venerdì 22 marzo 2019

NEWS - Tremate, tremate, le streghe son tornate (nel 2020)! La terza produzione seriale italiana di Netflix dopo "Suburra" e "Baby" sarà la "Luna Nera" (ennesima serie made in Italy con soggetto non originale)

News tratta da "La Stampa"
Più o meno un anno fa, al See What’s Next di Netflix, veniva annunciata una nuova serie italiana: “Luna nera” (titolo inglese: “Black moon”). Da allora se ne sono quasi perse le tracce, ma oggi – 21 marzo – inizieranno le riprese che dureranno circa 16 settimane. Le location saranno tra Roma e la provincia di Viterbo, tra Selva Del Lamone e Montecalvello. La storia, com’era stato annunciato durante l’evento della piattaforma streaming nella capitale, racconterà le vicende di un gruppo di donne accusate di stregoneria nell’Italia del 17esimo secolo. Sarà una serie in costume, quindi, e che molto probabilmente – come ci aveva anticipato pochi mesi fa, sempre a Roma, Kelly Luegenbiehl, vice presidente International Original Series for Europe and Africa – conterrà elementi fantasy. Il soggetto si ispira a un manoscritto di Tiziana Triana. La sceneggiatura è stata curata da Francesca Manieri (“Il miracolo”), Laura Paolucci (“L’amica geniale”) e dalla stessa Triana. A quanto pare, anche la regia sarà affidata a tre donne. Dietro la macchina da presa si alterneranno Francesca Comencini (“Gomorra”), Susanna Nicchiarelli (“Nico, 1988”) e Paola Randi (“Tito e gli alieni”). Non si hanno ancora notizie certe su chi farà parte del cast, ma sembra che il ruolo da protagonista verrà interpretato da Nina Fotaras, giovane attrice romana già vista in “Il primo Re” di Matteo Rovere e ne “Il nome della Rosa” di Rai1. La produzione di “Luna nera” è affidata alla Fandango di Domenico Procacci. Lo storyboard è stato curato da David Orlandelli. La nuova serie di Netflix rappresenta una novità importante per il mercato italiano, già adesso, prima ancora d’essere distribuita. Perché, dopo le produzioni Sky, segna l’interesse di un nuovo player di raccontare storie che non appartengano al genere crime. Insomma, un’altra serialità, non migliore ma diversa, è possibile. Segno abbastanza chiaro che anche il nostro mercato, lentamente, sta crescendo. Con buone probabilità, “Luna neraarriverà su Netflix nel 2020.

lunedì 18 marzo 2019

NEWS - Achtung, compagni! Tra una settimana viene presentato lo streaming di Apple anti-Netflix e Amazon

Articolo tratto da "La Stampa"
L'invito è nero, lucido, con la silhouette della mela morsicata e le parole: «It's show time». È l'ora dello spettacolo: scocca il 25 marzo alle 10 del mattino, ora locale di Cupertino, California. Non sta scritto, né sull'invito né altrove, ma tutti sanno (o immaginano) che li, in quel giorno e quell'ora la Apple annuncerà il lancio della sua piattaforma di streaming, la sua Netflix, la «tv» che viaggia su Internet e che ciascuno può vedere quando vuole - in abbonamento - su smartphone, tablet, computer e televisori collegati alla Rete. Sarà quello il preciso momento in cui si scatenerà la guerra tra giganti dell'intrattenimento che cambierà definitivamente il modo in cui useremo i piccoli e grandi schermi. Bob Iger, il grande capo Disney impegnato in questi mesi a digerire il boccone da 66 miliardi 20th Century Fox, ha svelato tre giorni fa che Disney+, il servizio di streaming che lancerà negli Usa entro l'anno, «ospiterà l'intero archivio dei nostri film» dagli Anni 20 a oggi, e naturalmente le produzioni future. Quale famiglia al mondo potrà resistere a una piattaforma che permette di vedere (e rivedere, come piace ai bambini) Dumbo, Il re leone, Frozen, Biancaneve e La sirenetta ogni volta che lo si desidera sullo schermo di casa? Intanto Amazon, il colosso del commercio online, più grande Internet company al mondo, punta forte sulla sua divisione di intrattenimento in streaming, Amazon Prime Video. Al recente festival Sundance, specializzato in cinema e documentari di qualità, ha speso 41 milioni di dollari, più di ogni altro distributore, per acquisire film, soprattutto commedie adatte a un pubblico femminile. L'azienda fondata da Jeff Bezos, l'uomo più ricco del mondo, ha ingaggiato diverse star (Julia Roberts, Jon Hamm, Orlando Bloom) e molto si attende da Good Omens, mini-serie coprodotta con la Bbc in arrivo a fine maggio. Ora porterà la sfida anche sul terreno della tv più tradizionale (unscripted in televisonese), storie vere, talk show e intrattenimento non sceneggiato. 
Se a questi big aggiungiamo il gruppo Warner, che ha annunciato una discesa in campo prima della fine del 2019, e Netflix, che con i suoi 140 milioni di abbonati guida la graduatoria di un mercato globale che ha sostanzialmente inventato, abbiamo un quadro abbastanza completo dei partecipanti alla guerra. Netflix, tra l'altro, non si ferma mai: stringe accordi in giro per il mondo, lavora molto sull'animazione (esce Love Death e Robots, diretta da David Fincher, il regista di Fight Club), ha già un cavallo di razza pronto per la corsa al prossimo Oscar, The Irishman, regia di Martin Scorsese, con Robert DeNiro e Al Pacino, costato 200 milioni di dollari, che in autunno uscirà anche in sala e questa volta in maniera massiccia, non in pochi «selezionati» cinema come Roma. E l'Italia? Siamo troppo piccoli per avere un ruolo nella tv via web? Da noi oggi si vedono Netflix, Amazon e forse presto anche Apple, che sfrutterà il suo vantaggio competitivo più evidente, il miliardo e 300 milioni di dispositivi con il marchio della mela in funzione nel mondo. Poi c'è Now Tv, il braccio via streaming di Sky, che offre anche il calcio, interessante perché indica una delle possibili strade future per i canali che Rupert Murdoch ha venduto a Comcast; c'è DPlay di Discovery; RaiPlay della Rai, che vanta già buoni numeri, anche in occasioni apparentemente vintage come il Festival di Sanremo. Tim Vision, che offre serie premiatissime come Il racconto dell'ancella e KillingEve, produce Skam Italia che è un piccolo fenomeno. E ci sono Chili e Rakuten, che propongono un modello diverso, senza abbonamenti, un sistema paga-ciò-che-vedi dai possibili interessanti sviluppi. Un'altra domanda si impone: c'è spazio per tutti, o nel mondo ne resterà solo uno, come nel film Highlander? La storia insegna che il flusso di informazioni del web finisce per portare al monopolio: c'è un solo motore di ricerca, una sola enciclopedia online, un solo sito per vedere i video. E chi può essere interessato a pagare quattro o cinque abbonamenti per vedere i film, le serie e gli show che ama? L'unica certezza è che il panorama è in movimento. Tra un paio d'anni i nomi citati in questo articolo potrebbero essere cambiati, o non esistere del tutto, o essersi aggregati. Ma non si tornerà indietro, la nuova televisione - quella che permette a tutti di costruire e smontare il proprio palinsesto casalingo con un clic - entrerà nelle nostre vite e le cambierà più di quanto abbia fatto finora.

venerdì 15 marzo 2019

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

"Russian Doll", "Il giorno della marmotta" in versione Netflix
"'Se dovessi progettare l'inferno, lo farei così'. Circa a metà di 'Russian Doll', Nadia dai capelli rossi cerca di dare un senso a quel che le sta capitando. L'avventura inizia in bagno, alla sua festa per i 36 anni. Si guarda allo specchio, fuori bussano, lei esce, scambia un paio di battute con l'amica che ha organizzato il buffet, chiacchiera con gli ospiti, se ne va con il giovanotto appena rimorchiato. Viene investita da una macchina - non ha guardato prima di attraversare. E si ritrova davanti allo specchio del bagno: stessa festa, stessa musica, stesso buffet. Una volta, due volte, tre volte, quattro volte. Cambiano le circostanze della morte - scale, montacarichi, altre automobili, ci sarà poi la fuga di gas. E immancabilmente si ritrova davanti allo specchio. "Il giorno della marmotta" in versione Netflix conta 8 episodi, 25 minuti ciascuno. Meglio classificabile come miniserie, se non sapesse di vecchia tv. 0 come lungo film ridotto a spezzoni: non sarà tanto tecnico, e neanche tanto chic, ma coincide con l'esperienza dello spettatore. Vederli tutti di seguito non si configura neanche come binge watching - è quel che abbiamo fatto, per esempio, con "The The End of the F***ing World" di Jonathan Entwhistle, stessa lunghezza e stessa struttura: vuol dire che l'arco drammatico funziona sulla storia intera, la scansione degli episodi è secondaria. Dietro 'Russian Doll' (sta per "matrioska") troviamo un gruppo agguerrito di sceneggiatrici: Leslye Hedland (aveva scritto e diretto "The Wedding Party"), Amy Poehler (aveva fatto coppia con Tina Fey al Saturday Night Live) e Natasha Lyonne, che ha tenuto per sé la parte di Nadia. Il format tiene la fine abbastanza vicina all'inizio (il lavoro di chi racconta storie, spiega Nick Hornby, sta nel "tenere la fine lontana dall'inizio", non vale solo per i romanzieri). Quindi abbiamo la curiosità di sapere come va a finire. Insomma, cosa ha provocato "le mille e una morte" di Nadia, per citare un racconto di Jack London intitolato appunto "Le mille e una morte". Un giovanotto sul punto di annegare- "poi fu il vuoto" - si sveglia a bordo di una nave. Lo hanno fatto tornare in vita allo scopo di ucciderlo tante altre volte. Il capitano nella nave (che poi scopriamo essere suo padre) ha inventato un marchingegno per risuscitare i morti, e non vede l'ora di sperimentarlo. Ma gli servono morti di giornata, al massimo tenuti in ghiacciaia per qualche ora: il poveretto viene costretto a fare avanti e indietro sul confine tra la morte e la vita. Avvelenato, strangolato, asfissiato, steso con troppa morfina o abbattuto con una scarica elettrica. La curiosità per quel che succede a Nadia - che tra una morte e l'altra sperimenta vite parallele, ricombinate partendo da elementi che conosciamo - aumenta quando accanto a lei compare Alan. Il riconoscimento avviene in ascensore, la cabina precipita, tutti urlano e si sdraiano per ammortizzare l'urto. Loro due restano in piedi. "Non hai paura di morire?" chiede Nadia. "Mi succede di continuo", risponde Alan. "Anche a me". Insieme, cercano di uscire dal loop temporale (forse un bug di progettazione, suggerisce lei che traffica con i videogiochi). Non vale svelare cosa succede, se e come riusciranno a cavarsela. Però qualcosa si può dire, anche per scongiurare una seconda stagione: a occhio, un tour de force per le sceneggiatrici, una punizione per lo spettatore. Il finale non è all'altezza dell'inizio, né per trama né per scrittura. Nadia sprizza scintille, Alan fatica a bucare lo schermo". (Mariarosa Mancuso)

mercoledì 13 marzo 2019

NEWS - Ma che succede alla Sky neo acquisita da Comcast? Ieri l'annuncio della serie su calciatori+procuratori alla Icardi+Wanda Nara, oggi l'"innovativo" serial "Petra" con la detective Paola Cortellesi venduta come la prima donna poliziotto (ma Ambra con "Il silenzio dell'acqua" e Miriam Leone in "Non uccidere" che sono?), tra l'altro ennesima serie tratta da romanzi (spagnoli) e quindi manco originale...
Articolo tratto da "La Stampa"
"Finalmente anche qui da noi arriva una donna poliziotta, una che risolve casi e omicidi, una che non s'improvvisa investigatrice (basta suore e basta professoresse), ma che lo fa per mestiere, che è molto brava, e che per questo viene apprezzata. Petra Delicado nasce dalla penna della scrittrice Alicia Giménez-Bartlett, «la Camilleri al femminile» come l'ha definita qualcuno; e ora diventa la protagonista della nuova serie di Sky prodotta da Cattleya e da Bartlebyfilm. Ovviamente tra storia originale e adattamento televisivo ci sono differenze: nella serie, Petra è interpretata da Paola Cortellesi, lavora a Genova, fa l'ispettrice, ha due matrimoni falliti alle spalle e un giorno viene promossa dall'archivio alla squadra mobile. Al suo fianco c'è il vice ispettore Antonio Monte, poliziotto vecchio stampo prossimo alla pensione, interpretato da Andrea Pennacchi. Alla regia di Petra, per la prima volta impegnata in una produzione per il piccolo schermo, c'è Maria Sole Tognazzi: «Nei miei film ho sempre voluto raccontare donne anticonvenzionali, libere, sorprendenti, che sfidassero il senso comune. E in Petra ho trovato l'occasione perfetta per cimentarmi in un grande progetto mantenendomi fedele ai temi che mi sono più cari». Tutti, da Nicola Maccanico - executive vice president programming di Sky Italia - a Riccardo Tozzi - co-Ceo e fondatore di Cattleya, si dichiarano entusiasti del progetto. Una riconferma, dice uno, per la qualità delle produzioni di Sky. L'ennesimo titolo, dice l'altro, con cui proviamo a sperimentare. Ora sta a loro, alla Cortellesi e alla Tognazzi, dare vita a Petra, che andrà prossimamente in onda, in esclusiva, su Sky. Le riprese, iniziate  a Genova, si sposteranno poi a Roma. La sceneggiatura è firmata da Giulia Calenda, Furio Andreotti, Ilaria Macchia e Enrico Audenino". (Gianmaria Tammaro)

martedì 12 marzo 2019

NEWS - Profondo Nara! Luca Barbareschi prepara una serie tv per Sky sui calciatori e i loro procuratori: ogni riferimento a Icardi e alla compagna-mistress Wanda è del tutto casuale...
Una serie tv (si chiamerà L'impero) che avrà per tema il mondo del calcio, con in primo piano le vicende dei procuratori e dei calciatori. E l'idea confidata a Tuttosport da Luca Barbareschi, attore, regista, direttore artistico del Teatro Eliseo di Roma: «Per gli argomenti che trattiamo, e anche per come li vogliamo trattare, sarà una cosa mai vista in Italia. II mio obiettivo è smuovere le coscienze». La serie dovrebbe andare in onda su Sky l'anno prossimo. L'attore ha precisato che la serie non sarà su Moggi e Calciopoli.

domenica 10 marzo 2019

NEWS - Fermi tutti! L'Antitrust accende i riflettori sull'inciucio monopolista tra Mediaset e Sky: "effetti preclusivi per altri operatori"

Articolo tratto da "Il Sole 24 ore"
L'Antitrust vuole andare più a fondo sulla vendita, da parte di Mediaset a Sky, di R2: la società che contiene la piattaforma del digitale terrestre usata da Premium. L'Autorità ha deciso di aprire un'istruttoria per accertare, come riportato in una nota, «le possibili ricadute concorrenziali dell'acquisizione, da parte di Sky, operatore dominante nel mercato della pay-tv, di R2, vale a dire la piattaforma tecnica del digitale terrestre». E tutto questo considerando che «Mediaset Premium ha rappresentato in passato sostanzialmente l'unico concorrente di Sky nel mercato della televisione a pagamento». Nessun commento dai quartier generali di Sky e Mediaset sull'avvio di questa "fase 2". Sembra farsi comunque in salita la strada verso la conclusione con lieto fine di questa operazione che trae origine dagli accordi del 30 marzo 2018 con cui Mediaset e Sky hanno siglato una pax televisiva declinata in vari punti di intesa. Frutto di quegli accordi è ad esempio lo sbarco sul digitale terrestre pay, ospite proprio sulla piattaforma di casa Mediaset, di una Sky che così facendo ha avuto il vantaggio non da poco di avviare la sua offerta Dtt a pagamento già da giugno, con i diritti della Serie A per il 2018-21 appena conquistati. Altra conseguenza l'aumento della library per la pay tv ora approdata nella galassia Comcast con i canali di cinema e serie Premium. Ulteriore vantaggio: l'approdo di tutti i canali free-to-air di Mediaset sull'offerta satellitare di Sky dal 1° gennaio 2019. Insomma un'offerta win-win per le parti, senza dimenticare che per Mediaset c'è il vantaggio della cessione di una struttura di costo (tutta la parte operation) legata a un'attività, la pay tv, sulla quale ha deciso di non insistere concentrandosi sulla tv in chiaro. Conditio sine qua non è però l'ok incondizionato delle Authority, che si tratti dell'Antitrust o anche dell'Agcom cui spetta un parere non vincolante. L'avvio di un'istruttoria non rappresenta uno stop, ma potrebbe a questo punto anche concludersi con l'indicazione di vincoli da parte di un'Antitrust preoccupata, come scrive nel provvedimento, di «effetti preclusivi nei confronti di altri operatori» in un mercato in cui Sky ha una «posizione dominante». Ora scattano 45 giorni. In caso di semaforo rosso o di ok condizionato la piattaforma, già passata con closing da Mediaset a Sky, tornerebbe di nuovo (a meno di ripensamenti delle parti del loro stesso accordo: cosa però difficile da considerare) al gruppo di Cologno. Mediaset potrebbe poi decidere di chiudere il tutto, con relative conseguenze anche per gli oltre 100 lavoratori occupati. Sky a quel punto dovrebbe crearsi una sua piattaforma Dtt. Ma non sarebbe una cosa impossibile: tecnicamente non d sono le stesse difficoltà del satellite. Intanto l'effetto positivo della cessione è stato quantificato in 6o-7o milioni annui sull'ebit del Bisdone. Difficile che Mediaset possa rivedere la sua scelta.

giovedì 7 marzo 2019

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
Nella serie de "Il nome della rosa"...Eco de "Il Trono di spade"
"1327: il frate Guglielmo da Baskerville (John Turturro), seguito dal novizio Adso da Melk (Damian Hardung), raggiunge un'abbazia benedettina sulle Alpi per partecipare a una disputa tra l'Ordine francescano e il Papato avignonese, la cui delegazione è guidata dal feroce inquisitore Bernardo Gui (Rupert Everett). All'arrivo, però, i due si trovano coinvolti in una catena di morti misteriose. Tratta dal bestseller di Umberto Eco, la serie Il nome della rosa è stata prodotta da Palomar, Rai Fiction con Tele Munchen Group, scritta da Andrea Porporati, da Giacomo Battiato (che firma anche la regia) e dallo stesso Turturro. Tra il film di Jean-Jacques Annaud, 1986, e la nuova versione di mezzo ci sono soprattutto Il Trono di Spade, che ha cambiato le mappe di un passato immaginario capace di sostituirsi a quello reale ormai in corso di oblio, e il concetto stesso di serialità, il cui arco temporale si avvicina non poco al libro. Lo confesso. Non sono mai riuscito a terminare il libro, nonostante la buona volontà. Sono sempre stato annichilito da quel continuo gioco fra l'ipercultura e l'iperpop, tra l'erudizione e la letteratura di genere, tra la teologia e l'ironia facile: un intarsio che ammicca all'uomo colto e al «lettore medio». Colpa mia, ma un libro o ti prende o non ti prende. Così ora, volentieri, raddoppio l'attenzione, risospinto anche dall'ambizione del progetto, dall'assunto che nella serialità la nozione d'autore è un felice accidente, dalla forza della convenzione (nella pagina scritta è quasi un affronto). Turturro, uno Sherlock Holmes medievale reso ancora più perspicace dalle umane fragilità, è molto bravo a restituire plasticità alle idee. Come quella sulla caducità della percezione del reale. Qui c'è racconto, non solo esposizione di idee. Giusto che con Eco cresca la serialità italiana, lui che per primo se n'è occupato". (Aldo Grasso)

martedì 5 marzo 2019

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
Luke Perry, addio al Kurt Cobain delle serie tv
La t-shirt bianca e i jeans stinti, la moto nera e lo sguardo triste, la solitudine del ragazzo ricco costretto a vivere lontano dai genitori che non lo amavano: con Luke Perry, protagonista di «Beverly Hills 90210», morto lunedì a Los Angeles per le conseguenze di un ictus a soli 52 anni (mercoledì scorso il malore che era parso subito gravissimo, il coma), non se ne va soltanto uno degli attori televisivi più importanti dell’ultimo trentennio, ma scompare anche un simbolo degli anni ’90. Simbolo della confusione adolescenziale, della solitudine. Il suo coetaneo Kurt Cobain in quegli anni fu il maledetto del grunge, il ribelle con la chitarra elettrica che vedeva il successo come la prova della sua ipocrisia. Luke Perry, idolo pop quanto Cobain era l’eroe del rock, incarnava l’inquietudine e la confusione giovanile, Dylan con problemi d’alcolismo innamorato della dolce Brenda arrivata dalla provincia, sorella del suo migliore amico, il sensibile Brandon. «Beverly Hills 90210» apparve nel 1990 con successo globale (20 milioni di spettatori ad ogni puntata soltanto negli Usa) e l’ultima puntata è stata trasmessa nel 2000: raccontava dei fratelli Brandon e Brenda arrivati nella terra dei ricchi californiani dal natio Minnesota, ma il protagonista era il Dylan McKay di Luke PerryRibelle nella fiction e fuori, fu il primo (1995) a lasciare il serial all’apice del successo per provarci col cinema: andò male (lo ricordiamo in Vacanze di Natale 95 con Cristiana Capotondi che gli dice «quanto sei bbbono» in discoteca) e così tornò a «Beverly Hills 90210» tre anni più tardi, ammettendo con franchezza che lo faceva per i soldi. Ma per soldi non accettò almeno la malconsigliata «reunion» del 2008 con gli ex colleghi un po’ spaesati, lasciando il ricordo del Dylan bello e dannato all’esercito di fan alle quali Capotondi aveva dato voce stentorea. Accolta la fama con lo schietto realismo da figlio d’un metalmeccanico dell’Ohio, era arrivato al successo dopo una serie impressionanti di «no» incassati ai casting (inizialmente doveva interpretare il personaggio secondario di Steve ma l’avevano scartato anche quella volta, vinse il ruolo di Dylan contro ogni aspettativa non soltanto sua, ma anche del suo agente). Il dopo-«90210» fu poco stimolante, in quest’ultimo ventennio della sua vita e della sua carriera: comparsate in serial di successo come «Criminal Minds», «Law & Order: Special Victims Unit» e «Will & Grace», doppiaggi a lodevole tasso di autoironia ne «I Simpson» e ne «I Griffin» nei panni di se stesso, icona anni Novanta fuori tempo massimo. Ci provò con il teatro di lusso, «Rocky Horror Show» a Broadway e «Harry ti presento Sally» a Londra, sempre a caccia di quel successo che era stato suo e che gli era sfuggito dalle mani in un istante, spente le luci sul set dell’ultima puntata di «Beverly Hills». Il mondo l’ha rivisto in «Riverdale» (su Sky), serial nel quale ormai faceva una parte da comprimario, il papà, con le rughe in vista lodevolmente sottratte al Botox e lo sguardo triste di una volta. E il pensiero a quegli anni lontani, quando era il più bello e il più famoso di tutti. (Matteo Persivale)
NEWS - Not Lucky Luke. Perry di "Beverly Hills" è morto
Luke Perry, il Dylan di Beverly Hills 90210, è morto dopo essere stato vittima di un violento ictus mercoledì scorso. A dare la notizia il sito Tmz. L’attore aveva 52 anni e si è spento lunedì mattina al St. Joseph’s Hospital di Burbank, in California. Lascia due figli, Jack e Sophie. I dottori lo avevano sedato nella speranza che si riprendesse, ma il danno al cervello era troppo esteso. Noto per aver vestito i panni di Dylan McKay in  dieci stagioni di Beverly Hills, indimenticato telefilm degli anni ‘90, è entrato anche nel cuore delle nuove generazioni con il ruolo di Fred Andrews in Riverdale. In mezzo, numerosi film e serie tv e una significativa carriera come doppiatore di cartoni animati. Il pubblico italiano lo ricorderà anche in Vacanze di Natale ‘95, in cui interpretava se stesso. Mercoledì scorso, quando ha avuto l’ictus, era stato annunciato il reboot di Beverly Hills, a cui non avrebbe partecipato se non con qualche sporadica apparizione.

lunedì 4 marzo 2019

NEWS - Finchè respira non è morto! Nonostante il crollo di ascolti, "The Walking Dead" aprirà la terza serie tv. Allo studio anche una nuova location (Londra o Tokio) e lo spin-off di Negan...

News tratta da "Uproxx"
Though ratings for The Walking Dead have taken a precipitous fall since its peak, they appear to have leveled off now, and have actually seen slight upticks in the latter half of season 9 in spite of the absences of Andrew Lincoln and Lauren Cohan. With Game of Thrones returning in April, The Walking Dead will no longer be the highest rated show on cable. It will have to settle for being one of the highest rated shows on cable. AMC nevertheless believes that ratings for the The Walking Dead and its spin-off Fear the Walking Dead (among the top five rated cable shows of last season) are enough to sustain yet a third The Walking Dead series. Details are basically non-existent at the moment, save for the fact that a third series is in “active development,” according to Ed Carroll, chief operating officer of AMC. “We’re not yet at a stage where we’ll be announcing its plans to premiere. But we have hired creative people that have pitched story outlines. We feel very good about the development of that series.” Scott Gimple also teased another The Walking Dead spin-off last year. Those comments came during the company’s fourth-quarter 2018 conference call with media analysts and reporters, and they don’t give us any idea about what kind of spin-off to expect to go along with the Andrew Lincoln movies (which will now also feature Danai Gurira, as she is expected to depart in the series 10th season). One spin-off possibility that I am intrigued by is a limited series on The Commonwealth, the massive, 50,000 person community the characters on The Walking Dead encounter after The Whisperers War in the comics. In Robert Kirkman’s source material, the characters encounter The Commonwealth after it is already fully formed, but it might be interesting to center a spin-off around its creation after the initial zombie outbreak. A limited series of that nature could theoretically end its run once it intersects with The Walking Dead timeline. The timing of that could present an obstacle, however, because AMC would need to get the show up and running before The Walking Dead arrives at that point in the comics. Other possibilities include setting a series in another location, perhaps an international location like London or Tokyo in order to take better advantage of the worldwide market for The Walking Dead. Sending Negan away from The Walking Dead could also open up another spin-off possibility. In the meantime, viewers will have to be content with the creatively revitalized The Walking Dead mothership, which will air five more episodes in its ninth season.

domenica 3 marzo 2019

NEWS - Ultima ora! Luke Perry in "condizioni devastanti". I messaggi d'affetto dei colleghi di "Beverly Hills" 
News tratta da ADN Kronos
"Non ci sono parole per raccontare la mia sofferenza. Preghiamo tutti perché ti riprenda al più presto". L'ultimo messaggio su Instagram è quello dell'attore Ian Ziering, lo Steve della famosa serie 'Beverly Hills 90210', che ha postato una vecchia foto abbracciato al 52enne Luke Perry. L'attore americano mercoledì scorso ha avuto un ictus nella sua casa nel distretto di Sherman Oaks a Los Angeles. Le sue condizioni, purtroppo, riporta il sito Tmz, sarebbero ancora molto gravi, "devastanti", tanto che sarebbe stato sedato. Smentite, invece, le voci su un possibile coma farmacologico. Nei giorni scorsi era stata Shannen Doherty, più conosciuta come la Brenda della serie, a condividere uno scatto commovente. "Amico mio, ti abbraccio stretto e ti passo la mia forza. Ora è la tua" ha scritto, facendo riferimento alla sua lunga battaglia contro il cancro.

sabato 2 marzo 2019

PICCOLO GRANDE SCHERMO - Successo sul serial! Se 4 attori su 4 vincitori degli Oscar sono legati alle serie tv...

Articolo tratto da "Il Foglio"
"Gli Oscar cancellano la linea che separa il cinema dalla televisione", scrive Deadline. Non c'entra "Roma" di Alfonso Cuarón. Né Guillermo del Toro, l'altro messicano che ha conquistato Hollywood: oltre a "Pinocchio" - film d'animazione, proprio mentre la Disney ha rifatto live "II Re Leone" e pure "Dumbo" - si sta dando parecchio da fare con le serie. C'entrano i quattro attori che hanno vinto gli Oscar: i protagonisti Olivia Colman e Rami Malek, i non protagonisti Regina King e Mahershala Ali (già la seconda statuetta in tre anni, dopo "Moonlight"; possiamo solo augurargli buona fortuna: ne aveva vinte due, a distanza ravvicinata, la sparita Hilary Swank). Tutti e quattro hanno la loro serie televisiva. Mai sarebbe successo, fino a qualche decina di anni fa. Lavoravano in televisione solo gli attori che avevano cominciato la carriera in televisione. 0 quelli che avevano cominciato al cinema, ma non erano riusciti a sfondare. "Ci sarebbe qualcosa in televisione", sussurrava l'agente. L'attore contrariato faceva un segno per dire "ma neanche per sogno, piuttosto muoio di fame". Dustin Hoffman in "Tootsie" va all'audizione per una serie televisiva quando ha perso ogni speranza di lavorare in teatro. A quel punto, travestirsi da occhialuta signora di mezza età era il male minore. Quattro attori premiati con l'Oscar 2019 su quattro. E sono serie di primissima scelta, non vecchi programmi ricuperati per godere di luce riflessa: quanti avevano sentito il nome di Olivia Colman, The Crown" - su Netflix prima di ammirarla in "La Favorita"? (e chi se la ricordava da "Broadchurch"?). Nella terza stagione di "The Crown" verso la fine del 2019 - Mrs Colman sarà la Regina Elisabetta, ricevendo il testimone da Claire Foy. Siamo nel 1964, è nato il principino Edoardo, l'intero cast è cambiato: "A trent'anni si cammina in maniera diversa che a 50", fa notare lo showrunner Peter Morgan. E invecchiare gli attori con trucchi pesanti non usa più. Le prime foto mostrano Olivia Colman con il cappottino arancione bordato di pelliccia, avrà già imparato a fare "ciao ciao" con la manina.
La prima volta che abbiamo visto Rami Malek, spuntava dal cappuccio della felpa, con gli occhi spiritati, nella serie "Mr Robot" di Sam Esmail. Trafficava con l'informatica, viveva una topaia, era preso di mira dal Mr Robot del titolo, anarchico-insurrezionalista (altisonante per "sfegato in guerra con il mondo") che voleva cancellare i debiti dei poveri con le banche, e distruggere qualche multinazionale cattiva. Si avvertiva anche un sentore di pillola rossa in stile "Matrix": siccome siamo contrari, e preferiamo le superfici alla profondità, siamo passati ad altre serie. Ma per colpa degli occhi spiritati non siamo riusciti a divertirci con "Bohemian Rhapsody": altro che Freddie Mercury, era sempre il confuso e infelice Rami Malek.

Mahershala Ali è nella terza stagione di "True Detective", con Stephen Dorf. Con successo, a giudicare da quel che si legge e si dice in giro (su Sky Atlantic, anche on demand e in versione originale, pronta per quando avremo il tempo di vederla).
Regina King, tra i quattro la meno conosciuta - l'Oscar è arrivato per "Se la strada potesse parlare" - sarà in "Watchmen", la serie di Damon Lindelof in arrivo su Hbo. Per non farsi mancare nulla, e per non irritare Alan Moore - l'autore del fumetto illustrato da Dave Gibbons, sempre scontento quando il cinema adatta cose sue - ha scomodato il Vecchio e il Nuovo Testamento. Lindelof ha provveduto al Nuovo, che non toglie di mezzo il Vecchio, ma si prende parecchie libertà". (Mariarosa Mancuso)

venerdì 1 marzo 2019

NEWS - Ultima ora! Dylan-iati dalla fatalità: Luke Perry colpito da ictus (in gravi condizioni) nel giorno dell'annuncio del reboot di "Beverly Hills 90210"

News tratta da "Il Giornale"
E' stato il tempo delle mele americano, la soap adolescenziale più longeva della tv, gli amori, capricciosi e umorali, le amicizie, le avventure dei teenager anni Novanta di Beverly Hills, Beverly Hills 90210 appunto, la capitale della moda e delle bellezza yankee, la prigione dorata dei divi di Hollywood con la sua Rodeo drive dalle vetrine scintillanti e dagli abiti che costano come un monolocale. Beverly Hills 90210, 90210 è il codice postale di Beverly Hills, è stata la prima serie tv davvero dedicata alle vite degli adolescenti, meno popolare di Happy Days, ma più di Genitori in blue jeans, erano le macchine decapottabili, le ville con piscina e i country club della meglio gioventù, qualcosa, e qualcuno, da sognare. Dylan, cioè Coy Luther Perry III, conosciuto come Luke Perry, il bello e impossibile della serie, ha smesso da un po' di essere il sogno erotico della ragazzine in piena esplosione ormonale. Lui, come le sue fans, ha superato i cinquanta, e del ribelle e dannato che era in tv, non è riuscito a liberarsi più. Da allora solo qualche parte defilata, qualche comparsata nelle serie tv, persino un cinepanettone con Boldi e De Sica dove interpreta se stesso, oggetto del desiderio ragazzino di una giovanissima Cristiana Capotondi. Adesso era impegnato nelle riprese della serie Riverdale, fa il padre di Archie, Fred Andrews, il viso che faceva sobbalzare le adolescenti alzando appena il sopracciglio ora è tormentato e barbuto. Ieri ha avuto un ictus e al momento è ricoverato in ospedale in gravi condizioni. La richiesta di soccorso, racconta il sito Tmz, sarebbe arrivata alle 9.40 di ieri mattina dalla casa di Perry, nel quartiere di Sherman Oaks a Los Angeles in California. Il malore, precisa sempre Tmz, lo ha colpito proprio nel giorno in cui la Fox ha annunciato il reboot di Beverly Hills, 90210., anche se Perry aveva deciso di non far parte del cast come la collega Shannen Doherty, quella che interpretava Brenda, la star della serie. Poco si sa su cosa gli sia successo e come. Un portavoce dell'attore ha confermato a People il ricovero, spiegando che «Perry è attualmente sotto osservazione». Le prossime ore dovranno dire quali sono i danni cerebrali riportati. Non c'è ragazzo che non abbia visto almeno una delle serie. Non c'è ragazza che ora non preghi per lui.

giovedì 28 febbraio 2019

NEWS - Auditel, la presa per il culo infinita! Ennesimo annuncio di voler monitorare ascolti tv da tablet, smartphone e pc: dal 2017 promessa mai mantenuta (vedi QUI)! Anche gli ascolti di Netflix campionati da una società (Auditel) partecipata da Rai e Mediaset...ma che, davvero? E' come se Wanda Nara giocasse al posto di Icardi...

News tratta da "Il Fatto Quotidiano"

L'attesa spasmodica con cui il mondo della televisione tutte le mattine alle dieci attende col fiato sospeso i dati Auditel dei programmi del giorno prima raddoppierà: si aspetteranno anche le percentuali delle 5 di pomeriggio. Sarà all'ora del the, infatti, che saranno resi noti i dati di ascolto sugli strumenti extra televisivi: pc, tablet, smartphone e smart tv. E' questa la rivoluzione dell'Auditel in arrivo tra pochi mesi (n.d.r.: annunciata dal 2017 e mai messa in atto! Vedi QUI), forse già prima dell'estate o, al più tardi, in autunno. Monitorare il pubblico tv non solo sull'apparecchio tradizionale, ma pure sugli altri device di casa in modo da intercettare una platea televisiva ora assolutamente sfuggente formata soprattutto da giovanissimi. Così da raggiungere quella che gli addetti ai lavori chiamano "total audience" che, secondo gli esperti, farà aumentare del 3-4% il pubblico televisivo: un pubblico che già esiste, ma non viene monitorato. Una vera e propria rivoluzione, che questa mattina sarà illustrata a Montecitorio dal presidente Auditel, Andrea Imperiali, durante la relazione annuale. Dopo l'allargamento del panel nel 2017 (il cosiddetto super panel, il più ampio d'Europa), sono 16.100 le famiglie italiane che hanno in casa il rilevatore Auditel, per un totale di 41 mila persone. Di queste, 10 mila saranno le case in cui verranno monitorati - tramite l'indirizzo Ip - anche gli altri strumenti tecnologici con cui si possono vedere programmi tv sulle varie piattaforme. Se dunque una persona guarda un evento sportivo in streaming oppure un film su Raiplay, Sky o Netflix, sarà intercettato e andrà a completare l'audience totale. Ma anche guardare un video su Youtube, Facebook o Google, per esempio una canzone di Sanremo targata Rai, avrà valore. L'operazione di monitoraggio è più complessa, per questo ci vorrà qualche ora in più e i dati usciranno alle 5 di pomeriggio. Per quanto riguarda i festivi, invece, i dati saranno diffusi il primo giorno lavorativo utile. "Tutto ciò permetterà il monitoraggio di un pubblico televisivo che ora sfugge completamente, come i giovanissimi, così da avere una mappatura il più completa possibile di chi guarda la tv e in che modo", spiegano dall'Auditel, società partecipata da Rai, Mediaset e Unione pubblicitari. E di "total audience" ha parlato qualche giorno fa anche l'amministratore delegato della Rai, Fabrizio Salini. "Si deve passare a un sistema di valutazione del prodotto più completo, che coinvolga piattaforme diverse. Bisogna arrivare alla cosiddetta total audience", ha sottolineato il numero uno di Viale Mazzini in un convegno a Montecitorio.
La novità, però, qualche apprensione la crea, perché è proprio sui dati di audience e di share, diversificati per età e tipologia sociale, che viene stabilito il mercato pubblicitario, con i piani tariffari che i canali sottopongono agli inserzionisti. La rivoluzione dell'audience potrebbe avere come prima conseguenza proprio il cambiamento dell'offerta pubblicitaria. Se il valore del mercato degli spot in tv vale circa 10 miliardi l'anno, l'ampliamento del pubblico determinerà lo spostamento di 300-400 milioni di euro. Non proprio bruscolini. E a vincere la sfida saranno quei canali già pronti alla sfida digitale. Per esempio, chi dai propri programmi già estrae pillole da 2 a 4 minuti da mettere, per esempio, sul proprio sito o su Youtube. "Il pubblico televisivo non è in calo, malatvè fruitaattraverso altri strumenti. Ed è anche a questo pubblico che noi dobbiamo parlare", spiegano da Viale Mazzini. Dove, come a Mediaset e in tutti gli altri canali nazionali, ci si prepara alla rivoluzione, che gioco forza inciderà anche sull'offerta televisiva, con cambi su contenuti e palinsesti.

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