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mercoledì 29 marzo 2017

GOSSIP - Clamoroso al Cibali! Galeotta fu "Supergirl": Melissa Benoist e Chris Wood se la intendono non solo sul set!

News tratta da "Just Jared"
Rumors have been swirling for weeks that Melissa Benoist and Chris Wood are dating and they have seemingly confirmed their relationship! The 28-year-old actress and the 28-year-old actor, who both star on The CW’s Supergirl, were spotted kissing passionately at the beach in Cancun this week and there are photos to prove it. Melissa and Chris film the series up in Vancouver, Canada and they have been seen walking each other’s dogs on several occasions this month. Melissa filed for divorce from her husband Blake Jenner back in December and it was reported that Chris split from his girlfriend Hanna Mangan-Lawrence in January.

martedì 28 marzo 2017

NEWS - Disney, allarme Netflix! Per combattere il crollo di ascolti dovuto alla concorrenza lancia la comedy-shock "Andi Mack", dove un'adolescente si confida con quella che crede sia sua sorella ma in realtà è sua madre

Articolo tratto da "Il Fatto Quotidiano"

Quando gli indici d'ascolto sono apparsi sullo schermo, Gary Marsh presidente mondiale di Disney Channel, ha fatto un salto sulla sedia. I dati Nielsen di qualche settimana fa indicavano un meno 18 per cento di spettatori tra i bambini dai 2 agli 11 anni rispetto al febbraio del 2016. Un crollo verticale, che racconta di una migrazione in massa dei nuovi teenager, sempre più precoci e sempre più in cerca di prodotti che possano rispecchiarli, verso canali come Netflix - giudicata assai più cool - oppure YouTube. Che Netflix faccia molta paura lo ha ammesso anche Robert A. Iger, amministratore delegato Disney, che durante l'ultima conferenza con gli analisti dell'industria ha ricondotto i bassi indici di ascolto alla proliferazione di canali sulla piattaforma streaming, ma soprattutto all'avvitamento su se stesso di Disney Channel. Per fortuna Gary Marsh ha un asso nella manica, che spera funzioni per invertire la tendenza. Si chiama "Andi Mack", è un comedy drama che esordirà il 7 aprile e la sua trama è decisamente lontana dalle tipiche sit come dei canali Disney, storie di adolescenti maghetti e variopinte famigliole, condite da demenziali risate di sottofondo. Qui, invece, la nonna di Andi - l'esordiente Peyton Elisabeth Lee, un'anticonformista teenager dai tratti asiatici, capelli corti e i denti un po' storti - ha fatto credere alla nipote che Bex sia la sua sorella grande, e non sua madre. Un segreto che tiene viva la suspense, come gli episodi di vita scolastica di Andi, estremamente veri, e le sue storie sentimentali, dove si affaccia, inevitabilmente, il sesso. Ma le novità stanno anche nel modo di girare: basta interni soffocanti e assurde camerette adolescenziali viola e rosa. Le scene sono girate soprattutto in esterno, per dare più spazio al mondo reale. La storia si sviluppa in un'intera stagione e i personaggi sono pensati per essere convincenti e autentici. La nascita di "Andi Mack" l'ha raccontata qualche giorno fa il New York Times. Era il 2015 e Gary Marsh, intuendo la catastrofe incombente, aveva convocato la sceneggiatrice Terri Minsky per un pranzo di lavoro. Già nel 2001 Minsky, autrice tra l'altro di numerosi episodi di "Sex and the City", aveva creato per Disney Channel la sitcom di successo "Lizzie McGuire", 2,3 milioni di spettatori per episodio. Questa volta, però, più di dieci anni dopo, la sfida era più grande, proprio perché i ragazzini, colpa di una pubertà sempre più precoce (age compression), sono radicalmente cambiati e sempre più affamati di autenticità. Così, a sostare di fronte a sit com Disney come "Best Friends Whenever", storia di due teenager che possono viaggiare nel tempo, o "Liv and Maddie", le gemelline una chic l'altra sportiva, sono sempre più bambini piccoli, mentre i teenager veri e propri si sono spostati su altri lidi. Per Disney la soluzione del problema non era facile: horror e sesso sono banditi, ma c'era la necessità, ha spiegato sempre al New York Times Gary Marsh, di "storie che contino, che abbiano a che fare con questioni complesse, che siano emozionanti, ragionate e lunghe, che colpiscano alla pancia". La trama di "Andi Mack", nata - spiega la Minsky - leggendo un articolo sulla vita di Jack Nicholson, che a quarant'anni ha scoperto che la donna che credeva sua sorella era invece sua madre, è una di quelle che può funzionare. Marsh ha sottolineato naturalmente, per rassicurare i genitori, che "Andi Mack" è stato scritto in modo rispettoso dell'età, grazie a consulenti del National Campaign to Prevent Teen and Unplanned Pregnancy. E Minsky ha puntualizzato: "Non spiegheremo certo come nascono i bambini, ma al tempo stesso non possiamo assicurare che il sesso non sarà sfiorato, perché parliamo di parecchie cose".
I commenti alla prima puntata - messa in onda sui canali web Disney e non - sembrano confermare che l'obiettivo del programma, quello di raccontare la "vita vera", è stato centrato. Per molti, però, la serie è giudicata troppo adulta per Disney Channel, mentre alcune mamme raccontano di frastornati bambini dai 6 ai 12 anni, "troppo grandi per Disney Junior com'era, non grandi abbastanza per questo prodotto". Ma allora cosa fare, dare ai ragazzini prematuri prodotti sempre più "adultizzati", magari ben fatti ma pur sempre troppo veri, o lasciarli annoiare davanti a fiction più infantili, banali ma innocue? Per un'azienda che vede gli indici d'ascolto andare in picchiata la soluzione è obbligata. Per i genitori che ogni giorno si trovano d i fronte a questo dilemma, purtroppo, un po' meno.

lunedì 27 marzo 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
"Iron Fist", più che una serie è un prequel alla reunion super-eroica Netflix
"Nella stagione del trionfo dell'antieroe, ci sono alcune serie tv che ancora si esercitano sulla figura dell'eroe, o meglio del super eroe. Da quando Netflix ha siglato un importante accordo con il marchio Marvel, la piattaforma ha rilasciato quattro serie ispirate ad alcuni dei personaggi più amati dell'universo narrativo dei celebri fumetti (già riversato in molti film), con l'idea di farli riunire tutti in una mini-serie prevista per la fine del 2017. 'Iron Fist' è l'ultima in ordine di tempo e racconta di un personaggio che, nei fumetti, esiste sin dagli anni 'io: i'accogllenza, almeno negli USA, è stata piuttosto tiepida. E questa è già una notizia, trattandosi di una serie di Netflix, che mette grossi investimenti nelle sue produzioni per garantirsi sempre un livello eccellente in tutti gli aspetti, dai cast, alla regia e la sceneggiatura e aveva finora quasi sempre convinto con i suoi prodotti originali. Danny Rand, il giovane figlio di un multimilionario, fa ritorno a New York dopo essere stato creduto morto in un incidente aereo capitato alla sua famiglia quando era bambino. Sappiamo poco della sua vita negli anni recenti, si ripresenta trasandato come un homeless e con inaspettate abilità nelle arti marziali, che superano di gran lunga quelle possibili per gli esseri umani. Vuole saperne di più sull'incidente capitato alla sua famiglia e capire se il socio in affari del padre, con i suoi due figli, ha avuto un ruolo in quelle vicende. Nel frattempo incontra l'esperta di arti marziali Colleen Wing e la serie prende la piega di molti film di genere legati a queste discipline. L'impressione è che «Iron Fist» non debba tanto essere considerata una serie autonoma, quanto più una specie di prequel per la prossima reunion dei quattro supereroi Netflix. Certo, una serie come «Jessica Jones» aveva mostrato ben altra tensione narrativa e profondità psicologica nel racconto dei personaggi". (Aldo Grasso)

mercoledì 22 marzo 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
"The OA", serie che non decolla e non arriva
"Nelle ultime settimane si è molto parlato di una serie originale di Netflix intitolata «The OA», creata da Zal Batmanglij e Brit Marling, che ne sono anche rispettivamente regista e attrice protagonista. Prairie Johnson (Marling) è scomparsa da sette anni quando riappare in circostanze poco chiare e riabbraccia finalmente i suoi genitori adottivi: la sorpresa è grande perché prima di sparire era cieca mentre dopo il ritrovamento vede perfettamente. Dove ha passato tutto quel tempo? Chi o cosa le ha procurato le inquietanti cicatrici che ha su tutto il corpo? Perché insiste a farsi chiamare OA? Le stranezze aumentano quando Praire si decide a svelare la sua storia a un gruppo di quattro liceali, ciascuno con un alto livello di problematicità: il suo racconto parte da lontano ed è una storia difficile da credere, che riporta a un'infanzia vissuta in Russia, a incidenti brutali, a fatti paranormali ed esperimenti scientifici estremi. L'episodio pilota dura settanta minuti e lascia lo spettatore con una strana sensazione spiazzante data da continui cambi di piano e di promessa narrativa: quello che inizialmente sembra partire come un crime si trasforma presto in un racconto vicino al filone del paranormale (che Netflix ha già coltivato con produzioni come «Sense 8» e l'acclamata «Stranger Things»), per poi assumere anche i tratti del dramma tipico del cinema indipendente, mondo da cui provengono i creatori della serie. Sicuramente la fiction si presenta con molte pretese e difficilmente potrebbe funzionare fuori dall'ambiente protetto di Netflix, perché la complessità della trama e la sua struttura richiedono necessariamente una visione «a maratona». Il personaggio di Praire è intrigante e i misteri che la circondano tengono alta l'attenzione nell'aspettativa di una spiegazione convincente, che però tra svolte mistiche e altri artifici narrativi (come quello del narratore inaffidabile), purtroppo non arriva". (Aldo Grasso)

martedì 21 marzo 2017

NEWS - "Sono il primo personaggio genderqueer delle serie tv e datemi del...'Loro'!": Asia Kate Dillon interpreta l'analitica Taylor in "Billions"

Articolo tratto dal "Corriere della Sera"

Salve, sono Taylor. Vorrei che si rivolgesse a me con il pronome "loro"». Poche parole per una rivoluzione: Taylor Mason è il primo personaggio genderqueer della tv. Stagista di Bobby Axelrod nella seconda stagione di Billions, la serie con Damian Lewis e Paul Giamatti ispirata alle scorribande di Wall Street, in onda su Sky Atlantic il lunedì sera. L'identità genderqueer è quella di chi non si riconosce nel binarismo di genere uomo/donna. Come l'attrice che interpreta Taylor, Asia Kate Dillon, già vista in Orange Is the New Black nel ruolo della suprematista bianca Brandy. «Wall Street è tra le istituzioni più refrattarie ai cambiamenti», spiega il co-creatore e produttore esecutivo Brian Koppelman. «Abbiamo pensato d'introdurre un personaggio fuori dagli schemi». Una svolta, dopo gli eccessi di machismo della prima stagione. Androgina nell'aspetto, Taylor è persona analitica, e intelligentissima; la sua scala di valori diversa dal classico operatore di un hedge fund. Attira presto l'attenzione di Axe, che le affiderà responsabilità sempre maggiori. «Hai un punto di vista unico», le dice. «E un grande vantaggio». Gli sceneggiatori sono bravi a non cadere nei cliché. Taylor non è definita dalla lotta per farsi accettare, ma già inserita nel contesto. Sono i colleghi, casomai, a dover fare lo sforzo. Inciampano coi pronomi, Axe li corregge con nonchalance. Si smontano preconcetti sciocchi e altri più profondi. «Perché pensi che sia vegan?», chiede Taylor al sodale Mafee (Dan Soder) nel primo episodio. E quello, stupito: «Non lo sei?». Più tardi, al torneo di poker, Todd Krakow (Danny Strong), nemico di Axe, la insulta bollandola «quella cosa re». Lei si rifarà battendolo. Funzione del personaggio Taylor è quella di agire da contrasto, sottolineando così il machismo di Wall Street affinché gli spettatori non vi si assuefacciano. E se non tutte le persone genderqueer preferiscono i pronomi plurali, Dillon dice che il ruolo di Taylor l'ha aiutata a scoprire se stessa. «Quando, prima ancora di ottenere la parte, ho letto nella descrizione, "sesso femminile, genere non-binario", ho capito. Già un palo d'anni fa avevo rinunciato al pronome "lei", preferendo semplicemente Asia. Ma non sapevo ancora che esistesse una terminologia per ciò che sono. Magari ci fosse stato alla tv un personaggio come Taylor quand'ero ragazzina». Oggi, le «nuove» identità di genere sono più rappresentate sul piccolo schermo, anche da giovanissimi. Se nella terza stagione di Transparent, appena conclusa su Sky Atlantic, l'attrice trans Sophia Grace Gianna era, in un flashback, un pre-adolescente Mort (la protagonista Maura, Jeffrey Tambor) alla scoperta della propria identità, nella nuova stagione di Modern Family, in onda su Fox in prima serata, c'è un bambino transgender: Tom, l'attore trans di otto anni Jackson Millarker. Succede nell'episodio A Stereotypical Day, dove Cameron e Mitchell, genitori gay di Lily, permettono alla figlia d'invitare a casa il nuovo amico trans, e un incidente spingerà tutti a una maggiore tolleranza. «Questo è Jackson, viene da Atlanta e il caso vuole che sia transgender, ha scritto in un post di Facebook Ryan Case, tecnica del montaggio e regista dell'episodio. «Uno dei tanti motivi per cui amo far parte di questa serie».

lunedì 20 marzo 2017

NEWS - Clamoroso al Cibali! Si fa meno sesso? Colpa delle serie tv in streaming!
News tratta da "GQ"
Gli americani fanno meno sesso e i responsabili sarebbero le serie tv e i social. Lo dicono gli studiosi. E se stesse succedendo anche a noi in Italia? Un nuovo studio, pubblicato di recente sulla rivista “Archives of Sexual Behavior”, ha dimostrato il gap generazionale in materia di sesso: nel 1990, gli americani in media facevano sesso da circa 60 a 65 volte l’anno; nel 2014, la frequenza è calata a circa 53 volte l’anno. Perfino i Millennials e i giovani della Generazione Z (noti anche come iGen, Post-Millennials, Centennials, o Plurals, cioè la generazione nata dopo i Millennials, tra la seconda metà degli anni ’90 e il 2010) fanno meno sesso rispetto a qualsiasi generazione precedente. Gli over 70 invece ci danno dentro più di tutti. Si potrebbe ipotizzare che la diminuzione delle attività sessuali sia legato alla solitudine, al fatto che in tanti non hanno una relazione stabile. In parte è vero, perché la percentuale di americani single tra i 18 e i 29 anni è aumentato al 64% nel 2014, dal 48% nel 2005. Però, la situazione si fa drammatica proprio tra le coppie sposate o conviventi: nel 2014 hanno fatto sesso in media 56 volte l’anno, mentre nel 1989 la media si aggirava sulle 67 l’anno. Che il sesso faccia bene, e tanto, la scienza lo dice e lo dimostra spesso. Allora, com’è possibile che venga così trascurato? Soprattutto, cosa fanno le persone, anziché fare sesso? Questa volta, i ricercatori non danno la colpa all’eccesso di lavoro o ai porno. Non è del tutto chiaro perché la gente faccia così poco sesso. Secondo i ricercatori, un motivo potrebbe essere, almeno per i trentenni, un calo generico delle felicità. Ma molti più ricercatori individuano la causa nei cambiamenti culturali che sono accaduti negli ultimi 20 anni – cioè, l’ascesa dei social network e delle serie tv in streaming. In poche parole, gli americani fanno poco sesso perché preferiscono Facebook e Netflix – cosa che suona familiare anche da noi. A sostenere questa tesi c’è Mark Regnerus, professore associato di sociologia presso l’Università del Texas a Austin, e autore del libro in prossima uscita “Cheap Sex: The Transformation of Men, Marriage, and Monogamy”, in cui sottolinea quanto sia facile vedere coppie a cena attaccate ognuno al proprio smartphone e quanto questo di certo abbia conseguenze anche sulla vita sessuale della coppia. Vent’anni fa, il sociologo di Harvard John Stilgoe iniziava così il suo libro Outside lies magic (La magia è lì fuori, ndr): “Uscite subito fuori”. Precorrendo i tempi, invitava le persone a lasciarsi andare a passeggiate e interazioni con l’ambiente, per una maggiore felicità, come si spiega su The Guardian. Poi è arrivato Facebook, Netflix e la vita e il sesso hanno perso interesse. Siamo ancora in tempo, però.

domenica 19 marzo 2017

GOSSIP - Dopo "TWD" Emily Kinney è risorta! (Ok lo era già, serialmente parlando, in "Conviction", ma su "Imagista" "convince" di più...)
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sabato 18 marzo 2017

GOSSIP - "Starsky&Hutch" per sempre! La favola bella dei due interpreti del poliziesco cult, ancora insieme nelle sofferenze

Articolo tratto dal "Corriere della Sera"

"Erano i poliziotti più simpatici della tv anni Settanta e sgommavano sulle strade della California. Oggi Starsky (Paul Michael Glaser) e Hutch (David Soul) hanno 73 anni, ma sono rimasti amici. Fratelli, dicono loro: così amici che la loro foto a Liverpool per una convention di fan risulta emozionante. Hutch sulla sedia a rotelle, Starsky a spingerlo. In Inghilterra I due attori 70enni erano insieme a Liverpool invitati a una convention di fan. I capelli di Starsky sono ancora ricci come una volta, ma grigi e un po' radi. Il ciuffo biondo di Hutch non c'è più, ma dei tempi belli gli è rimasto almeno il giubbetto scamosciato anche se è costretto sulla sedia a rotelle ed è sparito sotto il peso degli anni e delle medicine anche il sorriso smargiasso che riservava ai testimoni bugiardi come alle ragazze carine di Bay City. Quando i due poliziotti più simpatici della tv Anni 7o sgommavano per le strade della California sulla loro Ford Gran Torino rossa con la striscia bianca e ai ragazzini d'America — e del resto del mondo, la serie fu un sorprendente successo globale — sembrava dal salotto di casa di sentire l'odore di quei pneumatici sull'asfalto. Oggi Starsky e Hutch hanno 73 anni e non sono più quelli di una volta ma neanche noi lo siamo: l'ultimo episodio del loro telefilm è andato in onda nella primavera del 1979, ma sono rimasti amici o, come dicono loro, «fratelli». Ecco perché la foto degli attori Paul Michael Glaser (Starsky) e David Soul (Hutch) a Liverpool per una convention di fan è così emozionante per chi ricorda le loro avventure. Il loro fascino è arrivato nell'era di Internet anche se sulle tv a alta definizione 4K di oggi risulta parecchio sgranato e con l'audio mono un po' gracchiante. In Italia «Starsky e Hutch» debuttarono nel 1979, sulla Rai, quando in America il telefilm era praticamente finito ma qui non lo sapeva nessuno (altri tempi, analogici), e furono molto amati dal pubblico nei bui Anni 70 dominati da una parte dal sanguinario Ispettore Callaghan e dall'altra da Serpico che lottava contro poliziotti corrotti più cattivi dei criminali senza divisa. Starsky e Hutch erano due poliziotti un po' hippie, simpatici e democratici, che non amavano sparare ma preferivano gli inseguimenti in auto e a piedi, e al limite ai cattivi rifilavano qualche sganassone invece di una pistolettata. Due poliziotti-amici che — nel mondo del telefilm era l'assoluta normalità ma in quei tempi fu una rivoluzione — prendevano ordini da un nero, il burbero ma buono (e goloso) capitano Dobey al quale nascondevano gli amati bomboloni. Glaser e Soul in questi quarant'anni: hanno visto il loro telefilm diventare un cult, hanno doppiato i loro personaggi per un videogioco e hanno visto il remake cinematografico di qualche anno fa, con Ben Stiller-Starsky e Owen Wilson-Hutch arrivare nelle sale e uscirne senza far innamorare nessuno: perché, molto semplicemente, si vedeva che loro due erano due amici che sul set si divertivano, Stiller e Wilson erano due attori famosi che recitavano un copione prima di andare a casa ognuno per conto suo. A Liverpool, con Hutch in sedia a rotelle e Starsky a spingerlo, c'era anche Huggy Bear, l'informatore al quale chiedevano sempre una mano: l'attore Antonio Fargas che di Glaser e Soul è rimasto amico, tre moschettieri di un successo di tanto tempo fa (i ragazzi americani conoscono un altro Fargas, Justin: ex giocatore di football, figlio di Antonio). Chi, in questi anni, ha seguito sui giornali e su Internet la carriera dei tre amici — non hanno più avuto un successo così, ma di trionfo, come diceva sempre Orson Welles che dell'ingratitudine di Hollywood se ne intendeva, «ne basta solo uno» per essere ricordati — sa che Soul, che da qualche anno vive in Inghilterra, è malato ma la sorte più terribile è toccata all'amico: Paul Michael Glaser ha visto la prima moglie, la dolcissima Elizabeth, morire nel 1994 per l'Aids contratto nel 1981 da una trasfusione effettuata durante il parto della piccola Ariel, che venne infettata durante l'allattamento e morì a soli sette anni. Chi ha visto tanti episodi di «Starsky e Hutch» fatica a indicare il più bello ma per quello più commovente è facile: un sicario spara alla fidanzata di Starsky e lei, prima di morire, lascia a Hutch il suo orsacchiotto: «Prenditi cura di lui, e diStarsky».

venerdì 17 marzo 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
In "Big Little Lies" viaggio nell'abisso dell'inganno

"Meno male che la serialità americana era finita, vittima dell'inflazione, ormai in piena crisi creativa e con forti segnali di stanchezza. Meno male che bisognava tornare alla pagina scritta... Poi arriva «Big Little Lies», non più casalinghe ma milionarie disperate, non più i sobborghi residenziali di Wisteria Lane ma l'assolata e snob Monterey, in California, un paesaggio che sembra nascere dalle dismisure sociali di chi lo abita, dai loro eccessi formali di donne che appartengono all'uppermiddle-class (Sky Atlantic, mercoledì, ore 21.15). La serie Hbo è tratta dall'omonimo romanzo di Liane Moriarty ed è stata ideata dal grande David E. Kelly (quello di «The Practice», «Ally McBeal», «LA Law»...). Tutto prende le mosse da un omicidio che si consuma durante una festa e in parallelo alla storia principale (tre amiche e madri alle prese con la vita privata e professionale) ci sono i flashforward degli interrogatori della polizia che commentano l'accaduto, quasi a rappresentare un coro da tragedia. Un coro di malignità, di invidie, di bugie, appunto. Reese Witherspoon interpreta Madeline Martha Mckenzie, ricca ma con problemi con i figli e il giovane secondo marito; Nicole Kidman è la sua amica Celeste Wright, apparentemente ben sposata e felice; e Jane Chapman è una madre single, appena arrivata in città, un elemento di disturbo, visto che il figlioletto Ziggy viene accusato di aver voluto strozzare una compagna di scuola. Ci saranno svolte inaspettate lungo il cammino ma intanto, dalle prime puntate siamo invischiati in un caotico puzzle culturale, fatto di affermazioni sociali e illusioni emotive, di paradossi e ripugnanze. Il pregio maggiore di «Big Little Lies» consiste nel tratteggiare un affresco psicologico di grande complessità capace di squarciare il lusso esibito, le ville sul mare, le famiglie da sogno per sondare l'abisso di chi, ingannato, si rallegra mestamente dell'inganno". (Aldo Grasso)

giovedì 16 marzo 2017

NEWS - Silenzio in sala! Il compositore di "Game of Thrones" ha suonato le musiche della serie al Madison Square Garden (visto il successo, toccherà a quelle di "Westworld", sempre da lui composte?)

News tratta da "Vulture"
For the biggest Game of Thrones fans, televised episodes just aren’t enough — especially when it comes to the show’s music. Viewers might hear a snippet of a piece that could be a full song, and scenes might return to certain musical themes, but it’s rarer to hear a number all the way through. Composer Ramin Djawadi’s solution? He decided to launch a live concert tour, which touched down at Madison Square Garden last Tuesday, providing a musical portal from New York to the Seven Kingdoms. “I feel like we have so much going on,” Djawadi told Vulture before the show. “We have all this movement and color, and you’ll be like, ‘Oh, wait! What’s happening on the left? What’s happening on the right?’ Because it will be happening all around you.” He wasn’t exaggerating: Red leaves shed from weirwood trees that grow out of the stage; confetti falls from the ceiling, lit from behind to look like a drifting snowstorm; and smoke and fire shoot out of pyrotechnics rigs at different angles and colors, like reddish-orange for dragon fire or green for wildfire. Scenes from the show play on tiered screens, encompassing each particular character’s theme. And then there’s the music itself — played by a full orchestra, sung by a choir and soloists, with expanded arrangements and lyrics that are somehow more vivid, more tense, more heart-wrenching, and recontextualized quite a few famous Thrones moments, especially the deaths of beloved characters. (Hodor!) “There are certainly a lot of spoilers,” Djawadi laughed. “This is a crash course.” While an eight-piece band remains the same for every stop on the tour, Djawadi refreshes the show in each city with a new orchestra and choir, using local musicians, which requires extra rehearsal time. Some of the other tweaks he made along the way were to nix a screen that was supposed to come down all the way to a runway stage and separate the audience like the Wall, as well as keeping the soloists on the move between different satellite stages. “It’s physically exhausting,” he said. “But it looks so cool when we use the whole space.” Although the tour has a few weeks left to go, Djawadi is already dreaming up a sequel to follow season seven, as well as the possibility of launching a live concert tour for the other HBO show he composes, Westworld“A lot of people have said, ‘Do a Westworld tour!’” he said. “I definitely have ideas, because we could do a whole concert from just the first season. The player piano plays such a huge role in that one, so it’s a must-have as a centerpiece. And imagine the possibilities for guest stars! I would love it if anyone like Radiohead or Trent Reznor wanted to be involved. It would be such a blast.”
NEWS - Amate le serie tv? State in Campan(i)a! Un campus universitario a Fisciano (Salerno) vi spiega i linguaggi e i consumi della serialità

News tratta da "Il Mattino"
Tutto è serialità. Siamo invasi, affascinati, sedotti e(alla fine della serie) abbandonati. Totalmente immersi in un processo di creatività e narrazione audiovisiva che sembra ogni cosa sfiorare e ogni cosa reinventare. In principio furono gli sceneggiati televisivi, poi giunse l'epopea infinita delle soap opera, le generazionali sit-com fino ad arrivare al nostro contemporaneo dove il processo seriale è di grande forza e diffusione, tanto da influenzare perfino il cinema. «I linguaggi utilizzati sono all'insegnadiunapotente innovazione. E la costruzione dell'immaginario seriale è magico intreccio: televisivi e post-televisivi siamo intinti in un cortocircuito inesauribile di trame, visioni, azzardo», spiega Alfonso Amendola. Il prof di Sociologia degli audiovisivi sperimentali all'università di Salerno è l'anima, con Linda Barone e Maurizio Calbi, del convegno internazionale, promosso da Unknown Pleasures, «To be continued. Il dispositivo seriale tra narrazioni, linguaggi, traduzioni e consumi» in agenda da oggi a domani (10-18) al Campus di Fisciano. Per molti la vera dimensione seriale ha inizio con «Ai confini della realtà» per altri con «Star Trek». Quel che è evidente è che ogni serie è storia a sé. Dal circuito spazio-temporale di «Lost» all'effetto nostalgia di «Stranger things»; dal visionario «Westworld» all'epico «Trono di spade». E, ancora, i medical drama, le commedie, lo straordinario capitolo made in Italy di «Boris», «Romanzo criminale», «Gomorra» e «The Young Pope». Nella cultura seriale c'è ditutto di più, in una riuscita miscela di tradizione, sperimentazione, innovazione e convenzionalità. Ne parleranno 30 relatori, riflettendo anche sul radicale cambiamento socio-culturale in atto, le nuove professionalità, le problematiche legate alla linguistica, le dinamiche di ricezione, il rapporto tra autorialità e consumo di massa. Lectio magistralis di Jordi Ballo (università Pompeu Fabra di Barcellona) e Douglas Lanier (università del New Hampshire) sulla centralità di William Shakespeare nel fiabesco seriale contemporaneo.

mercoledì 15 marzo 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
IL - Magazine de Il Sole 24 ore
Ecco perché "Big Little Lies" è la serie dell'anno
"Big Little Lies è come l’incidente sulla carreggiata opposta: sei sempre lì a guardarlo ma non sai perché. A ben vedere motivi ce ne sarebbero eccome, a cominciare dal livello interpretativo di un cast notevole. C’è un’intensa Nicole Kidman, madre di gemellini-Ken e moglie sbertucciata di banchiere milionario nonché formidabile performer a chiamata su Skype; un’ancor più formidabile Reese Witherspoon nella parte del personaggio che più di tutti lombrosianamente pare assomigliarle, una grintosa piccoletta dai desideri più grandi – e sconci – della propria estensione alare, un’instancabile parlatrice a tacco dodici diurno, una madre apprensiva, una moglie così. Sono madri anche la terza e quarta protagoniste femminili: la milionaria Renata (pronuncia “r’na’duu”), appena entrata nel board di PayPal e fiera proprietaria di casa scarfaceiana vista oceano e – qui un po’ meno fiera – di marito barbudo mezzo scemo del tipo che fuma di nascosto un tiro di sigaretta all’anno e si fa pure beccare; e Jane, la madre “chi vive in baracca”, costretta a tirar su da sola un ragazzetto dal volto ceruleo di nome Ziggy. Sono tutte madri perché la miniserie – sette puntate in onda su Hbo a partire dal 19 febbraio e su Sky Atlantic dal 15 marzo – si sviluppa intorno a una scuola elementare fighetta di Monterey, la prima capitale della California, già in stato di semi-abbandono negli anni 90 prima che i denari della Silicon Valley la ripopolassero ai principi del millennio. La vicenda – che è poi tratta dall’omonimo romanzo aussie di Liane Moriarty, adattato per la tv da quel David E. Kelley già ampiamente raccontato su queste pagine a partire dal recente Goliath in giù (The Practice, Ally McBeal, LA Law) – dipana da qui, dalla classe dei bimbi, per poi allargare a comprendere tutto un insieme di insta-classics montereyani: i grandi terrazzamenti privati sull’onda del Pacifico che si infrange un metro sotto, il bar sul molo per i discorsi tra ragazze post liberazione da pargolo, i capienti Suv molto ben assettati aerodinamicamente che accarezzano le curve a picco sulla scogliera che proprio qui comincia quell’increspatura che sublimerà nel resto del Pacific Northwest. C’è chi ci ha visto anche altri tic ricorrenti: il fiorire della domotica, una musica generalmente superlativa – a partire dalla sigla dove suona quel capolavoro assoluto che è Cold Little Heart di Michael Kiwanuka – e la messa in Costituzione via Kravitz (nel senso di Zoe) dell’organic/yoga/sensitive/strong moral compass. A frazionare periodicamente la pace visiva e sonora spuntano flashforward polizieschi che ci annunciano lo snodo della storia: qualcuno morirà, e sarà per via violenta. A questo punto parte il toto-truffa del chi-è-chi (truffa perché se si legge il libro eccetera), ma non è una roba trascendentale. Cioè interessa, sì, ma fino a un certo punto. Lo spettatore non fremerà dal desiderio di conoscere il tragico accadimento, tutt’altro. Infatti, lo spettatore si sorprenderà di quanto poco gli interessi chi vada giù dalla scogliera preso com’è dalle movimentate – seppur in fondo immobili – vicende di quest’America ultraliberal di servizio, che nella sfera pubblica ha fatto il proprio dovere votando come si conviene alle ultime presidenziali ma che sa perfettamente che le regole del gioco sono cambiate, e che tutto il meglio va trattenuto a sé, nell’interiorità, tra la villa e il mare".

martedì 14 marzo 2017

GOSSIP - Singing Queen. Dopo l'addio a "Scream Queens" e a Ryan Murphy, Lea Michele torna in scena da cantante (nuovo disco e nuovo tour)
Lea Michele has unveiled the cover artwork for her new album Places and also revealed when it will be released! The album will hit stores and digital retailers on April 28.
Lea‘s album will be available for pre-order starting TONIGHT (March 13) at midnight ET/9pm PT. 
Fans who go to see Lea on her upcoming mini-tour will be able to memorize all of the new songs before they see her as the dates all are after the album drops!
Make sure to listen to “Love Is Alive,” the first single from Places.

lunedì 13 marzo 2017

NEWS - Clamoroso al Cibali! In Italia il 60% degli spettatori di "The Walking Dead" (500.000) lo guarda on demand (non live)

News tratta dal "Corriere della Sera"
Resta la serie televisiva più amata fra quelle prodotte dalla tv a pagamento (la «basic cable» Ame) e gli ascolti americani continuano a essere fra i più elevati della settimana (10,4 milioni di spettatori per l'ultimo episodio), anche se il calo per questa stagione è notevole, da oltre diciassette milioni della première ai dici milioni attuali. Stiamo parlando di «The Walking Dead», uno dei fenomeni televisivi più importanti dell'ultimo decennio. Caso rilevante negli Stati Uniti, il Paese d'origine di questa saga nata nei fumetti di Robert Kirkman e diventata un «franchise transmediale», ma anche negli oltre cento Paesi in cui viene distribuita, creando culto e comunità di fan. L'ascolto delle sette stagioni finora realizzate non è nuovo agli alti e bassi: anche lo scorso anno ci furono momenti di stanca, poi la serie si è ripresa. In Italia — uno dei tanti «territori» in cui Twd è trasmessa, a pochi giorni dalla messa in onda americana, grazie alla cura telefila di Fox Italia — l'andamento è più regolare, caratterizzato da una consistente comunità di appassionati, quantificabili in poco meno di mezzo milione. Negli anni gli spettatori del "live» del lunedì sono rimasti abbastanza stabili (tra i 230.000 della prima stagione e i 278.000 della settima), ma sono cresciuti gli spettatori «non lineari» (quelli che guardano le puntante on-demand). Per le ultime due stagioni, Twd ha accumulato un ascolto non-lineare del 60%, toccando il mezzo milione di spettatori, un risultato straordinario per una serie complessa, cruda, dalla serialità fortemente orizzontale (che richiede, dunque, notevole fedeltà). Gli spettatori di Twd sono giovani o giovani-adulti (età media 40 anni), con buoni livelli d'istruzione. Attraverso zombie e uomini resi mostruosi dall'Apocalisse vediamo rispecchiate le nostre odierne paure e insicurezze. (Aldo Grasso in collaborazione con Massimo Scaglioni, elaborazione su dati Auditel)

sabato 11 marzo 2017

PICCOLO GRANDE SCHERMO - La realtà è un'apparenza. E' "Mr. Robot"? No, il nuovo film - il primo da protagonista - di Rami Malek. E intanto la serie tv che lo vede hacker da Emmy viene posticipata a ottobre...

News tratta da TheFilmStage.com
After making an impression in films from Paul Thomas Anderson, David Lowery, and Spike Lee, thanks to his new exposure as television’s most intelligent anti-social hacker, Rami Malek has graduated from indelible supporting character appearances to the coveted leading role. His first endeavor in the arena arrives with Buster’s Mal Heart, which comes from Sarah Adina Smith, and follows an on-the-run mountain man and how he got to this state. I said in my review, “The structural concepts are all here to create an intriguing psychological drama, but the lack of realism when it comes to the supporting cast of caricatures makes for a tenuous emotional foundation. Despite a committed lead performance and flashes of finding beauty in the bizarre, Buster’s Mal Heart loses confidence as it proceeds, resulting in a journey of half-formed ideas that could’ve used as much focus as Malek’s dead-eyed glance.”
Ahead of a release next month, check out the new trailer below.
In this bold thriller peppered with dark humor and interlocking mystery, an eccentric mountain man is on the run from the authorities, surviving the winter by breaking into empty vacation homes in a remote community. Regularly calling into radio talk shows—where he has acquired the nickname “Buster”—to rant about the impending Inversion at the turn of the millennium, he is haunted by visions of being lost at sea, and memories of his former life as a family man. As he drifts from house to house, eluding the local sheriff at every turn, we gradually piece together the events that fractured his life and left him alone on top of a snowy mountain, or perhaps in a small rowboat in the middle of a vast ocean—or both, in this visceral mind bender that will provoke discussion long after it turns your world upside-down.

venerdì 10 marzo 2017

GOSSIP - Brit Marling ("The OA") conquista la cover di "Interview" nonostante le critiche personali
Brit Marling takes the cover of Interview magazine’s March 2017 issue.
The 34-year-old The OA star was interviewed by Malcolm Gladwell for the mag – here’s what she shared: 
On developing a thick skin over critique: “I think I do definitely have a toughness. And who knows where this sh*t comes from? I mean, look, somebody you admire saying something harsh about your work hurts me the way it hurts everybody else. But, for me, it just never goes very deep. It’s like someone taking a little pin and like pricking you. For better or worse, I have pretty sophisticated armor that makes me feel like the thing I’m most interested in is trying the bold thing I believe in and that that in and of itself is worth something, even if nobody gets it in the moment.”
On her connection to science fiction: “For me, fantasy and speculative science fiction are the genres that feel closest to how I feel about being alive. Like, when I feel the most invigorated by just even a walk down the block in twilight, when the street lamps are just coming on and there’s mist and some shadowy thing in silhouette in a window, I naturally invest all of those things with deep mythology and mystery and meaning. I think I need to believe in that version of reality because I get very scared when I don’t. I feel very alone when I don’t feel that.”
On staying in the moment: “For some reason, I have a very strange conception of time. I am constantly hovering at some overview, more macro. And what I like about acting is that you have to be super, super present in the moment. That’s not something that comes to me naturally. But if you take the long view on anything, nothing can really affect you or knock you down.”
For more from Brit, visit InterviewMagazine.com.

giovedì 9 marzo 2017

NEWS - "This Is Us" mania! Batte "TBBT" e conquista la cover di "Variety"

Articolo tratto da "La Stampa"

E' successo martedì e per la televisione americana si tratta di una piccola rivoluzione. The Big Bang Theory, la serie di Cbs che regnava incontrastata nella fascia di età che conta, quella tra i 18 e i 49 anni, è stata battuta da This Is Us, drammone che va in onda sul canale in chiaro Nbc e da noi su Fox Life. Con ascolti stabilmente sopra gli otto milioni di spettatori (dati Nielsen Media Research) che in alcuni casi arrivano a 14 se si considera la visione della replica del giorno dopo, This Is Us non ha niente di quello che le serie rivali offrono al pubblico e si regge solo sui buoni sentimenti e sulla storia dei tre fratelli Pearson. Kate (Chrissy Metz) insicura a causa dei problemi di peso di cui soffre fin da bambina; Kevin (Justin Hartley) il bello di famiglia, fa l'attore ma ha gigantesche pecche in tema di autostima; Randall (Sterling K. Brown, già visto in The People vs OJ Simpson: American Crime Story) afroamericano adottato e quindi con problemi di identità che in età adulta va alla ricerca del padre biologico malato di cancro. Uno dei segreti della serie è che si muove su due piani temporali: quello attuale, con i tre fratelli adulti, e quello del passato, quando i tre erano bambini e dove i protagonisti sono i loro genitori, Rebecca e Jack, rispettivamente interpretati da Mandy Moore e Milo Ventimiglia. «Non ci sono al momento in televisione molti show con protagonisti esseri umani buoni che si comportano in modo decente», ha commentato Dan Fogelman, creatore della serie. Certo, questo non è il primo dramma famigliare a essere trasmesso in televisione, ma quello che fa la differenza è anche il contesto storico. Quella che esce da This Is Us è l'America buona, inclusiva, interrazziale, generosa, esattamente l'opposto dell'America da carneficina, spaventata, arrabbiata e chiusa in se stessa che racconta il Presidente Donald Trump. «La gente è stanca di avere un atteggiamento cinico nei confronti della vita - continua Fogelman -. Credo che a molte persone piaccia che si ricordi loro quello che di buono c'è nel prossimo. Abbiamo visto abbastanza quanto di malvagio ci può essere negli essere umani». Tra lacrime e buoni sentimenti This Is Us è qui per ricordarci che la resistenza agli anni bui può passare anche dalla televisione.

mercoledì 8 marzo 2017

NEWS - Clamoroso al Cibali! In Usa ci sono più abbonamenti a Netflix che videoregistratori (storico sorpasso!). Nel 2016 gli abbonati americani arrivati a 49.4 milioni (+10.5%), il 23% usufruisce del servizio ogni giorno

News tratta da "Variety"
Netflix has hit a new milestone: More U.S. television households now have the streaming service than a digital video recorder, according to a recent study. About 54% of U.S. adults said they have Netflix in their household — while 53% have a DVR, according to Research Group’s annual on-demand study. It’s the first time that households with Netflix have surpassed the level of those with a DVR in the history of LRG’s studies. In 2011, according to the research firm, 44% of TV households had a DVR and 28% had Netflix. Netflix has now eclipsed DVR usage despite the latter having a years-long head start. TiVo’s first digital video recorder shipped in 1999, while Netflix debuted its video-streaming service in 2007 and started the shift away from its DVD-by-mail business. As of the end of 2016, Netflix had 49.4 million streaming subscribers in the U.S., up 10.5% year over yearAbout 23% of all adults in TV homes stream Netflix daily, according to LRG’s survey of 1,211 consumers 18 and older conducted in January 2017, compared with 6% who did in 2011. Overall, 64% of respondents said they get a subscription video-on-demand service from Netflix, Amazon Prime Video, and/or Hulu. Meanwhile, Netflix’s stock was upgraded Monday by UBS analyst Doug Mitchelson, from “neutral” to “buy,” citing subscriber momentum in Europe and Latin America as well as remarks by Comcast CEO Brian Roberts who said last week at an investor conference that in a little more than 90 days since integrating Netflix into its X1 platform, more than 30% of X1 customers are using Netflix. Comcast’s early results with Netflix on X1 are “encouraging,” Mitchelson wrote. “We expect ongoing churn reductions as Netflix adds more U.S. pay TV integration deals and as X1 penetrations rise.” Comcast has said about half its 22.5 million video subs have X1. All that said, traditional linear TV is not dead in the water by any means. As LRG president Bruce Leichtman pointed out, 46% of adults say they often flip through channels to see what’s on TV.

lunedì 6 marzo 2017

NEWS - "Netflix sempre di più!". Il guru Reed Hastings dixit e aggiunge: "binge-watching a manetta con i nuovi contenuti in arrivo. Le serie a cadenza settimanale non sono il nostro focus, colpa degli accordi con le emittenti. Mediaset, Vivendi o Sky? Non ci preoccupano, loro sono sulla tv, noi su Internet..." (come a dire, Infinity e Sky Go ci fanno una pippa!)

Intervista tratta dal "Corriere della Sera"
Reed Hastings, classe 1960, è un signore che prima noleggiava dvd. Adesso produce e distribuisce serie tv e film online. E ha appena vinto un Oscar. È quello che ce l'ha fatta, con Netflix, nella delicata transizione dal mercato delle copie fisiche a quello delle copie digitali: 93 milioni di persone (lo) pagano una decina di euro al mese per vedere contenuti in un contesto, Internet, che li aveva abituati al tutto gratis (e pirata). Se del futuro dell'economia digitale non c'è certezza, quantomeno lui non sembra doversi inventare il presente. Ne è consapevole. Ci risponde asciutto e sornione accoccolato sul divano della scenografica dimora allestita per accogliere la stampa accorsa a Barcellona per il Mobile World Congress. La statuetta assegnata al corto «White Helmets» è solo un primo passo? Siete pronti ad aggredire l'industria della produzione cinematografica? «Non se la mette in senso negativo. Andiamo a dare un contributo, a portare più soldi, nuove pellicole e nuovi show». Chi potrebbe aggredire voi, invece, è Facebook: sembra intenzionato a puntare sulla creazione di contenuti video originali. Diventerà un rivale? «Non credo sia probabile a breve termine. E per ora Facebook o YouTube sono attivi nella raccolta pubblicitaria destinata ai video. Noi non ospitiamo spot e non abbiamo intenzione di farlo in futuro, vogliamo continuare a offrire un'esperienza simile a quella del cinema: l'immersione totale nei contenuti senza alcuna interruzione». Noi spettatori, però, abbiamo un numero limitato di ore da dedicare alle varie piattaforme. App come anche Snapchat, che si distingue per il tempo trascorso dagli utenti a sfogliare i video, non possono non essere considerate concorrenti diretti. «Certo, qualsiasi cosa sia coinvolgente e divertente è un nostro rivale. La televisione tradizionale rimane però in cima alla lista: ha ancora un sacco di spettatori». Siete diventati famosi per aver introdotto le scorpacciate di tutte le puntate di una serle in una volta sola. Adesso avete iniziato a proporre anche programmazioni settimanali. Il «binge watching» non è più sostenibile? «Fa riferimento alla possibilità che le persone si abbonino per periodi limitati e solo per vedere le loro serie preferite? Quest'anno abbiamo prodotto migliaia di ore di contenuti originali e nuovi. A breve ne avremo così tanti che chiunque vorrà essere sempre abbonato. Le poche trasmissioni a cadenza settimanale si devono ad accordi con le emittenti: non è il nostro focus e non abbiamo intenzione di incrementarle». Fattore chiave per assicurarsi la fedeltà degli spettatori è e sarà sempre di più la selezione. Avete iniziato a ospitare corsi per rimanere in forma. «Sì, è un esperimento per capire cosa può piacere alle persone». Possiamo aspettarci video in diretta? Lo sport? «No. Lo sport è molto ben coperto dalla tv tradizionale. Rimaniamo su film e serie tv, anche perché i diritti dei match costano moltissimo». Tornando all'Italia, conferma l'obiettivo di raggiungere un terzo delle case nei prossimi 5 anni? «Confermo. Stiamo facendo ottimi progressi e siamo soddisfatti della collaborazione con la Rai per Suburra». Non teme le mosse di Mediaset-Vivendi o Sky? «Vedremo cosa accadrà (si riferisce alla stretta di mano italo-francese, ndr), di sicuro c'è che loro sono una costola delle tv mentre noi siamo focalizzati su Internet. Non mi preoccupo, non ci tocca un eventuale fusione». La sua serie preferita? The Crown: c'è la storia, c'è Churchill. E sorprendente».

domenica 5 marzo 2017

venerdì 3 marzo 2017

NEWS - Forever '80s! La nuova idea di Jenji Kohan ("OITNB") per Netflix è ambientata nel mondo del wrestling femminile (dal 23 giugno)
News tratta "Entertain the Idea"
Netflix announced that the first season of "Glow", a new comedy from Jenji Kohan’s, will debut on June 23rd.
Inspired by the short-lived but beloved show from the 80s, the series tells the fictional story of Ruth Wilder (Alison Brie), an out-of-work, struggling actress in 1980s Los Angeles who finds one last chance for stardom when she’s thrust into the glitter and spandex world of women’s wrestling.
In addition to working with twelve Hollywood misfits, Ruth also has to compete with Debbie Eagan (Betty Gilpin) a former soap actress who left the business to have a baby, only to be sucked back into work when her picture perfect life is not what it seems. And at the wheel is Sam Sylvia (Marc Maron), a washed-up, coked-up B-movie director who now must lead fourteen women on the journey to wrestling stardom.
Co-starring are Britney Young, Sydelle Noel, Britt Baron, Jackie Tohn, Kimmy Gatewood, Rebekka Johnson, Kate Nash, Sunita Mani, Kia Stevens, Ellen Wong, Gayle Rankin and Chris Lowell.

giovedì 2 marzo 2017

NEWS - Serial Fincher. Il regista di "Se7en" e "House of Cards" firma "Mindhunter" per Netflix (a ottobre)
News tratta da "Uproxx"
David Fincher is already doing well with Netflix; he executive-produces House of Cards, and directed the first two episodes, helping kick off the original streaming show gold rush. But not content with ruthless political scheming, he’s returning to his first love in a new Netflix series about hunting down serial killers. Mindhunter, set in 1979 and based on the 1996 nonfiction book, follows the work that went into building the FBI’s famous “profiling” program, where they interviewed serial killers looking for common links and traits that might help them spot murderers before they killed again. Needless to say, being in close proximity with some of the most dangerous people in the prison system doesn’t really do much for their mental health, and the agents struggle to keep it together. But, hey, at least one of them is a generous lover, if one of the flash cuts we see are any indication, and it’s nice to see what boils down to basically two guys doing scientific grunt work getting their own TV series. Fincher, of course, first came to prominence with Se7en, but this doesn’t look like a throwback to the ’90s era where everybody was chasing Hannibal Lecter or the many, many photocopies that filled the screen. Hopefully it also digs into the many criticisms of the profiling program, as there’s a lot of debate among criminologists that the FBI’s work is all that accurate or effective. If this series sticks to the story behind the FBI’s profiling unit, it should make for fascinating drama. Just make sure the agents don’t open any boxes.

lunedì 27 febbraio 2017

PICCOLO GRANDE SCHERMO - Clamoroso al Cibali! Jim Parsons di "TBBT" e Claire Danes di "Homeland" genitori di un figlio di 4 anni transgender al cinema

News tratta da "Vulture"
Jim Parsons’s burgeoning film career has been tipping towards socially conscious projects for a few years now. He has recently appeared in Hidden Figures and the HBO AIDS crisis drama The Normal Heart, but he has yet to play a leading man. Variety announced today, however, that Parsons has signed on to produce and star in the feature A Kid Like Jake. The film, written by Daniel Pearle, is centered around the parents of a transgender four-year-old, and is based on Pearle’s play of the same name that ran at New York’s Lincoln Center Theater in 2013. Claire Danes is attached to play the wife of Parsons’s character, with Silas Howard (Transparent), one of only a few transgender directors in Hollywood, set to direct. The project’s announcement comes at a pivotal moment in the transgender rights movement. Just yesterday, the Trump administration rolled back protections that ensured transgender kids could use the bathroom corresponding with their gender identity in public schools, a move which prompted celebrities from Caitlyn Jenner to Rhea Butcher to speak up. A Kid Like Jake follows recent trans-focused film projects like last year’s The Danish Girl, for which Eddie Redmayne received an Oscar nomination, and the forthcoming film Three Generations, about a teenage trans boy in the process of transitioning.
TELEFILM ART - Foto, grafica e visioni al confine con la Pop Art

sabato 25 febbraio 2017

NEWS - "Scream Queens" meno una! Lea Michele dice addio a Ryan Murphy per una comedy 

News tratta da "The Hollywood Reporter"
Lea Michele has booked her next act.
The Glee and Scream Queens favorite has joined the cast of ABC's untitled city mayor comedy pilot, The Hollywood Reporter has learned.
From ABC Studios and Hamilton's Daveed Diggs, the project explores what happens when an outspoken, idealistic rapper named Courtney (Search Party's Brandon Micheal Hall) runs for office as a publicity stunt. When he actually gets elected, he surprises everyone (including himself) when he has a natural knack for the job and slowly transforms City Hall.
Details on the role Michele will play were not immediately available as the part is being adjusted to specifically accommodate the actress. The character originally was planned to be Courtney's chief of staff. It's unclear if that will remain as the part continues to shift with Michele's commitment to the project. The ABC comedy marks her first pilot since Fox's Glee and first series-regular role outside of the Ryan Murphy universe. For Michele, meanwhile, this marks her follow-up to Fox's Scream QueensThe horror-comedy anthology from executive producer Murphy remains on the bubble and awaits word on its third season. Sources say Murphy released Michele from her deal for Scream Queens. Her casting does not have any bearing on if the series returns. Instead, it means her character of Hester is not going to be returning for a potential third season.
Jeremy Bronson (Speechless) will pen the script and exec produce the ABC Studios comedy alongside Diggs, Jamie Tarses, Scott Stuber and James Griffiths, with the latter set to direct the single-camera comedy.

venerdì 24 febbraio 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
"Masters of Sex", quando la qualità non incontra il pubblico
"Sta andando in onda la quarta e ultima stagione di «Masters of Sex», la serie americana creata da Michelle Ashford. Racconta gli anni ardimentosi delle ricerche del ginecologo William Masters e della psicologa Virginia Johnson, diventati famosi per aver redatto il primo studio approfondito sul sesso, un lavoro durato undici anni e sfociato nel famoso libro La risposta sessuale umana del 1966 (Sky Atlantic, mercoledì, 2L10). La rete americana Showtime ne ha annunciato la fine: «"Masters of Sex" è stato un viaggio magnificamente scritto e interpretato sulla rivoluzione dei costumi sessuali dell'America. Siamo assolutamente orgogliosi di aver condiviso la storia di Masters e Johnson per quattro stagioni acclamate dalla critica». Acclamate dalla critica ma disertate dal pubblico, con un deciso crollo negli ascolti. Non sempre la qualità si concilia con la vasta platea. Saranno contenti i «gufi» che predicano la fine della serialità, che sostengono che le serie televisive si stanno uccidendo da sole perché si sono moltiplicate a dismisura, che la tossicità dei loro impianti narrativi le ha rese ridicole. Può darsi, ma gli stessi discorsi li abbiamo già sentiti da anni, a proposito di libri e di cinema. C'è stato un periodo in cui si diceva che un libro medio autoriale era una sorta di affronto, mentre in un film medio si poteva sempre scoprire qualcosa, perché comunque era attraversato dalla forza delle convenzioni e dei generi. Magari oggi possiamo sostenere che un film medio è un affronto e si fa fatica a seguirlo fino alla fine, mentre in una serie media si può sempre scoprire qualcosa, aldi là dell'Arte, del Bello o del Brutto. Così funziona l'industria culturale, così funzionano i fantasmi prima psichici e poi narrativi. Perciò spiace che chiuda una serie come «Masters of Sex», i cui racconti restano interessanti (a volte persino troppo didascalici) e la cui scrittura riesce a dispiegarsi in molti registri". (Aldo Grasso)

"Il trivial game + divertente dell'anno" (Lucca Comics)

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Il GIOCO DEI TELEFILM di Leopoldo Damerini e Fabrizio Margaria, nei migliori negozi di giocattoli: un viaggio lungo 750 domande divise per epoche e difficoltà. Sfida i tuoi amici/parenti/partner/amanti e diventa Telefilm Master. Disegni originali by Silver. Regolamento di Luca Borsa. E' un gioco Ghenos Games. http://www.facebook.com/GiocoDeiTelefilm. https://twitter.com/GiocoTelefilm

Lick it or Leave it!

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