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mercoledì 8 agosto 2012

L'EDICOLA DI LOU - Stralci e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

LINKIESTA
"The Newsroom ", dilemma amletico sul giornalismo
Era la serie che aspettavo con ansia. La data dell'inizio, negli States, di The Newsroom me l'ero persino segnata sul calendario. Per tre motivi: è HBO, sinonimo di garanzia. E' Sorkin, sinonimo di garanzia (l'ho già detto??). Ed è una serie TV sul giornalismo, quindi non potevo non sentirmi chiamata in causa.

Premetto: non dirò che The Newsroom (stando alle prime tre puntate che sono andate in onda) è un capolavoro. Perché non lo è. E' una serie ben fatta (e già i motivi uno e due costituiscono solide basi per dirlo) ma qualche pecca ce l'ha. Aaron Sorkin (quel gran genio di The West Wing - un capolavoro da recuperare, appena potete) è bravissimo nello scegliere il tema da trattare (colmando anche dei gap televisivi), nella tecnica narrativa (il walk and talk che ha fatto il successo di The West Wing si trova anche qui), nel toccare le giuste corde. Solo che è dannatamente idealista. Già nella serie TV sull'operato dell'Ala Ovest della Casa Bianca questo aspetto era più che palesato: ma forse la politica (che non vivo di prima persona) mi piace vederla così. Immaginarla migliore di quello che è.
Beh, tutta quella idealizzazione che investe il mondo del giornalismo mi spiazza. E un po' mi lascia interdetta. Mi spiego meglio: a me The Newsroom sta piacendo. Moltissimo. Mi sono venuti i brividi ascoltando il monologo iniziale del protagonista, l'anchorman Will McAvoy, che durante un talk show, vomita in TV tutta la sua rabbia per un Paese, il suo, che si aggrappa alla convinzione di essere la nazione più grande del mondo.
Siamo settimi al mondo per alfabetizzazione, 29esimi in matematica, 22esimi nelle scienze, 49esimi per aspettativa di vita, 178esimi per mortalità infantile, terzi per reddito familiare medio, quarti per forza lavoro ed esportazioni. Siamo i primi al mondo soltanto in tre settori: numero di cittadini in carcere pro capite, numero di adulti che credono negli angeli e spese per la Difesa, settore in cui spendiamo più di 26 nazioni insieme, 25 delle quali sono nostre alleate. Se va così non è certo colpa di una studentessa ventenne, ma non c'è' dubbio che tu faccia parte della generazione peggiore di tutta la storia delle generazioni. E quando mi chiedi perché siamo il più grande paese del mondo, non capisco nemmeno di che cazzo stai parlando. Del parco Yosemite?
Da qui il punto di rottura e la decisione di trasformare il suo programma in un nuovo prodotto che abbracci quell'ideale aulico di giornalismo, dove non si asseconda, ma si tirano fuori i cosiddetti e si offre al pubblico un servizio come si deve. Cosa non va? Assolutamente nulla. E allora cosa mi lascia interdetta? Il punto è che chiunque decide di fare giornalismo, prima o poi, affronta questa fase in cui dall'idealismo si è costretti a fare i conti con la realtà. La visione utopica che avevo quando ho iniziato a studiare giornalismo all'Università si è scontrata con il vero lavoro in redazione, che per quanto eccitante e bellissimo, è un lavoro fatto di compromessi e che spesso predilige quell'infotainment che va tanto di moda ai fatti e alle notizie intelligenti.
Nessun giornale (nella realtà) si sarebbe fatta scappare la gaffe di Sarah Palin (e nessuno l'ha fatto) ma nel tg ideale ipotizzato dalla nuova produttrice esecutiva di News Night questo è possibile. Un programma dove gli ascolti non influiscono, la pubblicità nemmeno, e dove le idee del giornalista sono palesate (in barba al modello della fairness e della credibility tanto osannato dal primo quotidiano inglese, il Daily Courant, precursore di un genere). Il giornalismo a cui si appiglia The Newsroom è quello di denuncia, giudizio, condanna e assoluzione, sulla scia del giornalismo francese nato con la Rivoluzione del 1789 basato sulla convinzione che tutto ciò che i giornalisti scrivono contribuisce a formare le sorti (politiche e sociali) di un Paese. Certo, Sorkin come ha più volte ribadito non ha nessuno scopo documentaristico: "i miei obblighi non sono verso la verità - aveva detto a proposito di The West Wing - il mio obbligo sta nel catturare la vostra attenzione". Tuttavia dietro all'esaltazione per un ideale in cui ho creduto, che ho sostenuto e che mi ha deluso (i titololi solo per acchiappare lettori, le notizie urlate: quale giornale si salva da tutto questo?), non posso fare a meno di sentirmi un po' amareggiata. Ecco questo è l'effetto di The Newsroom su di me: mi esalta e mi commuove, ma al tempo stesso mi fa riscoprire disillusa"
(Alessia Barbiero)

venerdì 8 giugno 2012

L'EDICOLA DI LOU - Stralci e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri


GLENNVILLE
Telefilm, la Golden Age è finita (speriamo nella Silver Age)
"Revenge", rinnovata per la seconda serie andrà in onda negli Stati Uniti nello slot che ABC riservava a "Desperate Housewives". "Revenge" rappresenta il segno più limpido del fatto che la Golden Age delle serie tv americane si è definitivamente conclusa. Imparagonabile, come plot, creatività, livello di scrittura e recitazione a DH, "Revenge" rispolvera uno degli archetipi di sicuro successo, assieme a quello di Cenerentola, nei manuali per sceneggiatori seriali: quello del Conte di Montecristo. Cioé il tanto di vendetta (Revenge) accettabile in una cultura “cristiana”. Il plot è elementare: Emily/Amanda, bella e giovane,  ritorna sotto falso nome agli Hamptons, dove vivono tutti i ricchi e cattivi che hanno concorso alla rovina del padre. Lei ovviamente è diventata più ricca e più spietata di oro. Però l’amore è in agguato ecc. La sceneggiatura è da daytime soap, mancano soltanto le camere da studio per dare l’effetto Beautiful. La voce fuori campo di Emily/Amanda, che incornicia le puntate, è tolta di peso (e malamente) da quella ideata da Marc Cherry per le ben più intriganti signore di Wisteria Lane.  Ma l’America della crisi non vuole più conflitti familiari, vuole vendetta. Anche scritta male. La fiction americana è in crisi di idee e, tanto per cambiare, di soldi. JJ. Abrams, apparso a  tutti qualche anno fa come il nuovo genio del seriale americano, ha inanellato una ciclopica serie di flop (compreso il triste finale di "Fringe"). HBO, che era in grado di spendere tantissimo per serie viste da pochi milioni di fighetti metropolitani oggi arranca sotto il peso dei vari Hulu, Netflix ecc. La risparmiosa Disney, proprietaria di ABC, dev’essere pazza di gioia nell’aver potuto sostituire, con successo d’ascolto, una serie impegnativa, costosa e rognosa come DH con una modesta soap girata in HD (con le luci calde sulla terrazza della casa di Emily che fanno a pugni con la vera alba dietro le spalle dei protagonisti, creando il mitico effetto facce rosse che alla BBC avrebbe comportato l’immediata decapitazione del direttore della fotografia). Dalle serie che raccontavano (ad alto livello) la crisi (come il capolavoro, misconosciuto, "Hung") alle serie che ne sono la conseguenza. Con qualche distinguo che tutti abbiamo in mente (inutile fare elenchi di “buoni”), adesso le vere luci arrivano dalla Gran Bretagna. Speriamo che prima o poi nasca una Silver Age anche per le serie americane. Speriamo in "Newsroom".
(Gregorio Paolini, 06.06.2012)

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