Visualizzazione post con etichetta Shonda Rhimes. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Shonda Rhimes. Mostra tutti i post
mercoledì 16 ottobre 2019
NEWS - La visione del Saba: "Fox punta sempre più e solo alle serie originali" (ma se sono come "Romolo+Giuly" e "Extravergine" meglio Shonda Rhimes all day long!)
Articolo+intervista tratta da "Italia Oggi"
Un deciso cambio di passo per il gruppo televisivo Fox in Italia. Ci si prende una pausa dai programmi di intrattenimento alla Contadino cerca moglie, e ci si concentra invece sulle produzioni originali cosiddette scripted sia di commedie sia di drama. E tutte, come spiega a ItaliaOggi Alessandro Saba, vice president e responsabile dei canali di intrattenimento, dell'area research e delle produzioni di Fox networks group Italy, «puntano a sviluppare progetti locali ma con un respiro internazionale. Fino ad ora Fox, in Italia, proponeva o prodotti globali, o localissimi, tipo Boris. Vogliamo, invece, intercettare quella zona di mezzo, così come ha fatto Sky che è stata pioniera con Gomorra, una serie che più locale non si potrebbe, ma esportata poi in tutto il mondo». Dopo la fusione a livello internazionale tra Fox e Disney, quelli di Sky (che appartiene invece a Comcast) non sono più parenti, «ma siamo rimasti amici», mentre con Disney, anche in Italia, «per ora rimaniamo due società distinte» nonostante nella prossima primavera inizierà il grande trasloco di Fox dalla sede romana al quartier generale milanese di Disney. E comunque «già da tempo», sottolinea Saba, «la metà del palinsesto di Fox è fatta da prodotti Disney, a partire da Grey's anatomy e da tutta la library legata a Shonda Rhimes». Insomma, il gruppo televisivo Fox, che dal 1° ottobre ha perso i canali Fox animation, Fox comedy e Nat Geo people, cui Sky non ha rinnovato il contratto, prova a trovare una nuova primavera nelle produzioni originali in Italia: e dopo la seconda stagione di Romolo+Giuly (la prima ha avuto gli ascolti più alti di ogni altro contenuto su Fox negli ultimi due anni), adesso arriva Extravergine, una commedia da 10 episodi di 30 minuti ciascuno diretta da Roberta Torre, co-prodotta da Publispei e in palinsesto su FoxLife (quindi target femminile 20-55 anni) dal 9 ottobre alle 21,15. Di qui in poi, aggiunge Saba, si andrà avanti in parallelo con produzioni originali di genere comedy (partiti i lavori su una nuova commedia al maschile), e si debutterà, invece, nel genere drama: «Stiamo collaborando con Ferzan Ozpetek a una serie ispirata al film Le fate ignoranti, e sarà pure una co-produzione turca con un episodio girato a Istanbul». Allo studio, quindi, ci sono 5-6 progetti nuovi per sviluppare una serialità di Fox made in Italy, ma che possa attraversare i confini. E anche sul genere factual, con i canali National Geographic, si punta molto a produzioni originali italiane ma di respiro internazionale: «Dopo i prodotti su Totò Riina e su Maradona, molto apprezzati all'estero, nel 2019 abbiamo realizzato il docufilm Where are you, dedicato alle storie degli immigrati sul barcone fotografato da Massimo Sestini, e il documentario sul crollo del ponte Morandi a Genova. Al momento, invece, stiamo lavorando a Ocean's breath, il respiro dell'oceano, con il tema della deforestazione in Amazzonia ma pure della morte dei coralli, partendo dal fatto che le Dolomiti, in origine, stavano sotto il mare e altro non erano che enormi montagne di coralli. Tutti progetti italiani che poi, grazie al network National Geographic, andranno nel mondo». Tornando a Extravergine, dove protagonista è Lodovica Comello, bisogna evidenziare come la nuova serie tv sia una operazione piuttosto originale nel panorama italiano: dal punto di vista visivo ricorda molto il mondo dei social, si fa un largo utilizzo degli hashtag, c'è tanto colore, i formati sono piuttosto brevi e di agevole consumo pure sui device digitali (dove Auditel ora rileva gli ascolti). Inoltre esce in tv il 9 ottobre dopo che, lo scorso 19 settembre, è già andato in libreria Extravergine, un libro-prequel sulle avventure di Dafne (il personaggio interpretato dalla Comello). E per il lancio della serie tv si sono realizzati pure appositi fumetti veicolati sul web: «Quando lavoriamo ai prodotti scripted», conclude Saba, «partiamo ovviamente dalla idea, dal quid. Poi, per?), sviluppiamo un progetto circolare: ovviamente il nostro modello di business resta la pay tv, e quindi Extravergine deve piacere in primis agli abbonati di Sky. Ma pub avere una sua vita sul digitale, è diventato un libro, potrà diventare un film. Di sicuro Extravergine ha già un suo piglio internazionale: lo vedo vicino al mondo di Almodovar, esportabile in Spagna e nei mercati latinoamericani dove peraltro la Comello è una star (per la serie Violetta di Disney channel, ndr)»
Articolo+intervista tratta da "Italia Oggi"
Un deciso cambio di passo per il gruppo televisivo Fox in Italia. Ci si prende una pausa dai programmi di intrattenimento alla Contadino cerca moglie, e ci si concentra invece sulle produzioni originali cosiddette scripted sia di commedie sia di drama. E tutte, come spiega a ItaliaOggi Alessandro Saba, vice president e responsabile dei canali di intrattenimento, dell'area research e delle produzioni di Fox networks group Italy, «puntano a sviluppare progetti locali ma con un respiro internazionale. Fino ad ora Fox, in Italia, proponeva o prodotti globali, o localissimi, tipo Boris. Vogliamo, invece, intercettare quella zona di mezzo, così come ha fatto Sky che è stata pioniera con Gomorra, una serie che più locale non si potrebbe, ma esportata poi in tutto il mondo». Dopo la fusione a livello internazionale tra Fox e Disney, quelli di Sky (che appartiene invece a Comcast) non sono più parenti, «ma siamo rimasti amici», mentre con Disney, anche in Italia, «per ora rimaniamo due società distinte» nonostante nella prossima primavera inizierà il grande trasloco di Fox dalla sede romana al quartier generale milanese di Disney. E comunque «già da tempo», sottolinea Saba, «la metà del palinsesto di Fox è fatta da prodotti Disney, a partire da Grey's anatomy e da tutta la library legata a Shonda Rhimes». Insomma, il gruppo televisivo Fox, che dal 1° ottobre ha perso i canali Fox animation, Fox comedy e Nat Geo people, cui Sky non ha rinnovato il contratto, prova a trovare una nuova primavera nelle produzioni originali in Italia: e dopo la seconda stagione di Romolo+Giuly (la prima ha avuto gli ascolti più alti di ogni altro contenuto su Fox negli ultimi due anni), adesso arriva Extravergine, una commedia da 10 episodi di 30 minuti ciascuno diretta da Roberta Torre, co-prodotta da Publispei e in palinsesto su FoxLife (quindi target femminile 20-55 anni) dal 9 ottobre alle 21,15. Di qui in poi, aggiunge Saba, si andrà avanti in parallelo con produzioni originali di genere comedy (partiti i lavori su una nuova commedia al maschile), e si debutterà, invece, nel genere drama: «Stiamo collaborando con Ferzan Ozpetek a una serie ispirata al film Le fate ignoranti, e sarà pure una co-produzione turca con un episodio girato a Istanbul». Allo studio, quindi, ci sono 5-6 progetti nuovi per sviluppare una serialità di Fox made in Italy, ma che possa attraversare i confini. E anche sul genere factual, con i canali National Geographic, si punta molto a produzioni originali italiane ma di respiro internazionale: «Dopo i prodotti su Totò Riina e su Maradona, molto apprezzati all'estero, nel 2019 abbiamo realizzato il docufilm Where are you, dedicato alle storie degli immigrati sul barcone fotografato da Massimo Sestini, e il documentario sul crollo del ponte Morandi a Genova. Al momento, invece, stiamo lavorando a Ocean's breath, il respiro dell'oceano, con il tema della deforestazione in Amazzonia ma pure della morte dei coralli, partendo dal fatto che le Dolomiti, in origine, stavano sotto il mare e altro non erano che enormi montagne di coralli. Tutti progetti italiani che poi, grazie al network National Geographic, andranno nel mondo». Tornando a Extravergine, dove protagonista è Lodovica Comello, bisogna evidenziare come la nuova serie tv sia una operazione piuttosto originale nel panorama italiano: dal punto di vista visivo ricorda molto il mondo dei social, si fa un largo utilizzo degli hashtag, c'è tanto colore, i formati sono piuttosto brevi e di agevole consumo pure sui device digitali (dove Auditel ora rileva gli ascolti). Inoltre esce in tv il 9 ottobre dopo che, lo scorso 19 settembre, è già andato in libreria Extravergine, un libro-prequel sulle avventure di Dafne (il personaggio interpretato dalla Comello). E per il lancio della serie tv si sono realizzati pure appositi fumetti veicolati sul web: «Quando lavoriamo ai prodotti scripted», conclude Saba, «partiamo ovviamente dalla idea, dal quid. Poi, per?), sviluppiamo un progetto circolare: ovviamente il nostro modello di business resta la pay tv, e quindi Extravergine deve piacere in primis agli abbonati di Sky. Ma pub avere una sua vita sul digitale, è diventato un libro, potrà diventare un film. Di sicuro Extravergine ha già un suo piglio internazionale: lo vedo vicino al mondo di Almodovar, esportabile in Spagna e nei mercati latinoamericani dove peraltro la Comello è una star (per la serie Violetta di Disney channel, ndr)»
Etichette:
Alessandro Saba,
Boris,
Disney,
Extravergine,
Ferzan Ozpetek,
Fox,
Grey's Anatomy,
Lodovica Comello,
network,
NEWS,
Roberta Torre,
Romolo+Giuly,
Shonda Rhimes,
Sky,
Violetta
mercoledì 13 giugno 2018
NEWS - Netflix, il mistero dei numeri ne accresce il culto. Ma il portafogli?
Articolo di Mariarosa Mancuso per "Il Foglio"
Lo stato dell'arte - titolo alternativo: "Di cosa parliamo quando parliamo di Netflix" - viene ampiamente illustrato in un articolo di Josef Adalian sul New York Magazine. Il giornalista ha partecipato alle riunioni dirigenziali, ha raccolto storie di successo e di insuccesso. Ma neppure lui è riuscito a farsi dire quale serie Netflix ha avuto più pubblico, e quanti milioni di spettatori ha messo insieme. I dirigenti sparano solo l'ordine di grandezza, ipotecando con ottimismo il tempo libero degli abbonati e dei familiari: "Possiamo dire un picco potenziale di 40 o 50 milioni nel mondo", buttano lì. "E' capitato", garantiscono. Ma bocche cucite sul titolo. Per certificare che nel mondo Netflix non esistono privilegiati, giurano di non dare i dati di audience neppure a Shonda Rhimes o a Ryan Murphy, strappati alla concorrenza con contratti milionari (più milionari di quelli firmati con la concorrenza). Non daranno i numeri neppure al regista da Oscar Guillermo Del Toro, arruolato per girare la serie horror "10 After Midnight". Diciamo "sì" in una Hollywood costruita sul "no": ecco l'ultima vanteria. Malignamente si potrebbe dire che l'abbonato-spettatore se n'era accorto dalla quantità di film e serie che ogni mese vengono annunciati, di produzione propria o comprati belli e pronti come "La casa di carta". Si parla di 1000 - mille - titoli originali per il 2018. Cifra da spendere: 8 miliardi. Ted Sarandos, capo dei contenuti, non è il solo a dire tanti sì. Sotto di lui, hanno licenza di approvazione un paio di livelli gerarchici, con portafogli diversificati: chi può dare il via a uno show da 3 milioni di dollari non pub fare altrettanto se il budget si aggira sui 10 milioni. Pub farlo anche se Sarandos in persona scuote la testa: "non mi convince". E' accaduto con "American Vandal", finto documentario d'inchiesta su un liceale accusato di aver disegnato cazzetti sulle auto di 27 insegnanti. Un certo coraggio ci voleva per difendere il progetto. Ostinazione premiata, sta arrivando la seconda stagione. "Però risparmiamo sui pilot" insistono da Netflix, facendo saltare un passaggio tradizionale nelle televisioni via cavo e via antenna. Un tempo si sceglieva la sceneggiatura, poi veniva finanziato e girato l'episodio pilota, che aveva un suo tasso di mortalità (tra le serie soffocate in culla, "Le correzioni" dal romanzo di Jonathan Franzen, accantonata dalla Hbo dopo il pilot con Ewan McGregor e Maggie Gyllenhaal). Ragionamento - dicono - da buon padre di famiglia, applicato anche alle serie ottimamente recensite ma cancellate per scarso rendimento (l'intera baracca non rende, al momento, ma ci penseranno a mercato conquistato). Regge invece "Santa Clarita Diet" con Drew Barrymore, madre di famiglia zombie che preferisce le dita umane alle patate fritte (nelle Filippine vanno pazzi per la serie, mentre "Tredici" ha la stessa percentuale di spettatori in India e negli Usa). "Inside the Binge Factory" - ma la copertina del settimanale strilla "Netflix Is Watching You, Too", se non ci spiano almeno un po' non ci divertiamo - regala qualche parola chiave. "Completion", per esempio: misura quanto velocemente gli spettatori consumano la stagione. Tra gli altri dati raccolti e preziosamente gestiti, gli episodi che vengono lasciati a metà (pessimo segno) e le scelte fatte dai nuovi abbonati nel primo mese. La mega-ditta con un piede nella Silicon Valley e l'altro a Hollywood garantisce che sesso, età, e altri dati da vecchi pubblicitari non contano. Conta di più quel che hai guardato finora.
Articolo di Mariarosa Mancuso per "Il Foglio"
Lo stato dell'arte - titolo alternativo: "Di cosa parliamo quando parliamo di Netflix" - viene ampiamente illustrato in un articolo di Josef Adalian sul New York Magazine. Il giornalista ha partecipato alle riunioni dirigenziali, ha raccolto storie di successo e di insuccesso. Ma neppure lui è riuscito a farsi dire quale serie Netflix ha avuto più pubblico, e quanti milioni di spettatori ha messo insieme. I dirigenti sparano solo l'ordine di grandezza, ipotecando con ottimismo il tempo libero degli abbonati e dei familiari: "Possiamo dire un picco potenziale di 40 o 50 milioni nel mondo", buttano lì. "E' capitato", garantiscono. Ma bocche cucite sul titolo. Per certificare che nel mondo Netflix non esistono privilegiati, giurano di non dare i dati di audience neppure a Shonda Rhimes o a Ryan Murphy, strappati alla concorrenza con contratti milionari (più milionari di quelli firmati con la concorrenza). Non daranno i numeri neppure al regista da Oscar Guillermo Del Toro, arruolato per girare la serie horror "10 After Midnight". Diciamo "sì" in una Hollywood costruita sul "no": ecco l'ultima vanteria. Malignamente si potrebbe dire che l'abbonato-spettatore se n'era accorto dalla quantità di film e serie che ogni mese vengono annunciati, di produzione propria o comprati belli e pronti come "La casa di carta". Si parla di 1000 - mille - titoli originali per il 2018. Cifra da spendere: 8 miliardi. Ted Sarandos, capo dei contenuti, non è il solo a dire tanti sì. Sotto di lui, hanno licenza di approvazione un paio di livelli gerarchici, con portafogli diversificati: chi può dare il via a uno show da 3 milioni di dollari non pub fare altrettanto se il budget si aggira sui 10 milioni. Pub farlo anche se Sarandos in persona scuote la testa: "non mi convince". E' accaduto con "American Vandal", finto documentario d'inchiesta su un liceale accusato di aver disegnato cazzetti sulle auto di 27 insegnanti. Un certo coraggio ci voleva per difendere il progetto. Ostinazione premiata, sta arrivando la seconda stagione. "Però risparmiamo sui pilot" insistono da Netflix, facendo saltare un passaggio tradizionale nelle televisioni via cavo e via antenna. Un tempo si sceglieva la sceneggiatura, poi veniva finanziato e girato l'episodio pilota, che aveva un suo tasso di mortalità (tra le serie soffocate in culla, "Le correzioni" dal romanzo di Jonathan Franzen, accantonata dalla Hbo dopo il pilot con Ewan McGregor e Maggie Gyllenhaal). Ragionamento - dicono - da buon padre di famiglia, applicato anche alle serie ottimamente recensite ma cancellate per scarso rendimento (l'intera baracca non rende, al momento, ma ci penseranno a mercato conquistato). Regge invece "Santa Clarita Diet" con Drew Barrymore, madre di famiglia zombie che preferisce le dita umane alle patate fritte (nelle Filippine vanno pazzi per la serie, mentre "Tredici" ha la stessa percentuale di spettatori in India e negli Usa). "Inside the Binge Factory" - ma la copertina del settimanale strilla "Netflix Is Watching You, Too", se non ci spiano almeno un po' non ci divertiamo - regala qualche parola chiave. "Completion", per esempio: misura quanto velocemente gli spettatori consumano la stagione. Tra gli altri dati raccolti e preziosamente gestiti, gli episodi che vengono lasciati a metà (pessimo segno) e le scelte fatte dai nuovi abbonati nel primo mese. La mega-ditta con un piede nella Silicon Valley e l'altro a Hollywood garantisce che sesso, età, e altri dati da vecchi pubblicitari non contano. Conta di più quel che hai guardato finora.
Etichette:
10 After Midnight,
Drew Barrymore,
Ewan McGregor,
Guillermo del Toro,
L'EDICOLA DI LOU,
Maggie Gyllenhaal,
Mariarosa Mancuso,
Netflix,
NEWS,
Ryan Murphy,
Santa Clarita Diet,
Shonda Rhimes,
Ted Sarandos,
Tredici
venerdì 20 aprile 2018
NEWS - Netflix, l'ultimo trimestre è da record! Ricavi aumentati del 40% nonostante il flusso di cassa negativo e gli investimenti futuri di 8 miliardi di dollari in produzioni originali
Articolo tratto da "Italia Oggi"
Al momento il modello Netflix non solo regge ma pigia anche sull'acceleratore: il primo trimestre si chiude con risultati complessivamente oltre le previsioni del mercato. I ricavi aumentano del 40% sui 3,7 miliardi di dollari (pari a 3 miliardi di euro), spinti dalla crescita degli utenti e dal ritocco all'insù dei prezzi degli abbonamenti a fine 2017. In tutto il servizio streaming di tv on demand guidato da Reed Hastings ha attirato 7,4 milioni di nuovi utenti (+43% anno su anno), mentre 6,35 milioni erano quelli attesi. Precisamente dei 7,42 milioni 1,96 milioni arrivano dal mercato domestico degli Stati Uniti, i restanti 5,46 milioni da tutti gli altri mercati. Le precedenti proiezioni si fermavano sugli 1,45 milioni negli Usa, sui 4,9 milioni all'estero. Quindi la crescita oltre le previsioni è stata confermata su entrambi i fronti, nonostante i rialzi delle tariffe che portano il business a stelle e strisce a valere 1,82 miliardi di dollari (1,5 miliardi di euro) con un prezzo medio intorno agli 11 dollari (8,9 euro) e il giro d'affari nel resto del mondo (Italia compresa) a quota 1,78 miliardi (1,4 miliardi di euro) un'offerta sui 7,3 euro (nella Penisola a partire da 8 euro). Scendendo infine lungo il conto economico al 31 marzo scorso, Netflix è riuscita a migliorare il risultato operativo che è salito sui 446,6 milioni di dollari (361,5 milioni di euro) dai precedenti 257 milioni (208 milioni di euro). L'utile netto supera le attese (282 mln di dollari) e oltrepassa la soglia dei 290 milioni di dollari (quasi 235 milioni di euro), rispetto ai 178,2 milioni al 31 marzo 2017 (oltre 144 milioni di euro). Di contro, il free cash flow (flusso di cassa) è negativo per 286,5 milioni di euro (231,9 milioni di euro), era negativo per 2 miliardi di dollari (1,6 miliardi di euro) già a fine 2017 e si stima sarà pari a -3/-4 miliardi nel 2019 (-2,4/-3,2 miliardi di euro). Infatti i debiti a lungo termine hanno superato i 6,5 miliardi di dollari, pari a meno di 3,4 miliardi di dollari un anno prima (rispettivamente 5,3 e 2,7 con miliardi di euro). Eppure gli analisti non sembrano preoccupati dal fatto che il servizio streaming non riesca a finanziarsi con la vendita dei propri film e serie tv. Anzi, come ammesso dalla stessa Netflix, le attese sono per un flusso di cassa che rimarrà negativo ancora «per molti anni». In parallelo, ha ancora ampi margini di crescita sul fronte dei sottoscrittori (fino a 300 milioni globali prima che il mercato sia saturo dagli attuali 125 mln, stando ad alcuni studi di mercato). E anche sul fronte dei prezzi ci sono margini di rialzo. A conferma, ieri, il titolo è salito fino al +7,9% dopo la pubblicazione dei risultati nel primo trimestre. Hastings sa bene, però, che per aumentare i prezzi e non perdere pubblico occorre investire sul valore percepito dai sottoscrittori. Ecco perché ha deciso di spendere oltre 8 miliardi di dollari (6,5 miliardi di euro) in produzioni originali, di cui una quota crescente per i nonanglofoni e in particolare per gli ispanici. Altrettanto sta ingaggiando i principali sceneggiatori, tra cui Shonda Rhimes (Grey's Anatomy) e Ryan Murphy (Nip/Tuck e American Crime Story). Importanti saranno poi gli investimenti in tecnologia per migliorare la visione dei film. Per quanto riguarda i nuovi utenti, infine, Netflix non li andrà a prendere da sola o solo grazie a partnership con nuovi alleati come Sky, ma persino attraverso alleanze con i suoi ex competitor diretti come Comcast (con T Mobile e Altice le intese sono già state formalizzate). Così facendo possono essere al rialzo pure le previsioni per il secondo trimestre 2018: fatturato da 4 miliardi di dollari, 6,2 milioni di nuovi utenti (1,2 mln Usa + 5 mln mondiali) e un utile da 358 milioni di dollari. Un'ultima battuta Hastings la riserva agli organizzatori del Festival di Cannes, che hanno varato nuove regole per cui i fim non possono uscire prima online e poi nei cinema. Semplice la risposta di Netflix: «ci dispiace, promuoveremo le nostre produzioni in altri festival».
Articolo tratto da "Italia Oggi"
Al momento il modello Netflix non solo regge ma pigia anche sull'acceleratore: il primo trimestre si chiude con risultati complessivamente oltre le previsioni del mercato. I ricavi aumentano del 40% sui 3,7 miliardi di dollari (pari a 3 miliardi di euro), spinti dalla crescita degli utenti e dal ritocco all'insù dei prezzi degli abbonamenti a fine 2017. In tutto il servizio streaming di tv on demand guidato da Reed Hastings ha attirato 7,4 milioni di nuovi utenti (+43% anno su anno), mentre 6,35 milioni erano quelli attesi. Precisamente dei 7,42 milioni 1,96 milioni arrivano dal mercato domestico degli Stati Uniti, i restanti 5,46 milioni da tutti gli altri mercati. Le precedenti proiezioni si fermavano sugli 1,45 milioni negli Usa, sui 4,9 milioni all'estero. Quindi la crescita oltre le previsioni è stata confermata su entrambi i fronti, nonostante i rialzi delle tariffe che portano il business a stelle e strisce a valere 1,82 miliardi di dollari (1,5 miliardi di euro) con un prezzo medio intorno agli 11 dollari (8,9 euro) e il giro d'affari nel resto del mondo (Italia compresa) a quota 1,78 miliardi (1,4 miliardi di euro) un'offerta sui 7,3 euro (nella Penisola a partire da 8 euro). Scendendo infine lungo il conto economico al 31 marzo scorso, Netflix è riuscita a migliorare il risultato operativo che è salito sui 446,6 milioni di dollari (361,5 milioni di euro) dai precedenti 257 milioni (208 milioni di euro). L'utile netto supera le attese (282 mln di dollari) e oltrepassa la soglia dei 290 milioni di dollari (quasi 235 milioni di euro), rispetto ai 178,2 milioni al 31 marzo 2017 (oltre 144 milioni di euro). Di contro, il free cash flow (flusso di cassa) è negativo per 286,5 milioni di euro (231,9 milioni di euro), era negativo per 2 miliardi di dollari (1,6 miliardi di euro) già a fine 2017 e si stima sarà pari a -3/-4 miliardi nel 2019 (-2,4/-3,2 miliardi di euro). Infatti i debiti a lungo termine hanno superato i 6,5 miliardi di dollari, pari a meno di 3,4 miliardi di dollari un anno prima (rispettivamente 5,3 e 2,7 con miliardi di euro). Eppure gli analisti non sembrano preoccupati dal fatto che il servizio streaming non riesca a finanziarsi con la vendita dei propri film e serie tv. Anzi, come ammesso dalla stessa Netflix, le attese sono per un flusso di cassa che rimarrà negativo ancora «per molti anni». In parallelo, ha ancora ampi margini di crescita sul fronte dei sottoscrittori (fino a 300 milioni globali prima che il mercato sia saturo dagli attuali 125 mln, stando ad alcuni studi di mercato). E anche sul fronte dei prezzi ci sono margini di rialzo. A conferma, ieri, il titolo è salito fino al +7,9% dopo la pubblicazione dei risultati nel primo trimestre. Hastings sa bene, però, che per aumentare i prezzi e non perdere pubblico occorre investire sul valore percepito dai sottoscrittori. Ecco perché ha deciso di spendere oltre 8 miliardi di dollari (6,5 miliardi di euro) in produzioni originali, di cui una quota crescente per i nonanglofoni e in particolare per gli ispanici. Altrettanto sta ingaggiando i principali sceneggiatori, tra cui Shonda Rhimes (Grey's Anatomy) e Ryan Murphy (Nip/Tuck e American Crime Story). Importanti saranno poi gli investimenti in tecnologia per migliorare la visione dei film. Per quanto riguarda i nuovi utenti, infine, Netflix non li andrà a prendere da sola o solo grazie a partnership con nuovi alleati come Sky, ma persino attraverso alleanze con i suoi ex competitor diretti come Comcast (con T Mobile e Altice le intese sono già state formalizzate). Così facendo possono essere al rialzo pure le previsioni per il secondo trimestre 2018: fatturato da 4 miliardi di dollari, 6,2 milioni di nuovi utenti (1,2 mln Usa + 5 mln mondiali) e un utile da 358 milioni di dollari. Un'ultima battuta Hastings la riserva agli organizzatori del Festival di Cannes, che hanno varato nuove regole per cui i fim non possono uscire prima online e poi nei cinema. Semplice la risposta di Netflix: «ci dispiace, promuoveremo le nostre produzioni in altri festival».
giovedì 5 aprile 2018
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani
CORRIERE DELLA SERA
Con "9-1-1" Murphy tenta di essere popolare senza banalità
"'9-1-1' è il titolo della nuova serie firmata da Ryan Murphy, uno dei più importanti autori della tv americana di oggi (Fox Life, martedì sera). Il termine autore è da leggersi come showrunner, quella personalità creativa e manageriale che ha la responsabilità finale sulla serie (in Italia è un ruolo che ancora fatica ad affermarsi nonostante qualche tentativo). Recentemente Murphy ha fatto molto parlare firmando un accordo per passare da Fox a Netflix. Il suo è il secondo caso dopo quello di Shonda Rhimes, a testimonianza che la competizione tra questi colossi mediali si gioca molto sul talento dei creativi, risorsa scarsa e preziosa. Murphy è in effetti uno degli autori contemporanei più prolifici: ha ideato Nip/Tuck e Glee, ha curato serie di prestigio come American Horror Story, Feud, Scream Queens. Quello che stupisce è la sua capacità di parlare a più destinatari: serie più raffinate e «di nicchia», pensate per un pubblico abituato alle sfide della complessità, vedi il caso recente di American Crime Story - Versace (che non ha pienamente convinto). E serie più popolari, potremmo dire generaliste, destinate a un pubblico più largo ma non meno esigente. È il caso appunto di Nine One One, la serie dedicata alle operazioni di salvataggio condotte da vari corpi specializzati: i First Responder del gu, i vigili del fuoco, la polizia. La struttura è quella classica dei «procedurali», casi di puntata che si aprono e chiudono e, a fare da collante, le vicende private dei soccorritori, che spesso aiutano il prossimo anche per non pensare ai drammi personali: dipendenze, matrimoni in crisi, familiari ammalati. Come se lenire le sofferenze altrui fosse un balsamo per le proprie. La sfida è ancora più difficile che parlare alle nicchie: essere popolari senza cedere alla banalità. Certo, un cast di primo piano che va da Angela Basset a Peter Krause aiuta e non poco". (Aldo Grasso)
CORRIERE DELLA SERA
Con "9-1-1" Murphy tenta di essere popolare senza banalità
"'9-1-1' è il titolo della nuova serie firmata da Ryan Murphy, uno dei più importanti autori della tv americana di oggi (Fox Life, martedì sera). Il termine autore è da leggersi come showrunner, quella personalità creativa e manageriale che ha la responsabilità finale sulla serie (in Italia è un ruolo che ancora fatica ad affermarsi nonostante qualche tentativo). Recentemente Murphy ha fatto molto parlare firmando un accordo per passare da Fox a Netflix. Il suo è il secondo caso dopo quello di Shonda Rhimes, a testimonianza che la competizione tra questi colossi mediali si gioca molto sul talento dei creativi, risorsa scarsa e preziosa. Murphy è in effetti uno degli autori contemporanei più prolifici: ha ideato Nip/Tuck e Glee, ha curato serie di prestigio come American Horror Story, Feud, Scream Queens. Quello che stupisce è la sua capacità di parlare a più destinatari: serie più raffinate e «di nicchia», pensate per un pubblico abituato alle sfide della complessità, vedi il caso recente di American Crime Story - Versace (che non ha pienamente convinto). E serie più popolari, potremmo dire generaliste, destinate a un pubblico più largo ma non meno esigente. È il caso appunto di Nine One One, la serie dedicata alle operazioni di salvataggio condotte da vari corpi specializzati: i First Responder del gu, i vigili del fuoco, la polizia. La struttura è quella classica dei «procedurali», casi di puntata che si aprono e chiudono e, a fare da collante, le vicende private dei soccorritori, che spesso aiutano il prossimo anche per non pensare ai drammi personali: dipendenze, matrimoni in crisi, familiari ammalati. Come se lenire le sofferenze altrui fosse un balsamo per le proprie. La sfida è ancora più difficile che parlare alle nicchie: essere popolari senza cedere alla banalità. Certo, un cast di primo piano che va da Angela Basset a Peter Krause aiuta e non poco". (Aldo Grasso)
Etichette:
911,
Aldo Grasso,
American Horror Story,
Feud,
Glee,
L'EDICOLA DI LOU,
Netflix,
network,
Nip/Tuck,
Ryan Murphy,
Scream Queens,
Shonda Rhimes,
The Assassination of Gianni Versace
venerdì 23 marzo 2018
GOSSIP - Clamoroso al Cibali! Isaiah Washington accusa: "fatto fuori da 'Grey's Anatomy' per razzismo...e Shonda Rhimes lo sapeva!"
News tratta da "TMZ"
News tratta da "TMZ"
Isaiah Washington insists he was ousted from "Grey's Anatomy" in 2007 over false accusations fueled by an allegedly racist ABC exec ... and he says Shonda Rhimes knows it too, and has his back. The actor tells us Shonda -- creator and exec producer of 'Grey's' -- has "nothing good to say" about ABC or its exec VP, Howard Davine. He also says Shonda believes Davine should be investigated for his "racist, biased behavior." What Isaiah's suggesting is pretty explosive. First, that the stories about him making homophobic comments on the 'Grey's' set were lies to get him blackballed in Hollywood. Second, Shonda, the queen of TGIT, taking a stand against ABC says a lot. She's the network's biggest content creator, and if she's calling out one of its execs ... y'know she's pissed. Isaiah says a whistleblower tipped him off to Davine's alleged actions, and now he's hoping the Time's Up movement or others get on board with his fight. We've reached out to Shonda's office several times, but so far no word back.
mercoledì 28 febbraio 2018
Chiamate il 911!
— Leo Damerini (@LeoDamerini) 27 febbraio 2018
Ryan Murphy ha il morbo di #shondaland e da #AHSCult a #TheAssassinationofGianniVersace non ne azzecca più (91)uno.
mercoledì 21 febbraio 2018
NEWS - Fermate "Grey's Anatomy"! Una ricerca medica lo accusa: "è diseducativo e crea false speranze"
News tratta da "Il Giornale"
"E' un po' come la critica che si sente, spesso, ai vestiti che sfilano in passerella: vanno bene solo alle modelle. Poi alle donne «normali»... Che è un modo per lamentarsi, in realtà, non degli abiti impossibili da infilare (e portare), bensi delle modelle, non democraticamente, esageratamente belle. Ecco, cosi un gruppo di scienziati, in un ricerca pubblicata sulla rivista on line specializzata Trauma Surgery e Acute Care Open ha analizzato Grey's Anatomy, che è la regina delle serie tv del genere medical drama, mosso dalla «percezione» (così recita l'estratto dell'articolo) che «la rappresentazione nelle fiction televisive dell'ospedalizzazione dopo una ferita sia fuorviante». Tradotto, gli scienziati che non somigliano al perfetto ormai ex protagonista Derek Shepherd e alla lagnosa ma brillante Meredith Grey e neanche al tormentatissimo (e adorabile) Alex Karev, proprio come le donne «normali» non somigliano a quelle che indossano veli striminziti in passerella, si lamentano del fatto che gli spettatori, dopo avere guardato una puntata di Grey's Anatomy con i loro beniamini che armeggiano in sala operatoria e hanno idee geniali per salvare la vita a pazienti con patologie incredibili e storie familiari da soap opera, si illudano di entrare in ospedale e vivere la stessa esperienza. In particolare per quanto riguarda i tempi di recupero che, secondo gli studiosi un po' rosiconi, non corrisponderebbero affatto a quelli normali. La ricerca ha preso in esame 269 puntate delle prime dodici stagioni; e ha confrontato i traumi subiti da duecentonovanta pazienti (per fiction) con quelli reali, vissuti da 4.812 pazienti registrati nel National Trauma Databank del 2012. Risultati: il tasso di mortalità nella serie di Shonda Rhimes è molto più elevato che nella realtà (22 per cento contro 7 per cento); nella fiction, il 71 per cento delle persone che si trova in una situazione di emergenza finisce direttamente in sala operatoria, mentre nella realtà questo accade solo nel 25 per cento dei casi (è logico: se non operassero mai, che medical drama sarebbe?); poi, nel post-operatorio, solo il sei per cento di chi ha subito un trauma viene trasferito in una struttura di assistenza, contro il 22 per cento di casi «veri», cosi come addirittura metà dei feriti gravi trascorre meno di una settimana nell'ospedale di Meredith eco, quando nella realtà questo capita soltanto a un ferito grave su cinque. E in questo starebbe appunto l'illusione, per pazienti e familiari: che il recupero sia immediato, quasi miracoloso, mentre nella realtà avviene in modo molto più lento e faticoso. Però gli autori ribadiscono che, nella fiction, serve sempre l'«eccezionalità». Anche a scapito delle aspettative, che sono destinate a essere tradite per conto proprio...".
News tratta da "Il Giornale"
"E' un po' come la critica che si sente, spesso, ai vestiti che sfilano in passerella: vanno bene solo alle modelle. Poi alle donne «normali»... Che è un modo per lamentarsi, in realtà, non degli abiti impossibili da infilare (e portare), bensi delle modelle, non democraticamente, esageratamente belle. Ecco, cosi un gruppo di scienziati, in un ricerca pubblicata sulla rivista on line specializzata Trauma Surgery e Acute Care Open ha analizzato Grey's Anatomy, che è la regina delle serie tv del genere medical drama, mosso dalla «percezione» (così recita l'estratto dell'articolo) che «la rappresentazione nelle fiction televisive dell'ospedalizzazione dopo una ferita sia fuorviante». Tradotto, gli scienziati che non somigliano al perfetto ormai ex protagonista Derek Shepherd e alla lagnosa ma brillante Meredith Grey e neanche al tormentatissimo (e adorabile) Alex Karev, proprio come le donne «normali» non somigliano a quelle che indossano veli striminziti in passerella, si lamentano del fatto che gli spettatori, dopo avere guardato una puntata di Grey's Anatomy con i loro beniamini che armeggiano in sala operatoria e hanno idee geniali per salvare la vita a pazienti con patologie incredibili e storie familiari da soap opera, si illudano di entrare in ospedale e vivere la stessa esperienza. In particolare per quanto riguarda i tempi di recupero che, secondo gli studiosi un po' rosiconi, non corrisponderebbero affatto a quelli normali. La ricerca ha preso in esame 269 puntate delle prime dodici stagioni; e ha confrontato i traumi subiti da duecentonovanta pazienti (per fiction) con quelli reali, vissuti da 4.812 pazienti registrati nel National Trauma Databank del 2012. Risultati: il tasso di mortalità nella serie di Shonda Rhimes è molto più elevato che nella realtà (22 per cento contro 7 per cento); nella fiction, il 71 per cento delle persone che si trova in una situazione di emergenza finisce direttamente in sala operatoria, mentre nella realtà questo accade solo nel 25 per cento dei casi (è logico: se non operassero mai, che medical drama sarebbe?); poi, nel post-operatorio, solo il sei per cento di chi ha subito un trauma viene trasferito in una struttura di assistenza, contro il 22 per cento di casi «veri», cosi come addirittura metà dei feriti gravi trascorre meno di una settimana nell'ospedale di Meredith eco, quando nella realtà questo capita soltanto a un ferito grave su cinque. E in questo starebbe appunto l'illusione, per pazienti e familiari: che il recupero sia immediato, quasi miracoloso, mentre nella realtà avviene in modo molto più lento e faticoso. Però gli autori ribadiscono che, nella fiction, serve sempre l'«eccezionalità». Anche a scapito delle aspettative, che sono destinate a essere tradite per conto proprio...".
venerdì 19 gennaio 2018
GOSSIP - Pompeo meravigliao! La protagonista di "Grey's Anatomy" è l'attrice più pagata della prima serata Usa: "sono la numero uno e me lo merito!"
Ellen Pompeo is on the cover of THR‘s new issue discussing her reworked deal to pay her $575,000 per episode on Grey’s Anatomy (totaling over $20 million per year), making her the highest-paid actress on a primetime drama. Here’s what the star had to share with the mag:
On how Patrick Dempsey leaving the show changed things: For me, Patrick [Dempsey] leaving the show [in 2015] was a defining moment, deal-wise. They could always use him as leverage against me — ‘We don’t need you; we have Patrick’ — which they did for years. I don’t know if they also did that to him, because he and I never discussed our deals. There were many times where I reached out about joining together to negotiate, but he was never interested in that. At one point, I asked for $5,000 more than him just on principle, because the show is Grey’s Anatomy and I’m Meredith Grey. They wouldn’t give it to me. And I could have walked away, so why didn’t I? It’s my show; I’m the number one. I’m sure I felt what a lot of these other actresses feel: Why should I walk away from a great part because of a guy? You feel conflicted but then you figure, “I’m not going to let a guy drive me out of my own house.”
Ellen Pompeo is on the cover of THR‘s new issue discussing her reworked deal to pay her $575,000 per episode on Grey’s Anatomy (totaling over $20 million per year), making her the highest-paid actress on a primetime drama. Here’s what the star had to share with the mag:
On how Patrick Dempsey leaving the show changed things: For me, Patrick [Dempsey] leaving the show [in 2015] was a defining moment, deal-wise. They could always use him as leverage against me — ‘We don’t need you; we have Patrick’ — which they did for years. I don’t know if they also did that to him, because he and I never discussed our deals. There were many times where I reached out about joining together to negotiate, but he was never interested in that. At one point, I asked for $5,000 more than him just on principle, because the show is Grey’s Anatomy and I’m Meredith Grey. They wouldn’t give it to me. And I could have walked away, so why didn’t I? It’s my show; I’m the number one. I’m sure I felt what a lot of these other actresses feel: Why should I walk away from a great part because of a guy? You feel conflicted but then you figure, “I’m not going to let a guy drive me out of my own house.”
On how she negotiated her record-breaking new deal: “What happened is that I went to Shonda and I said, ‘If you’re moving on to Netflix and you want the show to go down, I’m cool with that. But if you want it to continue, I need to be incentivized. I need to feel empowered and to feel ownership of this show.’”
On her meeting with Harvey Weinstein: “My agent once sent me to see Harvey, too. I went right up to his room at the Peninsula, which I would never normally do, but Harvey was a New York guy, so it made sense. Plus, it was in the middle of the day, and he had an assistant there. He didn’t try anything on me. Had he, I’m a little rough around the edges and I grew up around some very tough people, so I probably would have picked up a vase and cracked him over the f*cking head. But I also feel completely comfortable saying that I walked into that room batting the shit out of my eyelashes. My goal in that room was to charm him, as it is in most rooms like that.”
For more from Ellen, and to find out the full details of her money incentives on the show, visit HollywoodReporter.com. Ellen‘s new deal is for two more seasons.
lunedì 23 ottobre 2017
NEWS - Achtung compagni! Facebook e Snapchat all'assalto delle serie tv con l'ingaggio di Kerry Washington, il reboot di una serie norvegese cult e un accordo storico...LEGGI QUI
lunedì 4 settembre 2017
NEWS - Shonda La-Land! Ecco cosa porta in dote la Rhimes nello storico approdo a Netflix
Articolo tratto da "Il Foglio"
"Cosa porta in dote Shonda Rhimes a Netflix, traslocando dalla Abc con le sue armi e suoi bagagli? Leggi: lo smisurato talento e la casa di produzione ShondaLand, che ha come logo un cuore circondato da un ottovolante. L'ultima volta che abbiamo sentito un nome proprio attaccato a "land" - dopo Disneyland si intende, e la Abc appartiene proprio al gruppo Disney - era per identificare il territorio dove Graham Greene ambienta i suoi romanzi: consoli ubriaconi, venditori di aspirapolvere arruolati come agenti segreti, personaggi annegati nella colpa come i cetrioli nell'aceto. "Greeneland", appunto. A una donna nera di 35 anni - tanti ne aveva quando fondò la società di produzione - serve un bella dose di sfacciataggine per dichiarare: con le mie parole ho fabbricato un universo che non c'era, e di quell'universo sarò la regina incontrastata. Da ragazzina sognava di essere Toni Morrison, e quando finalmente da grande incontrò il premio Nobel, scopri che la scrittrice di "Amatissima" voleva parlare soltanto di "Grey's Anatomy". Come accadde nell'altro celebre incontro tra un premio Nobel e un lavoratore dello spettacolo: Groucho Marx andò a cena con T. S. Eliot dopo aver ripassato per bene "La terra desolata", e scopri che il poeta sapeva a memoria "anche le battute dei miei film che avevo dimenticato". Shonda Rhimes guadagnava dieci milioni di dollari all'anno: ben spesi, si calcola che abbia fatto guadagnare all'emittente due miliardi di dollari negli ultimi quindici anni. La cifra del nuovo accordo non è ancora resa nota, né da lei né da Ted Sarandos, Chief content officer che sta facendo per Netflix una campagna acquisti senza precedenti. Senza precedenti è anche il passaggio di una showrunner dalla televisione generalista - non una tv via cavo, che punta sugli abbonati e può osare in termini di contenuti - a una piattaforma che distribuisce contenuti in streaming. Alla Abc Shonda Rhimes aveva conquistato lo spazio che in gergo ormai si chiama Tgit. Sta per "Thank God It's Tuesday": al giovedì era programmata "Grey's Anatomy" (da 14 stagioni), seguita da "Scandal", prima serie con una protagonista nera - e verrebbe voglia di aggiungere ricca e di successo - dagli anni Settanta (sei stagioni, la settima a ottobre). Dal 2014 i giovedì a Shondaland si completano con "How To Get Away With Murder", condensato per l'hashtag in #HTGAWM. Un legal thriller, con studenti della facoltà di Legge allenati - non si trova altro termine: li interroga a bruciapelo, li fa gareggiare tra loro sullo stesso caso - da Annalise Keating (l'attrice è Viola Davis). Una brillante avvocatessa nera che si trova implicata in un delitto: nel campus a Philadelphia circola una sua foto con la scritta "killer". Serve per misurare la distanza da Perry Mason, che non poteva essere neppure sospettato. E dal cinema che arranca, a Natale vedremo "Delitto sull'Orient Express" diretto da Kenneth Branagh che dopo essersi dilettato con Shakespeare ripiega su Agata Christie. Se la annunciano come "la più importante showrunner donna e nera", lei fa cancellare "donna" e "nera" (in effetti, non se ne vedono tanti altri all'orizzonte). Le serie già avviate resteranno alla Abc, con Netflix il futuro è da inventare. C'è da immaginare - per esempio - come il binge watching (tutte le puntate di una serie rilasciate in un sol colpo) potrà conciliarsi con il seguito che Shonda Rhimes ha sui social. Vedere una serie ogni giovedì, tutti insieme, fa comunità e produce tweet. Vederlo da soli, nelle dosi che uno preferisce, non produce lo stesso effetto". (Mariarosa Mancuso)
Articolo tratto da "Il Foglio"
"Cosa porta in dote Shonda Rhimes a Netflix, traslocando dalla Abc con le sue armi e suoi bagagli? Leggi: lo smisurato talento e la casa di produzione ShondaLand, che ha come logo un cuore circondato da un ottovolante. L'ultima volta che abbiamo sentito un nome proprio attaccato a "land" - dopo Disneyland si intende, e la Abc appartiene proprio al gruppo Disney - era per identificare il territorio dove Graham Greene ambienta i suoi romanzi: consoli ubriaconi, venditori di aspirapolvere arruolati come agenti segreti, personaggi annegati nella colpa come i cetrioli nell'aceto. "Greeneland", appunto. A una donna nera di 35 anni - tanti ne aveva quando fondò la società di produzione - serve un bella dose di sfacciataggine per dichiarare: con le mie parole ho fabbricato un universo che non c'era, e di quell'universo sarò la regina incontrastata. Da ragazzina sognava di essere Toni Morrison, e quando finalmente da grande incontrò il premio Nobel, scopri che la scrittrice di "Amatissima" voleva parlare soltanto di "Grey's Anatomy". Come accadde nell'altro celebre incontro tra un premio Nobel e un lavoratore dello spettacolo: Groucho Marx andò a cena con T. S. Eliot dopo aver ripassato per bene "La terra desolata", e scopri che il poeta sapeva a memoria "anche le battute dei miei film che avevo dimenticato". Shonda Rhimes guadagnava dieci milioni di dollari all'anno: ben spesi, si calcola che abbia fatto guadagnare all'emittente due miliardi di dollari negli ultimi quindici anni. La cifra del nuovo accordo non è ancora resa nota, né da lei né da Ted Sarandos, Chief content officer che sta facendo per Netflix una campagna acquisti senza precedenti. Senza precedenti è anche il passaggio di una showrunner dalla televisione generalista - non una tv via cavo, che punta sugli abbonati e può osare in termini di contenuti - a una piattaforma che distribuisce contenuti in streaming. Alla Abc Shonda Rhimes aveva conquistato lo spazio che in gergo ormai si chiama Tgit. Sta per "Thank God It's Tuesday": al giovedì era programmata "Grey's Anatomy" (da 14 stagioni), seguita da "Scandal", prima serie con una protagonista nera - e verrebbe voglia di aggiungere ricca e di successo - dagli anni Settanta (sei stagioni, la settima a ottobre). Dal 2014 i giovedì a Shondaland si completano con "How To Get Away With Murder", condensato per l'hashtag in #HTGAWM. Un legal thriller, con studenti della facoltà di Legge allenati - non si trova altro termine: li interroga a bruciapelo, li fa gareggiare tra loro sullo stesso caso - da Annalise Keating (l'attrice è Viola Davis). Una brillante avvocatessa nera che si trova implicata in un delitto: nel campus a Philadelphia circola una sua foto con la scritta "killer". Serve per misurare la distanza da Perry Mason, che non poteva essere neppure sospettato. E dal cinema che arranca, a Natale vedremo "Delitto sull'Orient Express" diretto da Kenneth Branagh che dopo essersi dilettato con Shakespeare ripiega su Agata Christie. Se la annunciano come "la più importante showrunner donna e nera", lei fa cancellare "donna" e "nera" (in effetti, non se ne vedono tanti altri all'orizzonte). Le serie già avviate resteranno alla Abc, con Netflix il futuro è da inventare. C'è da immaginare - per esempio - come il binge watching (tutte le puntate di una serie rilasciate in un sol colpo) potrà conciliarsi con il seguito che Shonda Rhimes ha sui social. Vedere una serie ogni giovedì, tutti insieme, fa comunità e produce tweet. Vederlo da soli, nelle dosi che uno preferisce, non produce lo stesso effetto". (Mariarosa Mancuso)
martedì 15 agosto 2017
NEWS - Shonda Rhimes lascia ABC per Netflix? Ecco perché i grandi showrunner mollano i network generalisti
Articolo tratto da "Vulture"
Articolo tratto da "Vulture"
For networks and their affiliated studios, finding a way to hold on to top-tier talent used to be a relatively simple proposition. Big producer threatening to jump to another company? Back up a Brinks truck. And if money alone wasn’t the only concern, offer the talent more “creative freedom,” usually by guaranteeing a certain number of “straight-to-series” projects so her ideas won’t have to go through the usual (and often demoralizing) pilot process. As important as both those factors remain in talent negotiations, Shonda Rhimes’s just-announced decision to sign with Netflix and leave ABC/Disney points to a bleak new reality for old-school broadcasters trying to hold on to big names. For some Hollywood creatives, particularly those at the peak of their careers, offers of big bucks and promises of creative autonomy aren’t enough to overcome the view that network television is now the least attractive medium in which to work. Rhimes didn’t leave just leave ABC. She left network TV. As financially lucrative as broadcast remains, the trade-offs seem increasingly not worth it for showrunners such as Rhimes, who chafe at its many downsides. Instead of making anywhere from 8 to 13 episodes per year, broadcast producers often have to churn out two dozen episodes each season. Content restrictions mandated by advertisers and the government give creators less storytelling freedom. Shorter and shorter episodic lengths, the result of networks trying to squeeze in even more commercials, mean stories often need to be rushed. Talking to The Wall Street Journal about her decision, Rhimes strongly hinted that these fundamental differences between making a show for a broadcaster and for a streamer such as Netflix drove her to depart. “I’m thrilled by the idea of a world where I’m not caught in the necessary grind of network television,” she told the newspaper. Keep in mind, Rhimes already had about as much creative freedom as any producer currently working in linear TV today enjoys. She had basically stopped taking most (if not all) notes from her bosses at the network and studio. Even after her drama The Catch had clearly failed to connect with audiences, ABC ordered a second season of the show and gave Rhimes time to overhaul the premise. (It still didn’t work.) Still, even if her superstar status understandably forced ABC to give Rhimes more room to make shows the way she wanted to, she was still mostly making shows by network TV rules.
By contrast, streaming networks in general offer producers a completely different creative playground. Netflix lets Masters of None’s Aziz Ansari and Alan Yang imagine a comedy in which every episode feels like a new, mini–independent film. Amazon gives Jill Soloway the freedom to tell a story like that at the heart of Transparent, an idea that wouldn’t make it past the pitch stage at a broadcaster. And the all-episodes-at-once model pioneered by Netflix gives creators the opportunity to engage audiences in immersive viewing experiences designed to be digested over the course of a few days rather than via the relatively glacial pace of a weekly release. Linear networks such as HBO and FX obviously offer some of the same freedoms as a Netflix, and even broadcasters have pushed their own boundaries to allow for creative innovation (think ABC’s own American Crime). A streamer like Netflix, however, offers all of these innovations, in addition to a global reach unmatched by linear networks and a deep, deep pocketbook with which to fund creators’ visions. For a few years now, the stark differences between the network and Netflix models of television have made it more difficult for broadcasters to attract top names. Networks struggle like never before to find interesting and well-known actors in their shows each pilot season because so many stars now want to work on streaming shows. As one exec told Vulture last year, “The talent wants to go to the fancy-schmancy new kids on the block.” (And if a streaming series isn’t an option, a premium or basic cable show often comes before broadcast these days.) The Rhimes deal shows how streaming fever may now be spreading beyond younger, fresher talent to creators who are already successful veterans in the network world. While this is clearly a problem for broadcasters, particularly a struggling network such as ABC, it’s also important to not assume it spells doom for linear TV. There are still plenty of talented producers willing — even eager — to work in a medium where even the least successful series reaches far more viewers than most cable shows and the likely audience for streaming shows. Plus, networks have proven time and again they’re able to adapt to new threats. Basic cable was supposed to spell the end for broadcast; it didn’t. HBO’s late-1990s golden age (Sex and the City, The Sopranos) was seen by some as a sign great writers would never again work for one of the Big Four, but then some relative unknowns named J.J. Abrams, Damon Lindelof, Marc Cherry, and, yes, Shonda Rhimes created Lost, Desperate Housewives, and Grey’s Anatomy, all of which premiered in the same 2004–05 season.
Things are far tougher for broadcasters than they were even ten years ago, of course. Younger viewers in particular have nearly given up watching scripted shows via linear television. Advertisers are moving their money elsewhere. But plenty of folks still do have a nightly TV habit, and like the Big Three automakers who’ve managed to (mostly) stay afloat despite decades of foreign threats, broadcasters have proven themselves exceedingly resourceful over the years. Pundits have predicted the death of network TV forever, but so far, network TV has always found a way to survive.
Etichette:
addii,
Aziz Ansari,
Damon Lindelof,
Grey's Anatomy,
J.J. Abrams,
L'EDICOLA DI LOU,
Lost,
Marc Cherry,
Masters of None,
Netflix,
network,
NEWS,
Shonda Rhimes,
The Catch,
Transparent
giovedì 13 aprile 2017
NEWS - Clamoroso al Cibali! Originariamente Olivia Pope di "Scandal" doveva essere bianca e interpretata da Connie Britton!
News tratta da "Vulture"
Before Kerry Washington donned Olivia Pope’s white hat, ABC pushed for Connie Britton to be Washington D.C.’s leading fixer. In an oral history gathered by The Hollywood Reporter, Shonda Rhimes recalled Scandal’s most important casting decision: picking Pope. Rhimes said she felt certain that Olivia was a black woman, especially since the character was inspired by real-life D.C. crisis fixer Judy Smith. “Nothing felt more important than the sense of outsiderness,” Rhimes said. “I didn’t know that there hadn’t been a drama series with a leading black woman for 37 years. When the show got picked up [to pilot], I got a phone call from somebody who said, ‘This would be the perfect show for Connie Britton.’ I said, ‘It would be, except Olivia Pope is black.’” ABC also suggested Britton: “The network was reading us their top choices,” casting director Linda Lowey said, “and it was Connie and all white women. I panicked. Somebody finally piped up, ‘We’re going to have to redo this list.’” After auditioning Jill Scott and Anika Noni Rose, they hired Kerry Washington. The rest is history, but Washington agreed that the Nashville star would have been a sensible choice: “This would have been a great role for Connie Britton!” she said.
News tratta da "Vulture"
Before Kerry Washington donned Olivia Pope’s white hat, ABC pushed for Connie Britton to be Washington D.C.’s leading fixer. In an oral history gathered by The Hollywood Reporter, Shonda Rhimes recalled Scandal’s most important casting decision: picking Pope. Rhimes said she felt certain that Olivia was a black woman, especially since the character was inspired by real-life D.C. crisis fixer Judy Smith. “Nothing felt more important than the sense of outsiderness,” Rhimes said. “I didn’t know that there hadn’t been a drama series with a leading black woman for 37 years. When the show got picked up [to pilot], I got a phone call from somebody who said, ‘This would be the perfect show for Connie Britton.’ I said, ‘It would be, except Olivia Pope is black.’” ABC also suggested Britton: “The network was reading us their top choices,” casting director Linda Lowey said, “and it was Connie and all white women. I panicked. Somebody finally piped up, ‘We’re going to have to redo this list.’” After auditioning Jill Scott and Anika Noni Rose, they hired Kerry Washington. The rest is history, but Washington agreed that the Nashville star would have been a sensible choice: “This would have been a great role for Connie Britton!” she said.
sabato 11 febbraio 2017
News: #ABC Renews ‘Grey’s Anatomy,’ ‘Scandal’ and ‘How To Get Away With Murder’ for New Seasons.https://t.co/9Ykw0gxtYY via @variety
— AccademiaTelefilm (@AcademyTelefilm) 10 febbraio 2017
martedì 21 giugno 2016
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
"Rosewood", tendenza afroamericana anche nei crime
"'Rosewood' è la nuova serie poliziesca partita su Fox Crime (il venerdi alle 21.00). Il dottor Beaumont Rosewood (l'attore Morris Chestnut) è uno dei più brillanti patologi di Miami. Quando la polizia si trova di fronte a casi apparentemente irrisolvibili richiede la sua consulenza: grazie alle più sofisticate attrezzature tecnologiche presenti nel suo studio e soprattutto grazie al suo intuito infallibile, i corpi delle vittime di presunti omicidi diventano fondamentali indizi da decifrare. Ogni minimo segno che la vita ha lasciato sul corpo umano diventa per Rosewood una chiave per spiegarne la morte. Il fascino della serie si gioca su sue piani: da un lato, la ricostruzione dei casi di omicidio attraverso il lavoro del patologo. I riferimenti non troppo nascosti sono quelli delle scene del crimine analizzate dagli esperti di «CSI», dello studio delle tracce di sangue fatto da Dexter, persino della logica deduttiva usata dal Dottor House per guarire i pazienti affetti dalle malattie più rare. Dall'altro il personaggio di Rosewood, un uomo dal carattere brillante, ottimista e amante della vita, parecchio egocentrico (è uno che si definisce "il Beethoven dei patologi") ed eccellente nel suo lavoro: il suo stretto rapporto con la morte, che analizza tutti i giorni, è forse dovuto a un complesso problema cardiaco che presenta dall'infanzia e che minaccia di ucciderlo da un momento all'altro. Quando la detective Annalise Villa si trasferisce a Miami e inizia a collaborare con Rosewood, è presto chiaro che il rapporto non sarà solo di tipo professionale. Sia l'interprete principale, sia molti comprimari di «Rosewood» sono afroamericani: è una tendenza vista negli USA anche con altre serie di successo, da «Empire» a quelle firmate da Shonda Rhimes («Scandal», «Le regole del delitto perfetto»), capaci di rappresentare professionisti affermati e di successo non solo provenienti dal mondo WASP". (Aldo Grasso, 20.06.2016)
CORRIERE DELLA SERA
"Rosewood", tendenza afroamericana anche nei crime
"'Rosewood' è la nuova serie poliziesca partita su Fox Crime (il venerdi alle 21.00). Il dottor Beaumont Rosewood (l'attore Morris Chestnut) è uno dei più brillanti patologi di Miami. Quando la polizia si trova di fronte a casi apparentemente irrisolvibili richiede la sua consulenza: grazie alle più sofisticate attrezzature tecnologiche presenti nel suo studio e soprattutto grazie al suo intuito infallibile, i corpi delle vittime di presunti omicidi diventano fondamentali indizi da decifrare. Ogni minimo segno che la vita ha lasciato sul corpo umano diventa per Rosewood una chiave per spiegarne la morte. Il fascino della serie si gioca su sue piani: da un lato, la ricostruzione dei casi di omicidio attraverso il lavoro del patologo. I riferimenti non troppo nascosti sono quelli delle scene del crimine analizzate dagli esperti di «CSI», dello studio delle tracce di sangue fatto da Dexter, persino della logica deduttiva usata dal Dottor House per guarire i pazienti affetti dalle malattie più rare. Dall'altro il personaggio di Rosewood, un uomo dal carattere brillante, ottimista e amante della vita, parecchio egocentrico (è uno che si definisce "il Beethoven dei patologi") ed eccellente nel suo lavoro: il suo stretto rapporto con la morte, che analizza tutti i giorni, è forse dovuto a un complesso problema cardiaco che presenta dall'infanzia e che minaccia di ucciderlo da un momento all'altro. Quando la detective Annalise Villa si trasferisce a Miami e inizia a collaborare con Rosewood, è presto chiaro che il rapporto non sarà solo di tipo professionale. Sia l'interprete principale, sia molti comprimari di «Rosewood» sono afroamericani: è una tendenza vista negli USA anche con altre serie di successo, da «Empire» a quelle firmate da Shonda Rhimes («Scandal», «Le regole del delitto perfetto»), capaci di rappresentare professionisti affermati e di successo non solo provenienti dal mondo WASP". (Aldo Grasso, 20.06.2016)
Etichette:
Aldo Grasso,
CSI: Scena del crimine,
Dexter,
Dr. House,
Empire,
How To Get Away with Murder,
L'EDICOLA DI LOU,
Morris Chestnut,
network,
Rosewood,
Scandal,
Shonda Rhimes
martedì 7 giugno 2016
NEWS - "I personaggi LGBT lottano due volte, per l'amore e contro i pregiudizi". La "Lexa Pledge" conquista l'attenzione del "Corriere della Sera"
Articolo tratto dal "Corriere della Sera"
La televisione spesso si rivela per quella che è: uno specchio. E lo stesso fanno i numeri: leggerli non fa che restituire un’immagine molto chiara. Sono 18 mila i personaggi eterosessuali che compaiono nelle serie tv, appena 383 invece quelli appartenenti alla comunità Lgtb: e di questi ben 156 sono stati uccisi. Una sproporzione. Confermata anche da altre percentuali: l’89% delle serie tv non ha personaggi omo o bisessuali. E nell’11% rimanente solo il 16% delle storie si è concluso con un lieto fine. Ma qualcosa si muove e ora sotto la spinta della ribellione di molti fan, autori e produttori hanno promosso una raccolta firme (riuniti nel gruppo «Lgtb Fans Deserve Better», ossia meritano il meglio) stanchi di vedere la morte di personaggi televisivi gay e chiedono — con tanto di appello in un video che ricostruisce i numeri di questa discriminazione — che i personaggi che rappresentano la comunità Lgtb vengano trattati con più rispetto. Hanno redatto anche un impegno scritto in 7 punti il cui scopo è quello che «la comunità queer sia equamente rappresentata in tv». La goccia che ha fatto traboccare il vaso (e chi vuole evitare spoiler su The 100 non continui a leggere) è stata la morte di Lexa, la lesbica interpretata da Alycia Debnam-Carey nella serie che in Italia va in onda su Premium Action (la terza stagione inedita da settembre). Lexa era un personaggio chiave, fatto sparire di scena come è accaduto nel tempo a storici protagonisti paladini dei diritti arcobaleno: Marissa (Mischa Barton) in The O.C., Tara (Amber Benson) in Buffy l’ammazzavampiri, Tricia (Madeline Brewer) in Orange Is the New Black, Denise (Merritt Wever) in The Walking Dead.
Certo la prossima polemica sembra già vicina (e qui invece non legga chi vuole evitare spoiler su Grey’s Anatomy):
la dottoressa lesbica Callie Torres (interpretata da Sara Ramirez)
sembra pronta a lasciare dopo 10 anni la serie ideata da Shonda Rhimes.
La dodicesima stagione vedrà infatti la sua uscita (come, non si sa
ancora). L’attrice si prenderà una pausa (dunque in futuro potrebbe
anche tornare) e all’origine della scelta c’è prosaicamente il fatto che
le parti non hanno chiuso un nuovo accordo in vista della scadenza del
contratto a giugno. In questo caso ragioni economiche, di fatto un’altra
storia senza lieto fine.
Articolo tratto dal "Corriere della Sera"
La televisione spesso si rivela per quella che è: uno specchio. E lo stesso fanno i numeri: leggerli non fa che restituire un’immagine molto chiara. Sono 18 mila i personaggi eterosessuali che compaiono nelle serie tv, appena 383 invece quelli appartenenti alla comunità Lgtb: e di questi ben 156 sono stati uccisi. Una sproporzione. Confermata anche da altre percentuali: l’89% delle serie tv non ha personaggi omo o bisessuali. E nell’11% rimanente solo il 16% delle storie si è concluso con un lieto fine. Ma qualcosa si muove e ora sotto la spinta della ribellione di molti fan, autori e produttori hanno promosso una raccolta firme (riuniti nel gruppo «Lgtb Fans Deserve Better», ossia meritano il meglio) stanchi di vedere la morte di personaggi televisivi gay e chiedono — con tanto di appello in un video che ricostruisce i numeri di questa discriminazione — che i personaggi che rappresentano la comunità Lgtb vengano trattati con più rispetto. Hanno redatto anche un impegno scritto in 7 punti il cui scopo è quello che «la comunità queer sia equamente rappresentata in tv». La goccia che ha fatto traboccare il vaso (e chi vuole evitare spoiler su The 100 non continui a leggere) è stata la morte di Lexa, la lesbica interpretata da Alycia Debnam-Carey nella serie che in Italia va in onda su Premium Action (la terza stagione inedita da settembre). Lexa era un personaggio chiave, fatto sparire di scena come è accaduto nel tempo a storici protagonisti paladini dei diritti arcobaleno: Marissa (Mischa Barton) in The O.C., Tara (Amber Benson) in Buffy l’ammazzavampiri, Tricia (Madeline Brewer) in Orange Is the New Black, Denise (Merritt Wever) in The Walking Dead.
Negli Stati Uniti la questione è diventata tema di dibattito. Tanto che il creatore di The 100 Jason
Rothenberg ha dovuto fare pubblica ammenda: «Non c’è mai un’unanimità
nelle scelte degli sceneggiatori di una serie. Ognuno sottopone la
propria, ma poi tocca a me scegliere. Nel mondo del nostro telefilm
nessuno è al sicuro e ogni personaggio, anche se apprezzato, può morire,
in qualsiasi momento. Ci sono diverse ragioni per cui questa puntata è
stata pensata in questo modo: pratiche (un’attrice lasciava lo show
perché impegnata anche in Fear the Walking Dead),
creative (è una storia sulla reincarnazione) e tematiche (è uno show
sulla sopravvivenza). Nonostante le mie ragioni, scrivo e produco
televisione per il mondo reale, dove esistono luoghi comuni negativi. E
mi dispiace molto per non essermene pienamente reso conto. Sapendo ciò
che so ora, la morte di Lexa sarebbe stata messa in scena diversamente».
Leo Damerini, autore del Dizionario dei Telefilm
(Garzanti), dà una lettura del fenomeno: «In generale i personaggi Lgtb
devono lottare due volte: per il loro amore personale e contro i
pregiudizi sociali. Hanno relazioni più tormentate, e spesso soccombono.
C’è una visone sadica e molto pratica in questo da parte degli
sceneggiatori americani: i loro tormenti appassionano il doppio, portano
i telespettatori ad affezionarsi più rapidamente, sull’onda dei recenti
movimenti che inneggiano alla parità, per poi celebrare funerali che
diventano eventi epocali, perdite che colpiscono nel profondo. Perché
non si perdono solo personaggi, ma più spesso bandiere e simboli».
Etichette:
Alycia Debnam-Carey,
Amber Benson,
Buffy,
Dizionario dei Telefilm,
Grey's Anatomy,
Jason Rothenberg,
Leo Damerini,
NEWS,
Orange is the new Black,
Sara Ramirez,
Shonda Rhimes,
The 100,
The Walking Dead
giovedì 5 maggio 2016
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
"The Catch", lo Shondaland che non convince
"Una Shonda un po' di maniera, tra spy story e soap opera. The Catch narra le avventure (e disavventure) di Alice Vaughan (Mireille Enos), l'investigatrice privata più glamour di Los Angeles. La sua agenzia ha i più importanti clienti della città, ma un cedimento sentimentale fa saltare il banco. Quando a pochi giorni dal matrimonio il suo fidanzato Benjamin Jones (Peter Krause) scompare nel nulla senza lasciare traccia, Alice non ha il tempo di piangere la fine di un amore: una colossale truffa rischia di rovinarle vita e carriera (FoxLife, lunedì, ore 22). The Catch è Shonda Rhimes (Grey's Anatomy, Scandal, Le Regole del delitto perfetto), nel senso che nessuna serie è così marchiata e individuabile come quelle che scrive Shonda. Lei stessa ha teorizzato la costruzione dell'universo Shondaland: «Scrivere per la tv è totalmente diverso dallo scrivere per il cinema. Un film è la visione diretta del suo regista, ma il medium televisivo appartiene agli sceneggiatori: quando uno dei miei show va in onda è esattamente come l'avevo immaginato». Anche qui la storia principale, che ha per protagonista una donna che ricopre un ruolo di responsabilità, non risparmia intrighi e sentimenti, colpi di scena ed emozioni, abiti firmati e passioni travolgenti. C'è però un indizio tecnico poco convincente: l'uso esagerato dello split screen (lo schermo frazionato in diverse inquadrature), quasi a voler tenere insieme più storie che rischiano di sfuggire di mano. Senza rivelare nulla, The Catch si regge su opposizioni. Il famoso Mister X che la Anderson/Vaughan Investigations tenta di smascherare è anche l'uomo di cui Alice è innamorata, peraltro contraccambiata. La caccia al ladro è anche caccia all'amore. La solare ambientazione californiana, un po' plasticosa, stinge ogni contrasto in commedia, o quasi. E non c'è niente di più difficile che costruire un giallo svelando sin dalla prima puntata il garbuglio". (Aldo Grasso, 04.05.2016)
CORRIERE DELLA SERA
"The Catch", lo Shondaland che non convince
"Una Shonda un po' di maniera, tra spy story e soap opera. The Catch narra le avventure (e disavventure) di Alice Vaughan (Mireille Enos), l'investigatrice privata più glamour di Los Angeles. La sua agenzia ha i più importanti clienti della città, ma un cedimento sentimentale fa saltare il banco. Quando a pochi giorni dal matrimonio il suo fidanzato Benjamin Jones (Peter Krause) scompare nel nulla senza lasciare traccia, Alice non ha il tempo di piangere la fine di un amore: una colossale truffa rischia di rovinarle vita e carriera (FoxLife, lunedì, ore 22). The Catch è Shonda Rhimes (Grey's Anatomy, Scandal, Le Regole del delitto perfetto), nel senso che nessuna serie è così marchiata e individuabile come quelle che scrive Shonda. Lei stessa ha teorizzato la costruzione dell'universo Shondaland: «Scrivere per la tv è totalmente diverso dallo scrivere per il cinema. Un film è la visione diretta del suo regista, ma il medium televisivo appartiene agli sceneggiatori: quando uno dei miei show va in onda è esattamente come l'avevo immaginato». Anche qui la storia principale, che ha per protagonista una donna che ricopre un ruolo di responsabilità, non risparmia intrighi e sentimenti, colpi di scena ed emozioni, abiti firmati e passioni travolgenti. C'è però un indizio tecnico poco convincente: l'uso esagerato dello split screen (lo schermo frazionato in diverse inquadrature), quasi a voler tenere insieme più storie che rischiano di sfuggire di mano. Senza rivelare nulla, The Catch si regge su opposizioni. Il famoso Mister X che la Anderson/Vaughan Investigations tenta di smascherare è anche l'uomo di cui Alice è innamorata, peraltro contraccambiata. La caccia al ladro è anche caccia all'amore. La solare ambientazione californiana, un po' plasticosa, stinge ogni contrasto in commedia, o quasi. E non c'è niente di più difficile che costruire un giallo svelando sin dalla prima puntata il garbuglio". (Aldo Grasso, 04.05.2016)
martedì 29 marzo 2016
GOSSIP - Keep mom and Kerry on! La Washington su "Elle": "Scandal mi ha aiutata nella maternità"
Kerry
Washington looks so sultry on the cover of Elle
magazine’s April 2016 issue, on newsstands. Here’s what the 39-year-old Scandal star
had to share with the mag:
On speaking for what she believes in:
“I’m a person who’s always been politically active and passionate about
people’s rights. I marched against the [2004] Republican Convention. And as my
career has expanded, it’s been important for me to not stifle that voice.
Because you want to be popular, you want people to hire you, and I have to make
sure I don’t do it less because I’m an actor.”
On how playing Olivia Pope helped her with
motherhood: “Even though Olivia Pope has obviously made the decision
that she is not a mom…playing her made me feel like I could be a mom. Because
she knows there’s always another way—there’s always a way to fix it, there’s
always a way to solve it, to win. And I feel like playing her made me feel
like, All right, I can do it. I will figure out how to juggle it all.”
On her mentor/boss Shonda
Rhimes: “She’s been such an amazing resource, as a mom, and as a
working mom…I am on one show and I have one kid, and she has three shows and
three kids.”
For more from Kerry, visit Elle.com.
mercoledì 18 novembre 2015
NEWS - Achtung, ci sono un traditore e una Miss Mondo tra le reclute del FBI! Con Priyanka Chopra in "Quantico", ecco la serie più inverosimile sul terrorismo dopo l'11 settembre 2001
(ANSA) - Lotta al terrorismo e intrighi internazionali, sospetti e passioni travolgenti: thriller politico e sexy romance si incrociano in "Quantico", la serie evento della Abc, ambientata nel mondo delle reclute dell'Accademia Fbi e creata da Joshua Safran (Gossip Girl e Smash), che debutta in Italia in prima visione assoluta su Fox (canale 112 di Sky) da stasera,18 novembre il mercoledi' alle 21. Il titolo e' preso in prestito dalla citta' della Virginia che ospita, oltre a una delle piu' grandi basi al mondo dei marines, l'Accademia dell'Fbi e l'Fbi Laboratory. E' qui che arriva un gruppo eterogeneo di giovani reclute, le piu' sveglie e brillanti dell'intera base, per le 21 settimane di addestramento che faranno di loro i prossimi agenti speciali d'America. Ci sono la figlia di immigrati indiani Alex Parrish (Priyanka Chopra, gia' Miss Mondo nel 2000 e star di Bollywood), un mormone, un'ispanica e una musulmana con il velo, due ragazzi gay, l'ex reginetta di bellezza e un reduce di guerra. Uno di loro - e tocca proprio ad Alex - sara' sospettato di essere la mente del piu' grande attacco terroristico contro gli Stati Uniti dopo l'11 settembre. Obiettivo, la stazione centrale di New York. Il tempo dell'azione oscilla avanti e indietro con il racconto in flashback della vita delle reclute, a suggerire che le risposte alle indagini arriveranno dal passato dei raMargazzi. Un meccanismo applicato con successo da Shonda Rhimes nell'acclamata serie Le regole del delitto perfetto. Ma in Quantico c'e' anche un po' di Homeland, tra spy story, armi di distruzione di massa, politica, fanatismo e paura post 11 settembre, e le tematiche emotive e passionali alla Grey's Anatomy. Non a caso uno dei produttori esecutivi, Mark Gordon, e' noto per il suo contributo a serie come la stessa Grey's Anatomy o Criminal Minds. Nel cast spicca Priyanka Chopra, "la donna piu' bella d'Asia": attrice, modella e cantante indiana, ha all'attivo collaborazioni con will.i.am e Pitbull. Accanto a lei Josh Hopkins, Jake McLaughlin, Aunjanue Ellis, Yasmine Al Massri, Johanna Braddy, Tate Ellington, Graham Rogers. Guest star di uno degli episodi, Anne Heche nei panni di un'ex agente e medico legale diventata autrice bestseller e opinionista. Massiccia la campagna di lancio ideata e realizzata da Fox International Channels: oltre alla tv (sui canali Fox e Sky), quotidiani, magazine, radio, web, affissioni e retrobus, ma anche una serie di iniziative sui social media e sul web con un mini-sito dedicato, contenuti speciali e curiosita'. Previsto anche un gioco interattivo: in una corsa contro il tempo, l'utente potra' mettersi alla prova con il countdown di una bomba da disinnescare.
(ANSA) - Lotta al terrorismo e intrighi internazionali, sospetti e passioni travolgenti: thriller politico e sexy romance si incrociano in "Quantico", la serie evento della Abc, ambientata nel mondo delle reclute dell'Accademia Fbi e creata da Joshua Safran (Gossip Girl e Smash), che debutta in Italia in prima visione assoluta su Fox (canale 112 di Sky) da stasera,18 novembre il mercoledi' alle 21. Il titolo e' preso in prestito dalla citta' della Virginia che ospita, oltre a una delle piu' grandi basi al mondo dei marines, l'Accademia dell'Fbi e l'Fbi Laboratory. E' qui che arriva un gruppo eterogeneo di giovani reclute, le piu' sveglie e brillanti dell'intera base, per le 21 settimane di addestramento che faranno di loro i prossimi agenti speciali d'America. Ci sono la figlia di immigrati indiani Alex Parrish (Priyanka Chopra, gia' Miss Mondo nel 2000 e star di Bollywood), un mormone, un'ispanica e una musulmana con il velo, due ragazzi gay, l'ex reginetta di bellezza e un reduce di guerra. Uno di loro - e tocca proprio ad Alex - sara' sospettato di essere la mente del piu' grande attacco terroristico contro gli Stati Uniti dopo l'11 settembre. Obiettivo, la stazione centrale di New York. Il tempo dell'azione oscilla avanti e indietro con il racconto in flashback della vita delle reclute, a suggerire che le risposte alle indagini arriveranno dal passato dei raMargazzi. Un meccanismo applicato con successo da Shonda Rhimes nell'acclamata serie Le regole del delitto perfetto. Ma in Quantico c'e' anche un po' di Homeland, tra spy story, armi di distruzione di massa, politica, fanatismo e paura post 11 settembre, e le tematiche emotive e passionali alla Grey's Anatomy. Non a caso uno dei produttori esecutivi, Mark Gordon, e' noto per il suo contributo a serie come la stessa Grey's Anatomy o Criminal Minds. Nel cast spicca Priyanka Chopra, "la donna piu' bella d'Asia": attrice, modella e cantante indiana, ha all'attivo collaborazioni con will.i.am e Pitbull. Accanto a lei Josh Hopkins, Jake McLaughlin, Aunjanue Ellis, Yasmine Al Massri, Johanna Braddy, Tate Ellington, Graham Rogers. Guest star di uno degli episodi, Anne Heche nei panni di un'ex agente e medico legale diventata autrice bestseller e opinionista. Massiccia la campagna di lancio ideata e realizzata da Fox International Channels: oltre alla tv (sui canali Fox e Sky), quotidiani, magazine, radio, web, affissioni e retrobus, ma anche una serie di iniziative sui social media e sul web con un mini-sito dedicato, contenuti speciali e curiosita'. Previsto anche un gioco interattivo: in una corsa contro il tempo, l'utente potra' mettersi alla prova con il countdown di una bomba da disinnescare.
domenica 25 ottobre 2015
Mrs. @shondarhimes rifarà #RomeoAndJuliet.
Spoiler: uno dei due muore. L'altro/a lo imita. L'autore è già morto.
#shondaland
— Leo Damerini (@LeoDamerini) 23 Ottobre 2015
venerdì 23 ottobre 2015
News: Shondaland #RomeoandJuliet sequel series in the works at @ABC.
https://t.co/xZs9Q50IqS via @EW
— AccademiaTelefilm (@AcademyTelefilm) 23 Ottobre 2015
Iscriviti a:
Post (Atom)
"Il trivial game + divertente dell'anno" (Lucca Comics)
Il GIOCO DEI TELEFILM di Leopoldo Damerini e Fabrizio Margaria, nei migliori negozi di giocattoli: un viaggio lungo 750 domande divise per epoche e difficoltà. Sfida i tuoi amici/parenti/partner/amanti e diventa Telefilm Master. Disegni originali by Silver. Regolamento di Luca Borsa. E' un gioco Ghenos Games. http://www.facebook.com/GiocoDeiTelefilm. https://twitter.com/GiocoTelefilm
Lick it or Leave it!





















