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mercoledì 26 aprile 2017

NEWS - Esclusiva Happy Days Fan Club! Gli ultimi giorni (poco felici) della malattia di Erin Moran raccontati dal marito Steven, che nessuno dei media ha interpellato. Aveva un cancro alla gola dal 2016 (altro che morte per overdose!)...
NEWS - Achtung, compagni! Dopo quello storico del 2007-2008, un altro sciopero minaccia le serie tv

News tratta da "Vulture"
Another writers’ strike might be on the way. After a week of casting ballots, the Writers Guild of America voted in favor of strike authorization today. In an email to members, the Guild announced that 96.3 percent of voters had voted yes. The results of the vote don’t necessarily guarantee that there will be a writers’ strike, but it does give the guild the power to call one if necessary, a key bargaining chip in writers’ discussions with the Alliance of Motion Pictures and Television Producers. The WGA and AMPTP are scheduled to resume negotiations tomorrow over the writers’ master contract with producers, which expires on May 1. While the infamous 2007–2008 writers’ strike focused primarily on pay for online content, these negotiations have covered several key issues, including preserving health-care and pension coverage and adjusting pay to fit a market where networks order significantly fewer episodes per season of TV. Negotiations between the WGA and AMPTP began on March 13. We’ve been tracking updates on them here.

martedì 25 aprile 2017

NEWS - Ultima ora! Tutti i Tg e i giornali a parlare di possibile overdose per la morte di Erin Moran-Sottiletta di "Happy Days" e in realtà è morta di cancro...RIP (Rest in Press)

News tratta da "People"
Erin Moran, best known for her role as Joanie Cunningham on Happy Days died of stage 4 cancerAccording to a statement released by the Harrison County Coroner’s office on Monday obtained by WDRB News, a subsequent autopsy revealed that Moran “likely succumbed to complications of stage 4 cancer”. “Standard toxicology tests were performed and the results are pending however no illegal narcotics were found at the residence,” adds the statement.

lunedì 24 aprile 2017

NEWS - Achtung, compagni! Vodafone Tv fa sul serial

Articolo tratto da "Corriere Economia"
L' arena dei servizi video (spettacoli, film, serie tv, documentari, sport) in streaming si fa sempre più affollata. Dopo Sky con Now Tv, Mediaset con Infinity, Netfflix, Chili e Amazon Video per gli abbonati ad Amazon Prime, sono scesi in campo anche gli operatori telefonici. La prima è stata TIM con TIMvision corredato di set-top box basato su Android TV seguita da Vodafone con la sua Vodafone TV, da o disponibile in tutta Italia con dieci nuove partnership: da Sony Pictures Television e BBC Worldwide fino a 20th Century Fox, che sia, che si aggiungono agli accordi già siglati con Sky, Netflix e Chili. Sul fronte dei gestori telefonici l'offerta dl Vodafone si pone in concorrenza con quella di TIM, anche se l'ingresso di Fastweb è atteso a breve e Wind 3 sta cercando accordi con produttori di contenuti. Vodafone TV è dedicata ai clienti in fibra di Vodafone - la cui copertura è arrivata in 970 città italiane e raggiunge 12,4 milioni di famiglie e imprese - ed è sottoscrivibile presso 800 punti vendita e sul sito al costo di 10 euro ogni 4 settimane. L'offerta comprende Now Tv Intrattenimento e un ampio catalogo on demand con film, serie tv e documentari. Oltre a questo si hanno a disposizione ogni mese 14 nuovi film di Chili, di cui quattro prime visioni, e per i nuovi clienti sono inclusi anche 3 mesi del pacchetto Serie Tv di Now Tv. Attraverso la piattaforma è possibile accedere anche ai canali tradizionali del digitale terrestre e, grazie agli accordi con De Agostini, Viacom International Media Networks e Discovery Italia, sono disponibili le funzionalità avanzate, come la pausa, la registrazione dei programmi e la possibilità di rivedere quelli già andati in onda. Il set-top box è dato in comodato d'uso con 29 euro di contributo iniziale. 'Il nostro obiettivo è offrire il massimo della scelta e della qualità presente nel panorama italiano dei contenuti, dal cinema allo sport fino alle serie tv. Ad oggi gli asset ricercabili sono circa 35mila e, per fare un esempio, per la parte di cinema on demand abbiamo circa i1 95% dei titoli in italiano. Per noi la semplicità è un fattore critico di successo, per ampliare l'accesso ai contenuti a quella fetta importante di italiani - circa il 70% secondo le ricerche più aggiornate - che ancora non hanno accesso ai contenuti premium per barriere tecnologiche o di prezzo', afferma Quang Ngo Dinh, responsabile marketing consumer di Vodafone Italia, 'il concetto è quello della TV come la vuoi tu', ovvero la possibilità di aggiungere contenuti a seconda dalle preferenze del momento - dal calcio al cinema - in forma modulare, attivandoli anche per un determinato periodo, senza vincoli e a un prezzo conveniente, con la possibilità di pagare direttamente attraverso il conto telefonico". L'interfaccia di Vodafone TV è divisa in quattro sezioni: My TV dove sono presenti le registrazioni fatte e quelle programmate, i film preferiti e i noleggiati, Guida TV con l'elenco dei canali lineari, On Demand per i contenuti on demand e App per accedere direttamente ai ticket di Now TV, Netflix e Chili. I contenuti si possono vedere anche in mobilità, grazie all'app per smartphone e tablet, e la visione è permessa su un massimo di quattro dispositivi (due in contemporanea): per esempio la tv e lo smartphone.

domenica 23 aprile 2017

NEWS - Mai più "Happy Days"! Se n'è andata Erin Moran-Joanie...
Erin Moran, who is best known for her role as Joanie Cunningham on Happy Days, has died, TMZ reports. She was 56-years-old. Erin rose to stardom playing Ron Howard‘s younger sister on the hit 1970s comedy before continuing the role alongside Scott Baio in the show Joanie Loves ChachiAfter her hit shows ended, Erin struggled with drinking causing her to run out of money and end up at a trailer park before her husband Scott Fleishmann kicked her out. No word yet on how Erin passed away.
NEWS - Per Andrew Lincoln di "The Walking Dead" la prossima stagione sarà "una partita a scacchi"
You may still be recovering from the season 7 finale, but Walking Dead star Andrew Lincoln is already anticipating season 8. The 43-year-old actor recently opened up about why he’s so pumped for the next season. “I can’t wait. This is not hyperbole,” Andrew told EW. “This is not a cynical act to try and amp up enthusiasm for the hundredth episode in season 8, but I am genuinely more excited about this next episode and the following 15 than I’ve ever been in my life. I can’t wait to get back.” He added, “It’s been a lot of placing the chess pieces and positioning and introducing key players in this landscape. And I think now we get to start really playing the game. The game is afoot, as they say.” In case you missed the news, Fear the Walking Dead was just renewed for a fourth season!

venerdì 21 aprile 2017

SGUARDO FETISH - Divieto di trans! Censurata la parrucca in "Bates Motel" nella scena della doccia (con Rihanna) per non offendere i transgender 

News tratta da “Heat Street
La scena di “Psycho” in cui Janet Leigh viene uccisa sotto la doccia da Norman Bates è uno dei grandi momenti del cinema, ma gli showrunner di “Bates Motel”, remake per la tv, rivelano di averla dovuta alterare per non offendere le persone transgender. Nell’intervista su “Indiewire”, Kerry Ehrin ha infatti sostenuto che il ritratto di uno psicopatico serial killer travestito fosse troppo offensivo per il pubblico di oggi. Non volevano semplicemente replicare la sequenza, ma rendere omaggio al modo innovativo di riprendere di Hitchcock e aggiungere un tocco personale. Norman Bates nell’originale era un cross dresser che si vestiva come la madre defunta e sarebbe stato un insulto far passare l’idea che i travestiti, e per estensione i transgender, siano pazzi criminali. Bates è convinto di essere sua madre e il loro compito è stato lasciare che questo non si trasformasse in niente di transfobico, perciò mentre accoltella la donna della doccia non indossa alcuna parrucca.

giovedì 20 aprile 2017

NEWS - I "Taboo" non si svelano, si guardano. Dal 21 aprile su Sky Atlantic il serial firmato da Ridley Scott e Tom Hardy (quest'ultimo anche protagonista)
Dal 21 aprile arriva su Sky Atlantic HD Taboo, la nuova serie creata da Steven Knight (Locke, Peaky Blinders) che vede Tom Hardy (Mad Max: Fury Road, Il ritorno del Cavaliere oscuro, Revenant - Redivivo) protagonista, sceneggiatore (col padre Edward “Chips” Hardy) e produttore (assieme allo stesso Knight e a Ridley Scott). Lo show, in otto episodi e già rinnovato per altre due stagioni a poche settimane dalla fine della prima, andrà in onda dal 21 aprileogni venerdì dalle 21.15 su Sky Atlantic HD. Disponibile anche su Sky On DemandAmbientata nella Londra del 1814, la serie tv ha ricevuto apprezzamenti generalizzati per la messa in scena meticolosa, per l’affascinante atmosfera gotica e, soprattutto, per la magnetica interpretazione del suo protagonista. Tom Hardy interpreta il redivivo James Keziah Delaney: enigmatico avventuriero, ex marinaio dal passato misterioso creduto morto in Africa, dopo 12 anni James torna a casa per occuparsi dell’eredità del padre defunto e mettere in atto i suoi piani di vendetta. Fin dal primo episodio appare chiaro come Delaney porti con sè segreti indicibili e abbia fatto cose che qualunque gentiluomo dell'epoca avrebbe trovato "sconvenienti", fatte intendere e talora mostrate nelle disturbanti quanto affascinanti visioni che lo tormentano. Per tutti è come un fantasma, sospettato di praticare stregonerie, di aver intrattenuto una relazione incestuosa con la sorellastra e di soffrire della stessa instabilità mentale del padre: James Keziah Delaney è un uomo che desta scandalo, che non conosce tabù e non si fa problemi ad ammetterlo. Dal padre eredita una rocciosa, stretta striscia di terra sulla west coast degli Stati Uniti che diventerà presto ambitissimo oggetto di contesa - si rivelerà la porta d'accesso per i commerci con la Cina - fra l'Impero britannico, gli Usa e la potentissima Compagnia britannica delle Indie Orientali, da Knight e Hardy descritta come una vera e propria lobby dalle smisurate ambizioni geopolitiche, spietata nel reprimere ogni interferenza nei suoi traffici e poco incline a curarsi delle restrizioni governative. A guidarla è Sir Stuart Strange (Jonathan Pryce, l’Alto Passero de Il Trono di Spade), che proverà con tutti i mezzi a costringere il protagonista a rinunciare alla sua eredità e a cedere alla Compagnia Nootka Sound, quel territorio apparentemente inutile che il padre, Horace Delaney, aveva conquistato attraverso "bugie e polvere da sparo" e che aveva lasciato in eredità al figlio redivivo. Oltre a Hardy, nel cast principale anche l'attrice spagnola Oona Chaplin, che interpreta l'amata sorellastra di James, Zilpha Geary, sposata con Thorne Geary, interpretato da Jefferson Hall (VikingsStar wars - Il risveglio della forza), un facoltoso uomo d'affari fra i tanti a volere Delaney morto; e David Hayman (MacbethIl bambino con il pigiama a righe) nei panni di Brace, il fido assistente di Horace Delaney durante gli ultimi anni della sua vita.
GOSSIP - Che Barb! Shannon Purser di "Riverdale" e "Stranger Things" fa coming out sulla sua bisessualità
Shannon Purser opened up about her sexuality last week on Twitter and now she is coming out to fans as bisexual. The 19-year-old Riverdale actress wrote a powerful message to her fans in which she talked about coming out to her friends and family, and also apologized to fans who might have been offended by a recent tweet she wrote. “I don’t normally do this, but I figure now is as good a time as any to get personal,” Shannon wrote in the note. “I’ve only just recently come out as bisexual to my family and friends. It’s something I am still processing and trying to understand and I don’t like talking about it too much. I’m very very new to the LGBT community.”Shannon, who played Barb on Stranger Things, responded to fans who accused her of “queerbaiting” after she wrote a tweet about Riverdale viewers who “ship” the relationship between Betty and Veronica.

mercoledì 19 aprile 2017

NEWS - Le serie tv on demand sono un miraggio per il 70% degli italiani. Tim e Vodafone all'attacco con produzione e integrazione per smuovere la situazione

Articolo tratto dal "Corriere della Sera"

La tv di domani sarà (anche) on demand, «à la carte», ma in Italia i numeri del consumo non lineare sono ancora limitati. A parte gli abbonati Sky — che sono poco più di 4 milioni e mezzo, di cui circa la metà con decoder connesso in rete — abituatisi alle novità tecnologiche, il resto del consumo segue ancora via tradizionali, e il mercato delle Over-theTop (i servizi in streaming con Netflix, Infinity, NowTV o Amazon) è ancora piuttosto ristretto. Un'arretratezza che prefigura, per il futuro prossimo, un auspicabile sviluppo. Guidato da chi? Ecco la vera domanda. I contenuti on demand e, soprattutto, quelli premium sono ancora un miraggio per il 70% delle famiglie italiane, oltre 16 milioni di case. Ed ecco perché in questi mesi si stanno affacciando con sempre maggiore forza sul mercato degli audiovisivi le delcos», le società di telecomunicazioni a cui siamo abituati a pensare per telefoni e telefonini. In particolare, Telecom col rilancio di TimVision sta puntando su un servizio che unifichi rete e contenuti, puntando su questi ultimi, produzioni originali ed esclusive per attrarre l'attenzione degli spettatori. Di questa settimana, invece, il definitivo lancio di Vodafone Tv, che passa dalla versione «in prova» al servizio commerciale per il bacino potenziale di case raggiunte dalle fibra, 11,7 milioni di famiglie in oltre 500 città. Se Tim sembra orientarsi sulla produzione (è la strategia di Netflix, che però la esercita sull'arena globale), Vodafone scommette tutto sull'integrazione: un'unica piattaforma che aggrega free e pay tv, grazie a molte partnership con reti e distributori (fra cui Sky, Discovery, Bbc, Chili...). Risultato: 35 mila titoli ricercabili, il 95% del cinema on demand in lingua italiana. Produzione e integrazione di contenuto riusciranno a modificare le abitudini degli spettatori italiani? 

martedì 18 aprile 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

LA STAMPA
In "Outcast" e "TWD" i mostri siamo noi
"Tra le tante frasi che Tiziano Sclavi, papà ed ex-curatore di Dylan Dog, stella della scuderia della Sergio Bonelli Editore, ha pronunciato nel corso della sua carriera, ce ne è una che, con buone probabilità, non passerà mai di moda. Dice: «I mostri siamo noi». E' una frase che spiega tante cose, sotto tanti punti di vista. Innanzitutto, quello di Dylan Dog, l'Indagatore dell'Incubo, che spesso e volentieri è molto più amico e vicino ai freak, ai mostri, che alle persone «normali». Quindi apre a un certo modo di vedere il mondo e la società in cui viviamo, piena di pregiudizi e stereotipi, profondamente - e insensatamente - maligna e ipocrita. Robert Kirkman, che è un altro autore di fumetti e che viene dagli Stati Uniti, parte da una premessa molto simile. Sia nel suo The Walking Dead (best seller tra i comics e grande successo sul piccolo schermo) sia in Outcast, sembra voler sottolineare, proprio come ha fatto Sclavi, la natura profondamente mostruosa - diabolica, addirittura - dell'essere umano. I cattivi, così, non sono gli zombie. E nemmeno i posseduti. O, figurarsi, i demoni. I cattivi sono gli altri, quelli che hanno paura, quelli che vivono, respirano, giudicano. Sono gli uomini e le donne. Macché demoni e posseduti. I veri mostri siamo noi anziani, e - parola terribile e mediocre - i normali. In Outcast (in onda ogni lunedì su Fox Italia) al gioco delle parti, uomini contro demoni, esorcizzati versus esorcisti, si aggiunge un altro tassello, fondamentale: una corrispondenza metodica, anzi quasi scientifica, tra ricordo e possessione, tra paura e realtà; tra passato e presente. L'inspiegabile spiegato con la presenza del demonio, del soprannaturale, dell'immateriale. Kyle Barnes, il protagonista interpretato da Patrick Fugit, si trova davanti a un bivio: spirituale e, in un certo senso, fisico. Deve decidere se cedere oppure combattere, se essere sconfitto oppure sconfiggere. In un racconto che si diverte a citare luoghi comuni e simbolismi (la città in cui la storia è ambientata si chiama Rome, West Virginia; e immediatamente alla mente viene un'altra Roma, quella italiana e capitale dello Stivale, sede della Città del Vaticano), lo spettatore si ritrova spaesato e terrorizzato. I mostri, i veri mostri. Più li cerchi e più scopri che hanno una faccia simile a quella del tuo vicino, o del tuo migliore amico; o del passante che hai incontrato in metropolitana andando a lavoro. Restano i dubbi e le incertezze; resta il grigiore di un racconto che - molto sclavianamente - prende posizioni più sugli uomini che sui nonuomini". (Gianmaria Tammaro)

lunedì 17 aprile 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

RIVISTA STUDIO
I problemi dei bianchi ricchi di "Big Little Lies" son meglio di quelli dei ciellini di "This Is Us"
"Le domande dei talk pomeridiani con Paola Perego che vorremmo: in questo mondo c’è ancora spazio per i “rich white people problems”? Vale a dire: soldi (oddio, non posso più permettermi la manutenzione della piscina!), matrimoni (mio marito mi tradisce! No, lo tradisco io!), figli (la festa di compleanno della bambina farà sfigurare quella della compagna di scuola?), guardaroba (questo nuovo cachemirino mi sbatte troppo?), fitness (sul serio non fai piloxing?), eccetera. È arrivata una serie a rispondere che sì, di spazio ce n’è eccome. E a raccontarlo con un meraviglioso salto mortale: nell’epoca delle minoranze pigliatutto, Big Little Lies (produce Hbo, in Italia va in onda su Sky Atlantic) sta qui a dirci che oggi i bianchi ricchi sono anche loro solo un’altra minoranza, e sempre più confinata nella sua pur doratissima riserva. Siamo quasi in dirittura d’arrivo – perché hanno girato solo sette puntate?, vien da chiedersi, quando per quei ciellini di This Is Us ne hanno fatte diciotto – e c’è un delitto ancora senza soluzione. Poco importa. Al cuore di questa storia non c’è certamente l’omicidio, piuttosto gli psicodrammi di un gruppo di donne molto ricche certamente, molto stronze o forse no, molto forti o forse no, molto privilegiate o forse no. La serie non è piaciuta a molti di quei critici che si sperticano in lodi per roba come True Detective: gli agenti stropicciati sono ammessi nelle conversazioni tra gente-che-piace più di queste mogli con la borsetta firmata. «Big Little Lies è patinato e superficiale come la comunità che vorrebbe fare a pezzi, e di cui in fin dei conti tradisce la stessa vuotezza», recensisce Meredith Blake del Los Angeles Times. «Big Little Lies è un pasticcio in cui vengono ricostruiti i problemi di sedicenti adulti, sviluppati in modi che non trovano corrispondenza nella realtà», scrive Tim Goodman su The Hollywood Reporter. Che sintetizza ulteriormente: «È come una soap prodotta da Abc, ma con le scene di nudo». L’aggravante sottintesa: è solo una storiella di donne, niente più che una telenovela di lusso, che ce ne frega, vuoi mettere coi draghi e gli zombie. È la sindrome Valeria Bruni Tedeschi, per cui se appunto parli di cose di ricchi (lei l’ha fatto nei suoi film da regista, ultimo il bellissimo Un castello in Italia) ti puoi pure meritare un’alzata di spalle, i problemi veri sono altri. Dietro Big Little Lies c’è un romanzo australiano scritto da una donna (Liane Moriarty, Piccole grandi bugie è appena stato ripubblicato da Mondadori) e l’ottimo adattamento firmato da un uomo: David E. Kelley, showrunner di lungo corso (Ally McBeal) con una moglie bellissima per davvero: Michelle Pfeiffer (come ci sarebbe stata bene in questa serie, l’avessero prodotta vent’anni fa). “Pippe da ricchi hollywoodiani con le loro splendide splendenti trophy wife”, borbottano in tanti: peccato che questo telefilm dica di noi comuni mortali più cose di tanta produzione impegnata (dunque con protagonisti necessariamente poveri). La gigantesca Reese Witherspoon è la mamma che tutte le chat tra genitori su WhatsApp temono pure a Cinisello Balsamo, ma anche l’alleata che ciascuna apparente rivale sogna: tanto che, nonostante sia uno dei personaggi più spregevoli della televisione recente, facciamo tutti il tifo per lei dal primo momento in cui è in scena. Nicole “Come Regge Lei I Primi Piani Nessuna Mai” Kidman è la moglie abusata, o forse è ben consapevole dell’abuso, o forse tutto è più complicato di così e se le cose non sono didascaliche allora oggi è colpa degli sceneggiatori, mica del pubblico che ha perso la comprensione delle sfumature. Laura Dern, quella col nome più bello di tutti (Renata), dà fuori di matto perché le altre mamme boicottano la festicciola (si fa per dire) della figlia con la mossa più spietata di tutte: non ti mandiamo i nostri figli, figli ormai ridotti a merce di scambio, a strumento per dire in società che cosa siamo, e come, cambia tutto se compri il saccottino del Mulino Bianco, se li iscrivi a ginnastica artistica e non a danza, se fanno il balletto di Rovazzi. Il bello è che gli uomini non stanno a guardare, sono solo apparentemente abbozzati, Kelley non corre certo il rischio di lasciarli a margine poiché trattasi di “una serie di donne”. Di solito, in quei casi, gli unici che meritano un trattamento equo sono i personaggi di maschi omosessuali (sindrome commesso di Commesse, il solo uomo sviluppato al pari di Sabrina Ferilli e Nancy Brilli). C’è anche la colonna sonora che vorremmo per musicare le nostre vite, a cominciare da “Cold Little Heart” di Michael Kiwanuka sui titoli di testa. E c’è la mossa-capolavoro definitiva, per convincerci che non solo questi bianchi milionari hanno gli stessi problemi nostri: quei problemi li troviamo bellissimi, perché non sono mai stati così ben scenografati. Lo chiamano “real estate porn” (traducendo malamente: porno immobiliare), e questa è la serie regina a tale proposito. Le ville pazzesche di Monterey, California, dove vivono le protagoniste (nella realtà stanno a Malibu) sono gli specchi lucidati da litri di Vetril dietro cui vorremmo nasconderci tutti noi. Invece tra poco Big Little Lies finirà, e noi torneremo alle nostre povere vite, a litigare per la merenda senza glutine dei bambini e a tradire nelle squallide stanze dei motel vista tangenziale". (Mattia Carzaniga)

domenica 16 aprile 2017

GOSSIP - Keep Calm and Carrie on. Sarah Jessica Parker su "Capitol File" rivela come si rilassa...
Sarah Jessica Parker is on the cover of Capitol File‘s new issue!
Here’s what the Divorce star had to share with the mag:
On how she unwinds: “I read a lot. I get in bed after all the little kids are hopefully content and tucked away and perhaps even asleep, and I watch television. But I also go to the theater a lot. And I take a subway there, which I love, because I can read the entire time. I love going to the theater and ballet by myself. I also love to be joined by friends.”
On working with HBO again: “It’s great to be home. It’s familiar, it’s the people you want to please most, it’s challenging, standards are high.”
On Divorce: “It’s so delightful to be back there and telling the story I want to tell and being supported and given the opportunity and the resources to do it and work with the extraordinary actors who I love, who I think are incredible and inspiring. It’s been a total thrill.”

venerdì 14 aprile 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
Dieci anni di "Boris", cult mancato (e sopravvalutato)
"Dieci anni fa, il 16 aprile 2007, andava in onda su Fox una serie italiana che molto ha fatto parlare di sé, «Boris». Prodotta dalla «vecchia» Wilder di Lorenzo Mieli, la serie era nata da un'idea di Luca Manzi e Carlo Mazzotta e firmata da Mattia Torre, Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo, che ne era anche il regista; di Elio e le Storie Tese la sigla. Fra gli interpreti Antonio Catania, Alessandro Tiberi, Caterina Guzzanti, Francesco Pannofino, Carolina Crescentini e Pietro Sermonti. «Boris» (è il nome di un pesciolino rosso portafortuna) si offriva come un inesorabile, buffonesco atto d'accusa contro la cialtroneria di molta serialità italiana. Oggi, nel ricordo, c'è forse un po' di enfasi celebrativa e si usa quella terribile parola che andrebbe bandita per alcuni anni, «cult». Un neofita convertito come Steve Della Casa ha detto che «Boris è avanguardia divenuta cultura dominante, ha avuto lo stesso impatto che il Futurismo ebbe sulla comunicazione degli anni 20». Ma dove? Ma quando? Esagero ma nen, dicono nella sua Torino. Basterebbe confrontare «Boris» con «30 Rock» di Tina Fey (2006), che affronta lo stesso argomento con altra complessità metaforica e linguistica, per regolare meglio la prospettiva. «Boris» è una fiction parodica che al suo interno contiene un'altra fiction, «Gli occhi del cuore», soap strappalacrime che però fa molto ascolto. «Boris» è una fiction tutta italiana che prova a riflettere su un diffuso stato d'animo della fiction italiana: il cinismo. Ridendo e scherzando, si mettono così a nudo i non pochi difetti della serialità italiana: la tolleranza estetica, l'arte di arrangiarsi, la scarsa professionalità, ecc. Questo il suo merito maggiore. Che non è poco, anzi. Troppo spesso, però, ha preferito indulgere alla caricatura, alla canzonatura, rinunciando alla battuta sferzante, al graffio, al fremito nervoso. Come poi ha dimostrato la versione cinematografica". (Aldo Grasso)

giovedì 13 aprile 2017

NEWS - Clamoroso al Cibali! Originariamente Olivia Pope di "Scandal" doveva essere bianca e interpretata da Connie Britton!

News tratta da "Vulture"
Before Kerry Washington donned Olivia Pope’s white hat, ABC pushed for Connie Britton to be Washington D.C.’s leading fixer. In an oral history gathered by The Hollywood Reporter, Shonda Rhimes recalled Scandal’s most important casting decision: picking Pope. Rhimes said she felt certain that Olivia was a black woman, especially since the character was inspired by real-life D.C. crisis fixer Judy Smith. “Nothing felt more important than the sense of outsiderness,” Rhimes said. “I didn’t know that there hadn’t been a drama series with a leading black woman for 37 years. When the show got picked up [to pilot], I got a phone call from somebody who said, ‘This would be the perfect show for Connie Britton.’ I said, ‘It would be, except Olivia Pope is black.’” ABC also suggested Britton: “The network was reading us their top choices,” casting director Linda Lowey said, “and it was Connie and all white women. I panicked. Somebody finally piped up, ‘We’re going to have to redo this list.’” After auditioning Jill Scott and Anika Noni Rose, they hired Kerry Washington. The rest is history, but Washington agreed that the Nashville star would have been a sensible choice: “This would have been a great role for Connie Britton!” she said.

mercoledì 12 aprile 2017

NEWS - (Ri)attenti a quei due! David Duchovny e Gillian Anderson di "X-Files" di nuovo insieme per un racconto audio ambientato dopo il film del 2008

News tratta da "Vulture"
For X-Files fans who still want to believe there’s more supernatural mystery stories to be told, the truth is out there. And by “out there,” we mean another X-Files mystery in the form of an audiobook. According to VarietyThe X-Files: Cold Cases is an upcoming Audible Studios original production starring the voice talents of Gillian Anderson and David Duchovny as (who else?) Dana Scully and Fox Mulder. The story takes place after the 2008 movie The X-Files: I Want to Believe but before the events in 2016’s six-episode tenth season. As Scully and Mulder set out to solve the F.B.I. cold case, which might just have a sci-fi element to it, they’ll also run into returning characters Assistant Director Walter Skinner (Mitch Pileggi), Cigarette-Smoking Man (William B. Davis), and the Lone Gunmen (Tom Braidwood, Dean Haglund, and Bruce Harwood). The audiobook drops July 18, which is plenty of time to make your way through the 208 television episodes to brush up on the mythology.

martedì 11 aprile 2017

GOSSIP - Amici per le palle! Taylor "ex Gaga" Kinney e Jesse "House" Spencer di "Chicago Fire" insieme per celebrare la copertina di "Tv Guide" 
Taylor Kinney and Jesse Spencer are TV Guide cover stars! The two Chicago Fire stars stepped out at the cover celebration on Monday (April 10) at RockIt Ranch in Chicago, Ill. Taylor and Jesse were joined by their co-stars as they were congratulated following the cover’s reveal. Chicago Fire is currently in the middle of their fifth season as it follows the firefighters of Chicago Firehouse 51. Taylor and Jesse‘s issue of TV Guide will be available April 17th.

lunedì 10 aprile 2017

NEWS - Clamoroso al Cibali! Sta per scoppiare la bolla Netflix! Crisi finanziaria, comunicativa e creativa: spende 6 miliardi di dollari e incassa poco (pochissimo?), ci sono più contenuti che ricavi. Creazione di un mito culturale che si inizia a mettere in discussione: può sopravvivere al nuovo mondo che ha creato?

News tratta da "Il Foglio"
La prima regola per rivoluzionare il mercato è creare il mito. Per una disruption servono un garage o un ufficio in California (tipo a Scotts Valley), un'idea a cui il mondo ancora non crede (lo streaming on demand), un'amicizia tra partner carismatici e innovatori (quella tra Reed Hastings e Marc Randolph) e degli antagonisti pia forti contro cui rivaleggiare (da Amazon a Disney). E soprattutto qualcuno che racconti questa storia in comunicati stampa, interviste, articoli che servono a rafforzare la leggenda e mai a metterla in discussione (i giornalisti andranno benissimo). La nostra sospensione di incredulità, unita alla smania di progresso e alla tendenza a sentirci uomini contemporanei con tutto ciò che ci viene propinato come rivoluzione tecnologica, e quindi giusta, ci condurrà dove siamo oggi Un breve recap. La storia di Netflix inizia nel 1997 nella Silicon Valley: l'idea iniziale è di inviare dvd per posta (un po' quel che dovrebbero fare gli autori di certe serie e film di nicchia che ci piacciono tanto ma che non guarda nessun altro). Nel 2007 il business si amplia puntando sullo streaming e sull'economia dell'accesso: si comprano molti contenuti dalle major che approfittano del nuovo canale di distribuzione per smerciare prodotti che non riescono pia a vendere in tempi di crisi del noleggio audiovisivo e del declino nelle sale cinematografiche; le major vendono i diritti per lo streaming a prezzi vantaggiosi, senza bene rendersi conto del loro valore. Anche perché in quel momento Netflix non aveva ancora inventato il binge watching, internet era pia lento, la rivoluzione della visione domestica era agli inizi. Passano gli anni e il mercato cresce, cambia, si rinnova. Accanto a Netflix appaiono Hulu, Amazon, YouTube che inizia a vendere attraverso Google Play, i broadcaster attivano servizi on demand. E i diritti sui contenuti vanno ricontrattati, il prezzo sale. Tanto che lo scorso giugno il Magazine del New York Times ha pubblicato un lungo sorti della piattaforma: "Netflix può sopravvivere nel nuovo mondo che ha creato?". Di solito queste domande cadono nel silenzio, subito messe a tacere da una retorica commerciale che vuole Netflix come il numero uno, il futuro televisivo, il posto migliore in cui lavorare, i salvatori della nostra già scarsa vita sociale che ci hanno dato una buona scusa per non uscire pia di casa. E così via. Dopo essersi presa il merito di aver seppellito Blockbuster, Netflix ha sfidato anche le tv via cavo, annunciandone prematuramente la morte. La televisione però non è morta, anche se noi amiamo ripetercelo. Il noi sta per Noi-che-viviamo-nellafilter-bubble mediatico culturale fighetta, noi che a "Un medico in famiglia" preferiamo gli stand up comedy di Louis C.K. o aspettiamo la nuova stagione di "House of Cards", lo show con cui Netflix ha scelto di essere HBO nel 2013 e ha preso il sentiero della prestige television, puntando su prodotti culturalmente accettabili. Noi che, l'avrete capito, tralasciamo sempre gli show di massa come "NCIS" o le sit com con le risate pre-registrate preferendo serie di nicchia ma con penetrazione culturale negli show giusti, cioè quelli che guardiamo noi: i late, i video virali su You-Tube, le parodie intelligenti.

Mai prima d'ora ci siamo ritrovati con un'offerta d'intrattenimento così abbondante, in termini giornalistici e industriali circola la definizione di peak tv, che tradotto fa: c'è più offerta che pubblico. Il che è un bene per noi ma è un costo esorbitante per Hollywood e la Silicon Valley. In un video diffuso da Bloomberg lo scorso ottobre dal titolo evocativo "Binge Watch now before Netflix Bubble Burst", si annunciavano 500 sceneggiature per il 2017 tra broadcast, via cavo e servizi streaming; circa il doppio rispetto al 2010. La prima domanda è: chi mai li guarderà tutti? Ma il problema dello spettatore vacante è secondario (tanti freelance, tanti studenti, tanti creativi pronti a scriverne su Facebook esattamente come si instagrammavano con l'Apple o bevendo il caffè di Starbucks, o come si fotografano i libri che leggono: i prodotti culturali sono identitari) rispetto al chiedersi se è sostenibile. Sei delle principali aziende dell'intrattenimento spendono complessivamente 26 miliardi di dollari per produrre o comprare tv show e film. Chi spende di più è Netflix che "può essere il maggior beneficiario o la principale vittima della peak tv". Netflix è passata dai 3 miliardi e 4 spesi per produrre o comprare contenuti nel 2014 ai 6 miliardi spesi per il 2017. La scommessa di Netflix è che la televisione on demand sostituirà del tutto quella lineare. Tuttavia, in assenza di dati chiari che per loro policy non vengono forniti, viene naturale chiedersi se questa enorme spesa possa essere sostenibile su lungo periodo. L'azienda è quotata in borsa e a Wall Street è considerata una piattaforma tecnologica e non di contenuti, in modo da essere valutata più di Sony. Alcuni analisti sconsigliano gli investitori di comprare azioni Netflix perché il mercato sta raggiungendo la saturazione, gli abbonamenti crescono lentamente, la competizione aumenta e i costi anche. In Netflix pensano che la cosa peggiore sia dire che hai mostrato il prodotto a un gruppo d'ascolto e lo hanno apprezzato. Amano ripetere che i dati d'ascolto non valgono nulla, sono un retaggio del passato, roba buona solo per network mantenuti dagli inserzionisti pubblicitari. Il Chief Content Officer di Netflix, Ted Sarandos, avverte: "Per chi come noi punta sull'aumento delle sottoscrizioni, non sulla pubblicità, la performance di uno show non ha alcuna rilevanza". Così facendo ha protetto il prodotto dalla risposta alla prima domanda ("C'è qualcuno che effettivamente guarda quello che state producendo?") ma non dalla seconda ("I soldi basteranno?"). Gli analisti più scettici fanno notare che la fortuna iniziale di Netflix è stata pagare a basso prezzo i diritti tv e rimanere sul mercato per i primi anni in totale solitudine. Ma oggi non è più così. Molti iniziano a pensarla come David Zaslav di Discovery Communication: "I servizi delle piattaforme di streaming on demand esistono solo perché noi produciamo contenuti. Stiamo sostenendo un modello economico che non ha senso". Secondo Luca Barra, ricercatore dell'Università di Bologna e autore di "Palinsesto. Storia e tecnica della programmazione televisiva" (Laterza), il problema c'è: "In Italia Netflix è soprattutto una bolla comunicativa-culturale. Spende molti soldi e con successo per comprare, produrre e, tassello fondamentale, promuovere contenuti, ma poi per ragioni di diritti disponibili e di reali investimenti offre un catalogo discretamente limitato (se paragonato ai competitor come Now Tv o Infinity, forti degli accordi fatti da Sky e Mediaset) a un pubblico, almeno al momento, pregiato ma dalle dimensioni ridotte (e comunque ancora ben lontano dai 7 milioni di abbonati annunciati come obiettivo durante il lancio italiano...)". La bolla sta per scoppiare? "Netflix è muscolare perché deve dimostrare che la disruption funziona davvero, ma ci perde un mucchio di soldi e spreca quintali di prodotto. Tutti sembrano concordi nel ripetere che il palinsesto è morto e il futuro è non lineare. Ma lo si ripete da decenni. Al contrario, il modello tradizionale di broadcasting risponde a bisogni che l'on demand non può soddisfare: comunità, sincronizzazione sociale, i generi diversi da film e serie tv, il vedere qualcosa tanto per vedere qualcosa come fa chiunque dopo una giornata di lavoro. L'on demand è per natura complementare, supplementare". Netflix è la nuova HBO, ma Amazon è la nuova Netflix? "Amazon è diversa da Netflix, ha gli studios e la tecnologia. Il suo core business è farti avere ciò che desideri nei tempi pia veloci possibili, e almeno per ora offre ai suoi abbonati Prime, allo stesso prezzo, in pia, anche le serie e i film. E' un player da tenere d'occhio", dice Barra.
Oggi Netflix produce serie tv data-driven (cioè è vero che ama ripetere che i dati non servono a nulla, ma a loro servono eccome: traccia il comportamento degli utenti e usa le metriche per sapere cosa suggerirti nella logica della personalizzazione dell'interfaccia o per decidere cosa produrre minimizzando i flop) che rimestano nell'immaginario pop nostalgico anni Ottanta come "Stranger Things" (la serie pia stephenkinghiana di sempre), e anni Duemila come "Gilmore Girls", che sono l'esito di un'analisi dei dati degli iscritti (se mi accorgo che c'è un pubblico consistente per "Una mamma per amica" investo per produrre una nuova stagione) ma, sostiene Barra, "è anche l'evidenza della persistenza nell'immaginario condiviso di una centralità della televisione generalista, che negli anni ha forgiato quel tipo di gusto, visioni, esperienze e riferimenti culturali". Ci permettiamo di toccare marginalmente anche un altro punto secondario, che in un'analisi del mercato industriale e degli scenari futuri non dovrebbe contare poi molto, ma in fondo ci sta a cuore: le serie prodotte da Netflix che inseguono la prestige television non sono così entusiasmanti quanto lo è la promozione commerciale che le accompagna. «In assenza di dati, generare hype è l'unica cosa che conta», ci conferma Barra. Quando Ted Sarandos afferma che in giro ci sono molte serie mediocri ammette che anche nel proprio catalogo ci sono, ma subito aggiunge "non è intenzionale!". Forse parlare dell'aspetto creativo è fuori moda, ma serie come "OA", "Love" o "Tredici" avranno pure un motivo d'essere dovuto ad analisi metriche sofisticate, ma sono ben lontane dal rappresentare una rivoluzione culturale estetica. Oltre alla bolla comunicativa e alla bolla finanziaria ci tocca pure la bolla creativa. E' dal 1993 che si ripete che le serie tv sono come i romanzi per nobilitarne l'aspetto culturale in quanto forma d'intrattenimento legittima. Un problema pia per la spendibilità sociale di noi che ne scriviamo che per l'industria. L'intrattenimento culturale si adatta all'epoca in cui si vive. Il timore di Hastings è infatti che i film e la televisione diventino come l'opera o i romanzi, perché ci sono così tante forme d'intrattenimento che un giorno guarderemo le serie tv come relitti storici. "Ma quel giorno potrebbe essere fra cent'anni". A quel punto, se le cose andranno male, i disruptor della Silicon Valley potranno sempre venire in Italia e chiedere finanziamenti alla Cultura. Anche in quel caso i dati sugli spettatori saranno secondari e Netflix potrà preservare il suo riserbo e tacere sulla diffusione dei dati. Ma con la scusa della qualità.

sabato 8 aprile 2017

giovedì 6 aprile 2017

SGUARDO FETISH - Knock on Wood! La protagonista di "Westworld" si traveste da Bowie (80s-style) su "Elle" Canada
Evan Rachel Wood of Westworld shows her glam-rock side on the cover of Elle Canada‘s May issue, on stands April 10th. 
Here’s what the 29-year-old actress and singer had to share with the mag:
On her three-year-old son with ex Jamie Bell: “Bless him. He’s a gypsy by proxy because his parents are. He’s only three now, but he’s starting to understand. He hears one of my songs and he knows that that’s me, and he has seen me on TV and he’s starting to put the pieces together. His parents are very different. My ex-husband is lovely and very British and straightedge, and then he’s got this glam-rock weirdo for a mom.” 
On her move to Nashville: “L.A. is wonderful, and it has given me so many amazing things, but I’ve also got a lot of demons here. I was ready to break it up a little bit. I wanted to give my kid some grass to run around on. Again, he’s got two actor parents. I was like, ‘You don’t need to live in L.A. full-time. Let’s go somewhere a little “normal” for a bit.’”
On her band Rebel and a Basketcase: “We’re a baby band. My first love was singing and music, and it still kind of is. I love acting, and it’s a deep, deep love. But music is like my religion. If I didn’t have music, I would die.” 
On writing uplifting music: “It’s easier to focus on the bad stuff, you know, than to pull yourself up and sing about something nice. Our new single is called ‘Today,’ and it’s just a big battle cry about not letting the dark forces ruin your day. You make today and you make the changes, and as long as you’re here and you’re fighting, you’re going to be okay. I’m excited for people to hear that song. I think it’s a really good time for it.”

mercoledì 5 aprile 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
"Tredici", il teen drama più conturbante della tv
"Ciao a tutti. Spero per voi che siate pronti, perché sto per raccontarvi la storia della mia vita. O meglio, come mai è finita. E se state ascoltando queste cassette è perché voi siete una delle ragioni. Non vi dirò quale nastro vi chiamerà in causa. Ma non preoccupatevi, se avete ricevuto questo bel pacco regalo, prima o poi il vostro nome salterà fuori...». La voce è di Hannah Baker (Katherine Langford), una ragazza del liceo che si è suicidata, vittima del bullismo di alcuni compagni. Clay Jensen (Dylan Minnette) ascolta il primo dei nastri che qualcuno ha lasciato davanti alla sua porta. I nastri sono incisi su vecchie musicassette, in pieno contrasto tecnologico con i social, è stanno per sconvolgere più di un'esistenza. Prodotto da Netflix, creato da Brian Yorkey e basato sul romanzo omonimo di Jay Asher, «Tredici» («13 Reasons Why») è il teen drama più conturbante della serialità americana: 13 puntate, 13 persone coinvolte, 13 storie che si intrecciano, 13 motivi di una morte cui tutti, a vario titolo, hanno contribuito. II libro è stato pubblicato nel 2007 e ora Mondadori lo ripropone in una nuova grafica ispirata alla serie. Guidato dalla voce della ragazza (un interessante utilizzo della voice over), il solitario Clay, in apparenza il più innocente di tutti, ripercorre i momenti trascorsi con Hannah, di cui era innamorato. C'è un doppio registro narrativo (giocato su piani temporali diversi) che rende la serie coinvolgente. Da una parte il tema del bullismo, della superficialità e della spietatezza di certi rapporti, del clima di complicità che le istituzioni spesso riescono a creare. Dall'altra (ed è l'aspetto più innovativo) il contrasto tra vecchi e nuovi media, tra la lentezza vin-tage di un mondo che non conosce ancora Google Maps e la velocità dei social. In mezzo l'«effetto farfalla», teorizzato da Hannah: da un lontano battito d'ali ecco l'uragano di una tragedia inattesa". (Aldo Grasso)

martedì 4 aprile 2017

GOSSIP - Alla fine ne rimarrà una sola! Dopo l'ultima dipartita di "The Walking Dead", la regina degli zombie è sempre più Lauren Cohan (sull'ultimo "Harper's Bazaar")

lunedì 3 aprile 2017

PICCOLO GRANDE SCHERMO - Scanzi for President! "I remake di serie tv cult al cinema, tipo CHIPs, sono un sacrilegio. Se fallisce pure Lynch con Twin Peaks chiudete il sarcofago!"

Articolo di Andrea Scanzi su "Il Fatto Quotidiano"
A detta di uno dei diretti interessati, o forse per meglio dire delle vittime: "Sembra una versione soft porn di Scemo e Più Scemo". Parola di Larry Wilcox. Parlava di CHIPs, di cui è stato uno dei due protagonisti ("quello biondo") dal 1977 al 1983. Solo che Wilcox aveva interpretato la serie televisiva, mica il film. Che, evidentemente, gli ha fatto parecchio schifo. Prima di aggiustare un po' il tiro, concedendo alla nuova pellicola una parvenza di decenza, Wilcox ha pure aggiunto: "Ben fatto, Warner Bros! Hai giusto rovinato il brand di CHIPs e di Calif Highway Patrol. Bella mossa!".

Il film CHIPs, girato 34 anni dopo l'ultima puntata della serie, uscirà nelle sale italiane il 20 luglio. L'altro protagonista storico, Erik Estrada cioè Francis Poncharello detto "Ponch", è stato meno duro. Alla prima americana era presente e fa pure un piccolo cameo nel film. Estrada, che l'anno scorso è diventato davvero poliziotto (a 66 anni) per il Dipartimento di Polizia di St. Anthony in California, si è dimostrato assai conciliante. A lui l'idea del reboot cinematografico è piaciuta proprio: "Non stanno insultando nessuno: stanno solo proponendo la loro versione".
Nell'attesa (non esattamente spasmodica) di vedere l'opera e con ciò capire se ha ragione il biondo o il moro, un fatto è certo: c'è una gran voglia di rimpiangere -e addirittura reinterpretare, che è poi in questo caso un riesumare - quel buco nero spesso tremendo che sono stati gli Anni Ottanta. Per carità, è stato un decennio con fiammate qua e là autentiche: nella musica, nel cinema, nella tivù. Solo che quasi sta esagerando. In primo luogo, quando ti riduci a fare il film su CHIPs quarant'anni dopo la prima puntata, certifichi implicitamente che la mancanza di idee nuove del cinema è pressoché accecante. L'esatto opposto delle serie tivù, che rispetto ai tempi di CHIPs hanno fatto passi da gigante. I passi di Lost, di Breaking Bad, di Sons of Anarchy, di True Detective. Eccetera. In seconda istanza, la proliferazione di operazioni-riesumazione legate agli Ottanta non coincide quasi mai con rese qualitative esaltanti. Dodici anni fa è uscito Hazzard. Ve lo ricordate? No? Beati voi. Il film era ispirato alla serie omonima più o meno coeva di CHIPs. Il risultato, per usare un eufemismo, non si rivelò esattamente esaltante. E difficilmente lo sarà il sequel di Magnum PI, altra serie mitica (va be') degli Ottanta. Ci stanno lavorando, uscirà a vent'anni dopo l'ultima puntata e la protagonista sarà la figlia di Thomas Sullivan Magnum IV (o se preferite "Magnum", interpretato da Tom Selleck).
Perché ci mancano così tanto quegli anni? Forse perché eravamo giovani e forse belli, forse perché voltarsi indietro è un gesto che prima o poi viene voglia di fare. Anche solo per vedere l'effetto che fa. Un gesto umanissimo, ma artisticamente - e non solo artisticamente - scivolosissimo. C'è sempre il rischio di rovinare il ricordo, di scoprire quanto nel frattempo tutto sia cambiato: di quanto, per non farla cadere troppo dall'alto, il tempo abbia travolto ogni cosa. Pochi giorni fa si sono commossi in tanti nel vedere la foto di "Starsky" Paul Micheal Glaser che spingeva "Hutch" David Soul sulla sedia a rotelle. Anche gli "eroi" invecchiano, come ci aveva dimostrato inequivocabilmente pure Harrison Ford mostrandoci un Han Solo che, tutto sommato, nell'ultimo Guerre stellari non vedeva l'ora di farsi ammazzare (con quel figlio coglione, oltretutto). Più che rimpiangerli a casaccio, verrebbe solo voglia di lasciare gli Anni Ottanta dove stavano, in quel limbo posticcio tra consumismo frainteso e folgorazione disattesa. Quel poco di bello che c'è stato non può essere ripetuto.
Se n'è accorto perfino Michael Mann, che pure è un genio, quando ha provato a portare al cinema la serie televisiva Miami Vice (di cui era produttore esecutivo): il film, nonostante cast ed effetti speciali, fu una delusione. Meglio poi non parlare dell'obbrobrio che è stato il remake di Point Break, gioiello di inizio Novanta con un Patrick Swayze leggendario: perché replicare un'epifania non replicabile? Non ha senso, non è giusto. Per certi versi è persino sacrilego.
In questa mania tracimante di revival è rimasto invischiato addirittura David Lynch. Ha deciso di riprendere Twin Peaks, quella sì una serie straordinaria, ventisette anni dopo. Ci sono ancora molti attori "originali": di fatto, più che un sequel, ¡proprio la terza stagione che in tanti avrebbero voluto vedere. Solo che nel frattempo è passato un quarto di secolo. Un rischio, un azzardo, una follia. Soltanto Lynch può riuscirci: se fallisce pure lui, per favore, chiudete per sempre il sarcofago di quegli anni.

domenica 2 aprile 2017

GOSSIP - Chopra-zzemolina anche su "Marie Claire" (aspettando "Baywatch")
We're sitting in Chopra's Upper East Side living room in New York City, where she's currently shooting the second season of Quantico—a fastpaced spy confection in which she stars as sexy, unstoppable CIA agent Alex Parrish. It's a miserable January afternoon outside, but Chez Chopra is a cozy, serene oasis of cream and pale-blue silk in the midst of which sits Chopra herself, all dark hair and liquid eyes and ripped Levi's, with her tiny new puppy, Diana, dozing on her lap.

On her love life: "I'm not someone who looks for love. I don't believe in making it happen. My life has been shaped by so many serendipitous moments so far, I feel like, Why screw with a good thing?"

On her upcoming project, Baywatch"I loved Baywatch so much growing up. It was the quintessential American Dream. All those beautiful people in bathing suits, running slo-mo on the beach in Malibu—amazing!"

On her start in Bollywood—without any previous acting experience: "Coming from academics, like an idiot, I was like, Oh, it's just pretty people. You've got to wear lovely outfits and say a few lines. How hard can this be?" Boy, was I surprised. I just kind of went on set and fell and dusted myself off, and learned, and then fell again and figured it out."

sabato 1 aprile 2017

PICCOLO GRANDE SCHERMO - Charlie Hunnam vuol fà Indiana Jones! Il protagonista di "SOA" in un film ambientato nella foresta amazzonica
Charlie Hunnam is featured on a new poster for his upcoming film The Lost City of Z and he sure is looking hot as an explorer! The 36-year-old actor stars alongside Robert PattinsonSienna Miller, and Tom Holland in the new film, set to hit theaters in limited release on April 14 and nationwide on April 21. The Lost City of Z tells the incredible true story of British explorer Percy Fawcett (Hunnam), who journeys into the Amazon at the dawn of the 20th century and discovers evidence of a previously unknown, advanced civilization that may have once inhabited the region. Despite being ridiculed by the scientific establishment who regard indigenous populations as “savages,” the determined Fawcett – supported by his devoted wife (Miller), son (Holland) and aide-de-camp (Pattinson) – returns time and again to his beloved jungle in an attempt to prove his case, culminating in his mysterious disappearance in 1925.

"Il trivial game + divertente dell'anno" (Lucca Comics)

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Il GIOCO DEI TELEFILM di Leopoldo Damerini e Fabrizio Margaria, nei migliori negozi di giocattoli: un viaggio lungo 750 domande divise per epoche e difficoltà. Sfida i tuoi amici/parenti/partner/amanti e diventa Telefilm Master. Disegni originali by Silver. Regolamento di Luca Borsa. E' un gioco Ghenos Games. http://www.facebook.com/GiocoDeiTelefilm. https://twitter.com/GiocoTelefilm

Lick it or Leave it!

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