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mercoledì 2 gennaio 2019

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

IL FOGLIO
L'importanza di chiamarsi "Soprano"
"Era 20 anni fa, nulla è rimasto uguale. Tony Soprano con l'accappatoio bianco, a bordo piscina con gli anatroccoli, appare sulla Hbo il 10 gennaio 1999. Per un bel po' sarà l'argomento di conversazione: è vero che quella Golden Age, non la prima nella storia della tv americana, aveva già avuto qualche anticipo, ma "I Soprano" fecero il botto. Gli spettatori italiani aspettarono un paio d'anni, fino al 2001, per scarsa convinzione da parte dei responsabili del palinsesto: cinque episodi su Canale 5, poi su Italia 1, in orari notturni. Adesso che le serie sono più numerose delle giornate a disposizione per guardarle - con grave danno per la chiacchiera, non c'è più un "Lost" su cui accapigliarsi "I Soprano" restano in cima alla lista per scrittura, recitazione, invenzioni drammaturgiche. Vorremmo avere il tempo per riguardare le sei stagioni da cima a fondo - invece siamo travolti dalle nuove uscite. Nella lista delle migliori serie del 2018 compilata per il New Yorker da Emily Nussbaum c'è la categoria "serie che avrei voluto vedere perché ne dicono un gran bene, ma non ho avuto il tempo". Qualcuno ha fatto i conti: servono 60 ore per vedere "The Wire", altra serie imperdibile. Serve lo stesso tempo per leggere "Guerra e pace", più "Don Chisciotte", più "Moby Dick", più "Delitto e castigo". "I Soprano" contano : episodi di un'ora, interrotti il 10 giugno 2007 con una dissolvenza: ci sta qualcosa ancora per completare la bibliotechina dei classici. Era la tv di vent'anni fa. Gli attori erano scelti dai responsabili del casting, e poi sarebbero diventati star (il passaggio inverso non era neanche concepibile). I registi non provenivano dal cinema, ma da altre serie televisive (ora fanno la fila per passare dal cinema a misura di blockbuster, con tempi decisionali lunghi, alla televisione che decide in fretta, o alle piattaforme streaming affamate di prodotto e attente alle nicchie). James Gandolfini era un attore non di primissimo piano, uno sceneggiatore come Matthew Weiner aveva già nel cassetto i pubblicitari di "Mad Men" ma nessuno li voleva. Siccome si parlava di mafia, le associazioni che difendono il buon nome degli italoamericani protestarono. Nessuno ha pronunciato una sola parola contro la Napoli ricostruita per "L'amica geniale" di Saverio Costanzo: è l'Italia che piace, miserabile e pittoresca, vociante e sguaiata. I fanatici aspettano "The Soprano Sessions", tutto quel che avreste voluto sapere su "I Soprano" e non avete mai osato chiedere. Lo hanno scritto, per celebrare il ventennale, Matt Zoller Seitz e Alan Sepinwall (suo il saggio "The Revolution Was Relevised", da Rizzoli con il titolo "Telerivoluzione"). Finalmente avremo certezze su chi pronunciò la frase "il cunnilingus e la psicoanalisi ci hanno portato alla rovina". Sintomo inequivocabile, per la famiglia mafiosa, che il meglio era passato, l'avevano goduto i padri e i nonni. Nelle situazioni complicate, Tony Soprano si chiede: "Cosa avrebbe fatto Don Vito Corleone al posto mio?". Mai si era visto un mafioso con il Prozac nel taschino ("lavoro nel settore rifiuti" dice Tony Soprano alla dottoressa Melfi, mentre vediamo il cadavere di un nemico smaltito in discarica). Dicono a Hollywood che la buona idea per un film deve poter essere sintetizzata in poche parole. Vale anche per le serie, e David Chase ha avuto quella giusta: mettere insieme l'omertà del "negare sempre" con la regola di Freud che impone di dire tutto, ma proprio tutto, quel che passa per la testa". (Mariarosa Mancuso)

lunedì 19 novembre 2018

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
IL SOLE 24 ORE
E se la miglior serie della stagione fosse su Amazon Prime?
"E' un gran momento per Amazon Video, che sta pubblicando alcune tra le serie più discusse della stagione: Forever, The Romanoffs (dal creatore di Mad Men Matthew Weiner), il sospirato ritorno di Patriot (se non avete visto questa perla recuperatela, ne vale davvero la pena) e Homecoming (online dal 2 novembre scorso), che può essere pubblicizzata sia come l'esordio televisivo di Julia Roberts, sia come la nuova serie del creatore di Mr. Robot, Sam Esmail. Homecoming è tratta da un omonimo podcast del 2016, ed è un thriller psicologico, ambientato in una struttura sanitaria sperimentale che dovrebbe aiutare i militari appena tornati in patria a superare la sindrome post traumatica da stress e a reinserirsi nella vita civile. Roberts interpreta Heidi Bergman, psicologa a cui è stata affidata la direzione dell'intero centro, nonostante non abbia nessuna esperienza lavorativa. La storia si dipana su due piani temporali paralleli: il presente, nella clinica, durante la sperimentazione; il futuro, quattro anni dopo, quando Heidi è tornata a vivere con sua madre e lavora come cameriera in un diner di provincia, mentre un impiegato del Dipartimento della Difesa sta cercando di ricostruire gli eventi che hanno portato alla chiusura del progetto. Sam Esmail ha girato tutti gli episodi e si vede, il suo stile è presente in ogni fotogramma: primi piani insistiti e stranianti, costante senso di inquietudine senza causa apparente, complottismo, paranoia a carrettate. Ma non si pensi a una fotocopia di Mr. Robot, anzi: una delle scelte più interessanti è quella di mettere insieme soluzioni tecniche molto attuali, come riprese aeree o elaboratissimi piani sequenza che attraversano muri e scale, con uno stile sfacciatamente rétro, esplicitamente ispirato ai maestri del thriller anni '60 e '70, Hitchcock e De Palma in primis. Geniale la costruzione della colonna sonora, presa di peso da vecchi film musical da John Carpenter, Pino Donaggio, Vangelis e molti altri: piuttosto che commissionare delle musiche "nello stile di", Esmail ha deciso di riutilizzare quelle reali dell'epoca e fare un originalissimo lavoro di cucitura della realizzazione scenica sull'audio preesistente, l'opposto di quel che si fa di solito. La presenza delle grandi star del cinema nelle serie TV non è sempre positiva, ma stavolta la performance di Roberts funziona davvero, ha perfino qualcosa di trattenuto. Il suo famoso sorriso viene utilizzato solo in maniera ironica: in una scena di uno degli ultimi episodi, quando finalmente viene mostrato in tutta la sua estensione a favore di telecamera, è in realtà una maschera che nasconde disperazione e delusione. Anche se a volte forse si prende un po' troppo sul serio, Homecoming è un viaggio in una distopia contemporanea che vale sicuramente la pena di intraprendere". (Gianluigi Rossini)

mercoledì 17 ottobre 2018

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

IL FOGLIO
Che noia i Romanoff! 
Una volta le serie erano belle perché meno lente di certi film...
"Ma che fate, vi accanite? Non basta che Damien Chazelle nasconda nel ripostiglio le scarpe bicolori da tip tap per dedicarsi a Neil Armstrong con "First Man", la storia del primo astronauta che mise piede sulla luna (ci sono andati, sicuro, anche se i manifesti del film, alla Mostra di Venezia, lanciavano "l'impresa impossibile", schiacciando l'occhio ai negazionisti). Ora fa i dispetti anche Matthew Weiner, dedicando una serie ai Romanoff (su Amazon, gli episodi 1 e 2 dal 12 ottobre, gli altri sei di venerdì in venerdì: nulla è più nuovo, ormai, della cara vecchia somministrazione settimanale). I Romanoff - e le fantasie sulla piccola Anastasia la figlia dello Zar, sopravvissuta alla fucilazione bolscevica - stanno abbastanza in fondo perfino nella lista delle cose che NON ci interessano, e invece sembrano vantare schiere di appassionati. Ci fanno sbadigliare più delle virtù del silenzio, più dell'oro perduto di Benito Mussolini (chi lo sa? magari Antonio Scurati conosce il ripostiglio segreto, lo svelerà nell'ultima riga dell'ultimo volume della trilogia "M. Il figlio del secolo"), più del linguaggio dei delfini, più dei libri che sulla fascetta promettono "un'intensa scrittura femminile". Però Matthew Weiner è Matthew Weiner. Ha scritto per "I Soprano", ha avuto la sua storia di mezzo insuccesso "Mad Men" non la voleva nessuno, finì alla AMC che non aveva mai prodotto una serie. E' stato accusato di comportamenti inappropriati, per aver detto a una donna che lavorava con lui "dovresti farti vedere nuda" (i garantisti attendevano l'entrata in campo di Cristiano Ronaldo, per disquisire di sottigliezze giuridiche). Ha rivelato la magia del Carrousel che proiettava le diapositive, la difficoltà di pubblicizzare i fagioli, la destrezza dei ragazzini capaci di preparare un Tom Collins con la ciliegina. Una bella apertura di credito l'aveva, nonostante i Romanoff - colpa della maledetta convinzione che gli showrunner bravi rendono interessante qualsiasi cosa. E nonostante la notizia che aveva girato gli episodi in paesi diversi: quando i discendenti dello Zar di tutte le Russie si disperdono hanno il mondo intero a disposizione. Oltre ad Anastasia, potrebbe essere sopravvissuto il fratello Alessio, che scatena meno fantasie (un guantino dello zar fa la sua apparizione nel romanzo di Rosa Matteucci "Tutta mio padre"). Quindi abbiamo guardato le prime due puntate, sperando che si ripetesse il miracolo di "Mad Men". Durata un'ora e mezza. Così da far dire - è una mania - "l'ho pensato come un film, va visto come un film". Idea bizzarra: le serie erano belle perché erano meno noiose di certi film. Se adesso fate le serie noiose, a episodi lunghi come un film, forse ci ripensiamo. Se poi la lentezza finisce per diventare un merito, e come tale viene celebrata, va a finire che torniamo la sera a leggere i romanzi dell'Ottocento, loro sì che sapevano come si fa. "The Violet Hour", ambientato a Parigi, racconta una ricca aristocratica di nome Anastasia. La mattina sventola il croissant davanti alla musulmana con il velo che si prende cura di lei: "Lo vedi? Questo lo abbiamo inventato dopo avervi sconfitto a Vienna". In "The Royal We", racconta un doppio adulterio. Il marito in città - con la scusa di far parte di una giuria popolare". La moglie in crociera, dove son tutti discendenti dei Romanoff. Unica zampata: la famiglia dello Zar Nicola messa in scena dai nani, con il nano Rasputin che insegue Anastasia. Per colonna sonora, la "Danza delle spade" di Khachaturian". (Mariarosa Mancuso)

mercoledì 3 ottobre 2018

NEWS - A(m)maz(z)on, che palinsesto! Presentato a Londra il carnet seriale deluxe di Prime Video: da "Homecoming" di Sam Esmail a "The Romanoffs" di Matthew Weiner e "Good Omens" di Terry Pratchett. Julia Roberts, esordiente seriale come Orlando Bloom e Cara Delevingne, non ha dubbi: "qui si respira arte e libertà!"

Articolo tratto da "Il Messaggero"
Per rischiare tutto, a cinquant'anni, ci vuole coraggio. Specialmente se il proprio lavoro è a Hollywood, e se a quell'età si dispone ancora di un piccolo capitale di successo, potere e bellezza. Julia Roberts, però, non è donna da facili conformismi. E così, compiuto mezzo secolo d'età, il Premio Oscar si è regalata un esordio assoluto in una serie tv. «Non è stato poi cosi diverso dal fare un film, a parte il fatto che la gente vive nel terrore dagli spoiler e che ogni tanto serviva che qualcuno mi ricordasse a che punto della storia fossimo arrivati», ha detto ieri l'attrice, ospite a sorpresa del meeting organizzato da Amazon a Londra per presentare alla stampa le novità della piattaforma Prime Video.
Protagonista della serie Homecoming, in Italia dal 2 novembre, diretta dal papà di Mr Robot Sam Esmail e già rinnovata per una seconda stagione, Roberts interpreta il ruolo di una psicologa, Heidi Bergman, che assiste i militari appena rientrati dal fronte. Ma l'azienda per cui lavora non è cosi onesta come sembra: «E un thriller in cui mi hanno affidato un doppio personaggio, vulnerabile e autoritario. Sono orgogliosa di Homecoming, è un prodotto artistico». «Arte» e «libertà» sono termini che ricorrono in più di un'occasione: li usa anche il fumettista e scrittore Neil Gaiman, presentando le prime immagini dell'attesa serie Good Omens, tratta dal romanzo, scritto a quattro mani con il genio del fantasy comico Terry Pratchett, Buona Apocalisse a tutti!. «Ricordo di aver sprecato anni a proporre a chiunque il progetto di American Gods: tutti mi dicevano che era troppo strano, troppo inconsueto. Amazon, appena l'ha letto, l'ha voluto immediatamente. È gente che ha rispetto per la libertà degli autori». E cosi Gaiman, dopo aver firmato un contratto in esclusiva per la piattaforma, e lavorato alla seconda stagione di American Gods, è riuscito a rendere reale anche «l'ultimo desiderio di Pratchett, cioè quello di trasformare Buona Apocalisse a tutti! in una serie tv. Terry Gilliam voleva farne un film, ma non ci è riuscito. L'ho scritta in 18 mesi, ci sono 10 milioni di fan in tutto il mondo pronti a linciarmi, se dovessi sbagliare». Ma dalle prime immagini mostrate ieri - uno spassoso dialogo tra candido angelo Michael Sheen e il diavolo dagli occhi di serpente David Tennant, e una sequenza con Jon Hamm nei panni (sempre elegantissimi) dell'Arcangelo Gabriele - Good Omens, «la prima commedia mai girata sull'Apocalisse», ha le carte in regola per diventare uno dei cult del 2019. 
Farà parlare di sé anche The Romanoffs, la prima delle novità Prime Video a trovare la via dello streaming il 16 ottobre, che ieri a Londra ha festeggiato la sua première: nata dalla penna di Matthew Weiner, tomato a scrivere per la tv a 11 anni da Mad Men, The Romanoffs è una serie in otto puntate, autonome l'una dall'altra, ambientate ai giorni nostri e accomunate da uno spunto, cioè l'appartenenza di alcuni dei protagonisti alla stirpe degli zar di Russia. Colonna sonora rock (Cake, Lou Reed nei primi due episodi), pochi nomi celebri nel cast (Aaron Eckhart, Isabelle Huppert) e molti volti che Weiner spera di lanciare, «come fu con Mad Men. Ho voluto mantenere lo stesso staff, lo stesso approccio cinematografico alle inquadrature e un certo senso dello humor». Che ne I Romanoffs ha una qualità nera, quasi sovversiva, come si intuisce già dall'intrigante sigla inziale: «Non mi interessa raccontare storie in cui non ci sia umorismo, anche se si tratta di melodrammi».
Tra gli altri titoli presentati ieri, molta Germania con le nuove stagioni della serie Deutschland, 86 e 89 (tutta sulla caduta del Muro), il thriller Beat, ambientato nei club della Berlino techno tra dj set e traffico di organi, e la coproduzione franco-tedesca Deutsch-les-Landes, sorta di Benvenuti al Sud in cui un paesino francese in bancarotta viene ripopolato da ricchi tedeschi.
Confermato anche il ritorno di Jack Ryan, in una seconda stagione in cui a John Krasinski si affiancherà Noomi Rapace, «nei panni di una donna tostissima - ha detto l'attore - ma poco amichevole», e l'arrivo nel corso del 2019 del misterioso Carnival Row, fantasy-steampunk con Orlando Bloom detective e Cara Delevingne fata ribelle. «Non sarà un fantasy come tutti gli altri - ha detto la modella e attrice - tratterà temi importanti e politici, come l'immigrazione, il classismo e il razzismo". Una serie che segna un altro esordio in tv, quello di Orlando Bloom: "È un film epico, ambientato in un mondo quasi vittoriano. Non potevo tirarmi indietro di fronte a un progetto così particolare. Cosi artistico".

mercoledì 6 dicembre 2017

NEWS - A(m)mazon, che botta! Lo scandalo Weinstein costa alla piattaforma di Jeff Bezos 2 milioni di dollari per le serie cancellate

News tratta da "Deadline"
The nuclear cloud that has enveloped the Weinstein Company after the explosive revelations of decades of alleged sexual harassment and sexual assault by Harvey Weinstein just got thicker by more than $2 million in a fraud and breach of contract lawsuit“TWC had lured Plaintiffs into a trap,” producers Scott Lambert and Alexandra Milchan say of the company’s role in the now-shuttered David O. Russell series that was set to be played by Amazon Studios on its streaming service. “Unknown to Plaintiffs, TWC’s former co-chairman, Harvey Weinstein, had engaged in multiple acts of sexual misconduct. This misconduct — which TWC knew very well, but concealed from Plaintiffs — was effectively a ticking time bomb.” A bomb that blew up after the October 5 New York Times exposé on Weinstein’s behavior and about 80 women that have come forward since. Having put in nearly all the financing, Amazon pulled the plug on October 13 when the Jeff Bezos-led company decided that it “no longer plans on moving forward” with the 20-episode, two-season order for the series starring Robert De Niro and Julianne Moore and directed by Russell. While then still going ahead with The Romanoffs series Matthew Weiner, who now also is accused of sexual harassment, Amazon’s action led the two actors and The Fighter director asserting that “out of respect for all those affected we have decided together that it is best to not move forward with this show.” And, with agreed-upon backend profits, credits, relocation costs, $50,000-an-episode fee each and $250,000 development fee about to disappear, that’s where industry vets Lambert and Milchan’s professional world crashed down. “In October 2017, the time bomb exploded with the revelation of Weinstein’s sordid history of sex abuse,” the EMJAG Production execs add in their complaint (read it here). “The Project was one of its casualties, as Amazon, seeking to distance itself from Weinstein, withdrew from the Project. TWC then withheld the compensation that it had promised to pay to Plaintiffs.” In sum, after “several years” developing what was supposed to be a $160 million-budgeted two-season series, Lambert and Milchan have been left with nothing for getting caught in a toxic situation they had nothing to do with.“Plaintiffs negotiated with TWC under the belief that they were dealing with a reputable company,” notes the fairly restrained suit of their fraud claim. “During the time of the negotiations and at the time that they entered into the Contract, they had no knowledge of Weinstein’s history of sexual misconduct,” it adds of the two producers who dealt extensively with TWC exec David Glasser and even moved to NYC for the series. “Had they known of his sordid history, they would not have entered into the Contract, as it would have exposed TWC’s appearance of reputability to be a sham.”An alleged sham situation that the producers represented by Freedman+Taitelman LLP now want the unstable TWC to pay up for throwing them under Harvey’s bus, so to speak. The four-claim complaint for “damages well in excess of $2,000,000,” was filed Friday in Los Angeles Superior Court. Facing several lawsuits arising from the vile situation, a potential battle with Michael Moore and making it past the holiday, TWC did not respond to request for comment on the civil lawsuit. It will have to reply in court, eventually.

giovedì 11 agosto 2016

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

IL FOGLIO
Ecco perchè "Mad Men" è stato un successo
I professori universitari di tutto il mondo e di qualsiasi materia si somigliano: già l'accensione di un  microfono è superiore alla destrezza tecnologica della categoria. Quindi servono istruzioni precise. L'intervento non deve superare i venti minuti, supporti filmati compresi. Siccome i computer portatili hanno difficoltà a connettersi con gli impianti fissi, si raccomanda una chiavetta usb. Meglio se ce n'è una seconda di backup, per ogni sciagurata evenienza. Si ricorda inoltre ai convenuti non americani che gli apparecchi leggono solo dvd con il marchio "Zona 1". Sembra un paragrafo rubato al romanzo di David Lodge "Il professore va al congresso" (dove un accademico in crisi da pagina bianca resta bloccato per giorni su una frase che inizia con "Therefore...", "E dunque..."; verrà salvato da un'epidemia di morbo del legionario che modifica il programma). Sono le istruzioni date ai professori che intendevano partecipare al convegno "Mad Men -The Conference", organizzato lo scorso maggio dalla Middle Tennessee State University (di cui finora ignoravamo l'esistenza) in collaborazione con la University of Salford a Manchester (mai sentita neanche questa, esiste come università dagli anni 50 del Novecento, non possono pretendere). Il luogo preciso era Murfreesboro, poco distante da Nashville in direzione sud, e Nashville era consigliata come gita a fine lavori, con pullman prenotabile alla modica cifra di 20 dollari. In attesa che arrivino gli atti del convegno - i più meritevoli avranno l'onore del supporto cartaceo, l'online viene celebrato a parole ma poi un libro è un libro, anche per i nativi digitali - abbiamo recuperato su The Hollywood Reporter un articolo sulla storia orale di "Mad Men". Uscì quando la serie diede l'addio agli spettatori, con un finale meno originale del congedo immaginato da David Chase per "I Soprano" (una dissolvenza in nero, molti spettatori pensarono che si era guastato il televisore). Ma abbastanza bizzarro da suscitare ipotesi e interpretazioni: è Don Draper che ha trovato la pace con gli hippie in California, oppure i figli dei fiori gli hanno suggerito lo spot più ruffiano nella storia della Coca Cola? Matthew Weiner racconta di aver scritto il primo copione di "Mad Men" in sei giorni: c'erano gli anni 60, l'agenzia di pubblicità, dosi di sigarette e di cocktail Martini da inquietare i dirigenti di ogni rete televisiva. Non c'era ancora l'identità rubata - a un soldato morto nella guerra di Corea - da Don Draper, che in realtà si chiama Dick Whitman. Fu aggiunta quando già la Amc aveva stanziato tre milioni di dollari per il pilot ("Chi diavolo sono questi della Amc?" chiedevano i possibili co-produttori interpellati: era una rete che mandava perlopiù vecchi film americani, la sigla sta per American Movie Classic). A conferma che in materia di capolavori l'ispirazione è sopravvalutata - valgono più la fatica e la casualità - quel pezzo di trama veniva da un'altra sceneggiatura ripescata da un cassetto nello studio di Weiner. Gli aneddoti da set ricordano quel che si raccontava di Luchino Visconti: anche i cassetti dovevano esser riempiti con roba anni Sessanta, e guai se l'insalatiera non era quella giusta. Incredibile ma vero: January Jones (Betty) fece il provino per la parte di Peggy. Ancora più incredibile fu la battaglia per avere Jon Hamm. Spiega Matthew Weiner, (che è bassetto e calvo): "Eravamo nei 2006, gli attori di bell'aspetto finivano in fondo a tutte le liste delle agenzie di casting, in cima stavano i tipi come Seth Rogen e come me". (Mariarosa Mancuso, 20.07.2016)

mercoledì 25 febbraio 2015

NEWS - "Mad Men", the final count...DON! Tutti pronti all'addio di Draper&Co. mentre si molptiplicano gli eventi per celebrarne la cult-aggine (il Smithsonian Museum in primis)
Don Draper’s gray suit and trademark fedora are headed to the Smithsonian. As part of an ambitious slate of cultural commemorations tied to the end of Mad Men, Vulture has learned that the Smithsonian’s Museum of American History will add Don’s familiar fashion statements — plus his much-used office bar cart — to its permanent collection. In a ceremony planned for March 27, series creator Matthew Weiner will also donate a copy of the script for season-one finale “The Wheel,” including a never-filmed alternate ending. The Smithsonian enshrinement is one of several exhibits, events, and screenings AMC and Mad Men producer Lionsgate have organized as part of an effort to both market the Mad Men farewell season (which kicks off April 5) and position the show for a long and prosperous pop-culture afterlife. “A television series unlike any other deserves a send-off unlike any other,” AMC president Charlie Collier said in a press release announcing the network’s plans, which include big events at seven different New York museums and organizations and at least one major exhibit in Los Angeles. Here’s what’s planned so far:
—On March 14, New York’s Museum of the Moving Image launches “Matthew Weiner’s Mad Men,” a three-month installment consisting of re-creations of sets from the show, more than two dozen costumes, and “hundreds of props, video clips, and personal notes and research material.” There’ll also be a look inside the Mad Men writers’ room and video interviews with Weiner about his process. The museum is also launching a ten-film screening series called “Required Viewing: Mad Men’s Movie Influences,” with Weiner-selected titles such as Les Bonnes Femmes and The Apartment. And on March 20, MoMI will host "An Evening With Matthew Weiner," a live Q&A with the producer and an as-yet-named moderator.
—The Los Angeles County Museum of Art is hosting a two-day series (March 26–27) in which Weiner and select cast members will screen their favorite episodes of the show and then discuss them with Elvis Mitchell.
—Weiner and cast members Jon Hamm, January Jones, Christina Hendricks, John Slattery, and Vincent Kartheiser will gather at New York’s Alice Tully Hall on March 21 for the Film Society of Lincoln Center–sponsored "Mad Men: The End of an Era," in which those assembled will discuss their favorite scenes from the show’s seven seasons. FSLC will host a free, two-day screening series of “essential” episodes of the show, as chosen by Weiner.
—The Brooklyn Academy of Music’s BAMcinématek offers “Mad Men at the Movies,” a two-day festival (April 22–23) of films that inspired the show. Weiner or a cast member will be on hand for postshow discussions of the chosen films.
—Weiner will speak at the Museum of Jewish Heritage on March 29 (as part of the museum’s “Designing Home: Jews and Midcentury Modernism") and at a public program at the 92nd Street Y on April 28.
—The New York Public Library will host a Mad Men–themed edition of its “Live From the NYPL” ticketed event series a few days after the show’s May finale. It’s also launching the “Mad Men Reading List,” an assortment of 25 titles given shout-outs during the show’s run.

venerdì 6 giugno 2014

PICCOLO GRANDE SCHERMO - Mad Woman! Amy Poehler di "Parks and Rec" alla corte di Matt Weiner al cinema
Amy Poehler di “Parks and Recreation” (la 6° stagione inedita su Joi dal 5 agosto) – sitcom per la quale si è già aggiudicata un Golden Globe e 2 Critics’ Choice Awards – sarà protagonista del nuovo ed atteso film di Matthew Weiner, ideatore di “Mad Men” e sceneggiatore de “I Soprano”. La pellicola, intitolata “Are You There”, verterà sull’amicizia perduta (tema autobiografico riferito a Weiner: i suoi amici, a suo dire, scomparvero tutti quando iniziò a scrivere “I Soprano”). Co-protagonisti al fianco di Poehler saranno Zach Galifianakis e Owen Wilson. Il film ha avuto vita complicata: 8 anni per finire la sceneggiatura, due periodi di riprese diversi (durante le pause di “Mad Men”), vari ripensamenti di montaggio e tagli dopo la presentazione al Toronto Film Festival nel 2013. Si vocifera che l’uscita nelle sale americane possa essere il 22 agosto, anche se la dicitura sulla locandina uscita questa settimana “Coming Soon” non non assicura la garanzia assoluta.

sabato 22 marzo 2014

NEWS - In America capita che l'ideatore di una serie cult come "Mad Men" prenda carta e penna per scrivere ai giornalisti pregandoli di evitare spoiler...(tanto per gradire)

venerdì 22 marzo 2013



NEWS - Amy Poehler, regina Usa delle sit-com (ignorata per ora in Italia)
Si parla poco sulla stampa italiana di Amy Poehler di "Parks and Recreation" (su Joi la quinta stagione inedita ogni giovedì in prima serata). Eppure in America è considerata una "hit-woman", uno di quei nomi rosa che tutto quello che tocca tramuta in successo. Un recente numero della bibbia tv "Entertainment Weekly" la pone quale "donna più influente, in vista e impegnata" del piccolo schermo americano. Ancor più di Tina Fey (ebbene sì, sorpasso è stato!), colei con la quale ha condiviso la presentazione dei recenti Golden Globes (sono anche cresciuti in rete fans club dedicati alla coppia, con la speranza che vadano a vivere insieme e recitino/presentino/vivano sempre fianco-a-fianco). Insomma, in America siamo al limite del feticismo. Pure icona di stile, è diventata Amy, non proprio modella o taglia 38/40. Tutto merito della sit-com "Parks and Recreation" che sta lanciando nell'empireo questa attrice nata alla corte del "Saturday Night Live" (lì avvenne il primo incontro con Fey) che è ora attesa al grande salto al cinema - a dire il vero già frequentato, ma mai con successi memorabili - con due film: nella commedia "You are here", in uscita quest'anno, affianca Zach Galafianakis davanti alla cinepresa di Matthew Weiner, l'ideatore di "Mad Men" e sceneggiatore de "I Soprano" alla sua opera prima; nel 2014 Poehler sarà nell'altra comedy "They Came Together", incentrata sulla crisi economica (Christopher Meloni di "Law&Order: SVU" nel cast). Il successo e l'ascesa non sembra scalfire la flemma di colei che è stata nominata agli Emmy Awards per l'episodio di "Parks and Recreation" intitolato in originale "The Debate" (4a stagione), oltre che come miglior inteprete, per la miglior sceneggiatura e miglior regia (entrambe sue!). Nel tempo libero, la nostra ha trovato il tempo per produrre il pilot di una nuova serie in rampa di lancio, "Broad City", tratta dall'omononima web-serie, che al momento non la vede protagonista. Al momento, verrebbe da sottolineare, vista la sua iper-attività su più fronti. "Sono felice di non essere diventata famosa a 20 anni - commenta l'attrice - ho avuto più tempo per fare le mie esperienze e prendermi fischi davanti a poche persone". E se qualcuna volesse seguire le sue tracce, Poehler ha il proprio vademecum ironico sempre in borsetta:

  • "Mai farsi riprendere in foto sexy su Internet sapendo che poi non verranno mai cancellate".
  • "Siate voi stesse. Nessun'altra può esserlo".
  • "Non abbiate paura a recitare o scrivere cose oscene. L'importante è la reiterazione, la palestra di poterle vivere in scena ogni sera, imparando ogni volta l'arte dell'improvvisazione, fino a quando un giorno vi sentirete pronte per il grande salto".
  • "Dite in giro che siete fidanzate con qualcuno di famoso".
  • "Se potete, tenetevi i vostri capelli".
  • "Portate sempre un tuxedo in valigia".
  • "Andate in giro con una bici vistosa, in modo che possano dire 'ah, è quella ragazza che gira con quella bici figa...".
  • "Andate a letto con chiunque - uomini, donne, chiunque possiate - e sperate nel meglio".
  • "Alle audizioni presentatevi con un neonato. E' un'ottima distrazione per chi sta in fila". 
  • "Scaricate una delle app più famose sul vostro iPhone e iniziate a collezionare punti".

giovedì 31 maggio 2012

L'EDICOLA DI LOU - Stralci e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

THE NEW YORKER
Imperdibile: l'omaggio di "Community" a "Doctor Who"

"The NBC series “Community” was created by Dan Harmon, a mad scientist of sitcoms—so divisive a figure that he was just run out of town by his own studio. (The show was re-upped for a fourth season, but Harmon was replaced with new showrunners.) Even amid the brutality of network TV production, this was a pretty shocking event, since “Community” is Dan Harmon, the way “Mad Men” is Matt Weiner. Set at a community college that is really a stage for wildly inventive genre experiments, it’s a comedy that’s at once alienating and warm, a sitcom lover’s sitcom that attracts the kind of fans that the media scholar Henry Jenkins once described, with admiration, as “frighteningly ‘out of control,’ undisciplined and unrepentant, rogue readers.”
In other words, not everyone. So perhaps it’s no coincidence that “Community” ’s excellent third season, which ended two weeks ago, featured a season-long meditation on the pains and pleasures of cult fanhood, structured around an homage to one of the greatest science-fiction shows: “Doctor Who.” The key to this exploration was the character of Abed Nadir, played by Danny Pudi with the gaze of an amused basilisk. Abed, who has Asperger’s syndrome and dreams of making documentaries, is in one sense a familiar sitcom character, the gentle alien observer—like Latka, in “Taxi.” But with each season he has drifted closer to the show’s center, replacing its ostensible hero, the smart-ass Jeff, and injecting “Community” with his super-fan enthusiasms, which range from Batman to “My Dinner with André.”
As Abed emerged, “Community” became a bit of a science-fiction show itself, the kind of series in which, in the season’s signature moment, a tossed die splits a dinner party into six alternate realities. In another plot this season, Abed and his best friend, Troy, constructed a Holodeck-like space in their apartment, which they called the Dreamatorium. Inside that green-and-yellow grid, Abed and Troy played out imaginary plots of their favorite show, “Inspector Spacetime,” which stars an “infinity knight” in a bowler hat, and his associate, Constable Reginald (Reggie) Wigglesworth.
“Inspector Spacetime” is, of course, an affectionate tribute to “Doctor Who,” the long-running series that helped create our modern breed of Abeds and Dan Harmons—the sort of difficult obsessives who make original things and then get fired. “Doctor Who” débuted on the BBC in 1963, three years before “Star Trek” (and the day after Kennedy was assassinated). The show’s eponymous hero was (and is) a Time Lord, capable of jumping through time and space. He does so in the whirling TARDIS, which looks like a bright-blue phone booth but is as large as a mansion once you step inside. When near death, he generates a new body, conveniently played by a new actor (something NBC surely wishes were a tradition for showrunners). There have also been many “companions,” often plucky females—most famously Sarah Jane Smith (Elisabeth Sladen)—as well as enemies, like those Nazi-ish pepper pots the Daleks. The show used the shabbiest possible effects, plus a fly-by-night attitude toward narrative logic, although its low budget was as much a feature as a bug: it made something out of nothing, much the way Abed and Troy constructed their Dreamatorium engine out of cardboard tubes and a funnel. After twenty-six years on the air—and intense devotion from fans—“Doctor Who” was cancelled, in 1989. Then, in 2005, it was “rebooted” by the BBC, and overseen, for the first four seasons, by Russell T. Davies, one of whose earliest memories, at the age of three, was of the 1966 season. In 2010, Steven Moffat, best known for his modern reinvention of “Sherlock,” took over, and Matt Smith became the eleventh Doctor.
Before I caught up on the last two seasons, my expectations were low. I anticipated something like the seventies-era series that I faintly remembered: a goofy, juvenile thrill ride. (I haven’t watched Davies’s version, but a fellow TV critic told me that she was so attached to his “Who” that she wasn’t watching Moffat’s.) The original “Who” dwelt on pure sci-fi obsessions, abstract questions of how society is organized and the line between humans and machines. But, as deeply as fans loved the show, its themes were rarely emotional. Instead, it jumped from Aztec civilization to Mars, as much an educational show for children as an adult narrative, with a British-colonialist view of the universe. (So many savages, so little time.) The series’ most striking feature was the Doctor himself: in contrast to “Star Trek” ’s Kirk—the Kennedyesque leader of a diverse society—the early Doctor Who was an alien iconoclast with two hearts and a universe-wide Eurail Pass. For a certain breed of viewer, this was an intoxicating ideal: the know-it-all whose streak of melancholy—or prickly rage, depending on who was Who—had to be honored, because he actually did know everything.
Though that show had its charms, I was surprised, and delighted, to find that the modern “Doctor Who” has a very different emphasis: it’s a show about relationships, in an epic and mythological vein. Certainly, the show has plenty of the classic “Doctor Who” pleasures, albeit with more sophisticated effects: there are seafaring pirates; a metallic England floating on a giant “Star Whale”; and a factory full of avatar-laborers whose faces melt off like goo. The Doctor himself is a pale, puppyish genius who shares several qualities with Moffat’s modernized Sherlock Holmes, including fashion affectations (he insists that bow ties are cool, then fezzes, then cowboy hats) and a Professor-from-“Gilligan’s Island” allure. The show’s strength, however, is not its one-off stories but its longer arcs, a structural breakthrough of “The X-Files,” which modelled the notion that episodic TV could be woven together with powerful, season-long themes, inspiring the more complex breed of modern shows, both sci-fi and regular-fi".
(Emily Nussbaum, 30.05.2012)

mercoledì 21 marzo 2012

L'EDICOLA DI LOU - Stralci e commenti sui telefilm dai giornali italiani e stranieri

LA STAMPA
"Mad Men", l'attesa è finita
"La grande attesa dei Mad Men maniaci è finita. Dopo un ritardo dovuto alle contrattazioni fra la rete e il creatore della serie Matthew Weiner, il 25 marzo sul canale tv americano Amc arriva la quinta stagione, e chi si sentiva orfano dal 17 ottobre 2010 potrà smetterla di ingannare il tempo con un placebo come 'Downton Abbey'. Riecco Don Draper (Jon Hamm), la sua ex moglie Betty sosia di Grace Kelly (January Jones) e quella nuova, Megan (Jessica Paré), passata repentinamente dallo status segretariale a quello coniugale. Riecco i pubblicitari di Madison Avenue stretti fra carrierismo e terrore di perdere i clienti, e le loro colleghe in gonne a matita e reggiseni Maidenform. Riecco, soprattutto, gli scintillanti Anni Sessanta dei lunch con tre Martini e delle sigarette fumate a catena (sul set sostituite con innocue paglie da erboristeria), riprodotti fino all’ultima insalatiera di ceramica dagli scenografi in quello stile che ormai si chiama retro-modern. Quanto all’impazienza dei fan italiani, per ora non arrivano anticipazioni precise; ma è lecito pensare che non passerà molto prima che la quinta serie sia trasmessa anche da noi.Per capire quanto gli Stati Uniti di Obama si siano infatuati di Mad Men (13 Emmy e 4 Golden Globe nel palmarès) basti dire che “Newsweek” versione Tina Brown ha dedicato al loro «ritorno in ufficio» non una semplice storia di copertina, ma un intero numero, grafica e pagine pubblicitarie comprese. Dove si trattano argomenti e personaggi di cinquant’anni fa come l’eccidio di My Lai, l’anchorman Walter Cronkite o i trip all’acido lisergico. Ma soprattutto si celebra il culto di un’epoca che a chi ha l’età di Matthew Weiner, «cresciuto a forza di Mash e di Happy Days , e con l’incubo dell’Aids» può sembrare una fantastica età dell’oro. Che si trattasse invece di un’era di travaglio e di passaggio, dove chi non era maschio, bianco ed eterosessuale faceva una gran fatica a trovarsi un posto al sole, è tema non eluso dagli sceneggiatori. Come dimostrano soprattutto le figure femminili, riprodotte con squisita introspezione psicologica: Joan, per esempio, l’ape regina fra le segretarie dell’agenzia (l’attrice è la iperstatuaria Christina Hendricks), di spaventosa efficienza professionale ma di totale sudditanza agli uomini; o Peggy Olson (Elisabeth Moss), la ragazza più intelligente dell’ufficio, che ha sacrificato la propria vita privata alla carriera e manco si era accorta di essere incinta (il bambino, va da sé, l’ha poi dato in adozione).Alla fine della quarta serie, abbiamo lasciato Draper distrutto professionalmente e in preda all’alcol, però fidanzato con la segretaria Megan, che tanto bene sa comportarsi con i suoi bambini. La sua prima moglie si è risposata con il faccendiere politico Henry Francis. Non è felice, ma a chi gli ha chiesto se si metterà a leggere Betty Friedan e scoprirà il femminismo, Matthew Weiner ha risposto «che forse troverà l’illuminazione da qualche altra parte».Accontentatevi perché è praticamente l’unica anticipazione concessa su quel che succederà nei prossimi 13 episodi. Resta da capire che cosa succederà dell’agenzia Sterling Cooper Draper Pryce, schienata dall’abbandono del fondamentale cliente Lucky Strike, e se il Grande Segreto di Draper (che in realtà si chiama Dick Whitman, è figlio di una prostituta e ha rubato l’identità a un commilitone caduto durante la guerra di Corea) verrà pubblicamente a galla. Nel frattempo, Joan avrà un figlio che non è del giovane marito dottore, partito per il Vietnam, ma del suo amante Roger Sterling, e Peggy dovrà ancora combattere con chi crede che abbia fatto carriera perché è andata a letto con Don Draper: circostanza che, per altro, non si è mai verificata.Promette molto bene il personaggio di Sally Draper, figlia di, ormai arrivata all’età delle prime cotte e dei primi concerti dei Beatles; anche se ha creato inquietudine un certo servizio fotografico per cui la sua interprete a malapena tredicenne, Kiernan Shipka, ha posato truccata e con i tacchi".
(Egle Santolini, 21.03.2012)

domenica 11 marzo 2012

TWITTER-JAM - La playlist delle migliori twittate seriali selezionata da AcademyTelefilm e TelefilmCult

Nina Dobrev & Ian Somerhalder: 'Vampire Diaries' at PaleyFest!: Ian Somerhalder and Paul…


I can't wait to meet President Peres from Israel tomorrow. Looking forward to learning more about the situation in Israel.


Desperate Housewives e il finale rovinato via


Eva Longoria Dines With Friends Post Split: Eva Longoria heads back to her car after grabbing…


Kathy Bates talks 'Harry's Law' return: 'I wish the naysayers would just shut the F up'


Scoop: 2 BROKE GIRLS Books Martha Stewart


PaleyFest: 'Bones' Creator Hart Hanson on a 2-Season Pickup, Those Extra 4 Episodes


"Mad Men's" return comes with a plea from Matthew Weiner to critics: No spoilers. Will they listen? Why they should:

"Il trivial game + divertente dell'anno" (Lucca Comics)

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Il GIOCO DEI TELEFILM di Leopoldo Damerini e Fabrizio Margaria, nei migliori negozi di giocattoli: un viaggio lungo 750 domande divise per epoche e difficoltà. Sfida i tuoi amici/parenti/partner/amanti e diventa Telefilm Master. Disegni originali by Silver. Regolamento di Luca Borsa. E' un gioco Ghenos Games. http://www.facebook.com/GiocoDeiTelefilm. https://twitter.com/GiocoTelefilm

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