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sabato 2 marzo 2019

PICCOLO GRANDE SCHERMO - Successo sul serial! Se 4 attori su 4 vincitori degli Oscar sono legati alle serie tv...

Articolo tratto da "Il Foglio"
"Gli Oscar cancellano la linea che separa il cinema dalla televisione", scrive Deadline. Non c'entra "Roma" di Alfonso Cuarón. Né Guillermo del Toro, l'altro messicano che ha conquistato Hollywood: oltre a "Pinocchio" - film d'animazione, proprio mentre la Disney ha rifatto live "II Re Leone" e pure "Dumbo" - si sta dando parecchio da fare con le serie. C'entrano i quattro attori che hanno vinto gli Oscar: i protagonisti Olivia Colman e Rami Malek, i non protagonisti Regina King e Mahershala Ali (già la seconda statuetta in tre anni, dopo "Moonlight"; possiamo solo augurargli buona fortuna: ne aveva vinte due, a distanza ravvicinata, la sparita Hilary Swank). Tutti e quattro hanno la loro serie televisiva. Mai sarebbe successo, fino a qualche decina di anni fa. Lavoravano in televisione solo gli attori che avevano cominciato la carriera in televisione. 0 quelli che avevano cominciato al cinema, ma non erano riusciti a sfondare. "Ci sarebbe qualcosa in televisione", sussurrava l'agente. L'attore contrariato faceva un segno per dire "ma neanche per sogno, piuttosto muoio di fame". Dustin Hoffman in "Tootsie" va all'audizione per una serie televisiva quando ha perso ogni speranza di lavorare in teatro. A quel punto, travestirsi da occhialuta signora di mezza età era il male minore. Quattro attori premiati con l'Oscar 2019 su quattro. E sono serie di primissima scelta, non vecchi programmi ricuperati per godere di luce riflessa: quanti avevano sentito il nome di Olivia Colman, The Crown" - su Netflix prima di ammirarla in "La Favorita"? (e chi se la ricordava da "Broadchurch"?). Nella terza stagione di "The Crown" verso la fine del 2019 - Mrs Colman sarà la Regina Elisabetta, ricevendo il testimone da Claire Foy. Siamo nel 1964, è nato il principino Edoardo, l'intero cast è cambiato: "A trent'anni si cammina in maniera diversa che a 50", fa notare lo showrunner Peter Morgan. E invecchiare gli attori con trucchi pesanti non usa più. Le prime foto mostrano Olivia Colman con il cappottino arancione bordato di pelliccia, avrà già imparato a fare "ciao ciao" con la manina.
La prima volta che abbiamo visto Rami Malek, spuntava dal cappuccio della felpa, con gli occhi spiritati, nella serie "Mr Robot" di Sam Esmail. Trafficava con l'informatica, viveva una topaia, era preso di mira dal Mr Robot del titolo, anarchico-insurrezionalista (altisonante per "sfegato in guerra con il mondo") che voleva cancellare i debiti dei poveri con le banche, e distruggere qualche multinazionale cattiva. Si avvertiva anche un sentore di pillola rossa in stile "Matrix": siccome siamo contrari, e preferiamo le superfici alla profondità, siamo passati ad altre serie. Ma per colpa degli occhi spiritati non siamo riusciti a divertirci con "Bohemian Rhapsody": altro che Freddie Mercury, era sempre il confuso e infelice Rami Malek.

Mahershala Ali è nella terza stagione di "True Detective", con Stephen Dorf. Con successo, a giudicare da quel che si legge e si dice in giro (su Sky Atlantic, anche on demand e in versione originale, pronta per quando avremo il tempo di vederla).
Regina King, tra i quattro la meno conosciuta - l'Oscar è arrivato per "Se la strada potesse parlare" - sarà in "Watchmen", la serie di Damon Lindelof in arrivo su Hbo. Per non farsi mancare nulla, e per non irritare Alan Moore - l'autore del fumetto illustrato da Dave Gibbons, sempre scontento quando il cinema adatta cose sue - ha scomodato il Vecchio e il Nuovo Testamento. Lindelof ha provveduto al Nuovo, che non toglie di mezzo il Vecchio, ma si prende parecchie libertà". (Mariarosa Mancuso)

giovedì 20 luglio 2017

NEWS - La scoperta dell'acqua calda: nelle serie tv c'è filosofia! Ma vahhh? Un libercolo scova, tra il banale e il fantasioso, i link tra titoli cult e grandi pensatori (in "GOT" c'è Machiavelli...l'avreste mai detto???)


Articolo tratto da "La Stampa"
Quanto può essere costruttiva la filosofia, taluni ragazzi fortunati lo imparano dai loro insegnanti, quando la mente è ancora libera e bella, sgombra di troppi pregiudizi e pronta alla forgiatura. Ma per sentirla attuale, devono inevitabilmente trovare degli agganci con la realtà, persino quando si parla di Parmenide, primo fra gli Eleati, 500 avanti Cristo: Elea, piena Magna Grecia, è ora Ascea, provincia di Salerno. Come si può agganciare all' attualità una frase del tipo: «Ciò che è, è; ciò che non è, non è»? Si può, si può. E il come è venuto in mente a un contemporaneo professore di filosofia che si autodefinisce «pop-filosofo». Si chiama Tommaso Ariemma, è nato a Napoli nel 1980 e ha appena pubblicato da Mondadori La filosofia spiegata con le serie tv, con una predilezione particolare per Black MirrorOltre a Parmenide, abbinato a True detective, troviamo una variopinta antologia formata da: Platone- Black Mirror; Aristotele-The Walking Dead; Machiavelli-Il trono di spade; Hobbes-Westworld ; Cartesio-Black Mirror, mitico episodio di San Junipero; Spinoza-The Young Pope; Kant-Lost; Hegel-Breaking Bad; Marx-Mad Men; Sartre-ancora Black Mirror, episodio Caduta libera .
Il libello ci aiuta a ricordare che il vero specifico televisivo, le serie per l' appunto, sono più profonde, ma anche colte, di quanto fingano di apparire. Dice Ariemma: «La prima volta che sono entrato in una classe e ho spiegato i grandi filosofi attraverso il riferimento alle migliori serie in circolazione, gli studenti mi sono apparsi disorientati, spiazzati. In seguito, non hanno più potuto farne a meno». Ecco qualche esempio.

Parmenide-True detective
Il poliziotto Rust, Matthew McConaughey, ha perso una figlia: all' amico Marty, Woody Harrelson, confida di aver visto tra la vita e la morte il defunto padre e la figlia nell' oscurità, che lo invitavano a svanire insieme, ma Rust segue la luce, cioè la convinzione che essi «sono» e non finiranno mai di essere con lui, soprattutto ogni volta che penserà a loro. Anche per Parmenide, padre venerando e terribile di ogni inesorabile detective, tutto è eterno, quindi sempre rintracciabile con la ragione. Caccia al colpevole.

Platone-Black Mirror 
Gli episodi sono ambientati in un futuro prossimo in cui le tecnologie hanno reso la vita un inferno. Anche Platone se la prendeva con le tecnologie del suo tempo: la scrittura, le arti, i discorsi dei sofisti. E ci mette in guardia pure dalla degenerazione della politica. Guarda caso in Black Mirror l' orsetto animato Waldo, conduttore tv, può candidarsi come alternativa a quei politici che demolisce e irride nel suo programma: per Platone, solo il filosofo in grado di strappare le catene della caverna, può governare. Platone suggerirebbe di non votare assolutamente Waldo, proprio no.

Aristotele-The Walking Dead 
La sapeva lunghissima, Aristotele, sulle fiction. Un racconto, per essere seguito, deve suscitare un piacere capace di farci entrare nella storia, di farci immedesimare, lasciando da parte paure e ansie della vita quotidiana. Per far questo, la trama deve avere tre momenti: paura, pietà, catarsi. Così per Walking Dead : dopo tutto il cammino, la catarsi ci vuole, una purificazione capace di sollevarci, di farci stare meno in pena per il nostro Rick, Andrew Lincoln, che riuscirà alfine a rivedere la sua famiglia e a risolvere il problema degli zombie. Ma la narrazione aristotelica insegna: il più tardi possibile.

Machiavelli-Trono di spade
Una serie preziosa perché mette in scena ciò che manca o che abbiamo perso. Certo, è una narrazione fantasy piena di draghi, ma caratterizzata anche da un sorprendente realismo. Machiavelli punta sul condottiero sbagliato, il Duca Valentino, un po' come fa sempre lo spettatore medio di Game of Thrones . Il mondo delle serie tv, come il nostro, è governato dal caso e dalla fortuna, anche se i suoi personaggi mantengono intatte acconciature e pettinature anche in punto di morte.

Spinoza-The Young Pope 
Eccolo, il Lanny Belardo-Jude Law, che per Sorrentino dice: «Colui che ama Dio non deve pretendere che Dio, a sua volta, lo ami». E secondo Spinoza Dio è infinito, perfetto, totale, assoluto: non può essere la copia ingigantita dell' uomo.

Kant-Lost 
Che farebbe Kant perduto su un' isola deserta? Per lui, anche quando il caos sembra prevalere, c' è sempre la possibilità di un orientamento. Soprattutto quando questo caos ha l' aspetto di un' opera d' arte, e produce ciò che Kant chiama «l' idea estetica». Ovvero, un' idea che dà l' occasione di pensare molto, senza che nessun pensiero sia perfettamente adeguato e nessun linguaggio totalmente comprensibile. In una parola: Lost.

Marx-Mad Men 
La pubblicità promette la felicità, ma la merce che poi acquistiamo non ce la fa raggiungere. Non consumiamo merci, consumiamo felicità. E Marx avrebbe saputo proporre a Don Draper, Jon Hamm, la sua ricetta: il comunismo. Mio caro Dan, direbbe Marx, certo, l' universo è indifferente, ma tu non vorresti essere felice? Una bella trappola, quella della felicità.

lunedì 17 aprile 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

RIVISTA STUDIO
I problemi dei bianchi ricchi di "Big Little Lies" son meglio di quelli dei ciellini di "This Is Us"
"Le domande dei talk pomeridiani con Paola Perego che vorremmo: in questo mondo c’è ancora spazio per i “rich white people problems”? Vale a dire: soldi (oddio, non posso più permettermi la manutenzione della piscina!), matrimoni (mio marito mi tradisce! No, lo tradisco io!), figli (la festa di compleanno della bambina farà sfigurare quella della compagna di scuola?), guardaroba (questo nuovo cachemirino mi sbatte troppo?), fitness (sul serio non fai piloxing?), eccetera. È arrivata una serie a rispondere che sì, di spazio ce n’è eccome. E a raccontarlo con un meraviglioso salto mortale: nell’epoca delle minoranze pigliatutto, Big Little Lies (produce Hbo, in Italia va in onda su Sky Atlantic) sta qui a dirci che oggi i bianchi ricchi sono anche loro solo un’altra minoranza, e sempre più confinata nella sua pur doratissima riserva. Siamo quasi in dirittura d’arrivo – perché hanno girato solo sette puntate?, vien da chiedersi, quando per quei ciellini di This Is Us ne hanno fatte diciotto – e c’è un delitto ancora senza soluzione. Poco importa. Al cuore di questa storia non c’è certamente l’omicidio, piuttosto gli psicodrammi di un gruppo di donne molto ricche certamente, molto stronze o forse no, molto forti o forse no, molto privilegiate o forse no. La serie non è piaciuta a molti di quei critici che si sperticano in lodi per roba come True Detective: gli agenti stropicciati sono ammessi nelle conversazioni tra gente-che-piace più di queste mogli con la borsetta firmata. «Big Little Lies è patinato e superficiale come la comunità che vorrebbe fare a pezzi, e di cui in fin dei conti tradisce la stessa vuotezza», recensisce Meredith Blake del Los Angeles Times. «Big Little Lies è un pasticcio in cui vengono ricostruiti i problemi di sedicenti adulti, sviluppati in modi che non trovano corrispondenza nella realtà», scrive Tim Goodman su The Hollywood Reporter. Che sintetizza ulteriormente: «È come una soap prodotta da Abc, ma con le scene di nudo». L’aggravante sottintesa: è solo una storiella di donne, niente più che una telenovela di lusso, che ce ne frega, vuoi mettere coi draghi e gli zombie. È la sindrome Valeria Bruni Tedeschi, per cui se appunto parli di cose di ricchi (lei l’ha fatto nei suoi film da regista, ultimo il bellissimo Un castello in Italia) ti puoi pure meritare un’alzata di spalle, i problemi veri sono altri. Dietro Big Little Lies c’è un romanzo australiano scritto da una donna (Liane Moriarty, Piccole grandi bugie è appena stato ripubblicato da Mondadori) e l’ottimo adattamento firmato da un uomo: David E. Kelley, showrunner di lungo corso (Ally McBeal) con una moglie bellissima per davvero: Michelle Pfeiffer (come ci sarebbe stata bene in questa serie, l’avessero prodotta vent’anni fa). “Pippe da ricchi hollywoodiani con le loro splendide splendenti trophy wife”, borbottano in tanti: peccato che questo telefilm dica di noi comuni mortali più cose di tanta produzione impegnata (dunque con protagonisti necessariamente poveri). La gigantesca Reese Witherspoon è la mamma che tutte le chat tra genitori su WhatsApp temono pure a Cinisello Balsamo, ma anche l’alleata che ciascuna apparente rivale sogna: tanto che, nonostante sia uno dei personaggi più spregevoli della televisione recente, facciamo tutti il tifo per lei dal primo momento in cui è in scena. Nicole “Come Regge Lei I Primi Piani Nessuna Mai” Kidman è la moglie abusata, o forse è ben consapevole dell’abuso, o forse tutto è più complicato di così e se le cose non sono didascaliche allora oggi è colpa degli sceneggiatori, mica del pubblico che ha perso la comprensione delle sfumature. Laura Dern, quella col nome più bello di tutti (Renata), dà fuori di matto perché le altre mamme boicottano la festicciola (si fa per dire) della figlia con la mossa più spietata di tutte: non ti mandiamo i nostri figli, figli ormai ridotti a merce di scambio, a strumento per dire in società che cosa siamo, e come, cambia tutto se compri il saccottino del Mulino Bianco, se li iscrivi a ginnastica artistica e non a danza, se fanno il balletto di Rovazzi. Il bello è che gli uomini non stanno a guardare, sono solo apparentemente abbozzati, Kelley non corre certo il rischio di lasciarli a margine poiché trattasi di “una serie di donne”. Di solito, in quei casi, gli unici che meritano un trattamento equo sono i personaggi di maschi omosessuali (sindrome commesso di Commesse, il solo uomo sviluppato al pari di Sabrina Ferilli e Nancy Brilli). C’è anche la colonna sonora che vorremmo per musicare le nostre vite, a cominciare da “Cold Little Heart” di Michael Kiwanuka sui titoli di testa. E c’è la mossa-capolavoro definitiva, per convincerci che non solo questi bianchi milionari hanno gli stessi problemi nostri: quei problemi li troviamo bellissimi, perché non sono mai stati così ben scenografati. Lo chiamano “real estate porn” (traducendo malamente: porno immobiliare), e questa è la serie regina a tale proposito. Le ville pazzesche di Monterey, California, dove vivono le protagoniste (nella realtà stanno a Malibu) sono gli specchi lucidati da litri di Vetril dietro cui vorremmo nasconderci tutti noi. Invece tra poco Big Little Lies finirà, e noi torneremo alle nostre povere vite, a litigare per la merenda senza glutine dei bambini e a tradire nelle squallide stanze dei motel vista tangenziale". (Mattia Carzaniga)

mercoledì 4 gennaio 2017

NEWS - A dieta dopo le Feste! Ecco come non ingrassare guardando le serie tv...

Articolo di Mariarosa Mancuso per "Il Foglio"
A furia di vedere serie tv temete di ritrovarvi con "un culo che fa provincia"? (copyright Mario Moniceli in "Parenti serpenti": lo dice Miriam Leone alla figlia adolescente strappandole il gelato di mano). Andrà peggio, molto peggio. Il British Journal of Sports Medicine ha stabilito che ogni ora di televisione guardata dopo i 25 anni toglie venti minuti di vita. Pare di ricordare che neppure le sigarette avessero effetti tanto devastanti. Prima dei 25 anni restiamo con il dubbio: forse i bambini che ne hanno vista fin dall'asilo alla maggiore età neppure arrivano. Oppure sono vaccinati e possono guardarla a oltranza. Servono lumi, da chi sa. L'ha scritto il British Journal of Sports Medicine — dimenticando le statistiche sui malanni da jogging e le soporifere conversazioni di chi non ha la tv e comunque le serie non le guarderebbe. Com'è naturale — in questo mondo votato alla prevenzione (soprattutto di accidenti che mai succederanno) — subito arrivano le contromosse. Per evitare danni bisogna mangiare acini d'uva ghiacciati, suggerisce Jeff Wilser su Vulture. Sono lo spuntino perfetto, ingannano la mente convinta di star mangiando un gelato. Più difficile, ammette l'articolista, farsi venire voglia di carote crude mentre si guarda una puntata sanguinaria di "Game of Thrones". Bisogna fare pause, come al lavoro. Tappa che segue all'ergonomia da scrivania, scavalcata dai contorcimenti per guardare i Black Mirror anche quando sarebbe vietato (alle anteprime importanti il cellulare viene imbustato, per liberarlo dalla morsa servono unghie ad artiglio). Oppure proibitivo, per esempio sotto l'ombrellone. Dove però è più facile seguire la regola del venti-venti-venti. Ogni venti minuti bisognerebbe staccare gli occhi dallo schermo, fissare qualcosa distante venti piedi (diciamo sei metri, non basta la parete di fronte) per almeno venti secondi. Poi si può riprendere con l'episodio della serie messo in pausa. "Binge Better" è il titolo dell'articolo. Come dire "Ingozzati meglio" (di immagini, si intende). Chi lo ha scritto evidentemente non sa, o finge di non sapere, che il Binge Watching incatena un episodio dietro l'altro, saltando per fare prima i titoli di coda. Anche i titoli di testa a volte si possono saltare, quando arrivano dopo la prima scena e sono uno spettacolo a sé come in "The Affair" o in "True Detective": sublimi, ma dopo tre o quattro episodi incatenati non è un delitto andare avanti veloci. L'indigestione programmata — decidi prima quanti episodi vuoi vedere — va molto vicino a una contraddizione in termini. Riduci l'illuminazione dello schermo. Bevi molta acqua (fa bene a tutto, finché qualcuno scoprirà che fa malissimo). Ultimo consiglio: prendi in considerazione l'acquisto di un televisore, come quello che i genitori hanno in salotto. Già, perché i consigli salutistici sono gentilmente forniti a chi le serie le guarda sul computer, sul cellulare, sul tablet. Non vogliamo sapere cosa i medici sportivi britannici pensino di "Binging With Babish", dove "Binging" riconduce al cibo e Babish omaggia Oliver Babish, cicciottello consigliere alla Casa Bianca nella serie "West Wing" di Aaron Sorkin. Il corso di cucina più seriale che c'è: rifa e insegna i piatti delle serie televisive. Il pollo fritto che Louis C. K. — in "Louie" — porta alla festa sbagliata. Il gigantesco sandwich del Giorno del Ringraziamento preparato da Monica in "Friends". La crostata alle ciliegie divorata dall'agente speciale Dale Cooper in "Twin Peaks".

giovedì 20 ottobre 2016

NEWS - Clamoroso al Cibali! Allo studio un progetto per il crossover tra "Westworld" e "Game Of Thrones"!

News tratta da "Entertainment Weekly"
Could Westworld crossover with Game of Thrones?
It’s an idea that fans have been suggesting online ever since HBO’s new sci-fi thriller premiered. The 1973 Westworld movie featured not just an android-filled Old West theme park like in the series, but also a Roman World and – most pertinently – a Medieval World.
So here’s the pitch: What if instead of eventually introducing a Medieval World into the show, there was a Westeros World filled with android hosts modeled after Game of Thrones? It’s like how Universal has its Wizarding World of Harry Potter park and Disney is creating a section of its park based on Star Wars, except with all the interactive sex and violence that Westworld offers its hedonistic guests. Then HBO could even resurrect popular dead characters such as Khal Drogo and Ned Stark.
Well, fans aren’t the only ones who have had this idea. It actually occurred to Thrones author George R.R. Martin even before Westworld premiered. In fact, the author mentioned it to the Westworld showrunners Jonathan Nolan and Lisa Joy over dinner weeks a couple months ago, and we recently followed up to get their reaction.
“We love George and our daughter’s first trip anywhere in the world was out to Santa Fe for a screening of The Prestige at his theater, the Jean Cocteau,” Nolan says. “He’s a lovely guy and a stunning writer and it’s flattering he would encourage a crossover. We should be so lucky.”
Joy noted they have one issue with the premise, however. “I need to be believe that dragons are real,” she says. “I want them be a real thing. So as much as I love George, I can’t lose that for myself!”
Of course, there are all sorts of other, higher hurdles – creative, logistical and legal – that would make a crossover highly unlikely to ever happen. But at least the showrunners haven’t ruled out that other genetic archetypal lands such as Roman World will eventually be introduced in the series. “We’ve got an awful lot of material to cover just with Westworld, but you want to stay tuned…” Nolan says.
In the meantime, more good ratings news for Westworld: The series premiere has climbed to 12 million viewers including streaming, On Demand and DVR. That’s higher than the first season of Thrones or True Detective. The third episode premiered Sunday to 2.1 million viewers at 9 p.m., setting a new high for a debut airing of the series. This weekend, however, Westworld will go head-to-head against The Walking Dead premiere, so its Sunday night numbers are likely to take a hit.

martedì 1 marzo 2016

NEWS - Da oggi al via Sky Box Sets, i cofanetti da binge-watching in risposta a Netflix, che però ha 30 serie in più. Ma tra i due litiganti il terzo gode all'Infinity (costa meno, stesso numero di serie tv disponibili rispetto a Sky)

Articolo tratto da "Corriere Economia"
Quanto costano i telefilm alle famiglie italiane? Se non ci si accontenta di quello (poco) che è offerto dai canali liberi del digitale terrestre, è necessario abbonarsi a uno dei tre servizi in grado di saziare l'appetito seriale. La proposta più completa, a partire da circa 30 euro al mese (il costo di un abbonamento completo a Sky, che permette di vedere Sky Hd) è il nuovo servizio Box Sets di Sky, che partirà il primo marzo e ha scelto però di privilegiare i propri abbonati offrendo un palinsesto trasversale, senza vendere separatamente un pacchetto sulle sole serie tivil. II più economico e generalista, con circa 50 serie televisive complete, è invece Infinity Tv di Mediaset, che costa 5,99 euro al mese e può essere disdetto in ogni momento.
Netflix, il cui palinsesto è caratterizzato da contenuti più innovativi, costa fra i 7,99 e gli 11,99 euro al mese e offre circa 80 cofanetti televisivi. Le maratone sono il segnale evidente della trasformazione della televisione. Cambiano i contenuti televisivi, che diventano virali: il calcio e il cinema non sono più la principale attrattiva per abbonarsi a una pay-tv. E cambia anche il modello di fruizione, che passa da «lineare» a «non lineare». Dal consueto palinsesto a orario settimanale oggi si può guardare la televisione dove si vuole, quando si vuole e soprattutto quanto si vuole. Negli Stati Uniti, e a cascata anche in Italia, è in crescita esponenziale il fenomeno del «Binge Watching»: l'abitudine di fruire delle serie televisive in maniera compulsiva, guardandone tutti i singoli episodi uno dietro l'altro, in forma di maratone televisive della durata di un intero fine settimana. Fenomeno confermato dall'osservatorio di Sky Italia che nelle passate festività natalizie (dal 25 dicembre al 3 gennaio 2015) ha registrato un picco record di 1,4 milioni di puntate di telefilm viste, su circa 70 milioni nell'ultimo biennio. Ora Sky si appresta a lanciare il nuovo servizio dedicato alle serie televisive. Negli studi di Milano si affrettano a precisare che non è una risposta a Netflix, ma le similitudini con le modalità di fruizione televisiva introdotte dal gigante californiano sono innegabili. Box Sets partirà trasmettendo l'attesissima prima puntata della quarta serie di House of Cards, il telefilm-cult con Kevin Spacey che, pur prodotto da Netflix, rimarrà in Italia un'esclusiva di Sky sino alla sua conclusione. L'uso ai contenuti di Box Sets sarà gratuito per tutti gli abbonati di Sky dotati del decoder MySky Hd e non si potrà acquistare a parte. Sarà un canale, un gigantesco serbatoio che punta a
riunire tutti i pill celebri telefilm della recente storia televisiva, suddivisi in cofanetti (50 già disponibili al lancio per circa 1.500 puntate, 100 previsti entro fine anno), completi di tutti gli episodi delle stagioni andate in onda. E se il palinsesto di Netflix si basa quasi solo su eccellenti ma poco pubblicizzate produzioni proprietarie, il colosso di Murdoch può attingere liberamente alle produzioni di Fox, Hbo, Cbs e Amazon, includendo nel catalogo della nuova offerta titoli come il già citato House of Cards, Game of Thrones, Criminal Minds, I Soprano, True Detective, Dexter, Californication, The Knick, Six Feet Under, Gomorra, Les Revenants, Mozart in The Jungle, In Treatment, The Killing, Transparent e classici come Twin Peaks e Lost. Nelle intenzioni di Sky, Box Sets dev'essere un punto di riferimento per gli appassionati e un compendio completo per i tanti utenti ( 20% all'anno dal 2013) che scoprono solo oggi che le serie tv stanno superando il cinema per investimenti economici e cast stellari. Persino il regista Quentin Tarantino, intervistato in occasione della prima del suo recente The Hateful Eight, non ha escluso che la sua prossima produzione possa essere uno sceneggiato seriale.

venerdì 13 novembre 2015

NEWS - Pokerissimo Atlantico! Sky firma accordo quinquennale con HBO per avere i suoi titoli in 1° tv

Articolo tratto da "Il Sole 24 ore"
Sky siederà per almeno altri cinque anni sul Trono di spade. Sarà annunciato oggi il nuovo accordo quinquennale tra Sky e Home Box Office (Hbo), la pay tv via cavo del gruppo Tim e Warner, che raggiunge 127 milioni di sottoscrittori nel mondo. La pay tv europea controllata dalla britannica BskyB avrà i diritti esclusivi per le prime visioni di Hbo in Italia, Germania e Austria sino al 2020, allineando la durata di tali diritti a quella esistente in Gran Bretagna e Irlanda. È il primo accordo pan-europeo sui contenuti che arriva dopo il riassetto dell’estate 2014, a seguito di un’operazione da nove miliardi di euro che ha portato tutte le attività europee del gruppo Murdoch sotto la britannica BskyB, dando vita a soggetto paneuropeo forte di ventuno milioni di abbonati. L’obiettivo è la conquista delle poco meno di 66 milioni di case nei mercati dove è attivo - su 97 milioni totali - che non accedono alla pay tv. Ora si tratta anche di competere con l’offerta in streaming on line di Netflix, arrivata da ottobre anche in Italia. Netflix è il vero competitor di Hbo negli Stati Uniti e diversi altri mercati mondiali. Hbo ha circa il doppio degli abbonati rispetto ai 60 milioni (di cui 40 negli Stati Uniti) raggiunti da Netflix nell’aprile di quest’anno. Hbo ha profitti per 1,8 miliardi di dollari nel 2014, sette volte maggiori dei 266 milioni di Netflix, anche per i costi sostenuti da quest’ultimo per l’espansione internazionale, ma la crescita di Netflix corre più veloce: 13 milioni di nuovi abbonati nel 2014 contro i cinque di Hbo, che alla sua offerta via cavo ha aggiunto Hbo Now. un servizio on line in streaming sul modello Netflix e Amazon, a 14,99 dollari al mese contro i 9,99 di Netflix. Ora Netflix è in Italia e non a caso, la rinnovata partnership tra Sky e Hbo mette a disposizione degli utenti europei della pay tv un maggior numero di contenuti usufruibili on demand. Il canale Sky Atlantic sarà la “casa” dei prodotti firmati Hbo, che saranno trasmessi, quan do po ssi bile , an che in contemporanea con gli Stati Uniti. Oltre alle prime visioni, vi saranno più titoli della library di Hbo disponibi li su Sky: tutti gli episodi di True Detective, ad esempio, saranno disponibili durante la programmazione dell’ultima serie, anche su Sky Go, il servizio in mobilità della pay tv italiana del gruppo Murdoch. Tornerà così su Sky Atlantic una serie ormai di culto come Il Trono di Spade, I Soprano, Boardwalk Empire, The Newsroom, Girls, The Leftovers-Svaniti nel nulla e True Detective. Nel 2016 uscirà la prima coproduzione realizzata tra Sky e Hbo insieme alla francese Canal +, The Young Pope, con la regia di Paolo Sorrentino. Tra i prodotti HBO più attesi del 2016 vi è WestWorld, thriller fantascientifico ispirato all’omonimo film del 1993 di Michael Crichton.

lunedì 7 settembre 2015

NEWS - Netflix, lo sbarco in Italia il 16 ottobre!

Articolo tratto da "Corriere Economia"
"Entreremo in quattro case su dieci": ecco il piano di Netflix, il big della Web tv, presente in 50 Paesi e pronto allo sbarco in Italia nelle prossime settimane. Con 8 euro al mese farà concorrenza a Sky e Mediaset. Negli Stati Uniti ha già tolto 2 milioni di spettatori ai rivali. E da noi...Oltre 650 mila americani hanno «tagliato la corda» nella prima metà di quest anno. Hanno cioè disdetto il loro abbonamento alla tv a pagamento, che negli Stati Uniti è il mezzo più comune di accedere ai canali televisivi. Se si aggiunge il numero di nuovi nuclei famigliari che si sono formati nello stesso periodo e non si sono mai collegati, si arriva a due milioni di clienti persi per le aziende del settore, che comprendono le grandi tele-com come Verizon, gli operatori via cavo come Time Warner Cable e quelli via satellite come DirectTv. È un tracollo storico, senza precedenti, spinto dal nuovo modo di guardare film, telefilm e altri show a cui si è abituato il pubblico grazie ai servizi online di video: non più solo sul «vecchio» piccolo schermo negli orari prefissati, ma in ogni momento, in modo semplice e personalizzato, su qualsiasi apparecchio connesso a Internet, dalla smart tv al pc, dalla console di gioco allo smartphone e tablet. Il protagonista numero uno di questa rivoluzione, Netflix, sta per sbarcare in Italia e, visto il suo impatto sul mercato americano — dove il 36% delle case è abbonato al suo servizio —, si può immaginare quanto siano preoccupati i due principali operatori di tv a pagamento nostrani, Mediaset e Sky. «Non abbiamo ancora fissato il giorno preciso in cui lanceremo il nostro servizio per i clienti italiani», dice a Corriere Economia Joris Evers, il portavoce di Netflix per l'Europa, dal suo ufficio ad Amsterdam, l'unica città del Vecchio continente dove l'azienda americana è presente con i suoi uomini. La data potrebbe però essere il 16 ottobre, quando debutterà — contemporaneamente nelle sale cinematografiche Usa e online — il primo film originale prodotto da Netflix: Beast of no nation, presentato la settimana scorsa al Festival di Venezia, girato da Cary Fukunaga, lo stesso regista della prima stagione della fortunata serie tv True detective. «Siamo ottimisti, in Italia ora c'è più banda larga sui dispositivi mobili». La produzione in proprio di contenuti originali è la strategia per fidelizzare i propri abbonati che Netflix ha inaugurato quattro anni fa con la serie House of cards, il thriller politico con protagonista Kevin Spacey premiato nel 2013 dagli Emmy awards, gli Oscar della tv americana. Era la prima volta che una Internet tv otteneva un simile riconoscimento. E ha aperto la corsa alla creazione di show solo per il pubblico online in cui si sono lanciati anche Amazon.com, Yahoo! e Google (con YouTube). Paradossalmente proprio House of cards e l'altro programma popolare di Netflix, Orange is the new black, non saranno disponibili agli abbonati italiani, perché i loro diritti erano stati ceduti rispettivamente a Sky Atlantic (della NewsCorp di Rupert Murdoch) e a Mediaset (il gruppo di Silvio Berlusconi), sulle cui reti continueranno a essere trasmessi. «Il successo di queste due serie è per noi una pubblicità gratuita — sostiene Evers —, perché ha abituato gli italiani ad associare programmi tv di qualità al nostro marchio». Ma certo la mancanza di due titoli famosi nel catalogo Netflix non contribuisce all'appeal del servizio. In conpenso gli spettatori italiani potranno vedere — sia doppiati in italiano sia in lingua originale (con o senza sottotitoli), al prezzo probabile di 7,99 euro al mese — altre serie tv originali Netflix  come Marco Polo — girata in parte a Venezia con gli attori Lorenzo Richelmy e Pierfrancesco Favino, e Narcos (la storia del traffico di droga del cartello di Pablo Escobar), oltre a film e documentari come Chefs Table. «Siamo molto ottimisti sulla crescita dell'Internet tv in tutto il mondo, Italia compresa — dice Evers — Negli Usa dopo otto anni dal lancio siamo arrivati a una penetrazione del 30-40% nelle case e speriamo di avere la stessa traiettoria in Italia, dove adesso cè una buona disponibilità della banda larga (Internet veloce), anche attraverso gli apparecchi mobili». L'obbiettivo dichiarato da Reed Hastings, il fondatore e amministratore delegato di Netflix è raggiungere tutto il mondo entro il 2017. Al momento la società americana è operativa in 50 Paesi e ha 65 milioni di abbonati, la maggioranza (42 milioni) negli Usa. Dove il suo marchio è così famoso, che un americano su cinque pensa che rimpiazzerà del tutto i tradizionali servizi televisivi (secondo un recente sondaggio a cura delle società di ricerca iModerate e Luminoso). «La tv del futuro sarà un grande iPad con le app al posto dei canali», ha detto Hastings. Una visione che sembra sempre più vicina alla realtà e con cui i tradizionali operatori come Mediaset e Sky devono fare i conti.

venerdì 24 luglio 2015

NEWS - Tutti a Como sabato sera! C'é la maratona "Twin Peaks", brividi cult per sfuggire dal caldo. "Fu la prima serie a unire marketing e sostanza"

Articolo tratto da "La Repubblica"
Alberi mossi dal vento, una provincia torbida e dalla natura selvaggia, omicidi misteriosi, personaggi con segreti indicibili resi ancor più mostruosi da inquadrature sghembe e luci seppia, lunghi silenzi, forse la cosa più angosciante. Quando uscì I segreti di Twin Peaks, serie tv di David Lynch, fu una bomba: il cinema irrompeva nellatv e modificava per sempre il linguaggio della fiction, con effetti che si possono vedere ancora adesso. Parliamo di un quarto di secolo fa (primo episodio 8 gennaio 1991), ma le vicende di Twin Peaks, cittadina al confine col Canada simile a mille altre non solo degli Usa, sono ancora ben conosciute. Non solo da chi le vide allora su Canale 5, ma anche da chi si è poi affidato a cofanetti dvd e file scaricati da Internet. Un'alternativa c'è però domani sera: al Lake Como Film Festival gli 8 episodi cruciali della serie (cornposta di 30 puntate) sono proiettati di fila, in una maratona notturna che parte alle 21.30. «Ottima idea, resta una visione geniale e che ci racconta molto della tv attuale. Però qualcosa chi non c'era allora non potrà capirlo», dice Leo Damerini, autore con Fabrizio Margaria del Dizionario dei telefilm, edito da Garzanti, e direttore del Telefilm Festival ( «che presto ripartirà, ma lontano da Milano e dalla Lombardia»). Cosa sfuggirà allo spettatore di questa maratona? Semplice, il clima di allora. «I segreti di Twin Peaks fu il primo grande esempio di marketing applicato alla tv. Il battage pubblicitario diventò un tormentone, con le famosa domanda-slogan "chi ha ucciso Laura Palmer?". E - in epoca ben lontana da chat, internet e social network - si creò un evento: una serie tv diventava qualcosa di intrigante e curioso, il prodotto in sé contava ancor più del fatto che il regista fosse famoso, anche perché ai tempi Lynch lo era relativamente. Per cui ogni dettaglio fu studiato con attenzione, penso alle videocassette che arrivavano dagli Stati Uniti solo pochi giorni prima della messa in onda, o il diario di Laura Palmer allegato a puntate da Tv Sorrisi e canzoni». Naturalmente non fu solo questione di marketing. Il telefilm aveva grandissima sostanza, «solo che non era la sostanza che ci si aspettava. Era un mistery, ma in fondo chi avesse davvero ucciso la giovane Laura diventava man mano meno importante nella narrazione. Anzi, era forse il punto debole della trama. E col tempo venivano fuori dettagli, bozzetti umani, sottotrame, storie di società segrete, sesso clandestino, droga, e molto altro. La scommessa vinta di Lynch fu prendere il pubblico dei Peccatori di Peyton Place, delle serie tv poliziesche e del cinema. E ci riuscì. Al punto che il secondo ciclo è un puro antipasto del suo cinema, penso a un titolo come Mullholland drive di anni dopo: nel cinema non bisogna entrare nella trama, ma nel senso della visione, che è tutta un'altra cosa». E quanto a senso della visione, il telefilm offriva di tutto: «Citazioni continue, inquadrature deformanti, colori che colpivano l'occhio. Più una colonna sonora che, a parte l'indimenticabile tema di Angelo Badalamenti, miscelava un tema diverso per ogni personaggio e silenzi che diventavano un filo narrativo. Tutte cose in teoria antitelevisive e che invece erano uno spettacolo perfetto». Una filosofia che è percolata anche in tante altre serie tv, «e in questo senso I segreti di Twin peaks ha fatto scuola: si parla di qualcosa di specifico, ma in realtà si racconta tutt'altro fra sotto-trame, citazioni e pretesti. Penso ai Soprano, E.R. e West Wing, che solo in apparenza trattano di mafia, sanità e politica. Anche se, dovendo indicare gli eredi più diretti di questa fiction, direi Fargo, True detective e The Killing, tutte serie di pay e non a caso, perché sono quelle che si possono concedere sperimentazioni. Mentre allora Lynch produsse per la Abc, una tv gratuita e generalista, e anche in questo fu dirompente». Ma proprio per tutto quello che è restato da allora, un ragazzino di adesso riuscirebbe ancora a essere sorpreso dai Segreti di Twin peaks? «Io penso di sì. Proprio perché se ne è parlato molto negli anni, i giovani ci si accostano come una cosa di culto. E che parla ancora il linguaggio di oggi».

DOVE E QUANDO: Como, Arena teatro sociale, sabato 25 luglio, ore 21.30 . Ingresso 8 euro (spaghettata notturna a 5 euro). Tel. 031.303492

lunedì 13 luglio 2015

NEWS - Il potere è degli showrunner. Chi sono e cosa fanno i "direttori d'orchestra" delle serie tv (con cachet dai 50 mila dollari e mezzo milione a puntata!)

Articolo tratto da "La Repubblica"
Beau Willimon, Nic Pizzolatto, Shonda Rhimes, Lee Daniels... Chi sono? Semplicemente alcuni tra i più influenti personaggi nel mondo dello spettacolo americano di oggi. Sono gli show runner di alcune delle serie televisive di maggior successo nel mondo: House of cards, True Detective, Grey's Anatomy, Empire. Ma cos’è uno show runner? Suona come “ring-master”, il capomastro di un circo o capocomico di una compagnia teatrale d’altri tempi. E in effetti qualcosa in comune con queste storiche maestranze artistiche gli show runner ce l’hanno: sono coloro che portano avanti, che gesticono lo show, la serie, i veri direttori d’orchestra, i “mister” di una squadra, gli arrangiatori, creativi e motivatori allo stesso tempo.
Per questo, nella Golden Era della televisione, sono diventati figure riverite, rispettate, corteggiate, richieste e anche meglio pagate di Hollywood. Non importa che agli spettatori sfuggano i loro nomi: nel “business” House of cards non è solo Kevin Spacey, è soprattutto Willimon, creatore, capo-sceneggiatore e show runner della premiata serie targata Netflix. Empire non è solo Terrence Howard, è soprattutto Lee Daniels.
Scandal viene forse riconosciuta come la serie di Kerry Washington nel ruolo dell’esperta di “gestione di crisi” e spin-doctor? Nemmeno per sogno: è la sua creatrice e show runner Shonda Rhimes il “capitano”; la stessa di Le regole del delitto perfetto, sull’avvocatessa manipolatrice e femme fatale interpretata da Viola Davis. E ancora: Vince Gilligan, show runner (e creatore assoluto) di Breaking Bad, esempio lampante di uno diventato in poco tempo un “ pezzo da novanta”.
Damon Lindelof, show runner del dramma HBO The Leftovers, spiega così il passaggio da “creatore” di una serie a “capomastro”: «Mi considero prima di tutto uno sceneggiatore che poi è diventato un produttore, che poi è diventato show runner per garantirsi il controllo assoluto sul suo stesso materiale.
Nella stanza degli sceneggiatori riuniti intorno al tavolo mi sento come il membro della giuria popolare in La parola ai giurati, quello che cerca di convincere tutti gli altri che la sua opinione è quella da seguire, nel nostro caso l’idea. Gli altri sceneggiatori mi guardano perplessi e dicono: “Ehi, tu sei il boss, non hai bisogno di convincerci!”. E invece sì: anche io ho bisogno di sentirmi dire che la mia idea è la migliore!».
Alex Gansa, show runner di Homeland conferma: «È brutto dover riscrivere un episodio proposto da qualcuno dello staff. A me è capitato spesso quando ero giovane, e soffrendo ho imparato a usare gli arnesi del mestiere. Un “capitano” deve saper intervenire puntando a tenere insieme la squadra senza far soffrire troppo nessuno. La frustrazione o l’umiliazione non contribuisce mai a un sano processo creativo collettivo».
E una serie televisiva è il massimo del lavoro collettivo: all’idea iniziale, al trattamento del primo episodio, il “pilota” che viene mostrato ai potenziali distributori (canali televisivi) e dalla cui brillantezza dipende il destino della serie (se la puntata “pilota” funziona, aumenteranno le probabilità di aggiungere episodi e stagioni), a questo germe iniziale si aggiungono produttori, produttori esecutivi, un team di sceneggiatori, registi e ovviamente il cast.
L’avvicendarsi dei registi non garantisce la continuità stilistica, estetica e tematica della serie. Ed è qui che entra in scena lo show runner , colui o colei che tiene le redini della carovana, che garantisce la continuità, che imprime il tono (come un direttore d’orchestra), che come un colonnello tiene unite le file dei vari plotoni di un battaglione e “manda avanti la carretta”. I registi vanno e vengono, i produttori pure, gli sceneggiatori anche, ma lo show runner rimane fisso nell’occhio caotico della produzione. È responsabile di budget che arrivano anche a 5 milioni di dollari a episodio (soprattutto per serie storiche come Game of thrones o d’azione no-stop come The walking dead).
Nick Pizzolatto, 35 anni, ex docente universitario di letteratura americana, si sta imponendo come il “golden boy” grazie a True Detective. È lui l’unico comun denominatore di una serie che la HBO già pensa di riprogrammare per altri cinque anni. «Lavoro molto con gli attori - dice - sto con loro sul set, li seguo, ci parlo tra un ciak e l’altro, ripasso con loro le battute. A volte rompo le scatole al regista di turno, che in genere scelgo io, perché voglio difendere quella certa inquadratura che avevo immaginato mentre scrivevo la sceneggiatura. Voglio che ogni regista possa contribuire a suo modo, certo, ma allo stesso tempo ritengo che sia fondamentale che il linguaggio della serie venga rispettato, che non si passi dal letterario al vernacolare o al dialettale senza una ragione. Uno show runner come me, anche se non è il regista di quel dato episodio, e anche se non è lui stesso l’autore del copione, deve far sentire a tutti il fiato sul collo». Dice proprio questo Pizzolatto: fiato sul collo. «Se non facessimo così la serie andrebbe in ogni direzione come una banderuola al vento: lo show runner ha il compito di far soffiare il vento sempre nella giusta direzione, mantenendo la stabilità ».
Queste figure sono un curioso ibrido tra l’artista sognatore e il duro e pragmatico manager operativo: capi cantiere ma anche un po’ poeti. Assumono e licenziano scrittori e attori, sviluppano trame narrative, si occupano di casting, scelgono i registi e analizzano nei minimi dettagli budget e valori produttivi. Vietato sciupare denaro: sarà pure la Golden Era della televisione, ma gli sprechi non sono ammessi. «Veniamo pagati bene - assicura Pizzolatto - non possiamo lamentarci. Ma se lo spettacolo non ha il successo sperato o alla HBO non quadrano i conti, la responsabilità è tutta mia».
Lo show runner guadagna tra i 50 mila dollari a puntata e il mezzo milione: dipende dal successo, dai ratings, dallo share, e soprattutto dalla capacità che ha la serie di tirare avanti per almeno cento episodi, cifra- tetto che si traduce automaticamente in enormi guadagni con relativi diritti sulle repliche - i “rerun” - su qualsiasi rete tv in qualsiasi paese del mondo. Lo show runner di una serie di successo continuerà a ricevere assegni per le royalties vita natural durante.
Eppure ecco cosa racconta Mike Judge, potente show runner di Silicon Valley: «Adoriamo tutti la televisione, certo, ma sotto sotto il nostro sogno nel cassetto è quello di arrivare al cinema, di scrivere per il cinema. L’ideale sarebbe gestire una serie televisiva e fare un film ogni anno. Come sta facendo Seth McFarlane, con il quale ho creato e realizzato Family guy. Adesso lui ha girato Ted e Ted 2 , e io muoio dall’invidia. Anche se mi diverto da matti a fare la parodia dei vari Steve Jobs e dei nerd di Silicon Valley».
Dunque sono gli show runner i nuovi mogul di Hollywood? La nuova vetta dello star system? Dopo i capi degli studios, i produttori, i registi e gli attori, adesso sono loro la nuova potenza nel mondo dello spettacolo che dal grande schermo si sta spostando verso il piccolo. E per giunta creano da soli i loro spettacoli. Se è vero che gli studios - e le piattaforme streaming come Netflix o Hulu - continuano a essere padroni dei loro show, è altrettanto vero che senza un bravo show runner lo spettacolo non marcerebbe. E se si ritira lo show runner , addio contenuto e repliche che anche tra dieci anni portano contanti nelle casse.

lunedì 2 febbraio 2015

NEWS - Netflix e Amazon sempre più nell'arena tv dei contenuti seriali (Italia non pervenuta)
Articolo di Renato Franco per il "Corriere della Sera"
"Cambia il modo di fruire dei contenuti televisivi, ma cambia anche il modo di produrli. Di fronte a un palinsesto sempre più liquido (l'ora di messa in onda la decide lo spettatore) e sempre più mobile (anche il luogo e il supporto di messa in onda li decide lo spettatore), la Rete (intesa come Internet) inizia a dettare legge nella creazione dei contenuti, perché sempre più spesso le serie tv di qualità arrivano non dalle reti (intese come televisive), ma da nuovi soggetti che hanno fiutato il nuovo business. Ora è su questo campo che si gioca la nuova sfida tra i due grandi servizi di streaming di film e serie tv - Amazon Prime e Netflix, ancora assenti in Italia. Netflix era nata per offrire un servizio di noleggio di dvd e videogiochi via Internet, per poi allargarsi allo streaming online on demand. Troppo poco, serviva un ulteriore passo: così da mero distributore Netflix ha deciso di diventare anche produttore di contenuti originali. Il primo risultato è stata la pluricelebrata House of Cards, un affresco cinico della politica con Kevin Spacey e Robin Wright. Il secondo risultato l'altrettanto apprezzata Orange Is the New Black, ritratto senza sconti di un carcere femminile. Se i Golden Globes hanno premiato Kevin Spacey come miglior attore di una serie drammatica, hanno soprattutto sancito il successo di Transparent, su una famiglia con padre transgender: la serie ha ricevuto un doppio globo, uno come miglior serie comedy e uno per il suo attore protagonista Jeffrey Tambor. Transparent è prodotta da Amazon, il colosso dell'ecommerce che per diversificare e ampliare il suo business ora ha anche sviluppato una divisione che si occupa di spettacolo, gli Amazon Studios. Transparent è solo uno dei tanti pilastri che la società di Jeff Bezos ha messo in piedi. Di tre giorni fa è la notizia che ha convinto Woody Allen a lavorare a una serie tv: il titolo della produzione è come per ogni film del regista americano lo stesso, Untitled Woody Allen Project , ma la curiosità per quello che ne nascerà è già alta. Qualche mese prima invece Amazon aveva trovato un accordo con Ridley Scott, coinvolto come produttore esecutivo della serie La svastica sul sole, tratto dal romanzo di Philip K. Dick, dove lo scrittore immagina un mondo in cui la Germania di Hitler e il Giappone hanno sconfitto gli alleati nella Seconda guerra mondiale. Ma la competizione tra Amazon e Netflix - Golia contro Golia, visto il volume di affari - è su più fronti: proprio poco tempo fa la prima ha siglato un accordo per distribuire le ambite serie tv di HBO: da I Soprano a Il trono di spade, da Boardwalk Empire a True Detective. La seconda ha risposto investendo il 10 per cento del proprio budget 2015 - oltre 300 milioni di dollari - in produzioni originali. Una battaglia sui contenuti che è una battaglia per ottenere nuovi abbonati. Netflix è avanti: presente in circa 40 Paesi, ha superato i 50 milioni di clienti (di cui 17 al di fuori degli Usa). Amazon invece è attiva in Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Austria e Giappone e può contare per ora su oltre 20 milioni di sottoscrittori. L'Italia? Al momento non pervenuta".

giovedì 15 gennaio 2015

NEWS - Let's Dance with "True Detective". Due versioni remix dell'arcimitologica sigla della serie dimenticata dai Golden Globes

lunedì 12 gennaio 2015

NEWS - Golden Globes, "Fargo" è un..."Affair" alquanto "Transparent"! Delusione totale "True Detective"


Miglior drama: The Affair, Showtime.
Miglior comedy: Transparent, Amazon.
Miglior attore di una serie tv drama: Kevin Spacey, per il ruolo di Francis J. Underwood in House of Cards (Netflix)
Miglior attrice di una serie tv drama: Ruth Wilson, per il ruolo di Alison Lockhart in The Affair (Showtime).
Miglior attore di una serie tv comedy: Jeffrey Tambor, Transparent (Amazon).
Miglior attrice di una serie tv comedy: Gina Rodriguez, Jane The Virgin (The CW).
Miglior miniserie o film-tv: Fargo, Fx.
Miglior attore in una miniserie o film-tv: Billy Bob Thornton, Fargo (FX).
Miglior attrice in una miniserie o film-tv: Maggie Gyllenhaal, per il ruolo di Nessa Stein in The Honorable Woman (Bbc Two).
Miglior attore non protagonista in una serie tv, miniserie o film-tv: Matt Bomer, The Normal Heart (HBO).
Miglior attrice non protagonista in una serie tv, miniserie o film-tv: Joanne Froggatt, per il ruolo di Anna Bates in Downton Abbey (Itv)

"Il trivial game + divertente dell'anno" (Lucca Comics)

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Il GIOCO DEI TELEFILM di Leopoldo Damerini e Fabrizio Margaria, nei migliori negozi di giocattoli: un viaggio lungo 750 domande divise per epoche e difficoltà. Sfida i tuoi amici/parenti/partner/amanti e diventa Telefilm Master. Disegni originali by Silver. Regolamento di Luca Borsa. E' un gioco Ghenos Games. http://www.facebook.com/GiocoDeiTelefilm. https://twitter.com/GiocoTelefilm

Lick it or Leave it!

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