Netflix. Al centro del racconto c'è proprio il tema della celebrità online e dell'accanimento degli «odiatorb : il clima è molto surreale e grottesco perché la protagonista è Miranda Sing, un personaggio d'invenzione creato da Colleen Baallinger, un comica americana che dal 2008 porta avanti, in un canale YouTube e in molti spettacoli dal vivo, una divertente satira sulle celebrità della rete, un divismo che può toccare a chiunque perché la rete nella sua orizzontalità ha annullato le tradizionali formule di costruzione della fama. Miranda è una ragazza senza alcun talento ma con una grande considerazione di se e uno spirito fortemente narcisistico: come molti, tenta la strada del successo caricando video amatoriali su You Tube in cui si esibisce in sgangherate prove di canto, con il sogno di moltiplicare esponenzialmente le sue visualizzazioni e «diventare virale». A volte i meccanismi che trasformano il trash in tormentone sono misteriosi, ma nel caso di Miranda il miracolo non accade. Vorrebbe essere una star di YouTube, vorrebbe avere degli hater, che attesterebbero il suo successo, ma quello che le riesce è solamente imbarazzare la sorella più sveglia, Emily, e creare preoccupazioni alla madre un po' fusa, Bethany. Oltre a essere una parodia dei personaggi egotici e incapaci che affollano il web, la serie gioca anche sui toni della commedia familiare, raccontando una famiglia disfunzionale alle prese con la ricerca della celebrità". (Aldo Grasso

mercoledì 11 gennaio 2017

SGUARDO FETISH - Mr. Dior! Rami Malek ingaggiato nella nuova campagna cult della griffe francese
Dior Homme just released its Summer 2017 campaign and it features some big stars like Mr. Robot‘s Rami MalekThe campaign was shot by Willy Vanderperre and styled by Oliver Rizzo in the studio and the streets of Paris, France.


martedì 10 gennaio 2017

GOSSIP - Clamoroso al Cibal-esbo! Michelle Williams e Busy Philipps sono "innamorate" (galeotto fu il set di "Dawson's Creek")
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lunedì 9 gennaio 2017

NEWS - Golden Globes, tutti i vincitori

Miglior serie Tv drammatica
The Crown
Game of Thrones
Stranger Things
This Is Us
Westworld

Miglior serie comedy o musicale
Atlanta
Black-ish
Mozart in the Jungle
Transparent
Veep
Miglior film TV o miniserie
American Crime
The Dresser
The Night Manager
The Night Of
People v. O.J. Simpson
Miglior attore in una serie TV drammatica
Rami Malek, Mr. Robot
Bob Odenkirk, Better Call Saul
Matthew Rhys, The Americans
Liev Schreiber, Ray Donovan
Billy Bob Thornton, Goliath
Miglior attore in una serie TV commedia o musicale
Anthony Anderson, Blackish
Gael Garcia Bernal, Mozart in the Jungle
Donald Glover, Atlanta
Nick Nolte, Graves
Jeffrey Tambor, Transparent
Miglior attore in una miniserie
Riz Ahmed, The Night Of
Bryan Cranston, All the Way
Tom Hiddleston, The Night Manager
Courtney B. Vance, The People v. O.J.: American Crime Story
John Turturro, The Night Of
Miglior attore non protagonista in una serie, film TV o miniserie
Sterling K. Brown, People v O.J. Simpson
Hugh Laurie, The Night Manager
John Lithgow, The Crown
Christian Slater, Mr. Robot
John Travolta, People v. O.J. Simpson
Miglior attrice in una serie TV drammatica
Caitriona Balfe, Outlander
Claire Foy, The Crown
Keri Russell, The Americans
Winona Ryder, Stranger Things
Evan Rachel Wood, Westworld
Miglior attrice non protagonista in una serie, film TV o miniserie
Olivia Colman, The Night Manager
Lena Headey, Game of Thrones
Chrissy Metz, This Is Us
Mandy Moore, This Is Us
Thandie Newton, Westworld
Miglior attrice in un film tv o miniserie
Felicity Huffman, American Crime
Riley Keough, The Girlfriend Experience
Sarah Paulson, People v. O.J. Simpson
Charlotte Rampling, London Spy
Kerry Washington, Confirmation
Miglior attrice in una serie tv comedy o musicale
Rachel Bloom, Crazy Ex-Girlfriend
Julia Louis-Dreyfus, Veep
Sarah Jessica Parker, Divorce
Issa Ree, Insecure
Gina Rodriguez, Jane the Virgin
Tracee Ellis Ross, black-ish

venerdì 6 gennaio 2017

giovedì 5 gennaio 2017

NEWS - Clamoroso al Cibali! "Game of Thrones" ha perso il trono di titolo tv più scaricato del mondo!
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mercoledì 4 gennaio 2017

NEWS - A dieta dopo le Feste! Ecco come non ingrassare guardando le serie tv...

Articolo di Mariarosa Mancuso per "Il Foglio"
A furia di vedere serie tv temete di ritrovarvi con "un culo che fa provincia"? (copyright Mario Moniceli in "Parenti serpenti": lo dice Miriam Leone alla figlia adolescente strappandole il gelato di mano). Andrà peggio, molto peggio. Il British Journal of Sports Medicine ha stabilito che ogni ora di televisione guardata dopo i 25 anni toglie venti minuti di vita. Pare di ricordare che neppure le sigarette avessero effetti tanto devastanti. Prima dei 25 anni restiamo con il dubbio: forse i bambini che ne hanno vista fin dall'asilo alla maggiore età neppure arrivano. Oppure sono vaccinati e possono guardarla a oltranza. Servono lumi, da chi sa. L'ha scritto il British Journal of Sports Medicine — dimenticando le statistiche sui malanni da jogging e le soporifere conversazioni di chi non ha la tv e comunque le serie non le guarderebbe. Com'è naturale — in questo mondo votato alla prevenzione (soprattutto di accidenti che mai succederanno) — subito arrivano le contromosse. Per evitare danni bisogna mangiare acini d'uva ghiacciati, suggerisce Jeff Wilser su Vulture. Sono lo spuntino perfetto, ingannano la mente convinta di star mangiando un gelato. Più difficile, ammette l'articolista, farsi venire voglia di carote crude mentre si guarda una puntata sanguinaria di "Game of Thrones". Bisogna fare pause, come al lavoro. Tappa che segue all'ergonomia da scrivania, scavalcata dai contorcimenti per guardare i Black Mirror anche quando sarebbe vietato (alle anteprime importanti il cellulare viene imbustato, per liberarlo dalla morsa servono unghie ad artiglio). Oppure proibitivo, per esempio sotto l'ombrellone. Dove però è più facile seguire la regola del venti-venti-venti. Ogni venti minuti bisognerebbe staccare gli occhi dallo schermo, fissare qualcosa distante venti piedi (diciamo sei metri, non basta la parete di fronte) per almeno venti secondi. Poi si può riprendere con l'episodio della serie messo in pausa. "Binge Better" è il titolo dell'articolo. Come dire "Ingozzati meglio" (di immagini, si intende). Chi lo ha scritto evidentemente non sa, o finge di non sapere, che il Binge Watching incatena un episodio dietro l'altro, saltando per fare prima i titoli di coda. Anche i titoli di testa a volte si possono saltare, quando arrivano dopo la prima scena e sono uno spettacolo a sé come in "The Affair" o in "True Detective": sublimi, ma dopo tre o quattro episodi incatenati non è un delitto andare avanti veloci. L'indigestione programmata — decidi prima quanti episodi vuoi vedere — va molto vicino a una contraddizione in termini. Riduci l'illuminazione dello schermo. Bevi molta acqua (fa bene a tutto, finché qualcuno scoprirà che fa malissimo). Ultimo consiglio: prendi in considerazione l'acquisto di un televisore, come quello che i genitori hanno in salotto. Già, perché i consigli salutistici sono gentilmente forniti a chi le serie le guarda sul computer, sul cellulare, sul tablet. Non vogliamo sapere cosa i medici sportivi britannici pensino di "Binging With Babish", dove "Binging" riconduce al cibo e Babish omaggia Oliver Babish, cicciottello consigliere alla Casa Bianca nella serie "West Wing" di Aaron Sorkin. Il corso di cucina più seriale che c'è: rifa e insegna i piatti delle serie televisive. Il pollo fritto che Louis C. K. — in "Louie" — porta alla festa sbagliata. Il gigantesco sandwich del Giorno del Ringraziamento preparato da Monica in "Friends". La crostata alle ciliegie divorata dall'agente speciale Dale Cooper in "Twin Peaks".

martedì 3 gennaio 2017

GOSSIP - Oh, Gina! La Rodriguez di "Jane the virgin" conquista la cover di "Marie Claire" e si dichiara vergine ai pregiudizi ("accetto solo ruoli che nobilitano i latino-americani e piuttosto rinuncio ai soldi")
Gina Rodriguez is simply stunning on the cover of Marie Claire‘s January 2017 issue. Here’s what the 32-year-old Jane the Virgin star had to share:
On knowing she wanted to act and getting her start: “My path wasn’t laid out for me in my family or my culture, because there are so few of us in the industry. That’s how my whole career happened. Your eyes are open; you don’t know what the next answer is going to be, but you’re open. And you take every opportunity that comes your way.”
On turning down roles that perpetuated stereotypes: “I decided I was going to take roles that progressed the image of Latinos in the industry, and I was going to choose those roles over money. I wanted to make sure I was contributing positively and not allowing limitations to dampen my experiences and my journey.”
On loving herself: “I’m currently working on accepting love. I’m constantly working on the part of myself that doesn’t feel like ‘enough.’ This relationship has been possible because, for the past six months, I have vowed to work on loving myself. I want to know that I don’t need another to be full. So that whenever another person, an endorsement, or a project comes into play, they are an addition, not filling a need for value or fulfillment or worth or love. Because if I do that, I will forever be hungry.”

For more from Gina, visit MarieClaire.com.

venerdì 30 dicembre 2016

NEWS - Achtung, compagni! Ecco le serie tv più attese del 2017 in Italia

Articolo tratto da "La Stampa"
Se il 2015 è stato l'anno del lancio, il 2016 è stato l'anno del successo. Non si conoscono i numeri - non sono stati diffusi - ma Netflix è riuscita a ritagliarsi un posto al sole anche in Italia, stravolgendo il mercato. Ed è solo l'inizio. La produzione e la distribuzione delle serie tv è aumentata. Anche la Rai ha dovuto mettersi al passo: prima, un anno fa, con Non uccidere, esperimento riuscito a metà; poi, quest'inverno, con I Medici, kolossal magari criticabile dal punto di vista qualitativo ma non da quello quantitativo, e Rocco Schiavone. Sky non è rimasta a guardare e ha prodotto una delle «serie tv più attese del 2017» negli Stati Uniti, parola di Time: The Young Pope. Insomma: le serie tv, da futuro sono diventate realtà. Sono il nuovo modo di raccontare storie nell'audiovisivo.
E l'anno prossimo sarà così, ugualmente: si produce tanto, si produce anche con più attenzione. Innanzitutto, portando avanti serie di successo: il 2 gennaio, distribuita da Netflix, arriverà la quarta stagione di Sherlock, un episodio a settimana in contemporanea con il Regno Unito; poi toccherà a Twin Peaks di David Lynch con la nuova stagione, in Italia distribuita in primavera da Sky; e quindi a Il Trono di Spade, a Gomorra 3, arrivo previsto in autunno, alla terza stagione di Fargo e alle nuove puntate di House of Cards, sempre mandate in onda da Sky.
Non mancheranno le novità. Tra le serie più attese, vanno sicuramente segnalate Taboo di e con Tom Hardy, che qui in Italia non ha ancora una data d'uscita né un canale; Roadies, creata da Cameron Crowe e ispirata al suo film Quasi famosi, dal 30 gennaio su Mediaset Premium; Una serie di sfortunati eventi, ispirata ai libri di Lemony Snicket, che farà il suo esordio su Netflix il 13 gennaio; Legion, serie tv sui mutanti della Marvel che andrà in onda a febbraio su Fox; Big Little Lies, con Nicole Kidman, che farà il suo esordio il 13 marzo su Sky Atlantic; Iron Fist, nuova serie originale Netflix su uno dei supereroi di Casa Marvel, il quarto (su quattro) dei «Difensori», rilasciata il 17 marzo; e le due nuove produzioni di Sky Europa: Riviera e Britannia. E questa è solo la prima metà del 2017.
In cantiere ci sono tantissimi progetti, alcuni ancora in corso di scrittura, altri arrivati quasi alla fine della lavorazione. C'è la chiacchierata serie tv ispirata alla saga letteraria de L'amica geniale di Elena Ferrante, che verrà prodotta da Wildside (e di cui, a oggi, ancora non si conosce il broadcaster). C'è 1993, il sequel di 1992, con Stefano Accorsi e Miriam Leone, che dovrebbe andare in onda nella prima metà del 2017; c'è In Treatment, di cui solo pochi giorni fa è stato annunciato il nuovo cast (insieme a Sergio Castellitto, anche Giovanna Mezzogiorno e Giulia Michelini). E poi c'è Suburra, la prima produzione originale di Netflix in Italia: non sarà un sequel del film diretto da Sollima, ma nel cast sono stati confermati alcuni degli attori che abbiamo già visto al cinema, come Alessandro Borghi.
Non bisogna dimenticare che, a partire da dicembre di quest'anno, in Italia è arrivata anche Amazon Video, con le sue serie originali: a oggi, non sono state ancora rese disponibili Crisis in Six Scenes di Woody Allen, o Fleabag. La sensazione, comunque, è che anche il mercato italiano - con tutte le sue limitazioni, e i suoi rallentamenti - si stia sempre più avvicinando a quello internazionale. Buona parte del merito va riconosciuta a Sky, che in questi anni, in una progressione piuttosto veloce, è diventata leader delle produzioni made in Italy di qualità; e pure alla direzione della Rai, che ha stretto più di un accordo con Netflix per la diffusione delle proprie serie.

giovedì 29 dicembre 2016

NEWS - Never forget! Quell'episodio di "30 Rock" con Carrie Fisher, tra i capitoli più divertenti della storia tv sul femminismo

News tratta da "Decider"
Tina Fey’s quirky comedy did so many things right, but it was almost always at its best when it was tackling the complexities of feminism. It’s through this lens that the “Rosemary’s Baby” episode of 30 Rock really shines. The Season Two episode marked one of the turning points of the series. After the comedy’s notoriously rough first season, “Rosemary’s Baby” was one of first episodes that cemented the show’s equally quirky and insightful tone. The main plot of Episode Four hinges on Liz Lemon (Tina Fey). When Liz’s idol, the legendary comedy writer Rosemary Howard (Carrie Fisher), comes to the set of The Girlie Show, Liz is faced with the sobering choice that so often defines her character — should she abandon her show and job to stand up for feminism and art, or should she embrace the world she has created? Fisher’s character was the perfect blend of relatable for mainstream audiences and in-the-know for comedy fans, a line 30 Rock walked so well so often. Between jokes about Saturday Night Live’s era of “Not Ready for Primetime Players” to her many Laugh-In references, Rosemary was the perfect mixture of fearless and funny you would expect from a failed 1970s female comedy writer. Fisher played the role beautifully, capturing the character’s natural hilarity — both when audiences were supposed to laugh at and with her — as well as her intensity. However, they say you should never meet your heroes, and that was certainly the case for Liz. In Tina Fey’s always capable hands, this episode put an interesting feminist angle on the argument between embracing corporate America or pure art. Rosemary was the perfect too-wired and idealistic blend you would expect from a fallen comedy idol — just a little too hungry, jaded, and arrogant. The casting of Fisher was also a genius decision for the show, as Fisher’s iconic role as Princess Leia has been established as being one of Liz Lemon’s personal pop culture heroes. Not only that, but casting the actress responsible for one of the most confusing and empowering sci-fi roles in history — a badass rebel princess who was sexualized for years — took a dig at Star Wars’ confusing history with women. It was a smart role that was performed brilliantly by a too-often underrated actor. “Rosemary’s Baby” shows a side of Fisher that was rarely embraced but is unapologetically amazing to watch. The episode gave a just smart enough, meta nod to her cinematic past while highlighting both her comedic and dramatic acting chops. It also gave birth to one of the greatest 30 Rock lines in history, “Never go with a hippie to a second location.” Carrie Fisher’s guest appearance on 30 Rock, which she rightfully received an Emmy nomination for, was one of the funniest episodes of this very funny series as well as one of the first episodes that showed us how special this quirky gem really was. Thank you for your many contributions to pop culture, Carrie Fisher. You will be missed.

mercoledì 28 dicembre 2016

sabato 24 dicembre 2016

SGUARDO FETISH - Il Natale ci sta sulla...(a)cappella! La versione vocale già stracult della sigla di "Westworld" cantata dai Warp Zone

venerdì 23 dicembre 2016

NEWS - Regalo di Natale! La 4° stagione di "Hannibal" se pò fà...(Bryan Fuller master chef del Cenone di ritorno)

News tratta da "Uproxx"
When Hannibal ended on an all too literal cliffhanger at the end of its third season, fans never quite gave up hope that Mads Mikkelson’s Hannibal Lector and Hugh Dancy’s Will Graham would return to their screens again eventually. As is the case with most of Fuller’s shows, it was cut unceremoniously short, and the devoted group of supporters — in this case “Fannibals” — have continued to obsess over the details long after it was gone. Hannibal was breathtaking, violent, and cerebral, and a true rarity on network television.
Well, showrunner Bryan Fuller is here to put a little bit of wind in your sails. The American Gods mastermind recently sat down with Shock Waves podcast to discuss what could still be for the cult show. At the very least, he clarifies whether or not our leads would survive that fall.
“There weren’t going to be any bodies found floating in that lagoon. And the whole point of showing Gillian Anderson sitting at a table with two additional place settings and her leg on the table was there was a big splash and dinner guests are coming.”
According to Fuller, he would like to tackle Silence Of The Lambs in a potential fourth season, and the rights for that novel revert back in August of 2017. Still, Fuller makes it clear that this is not an attempt to “fix” the film, but merely an opportunity to expand.
“I think the film adaptation is a perfect film, but there’s a lot of interesting nooks and crannies to explore in a television series. I hope we get to tell the story.”
Fuller explains that a “6 to 8 episode miniseries here and there” would be ideal for the cast and creative team, which sounds perfect to me. The show’s entire run is currently streaming on Amazon Prime, so how about throwing some money at them as penance for cancelling Good Girls Revolt?

giovedì 22 dicembre 2016

NEWS - Achtung, compagni! "Il servo del popolo" è la serie-rivelazione dell'anno e batte bandiera ucraina: acquistata da Netflix e già formattata da Fox

News tratta da "Il Foglio"
Vassily Petrovich Goloborodko era un tranquillo insegnante di storia a Kiev: 31 anni, un divorzio e un caratteraccio che un giorno lo fa esplodere in classe in un furioso monologo pieno di parolacce contro le fatiche e le ingiustizie della vita in Ucraina. I suoi allievi lo filmano con il telefonino, lo mettono su YouTube e Vassily si sveglia con il primo ministro che suona alla sua porta: "Buongiorno signor presidente". Vassily, un ragazzo dalla faccia pulita che gira in bicicletta, scopre tante cose nuove: la sua nuova residenza, talmente enorme e lussuosa che la scambia per un museo (le riprese sono state fatte a Mezhigorye, l'ex "dacia" di Viktor Yanukovich, il cui lusso è stato mostrato al pubblico dopo la fuga dell'ex presidente, come simbolo della fine di un'epoca di corruzione). Viene circondato da ministri viscidi, che gli consigliano di dichiarare il default per non ripagare i debiti: "Ma dopo nessuno ci presterà più un soldo?", si meraviglia e si sente rispondere "Il dopo' non ci preoccuperà più". Gli spin doctor gli consigliano di annunciare in tv l'imminente caduta di un enorme meteorite per cacciare dalla piazza la gente che protesta contro le nuove tasse sull'alcol: "Cancellate il meteorite, avete capito?", urla l'esasperato Vassily, per poi far precipitare il governo nello sconcerto ordinando di gestire la crisi invece di ricorrere a trucchi mediatici. La serie tv "Il servo del popolo", che racconta le avventure del presidente per caso, è la prima vera success story dell'Ucraina tre anni dopo la rivoluzione sul Maidan. Il mix di satira politica e comicità tradizionale, con un cast di splendidi caratteristi (im-perdibile Stanislav Boklan nel ruolo del primo ministro logorato dal potere) e un ritmo incalzante, ha stracciato i record di ascolti. La fiction è stata venduta a Netflix, e il formato è stato acquistato dalla Fox. Un successo strepitoso, costruito con pochi mezzi dai comici di Kvartal 95, che lavorano per la tv dell'oligarca Igor Kolomoysky, in rotta con il presidente Petro Poroshenko, oligarca del cioccolato. Ma Vladimir Zelensky, che interpreta Vassily, sostiene che sono indipendenti dalla politica: i politici, gli oligarchi e i deputati vengono tutti derisi senza pietà, e sono molto riconoscibili. La sceneggiatura copia direttamente dai tg, omettendo solo la guerra con la Russia, e i nazionalisti hanno criticato "Il servo del popolo" perché girato in russo. Come il nostrano "Benvenuto presidente!", è denuncia mista a fantascienza: Vassily licenzia i governatori corrotti, fa arrestare in diretta il primo ministro, impone di rispettare la legge ("Ma che fa, ci sta minacciando?", è la reazione dei politici), grida nell'aula della Rada la disperazione del popolo che "non ha da mangiare, e ha paura di girare per strada". Ma i creatori della serie sperano che insegni anche un modello di comportamento positivo: l'onestà e il buon senso del giovane presidente rendono gli intrighi e le ruberie dei potenti comiche e stupide, rompendo la tradizione sovietica di subire senza poter cambiare nulla. "Sarebbe bello se il 90 per cento degli spettatori dicessero: anch'io voglio cambiare le cose", sogna Viktor Saryakin, che interpreta il padre di Goloborodko. Il trailer del "Servo del popolo 2" — che esce il 24 dicembre nelle sale preannunciando la seconda stagione della serie — però anticipa che i tentativi del rottamatore ucraino incontreranno una strenua resistenza. Dopo che la Rada boccia all'unanimità le sue riforme — in una carrellata di facce da deputati che da sola vale un premio — il presidente afferra due mitragliatrici e apre il fuoco contro i banchi. Il "sogno di milioni di spettatori", commenta il popolare sito di news Tsn.

"Il trivial game + divertente dell'anno" (Lucca Comics)

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