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giovedì 24 gennaio 2019

PICCOLO GRANDE SCHERMO - Di padre in figlio: Michael Gandolfini eredita dal padre James lo scettro de "I Soprano" nel film prequel al cinema

News tratta dal "Corriere della Sera"
La somiglianza è impressionante. Stesso ovale del viso, stesso sorriso e, più di tutto, stessi occhi, con quel taglio che può sembrare così simpatico ma, un istante dopo, anche così poco rassicurante. Michael Gandolfini interpreterà il ruolo che per molti ha reso un'icona suo padre James. E' stato scelto lui per riportare in vita Tony Soprano. Succederà nel film The Many Saints of Newark, che in realtà de I Soprano è un prequel. «E un vero onore portare avanti il lavoro di mio padre indossando i panni di un giovane Tony Soprano. Sono entusiasta dell'opportunità di lavorare con David Chase e con i talenti incredibili che ha coinvolto», ha commentato il giovane Gandolfini. Aveva 13 anni Michael quando ha dovuto affrontare un momento terribile come la morte di suo papà. Era stato proprio lui a trovarne il corpo senza vita, nella stanza del lussuoso albergo di Roma dove, i119 giugno del 2013, l'attore è stato stroncato da un attacco di cuore, a 51 anni. Doveva essere una bella vacanza per loro. Si è trasformata in un momento capace di cambiare per sempre il corso delle cose, anche per il giovane Michael. Solamente due anni dopo, giovanissimo, sceglieva di iniziare, a sua volta, la carriera di attore. Il primo ruolo nel 2015, in Flower, un corto da lui anche scritto, ambientato in un futuro post apocalittico. Poi una parte nella serie Hbo The Deuce: La via del porno (2017) e nel recente Ocean's 8 (2018). Ma sicuramente questo ruolo è quello in grado di permettergli un salto nella sua carriera e forse anche, in qualche modo, di fargli chiudere il suo personale cerchio con il destino. Non è facile seguire le orme dei padri e lo è ancora meno se queste ombre si sono avventurate in modo credibile — in tv — lungo le strade della malavita. Tony Soprano è diventato nell'immaginario pop uno dei più credibili boss della mafia italoamericana: le sue connessioni con la malavita newyorkese ma anche con le radici mafiose italiane, i suoi attacchi di panico, i suoi rapporti difficili con la madre e con la moglie erano diventati di culto per milioni di fan che avevano seguito la serie dal 1999 al 2007. Ora toccherà a Michael spiegare a tutti perché Tony Soprano è diventato Tony Soprano, raccogliendo un'eredità che forse mai come in questo caso è giusto definire tale.

mercoledì 2 gennaio 2019

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

IL FOGLIO
L'importanza di chiamarsi "Soprano"
"Era 20 anni fa, nulla è rimasto uguale. Tony Soprano con l'accappatoio bianco, a bordo piscina con gli anatroccoli, appare sulla Hbo il 10 gennaio 1999. Per un bel po' sarà l'argomento di conversazione: è vero che quella Golden Age, non la prima nella storia della tv americana, aveva già avuto qualche anticipo, ma "I Soprano" fecero il botto. Gli spettatori italiani aspettarono un paio d'anni, fino al 2001, per scarsa convinzione da parte dei responsabili del palinsesto: cinque episodi su Canale 5, poi su Italia 1, in orari notturni. Adesso che le serie sono più numerose delle giornate a disposizione per guardarle - con grave danno per la chiacchiera, non c'è più un "Lost" su cui accapigliarsi "I Soprano" restano in cima alla lista per scrittura, recitazione, invenzioni drammaturgiche. Vorremmo avere il tempo per riguardare le sei stagioni da cima a fondo - invece siamo travolti dalle nuove uscite. Nella lista delle migliori serie del 2018 compilata per il New Yorker da Emily Nussbaum c'è la categoria "serie che avrei voluto vedere perché ne dicono un gran bene, ma non ho avuto il tempo". Qualcuno ha fatto i conti: servono 60 ore per vedere "The Wire", altra serie imperdibile. Serve lo stesso tempo per leggere "Guerra e pace", più "Don Chisciotte", più "Moby Dick", più "Delitto e castigo". "I Soprano" contano : episodi di un'ora, interrotti il 10 giugno 2007 con una dissolvenza: ci sta qualcosa ancora per completare la bibliotechina dei classici. Era la tv di vent'anni fa. Gli attori erano scelti dai responsabili del casting, e poi sarebbero diventati star (il passaggio inverso non era neanche concepibile). I registi non provenivano dal cinema, ma da altre serie televisive (ora fanno la fila per passare dal cinema a misura di blockbuster, con tempi decisionali lunghi, alla televisione che decide in fretta, o alle piattaforme streaming affamate di prodotto e attente alle nicchie). James Gandolfini era un attore non di primissimo piano, uno sceneggiatore come Matthew Weiner aveva già nel cassetto i pubblicitari di "Mad Men" ma nessuno li voleva. Siccome si parlava di mafia, le associazioni che difendono il buon nome degli italoamericani protestarono. Nessuno ha pronunciato una sola parola contro la Napoli ricostruita per "L'amica geniale" di Saverio Costanzo: è l'Italia che piace, miserabile e pittoresca, vociante e sguaiata. I fanatici aspettano "The Soprano Sessions", tutto quel che avreste voluto sapere su "I Soprano" e non avete mai osato chiedere. Lo hanno scritto, per celebrare il ventennale, Matt Zoller Seitz e Alan Sepinwall (suo il saggio "The Revolution Was Relevised", da Rizzoli con il titolo "Telerivoluzione"). Finalmente avremo certezze su chi pronunciò la frase "il cunnilingus e la psicoanalisi ci hanno portato alla rovina". Sintomo inequivocabile, per la famiglia mafiosa, che il meglio era passato, l'avevano goduto i padri e i nonni. Nelle situazioni complicate, Tony Soprano si chiede: "Cosa avrebbe fatto Don Vito Corleone al posto mio?". Mai si era visto un mafioso con il Prozac nel taschino ("lavoro nel settore rifiuti" dice Tony Soprano alla dottoressa Melfi, mentre vediamo il cadavere di un nemico smaltito in discarica). Dicono a Hollywood che la buona idea per un film deve poter essere sintetizzata in poche parole. Vale anche per le serie, e David Chase ha avuto quella giusta: mettere insieme l'omertà del "negare sempre" con la regola di Freud che impone di dire tutto, ma proprio tutto, quel che passa per la testa". (Mariarosa Mancuso)

giovedì 11 agosto 2016

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

IL FOGLIO
Ecco perchè "Mad Men" è stato un successo
I professori universitari di tutto il mondo e di qualsiasi materia si somigliano: già l'accensione di un  microfono è superiore alla destrezza tecnologica della categoria. Quindi servono istruzioni precise. L'intervento non deve superare i venti minuti, supporti filmati compresi. Siccome i computer portatili hanno difficoltà a connettersi con gli impianti fissi, si raccomanda una chiavetta usb. Meglio se ce n'è una seconda di backup, per ogni sciagurata evenienza. Si ricorda inoltre ai convenuti non americani che gli apparecchi leggono solo dvd con il marchio "Zona 1". Sembra un paragrafo rubato al romanzo di David Lodge "Il professore va al congresso" (dove un accademico in crisi da pagina bianca resta bloccato per giorni su una frase che inizia con "Therefore...", "E dunque..."; verrà salvato da un'epidemia di morbo del legionario che modifica il programma). Sono le istruzioni date ai professori che intendevano partecipare al convegno "Mad Men -The Conference", organizzato lo scorso maggio dalla Middle Tennessee State University (di cui finora ignoravamo l'esistenza) in collaborazione con la University of Salford a Manchester (mai sentita neanche questa, esiste come università dagli anni 50 del Novecento, non possono pretendere). Il luogo preciso era Murfreesboro, poco distante da Nashville in direzione sud, e Nashville era consigliata come gita a fine lavori, con pullman prenotabile alla modica cifra di 20 dollari. In attesa che arrivino gli atti del convegno - i più meritevoli avranno l'onore del supporto cartaceo, l'online viene celebrato a parole ma poi un libro è un libro, anche per i nativi digitali - abbiamo recuperato su The Hollywood Reporter un articolo sulla storia orale di "Mad Men". Uscì quando la serie diede l'addio agli spettatori, con un finale meno originale del congedo immaginato da David Chase per "I Soprano" (una dissolvenza in nero, molti spettatori pensarono che si era guastato il televisore). Ma abbastanza bizzarro da suscitare ipotesi e interpretazioni: è Don Draper che ha trovato la pace con gli hippie in California, oppure i figli dei fiori gli hanno suggerito lo spot più ruffiano nella storia della Coca Cola? Matthew Weiner racconta di aver scritto il primo copione di "Mad Men" in sei giorni: c'erano gli anni 60, l'agenzia di pubblicità, dosi di sigarette e di cocktail Martini da inquietare i dirigenti di ogni rete televisiva. Non c'era ancora l'identità rubata - a un soldato morto nella guerra di Corea - da Don Draper, che in realtà si chiama Dick Whitman. Fu aggiunta quando già la Amc aveva stanziato tre milioni di dollari per il pilot ("Chi diavolo sono questi della Amc?" chiedevano i possibili co-produttori interpellati: era una rete che mandava perlopiù vecchi film americani, la sigla sta per American Movie Classic). A conferma che in materia di capolavori l'ispirazione è sopravvalutata - valgono più la fatica e la casualità - quel pezzo di trama veniva da un'altra sceneggiatura ripescata da un cassetto nello studio di Weiner. Gli aneddoti da set ricordano quel che si raccontava di Luchino Visconti: anche i cassetti dovevano esser riempiti con roba anni Sessanta, e guai se l'insalatiera non era quella giusta. Incredibile ma vero: January Jones (Betty) fece il provino per la parte di Peggy. Ancora più incredibile fu la battaglia per avere Jon Hamm. Spiega Matthew Weiner, (che è bassetto e calvo): "Eravamo nei 2006, gli attori di bell'aspetto finivano in fondo a tutte le liste delle agenzie di casting, in cima stavano i tipi come Seth Rogen e come me". (Mariarosa Mancuso, 20.07.2016)

venerdì 7 agosto 2015

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
La forza vitale di Tony Soprano, boss depresso da rivedere 
Sky Atlantic sta riproponendo un classico della serialità: «I Soprano» di David Chase. Nonostante siano passati 14 anni dalla prima messa in onda italiana (16 da quella americana), i personaggi conservano una forza vitale quasi inscalfibile, a dimostrazione che anche la serialità televisiva sa raccontare la realtà più del cinema e della letteratura (e comunque ha perso ogni complesso di inferiorità nei loro confronti, facendo sfoggio di invidiabili modalità narrative) e il protagonista, un mafioso di terza generazione, si è magicamente identificato nel suo interprete, James Gandolfini. Ai personaggi famosi della letteratura possiamo dare tanti volti, a Tony Soprano no. L'epopea di Ibny Soprano è anche il più grande affresco su una delle grandi malattie della modernità, la depressione. Un boss mafioso, l'ultimo erede delle famiglie che spadroneggiano nel New Jersey, diventa un caso clinico, un fragile depresso che ogni settimana deve incontrare una psicoterapeuta. L'impero del male si sta sfaldando, i padri storici rincoglioniscono in qualche casa di riposo, la polizia ha in mano elementi per incastrare la «famiglia», altre bande si fanno avanti... È complesso il mondo di Tony: una moglie comificata, vampate di rimorsi, amici traditori, figli ribelli, figliocci con scarse capacità malavitose, madri possessive, soldi sporchi, omicidi e furti, regolamenti di conti, doppie e triple morali, sensi di colpa, riavvicinamenti e rotture. Gandolfini è stato bravissimo a caricarsi sulle spalle questo universo in decomposizione e restituircelo con ironia e consapevolezza. Il fenomeno «Soprano» è stato un evento mediatico che ha marcato quasi un decennio di storia della tv. Amato, anche criticato (in America è stato citato in giudizio perché avrebbe offeso l'immagine degli italo-americani) ha fatto discutere per il suo impatto sociale, fornendo a molti studiosi prezioso materiale d'indagine. Merita di essere rivisto". (Aldo Grasso

venerdì 29 agosto 2014

NEWS - Clamoroso al Cibali! No, Tony Soprano non è morto...

News tratta da Vox.com
Instead of giving Tony a final scene in which he is either killed or arrested — the two possible fates Tony and his fans had imagined for him — the last episode ends unexpectedly during a domestic scene with an ominous tinge. Tony (James Gandolfini), his wife (Edie Falco), and his son (Robert Iler) are waiting for his daughter, Meadow (Jamie-Lynn Sigler), to join them for dinner at a popular restaurant, while a number of suspicious characters mill around. Outside, Meadow burns rubber trying to get into a parking space and then runs across a street against the light as cars whiz by her. Inside, Tony raises his head, and — CUT TO BLACK. Millions of television sets across America went dark and silent suddenly. Is my television broken? we wondered, each in our individual homes. At THIS moment? Then the credits rolled, and all hell really broke loose. Are you kidding me? This is the end?
What did it mean? Was this Chase's way of artfully — or contemptuously, depending on your opinion of Chase’s attitude toward his audience — creating Tony's death? Some recalled that Bobby Baccalieri, Tony's brother-in-law, once said that when the bullet with your name on it arrived, you probably didn't hear it coming. The questions have not yet stopped since the episode aired in June 2007.
Chase, he wouldn't tell. For him, that kind of obsession is as misguided as asking, "What happened to the Russian in 'Pine Barrens'?" — a reference to a season-three episode in which two men in Tony's crew, Christopher Moltisanti and Paulie Walnuts, drive a Russian mobster they have severely beaten up to the snow-covered New Jersey Pine Barrens to kill and dispose of him. Moltisanti and Walnuts are stunned when the Russian not only musters the energy to escape, but also disappears without a trace in a hail of bullets as they try to recapture him. It's an early "did he die?" series moment. In response to audience agitation to know what became of the mobster, and even the lobbying of Terry Winter, who wrote the episode, to give the incident closure in a subsequent episode, Chase replied, "I don't give a fuck about the Russian." Chase clearly meant that disappearance to be one of life's loose threads.
I had been talking with Chase for a few years when I finally asked him whether Tony was dead. We were in a tiny coffee shop, when, in the middle of a low-key chat about a writing problem I was having, I popped the question. Chase startled me by turning toward me and saying with sudden, explosive anger, "Why are we talking about this?" I answered, "I'm just curious." And then, for whatever reason, he told me. And I will tell you. So keep reading.
My earliest fascination with Chase, was, unsurprisingly, a result of The Sopranos, which led me to a couple of interviews with him at Silvercup Studios in 2005, for a book about gangster films I have long since published. And we have continued to exchange ideas through e-mails and discussions at Upper East Side coffee bars and restaurants. When you're across the table from him, he makes an impression without making a commotion. He oscillates between intense verbal pyrotechnics, laughter, and silences, which might mean "I am listening to you" or "I am thinking." He is forthcoming, but tends to maintain a reserve about his own work, insisting that if he could say what it means then he wouldn't have to write it. He's right, of course. All the same, he and I both think there is value in conversations between artists and critics; ours remains in progress.
On occasion he breaks his reserve, but makes it clear that I am not to write about anything he says that is an interpretation of his own work, since he believes that the art of entertaining is leaving the audience imagination to run wild. So when he answered the "is Tony dead" question, he was laconic.
Fine. Tony's not dead. But what do we do with this bald fact? And isn't Chase's flat response exactly the point? The mere answer doesn't really go anywhere unless we consider it as a part of the larger context of The Sopranos, and as a part of the much bigger story of Chase's art...

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venerdì 21 giugno 2013

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, commenti e cover sui telefilm dai media italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
Addio a Gandolfini, il Soprano della depressione
"Non possiamo che ricordarlo così, nelle vesti di Tony Soprano. Ma non è solo un modo di dire, se pensiamo ai braccialetti di pesante oro giallo, al grosso anello al mignolo, alle polo fantasia Wal-Mart che Tony indossava in alternativa ai completi, all'accappatoio con la «S» ricamata, a tutto l'arredamento borghese della villetta con piscina in cui viveva con la sua dolce Carmela. James Gandolfini era Tony Soprano e lo sarà per sempre. Al cinema era stato un buon caratterista (che poi è l'ossatura dei buoni film), aveva interpretato numerosi film anche da coprotagonista, ultimamente in Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow aveva sostenuto il ruolo dell'ex capo della Cia, Leon Panetta. Ma Gandolfini era e sarà sempre Tony Soprano, un personaggio di insolita complessità, diviso tra le sue due «famiglie», un uomo apparentemente normale che è contemporaneamente uno spietato boss mafioso. Anche in televisione a volte succedono miracoli e The Sopranos (Hbo, 1999) è stato uno di questi: la serialità televisiva ha dimostrato di saper raccontare la realtà più del cinema e della letteratura (e comunque ha perso ogni complesso di inferiorità nei loro confronti, facendo sfoggio di invidiabili modalità narrative) e un personaggio, un mafioso di terza generazione, si è magicamente identificato nel suo interprete. Ai personaggi famosi della letteratura possiamo dare tanti volti, a Tony Soprano no. Tony va in analisi perché stressato: è svenuto per un attacco di panico. Alla dottoressa che lo interroga e cerca di sciogliere il suo garbuglio interiore confida: «Non lo so... È bello lanciarsi nelle cose quando accadono agli inizi e io sono arrivato un po' troppo tardi, questo è chiaro. Ma da un po' di tempo, ho la sensazione di arrivare sempre quando tutto sta finendo e il meglio è già passato. Se ripenso a mio padre, lui non è mai arrivato in alto come me ma in un certo senso gli è andata meglio di me. Aveva gente su cui contare, gente di sani principi, gente con le palle. Oggigiorno che c'è rimasto?». Anche la mafia, dunque, non è più quella di una volta, gli antichi modelli cui si ispira la mettono in crisi; basta un'anatra intravista nella piscina di casa per squassare una psiche e indurla al Prozac. Se oggi possiamo dire che Tony Soprano è uno dei grandi protagonisti del nostro immaginario tragico il merito è certo dell'autore David Chase, ma James Gandolfini ha fatto il resto, con un repertorio di sfumature psicologiche da grandissimo attore. L'epopea di Tony Soprano è anche il più grande affresco su una delle grandi malattie della modernità, la depressione. Un boss mafioso, l'ultimo erede delle famiglie che spadroneggiano nel New Jersey, diventa un caso clinico, un fragile depresso che ogni settimana deve incontrare una psicoterapeuta. L'impero del male si sta sfaldando, i padri storici rincoglioniscono in qualche casa di riposo, la polizia ha in mano elementi per incastrare la «famiglia», altre bande si fanno avanti... È complesso il mondo di Tony: una moglie tradita, vampate di rimorsi, amici traditori, figli ribelli, figliocci con scarse capacità malavitose, madri possessive, soldi sporchi, omicidi e furti, regolamenti di conti, doppie e triple morali, sensi di colpa, riavvicinamenti e rotture. Gandolfini è stato bravissimo a caricarsi sulle spalle questo universo in decomposizione e a restituircelo con ironia e consapevolezza. Tony è l'inconscio, James è il conscio. Nella memoria Tony e James sono inseparabili (come i pappagallini, i lovebirds, di Hitchcock) e hanno un compito molto arduo: raccontare la complessità che si nasconde dietro l'uomo medio americano. Anche se delinquente patentato, Tony è un uomo medio in tutto e per tutto. Qualcuno l'ha paragonato a Emma Bovary: come lei, Tony è un'affascinante miscela di cultura popolare, ambizione e sottomissione agli impulsi e agli appetiti che la società non sanziona. Ma che volto ha Emma Bovary? Non lo sapremo mai. Sappiamo invece che Gandolfini è stato capace di dare profondità alla distanza che corre tra l'esercizio fisico della violenza organizzata e la cupa instabilità della depressione. Tony si trova con una figlia che ha studiato alla Columbia, si è laureata in legge, e, come sottolinea sprezzantemente il padre, farà «l'avvocato dei neri»; si trova con un figlio, irresoluto e «ipersensibile», che vorrebbe firmare per l'esercito, finire in Afghanistan e poi, eventualmente, arruolarsi nella Cia. Una certa comicità sinistra si sprigiona dalla cupezza: ormai Tony si costringe a pulire tristemente la sua piscina per scaricare la tensione, o forse soltanto per risparmiare sul giardiniere. James Gandolfini ci ha insegnato che anche in televisione si può aspirare al meglio e di questo gli saremo eternamente grati". (Aldo Grasso, 21.06.2013)

sabato 10 gennaio 2009

L'EDICOLA DI LOU - Stralci e commenti sui telefilm tratti dai giornali italiani e stranieri
A cura di Leo "Grant" Damerini

CORRIERE DELLA SERA
La vita è un lampo a Wisteria Lane
"Alla quinta stagione incombe la disperazione, sotto forma di tempo che fugge. «Perché il tempo vola?», si chiede Susan. «Perché i bambini che un tempo cullavo crescono così velocemente?», si chiede Lynette. «Perché la vita che sognavo si è trasformata in un lavoro che non mi sarei mai aspettato?», si chiede Bree, la mia adorata Bree che adesso gestisce un catering. «E perché quella donna che guardavo ogni giorno allo specchio è diventata qualcuno che neanche riesco a riconoscere?», si chiede con sconforto la sempre più casalinga Gabrielle, due figlie obese a carico, più il marito Carlos. Il tempo passa a Wisteria Lane e la vita è breve. Lo sapeva già Virgilio quando scolpì lo slogan dell' ora che fugge e non torna più indietro: «Fugit interea, fugit irreparabile tempus», fugge intanto, fugge irreparabile il tempo. Come fermarlo? Bree (Marcia Cross), sta per pubblicare il suo libro di cucina e questo manda su tutte le furie la sua socia Katherine (Dana Delaney) che si sente derubata di non poche ricette. Gabrielle (Eva Longoria Parker), inaspettatamente trasandata non sa come allevare le figlie mentre Susan (Teri Hatcher) cerca di nascondere la sua nuova relazione con Jackson (Gale Harold), dopo che ha lasciato l' idraulico. Problemi in vista invece per Lynette (Felicity Huffman) che scopre che i suoi gemelli hanno trasformato la pizzeria di famiglia in una bisca clandestina: "Desperate Housewives" (FoxLife, mercoledì, ore 21). È tornata a Westeria Lane anche la reietta Edie, accompagnata da un tipaccio caratteriale. Il tempo è denaro, il tempo è testimone, il tempo corre via, il tempo divora ogni cosa, il tempo è il prezzo dell' eternità: «In un lampo la vita che conoscevamo se n' è andata per sempre... Ecco perché ci sono persone determinate a ottenere quello che vogliono prima che sia troppo tardi». (Aldo Grasso, 28.11.2008)

DAILY MAIL
Le adolescenti inglesi più disponibili per colpa di Carrie...
"Da un recente studio, le ragazze inglesi che guardano telefilm americani come 'Sex and the City' o 'Friends' sono più disponibili al sesso. I dati informano che una ragazza di meno di 20 anni ha già avuto, in media, almeno 7 storie a base di sesso, 3 meno dei coetanei maschi. La ragione va ricercata nella modalità con la quale queste serie tv raccontano il sesso, promuovendolo come 'glamourous', così come si fa come un bel paio di sandali dal tacco alto, una crema anti-rughe o una borsa di color viola. Quello che i telefilm in questione dimenticano nelle sceneggiature sono i rischi del sesso occasionale: non c'è mai traccia di aborti o di malattie sessuali, per esempio".
(Paul Sims, 09.12.2008)

FAMIGLIA CRISTIANA
La cultura in tv? E' dietro le sbarre delle serie USA

"Ci sono serial di risonanza mondiale come 'Close to home', 'Cold Case' e 'Law&Order', per non parlare dello storico 'CSI' e di 'NCIS', il cui successo non dipende solo dalla robustezza degli intrecci e della sceneggiatura. Ogni episodio contiene infatti uno spaccato della società americana, con un sapore di verità ignoto ai nostri, chiamiamoli così, autori. Oltre ai poliziotti tecnologici, sono protagoniste le Procure: e se l'happy end vuole che il reo sia sempre punito, abbondano anche le sconfitte giudiziarie. Da noi i processi durano anni, grazie a procedure punitive per i deboli. E se uno dei tormentoni nazionali riguarda l'esigenza di più cultura in tv, intendendo chissà cosa, bene: in quella fiction aliena che la Rai indossa come roba vecchia si trova, per scelta di temi e bravura di confezione, la vera cultura tv".
(Giorgio Vecchiato, 14.12.2008)

FOX NEWS
I Robinson sono gli antenati degli Obama
"Per molti anni abbiamo già avuto una 'first-family' afro-americana. Quando andava in onda 'The Cosby Show' (n.d.r.: 'I Robinson'), quella era la 'first family' americana. Non era una famiglia di colore. Era la famiglia d'America".
(Karl Rove, stratega amministrazione Bush, 05.11.2008)

ENTERTAINMENT WEEKLY
I telefilm, meglio se cotti e mangiati

"Non ho mai visto una serie tv in dvd. Ho sempre (ri)guardato 'I Soprano' a casa mia, alle 9 di sera su HBO. Io sono cresciuto così. E' così che la mia famiglia guardava Jackie Gleason in 'The Honeymooners'. E' come la pizza: la devi mangiare finchè e calda, dopo diventa immangiabile. Non vado avanti o indietro. Se fermassi la trasmissione per rivederla, mi criticherei da solo: 'Mio Dio, qui doveva essere più veloce. Oppure: qui più lento!'. Sarebbe una pena".
(David Chase, 14.11.2008)

CORRIERE DELLA SERA
Altro che realismo, meglio Disney!
"C'è bisogno di belle storie, che non siano ansiogene e che riscoprano i valori dimenticati nella nostra vita dominata dallo stress. Noi abbiamo pensato di tornare a una favola disneyana...".
(Giancarlo Scheri, Direttore Fiction Mediaset, 01.12.2008)

GIOIA
"Amiche mie", la versione "brasata" di "SATC"
"All’inizio dei titoli di testa di 'Amiche mie', serie di Canale 5 purtroppo in finire, c’è scritto: «Da un’idea di Rita Rusic e Cristiana Farina». Molto bene, ho pensato. Quindi c’è un’idea, ho pensato. Poi mi sono messa lì, per quattro puntate, a cercare di capire quale fosse. Forse l’idea era la voce fuori campo, vi ricordate Carrie nelle primissime puntate di 'Sex and the city', quando poneva grandi temi scrivendo al computer? Certo, lei faceva la scrittrice, aveva una scusa. Qui c’è Margherita Buy la cui voce dice: «In mezzo al mare della vita il vento gira e io mi chiedo: sarò pronta a tenergli testa?» Oppure: «I sentimenti sono come le ombre: a volte si incontrano, a volte si scontrano» - e sono settimane che mi chiedo: avrò sentito male? Sarà “onde”, non “ombre”? Con “onde” ha un senso? Poi ce n’era anche una sul fatto che tutti abbiamo le ali ma solo chi sogna può volare che purtroppo ho trascurato di appuntarmi e quindi non posso riferirvi con la precisione che meriterebbe, ma sicuramente era da un’idea di Paulo Coehlo, come minimo. Il punto centrale di Amiche mie è la sua milanesità, un po’ come per Carrie e le amiche era la newyorchesità, tant’è che poi i ristoranti in cui andavano han fatto fortuna, i locali scelta ancora ospitano turisti in visita, eccetera. Se volevi sapere cos’era di moda a New York, guardavi Sex and the city: funzionava meglio della proloco. In 'Amiche mie' le quattro svernano da Corso Como 10, locale fighetto di quelli dove trovi tè con foglie di menta, vestiti costosi e commesse antipatiche. Loro ordinano dei brasati, lì, tipo trattoria di Trastevere. Il che ha anche un senso, visto che due terzi degli attori parlano in romanesco (gli attori italiani considerano un limite alla loro arte l’ipotesi di parlare con una cadenza appropriata al luogo in cui è ambientato ciò che recitano). Nelle scene in cui arrivano a casa, le quattro entrano da ballatoi di case di ringhiera. Se siete mai state in una casa di ringhiera, ma anche se siete mai state a Milano, ma anche solo se sapete che è in Lombardia, non vi sfuggirà che al massimo sono bilocali. Le loro, di case di ringhiera, sono giganteschi loft. Da un’idea del sindaco di Milano, Francesco Totti. È solo cambiando canale, però, che si capisce l’idea. Perché – mentre su Canale 5 Luisa Ranieri dice quattro volte che ha mangiato troppo, e le amiche le dicono quattro volte che la deve piantare di mollarle appena vede l’amante, e imprevedibilissimamente arriva l’amante, e lei finge di non aver mangiato, e ripranza con lui, e si sente male (nonostante la leggendaria leggerezza dei brasati di Corso Como10) – FoxLife ha la crudeltà di mandare la quinta e magnifica stagione di 'Desperate Housewives'. C’è una voce fuori campo anche lì, e anche lì quarantenni senza un amore, mogli con problemi, relazioni più o meno clandestine, ma mancano le ali. E le onde. E il vento della vita. (Guia Soncini, 04.12.2008)

martedì 3 luglio 2007

NEWS - Cult e Stracult: "I Soprano" e "Six feet under" su SKY da stasera
(ANSA) - ROMA - Da oggi e ogni martedi' alle 21:00, Cult, il canale 142 di Sky, mandera' in onda la saga de "I Soprano" e la serie "Six Feet Under". Ideata e scritta dal geniale David Chase, vincitrice di numerosi Golden Globe ed Emmy, "I Soprano" e' uno dei capolavori della cultura pop contemporanea. Dopo i Soprano, sempre da domani alle 22.00, "Six Feet Under". Protagonisti i Fisher, titolari di un'agenzia di pompe funebri di Los Angeles. Creata da Alan Ball, sceneggiatore e produttore del film premio Oscar "American Beauty", anche "Six Feet Under" ha vinto numerosi premi tra i quali 9 Emmy e 3 Golden Globe.

martedì 12 giugno 2007

NEWS ESCLUSIVA - "I Soprano" passano sul grande schermo. Il finale sospeso della serie prelude al debutto al cinema
Il finale sospeso de "I Soprano" in onda l'altra sera in America (Vedi Post successivo) sarebbe il trampolino di lancio per il debutto sul grande schermo. "Mai dire mai" - avrebbe detto l'ideatore della serie David Chase, in questi giorni in Francia con la moglie a godersi un meritato riposo - "ho una grande idea in testa ma non so se riuscirò a realizzarla, di sicuro sarebbe adatta per un gran film!". Chase pone poi una condicio sine qua non per il progetto cinematografico: tutti i membri del cast televisivo dovrebbero accettare di partecipare all'eventuale film che dovrebbe porre la "fine" definitiva ad una delle fiction più applaudite degli ultimi anni. James Gandolfini in testa, tra i primi a sentirsi stretto nei panni di Tony Soprano. Chase avrebbe anche pensato ad uno stratagemma per far ritornare "in vita" i personaggi defunti (perlopiù ammazzati) nel corso della serie, grazie a un flashback che si ricollegherebbe ad un episodio in onda in America nel 2006. Un omaggio verso coloro che han fatto grande una serie che comunque sia - passaggio sul grande schermo o meno - rimarrà negli annali della buona fiction per sempre.

NEWS - Finale in sospeso per "I Soprano". I fans spiazzati, ma poi scatta l'applauso
(ANSA) - NEW YORK - Tony Soprano, la moglie Carmela e il figlio A.J. si trovano in un diner, tipico ristorante americano a buon mercato, in attesa della figlia Meadow che con molte difficolta' sta parcheggiando l'auto. Poco prima, come in una scena del 'Padrino', un uomo dall' aria sospetta (e dal look italo-americano), entra in bagno. Un attimo dopo due neri fanno il loro ingresso nel locale, quindi si apre di nuovo la porta del ristorante. Poi niente, lo schermo si fa nero, e nel
silenzio scorrono i titoli di coda. Finisce cosi', o meglio non finisce, il serial dei Sopranos: otto anni dedicati dalla Hbo alla saga di una famiglia mafiosa italo-americana del New Jersey. Insieme con Sex and the City, i Sopranos e' stato di gran lunga il serial preferito dai telespettatori Usa (anche se quello piu' criticato dalle organizzazioni italo-americane, che lo giudicano razzista). E' un epilogo aperto, e nessun potra' accusare la stampa di avere svelato il finale, perche' finale non c'e'. Dietro la porta potrebbe esserci il killer che fa fuori tutta la famigliola (Tony e' ormai caduto in disgrazia, pronto a collaborare con l'Fbi). O semplicemente Meadow, pronta a consumare un hamburger (e i relativi 'onion rings', gli anelli di cipolla fritti), con papa', mamma e il fratello minore. Nell'ultimo episodio dei Sopranos, c'e' soltanto una morte violenta: quella di uno dei nemici di Tony (e non diremo chi): ucciso guarda caso dopo la segnalazione di un agente dell'Fbi.
Una esecuzione con un colpo d'arma da fuoco alla testa presso un distributore di benzina, con il Suv che non si ferma e ne schiaccia la testa sotto i pneumatici, provocando un terribile conato di vomito ad uno dei ragazzi che per caso ha assistito alla scena. Per il resto, i veri protagonisti dell'episodio sono, forse per una volta, i figli di Tony e Carmela. A.J. distrugge il suo fuoristrada dandogli involontariamente fuoco mentre si e' appartato in un bosco con la sua nuova conquista
minorenne, e poi annuncia a suo padre l'intenzione di arruolarsi per andare a combattere i nemici degli Usa in Afghanistan (si badi non in Iraq). Ma poi non se ne fara' niente. Meadow spiega al padre di volere diventare avvocato specializzato nella difesa dei diritti civili, non sempre rispettati ''perche' lo Stato puo' schiacciare l'individuo''. Memorabile la risposta di Tony:
''Il New Jersey?''. Il non finale dei Sopranos ha spiazzato tutti, ha lasciato milioni di americani a bocca aperta. Ma dopo la sorpresa iniziale, stampa e telespettatori sembrano tutto sommato reagire bene, sottolineandone l'originalita'. Come ha spiegato alla festa organizzata in Florida dalla Hbo, uno dei protagonisti del serial, il chitarrista di Bruce Springsteen Steve Van Zandt (alias Joe Dante, l'amico, ferito, di Tony) :''Non siamo sicuri che sia finita''. Di parere diverso e' Michael Imperioli (il nipote di Tony, Christopher, ucciso dallo stesso Boss): ''Credo che si tratti di un grandissimo finale. Un'ottima maniera di andarsene via''. James Gandolfini, alias Tony Soprano, invece non dice niente. Sorride ai fan, limitandosi a salutarli con un cenno di mano.

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