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venerdì 6 settembre 2013

NEWS - Finalmente un magazine italiano si espone e lancia in copertina le serie tv migliori dell'anno e di sempre: "IL" (il maschile del "Sole 24 ore") è imperdibile in edicola (ma "Lost" solo 6° siam sicuri?)
E' successo. Finalmente anche in Italia, come fanno in America i settimanali "Tv Guide" o "Entertainment Weekly" - che però son televisivi e qui stiamo invece parlando di un magazine più generalista - che un periodico si sia lanciato in un numero speciale dedicato alle serie tv (titolo di copertina: "La televisione è la nuova letteratura"). A dire il vero lo aveva fatto anche "Sette Tv", l'inserto del "Corriere della Sera", qualche mese fa, ma il consiglio è di non farsi perdere in edicola "IL", il magazine maschile del "Sole 24 ore" (costo: 0.50 euri). Pagine e pagine di anticipazioni, titoli, classifiche, chiose anche interessanti, grafica eccelsa. Imperdibile comunque. Certo, poi c'è la classifica delle 16 serie tv "migliori di tutti i tempi" (quella delle "best" di quest'anno ve la lasciamo scoprire senza spoiler...). Ve la riportiamo senza commenti, sarete voi a dirci cosa ne pensiate, nel caso...(siam sicuri comunque che farà discutere)
1 - THE WIRE
2 - THE WEST WING
3 - I SOPRANO
4 - MAD MEN
5 - 24
6 - LOST
7 - THE GOOD WIFE
8 - BREAKING BAD
9 - SIX FEET UNDER
10 - DESPERATE HOUSEWIVES
11 -  CURB YOUR ENTHUSIASM
12 - SEX AND THE CITY
13 - GAME OF THRONES
14 - THE OFFICE
15 - MISFITS
16 - DR. HOUSE

giovedì 8 agosto 2013

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

RIVISTA STUDIO
"Arrested Development", il nuovo "Fratelli Karamazov"
C’era una volta un padre snaturato, uno sgradevole tizio di mezza età completamente in balìa delle proprie pulsioni. E c’erano una volta i suoi tre figli maschi, ormai adulti: il primogenito, uno scroccone mezzo sociopatico, somiglia molto al padre, ma a differenza di lui possiede qualcosa che ricorda una coscienza; il secondo è “quello sveglio”, uno che forse avrebbe anche avuto una vita soddisfacente, se solo non gli fosse toccata la famiglia più disfunzionale della nazione; il più giovane, beh, è praticamente un santo.
Probabilmente questa storia l’avete già sentita.
Per esempio l’avete letta nei Fratelli Karamazov di Dostoevskij. O, più recentemente, l’avete guardata in Arrested Development, la surreale, e contemporaneamente iper-realalistica, sit-com diretta e narrata da Ron Howard, andata in onda sulla Fox americana tra il 2003 e il 2006, mentre da noi era stata trasmessa tra il 2004 e il 2009 dalle reti Mediaset col titolo Ti presento i miei. 
Arrested Development ha entusiasmato la critica – qualcuno l’ha definita «uno scorcio di perfezione comica sottovalutata», paragonandola a Seinfeld e Curb Your Enthusiasm – nonché un gruppo di fan ridotto nei numeri, ma affezionatissimo: cancellata dopo tre stagioni per mancanza di pubblico, negli anni successivi è stata oggetto di conversazione, alimentata da vari rumour su un prossimo ritorno in TV o di una trasposizione cinematografica. Infine, è risorta proprio quest’anno grazie a Netflix, il principale portale americano di streaming a pagamento. (nota: a proposito, stay tuned, che sul prossimo numero di Studio abbiamo una bella sorpresa)
Mette in scena le disavventure dei Bluth, decaduta dinastia di palazzinari californiani. Travolta da una serie di scandali finanziari – non ultima, l’accusa di avere costruito un palazzo di Saddam Hussain, peraltro con gli standard di una catapecchia – la famiglia allargata si ritrova a vivere nel mock-up di una villetta, parte di un loro progetto per un quartiere residenziale mai costruito. Il titolo, Arrested Development, si presta a molte interpretazioni.
I Bluth, si diceva, vivono in una casa finta in mezzo al nulla. Per muoversi utilizzano un furgoncino-con-le-scale (ma il termine tecnico, mi fanno notare, è “scala autocarrata”), che un tempo serviva per scendere dal jet privato, e che ora è soltanto un indecoroso promemoria del benessere passato. È una famiglia al collasso economico, composta da individui che erano al collasso personale già da un bel po’: un prestigiatore fallito, uno psichiatra cripto-gay, la di lui moglie, eccetera. Ah, poi c’è la mia preferita, la matriarca, una Crudelia Demon sempre inquadrata con un Martini in mano, che continua assumere farmaci per la depressione post-partum, anche se il suo ultimogenito ha 32 anni: se non avete mai visto lo show, questa serie di GIF su Lucille Bluth raccolte da BuzzFeed riassumono bene il personaggio.
Specie nelle puntate iniziali, la serie si regge sullo schema ben noto dell’unico sano di mente in una gabbia di matti: è Michael, il figlio di mezzo, cui è riferito lo slogan con cui inizia ogni puntata, «And now the story of a wealthy family who lost everything, and the one son who had no choice but to keep them all together». Eppure, secondo qualcuno, è una trasposizione contemporanea dei Fratelli Karamazov.
La tesi è stata esposta da Hellen Rittelmeyer su First Things, una testata religiosa relativamente di nicchia. Ma è finita per creare un discreto chiacchiericcio sul web, tanto che poi l’articolo è stato ripubblicato da Salon. Rittelmeyer arriva a trovare per ogni singolo personaggio di Arrested Development un corrispettivo nel capolavoro di Dostoevskij. Ne riportiamo alcuni.
Michael Bluth è Ivan Fëdorovic. E questo nonostante, come accennato prima, sia il protagonista della serie (il suo ruolo è decisamente dominante nella prima stagione e resta tale, nonostante lo show col tempo assuma un tono sempre più corale). È il secondogenito, è “quello sveglio” e probabilmente anche quello più dotato di buon senso. Ma, soprattutto, è scisso tra il suo cinismo raziocinante (in parte giustificato dall’essere circondato da sociopatici) e il desiderio d’amore — Ivan aspira a quello di Dio, Michael insegue invano l’affetto dei suoi familiari. Del resto, sostiene Rittelmeyer, se i Fratelli Karamazov fossero stati scritti in questo secolo, è assai probabile che il protagonista (“il nostro eroe”) sarebbe Ivan, e non Aleksej.
Buster Bluth è Aleksej Fëdorovic, sostiene Rittelmeyer. E qui il paragone a prima vista è più ostico. Perché, beh, il più giovane dei fratelli Bluth è un idiota. O, meglio, uno sfigato piagnone, attaccato alle gonnelle di mammà (peraltro, una madre che non lo ama, ma che con lui intrattiene una relazione possessivo-edipica alquanto raccapricciante) ben oltre i 30 anni. Un uomo che riesce a “tradire” la genitrice/dominatrix soltanto con una donna di 40 anni più anziana, e per giunta ominima, “l’altra Lucille” (interpretata da una strepitosa Lisa Minelli).
Eppure, fa notare Rittelmeyer, il terzogenito dei Bluth e il terzogenito dei Karamazov hanno in comune un tratto non indifferente, e assai funzionale
Gob Bluth è Dimitrij Fëdorovic. È egoista, impulsivo, a tratti vile, maramaldo, e volitivo. Come il primogenito dei Karamazov, anche il più anziano dei Fratelli Bluth è tra tutti quello che più somiglia al padre. E, incidentalmente, anche quello che col padre ha un rapporto più conflittuale. In più è un fallito – un prestigiatore mancato, nel caso di Gob – sempre al verde. “You’re hopelessly hopless” è la frase che meglio descrive il personaggio, faceva notare il New Yorker. Ma, proprio come Dimitrij, Gob aspira ad essere qualcuno di migliore, ed è persino capace di piccoli gesti di nobiltà. Più di un approfittatore, Gob è un wannabe. E in questo suo desiderio costante di essere qualcuno di diverso da ciò che è (essere un mago, e non un prestigiatore fallito; essere un lestofante vero, come lo è il padre e come non riesce ad esserlo lui; oppure essere un individuo rispettabile) c’è qualcosa che lo rende incredibilmente simpatico.
George Senior Bluth è Fëdor Pavlovic. «Era un sentimentale. Era cattivo e sentimentale»
Il suo fratello gemello, Oscar Bluth è Padre Zosima. Una figura paterna alternativa, e per lo più positiva, specie per Buster/Alekseij.
Kitty, la segretaria della Bluth Company, è Katerina Ivanovna. Questo, sostiene Rittelmeyer, in quanto figura femminile incline alla scenata che dimostra un interesse romantico in due membri della famiglia Bluth/Karamazov (per la stassa ragione, però, trovo più azzeccato il paragone con Grušenka).
Annyong è Smerdjakov. Annyong è un ragazzino coreano adottato per sfizio da Lucille Bluth, e poi abbandonato a se stesso, con uno status all’interno della famiglia che oscilla tra quello di un giocattolino esotico, quello di un servo e quello di un soprammobile. Dal momento che non parla inglese al punto di non potere rispondere alla domanda “come ti chiami?”, e che nessuno ha voglia di prendersi il disturbo di leggere i suoi documenti, viene soprannominato “Annyong”, che vuol dire “ciao” in Coreano. Annyong è un fratello Bluth e contemporaneamente non lo è. Annyong non ha un nome, ma soltanto un nomignolo carico di disprezzo.
«Una volta che hai capito che Annyong è Smerdjakov», conclude Rittelmeyer, «ogni cosa diventa chiara». (Anna Momigliano)

venerdì 21 settembre 2012

L'EDICOLA DI LOU - Stralci e commenti sui telefilm tratti dai media italiani e stranieri

RIVISTA STUDIO
Emmy Awards, "Girls" la ventata fresca che alza la posta in gioco
"Questa domenica 23 settembre, presso il Nokia Theatre di Los Angeles, si terrà la 64° edizione degli Emmy Awards. Lunedì, buttando un occhio ai siti dei nostri principali quotidiani, tra una photogallery delle vacanze di Franco “Er Batman” Fiorito e una breve sul topless della cugina di Kate Middleton, li troverete definiti “gli Oscar della televisione”. La stessa cosa che accade con i Grammy, ogni anno chiamati “gli Oscar della musica”. Non voglio dire sia una definizione sbagliata: si tratta effettivamente di dare dei premi ai prodotti più di successo nell’ultimo anno in ambito televisivo e musicale. Diciamo solo che è una questione di scarsa fantasia e di limitati orizzonti di paragoni. Ma sorvoliamo sulle solite critiche al nostro svogliato giornalismo e diamo qualche dato in più sull’edizione di quest’anno: la finestra temporale a cui fanno riferimento questi Emmy va dal 1 giugno del 2011 al 31 maggio del 2012. La cerimonia verrà mandata in onda negli Stati Uniti sul canale ABC e per la prima volta a presentare sarà il comico e conduttore Jimmy Kimmel, che succede alla simpatica Jane Lynch che ha condotto i giochi l’anno scorso. Inizialmente Kimmel doveva essere affiancato da un altro straordinario comico, Nick Offerman, che molti di voi conoscono come Ron Swanson in Parks and Recreation, ma quest’ultimo non potrà essere presente a causa di impegni pregressi. Peccato. Sul palco del Nokia Theatre per presentare i singoli premi si succederanno comunque altre grande personalità del mondo dell’entertainment televisivo: ci saranno i due comici fuori classe Louis C.K. e Ricky Gervais come le esilaranti Amy Pohler e Mindy Kaling, rispettivamente la creatrice del già citato Parks and Recreation e dell’imminente The Mindy Project. Oltre a loro vedremo anche Jim Parson, lo Sheldon di The Big Bang Theory e la voce (tra le mille altre) di SpongeBob, Tom Kenny. Come molto probabilmente sapete, gli Emmy si dividono fondamentalmente in due macrocategorie. Ci sono i più classici dei premi, come Miglior Serie o Miglior Attore e Attrice, ma sono sdoppiati. Un po’ lo stesso che accade per i Golden Globe (quelli che vengono chiamati “gli Oscar più colti”), dove i premi principali sono divisi tra Film Drammatici e Film Commedia o Musicale. I Grammy Awards funzionano più o meno allo stesso modo: sono divisi principalmente tra Drama e Comedy. Poi ci sono anche altre categorie che fanno riferimento ad altri format televisivi, come quello per il Miglior Reality o per il Varietà, ma è innegabile che gran parte dell’attenzione, soprattutto quella del pubblico, è rivolta verso le serie televisive. Andiamo a vedere nello specifico alcune delle candidature più interessanti. Quest’anno nella rosa dei Migliori Drama si incontrano show incredibili come Breaking BadBoardwalk EmpireHomelandMad MenGame of Thrones e l’inglesissimo Downton Abbey. Difficile fare ovviamente un pronostico, si tratta di sei serie assolutamente straordinarie, ma ci sentiamo di escludere Mad Men (visto che sarebbe il quinto anno di seguito) e Boardwalk Empire che sembra aver esaurito il suo slancio iniziale. Personalmente facciamo il tifo per l’elegantissimo Downton Abbey o per il sempre roccioso Breaking Bad. Per quanto riguarda la Comedy invece, ecco le nomination: The Big Bang Theory, 30 Rock, Veep, Modern Family, Curb Your Enthusiasm Girls. Qui le cose sono leggermente differenti. Niente da dire anche in questo caso sulla qualità delle serie in lizza, ma ci sembra impossibile non notare come Girls sia la vera rivelazione dell’anno. Lo show prodotto da Judd Apatow e scritto, diretto e interpretato da Lena Dunham rappresenta una novità in una macrocategoria – quella della comedy – che da un po’ di tempo a questa parte sembra essersi cristallizzata su alcune modelli ricorrenti. Da una parte il mock in stile Modern Family e Veep, dall’altra la classica sit com come The Big Bang Theory con tanto di risate preregistrate in sottofondo. La presenza di Girls è dunque particolarmente eccitante perché ravviva la competizione portando una ventata d’aria fresca. Impossibile poi non ricordare che la Dunham ha 26 anni, ovvero è giovane. Non giovane come i nostri “giovani e promettenti registi” di 45 anni. Giovane come quelli che un tempo facevano l’interrail, cioè realmente giovane. E premiare i giovani che fanno qualcosa di nuovo è segno di coraggio e di intelligenza, caratteristiche che dovrebbe essere proprie della televisione. Incrociamo le dita, dunque (anche se in cuor nostro dovrebbe vincere Larry David con il suo Curb Your Enthusiasm. In tutte le categorie. Soprattutto quelle in cui non è candidato). Sorvoliamo per il momento sugli altri pronostici e concentriamoci su un altro dato. Quest’anno per la prima volta dietro alcune delle candidature più importanti (Miglior Serie Drama, Miglior Attore in un Drama e Miglior Attore Non Protagonista in una Serie Drama) non ci sono i cosiddetti Big Three Television Networks, ovvero la ABC, la CBS e la NBC. Anche questo è un ottimo segnale: vuol dire che il pubblico televisivo statunitense apprezza le scelte coraggiose o azzardate di canali come HBO, Showtime o il coltissimo PBS. Questo alza la posta in gioco e porta i grandi network a fare i conti con scelte artistiche o editoriali forse troppo prevedibili. Insomma, la televisione statunitense sembra godere di ottimo salute e lo stesso lo possiamo dire per il suo pubblico che con il tempo si sta facendo più smaliziato e curioso. Staremo a vedere questa domenica chi si porterà a casa i premi più ambiti".
(Federico Bernocchi, 19.09.2012)

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