NEWS - Achtung, compagni! Le piattaforme di streaming tipo Netflix e Amazon verso il pareggio con la pay tv (Sky): raddoppiati gli abbonamenti in un solo anno!
News tratta da "Il Sole 24 ore"
Manca poco al pareggio con i numeri della pay tv tradizionale. Qui gli abbonamenti in Italia si sono storicamente attestati attorno ai 6,5 milioni fra Sky e Mediaset Premium. Oggi le piattaforme di videostreaming arrivano a superare i 5 milioni. E il trend fa pensare al livello della pay come a un muro che sta per crollare. Del resto, l'impennata del video on demand è fuori discussione, anche in un Paese come l'Italia in cui ci si dibatte nelle sabbie mobili di una digitalizzazione che se da una parte mostra segnali di miglioramento come indicato dall'aumento dell'ultrabroadband (si veda Il Sole 24 Ore), dall'altra ha evidentemente enormi margini di crescita. A mettere in fila inumeri dell'avanzata anche in Italia di Netflix, Amazon Prime Video e delle altre piattaforme di videostreaming è EY con uno studio che tra gli sponsor ha Sky, Mediaset, Discovery, Vodafone. E i risultati lasciano poco spazio a dubbi: gli abbonamenti in Italia alle piattaforme di videostreaming a pagamento - EY cita Netflix, Amazon Prime Video, Timvision, Now Tv (Sky), Infinity (Mediaset), Eurosport Player - sono passati da 2,3 a 5,2 milioni. E tutto in un anno, fra giugno 2017 e giugno 2018. Numeri sui singoli operatori non ne sono forniti, ma a giudicare dalle indiscrezioni di mercato a farla da padrona è Netflix, in Italia da 3 anni. «Questi dati - spiega Fabrizio Pascale, Telco, Media e Technology Med Leader di EY- delineano un mercato dei servizi videostreaming in espansione, sia sul fronte dei servizi free offerti dai broadcaster televisivi sia a pagamento. Le crescite più importanti arrivano, però, dalle piattaforme pay che, a metà 2018, contavano oltre i 5 milioni di abbonati, più che raddoppiati nell'ultimo anno». Oltre al numero degli abbonamenti c'è anche da guardare al computo totale degli utenti (in famiglia a usufruire delle piattaforme può essere più di uno). In questo caso si passa da 4,3 a 8,3 milioni di utenti con un numero di sottoscrittori unici (che possono avere anche più di un abbonamento) pari a 4 milioni. EY nella sua indagine va poi anche oltre il video on demand "a pagamento" unendo i dati della parte free comprensiva di player come Youtube, Raiplay, Mediaset Play. E così, considerando chi «nell'ultima settimana ha guardato contenuti video attraverso Internet della durata di almeno 10 minuti», gli utenti free sono saliti in un anno da 17,6 a 20,9 milioni. ll che, considerando che utenti free e pay possono in parte coincidere, segnala 23,8 milioni di italiani che guardano video on demand: il 68% degli utenti internet totali. Tutte cifre, insomma, che fotografano anche per l'Italia quella che è una tendenza mondiale messa nero su bianco da diversi studi e istituti di ricerca. ITMedia Consulting, ad esempio, prevede che i ricavi totali del settore Vod (video on demand) nell'Europa occidentale aumenteranno rispetto ai 6,26 miliardi di euro del 2018, superando gli 8,8 miliardi nel 2021, con una crescita media annua, pur in un mercato prossimo alla maturità, ancora a doppia cifra: del 12 per cento. Dal Vod arriverà così un quarto dei ricavi del mercato payTv. L'Italia ha numeri ben più bassi rispetto ad altri Paesi d'Europa. Ma il trend è impetuoso. E così, stando sempre al rapporto"Video on Demand in Europe: 2018-2021", guardando al totale del video on demand - e dunque non solo Svod (servizi con abbonamento), ma anche Tvod (quello in cui si pagano le singole transazioni, erede dell'ormai scomparso home video) che non è stato considerato da EY- lapenetrazione sul totale dell'Europa Occidentale è del 26,6% in Uk, del 19,4% in Germania e del 4,6% in Italia che salirà all'8,3% nel 2021. Chiaro che con questi numeri il campanello d'allarme sia risuonato forte fra i player "tradizionali". La pay tv ad esempio, che ha prezzi per gli utenti più alti rispetto al Vod, sta cercando di trovare le migliori contromisure. In Italia anche il mondo del cinema ha alzato i toni e un decreto nei giorni scorsi ha stabilito che forme di incentivazione perle opere cinematografiche potranno esserci solo per quelle pellicole che non sceglieranno di approdare su piattaforme di videostreaming contemporaneamente alle sale. A livello mondiale Disney ha deciso di sottrarre a Netflix i propri film e le serie tv nel 2019, puntando su un proprio servizio che si chiamerà Disney+. E ancora: nel 2012 Ted Sarandos, chief content officer di Netflix, dichiarò che «l'obiettivo è diventare Hbo più velocemente di quanto Hbo possa diventare Netflix». Frase che poteva apparire sibillina allora, ma non certo oggi visto che la ATeT che ha acquisito la Time Warner punta, sempre per il 2019, a un servizio di streaming con i contenuti della"madre" di Game of Thrones. C'è poi il capitolo della lotta fra le stesse piattaforme: Amazon Prime Video sta crescendo e Walmart è pronta a entrare sul mercato. Intanto Netflix cresce e investe miliardi in contenuti lasciando però negli investitori il dubbio sulla sostenibilità del business a fronte di un indebitamento crescente. Che vincano o meno le Cassandre, è comunque certo che indietro non si torna.
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giovedì 29 novembre 2018
sabato 13 ottobre 2018
GOSSIP - Shonda su onda. La Rhimes si arrampica sui vetri su "Elle" sul motivo per il quale è passata a Netflix a suon di dollari: "ho avuto una visione e loro l'hanno accolta" (aka: non per soldi ma per denaro, poche balle...)
Shonda Rhimes looks radiant on the cover of one of Elle‘s eight Women in Hollywood covers, on newsstands October 23. Here is what the television producer – who is behind shows like Grey’s Anatomy and Scandal – had to share with the mag:
On her deal with Netflix: “I keep hearing about how I got lured away, as if somebody wagged a piece of candy in front of me. But really, it was me deciding I had a vision, and [Netflix’s chief content officer] Ted Sarandos shared that vision. I wanted to be able to decide what kind of shows we were going to make and how we were going to make them. So to have that kind of power has been an amazing experience so far. It’s also a little bit like Christmas because there’s a very ‘Yes, we can’ attitude. Almost so much that we have to be careful what we ask for, like, ‘Don’t ask for the moon, because they will build you the moon.’”.
mercoledì 13 giugno 2018
NEWS - Netflix, il mistero dei numeri ne accresce il culto. Ma il portafogli?
Articolo di Mariarosa Mancuso per "Il Foglio"
Lo stato dell'arte - titolo alternativo: "Di cosa parliamo quando parliamo di Netflix" - viene ampiamente illustrato in un articolo di Josef Adalian sul New York Magazine. Il giornalista ha partecipato alle riunioni dirigenziali, ha raccolto storie di successo e di insuccesso. Ma neppure lui è riuscito a farsi dire quale serie Netflix ha avuto più pubblico, e quanti milioni di spettatori ha messo insieme. I dirigenti sparano solo l'ordine di grandezza, ipotecando con ottimismo il tempo libero degli abbonati e dei familiari: "Possiamo dire un picco potenziale di 40 o 50 milioni nel mondo", buttano lì. "E' capitato", garantiscono. Ma bocche cucite sul titolo. Per certificare che nel mondo Netflix non esistono privilegiati, giurano di non dare i dati di audience neppure a Shonda Rhimes o a Ryan Murphy, strappati alla concorrenza con contratti milionari (più milionari di quelli firmati con la concorrenza). Non daranno i numeri neppure al regista da Oscar Guillermo Del Toro, arruolato per girare la serie horror "10 After Midnight". Diciamo "sì" in una Hollywood costruita sul "no": ecco l'ultima vanteria. Malignamente si potrebbe dire che l'abbonato-spettatore se n'era accorto dalla quantità di film e serie che ogni mese vengono annunciati, di produzione propria o comprati belli e pronti come "La casa di carta". Si parla di 1000 - mille - titoli originali per il 2018. Cifra da spendere: 8 miliardi. Ted Sarandos, capo dei contenuti, non è il solo a dire tanti sì. Sotto di lui, hanno licenza di approvazione un paio di livelli gerarchici, con portafogli diversificati: chi può dare il via a uno show da 3 milioni di dollari non pub fare altrettanto se il budget si aggira sui 10 milioni. Pub farlo anche se Sarandos in persona scuote la testa: "non mi convince". E' accaduto con "American Vandal", finto documentario d'inchiesta su un liceale accusato di aver disegnato cazzetti sulle auto di 27 insegnanti. Un certo coraggio ci voleva per difendere il progetto. Ostinazione premiata, sta arrivando la seconda stagione. "Però risparmiamo sui pilot" insistono da Netflix, facendo saltare un passaggio tradizionale nelle televisioni via cavo e via antenna. Un tempo si sceglieva la sceneggiatura, poi veniva finanziato e girato l'episodio pilota, che aveva un suo tasso di mortalità (tra le serie soffocate in culla, "Le correzioni" dal romanzo di Jonathan Franzen, accantonata dalla Hbo dopo il pilot con Ewan McGregor e Maggie Gyllenhaal). Ragionamento - dicono - da buon padre di famiglia, applicato anche alle serie ottimamente recensite ma cancellate per scarso rendimento (l'intera baracca non rende, al momento, ma ci penseranno a mercato conquistato). Regge invece "Santa Clarita Diet" con Drew Barrymore, madre di famiglia zombie che preferisce le dita umane alle patate fritte (nelle Filippine vanno pazzi per la serie, mentre "Tredici" ha la stessa percentuale di spettatori in India e negli Usa). "Inside the Binge Factory" - ma la copertina del settimanale strilla "Netflix Is Watching You, Too", se non ci spiano almeno un po' non ci divertiamo - regala qualche parola chiave. "Completion", per esempio: misura quanto velocemente gli spettatori consumano la stagione. Tra gli altri dati raccolti e preziosamente gestiti, gli episodi che vengono lasciati a metà (pessimo segno) e le scelte fatte dai nuovi abbonati nel primo mese. La mega-ditta con un piede nella Silicon Valley e l'altro a Hollywood garantisce che sesso, età, e altri dati da vecchi pubblicitari non contano. Conta di più quel che hai guardato finora.
Articolo di Mariarosa Mancuso per "Il Foglio"
Lo stato dell'arte - titolo alternativo: "Di cosa parliamo quando parliamo di Netflix" - viene ampiamente illustrato in un articolo di Josef Adalian sul New York Magazine. Il giornalista ha partecipato alle riunioni dirigenziali, ha raccolto storie di successo e di insuccesso. Ma neppure lui è riuscito a farsi dire quale serie Netflix ha avuto più pubblico, e quanti milioni di spettatori ha messo insieme. I dirigenti sparano solo l'ordine di grandezza, ipotecando con ottimismo il tempo libero degli abbonati e dei familiari: "Possiamo dire un picco potenziale di 40 o 50 milioni nel mondo", buttano lì. "E' capitato", garantiscono. Ma bocche cucite sul titolo. Per certificare che nel mondo Netflix non esistono privilegiati, giurano di non dare i dati di audience neppure a Shonda Rhimes o a Ryan Murphy, strappati alla concorrenza con contratti milionari (più milionari di quelli firmati con la concorrenza). Non daranno i numeri neppure al regista da Oscar Guillermo Del Toro, arruolato per girare la serie horror "10 After Midnight". Diciamo "sì" in una Hollywood costruita sul "no": ecco l'ultima vanteria. Malignamente si potrebbe dire che l'abbonato-spettatore se n'era accorto dalla quantità di film e serie che ogni mese vengono annunciati, di produzione propria o comprati belli e pronti come "La casa di carta". Si parla di 1000 - mille - titoli originali per il 2018. Cifra da spendere: 8 miliardi. Ted Sarandos, capo dei contenuti, non è il solo a dire tanti sì. Sotto di lui, hanno licenza di approvazione un paio di livelli gerarchici, con portafogli diversificati: chi può dare il via a uno show da 3 milioni di dollari non pub fare altrettanto se il budget si aggira sui 10 milioni. Pub farlo anche se Sarandos in persona scuote la testa: "non mi convince". E' accaduto con "American Vandal", finto documentario d'inchiesta su un liceale accusato di aver disegnato cazzetti sulle auto di 27 insegnanti. Un certo coraggio ci voleva per difendere il progetto. Ostinazione premiata, sta arrivando la seconda stagione. "Però risparmiamo sui pilot" insistono da Netflix, facendo saltare un passaggio tradizionale nelle televisioni via cavo e via antenna. Un tempo si sceglieva la sceneggiatura, poi veniva finanziato e girato l'episodio pilota, che aveva un suo tasso di mortalità (tra le serie soffocate in culla, "Le correzioni" dal romanzo di Jonathan Franzen, accantonata dalla Hbo dopo il pilot con Ewan McGregor e Maggie Gyllenhaal). Ragionamento - dicono - da buon padre di famiglia, applicato anche alle serie ottimamente recensite ma cancellate per scarso rendimento (l'intera baracca non rende, al momento, ma ci penseranno a mercato conquistato). Regge invece "Santa Clarita Diet" con Drew Barrymore, madre di famiglia zombie che preferisce le dita umane alle patate fritte (nelle Filippine vanno pazzi per la serie, mentre "Tredici" ha la stessa percentuale di spettatori in India e negli Usa). "Inside the Binge Factory" - ma la copertina del settimanale strilla "Netflix Is Watching You, Too", se non ci spiano almeno un po' non ci divertiamo - regala qualche parola chiave. "Completion", per esempio: misura quanto velocemente gli spettatori consumano la stagione. Tra gli altri dati raccolti e preziosamente gestiti, gli episodi che vengono lasciati a metà (pessimo segno) e le scelte fatte dai nuovi abbonati nel primo mese. La mega-ditta con un piede nella Silicon Valley e l'altro a Hollywood garantisce che sesso, età, e altri dati da vecchi pubblicitari non contano. Conta di più quel che hai guardato finora.
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mercoledì 21 marzo 2018
NEWS - Netflix non bada a spese! Per la 3° stagione di "Stranger Things" il giovane cast pagato 12 volte di più (esclusa la fuori quota Millie Bobbie Brown, con un cachet da...Sottosopra)
News tratta da "Uproxx"
No one, outside of Netflix CCO Ted Sarandos and maybe the company janitor who’s also an undercover hacker knows how popular Stranger Things is, outside of “very.” The company is that guarded about its ratings. So, it’s always a little surprising when specific numbers are attached to any Netflix series, especially the streaming service’s (presumably) biggest hit. According to The Hollywood Reporter, the Stranger Things cast is getting a massive pay bump in season three, with the young cast earning 12 times their previous salaries.
News tratta da "Uproxx"
No one, outside of Netflix CCO Ted Sarandos and maybe the company janitor who’s also an undercover hacker knows how popular Stranger Things is, outside of “very.” The company is that guarded about its ratings. So, it’s always a little surprising when specific numbers are attached to any Netflix series, especially the streaming service’s (presumably) biggest hit. According to The Hollywood Reporter, the Stranger Things cast is getting a massive pay bump in season three, with the young cast earning 12 times their previous salaries.
According to sources, the main actors are divided into different pay tiers. Winona Ryder (Joyce) and David Harbour (Jim Hopper) make up the “A tier” and are making up to $350,000 an episode. The “B tier” consists of the young stars — Finn Wolfhard (Mike), Gaten Matarazzo (Dustin), Caleb McLaughlin (Lucas) and Noah Schnapp (Will) — who are each collecting $250,000 per episode. Meanwhile, the actors in the “C tier” — onscreen teenagers Natalia Dyer (Nancy), Charlie Heaton (Jonathan) and Joe Keery (Steve) — are each pocketing roughly $150,000 an episode. (Via)
In previous seasons, Ryder and Harbour were paid $100,000 and $80,000 an episode, respectively, while the kids earned somewhere in the low $20,000s. For comparison’s sake: five stars on Game of Thrones — Emilia Clarke, Peter Dinklage, Kit Harington, Lena Headey, and Nikolaj Coster-Waldau — make $500,000 per episode. That’s more than Stranger Things‘ “A tier” cast, but Thrones has fewer episodes per season; season seven was seven episodes long, compared to nine for season two of Stranger Things. Also, if you’re wondering why breakout Millie Bobbie Brown isn’t listed in the “A” or “B” tier, that’s because “her camp has been tight-lipped throughout the dealmaking process.” Here’s a behind-the-scenes look at her contract negotiations.
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lunedì 4 settembre 2017
NEWS - Shonda La-Land! Ecco cosa porta in dote la Rhimes nello storico approdo a Netflix
Articolo tratto da "Il Foglio"
"Cosa porta in dote Shonda Rhimes a Netflix, traslocando dalla Abc con le sue armi e suoi bagagli? Leggi: lo smisurato talento e la casa di produzione ShondaLand, che ha come logo un cuore circondato da un ottovolante. L'ultima volta che abbiamo sentito un nome proprio attaccato a "land" - dopo Disneyland si intende, e la Abc appartiene proprio al gruppo Disney - era per identificare il territorio dove Graham Greene ambienta i suoi romanzi: consoli ubriaconi, venditori di aspirapolvere arruolati come agenti segreti, personaggi annegati nella colpa come i cetrioli nell'aceto. "Greeneland", appunto. A una donna nera di 35 anni - tanti ne aveva quando fondò la società di produzione - serve un bella dose di sfacciataggine per dichiarare: con le mie parole ho fabbricato un universo che non c'era, e di quell'universo sarò la regina incontrastata. Da ragazzina sognava di essere Toni Morrison, e quando finalmente da grande incontrò il premio Nobel, scopri che la scrittrice di "Amatissima" voleva parlare soltanto di "Grey's Anatomy". Come accadde nell'altro celebre incontro tra un premio Nobel e un lavoratore dello spettacolo: Groucho Marx andò a cena con T. S. Eliot dopo aver ripassato per bene "La terra desolata", e scopri che il poeta sapeva a memoria "anche le battute dei miei film che avevo dimenticato". Shonda Rhimes guadagnava dieci milioni di dollari all'anno: ben spesi, si calcola che abbia fatto guadagnare all'emittente due miliardi di dollari negli ultimi quindici anni. La cifra del nuovo accordo non è ancora resa nota, né da lei né da Ted Sarandos, Chief content officer che sta facendo per Netflix una campagna acquisti senza precedenti. Senza precedenti è anche il passaggio di una showrunner dalla televisione generalista - non una tv via cavo, che punta sugli abbonati e può osare in termini di contenuti - a una piattaforma che distribuisce contenuti in streaming. Alla Abc Shonda Rhimes aveva conquistato lo spazio che in gergo ormai si chiama Tgit. Sta per "Thank God It's Tuesday": al giovedì era programmata "Grey's Anatomy" (da 14 stagioni), seguita da "Scandal", prima serie con una protagonista nera - e verrebbe voglia di aggiungere ricca e di successo - dagli anni Settanta (sei stagioni, la settima a ottobre). Dal 2014 i giovedì a Shondaland si completano con "How To Get Away With Murder", condensato per l'hashtag in #HTGAWM. Un legal thriller, con studenti della facoltà di Legge allenati - non si trova altro termine: li interroga a bruciapelo, li fa gareggiare tra loro sullo stesso caso - da Annalise Keating (l'attrice è Viola Davis). Una brillante avvocatessa nera che si trova implicata in un delitto: nel campus a Philadelphia circola una sua foto con la scritta "killer". Serve per misurare la distanza da Perry Mason, che non poteva essere neppure sospettato. E dal cinema che arranca, a Natale vedremo "Delitto sull'Orient Express" diretto da Kenneth Branagh che dopo essersi dilettato con Shakespeare ripiega su Agata Christie. Se la annunciano come "la più importante showrunner donna e nera", lei fa cancellare "donna" e "nera" (in effetti, non se ne vedono tanti altri all'orizzonte). Le serie già avviate resteranno alla Abc, con Netflix il futuro è da inventare. C'è da immaginare - per esempio - come il binge watching (tutte le puntate di una serie rilasciate in un sol colpo) potrà conciliarsi con il seguito che Shonda Rhimes ha sui social. Vedere una serie ogni giovedì, tutti insieme, fa comunità e produce tweet. Vederlo da soli, nelle dosi che uno preferisce, non produce lo stesso effetto". (Mariarosa Mancuso)
Articolo tratto da "Il Foglio"
"Cosa porta in dote Shonda Rhimes a Netflix, traslocando dalla Abc con le sue armi e suoi bagagli? Leggi: lo smisurato talento e la casa di produzione ShondaLand, che ha come logo un cuore circondato da un ottovolante. L'ultima volta che abbiamo sentito un nome proprio attaccato a "land" - dopo Disneyland si intende, e la Abc appartiene proprio al gruppo Disney - era per identificare il territorio dove Graham Greene ambienta i suoi romanzi: consoli ubriaconi, venditori di aspirapolvere arruolati come agenti segreti, personaggi annegati nella colpa come i cetrioli nell'aceto. "Greeneland", appunto. A una donna nera di 35 anni - tanti ne aveva quando fondò la società di produzione - serve un bella dose di sfacciataggine per dichiarare: con le mie parole ho fabbricato un universo che non c'era, e di quell'universo sarò la regina incontrastata. Da ragazzina sognava di essere Toni Morrison, e quando finalmente da grande incontrò il premio Nobel, scopri che la scrittrice di "Amatissima" voleva parlare soltanto di "Grey's Anatomy". Come accadde nell'altro celebre incontro tra un premio Nobel e un lavoratore dello spettacolo: Groucho Marx andò a cena con T. S. Eliot dopo aver ripassato per bene "La terra desolata", e scopri che il poeta sapeva a memoria "anche le battute dei miei film che avevo dimenticato". Shonda Rhimes guadagnava dieci milioni di dollari all'anno: ben spesi, si calcola che abbia fatto guadagnare all'emittente due miliardi di dollari negli ultimi quindici anni. La cifra del nuovo accordo non è ancora resa nota, né da lei né da Ted Sarandos, Chief content officer che sta facendo per Netflix una campagna acquisti senza precedenti. Senza precedenti è anche il passaggio di una showrunner dalla televisione generalista - non una tv via cavo, che punta sugli abbonati e può osare in termini di contenuti - a una piattaforma che distribuisce contenuti in streaming. Alla Abc Shonda Rhimes aveva conquistato lo spazio che in gergo ormai si chiama Tgit. Sta per "Thank God It's Tuesday": al giovedì era programmata "Grey's Anatomy" (da 14 stagioni), seguita da "Scandal", prima serie con una protagonista nera - e verrebbe voglia di aggiungere ricca e di successo - dagli anni Settanta (sei stagioni, la settima a ottobre). Dal 2014 i giovedì a Shondaland si completano con "How To Get Away With Murder", condensato per l'hashtag in #HTGAWM. Un legal thriller, con studenti della facoltà di Legge allenati - non si trova altro termine: li interroga a bruciapelo, li fa gareggiare tra loro sullo stesso caso - da Annalise Keating (l'attrice è Viola Davis). Una brillante avvocatessa nera che si trova implicata in un delitto: nel campus a Philadelphia circola una sua foto con la scritta "killer". Serve per misurare la distanza da Perry Mason, che non poteva essere neppure sospettato. E dal cinema che arranca, a Natale vedremo "Delitto sull'Orient Express" diretto da Kenneth Branagh che dopo essersi dilettato con Shakespeare ripiega su Agata Christie. Se la annunciano come "la più importante showrunner donna e nera", lei fa cancellare "donna" e "nera" (in effetti, non se ne vedono tanti altri all'orizzonte). Le serie già avviate resteranno alla Abc, con Netflix il futuro è da inventare. C'è da immaginare - per esempio - come il binge watching (tutte le puntate di una serie rilasciate in un sol colpo) potrà conciliarsi con il seguito che Shonda Rhimes ha sui social. Vedere una serie ogni giovedì, tutti insieme, fa comunità e produce tweet. Vederlo da soli, nelle dosi che uno preferisce, non produce lo stesso effetto". (Mariarosa Mancuso)
martedì 4 ottobre 2016
NEWS - Clamoroso al Cibali! Netflix si dà ai reality-show (20 già in produzione)...Avvertite Clemente Russo (e il fido Bettarini)
News tratta da BusinessInsider.com
Watch out, "Real Housewives," "Big Brother," and "Survivor" — Netflix is getting into the business of reality TV. "We are embarking on a lot of unscripted programming," Netflix's chief content officer, Ted Sarandos, said during a Royal Television Society event in London on Tuesday, according to The Hollywood Reporter. According to Sarandos, the streaming company has about 20 unscripted shows in production. He even named one type of reality show that the company was especially interested in. "The newest thing we're encroaching on are competition shows," Sarandos said. As an example, Sarandos pointed to Netflix's "Ultimate Beastmaster" project with Sylvester Stallone attached as an executive producer. Netflix's first competition show, "Ultimate Beastmaster" will feature 108 contestants from around the world who tackle physically tough obstacle courses until only one person is left standing.
This push into unscripted television is just part of Netflix's bid to double its number of original programs for the fifth year in a row. It now has 30 scripted originals in production along with 35 kids programs and 60 documentaries. Original productions are attractive to Netflix, The Hollywood Reporter points out, because they are watched more than licensed shows and help build Netflix's brand as a quality entertainment destination.
"This year, we had 17 different shows for 54 Emmys," Sarandos highlighted.
At least one person in entertainment doesn't see Netflix's original programming growth as a good thing. John Landgraf, the president of FX, said last month that he thought that there were too many shows on TV and that quality would suffer with increased programming.
FX has about 17 shows, and Landgraf said he may be able to keep up with 20 or 21 maximum.
"You could give me all the money in the world and I couldn’t supervise 71 shows the way I do ours," he said.
News tratta da BusinessInsider.com
Watch out, "Real Housewives," "Big Brother," and "Survivor" — Netflix is getting into the business of reality TV. "We are embarking on a lot of unscripted programming," Netflix's chief content officer, Ted Sarandos, said during a Royal Television Society event in London on Tuesday, according to The Hollywood Reporter. According to Sarandos, the streaming company has about 20 unscripted shows in production. He even named one type of reality show that the company was especially interested in. "The newest thing we're encroaching on are competition shows," Sarandos said. As an example, Sarandos pointed to Netflix's "Ultimate Beastmaster" project with Sylvester Stallone attached as an executive producer. Netflix's first competition show, "Ultimate Beastmaster" will feature 108 contestants from around the world who tackle physically tough obstacle courses until only one person is left standing.
This push into unscripted television is just part of Netflix's bid to double its number of original programs for the fifth year in a row. It now has 30 scripted originals in production along with 35 kids programs and 60 documentaries. Original productions are attractive to Netflix, The Hollywood Reporter points out, because they are watched more than licensed shows and help build Netflix's brand as a quality entertainment destination.
"This year, we had 17 different shows for 54 Emmys," Sarandos highlighted.
At least one person in entertainment doesn't see Netflix's original programming growth as a good thing. John Landgraf, the president of FX, said last month that he thought that there were too many shows on TV and that quality would suffer with increased programming.
FX has about 17 shows, and Landgraf said he may be able to keep up with 20 or 21 maximum.
"You could give me all the money in the world and I couldn’t supervise 71 shows the way I do ours," he said.
giovedì 21 gennaio 2016
NEWS - Clamoroso al Cibali! Nel 2016 Netflix spenderà 6 bilioni di dollari in contenuti tv. La metà per le spille presidenziali di Frank Underwood?
News tratta da "Uproxx"
No one outside of Netflix HQ knows exactly how many people are watching House of Cards, or Master of None, or Unbreakable Kimmy Schmidt, especially not NBC, but it’s a lot. Or at least enough that Netflix, which used to be best known for those ubiquitous red envelopes that you still haven’t mailed back, can spend $6 billion on “content”. In 2016 alone.
That is, in this reporter’s opinion, a lot of money.
But where is that $6 billion going? A few ideas:
-Jewelry emblazoned with “FU” (House of Cards)
-Motorcycle-jumping-off lessons (Wet Hot American Summer)
-Full-time employee who’s only responsibility is to say, “No, we don’t know when Arrested Development is coming back” (Arrested Development)
-Drugs (Narcos)
News tratta da "Uproxx"
No one outside of Netflix HQ knows exactly how many people are watching House of Cards, or Master of None, or Unbreakable Kimmy Schmidt, especially not NBC, but it’s a lot. Or at least enough that Netflix, which used to be best known for those ubiquitous red envelopes that you still haven’t mailed back, can spend $6 billion on “content”. In 2016 alone.
That is, in this reporter’s opinion, a lot of money.
[Chief content officer Ted Sarandos] noted the company will have 600 hours of original programming in 2016 and disclosed this year’s budget: “We’re going to spend in 2016 about $5 billion dollars on content on a [profit and loss] basis, which means about $6 billion in cash.” That number includes content acquisition and original programming. (Via)That is, in this reporter’s opinion, a lot of original programming. But Sarandos doesn’t believe in the #TooMuchTV debate. “We don’t think there’s too much TV,” he said (see?), “and if there is too much TV, someone else is going to have to slow down, because we have big plans for 2016 and beyond.”
But where is that $6 billion going? A few ideas:
-Jewelry emblazoned with “FU” (House of Cards)
-Motorcycle-jumping-off lessons (Wet Hot American Summer)
-Full-time employee who’s only responsibility is to say, “No, we don’t know when Arrested Development is coming back” (Arrested Development)
-Drugs (Narcos)
lunedì 20 luglio 2015
NEWS - Netflix si getta nella (m)Ischia! Lo sbarco in Italia parte dall'isola partenopea: "le nostre prime due serie saranno una messicana e una brasiliana. House of Cards e Orange? Puntiamo a riprendercele!"
(ANSA) - ISCHIA (NA) - Cominciare con un dvd in una busta rossa da recapitare porta a porta agli abbonati americani, era il 1999, e arrivare oggi a coprire con un servizio di streaming di serie e documentari 60 paesi nel mondo con investimenti produttivi in 17 paesi, avendo quasi 66 milioni di utenti e 5 miliardi di dollari di budget per il 2016 con un 20% da investire nelle produzioni locali: una parabola velocissima e gia' premiata, come testimonia l'ultim'ora delle 34 nomination agli Emmy. A raccontare questo nuovo che avanza e' Mr. Netflix, Ted Sarandos che ha scelto Ischia Global Fest per la prima uscita pubblica in Italia, particolarmente importante poiche' il 16 ottobre il servizio arrivera' anche nel nostro paese. Alla villa La Colombaia, che fu di Luchino Visconti, ad ascoltarlo sono arrivati in tanti, il presidente dei produttori Apt Marco Follini, Stefano Balassone dell'Anica, il dg cinema del Mibact Nicola Borrelli e altri produttori come Matilde Bernabei della Lux Vide, Marco Chimenz di Cattleya e soprattutto Iginio Straffi della Rainbow, unico italiano ad avere da tempo un rapporto consolidato con Netflix per le sue Winx ed altro. Quanto costera' abbonarsi? "L'equivalente in euro di 7-9 dollari - sotto i 7 euro - come accade in tutti gli altri paesi in cui siamo presenti", risponde all'ANSA il capo di un'impresa che sta rivoluzionando il sistema. C'e' attesa, curiosita' e anche qualche apprensione, cosa risponde a chi teme l'invasione? "La domanda e' ricorrente in ogni paese in cui attiviamo il servizio, la prima reazione e' di terrore o meglio di confusione. Netflix e' un'opportunita', siamo qui non per distruggere il sistema italiano ma per partecipare facendolo crescere e contribuendo alla produzione, il che significa lavoro per gli italiani. Questi i numeri: gli abbonati guardano Netflix in media due ore al giorno per 10 miliardi di ore prodotte guardate nel mondo. All'inizio si pensa che il pubblico abbandoni la tv ma non accade questo, Netflix e' altro. A cambiare e' solo la quantita' e varieta' dell'offerta", spiega. Qual e' il modello Netflix? "Prevede l'acquisizione di diritti di trasmissione di contenuti audiovisivi di produzione locale e avere e proprie co-produzioni. Percentuali e tempi variano e dipendono dalla risposta di ciascun paese. In Francia dopo due mesi abbiamo subito attivato una co-produzione, Marsiglia, ad alto budget e con Depardieu nel cast, in altri paesi invece solo dopo 3 anni e' capitato di attivare le coproduzioni. Ad agosto debuttiamo con due serie nuove: la prima serie in lingua spagnola, la messicana Club de Cuervos sul calcio, e la brasiliana Narcos su Pablo Escobar. In Italia abbiamo l'accordo con Rainbow e vorremmo avere ulteriori licenze prima del debutto di ottobre", ha risposto senza dare titoli (la serie Cattleya su Mafia Capitale e' una proposta di cui si parla). In Italia si attendeva Netflix da tempo, ma l'infrastruttura e' la nota dolente, cos'e' cambiato ora? "Diciamo che e' un atto di fiducia. L'Italia ha un potenziale narrativo enorme e pensiamo che il problema della banda larga si possa risolvere in tempi brevi", dice all'ANSA Sarandos, senza accennare all'eventuale accordo con Telecom che pure potrebbe essere imminente. Due delle serie che hanno fatto la fortuna di Netflix nel mondo, House of Cards e Orange is the new black, sono trasmesse con successo, la prima su Sky la seconda su Mediaset Premium. Si vedranno sulla nuova piattaforma on demand? "In 2-3 settimane contiamo di fare il punto. E' chiaro che puntiamo a riprenderci i nostri prodotti come e' ovvio una volta arrivati in Italia". Quali generi e quali formati per il mercato italiano? "A noi interessano i contenuti e la massima qualita' senza rigidita' di generi e formati. Abbiamo documentari, come Chef Table che va in onda in tutto il mondo ed e' il programma di cucina a piu' alto budget mai prodotto, e poi commedie, dramma, animazione". Il local con Netflix diventa global e magari va in onda in contemporanea mondiale, con quali regole? "A noi interessano proposte che raccontino i territori superando le barriere linguistiche. Siamo diffidenti rispetto alle produzioni cosiddette internazionali girate magari in lingua inglese per accontentare il mercato estero. E' la potenza della narrazione che deve fare la differenza e diventare brand. Prendiamo Gomorra, italiano anzi napoletano, brand affermatissimo anche all'estero grazie a qualita' eccellente e alto livello narrativo. Ma ci sono anche eccezioni: Marco Polo, di cui stiamo cominciando la seconda stagione, una produzione da 800 persone, girata tra Venezia, Malesia, Kazakistan in 27 lingue". Aprirete societa' in Italia? "Netflix e' una societa' americana. In Europa con sede ad Amsterdam c'e' una nostra entita' europea. Localmente invece usiamo piccoli uffici per marketing e pubbliche relazioni. I nostri contatti sono solo con i produttori indipendenti locali, non chiederemo ad esempio accesso agli incentivi ministeriali. Quanto agli investimenti non c'e' una cifra precisa destinata all'Italia: dipendera' dal numero degli abbonati che faremo qui e dall'audience globale che i contenuti italiani riusciranno a fare".
(ANSA) - ISCHIA (NA) - Cominciare con un dvd in una busta rossa da recapitare porta a porta agli abbonati americani, era il 1999, e arrivare oggi a coprire con un servizio di streaming di serie e documentari 60 paesi nel mondo con investimenti produttivi in 17 paesi, avendo quasi 66 milioni di utenti e 5 miliardi di dollari di budget per il 2016 con un 20% da investire nelle produzioni locali: una parabola velocissima e gia' premiata, come testimonia l'ultim'ora delle 34 nomination agli Emmy. A raccontare questo nuovo che avanza e' Mr. Netflix, Ted Sarandos che ha scelto Ischia Global Fest per la prima uscita pubblica in Italia, particolarmente importante poiche' il 16 ottobre il servizio arrivera' anche nel nostro paese. Alla villa La Colombaia, che fu di Luchino Visconti, ad ascoltarlo sono arrivati in tanti, il presidente dei produttori Apt Marco Follini, Stefano Balassone dell'Anica, il dg cinema del Mibact Nicola Borrelli e altri produttori come Matilde Bernabei della Lux Vide, Marco Chimenz di Cattleya e soprattutto Iginio Straffi della Rainbow, unico italiano ad avere da tempo un rapporto consolidato con Netflix per le sue Winx ed altro. Quanto costera' abbonarsi? "L'equivalente in euro di 7-9 dollari - sotto i 7 euro - come accade in tutti gli altri paesi in cui siamo presenti", risponde all'ANSA il capo di un'impresa che sta rivoluzionando il sistema. C'e' attesa, curiosita' e anche qualche apprensione, cosa risponde a chi teme l'invasione? "La domanda e' ricorrente in ogni paese in cui attiviamo il servizio, la prima reazione e' di terrore o meglio di confusione. Netflix e' un'opportunita', siamo qui non per distruggere il sistema italiano ma per partecipare facendolo crescere e contribuendo alla produzione, il che significa lavoro per gli italiani. Questi i numeri: gli abbonati guardano Netflix in media due ore al giorno per 10 miliardi di ore prodotte guardate nel mondo. All'inizio si pensa che il pubblico abbandoni la tv ma non accade questo, Netflix e' altro. A cambiare e' solo la quantita' e varieta' dell'offerta", spiega. Qual e' il modello Netflix? "Prevede l'acquisizione di diritti di trasmissione di contenuti audiovisivi di produzione locale e avere e proprie co-produzioni. Percentuali e tempi variano e dipendono dalla risposta di ciascun paese. In Francia dopo due mesi abbiamo subito attivato una co-produzione, Marsiglia, ad alto budget e con Depardieu nel cast, in altri paesi invece solo dopo 3 anni e' capitato di attivare le coproduzioni. Ad agosto debuttiamo con due serie nuove: la prima serie in lingua spagnola, la messicana Club de Cuervos sul calcio, e la brasiliana Narcos su Pablo Escobar. In Italia abbiamo l'accordo con Rainbow e vorremmo avere ulteriori licenze prima del debutto di ottobre", ha risposto senza dare titoli (la serie Cattleya su Mafia Capitale e' una proposta di cui si parla). In Italia si attendeva Netflix da tempo, ma l'infrastruttura e' la nota dolente, cos'e' cambiato ora? "Diciamo che e' un atto di fiducia. L'Italia ha un potenziale narrativo enorme e pensiamo che il problema della banda larga si possa risolvere in tempi brevi", dice all'ANSA Sarandos, senza accennare all'eventuale accordo con Telecom che pure potrebbe essere imminente. Due delle serie che hanno fatto la fortuna di Netflix nel mondo, House of Cards e Orange is the new black, sono trasmesse con successo, la prima su Sky la seconda su Mediaset Premium. Si vedranno sulla nuova piattaforma on demand? "In 2-3 settimane contiamo di fare il punto. E' chiaro che puntiamo a riprenderci i nostri prodotti come e' ovvio una volta arrivati in Italia". Quali generi e quali formati per il mercato italiano? "A noi interessano i contenuti e la massima qualita' senza rigidita' di generi e formati. Abbiamo documentari, come Chef Table che va in onda in tutto il mondo ed e' il programma di cucina a piu' alto budget mai prodotto, e poi commedie, dramma, animazione". Il local con Netflix diventa global e magari va in onda in contemporanea mondiale, con quali regole? "A noi interessano proposte che raccontino i territori superando le barriere linguistiche. Siamo diffidenti rispetto alle produzioni cosiddette internazionali girate magari in lingua inglese per accontentare il mercato estero. E' la potenza della narrazione che deve fare la differenza e diventare brand. Prendiamo Gomorra, italiano anzi napoletano, brand affermatissimo anche all'estero grazie a qualita' eccellente e alto livello narrativo. Ma ci sono anche eccezioni: Marco Polo, di cui stiamo cominciando la seconda stagione, una produzione da 800 persone, girata tra Venezia, Malesia, Kazakistan in 27 lingue". Aprirete societa' in Italia? "Netflix e' una societa' americana. In Europa con sede ad Amsterdam c'e' una nostra entita' europea. Localmente invece usiamo piccoli uffici per marketing e pubbliche relazioni. I nostri contatti sono solo con i produttori indipendenti locali, non chiederemo ad esempio accesso agli incentivi ministeriali. Quanto agli investimenti non c'e' una cifra precisa destinata all'Italia: dipendera' dal numero degli abbonati che faremo qui e dall'audience globale che i contenuti italiani riusciranno a fare".
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