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mercoledì 28 novembre 2018

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
Con "L'amica geniale" le serie tv superano i libri da cui sono tratte
"L'amica geniale, il caso editoriale della «misteriosa» Elena Ferrante, è ora una serie tv che racchiude i quattro libri dove si narra la storia di Lila e Lenù, prima bambine, poi adolescenti, seguite tra le quinte di un rione miserabile della periferia napoletana e, in seguito, pedinate nell'intreccio polifonico della vita adulta. Tra digressioni fascinose, anse maestose e realiste, deviazioni fulminee, veniamo irresistibilmente catturati da una narrazione che possiede, insieme, una prodigiosa potenza pittorica (irriproducibile dalla parola) e un'attenzione ai battiti più riposti: Lenù Greco (Margherita Mazzucco) e Lila Cerullo (Gaia Girace) sono le migliori amiche e le peggiori nemiche. L'una è il doppio dell'altra, ma anche il suo opposto, la sua parte mancante. Prodotta da Hbo-Rai Fiction con Wildside, Fandango e Timvision, la serie diretta da Saverio Costanzo, che firma anche la sceneggiatura con Laura Paolucci, Francesco Piccolo ed Elena Ferrante (chiunque essa sia), è trasmessa dai Rai1 (il martedì, ore 21.25), e resa disponibile sulle piattaforme di Timvision e Raiplay. La fiction italiana ha finalmente raggiunto quel grado di maturità che da tempo auspicavamo? Si, la violenza, la tragicità, l'amicizia, l'ironia, la rabbia, lo stupore, i sentimenti tutti che qui contrappuntano questo dramma delle emozioni affondano nella concretezza delle cose, per essere poi riscattati da una scrittura sontuosa che libera i personaggi dal determinismo che incombe sulle loro «vite minuscole». Con nitore formale, come solo Rossellini sapeva fare, caricando di pensieri imperscrutabili, metafisici le figure neorealiste che entravano nel suo obiettivo. Che strano, in Romanzo criminale, in Gomorra, in L'amica geniale l'uso diffuso del dialetto non preclude una distribuzione internazionale. E poi, mistero dei misteri, le serie sono più belle dei libri da cui sono tratte". (Aldo Grasso) 

venerdì 13 aprile 2018

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
IL FOGLIO
"Il Cacciatore", modello seriale da esportazione che vince Cannes
"Non chiamatela fiction, per carità. Non chiamatela fiction: gli sceneggiatori, i registi, gli attori e i produttori hanno fatto del loro meglio per prendere le distanze. E non confondersi con la caterva di prodotti audiovisivi che sembrano fatti apposta per offrire materiale alla serie "Boris" (peraltro, l'unico esperimento riuscito di sit-com italiana, prima di "La linea verticale" diretto da Mattia Torre con Valerio Mastandrea). Non chiamatela fiction, per ripagare gli sforzi e per un motivo anche più nobile: solo in Italia — santino dopo santino, storia edificante dopo storia edificante — siamo riusciti a umiliare una nobile parola che altrove distingue le storie inventate dalle storie che non lo sono. Senza impegnarsi minimamente sulla qualità delle medesime. "La fiction è sugli stereotipi, la serie è sull'umanità", annuncia l'attore Francesco Montanari, appunto il "Cacciatore di mafiosi" (era il titolo dell'autobiografia di Alfonso Sabella, il magistrato del pool antimafia servito da traccia per il personaggio di Saverio Barone). Per interposti produttori, sceneggiatori e registi — le dodici puntate sono dirette da Stefano Lodovichi e Davide Marengo, premiato con il Flaiano nel 2011 per la terza stagione di "Boris", e al cinema applaudito per "Notturno bus"—vuol dire che "Il cacciatore" guarda a modelli internazionali. Oltre che alle serie italiane da esportazione: da "Romanzo criminale" (Francesco Montanari era il Libanese) a "Gomorra" e "Suburra". Viene citato Dante, in dialetto siciliano — il commissario Montalbano ha fornito un corso accelerato, neanche l'ombra dei sottotitoli — già nella prima puntata (la "selva oscura" va assai di moda, serve anche per il titolo dell'ultimo romanzo di Nicole Krauss, ex signora Jonathan Safran Foer, appena uscito da Guanda). Siamo nel 1993, dopo le stragi di Capaci e di Via d'Amelio, morto Giovanni Falcone e morto Paolo Borsellino. Chi già vorrebbe obiettare — "ma sempre mafia?" — prenda atto che le storie mafiose stanno all'Italia come il western sta agli Stati Uniti: una miniera inesauribile, troppo ricca per lasciarla sfruttare solo dai registi americani con il cognome italiano. "La piovra" ha aperto la strada, e l'ha lastricata di repliche. "Il cacciatore" va in onda su RaiDue dal 14 marzo scorso (con anteprima online su Raiplay, modalità già sperimentata con "La linea verticale"). Sulla via dell'esportazione, si è guadagnata la vittoria in concorso a Canneseries, prima edizione del Festival francese dedicato alle serie, dal 4 all'11 aprile. Sulla via del successo critico, viene celebrata da un articolo sul Post di Luca Sofri e uno su Wired. Non la chiameremo "fiction" (badando bene a non farci sentire fuori dall'Italia, dove la parola resta nobile). Abbiamo notato la fotografia non sciatta, le scritte in sovrimpressione che chiariscono allo spettatore chi è Giovanni Brusca e chi Leoluca Bagarella, e a quanto ammonta lo score dei rispettivi omicidi. Abbiamo notato il barile di acido, la violenza in montaggio alternato, l'autista Paolo Briguglia che deve mantenere la famiglia e altri lavori per chi è stato in galera non ce ne sono, il giovane che prova a fregarsene delle regole imposte dalla vecchia guardia, il magazzino-mattatoio. Alla voce "umanità contro stereotipi" arriva qualche interno bagnato di luce calda, con famiglia mafiosa che si scambia tenerezze (si pub far meglio). Da parte sua, il cacciatore di mafiosi è sempre rigido e compreso nella sua missione da compiere. Anche quando, da copione, dovrebbe scherzare". (Mariarosa Mancuso)

lunedì 16 ottobre 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

"Rivista Studio"
Perché "Suburra" non piace a tutti?
"In poco più di una settimana, Netflix ha sconquassato il mondo della serialità italiana, dico serialità perché lì la parola fiction è vietata. Fino ad ora. Adesso ci si trova Don Matteo e altra roba di produzione Rai, e sui social è venuto giù un pieno: non paghiamo 9,99 euro al mese (la tariffa aumenterà) per vedere Terence Hill in HD! È il grande equivoco di una piattaforma digitale nata a fortissima caratterizzazione social: per molti utenti non dev’essere un network che offre contenuti a una platea sempre più vasta (se no uno il network cosa lo apre a fare), ma un luogo di riconoscibilità individuale, dove ognuno deve trovare ciò che parla solo a lui. Da qui viene anche la frase che ultimamente si sente ripetere più spesso: «Su Netflix non c’è niente». Esaurite in poche sere le due-tre cose che interessano a te, il resto è come se non esistesse. Ma si aprirebbe un discorso troppo lungo. Torniamo alla settimana decisiva di cui sopra. È appena esplosa la bomba Don Matteo ed ecco che arriva Suburra, la prima serie italiana che Netflix ha proprio deciso di produrre, pensa te. All’ultima Mostra di Venezia, dove sono stati presentati i primi due episodi, si è assistito al primo caso di oggetto non identificato, fatto da cinematografari romani ma pensato per un bacino che si spinge ben oltre Roma Nord: i numeri di Netflix dicono più di 100 milioni di abbonati nel mondo. Faceva un certo effetto ricevere comunicati stampa dove leggevi nomi come Claudia Gerini e Michele Placido da parte di grossi PR internazionali. I giornalisti italiani in cerca dei soliti amici da buffet ci sono rimasti malissimo: e mo come facciamo? Con chi parliamo? La serie è piaciuta. Agli italiani, che sentivano l’attenzione della stampa internazionale, non si può vivere del resto di solo Sorrentino. E pure agli stranieri, che hanno ritrovato nel nuovo prodotto l’unico cinema (e Tv) ultimamente esportato oltre confine: Romanzo criminale, Gomorra e, sì, Sorrentino. Ora che Suburra è a disposizione di tutti, a certi critici incrociati alla festa veneziana non piace più (l’open bar gentilmente offerto da Netflix è ormai un lontano ricordo), la stampa storce un po’ il naso, sul pubblico non esistono dati di share, si intuiscono reazioni opposte ma è giusto così, il tempo di guardarla in pochi giorni e poi il solito ritornello: «Su Netflix non c’è niente». Il dato interessante è un altro. Per la sua prima produzione italiana, Netflix ha puntato sul nuovo immaginario che ormai riconosciamo (e in cui ci riconosciamo) anche noialtri: Suburra sembra Romanzo criminale, sì; sembra Gomorra, sì. E grazie al cazzo (scusate). Stavolta Stefano Sollima non figura tra i registi, stava girando il sequel di Sicario di Denis Villeneuve, a sua volta impegnato con quel piccolo film che è Blade Runner 2049: non mi sembra una cattiva promozione per nessuno dei due. Ma è proprio con Sollima, autore principale delle versioni televisive di Romanzo criminale e Gomorra, che è partita questa idea di nuovo racconto popolare, pop e paraculo, locale e globale, con «dramatic instinct and visual verve» (dalla recensione di Screen a Suburra il film). Poi è venuto l’imprescindibile innesto sorrentiniano, nella prima sequenza della serie c’è ovviamente un prete, non ce ne libereremo mai, ma ormai siamo persino disposti ad accettarlo. Racconto popolare, dicevo. I miei amici di Facebook si lamentano delle didascalie “Roma centro” sopra le inquadrature del cupolone di San Pietro: certo, c’avete ragione, ma forse non sono messe a caso. Né sono messi a caso gli spiegoni di Mafia Capitale for dummies, i siparietti coatti a Ostia Lido per chi Ostia Lido non sa cosa sia, le coincidenze forzate tra ammore e malavita, tra borgatari e vescovi, tra consiglieri comunali e tesorieri vaticani. Non sono un fan né di Suburra né di House of Cards, per dire, ma di quest’ultima siete arrivati alla quinta stagione senza lamentarvi troppo, e dire che era diventato inguardabile già all’inizio della seconda. Vi anticipo: non sto mettendo a confronto Alessandro Borghi con Kevin Spacey. È che siamo così, dolcemente esterofili: quando guardiamo le cose nostre non ci va bene mai, vogliono avere ragione sia quelli che «c’è troppa poca monnezza per essere Roma» sia quelli che «dà una pessima immagine del nostro Paese», (ancora) non va bene Don Matteo ma non va bene manco una cosa girata meglio, scritta meglio, recitata meglio (io vedo un casting semplice semplice come quello dei tre protagonisti Borghi-Ferrara-Valdarnini e mi sembra comunque miracoloso) e che però vuole continuare ad essere popolare, appunto. No: il vostro sogno è passare da Don Matteo a The Wire nel giro di una stagione, anzi mezza, una stagione intera è troppo. Poi c’è un altro problema. E cioè che il racconto popolare ce lo scriviamo da soli tutti i giorni da anni, dunque la finzione, seppur verosimile, ci lascia sempre e comunque insoddisfatti. Con un sindaco (pardon: una sindaca) come Virginia Raggi che scrive tutti i giorni sceneggiature degne di un film di Dino Risi, quelle delle serie non saranno mai all’altezza. Lo capisco, succede anche a me. Eravamo l’unico Paese al mondo in cui gli stand-up dell’attualità politica andavano più veloci del loro possibile adattamento cinematografico, meno male che oggi di là è arrivato Trump. Di fronte a Virgy contro l’Atac, per citare giusto uno dei format di maggior successo, nessuno showrunner potrà mai inventare qualcosa di meglio". (Mattia Carzaniga)

giovedì 16 marzo 2017

NEWS - Amate le serie tv? State in Campan(i)a! Un campus universitario a Fisciano (Salerno) vi spiega i linguaggi e i consumi della serialità

News tratta da "Il Mattino"
Tutto è serialità. Siamo invasi, affascinati, sedotti e(alla fine della serie) abbandonati. Totalmente immersi in un processo di creatività e narrazione audiovisiva che sembra ogni cosa sfiorare e ogni cosa reinventare. In principio furono gli sceneggiati televisivi, poi giunse l'epopea infinita delle soap opera, le generazionali sit-com fino ad arrivare al nostro contemporaneo dove il processo seriale è di grande forza e diffusione, tanto da influenzare perfino il cinema. «I linguaggi utilizzati sono all'insegnadiunapotente innovazione. E la costruzione dell'immaginario seriale è magico intreccio: televisivi e post-televisivi siamo intinti in un cortocircuito inesauribile di trame, visioni, azzardo», spiega Alfonso Amendola. Il prof di Sociologia degli audiovisivi sperimentali all'università di Salerno è l'anima, con Linda Barone e Maurizio Calbi, del convegno internazionale, promosso da Unknown Pleasures, «To be continued. Il dispositivo seriale tra narrazioni, linguaggi, traduzioni e consumi» in agenda da oggi a domani (10-18) al Campus di Fisciano. Per molti la vera dimensione seriale ha inizio con «Ai confini della realtà» per altri con «Star Trek». Quel che è evidente è che ogni serie è storia a sé. Dal circuito spazio-temporale di «Lost» all'effetto nostalgia di «Stranger things»; dal visionario «Westworld» all'epico «Trono di spade». E, ancora, i medical drama, le commedie, lo straordinario capitolo made in Italy di «Boris», «Romanzo criminale», «Gomorra» e «The Young Pope». Nella cultura seriale c'è ditutto di più, in una riuscita miscela di tradizione, sperimentazione, innovazione e convenzionalità. Ne parleranno 30 relatori, riflettendo anche sul radicale cambiamento socio-culturale in atto, le nuove professionalità, le problematiche legate alla linguistica, le dinamiche di ricezione, il rapporto tra autorialità e consumo di massa. Lectio magistralis di Jordi Ballo (università Pompeu Fabra di Barcellona) e Douglas Lanier (università del New Hampshire) sulla centralità di William Shakespeare nel fiabesco seriale contemporaneo.

mercoledì 16 dicembre 2015

NEWS - E' la legge della sopravvivenza, bellezza! In tv se non vuoi essere un "Walking Dead" ti devi alleare (anche con Netflix)...

Articolo di Maria Elena Zanini per "Corriere Economia"
Cinquantacinque canali digitali gratis nel Regno Unito, 35 in Spagna e 28 in Francia. La Germania merita un discorso a parte dato che il conteggio è più complesso con canali satellitari in chiaro a livello nazionale e regionale inclusi in diverse combinazioni di offerte. Ma è in Italia il numero più alto: circa un centinaio di canali che offrono in ogni momento i contenuti più disparati, rendendo il mercato per le tv, da quelle tradizionali a quelle pay e online, uno dei più competitivi e attrattivi. Nonostante si parli di «morte della televisione» ormai da tempo, il pericolo è sempre stato scongiurato proprio grazie alla capacità dei media di rinnovarsi per riuscire a fronteggiare i nuovi competitor smart. Anzi, l’arrivo di nuovi protagonisti, come per esempio Netflix che ha debuttato a ottobre in Italia, più che mettere in crisi il mercato nostrano e internazionale, sta creando non poco fermento. La sfida non è sul piano del marketing. Netflix e Amazon Prime Instant Video, che nel Regno Unito hanno complessivamente oltre 4 milioni di iscritti, non investono in pubblicità per affermarsi. E al momento non ci sono dati che dimostrino che i consumatori inglesi prediligano Netflix o Amazon rispetto a servizi di pay tv più costosi, come ad esempio Sky che ha 12 milioni di iscritti, o Now-TV, il servizio di streaming low-cost di Sky. La sfida semmai è sui contenuti e, di conseguenza, sulle produzioni. Per fare un confronto, basta semplicemente dire che Netflix ha prodotto serie ormai cult come House of Cards e Orange is the new black. E, come del resto Amazon, ha una disponibilità di cassa tale da poter non solo produrre, ma pagare anche per i diritti di produzioni altrui, battendo le emittenti tradizionali come la Bbc che recentemente ha dovuto rinunciare a una serie su Elisabetta II perché «semplicemente non c’erano i soldi», ha commentato Danny Cohen, fino al mese scorso direttore della televisione della Bbc. Negli ultimi anni, sempre nel Regno Unito, il costo dei diritti per i migliori spettacoli (serie tv, ma non solo), è aumentato del 30-50%. Il che ha portato, tra le conseguenze, che le emittenti stanno investendo molto di più in programmi loro, cercando anche accordi di coproduzione per diluirne i costi. Una delle motivazioni che aveva spinto Sky lo scorso anno a portare nella sua galassia anche le pay tv Sky di Italia e Germania era stata proprio la volontà di dare maggior forza al mercato dei contenuti. Una sorta di alleanza per riuscire a rimanere competitivi in un mercato in continua evoluzione. Maggiore sarà il respiro internazionale dunque, maggiori saranno i vantaggi. Altra questione che si sono trovate ad affrontare le emittenti, è se produrre contenuti anche o addirittura esclusivamente per Netflix o altre tv online. È il caso della Rai che tramite Rai Cinema ha prodotto con Cattleya la serie Suburra, dieci episodi che debutteranno su Netflix nel 2017 in tutti i Paesi in cui la tv creata dal californiano Reed Hastings è presente. Un progetto, quello della Rai, che si inserisce nella piccola rivoluzione che sta portando avanti il direttore generale Antonio Campo dall’Orto che, durante un’audizione in Vigilanza, lo scorso mese, aveva chiarito che la Rai non aveva intenzione di «comprare diritti di prodotti stranieri», piuttosto l’intenzione è quella di valorizzare ciò che la Rai ha già, a livello di prodotti e contenuti su cui in alcuni casi possiede diritti, in altri li ha in condivisione. Una mole di 17mila contratti in tutto. Chi ha deciso di puntare sui contenuti nuovi già da qualche tempo è Sky che ha prodotto serie come Romanzo criminale e Gomorra (prodotta assieme a Cattleya, Fandango, che aveva prodotto anche il film, La7 e la tedesca Beta Film) uno dei pochi prodotti originali italiani che ha riscosso un enorme successo anche a livello mondiale. E che debutterà negli Stati Uniti grazie a Weinstein Company che ha acquistato i diritti per la trasmissione. E ora si prepara a lanciare le due ultime produzioni seriali The Young Pope (scritta e diretta dal premio Oscar Paolo Sorrentino, lanciata da Sky Italia e diventata coproduzione Sky, Hbo, Canal+) e Diabolik con le scenografie curate dal premio Oscar Dante Ferretti, anche questa lanciata da Sky Italia, ora produzione gruppo Sky. Per un investimento complessivo, in Italia, di 40 milioni di euro. 
Un modello produzione-distribuzione simile a quello dell’americana Hbo, l’emittente televisiva statunitense che ha prodotto alcune tra le serie tv più famose al mondo come Sex and the City e Game of Thrones. Per Mediaset, che con la tv online Infinity fa diretta concorrenza a Netflix, il discorso è più complesso dal momento che nella galassia Mediaset rientrano i canali generalisti, digitali e la pay tv Mediaset Premium, oltre a web e radio. Tutte piattaforme che possono essere «nutrite» dai contenuti direttamente prodotti dal gruppo tra mite la casa produttrice Taodue e distribuiti da Medusa. Ma Mediaset ha deciso di «sperimentare» nuove forme di coproduzione, come ha fatto ultimamente con il cartone animato Il piccolo principe, diretto da Mark Osborne, di cui ha acquistato il 100% dei diritti per l’Italia. Il film quindi passerà esclusivamente nelle televisioni Mediaset, dopo essere stato messo a disposizione dei clienti Infinity.

martedì 6 ottobre 2015

NEWS - Arriva Netflix e il primo derby è con Sky: produrrà la serie tratta dal film "Suburra" senza il regista Sollima che preferisce la tv di Murdoch per "Gomorra 2" e "Zero zero zero" di Saviano 

Da "Dagospia"
Netflix e Cattleya hanno annunciato un accordo per la produzione di una serie tv basata sul film “Suburra” e subito si è gridato allo “scippo” a Sky del team che ha creato successi come “Romanzo Criminale” e “Gomorra”. La realtà è ben diversa. L’accordo tra Cattleya e Netflix si basa infatti sulla vendita dei diritti internazionali del film “Suburra” diretto da Stefano Sollima – un film che difficilmente avrebbe avuto una distribuzione internazionale considerando che è tutto incentrato su Mafia Capitale con riferimenti alla politica italiana (soprattutto agli ultimi giorni del governo Berlusconi) mentre la serie omonima non sarà diretta dal regista e non vedrà il coinvolgimento del team creativo che ha firmato le serie Sky, che oggi sta completando “Gomorra2” e che tra poco sarà impegnato sul nuovo progetto della pay tv di Murdoch “Zero Zero Zero” girata tra gli Stati Uniti, l’Inghilterra e l’Italia in co-produzione con Canal+.

Articolo tratto da "la Repubblica"
Che Netflix avrebbe rivoluzionato il panorama televisivo italiano era immaginabile, che i tempi sarebbero stati così rapidi non era scontato. E invece il primo colpo messo a segno è notevole: la tv in streaming produrrà insieme a Cattleya e alla Rai la serie tratta da Suburra, il film di Stefano Sollima su Mafia Capitale (dal libro di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo) che uscirà nelle sale il 14 ottobre ( in contemporanea con l'esordio su Netflix negli Stati Uniti e in America Latina) . Da maggio 2016 il film sarà disponibile su Netflix anche in Italia. Preso a scatola chiusa, prima del giudizio di pubblico e critica. La serie entrerà in produzione l'anno prossimo. Sull'onda di Romanzo criminale e Gomorra, diventati cult televisivi, Suburra esordirà su web e poi sarà trasmessa dalla Rai. "Essere su Netflix significa molto per me - commenta Sollima - il film avrà l'opportunità di raggiungere un vasto pubblico internazionale». Incentrato sulla battaglia per la conquista di Ostia, destinata a diventare un paradiso del gioco d'azzardo, Suburra intreccia la storia del parlamentare corrotto Mal-gradi (Pierfrancesco Favino) a quella di Numero 8 (Alessandro Borghi), capo di una famiglia criminale che gestisce il territorio. Intorno a loro si muovono Sebastiano (Elio Germano), organizzatore di eventi, religiosi corrotti e mafiosi rivali, tra cui Samurai (Claudio Amendola) leader del crimine romano. Non sarà difficile sovrapporre i personaggi di fantasia a quelli della cronaca, anche se questo viaggio nel cuore oscuro di Roma, come lo definiscono Bonini e De Cataldo, è stato scritto prima che gli scandali e le inchieste finissero sul New York Times o sul Guardian. "La storia - ne è convinto Erik Barmack, vice presidente Netflix «conquisterà gli abbonati in Italia e in tutto il mondo» "Come per Romanzo criminale - spiega Riccardo Tozzi di Cattleya - cercheremo giovani attori, ma terremo due protagonisti del film. Non sarà Sollima a dirigere la serie, ha altri progetti. L'orgoglio c'è: Netflix sta rivoluzionando il nostro modo di guardare la W e non produce in tutti i paesi dove approda, lo fa in Francia e ora in Italia. Abbiamo prodotto Suburra con RaiCinema, che aveva un diritto di prelazione nel caso in cui si fosse realizzata la serie. Li abbiamo informati della proposta e hanno deciso di partecipare.. Cattleya aveva sempre collaborato con Sky ( è in preparazione Zero zero zero dal libro di Roberto Saviano con la regia di Sollima), stavolta Netflix ha battuto tutti sul tempo: "Con Sky abbiamo molti progetti, quello che riguarda Suburra lo stavamo pensando ma non l'avevamo elaborato - chiarisce Tozzi - per coincidenza quelli di Netflix avevano visto il film, grazie al venditore estero. Gli è piaciuto moltissimo e hanno preso contatto con noi». Per il direttore generale della Rai Antonio Campo Dall'Orto «orgoglioso di produrre con Netflix, la collaborazione è un esempio della nuova strategia intrapresa per essere competitivi in Italia e all'estero: dobbiamo essere all'avanguardia e ridefinire l' offerta.". La tendenza per cui un film diventa serie è globale: basti pensare a Fargo dei fratelli Coen, diventata serie di successo (alla Festa del cinema di Roma sarà presentata la seconda stagione) e agli altri blockbuster che in America diventeranno racconti per la tv: da Attrazione fatale a Minority report. Segno di mancanza di fantasia o si preferisce andare sul sicuro? .Siamo in una fase per cui tutto si mischia, è normale fare un film da un libro, una serie da un film o magari un film da una serie - osserva Tozzi - non ci sono barriere, siamo nell'epoca della tv globale, la creatività originale è sempre più rara, in tutte le arti ormai si lavora sulla base di materiale esistente. Abbiamo fatto questa elaborazione per primi nel 2005 con il film Romanzo criminale convinti che si andasse verso la serie 'di genere". Il pubblico ci ha dato ragione.". 

martedì 29 settembre 2015

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
IL FOGLIO
Se Eugenio Montale incontra "Undercover" 
“Eugenio Montale ne era convinto: "Non si può essere un grande poeta bulgaro". Non significa che avesse pregiudizi contro i bulgari. Voleva dire che la poesia non sgorga dal cuoricino dello sfigato solitario come acqua sorgiva, magari dopo aver dato una guardatina al cielo stellato sopra di noi. Voleva dire che la poesia, come del resto il romanzo, ha bisogno di una tradizione e di una comunità: l'animo poetico (o narrativo) ingaggia un serio confronto con i padri e i nonni, e in certi casi soccombe. Non è affatto un male: toglie di mezzo i dilettanti, e lascia in piedi solo chi esce vittorioso dalla lotta con i grandi. Abbiamo usato in questi anni Eugenio Montale come arma per liberarci dai negati che fanno mestieri a loro inadatti. Per esempio, i registi portoghesi, a cui nessuno ancora ha spiegato che il cinema si chiama cinema perché sullo schermo qualcosa si muove. Abbiamo usato Montale per difendere il cinema americano: per molti secoli la pittura è stata italiana, e nessuno ha mai parlato di imperialismo. Perché lo dovremmo fare adesso con Hollywood? Abbiamo usato Montale per spiegare come mai in Italia i romanzi riusciti sono scarsi e parecchio odiati: la tradizione con cui confrontarsi offre perlopiù versi e prose d'arte. Date le premesse, l'annuncio di una serie tv made in Bulgaria - "Undercover", in onda su Premium Action dal 3 settembre - fa venir voglia di curiosare. Anche per le serie televisive dovrebbe valere il principio della tradizione e della bottega. Ma è pur vero che a fronte di un cinema che arranca e di "fiction" (perdonateli, così ormai chiamano le produzioni italiane) scritte male e recitate peggio, abbiamo comunque avuto, grazie soprattutto a Stefano Sollima, "Romanzo criminale" e "Gomorra". Salvo poi ricascare miseramente a fondo classifica con "1992", grande occasione persa. Come Scorsese "Undercover" ricorda "The Departed" di Martin Scorsese, che a sua volta era il remake di "Infernal Affairs" del regista di Hong Kong Andrew Lau: un poliziotto infiltrato nella mafia, un mafioso infiltrato nella polizia. Sotto copertura è l'agente l'agente speciale Martin Hristov. Da piccolo aiutava il padre nelle rapine, da grande ha un talento per la menzogna. Dieci bugie in fila, nessuna sgamata dalla macchina della verità, sono il suo esame di maturità. Segue un soggiorno a Parigi per rifinire l'addestramento, inventarsi un nuovo passato, ricomparire a Sofia come giovane e promettente criminale in cerca di lavoro. E di una clan mafioso dove infiltrarsi: da lì in poi non avrà nessuna rete di protezione. Tra un cazzotto e l'altro, deve imparare una serie di parolacce albanesi: la banda del boss Djaro fa affari con i vicini. Sorpresa: i mafiosi bulgari non vivono nelle casupole dei boss che si fanno catturare perché abbisognano di mutande pulite. Neppure nelle case sovraccariche di arredi barocchi dei camorristi Savastano. Vivono in candidi appartamenti di design con cucina a vista, dove affettano carote sul tagliere, anche loro contagiati dal virus di masterchef. Ricordano il criminale dandy visto in "In ordine di sparizione", spassoso film di Hans Petter Moland: ai sottoposti offre beveroni di verdura, e guai chi rifiuta o lascia sul tavolo il bicchiere pieno. Succedeva in Norvegia, dove si commettono omicidi a mezzo spazzaneve. Il bulgaro è ancora più avanti: un quadro di Francis Bacon appeso alla parete suggerisce facce deformate, ma con molta classe”. (Mariarosa Mancuso, “Il Foglio”)

giovedì 26 marzo 2015

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
"1992", racconto a mosaico tra manierismo e opera meritoria
"Preceduta da un'intelligente e capillare campagna promozionale (il canale 111 di Sky ha programmato solo opere del 1992, un'ideona!), ecco finalmente «1992», la serie sugli anni di Mani Pulite, un affresco storico in dieci puntate su quel fatidico anno che ha spazzato via i tradizionali partiti politici, nel bene come nel male. Ogni puntata racconta un mese del 1992, partendo proprio dall'arresto di Mario Chiesa nel Pio Albergo Trivulzio (17 febbraio) per concludersi il 15 dicembre, con l'avviso di garanzia a Bettino Craxi. Il poderoso racconto intreccia le storie di sei personaggi principali: Leonardo Notte (Stefano Accorsi), un passato extra-parlamentare e un presente votato al marketing più spietato; il poliziotto Luca Pastore (Domenico Diele) in cerca di giustizia; il suo collega Rocco Venturi (Alessandro Roja); Tea Falco nel ruolo di Bibi Mainaghi, figlia di un ricco industriale coinvolto negli scandali; Miriam Leone, disposta a tutto pur di andare a condurre «Domenica In»; e infine Pietro Bosco (Guido Caprino), testa calda che, per aver salvato un leghista da due albanesi, diventa un eroe per la Lega che lo candida in Parlamento. Sono personaggi inventati con nomi di fantasia, ma nella serie non mancano i riferimenti diretti ed espliciti a personaggi reali coinvolti nel periodo più nero della Repubblica Italiana: i magistrati Antonio Di Pietro (Antonio Gerardi), Gherardo Colombo (Pietro Ragusa), Piercamillo Davigo (Natalino Balasso) e i politici Umberto Bossi (Guido Buttarelli), Roberto Maroni (Peppe Voltarelli) e tanti altri («anche se ispirate a fatti realmente accaduti le storie narrate sono frutto della fantasia degli autori», sottolinea prudente la didascalia iniziale). Le storie personali servono a ripopolare davanti ai nostri occhi quella stagione milanese di sbadata tragicità, quasi un paese delle maschere, dove l'arroganza si mescolava all'incoscienza, dove ai numerosi reati di corruzione si contrapponeva una sorta di repulisti morale della Repubblica, in un clima di redenzione e salvezza: gli arresti, gli interrogatori, la fine dell'impunità di politici e imprenditori, il ruolo «salvifico» e politico del magistrati, i suicidi...
«1992» prende le mosse dalla nascita di quella sorta di laboratorio creato da Marcello Dell'Utri (Fabrizio Contri), che mescola Publitalia e Forza Italia, pubblicità e politica, il Paese e Tangentopoli in un difficile equilibrio fatto di intuizioni e spregiudicatezza. Nel momento in cui un sistema politico sembra crollare c'è già chi capisce con prontezza come il crollo possa portare a un nuovo, radicale cambiamento. Almeno nelle prime puntate, la serie cerca di ricostruire l'epica un po' infantile di Mani Pulite e sposa più la tesi «giustizialista» che quella del «golpe giudiziario». I reati furono commessi, eccome, ma certo la magistratura non si sottrasse a una campagna di moralizzazione che mise in discussione l'intero sistema politico italiano. È un racconto a mosaico: alcune tessere sono molto belle e potenti (il realismo del leghista), altre un po' meno, là dove la secchezza del racconto cede al manierismo. Però, dalla prima inquadratura in avanti, è impossibile staccarsene. La serie, prodotta da Wildside, è scritta da Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo, con la supervisione di Nicola Lusuardi e la regia di Giuseppe Gagliardi. L'idea del progetto è di Stefano Accorsi, che partecipa allo sviluppo creativo della serie (immaginandosi con un certo coraggio come il Don Draper di Mad Men ). Alla grandiosa sfida produttiva non sempre corrisponde un altrettanto elevato ardimento inventivo: il paradosso è che proprio il ruolo di Accorsi sembra il più manierato di tutti.
Rispetto a «Romanzo criminale» e a «Gomorra», «1992» ha una struttura più disarticolata, come se il montaggio fosse più importante della sceneggiatura, come se il lavoro di moviola servisse a dare al racconto qualcosa che manca alla scrittura. Sky fa opera meritoria, ma non sono queste le serie che dovrebbe produrre il Servizio pubblico? O forse no: l'accesso al bene pubblico radiotelevisivo è ormai alla portata di tutti, la pluralità delle istanze politiche, sociali e culturali è assicurata dalla varietà e molteplicità dei canali, dei media, delle fonti. La vera lezione di «1992» è che non basta chiamarsi Servizio pubblico per esserlo". (Aldo Grasso, 25.03.2015)

martedì 18 novembre 2014

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

LA REPUBBLICA
Rai, Mediaset e Sky: la sfida si fa serial aspettando Netflix
"Per la televisione in crisi l’ultimo business è la fiction. Sparito il cinema di genere, sono Gomorra, Romanzo criminale, Don Matteo, Montalbano, House of cards a dominare sul piccolo schermo. Nella sola stagione 2014-2015 la fiction supererà sulle reti generaliste le 6mila ore di programmazione: un mercato enorme, nel quale si muovono pochi produttori che si contendono ascolti e incassi in una battaglia che è la vera nuova frontiera della televisione. C hi vince comanda e in cassa fa il pieno, orientando anche le strategie delle reti. I padroni del mercato Nel mondo i primi tre produttori di serie sono Endemol (colosso acquisito da Murdoch dopo l’uscita di Mediaset nel 2012, con 80 società operative in 26 Paesi del mondo, con circa 1,4 miliardi di euro di fatturato) Fremantle Media (che fattura circa 1,7 miliardi di euro) e Zodiak (con un catalogo di 20mila ore, oltre 600 milioni di euro di ricavi prodotti nel 2013). Senza dimenticare Hbo (sigla di Home Box Office), di proprietà della Time Warner una delle emittenti tv via cavo più popolari degli Stati Uniti, con oltre 32 milioni di abbonati con un fatturato di 1,3 miliardi di dollari. Tra le serie d’autore I Soprano, Girls, Veep, Boardwalk Empire. E il fenomeno Netflix, servizio online di contenuti in streaming che ha realizzato uno dei prodotti migliori dell’anno, House of cards e il rivoluzionario Orange Is The New Black. Presieduta da Reed Hastings, ha visto crescere il fatturato a 4,4 miliardi di dollari. La La produzione di fiction italiana vale intorno ai 300 milioni di euro.
Una torta che in Rai si spartiscono cinque società esterne, le cosiddette «cinque sorelle», che assorbivano parte consistente del bilancio della tv pubblica per fornitura di contenuti. Ai primi tre posti: la Lux Vide, la Fremantle Media e la Publispei. La fiction salva la tv generalista, ma non è stata risparmiata dalla crisi: nel 2008 Rai e Mediaset investivano oltre 500 milioni di euro, che si sono ora ridotti a 300, ma l’industria dell’audiovisivo resta un business importante con i suoi 70mila addetti. Dei 300 milioni si può valutare che circa 220 vadano alla produzione indipendente. Infatti, mentre la Rai investe solo su società indipendenti, Mediaset opera prevalentemente attraverso società di sua totale o parziale proprietà. Le produzioni italiane hanno un problema di costi e di risorse. Il costo medio orario della fiction generalista alta è al di sotto del milione. Sono le tv, acquisendone quasi in toto i diritti che finanziano la maggior parte, mentre la quota che si recupera dal mercato internazionale è inferiore al 10%.
Il volume di investimento di Sky non è dell’ordine di grandezza di quello di Rai e Mediaset. Le generaliste richiedono attori noti e costosi; Sky può invece puntare su attori bravi ma meno conosciuti. Però, facendo parte di un grande gruppo internazionale, può contare su una percentuale di ricavi esteri molto più elevata. Per Romanzo criminale è stata del 30%; per Gomorra del 35% circa; per Zero zero zero si prevede oltre il 60%. Un futuro targato Netflix. I giovani usano il computer, il palinsesto è «su misura». Netflix, il servizio che sta rivoluzionando la tv, forte di 60 milioni di abbonati nel mondo, dovrebbe sbarcare in Italia alla fine del 2015. House of cards con Kevin Spacey è la prima serie distribuita superando il concetto di palinsesto: 13 episodi messi online lasciando agli abbonati la scelta su come vederli. «Credo che sia il cambiamento più profondo» ha spiegato Ted Sarandos, 48 anni, presidente per i contenuti alla Netflix. «Chi scrive per noi sa che dovrà scrivere una cosa più simile a un film di 13 ore». Ma la vera rivoluzione è nell’organizzazione e nel sistema di selezione delle storie su cui puntare. Spiega Sarandos: «È molto meno rischioso produrre così che realizzare 50-70 piloti all’anno - in gran parte buttati - come fanno i network». Il budget annuale per i contenuti è di 2 miliardi di dollari, il 10% dei quali destinato alla programmazione originale. Basteranno una decina di euro per avere a disposizione tutte le serie sul proprio televisore o sul tablet. Finora le tv italiane sono rimaste al riparo da Netflix per il ritardo della rete a banda larga italiana: senza una buona connessione Internet, infatti, la qualità dello streaming si riduce. Ma questo ritardo ha dato la possibilità ai concorrenti italiani di guadagnare tempo. «Siamo tranquillissimi» risponde Andrea Scrosati, executive vice president programming di Sky Italia «la nostra offerta in streaming già esiste, naturalmente i diversi operatori si differenzieranno per il prezzo ma soprattutto per i contenuti. Le serie italiane sono motivo di orgoglio: Gomorra è stata venduta in 105 paesi, stiamo producendo la serie di Paolo Sorrentino sul Papa. Il pubblico vuole la qualità».
«L’arrivo di Netflix - ribatte Lorenzo Mieli, ad di Fremantle Media Italia - è favorito dal lavoro immenso che ha fatto Sky in questi anni: lo spostamento dal cinema alla televisione non riguarda solo la tv, è un fenomeno gigantesco. Ci sono società che hanno fatto solo cinema e che si stanno riconvertendo, è un mercato enorme, in crescita. Netflix ha un modello di business tutto suo: acquisice il 100% dei diritti ma paga il producer fee, una tariffa molto alta rispetto all’Italia. Potrà essere possibile fare fiction italianissime che viaggiano nel mondo». Le strategie. «Quanto serve la fiction al Paese e quanto aiuta a forgiare un’identità? » si chiede Marco Follini, presidente dell’Apt, l’associazione dei produttori televisivi. «L’industria va difesa ma c’è ancora molto da fare. Dal momento in cui la Rai esprime interesse per un progetto al contratto esecutivo passano mesi. Questa catena burocratica deve essere accorciata. L’aver aperto alla possibilità di presentare progetti online mi sembra una misura di trasparenza apprezzabile. Ma si deve intervenire anche sul trattamento dei diritti, oggi penalizzante: contestiamo la cessione in perpetuo e vanno tutelati i margini di autonomia e indipendenza delle produzioni esterne». Se migliaia di turisti italiani e stranieri hanno scoperto la Sicilia grazie a Montalbano e si moltiplicano le gite in Umbria per ripercorrere le strade di Don Matteo, le varie Film Commission dalla Puglia al Piemonte al Trentino Alto Adige, lavorano per promuovere il territorio attraverso la fiction. «È un circolo virtuoso» spiega Eleonora «Tinny» Andreatta, capo di Raifiction, 200 milioni di euro di budget (400 ore di fiction e più di 100 ore di cartoon). «Cerchiamo di differenziare l’offerta spiega - per parlare a molti pubblici. Abbiamo sostenuto la politica del girare in Italia, per valorizzare il nostro territorio. I soldi spesi nella produzione italiana tornano moltiplicati al Paese. Grazie al tax credit l’Italia può diventare un centro di produzione internazionale. Ora puntiamo anche sul Web: “Braccialetti rossi” insegna che l’attività dei social network funziona e il Web riporta il pubblico giovane davanti alla tv». Antonino Antonucci Ferrara, a capo della fiction di Mediaset, fa i conti coi tagli: «Abbiamo soldi per fare un centinaio di serate. Rispetto agli americani non c’è discussione, lì oltre alla genialità degli autori c’è una spesa per il prodotto che supera i 5 milioni di dollari a puntata. Abbiamo abbassato i costi, i budget non sono più quelli di una volta. Ma è un momento buono per la creatività, puntando sui giovani sceneggiatori e coinvolgendo i produttori di cinema». Gli investimenti di fiction di Rai e Mediaset dal 2008 a oggi: la crisi ha colpito l’industria. Nel 2014 il budget si attesta sui 300 milioni. La fiction italiana è soprattutto legata alle produzioni più popolari, non stupisce quindi che a guidare la classifica dei titoli più visti siano tutte produzioni di RaiUno. In testa la serie interpretata da Terence Hill". (Silvia Fumarola, 17.11.2014)

venerdì 16 maggio 2014

NEWS - Netflix contro tutti (e bye-bye Italia!). Ha portato la Tv sui tablet e i pc di 44 milioni di persone ma nel nostro Paese probabilmente non arriverà. Storia e ragioni per le quali in Italia (ma anche in Francia) rimane un miraggio


Articolo di Anna Momigliano per "Rivista Studio"
«Non puoi semplicemente chiedere ai consumatori cosa vogliono e poi provare a darglielo. Non appena l’avrai costruito, loro vorranno qualcosa di nuovo» è una delle citazioni più note, usate e abusate di Steve Jobs. Jobs aveva la fama di essere un game changer, uno che ha cambiato le regole del gioco, del come si produce e come si consuma, uno che sapeva dare al pubblico quello che il pubblico ancora non sapeva di desiderare, uno che, a volere esagerare, ha cambiato la nostra interfaccia con la realtà prima che ce ne accorgessimo.
Questa però è la storia di un game changer contemporaneo, che sta cambiando le regole del gioco, del come si produce e come si consuma, in un’era in cui il pubblico e la concorrenza sono avvezzi a cogliere i cambiamenti, nel mercato e in se stessi, mentre essi sono ancora in atto. Questa è la storia di una Tv globale, di un gigante di Internet che ha cambiato il significato della parola “televisione”, come la televisione è guardata, scritta e prodotta, e che ultimamente sta cercando di cambiare anche le regole del web. Ma, soprattutto, questa è la storia di come questo colosso ha cambiato le abitudini di una una fetta della popolazione mondiale dando al pubblico quello che il pubblico ancora non sapeva di desiderare, e di come un’altra fetta del pubblico abbia cominciato a desiderare qualcosa di simile prima che quel colosso fosse in grado di dargliela. È la storia di come Netflix ha cambiato il mercato televisivo italiano senza mai arrivare in Italia e del perché non è poi così detto che ci arrivi.
Ci sono voluti vent’anni perché Netflix diventasse Netflix. Reed Hastings, un ingegnere elettronico laureato a Stanford, ha fondato la compagnia nel 1997 grazie al capitale ottenuto dalla vendita della sua ditta Pure Software, specializzata in debugging, a Rational Software, che oggi fa parte di Ibm. La società affittava Dvd, prevalentemente film e serie Tv, per posta: potevano essere ordinati via telefono oppure online, secondo il modello “pay per rent” di Blockbuster oppure attraverso un abbonamento mensile. Nel 2000 Blockbuster lanciò un’offerta d’acquisto per cinquanta milioni di dollari, venti volte quello che ci aveva investito Hastings. Hastings rifiutò. Blockbuster ha chiuso definitivamente i battenti nel 2014, sostengono alcuni, anche per la concorrenza dello streaming.
Netflix ha cominciato a essere ciò che è oggi, ossia la più grande web Tv del mondo, nel 2007, quando ha deciso di abbandonare progressivamente la distribuzione dei Dvd a favore dello streaming. È lo stesso periodo in cui anche altri capiscono le potenzialità di questo mercato: per esempio Nbc e Fox, che insieme formano Hulu, che offre contenuti in streaming gratuitamente, ma con interruzioni pubblicitarie più frequenti rispetto alle Tv tradizionali. Nei primi due anni della sua nuova vita, Netflix fa il botto: tra il 2007 e il 2009 passa da avere poco meno di otto milioni di abbonati a venti. Oggi ne ha 44, di cui quasi undici al di fuori degli Stati Uniti. In principio il suo catalogo è composto da contenuti vecchi, ma ben presto diventa chiaro che, se la cosa vuole funzionare, bisogna offrire carne fresca, cose nuove. Un primo tentativo è l’accordo del 2008 con Starz, Tv via cavo nota per la qualità dei suoi film e delle sue serie: in Italia è arrivata Boss, il political drama ambientato a Chicago e prodotto da Gus Van Sant, andato in onda sulle reti Rai. Nel 2011 la società annuncia di intendere «perseguire in modo aggressivo» la creazione di contenuti originali – ed è in questa fase che inizia l’apporto più epocale di Netflix alla storia della televisione.
David Fincher, il regista di Fight Club e del Curioso Caso di Benjamin Button, stava pensando già da qualche anno di girare un adattamento per il pubblico americano di House of Cards, una miniserie politica della Bbc andata in onda negli anni Ottanta e liberamente ispirata al Macbeth di Shakespeare. Per il protagonista Fincher aveva pensato a Kevin Spacey, che aveva diretto in Seven e con cui aveva collaborato per la produzione di The Social Network. Dal canto suo, l’attore, due volte premio Oscar, era convinto che quella fosse la parte per lui: «Il pubblico mi adora quando faccio il cattivo» Fincher e Spacey propongono la loro idea ad alcuni network consolidati, a cominciare dall’Hbo. Problema: tutti chiedono un episodio pilota. I due vorrebbero evitare perché, come Spacey avrebbe spiegato più tardi, in mente avevano una formula narrativa sofisticata, in cui il profilo dei personaggi emerge gradualmente nel corso delle puntate: un singolo episodio non avrebbe reso l’idea.

Gli unici che non chiedono un pilota sono i dirigenti di Netflix: non ce n’è bisogno, sostengono, perché i dati in loro possesso indicano che un prodotto del genere ha buone possibilità di successo. La società dedica molte risorse a un’analisi meticolosa delle abitudini degli abbonati. Grazie a un complesso algoritmo messo a punto dal vicepresidente Todd Yellin, che suddivide il catalogo in 76 mila sottogeneri (si va da “film sugli alieni fine anni Settanta” a “documentari basati su leggende metropolitane con protagonisti femminili di età compresa tra gli 8 e i 12 anni”), riesce a ricostruire i gusti, e dunque ad anticipare i desiderata futuri, dei suoi utenti: un sistema ideato per offrire suggerimenti quanto più mirati, i famosi “ti potrebbe interessare anche…”, ma adatto pure a stabilire le probabilità di successo di uno show in fase di pre-produzione. È quello che Alexis Madrigal, senior editor per la tecnologia di The Atlantic, ha definito la «decostruzione di Hollywood con l’ingegneria inversa». È ciò che permette a Netflix di dare al pubblico quello che il pubblico ancora non sa di volere.
L’algoritmo dice che un political drama ambientato nella Washington contemporanea, con un deputato machiavellico animato dallo spirito di vendetta e interpretato da Kevin Spacey per protagonista, è quello che la gente vuole: lo show si fa. L’algoritmo aveva ragione: House of Cards è diventata una delle serie più di successo, discusse e chiacchierate d’America; nel 2014 riceve quattro nomination ai Golden Globe, tra cui il premio per la migliore attrice protagonista assegnato a Robin Wright, risultato senza precedenti per una serie nata per il web. Spacey va in giro per il mondo a spiegare che House of Cards fa parte di una nuova età dell’oro della tv, e che questa età dell’oro passa anche da Internet: «Dieci anni fa nessun agente hollywoodiano mi avrebbe permesso di recitare per la Tv dopo due Oscar», ha detto al Guardian International Television Festival di Edimburgo, «figuriamoci per qualcosa in streaming».
Non è solo che la gente guarda volentieri online cose fatte bene ed è disposta a pagare per farlo. È che adesso ci sono contenuti, fatti bene e persino ambiziosi, pensati apposta per essere visti in rete, e magari distribuiti in modo non lineare. Nel febbraio del 2013, quando esce per la prima volta House of Cards, Netflix decide di rendere disponibile tutta la prima stagione, per un totale di tredici episodi, in contemporanea. È una decisione ispirata dall’osservazione del comportamento di chi guarda serie in streaming, poco importa se su siti illegali o a pagamento, e che tende a vedere molti episodi – nei casi patologici: moltissimi – tutti d’un fiato. Il “binge watching”, l’abbuffata di puntate, era una pratica diffusa da tempo, nata nell’era dei cofanetti Dvd e consolidata grazie allo streaming pirata. Con Netflix però assume una nuova portata, un valore normativo. Nel 2013 un sondaggio commissionato dalla società rivela che la maggior parte di chi guarda serie online si “abbuffa” e “binge-watching” sarà candidata dall’Oxford Dictionary a parola dell’anno (vincerà “selfie”).
Oltre alle prime due stagioni di House of Cards, viene rilasciata “all at once” la quarta stagione di Arrested Development, un altro contenuto originale della web tv, diretto da Ron Howard: sono serie pensate per essere guardate, o meglio guardabili, tutte d’un fiato, lontano dai ritmi che scandivano la serialità dei telefilm tradizionali.
Cambia il modo di scrivere, ed è un processo conscio. «È stato un po’ come scrivere un unico, lungo romanzo», hanno raccontato gli autori di House of Cards: non un romanzo a puntate – formula cui va di moda paragonare certe serie in stile Soprano, dove la narrazione seriale ricorda alcuni romanzi d’appendice dell’Ottocento – ma un unico, lungo romanzo, che tutt’al più può essere diviso in capitoli. Ah, tecnicamente quelli di House of Cards non sono “episodi”, bensì “capitoli.”
Anche Michael Hurwitz, l’ideatore di Arrested Development, sostiene che l’avere scritto per lo streaming ha avuto un impatto sul processo creativo: scrivere quando già si è certi che lo spettatore sarà in grado di tornare indietro e riguardare (cosa che succede per l’online, ma anche quando si ha la certezza di andare in Dvd) permette di inserire dettagli e chicche che rischierebbero di andare perse con la Tv lineare, ha spiegato Hurwitz in un’intervista a Todd Van Der Werff pubblicata sul numero 15 di Studio. Sebbene abbia avuto un minore successo rispetto a House of Cards, Arrested Development è un prodotto ancora più innovativo, se non altro dal punto di vista formale: nato come sitcom che faceva il verso a Seinfeld, è andato in onda sulla Fox per tre stagioni tra il 2003 e il 2006, prima di essere cancellato per un relativo insuccesso di pubblico. Negli anni però ha mantenuto una fan base affezionata e agguerritissima, tanto che si era sparsa la voce della possibile realizzazione di un film ispirato alla serie. Quando Netflix ha deciso di produrre una quarta serie a sette anni dalla fine della terza, Howard e Hurwitz hanno visto l’occasione per sperimentare un formato completamente nuovo: il risultato sono 15 episodi, ognuno incentrato su un personaggio, tutti ambientati nello stesso lasso di tempo e che, di conseguenza, possono essere visti (quasi) in ordine sparso. Senza una distribuzione in stile Netflix, con tutte le puntate pubblicate in contemporanea, un formato del genere non avrebbe alcun senso.
Portando film e serie sui tablet e i Pc di milioni di persone, Netflix ha contribuito a separare il concetto di Tv dall’oggetto-Tv: nessuno si sognerebbe di dire che non è una televisione, soltanto che non serve un televisore per vederla. Inoltre, producendo contenuti originali scritti, diretti e recitati appositamente per lo streaming, nonché concepiti con dati raccolti grazie ad esso, ha contribuito al modo in cui la televisione, una certa televisione, nasce.
Netflix però sta cambiando anche il panorama di Internet e forse sta cambiando anche qualche regola del gioco. Messa giù brutalmente: occupa un sacco di “spazio”, e ha bisogno di strutture e di norme che gli consentano di farlo. Secondo una ricerca diffusa nell’autunno del 2013 dalla società canadese Sandvine Inc, è la singola impresa responsabile del maggiore traffico in rete: da sola, rappresenta ben il 31,6% del flusso di dati in downstream del Nord America, quasi il doppio di YouTube – insieme i due fanno la “metà di Internet”.
Permettere a decine di milioni di utenti di guardare film ad alta risoluzione in streaming non è un affare semplice, e c’è stato un momento in cui sembrava che Netflix non sarebbe stata in grado di fornire la qualità del servizio promessa: nei primi due mesi del 2014, molti abbonati nordamericani hanno cominciato a lamentare problemi, i video “andavano lenti”, col buffering che si interrompeva sul più bello. Il 23 febbraio Netflix firma un accordo con Comcast, il maggiore Internet service provider degli Stati Uniti, per migliorare la qualità del servizio. Si tratta del primo caso di peering a pagamento nella storia del web, e poco dopo la Tv annuncia intese analoghe con Verizon e A&T, altri due grandi Isp.
Secondo alcuni, il 23 febbraio è il giorno in cui la neutralità di Internet è morta. L’accusa rivolta a Netflix è quella di avere pagato i tre principali Isp in cambio di un trattamento preferenziale dei suoi dati.  Dal canto suo, Reed Hastings ammette che «non dovrebbe essere così», ma sostiene di essere stato «ricattato» dai provider. «In realtà la questione è un po’ più complicata», spiega a Studio Jason Abbruzzese, esperto di tecnologia per Mashable. «Tecnicamente l’accordo non vìola alcuna regola sulla neutralità di Internet, almeno così com’è formulata dalla Commissione delle comunicazioni federali. Gli accordi di peering esistevano già prima ed erano anzi incoraggiati, ma finora sono sempre stati a titolo gratuito. Qui invece siamo davanti al primo caso noto di peering a pagamento, e si può dire che questo violi lo spirito della neutralità della Rete, perché una compagnia sta pagando un Isp affinché il suo servizio funzioni meglio». Comunque la si pensi, dice Abbruzzese, «è un precedente che potrebbe avere delle importanti ramificazioni per il futuro di Internet».
Da quando Netflix è diventata Netflix, la domanda che si sono posti un po’ tutti, in quel ristretto e talvolta sovrastimato gruppo di anglofili iper-connessi che costituisce il pubblico di serie in stile House of Cards, e che di regola s’è già visto House of Cards su siti pirata, è: quando arriva in Italia? In un primo momento s’era sparsa la voce di uno sbarco per la primavera del 2014, ne hanno parlato anche i grandi quotidiani, un rumor insistente al punto da essere quasi dato per fatto certo. Poi però s’è diffusa un’altra voce, e cioè che Netflix sarebbe arrivata nel 2015: in molti hanno attribuito il rinvio alle carenze delle infrastrutture italiane, ché qui da noi le connessioni sono lente e, come dimostra l’affaire Comcast, fare una Tv in streaming non è affar semplice.
Ora, prima di discutere il mancato sbarco in Italia, bisogna mettere in chiaro che la società ufficialmente, non ha mai annunciato nulla. Contattato da Studio, il portavoce Joris Evers si è limitato a dichiarare che Netflix non parla con giornalisti di «nazioni dove non siamo presenti». Fonti vicine a un Internet service provider europeo ci hanno detto che la compagnia sta cercando un country manager per l’Italia, ma per il momento dalla sede di Amsterdam. Per il resto si tratta soltanto di voci, che erano cominciate a circolare quando s’era venuto a sapere (scoop del Corriere delle Comunicazioni) che il gruppo aveva acquistato i diritti per la fiction Romanzo Criminale: pare,  insomma, un interesse per l’Italia ci sia, ma che si proceda con i piedi di piombo.
«Netflix sta dosando le forze in Europa», dice Emilio Pucci, direttore dell’istituto di ricerca e-Media. «La sensazione è che Netflix entri in un mercato quando vede un potenziale di crescita immediato o prossimo», prosegue l’analista, «e il contesto europeo non è facile, frammentato e ben presidiato dai broadcaster che hanno un peso considerevole sul mercato dei diritti». La decisione di vendere i diritti per la trasmissione di House of Cards in Italia a Sky, che l'ha lanciata sul nuovo canale Atlantic, è indice di cautela e al contempo d’interesse: un modo per farsi conoscere dal pubblico, ma anche una presa d’atto che per farsi conoscere, per il momento, è meglio passare dai media tradizionali.
Non si tratta, dunque, soltanto di un problema di infrastrutture, che pure c’è. Se Netflix è riuscita a raggiungere alcuni paesi europei – Norvegia, Finlandia, Danimarca, Olanda, Irlanda e Regno Unito, dove ha già raggiunto un milione e mezzo di abbonati – e non altri, le ragioni sono molteplici. Le trattative, per dire, si sono arenate pure in Francia, pare proprio per questioni di diritti. Le leggi francesi sono «particolarmente protettive per quanto riguarda il ciclo dei contenuti video», spiega Liam Boogar, direttore di Rude Baguette, specializzato nella scena tech francese: affinché un film possa essere distribuito in Dvd devono passare anni dall’uscita al cinema, e non è chiaro quanto Netflix fosse disposta ad applicare lo stesso principio allo streaming. «Questo sistema può piacere o non piacere», commenta Boogar, «ma alla fine deve essere Netflix ad adattarsi alle leggi locali, non il contrario».
A complicare il mercato italiano, poi, c’è la concorrenza. Già, perché tale è stato il polverone alzato da Netflix nel Bel Paese che due tra i principali player hanno deciso di giocare d’anticipo. Mediaset ha lanciato Infinity alla fine del 2013, mentre lo scorso marzo è arrivato sul mercato Sky Online: si tratta in entrambi i casi di web Tv in abbonamento, che offrono contenuti in formato non lineare, separate dai pacchetti a pagamento Mediaset e Sky. Un gioco in difesa, certo, ma anche una difesa che gioca d’anticipo: «Essere arrivati primi per noi è un vantaggio», dice a Studio Marco Paolini, direttore del marketing strategico di Mediaset. La situazione che si è creata, ammette, è quella di un mercato dello streaming probabilmente destinato a rimanere per un po’ una nicchia, ma già affollato: «Questo, però, è un problema più per Netflix che per noi».
Tra gli analisti, a dire il vero, c’è chi dubita che l’Italia sia un contesto adatto allo streaming a pagamento: «Manca la massa critica», sostiene Carlo Alberto Carnevale-Maffè, docente di business strategy alla Sda Bocconi. Il problema, dice, è «tecnologico, economico e demografico»: gli italiani navigano poco su internet, e ancora meno da rete fissa; i soldi mancano, e infatti il modello pay Tv è in crisi anche sul digitale terrestre; ma soprattutto i giovani sono pochi e vivono coi genitori: «la Tv qui da noi è ancora una cosa che si guarda tutti insieme, in famiglia, e i ragazzi non hanno il potere contrattuale di decidere che abbonamenti fare o non fare». Non è che il pubblico per lo streaming a pagamento non ci sia. È che questo pubblico – composto da giovani con un lavoro, disponibilità economica, una buona connessione a Internet e, soprattutto, un’abitazione propria – è troppo piccolo per rendere l’operazione economicamente redditizia dal punto di vista di un’azienda come Netflix, sostiene Carnevale-Maffè.
Entrare nel mercato italiano significa aprire una sede, assumere del personale, adempire a complesse pratiche legali, adattare il modello business e, non ultimo, l’offerta di contenuti – con traduzione, doppiaggio, sottotitoli e campagne acquisti: i costi sarebbero tali che si rischia di non rientrare, specie se il mercato è piccolo e, come pare, ormai affollato. Per colossi già presenti sul territorio, invece, il problema della massa critica non si pone, ovvero si pone in termini minori. I costi gestionali sono scaricati su strutture già esistenti, i diritti ci sono già, così come il lavoro di traduzione e doppiaggio è stato già fatto: «Nelle nostre condizioni, per raggiungere il break-even basta poco», spiega Paolini, il dirigente Mediaset. Infinity, racconta, è gestita da una squadra di circa quindici persone, in parte già dipendenti dell’azienda.
L’impressione che ci siamo fatti è che, se Netflix ha rinviato i suoi progetti in Italia, non è soltanto a causa delle infrastrutture e di un pubblico forse un po’ più provinciale che altrove, ma anche perché i suoi potenziali competitor hanno saputo giocare d’anticipo, accaparrandosi delle fette di un mercato che, proprio a causa della carenza di infrastrutture e della demografia del pubblico, è già ristrettissimo di per sé. Vabbé, ma non è con questi prodotti che si può rubare audience a Netflix, avrà pensato qualche purista dopo avere visto i cataloghi di Sky Online e Infinity, che specie sul versante serie hanno un appeal un po’ più conservatore. Tutto vero, si potrebbe controbattere, ma la questione si ridimensiona se si tiene conto che, piaccia o no, il pubblico nostrano è più conservatore e, soprattutto, che la sfida tra Netflix e i due grandi player italiani non è ad armi pari: Netflix per funzionare ha bisogno di una massa critica importante, gli altri corrono meno rischi e hanno costi più bassi, per vincere a Mediaset e Sky basta galleggiare.
Per una volta, a questo round, il game changer s’è fatto battere sul tempo da avversari molto più tradizionalisti, che hanno saputo correre ai ripari, offrendo al pubblico ciò che il pubblico non sapeva di volere… prima che Netflix facesse parlare di sé. Ma si tratta, per l’appunto, soltanto del primo round. Perché, se è probabile che Infinity e Sky Online abbiano contribuito a tenere Netflix lontana dall’Italia, è anche possibile che, se avranno il successo sperato, questi progetti creino un ambiente meno ostile alla web Tv nel prossimo futuro: «La situazione in Italia non tarderà ad evolversi», conclude Pucci, il direttore di e-media, «le iniziative di Mediaset e Sky, per quanto difensive, faranno da stimolo».

martedì 29 aprile 2014

NEWS - "Le serie tv non sono l'ufficio stampa del male": Roberto Saviano dixit alla vigilia di "Gomorra-La Serie" (by Sky Atlantic)
(ANSA) - ROMA, 29 APR - "Credo che guardare Gomorra e poi emulare le gesta dei personaggi sia profondamente improbabile. Ma per una ragione: quei fatti gia' avvengono. Guardare alle serie televisive come a un ufficio stampa del male e' uno sguardo un po' superficiale. Possono al massimo dare spunti a chi ha scelto di essere un criminale. Si torna sempre al punto di partenza: alla realta' che ha fatto fare una scelta del genere. Il film non puo' mai essere un'educazione al crimine. La realta' e' gia' oltre, non e' la fiction che puo' indurre qualcuno a intraprendere la strada del crimine nella vita. La materia su cui intervenire e' quella realta', non il film che la racconta. In 'Gomorra - La Serie' noi raccontiamo la realta' cosi' com'e'. E' la nostra finzione perche' ovviamente la serie e' una finzione, fatta da attori. Non e' un documentario". E' quanto sottolinea Roberto Saviano in un'intervista a Sky Atlantic Hd trasmessa nell'ambito della presentazione oggi a Roma dell'anteprima del colossal Tv in 12 episodi "Gomorra - La Serie", il cui debutto nei primi due episodi e' atteso per il 6 maggio su Sky Atlantic Hd. Il Colossal e' stato realizzato da Sky con due delle maggiori societa' italiane di produzione televisiva e cinematografiche, Cattleia e Fandango, in collaborazione con La7 e in associazione con Betafilm. Il primo ciak e' stato battuto nel marzo 2013 per la regia di Stefano Sollima (lo stesso della serie cult Romanzo Criminale) che ha curato anche la supervisione artistica. Dietro la macchina da presa anche Francesca Comencini e Claudio Cupellini e un maxi cast di giovani attori legati al territorio su cui spiccano tra tutti Marco D'Amore, Fortunato Cerlino, Maria Pia Calzone, Salvatore Esposito, Marco Palcetti e Domenico Balsamo. Prima ancora del suo debutto Tv, Gomorra la Serie ha destato l'interesse dei principali mercati televisivi internazionali e gia' oggi e' stata venduta in 40 Paesi tra cui gli Stati Uniti. Dal libro, al film, alla serie, quanto c'e' di realta' e quanto di fiction, perche' un racconto seriale? "Perche' - ha fatto notare Roberto Saviano in un'intervista a Sky - mi ero reso conto che erano rimaste fuori tante storie e una serie avrebbe potuto raccontarle". Che garanzie ha chiesto in fase di sviluppo? "La garanzia - ha risposto lo scrittore - che ho chiesto agli sceneggiatori e allo stesso Sollima e' stata soltanto una: noi raccontiamo i meccanismi della realta', non la semplifichiamo, non la traduciamo neanche. Non indichiamo soluzioni. Noi dobbiamo raccontare. La garanzia che ho chiesto e' stata soltanto questa. Dal momento in cui si e' deciso di stare dentro questo metodo - ovvero raccontare la ferocia ma allo stesso tempo la stupidita', non rendendo nulla etico, ma neanche temendo di mostrare qualcosa che in qualche modo attrae - dal
momento in cui ho capito che questa era anche la volonta' dei produttori, degli sceneggiatori e del regista, ho riconosciuto il mio progetto". Saviano ha fatto notare che era importante girare a Scampia e non in altri luoghi perche' Scampia e' protagonista, e' un attore, non e' una quinta che puoi ricostruire, e' il dna della serie".

giovedì 6 marzo 2014

NEWS - Da qui all'Infinity! Mediaset non è più sola nello streaming: arriva Sky on Demand (ex "The River")
Dallo sport ai film, dal tg alle serie tv. Sky si prepara a lanciare la sua offerta streaming aperta a tutti, con il nome di Sky Online. E così entro fine marzo si potrà accedere alla programmazione del network da computer, dai tablet più venduti (Apple e Samsung), da smart tv (i Samsung di ultima generazione), da PlayStation 3 e 4, e dall'estate anche da Xbox 360 e Xbox One. La mossa, attesa, era inevitabile. Segue quella di Mediaset che ha appena lanciato Infinity a 9,99 euro al mese e si aggiunge agli altri servizi che nel nostro Paese si stanno letteralmente moltiplicando. Chili Tv, Cubovision di Telecom, Apple Tv, Play di Google, Video Unlimited di Sony, Xbox Video di Microsoft, tanto per citare i principali. Ma soprattutto precede lo sbarco tanto temuto di Netflix, da ottobre visibile nei Paesi Scandinavi oltre che negli Usa e in Inghilterra, e di Amazon Video che in teoria avrebbe dovuto aprire i battenti anche da noi già nel corso del 2013.
Conosciuto precedentemente come "River", Sky Online si basa però su un modello diverso da quello di Netflix e simili. Salvo alcune serie tv originali come House of Cards, Netflix per 9,99 euro al mese offre un catalogo di titoli on demand spesso datati. Sky Online invece è una finestra ibrida che unisce una parte della programmazione Sky ad una libreria di film e telefilm relativamente ristretta. Differente da Sky Go, destinato a chi è già cliente e che ha molti più canali, Online è fatto di pacchetti singoli mensili venduti ad un costo ancora da confermare ma che presumibilmente sarà inferiore ai 20 euro al mese. Ovvero al prezzo dell'abbonamento base da parabola. Per non cannibalizzare quello che è il business principale del network, la somma dei tre pacchetti avrà un prezzo maggiore degli equivalenti sottoscritti in maniera tradizionale. In pratica Sky Online è un modo per raggiungere quel pubblico che ogni tanto ha voglia di guardare una certa serie tv, un film o una partita di calcio, ma non intende o non ha modo di istallare una parabola.
Serie Tv. Sarà il pacchetto più vantaggioso rispetto al prezzo e consentirà di accedere in diretta alle serie trasmesse da Fox (Fox, Fox Crime, Fox Life), mentre on demand saranno a disposizione intere stagioni di telefilm americani o prodotti dalla stessa Sky. Si va da The Following, Blacklist a Walking Dead, fino a American Horror Story, Grey's Anatomy, Game of Thrones, Boardwalk Empire e (ironia della sorte, verrebbe da dire) House of Cards di Netflix. Senza dimenticare Romanzo Criminale e Faccia d'Angelo.

giovedì 20 febbraio 2014

NEWS - "Diabolik" si fa in 3! Al via la co-produzione seriale europea del fumetto made in Italy

(ANSA) - ROMA, 20 FEB - Diabolik un mito inaffondabile, la serie televisiva tratta dal popolarissimo fumetto italiano sara' la prima co-produzione realizzata da tre pay tv: Sky Italia e BSkyB, in collaborazione con Sky Deutschland, stanno lavorando alla sua realizzazione. E' la prima volta infatti che le tre piattaforme pay europee sviluppano un progetto congiunto e per farlo hanno scelto un personaggio e delle storie tutte italiane. La serie Diabolik sara' ispirata al popolare fumetto, entrato nell'immaginario collettivo di milioni di persone in tutto il mondo, e nato dalla penna delle sorelle Angela e Luciana Giussani. Diabolik non e' un super eroe ordinario, e' un ladro pericoloso e spietato e un professionista del furto d'identita', espediente che utilizza per assumere le sembianze delle proprie vittime e degli avversari e raggiungere cosi' i suoi scopi. Tutte le storie sono ambientate nella citta' immaginaria di Clerville. Il fumetto fu creato nel 1962 e pubblicato all'epoca in
edizioni tascabili mensili in bianco e nero. Il successo fu immediato e travolgente: dopo 50 anni e ben 800 storie, ancora oggi Diabolik fa registrare numeri sbalorditivi, con le sue 400.000 copie vendute ogni mese.  La nuova serie, attualmente in fase di sviluppo, sara' formata da 10 episodi della durata di circa un'ora ciascuno e le tre aziende sono al momento impegnate nella nomina dello showrunner.  L'obiettivo e' di mantenere l'ambiguita' originale dell'eroe oscuro delle sorelle Giussani che, pur essendo un criminale, e' dotato di profondi e radicati principi etici e di una grande integrita' morale. Andrea Scrosati, Executive Vice President Programming di Sky Italia, ha fatto notare: "Negli ultimi sei anni Sky Italia ha puntato molto sulle produzioni originali, offrendo ai suoi abbonati prodotti innovativi in grado di stabilire nuovi standard creativi, visivi e produttivi nel mercato italiano. Sono particolarmente orgoglioso e felice del fatto che una delle nostre prossime serie televisive - e la prima co-produzione internazionale con partner europei - sia ispirata a una creazione e a un "brand" italiano molto popolare.". Anne Mensah, Head of Drama di BSkyB, da parte sua ha
rilevato: "Questo progetto ha il potenziale per attingere all'immaginario collettivo del pubblico in ciascuno dei nostri paesi. E' straordinario aver trovato una property nella quale investire tutti con la stessa passione ed entusiasmo. Siamo impazienti di iniziare a lavorare insieme per portarla sugli schermi". Con Diabolik, Sky Italia continua a investire va detto in produzioni originali con un grande potenziale per il mercato internazionale, sulla scia del successo di Romanzo Criminale, venduto in 60 Paesi, e di Gomorra, la serie ispirata all'omonimo best-seller di Roberto Saviano - prodotta per Sky da Cattleya e Fandango in collaborazione con La7 e distribuito a livello internazionale da Beta Films - attualmente in fase di post-produzione e gia' venduta in 28 Paesi.  Gary Davey, Executive Vice President Programming di Sky Deutschland, ha aggiunto: "E' entusiasmante lavorare con BSkyB e Sky Italia a questa serie. La storia di Diabolik ha un grandissimo potenziale e possiede tutti gli elementi all'altezza di una grandissima pay-tv. I primi concept che abbiamo visto sono a dir poco stupefacenti".

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