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martedì 5 maggio 2020
giovedì 16 gennaio 2020
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venerdì 11 ottobre 2019
giovedì 11 maggio 2017
GOSSIP - Gli Amici di Jennifer Aniston: "Se 'Friends' fosse in onda oggi sarebbe stato girato in un bar con tutti davanti agli iPhones!" (Apple ringrazia)
Jennifer Aniston joked about how if Friends were made today, the episodes would just be everyone looking at their smart phones in the coffee shop. “We were jokingly saying that if Friends was created today, you would have a coffee shop full of people that were just staring into iPhones. There would be no actual episodes or conversations, ”Jennifer said on Arianna Huffington‘s new Thrive Global Podcast. “If I think back before devices, I’m trying to think first, which came first, my bad sleeping habits or a device?” she continued. “I honestly think I used to sleep beautifully and I don’t think I attributed to the fact that these phones came into our lives that have actually started to disrupt our sleep.” “I love what she said about if Friends was created today you would have a coffee shop full of people that were just staring into iPhones because it’s so true,” Arianna said later. “I think the way she talks about her relationship with her devices, her not being on social media and the way her day is so much better when she doesn’t start it by rushing to her phone and instead meditates and takes a few minutes for herself.”
mercoledì 4 gennaio 2017
NEWS - A dieta dopo le Feste! Ecco come non ingrassare guardando le serie tv...
Articolo di Mariarosa Mancuso per "Il Foglio"
A furia di vedere serie tv temete di ritrovarvi con "un culo che fa provincia"? (copyright Mario Moniceli in "Parenti serpenti": lo dice Miriam Leone alla figlia adolescente strappandole il gelato di mano). Andrà peggio, molto peggio. Il British Journal of Sports Medicine ha stabilito che ogni ora di televisione guardata dopo i 25 anni toglie venti minuti di vita. Pare di ricordare che neppure le sigarette avessero effetti tanto devastanti. Prima dei 25 anni restiamo con il dubbio: forse i bambini che ne hanno vista fin dall'asilo alla maggiore età neppure arrivano. Oppure sono vaccinati e possono guardarla a oltranza. Servono lumi, da chi sa. L'ha scritto il British Journal of Sports Medicine — dimenticando le statistiche sui malanni da jogging e le soporifere conversazioni di chi non ha la tv e comunque le serie non le guarderebbe. Com'è naturale — in questo mondo votato alla prevenzione (soprattutto di accidenti che mai succederanno) — subito arrivano le contromosse. Per evitare danni bisogna mangiare acini d'uva ghiacciati, suggerisce Jeff Wilser su Vulture. Sono lo spuntino perfetto, ingannano la mente convinta di star mangiando un gelato. Più difficile, ammette l'articolista, farsi venire voglia di carote crude mentre si guarda una puntata sanguinaria di "Game of Thrones". Bisogna fare pause, come al lavoro. Tappa che segue all'ergonomia da scrivania, scavalcata dai contorcimenti per guardare i Black Mirror anche quando sarebbe vietato (alle anteprime importanti il cellulare viene imbustato, per liberarlo dalla morsa servono unghie ad artiglio). Oppure proibitivo, per esempio sotto l'ombrellone. Dove però è più facile seguire la regola del venti-venti-venti. Ogni venti minuti bisognerebbe staccare gli occhi dallo schermo, fissare qualcosa distante venti piedi (diciamo sei metri, non basta la parete di fronte) per almeno venti secondi. Poi si può riprendere con l'episodio della serie messo in pausa. "Binge Better" è il titolo dell'articolo. Come dire "Ingozzati meglio" (di immagini, si intende). Chi lo ha scritto evidentemente non sa, o finge di non sapere, che il Binge Watching incatena un episodio dietro l'altro, saltando per fare prima i titoli di coda. Anche i titoli di testa a volte si possono saltare, quando arrivano dopo la prima scena e sono uno spettacolo a sé come in "The Affair" o in "True Detective": sublimi, ma dopo tre o quattro episodi incatenati non è un delitto andare avanti veloci. L'indigestione programmata — decidi prima quanti episodi vuoi vedere — va molto vicino a una contraddizione in termini. Riduci l'illuminazione dello schermo. Bevi molta acqua (fa bene a tutto, finché qualcuno scoprirà che fa malissimo). Ultimo consiglio: prendi in considerazione l'acquisto di un televisore, come quello che i genitori hanno in salotto. Già, perché i consigli salutistici sono gentilmente forniti a chi le serie le guarda sul computer, sul cellulare, sul tablet. Non vogliamo sapere cosa i medici sportivi britannici pensino di "Binging With Babish", dove "Binging" riconduce al cibo e Babish omaggia Oliver Babish, cicciottello consigliere alla Casa Bianca nella serie "West Wing" di Aaron Sorkin. Il corso di cucina più seriale che c'è: rifa e insegna i piatti delle serie televisive. Il pollo fritto che Louis C. K. — in "Louie" — porta alla festa sbagliata. Il gigantesco sandwich del Giorno del Ringraziamento preparato da Monica in "Friends". La crostata alle ciliegie divorata dall'agente speciale Dale Cooper in "Twin Peaks".
Articolo di Mariarosa Mancuso per "Il Foglio"
A furia di vedere serie tv temete di ritrovarvi con "un culo che fa provincia"? (copyright Mario Moniceli in "Parenti serpenti": lo dice Miriam Leone alla figlia adolescente strappandole il gelato di mano). Andrà peggio, molto peggio. Il British Journal of Sports Medicine ha stabilito che ogni ora di televisione guardata dopo i 25 anni toglie venti minuti di vita. Pare di ricordare che neppure le sigarette avessero effetti tanto devastanti. Prima dei 25 anni restiamo con il dubbio: forse i bambini che ne hanno vista fin dall'asilo alla maggiore età neppure arrivano. Oppure sono vaccinati e possono guardarla a oltranza. Servono lumi, da chi sa. L'ha scritto il British Journal of Sports Medicine — dimenticando le statistiche sui malanni da jogging e le soporifere conversazioni di chi non ha la tv e comunque le serie non le guarderebbe. Com'è naturale — in questo mondo votato alla prevenzione (soprattutto di accidenti che mai succederanno) — subito arrivano le contromosse. Per evitare danni bisogna mangiare acini d'uva ghiacciati, suggerisce Jeff Wilser su Vulture. Sono lo spuntino perfetto, ingannano la mente convinta di star mangiando un gelato. Più difficile, ammette l'articolista, farsi venire voglia di carote crude mentre si guarda una puntata sanguinaria di "Game of Thrones". Bisogna fare pause, come al lavoro. Tappa che segue all'ergonomia da scrivania, scavalcata dai contorcimenti per guardare i Black Mirror anche quando sarebbe vietato (alle anteprime importanti il cellulare viene imbustato, per liberarlo dalla morsa servono unghie ad artiglio). Oppure proibitivo, per esempio sotto l'ombrellone. Dove però è più facile seguire la regola del venti-venti-venti. Ogni venti minuti bisognerebbe staccare gli occhi dallo schermo, fissare qualcosa distante venti piedi (diciamo sei metri, non basta la parete di fronte) per almeno venti secondi. Poi si può riprendere con l'episodio della serie messo in pausa. "Binge Better" è il titolo dell'articolo. Come dire "Ingozzati meglio" (di immagini, si intende). Chi lo ha scritto evidentemente non sa, o finge di non sapere, che il Binge Watching incatena un episodio dietro l'altro, saltando per fare prima i titoli di coda. Anche i titoli di testa a volte si possono saltare, quando arrivano dopo la prima scena e sono uno spettacolo a sé come in "The Affair" o in "True Detective": sublimi, ma dopo tre o quattro episodi incatenati non è un delitto andare avanti veloci. L'indigestione programmata — decidi prima quanti episodi vuoi vedere — va molto vicino a una contraddizione in termini. Riduci l'illuminazione dello schermo. Bevi molta acqua (fa bene a tutto, finché qualcuno scoprirà che fa malissimo). Ultimo consiglio: prendi in considerazione l'acquisto di un televisore, come quello che i genitori hanno in salotto. Già, perché i consigli salutistici sono gentilmente forniti a chi le serie le guarda sul computer, sul cellulare, sul tablet. Non vogliamo sapere cosa i medici sportivi britannici pensino di "Binging With Babish", dove "Binging" riconduce al cibo e Babish omaggia Oliver Babish, cicciottello consigliere alla Casa Bianca nella serie "West Wing" di Aaron Sorkin. Il corso di cucina più seriale che c'è: rifa e insegna i piatti delle serie televisive. Il pollo fritto che Louis C. K. — in "Louie" — porta alla festa sbagliata. Il gigantesco sandwich del Giorno del Ringraziamento preparato da Monica in "Friends". La crostata alle ciliegie divorata dall'agente speciale Dale Cooper in "Twin Peaks".
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mercoledì 18 maggio 2016
NEWS - Niente sesso, siamo inglesi telefilmaddicted! Per il 12% dei britannici le serie tv sono meglio di una scopata
News tratta dal "Daily Mail"
News tratta dal "Daily Mail"
Il nostro tempo libero è sempre più affastellato di
schermi, social network e serie tv, da farci dimenticare molto, troppo
spesso l’esistenza di libri da leggere o parchi in cui rilassarsi. Secondo
una ricerca portata avanti da Sky in Regno Unito, siamo così assuefatti dalle serie tv che uno su cinque di noi resta sveglio tutta la notte
a guardare l’ultima stagione “imperdibile” di una tra le mille serie
che seguiamo. L'indagine
ha rilevato che le serie TV hanno sostituito praticamente ogni altra
attività da tempo libero. La loro durata e la dipendenza che provocano,
azzerano il desiderio per qualsiasi altra cosa. E inoltre, si possono
usare diversi dispositivi per guardarle ovunque, dal cesso a letto, a
lavoro. Pesante, vero? Il 6 per cento degli intervistati confessa di non
aver resisto a terminare una puntata al lavoro. Il 27 per cento sta
seguendo 3 o più serie contemporaneamente. Il 64 per cento delle persone
ha scelto un programma per vedere serie sui tablet o sul computer, l’82
per cento se si tratta di minori di 24 anni. Infine, il 20 per cento
ammette di sentirsi escluso se sente gli altri parlare di una serie che
non ha ancora visto.
Tra le serie che creano più dipendenza in Inghilterra:
1. Game of Thrones - 33 per cento
2. X-Files - 29 per cento
3. The Walking Dead - 27 per cento
4. Friends - 23 per cento
5. Making a Murderer- il 20 per cento
6. Breaking Bad- 16 per cento
7. 24 -16 per cento
8. Soprano - 14 per cento
9. Father Ted - il 14 per cento
10. Prison Break - il 13 per cento
Il
12 per cento ha ammesso di preferire l’ultima puntata che si è perso a
fare sesso, mentre il 3 per cento è così assuefatto che non smette
nemmeno sul water, il 5 per cento nella vasca da bagno, e il 7 per cento
in vacanza.
sabato 26 marzo 2016
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
Il Binge-Watching, la nuova malattia del nostro tempo (ovvero: la depressione da Netflix)
"Ero avvilito, mi sentivo abbandonato », confessava a dicembre sul New York Times Matthew Schneier. «L'episodio successivo sarebbe stato l'ultimo, poi nulla fino alla nuova stagione. Ammesso che ci fosse». Sui social se ne lamentano da mesi, ci sono perfino i gruppi di sostegno. Ora, dalla scienza arriva la conferma. È il malessere da binge-watching, quello che assale dopo un'abbuffata di serie tv. La nuova malattia del nostro tempo, la sensazione di tristezza e svuotamento dopo una maratona. La depressione, insomma, da Netflix. II servizio che rende disponibili tutte le puntate insieme ha cambiato la fruizione di W. II dizionario Collins ha eletto «binge-watch» parola del 2oi,5. E a differenza del binge-eating (l'alimentazione incontrollata), il binge-watching fa figo. Si adeguano gli altri: Sky ha lanciato Sky Box Sets, versione on demand del vecchio cofanetto. L'allyou-can-eat della tv. Senza porzioni consigliate. Ma per gli esperti il binge scatena ansia, nervosismo. Addirittura dipendenza. Se ai tempi di Friends guardare una serie era un momento circoscritto, oggi con l'autoplay che annuncia il nuovo episodio in 1,3 secondi, solo i più disciplinati sanno dire no. Ho il bilancio aziendale da finire, ma vado avanti fino all'indomani. Non ho più autocontrollo». II risultato è alienazione. E quando arrivi all'ultima puntata e la stagione successiva è ancora da filmare, scattano spleen e solitudine. Netflix tutto questo lo sa. Ci gioca, in uno spot su una ragazza inconsolabile, monitora l'episodio della prima stagione dopo il quale i170% degli utenti è accalappiato. «La pazienza è la virtù dei forti», gongola, cattivissimo, Beau Willimon, produttore di House of Cards. Quando arriva la seconda di Jessica Jones? (Costanza Rizzacasa d'Orsogna)
CORRIERE DELLA SERA
Il Binge-Watching, la nuova malattia del nostro tempo (ovvero: la depressione da Netflix)
"Ero avvilito, mi sentivo abbandonato », confessava a dicembre sul New York Times Matthew Schneier. «L'episodio successivo sarebbe stato l'ultimo, poi nulla fino alla nuova stagione. Ammesso che ci fosse». Sui social se ne lamentano da mesi, ci sono perfino i gruppi di sostegno. Ora, dalla scienza arriva la conferma. È il malessere da binge-watching, quello che assale dopo un'abbuffata di serie tv. La nuova malattia del nostro tempo, la sensazione di tristezza e svuotamento dopo una maratona. La depressione, insomma, da Netflix. II servizio che rende disponibili tutte le puntate insieme ha cambiato la fruizione di W. II dizionario Collins ha eletto «binge-watch» parola del 2oi,5. E a differenza del binge-eating (l'alimentazione incontrollata), il binge-watching fa figo. Si adeguano gli altri: Sky ha lanciato Sky Box Sets, versione on demand del vecchio cofanetto. L'allyou-can-eat della tv. Senza porzioni consigliate. Ma per gli esperti il binge scatena ansia, nervosismo. Addirittura dipendenza. Se ai tempi di Friends guardare una serie era un momento circoscritto, oggi con l'autoplay che annuncia il nuovo episodio in 1,3 secondi, solo i più disciplinati sanno dire no. Ho il bilancio aziendale da finire, ma vado avanti fino all'indomani. Non ho più autocontrollo». II risultato è alienazione. E quando arrivi all'ultima puntata e la stagione successiva è ancora da filmare, scattano spleen e solitudine. Netflix tutto questo lo sa. Ci gioca, in uno spot su una ragazza inconsolabile, monitora l'episodio della prima stagione dopo il quale i170% degli utenti è accalappiato. «La pazienza è la virtù dei forti», gongola, cattivissimo, Beau Willimon, produttore di House of Cards. Quando arriva la seconda di Jessica Jones? (Costanza Rizzacasa d'Orsogna)
venerdì 5 febbraio 2016
NEWS - "Friends", la reunion (video)!
The “Friends” cast may be there for all of us one more time. NBC’s tribute to director James Burrows will bring together stars of some of America’s most memorable comedies.
The network’s latest promo for the special released Wednesday shows Jennifer Aniston, Courteney Cox, Lisa Kudrow, Matt LeBlanc and David Schwimmer together again for the two-hour show dedicated to the career of comedy director Burrows, who directed 15 “Friends” episodes, including “The One Where Ross and Rachel Take a Break.”
This almost-reunion is missing one key player, though — Matthew Perry is currently in London for “The End of Longing,” which marks his playwriting debut.
“Matthew may tape something for the tribute,” Perry’s spokeswoman Lisa Kasteler said. “In other words, this is not the reunion people have been hoping for.”
While Burrows was part of one of the most quoted “Friends” episodes in the history of the ten seasons, he also has quite a few other successful comedies under his belt. The director helmed episodes for “Cheers,” “Taxi,” “Mary Tyler Moore,” “The Bob Newhart Show,” “Laverne & Shirley,” “Frasier,” “Will & Grace” and the pilot for “The Big Bang Theory,” and the stars from these shows will be at his special too. He also just finished directing an episode of NBC’s “Crowded,” which was the 1000th episode he’s directed of television.
The special will air Sunday, Feb. 21, at 9 p.m. on NBC.
The “Friends” cast may be there for all of us one more time. NBC’s tribute to director James Burrows will bring together stars of some of America’s most memorable comedies.
The network’s latest promo for the special released Wednesday shows Jennifer Aniston, Courteney Cox, Lisa Kudrow, Matt LeBlanc and David Schwimmer together again for the two-hour show dedicated to the career of comedy director Burrows, who directed 15 “Friends” episodes, including “The One Where Ross and Rachel Take a Break.”
This almost-reunion is missing one key player, though — Matthew Perry is currently in London for “The End of Longing,” which marks his playwriting debut.
“Matthew may tape something for the tribute,” Perry’s spokeswoman Lisa Kasteler said. “In other words, this is not the reunion people have been hoping for.”
While Burrows was part of one of the most quoted “Friends” episodes in the history of the ten seasons, he also has quite a few other successful comedies under his belt. The director helmed episodes for “Cheers,” “Taxi,” “Mary Tyler Moore,” “The Bob Newhart Show,” “Laverne & Shirley,” “Frasier,” “Will & Grace” and the pilot for “The Big Bang Theory,” and the stars from these shows will be at his special too. He also just finished directing an episode of NBC’s “Crowded,” which was the 1000th episode he’s directed of television.
The special will air Sunday, Feb. 21, at 9 p.m. on NBC.
martedì 5 gennaio 2016
LA VITA E' UNA COSA SERIAL - Sono strane e anche serial. Viaggio tra le "strambe" delle serie tv (a cominciare dalla "friend" capofila Phoebe)
Articolo di Arnaldo Greco per "Rivista Studio"
Quando ho visto Lisa Kudrow sul palco assieme a Taylor Swift per cantare Smelly cat (“Gatto Rognoso”) ho capito che la rivincita era completata. Non che la cosa non fosse chiara già da un pezzo, ma quell’immagine la rendeva palese. Ciò che resta maggiormente di Friends è Phoebe Buffay. Il resto vivacchia, resiste come eco, come ricordo, al massimo come citazione. Ma di Phoebe è zeppa la televisione di oggi. Si girano un bel po’ di sit-com classiche in cui si continua a usare l’amico strambo come contorno – il tizio con la sensibilità fuori dal mondo che non ha pudore a dire ai protagonisti che il re è nudo ogni puntata, perché fa ridere – ma non mi capita mai di vedere una delle serie tv che “fanno parlare”, quelle che prendono i premi, senza la certezza che a un certo punto uno dei protagonisti mi faccia pensare “pure qui un’altra Phoebe Buffay”.
Durante le oltre duecento puntate di Friends, il bilanciamento tra i vari personaggi non è mai cambiato. Poteva capitare che a uno dei sei protagonisti nascesse un figlio, morisse un parente o perdesse il lavoro, ma gli altri cinque non potevano fare da comprimari. Avevano la loro trama. Striminzita o secondaria nei termini del coinvolgimento emotivo degli spettatori, non come spazio. A Ross nasceva il primo figlio, Joey assisteva al parto di una ragazza madre appena conosciuta, Rachel flirtava con un dottore, Phoebe faceva da paciere tra Ross e la nuova compagna della moglie, etc. Era, però, altrettanto chiaro che il centro dell’azione fosse il salotto di Monica e Rachel (poi Chandler), al massimo l’abitazione di fronte o il locale sotto casa. Tutto orbitava lì attorno. Ci si allontanava un po’, a turno, ma si ritornava sempre lì. L’orbita più distante è sempre stata quella di Phoebe, persino negli episodi in cui abitava in quella casa. Là cercava il saltuario calore della famiglia mentre gli altri, chi più chi meno, cercavano un luogo fisso dove evitare la propria. A volte perfino in maniera un po’ forzata. Tant’è vero che chiunque almeno una volta ha pensato: “Perché è amica di queste persone?”.
Per farla breve ho sempre avuto l’impressione che Phoebe fosse la più sacrificabile tra i sei. Non che non fosse simpatica – era anzi la preferita di molti fan – e spesso risultava essere la cosa migliore di un episodio, ma il suo apporto allo sviluppo della storia, sulla lunga durata, era praticamente nullo (per esempio non troverà la conclusione della “sua” vicenda, unica tra tutti e sei, nell’ultimo episodio. Si sposerà a metà dell’ultima serie mentre tutti gli altri cambieranno la propria vita nelle ultime scene). Abbiamo sempre avuto l’impressione che avesse tanto da dire e niente di raccontabile. Ci piaceva la sua alienità, ma poi ci interessava di più che Ross e Rachel si mettessero assieme o che Monica e Chandler si comportassero da persone serie. O che tutti trovassero un lavoro vero. O che lo trovassero il più tardi possibile in modo da continuare a cazzeggiare.
Avevo torto. Perché oggi delle vite delle Monica e delle Rachel non ci interessa quasi niente. Da quanto tempo non vediamo una serie con un personaggio ordinario come Monica Geller protagonista non lo so neanche. Guardereste una serie su una ragazza maniaca della pulizia che vuole fare la cuoca? La cuoca ancora ancora, ma facciamo che intanto è incinta perché il fratello le ha chiesto di impiantare nel suo utero il figlio che vorrebbe avere con l’anziana professoressa di scuola con cui è fuggito (cosa davvero successa a Phoebe). Una serie su una figlia di buona famiglia che vuole provare a farcela da sola a New York e fa la cameriera in attesa che le si presenti un’occasione? Siamo seri. È troppo poco. Facciamo che uno spirito è migrato in lei così che possa alternare espressioni proprie a esclamazioni dello spirito (altra cosa successa in Friends). O che la mamma s’è suicidata ma – attenzione – lei crede che il suo spirito sia trasmigrato in un gatto (successo anche questo, ovviamente). Ecco che il pitch già suonerebbe più attuale.
Se non vestisse come un personaggio di un film del Sundance in uno sketch del Saturday Night Live non ne guarderemmo neanche il pilota. Ora, non è che voglia sopravvalutare Friends o Phoebe oltre quanto già meritino, dopotutto negli stessi anni dello show cresceva il Sundance che è il vero mandante morale del “quirky”, geniale definizione di qualcosa che sa essere “strano e carino” al tempo stesso (non a caso nell’Urban dictionary “Phoebe” risulta come primo esempio della definizione di “quirky”). Ma Phoebe è stata fondamentale per abituare al quirky quelli che poi avrebbero adorato Dharma & Greg, Miranda July, Little Miss Sunshine, eccetera.
Phoebe ha anche avuto l’obbligato difetto della stanchezza del personaggio: alla nona stagione potevano pure decidere che avrebbe raccolto chewing-gum dai marciapiedi per fare qualcosa per la pace nel mondo (no, questo non l’hanno fatto davvero), ma così ha anche sdoganato quella stanchezza che ci fa passivamente accettare qualsiasi stramberia all’insegna dell’ormai vale tutto. Che dal mio punto di vista è il grande difetto di, per esempio, Unbreakable Kimmy Schmidt, qui messo giù bene in un inaspettato autodafé.
O Transparent, in cui da contorno a Maura che vive il vero conflitto, per cui siamo curiosi di vedere gli episodi, dobbiamo sorbirci le bizzarre avventure senza capo né coda dei tre figli e fingere di credere davvero che una risposta come questa che segue alla domanda «Che cosa mangi?» sia spiazzante o rivelatoria di qualcosa e non solo quirky. (Nota bene: stiamo usando quirky senza alcun significato dispregiativo).
Potrei trovare analoghi esempi pure in Modern Family o in The Last Man on Earth o Parks and Recreation (quasi tutti show che guardo avidamente, intendiamoci, l’intrattenimento davvero scarso è altrove) ma soprattutto Girls che, per me, è l’apoteosi del Phoebismo. Tra le quattro protagoniste ci sono almeno tre Phoebe e nessuna Monica. A malapena una Rachel, cioè Marnie. Le altre: Shoshanna è evidentemente una Phoebe rimasta sotto qualche acido, Hannah è una Phoebe che deve ancora rinunciare all’idea che per stare bene devi combinare qualcosa nella vita e perfino Jessa è chiaramente una Phoebe a cui è stato brutalmente sradicato ogni senso dell’umorismo. Anche perché, dopotutto, noi sappiamo perfettamente come sarebbe una Phoebe senza senso dell’umorismo. Ogni tanto, in Friends, faceva capolino Ursula, la sorella gemella “cattiva” di Friends. Che non era solo una parodia delle gemelle cattive delle telenovelas, ma anche una parodia di Phoebe stessa. Ed ecco qui una scena: ditemi se non è uguale a Jessa, perfino nell’espressione.
Ovviamente per non cadere negli stereotipi c’è anche un quirky maschile. Per rimanere sempre in tema Girls.
O, ancora meglio, Master of None.
Non ho citato tutti questi show per accusarli di limitarsi al “quirky” (tranne forse UKS, quello è solo quirky e basta), ma perché a mio parere personaggi che richiedono una sospensione dell’incredulità perfino superiore a quella richiesta dai Fantastici 4 diventano meno efficaci – è il loro limite – quando l’ambizione sarebbe, oltre a intrattenere, anche quella di raccontare cose “significative”. Da un po’ di anni a queste parte usiamo “superficiale” anche come complimento. Ne capisco il senso. Ma è altrettanto vero che certi show possono essere superficiali e basta, senza alcuna nuova accezione.
Al momento c’è, però, in onda un personaggio che a suo modo rappresenta già una presa in giro del quirky ed è Peggy Blumquist, interpretata da Kirsten Dunst nella seconda stagione di Fargo.
Perché mentre la naiveté dei personaggi citati finora è l’espediente per farla franca sempre e comunque, in qualsiasi situazione, episodio dopo episodio, per Peggy è una condanna (no spoiler, non ho ancora idea di come prosegua la serie mentre scrivo, basta un episodio per comprendere quanto sia una condanna a prescindere dallo sviluppo). La sua stramberia la mette in pericolo, la costringe a mentire, la fa impazzire. È perfettamente in linea con la serie: le storie di Fargo sono piene di stupidi. Ma se il marito è più simile agli stupidi della prima stagione, stupidi evangelici, del tipo “beati i poveri di spirito perché di essi è il regno dei cieli”, la stupidità di Peggy, invece, è negativa. È un quirky antipatico. Che sia, però, l’anticipo di una nuova tendenza è forse più una speranza che una possibilità.
Articolo di Arnaldo Greco per "Rivista Studio"
Quando ho visto Lisa Kudrow sul palco assieme a Taylor Swift per cantare Smelly cat (“Gatto Rognoso”) ho capito che la rivincita era completata. Non che la cosa non fosse chiara già da un pezzo, ma quell’immagine la rendeva palese. Ciò che resta maggiormente di Friends è Phoebe Buffay. Il resto vivacchia, resiste come eco, come ricordo, al massimo come citazione. Ma di Phoebe è zeppa la televisione di oggi. Si girano un bel po’ di sit-com classiche in cui si continua a usare l’amico strambo come contorno – il tizio con la sensibilità fuori dal mondo che non ha pudore a dire ai protagonisti che il re è nudo ogni puntata, perché fa ridere – ma non mi capita mai di vedere una delle serie tv che “fanno parlare”, quelle che prendono i premi, senza la certezza che a un certo punto uno dei protagonisti mi faccia pensare “pure qui un’altra Phoebe Buffay”.
Durante le oltre duecento puntate di Friends, il bilanciamento tra i vari personaggi non è mai cambiato. Poteva capitare che a uno dei sei protagonisti nascesse un figlio, morisse un parente o perdesse il lavoro, ma gli altri cinque non potevano fare da comprimari. Avevano la loro trama. Striminzita o secondaria nei termini del coinvolgimento emotivo degli spettatori, non come spazio. A Ross nasceva il primo figlio, Joey assisteva al parto di una ragazza madre appena conosciuta, Rachel flirtava con un dottore, Phoebe faceva da paciere tra Ross e la nuova compagna della moglie, etc. Era, però, altrettanto chiaro che il centro dell’azione fosse il salotto di Monica e Rachel (poi Chandler), al massimo l’abitazione di fronte o il locale sotto casa. Tutto orbitava lì attorno. Ci si allontanava un po’, a turno, ma si ritornava sempre lì. L’orbita più distante è sempre stata quella di Phoebe, persino negli episodi in cui abitava in quella casa. Là cercava il saltuario calore della famiglia mentre gli altri, chi più chi meno, cercavano un luogo fisso dove evitare la propria. A volte perfino in maniera un po’ forzata. Tant’è vero che chiunque almeno una volta ha pensato: “Perché è amica di queste persone?”.
Per farla breve ho sempre avuto l’impressione che Phoebe fosse la più sacrificabile tra i sei. Non che non fosse simpatica – era anzi la preferita di molti fan – e spesso risultava essere la cosa migliore di un episodio, ma il suo apporto allo sviluppo della storia, sulla lunga durata, era praticamente nullo (per esempio non troverà la conclusione della “sua” vicenda, unica tra tutti e sei, nell’ultimo episodio. Si sposerà a metà dell’ultima serie mentre tutti gli altri cambieranno la propria vita nelle ultime scene). Abbiamo sempre avuto l’impressione che avesse tanto da dire e niente di raccontabile. Ci piaceva la sua alienità, ma poi ci interessava di più che Ross e Rachel si mettessero assieme o che Monica e Chandler si comportassero da persone serie. O che tutti trovassero un lavoro vero. O che lo trovassero il più tardi possibile in modo da continuare a cazzeggiare.
Avevo torto. Perché oggi delle vite delle Monica e delle Rachel non ci interessa quasi niente. Da quanto tempo non vediamo una serie con un personaggio ordinario come Monica Geller protagonista non lo so neanche. Guardereste una serie su una ragazza maniaca della pulizia che vuole fare la cuoca? La cuoca ancora ancora, ma facciamo che intanto è incinta perché il fratello le ha chiesto di impiantare nel suo utero il figlio che vorrebbe avere con l’anziana professoressa di scuola con cui è fuggito (cosa davvero successa a Phoebe). Una serie su una figlia di buona famiglia che vuole provare a farcela da sola a New York e fa la cameriera in attesa che le si presenti un’occasione? Siamo seri. È troppo poco. Facciamo che uno spirito è migrato in lei così che possa alternare espressioni proprie a esclamazioni dello spirito (altra cosa successa in Friends). O che la mamma s’è suicidata ma – attenzione – lei crede che il suo spirito sia trasmigrato in un gatto (successo anche questo, ovviamente). Ecco che il pitch già suonerebbe più attuale.
Se non vestisse come un personaggio di un film del Sundance in uno sketch del Saturday Night Live non ne guarderemmo neanche il pilota. Ora, non è che voglia sopravvalutare Friends o Phoebe oltre quanto già meritino, dopotutto negli stessi anni dello show cresceva il Sundance che è il vero mandante morale del “quirky”, geniale definizione di qualcosa che sa essere “strano e carino” al tempo stesso (non a caso nell’Urban dictionary “Phoebe” risulta come primo esempio della definizione di “quirky”). Ma Phoebe è stata fondamentale per abituare al quirky quelli che poi avrebbero adorato Dharma & Greg, Miranda July, Little Miss Sunshine, eccetera.
Phoebe ha anche avuto l’obbligato difetto della stanchezza del personaggio: alla nona stagione potevano pure decidere che avrebbe raccolto chewing-gum dai marciapiedi per fare qualcosa per la pace nel mondo (no, questo non l’hanno fatto davvero), ma così ha anche sdoganato quella stanchezza che ci fa passivamente accettare qualsiasi stramberia all’insegna dell’ormai vale tutto. Che dal mio punto di vista è il grande difetto di, per esempio, Unbreakable Kimmy Schmidt, qui messo giù bene in un inaspettato autodafé.
O Transparent, in cui da contorno a Maura che vive il vero conflitto, per cui siamo curiosi di vedere gli episodi, dobbiamo sorbirci le bizzarre avventure senza capo né coda dei tre figli e fingere di credere davvero che una risposta come questa che segue alla domanda «Che cosa mangi?» sia spiazzante o rivelatoria di qualcosa e non solo quirky. (Nota bene: stiamo usando quirky senza alcun significato dispregiativo).
Potrei trovare analoghi esempi pure in Modern Family o in The Last Man on Earth o Parks and Recreation (quasi tutti show che guardo avidamente, intendiamoci, l’intrattenimento davvero scarso è altrove) ma soprattutto Girls che, per me, è l’apoteosi del Phoebismo. Tra le quattro protagoniste ci sono almeno tre Phoebe e nessuna Monica. A malapena una Rachel, cioè Marnie. Le altre: Shoshanna è evidentemente una Phoebe rimasta sotto qualche acido, Hannah è una Phoebe che deve ancora rinunciare all’idea che per stare bene devi combinare qualcosa nella vita e perfino Jessa è chiaramente una Phoebe a cui è stato brutalmente sradicato ogni senso dell’umorismo. Anche perché, dopotutto, noi sappiamo perfettamente come sarebbe una Phoebe senza senso dell’umorismo. Ogni tanto, in Friends, faceva capolino Ursula, la sorella gemella “cattiva” di Friends. Che non era solo una parodia delle gemelle cattive delle telenovelas, ma anche una parodia di Phoebe stessa. Ed ecco qui una scena: ditemi se non è uguale a Jessa, perfino nell’espressione.
Ovviamente per non cadere negli stereotipi c’è anche un quirky maschile. Per rimanere sempre in tema Girls.
O, ancora meglio, Master of None.
Non ho citato tutti questi show per accusarli di limitarsi al “quirky” (tranne forse UKS, quello è solo quirky e basta), ma perché a mio parere personaggi che richiedono una sospensione dell’incredulità perfino superiore a quella richiesta dai Fantastici 4 diventano meno efficaci – è il loro limite – quando l’ambizione sarebbe, oltre a intrattenere, anche quella di raccontare cose “significative”. Da un po’ di anni a queste parte usiamo “superficiale” anche come complimento. Ne capisco il senso. Ma è altrettanto vero che certi show possono essere superficiali e basta, senza alcuna nuova accezione.
Al momento c’è, però, in onda un personaggio che a suo modo rappresenta già una presa in giro del quirky ed è Peggy Blumquist, interpretata da Kirsten Dunst nella seconda stagione di Fargo.
Perché mentre la naiveté dei personaggi citati finora è l’espediente per farla franca sempre e comunque, in qualsiasi situazione, episodio dopo episodio, per Peggy è una condanna (no spoiler, non ho ancora idea di come prosegua la serie mentre scrivo, basta un episodio per comprendere quanto sia una condanna a prescindere dallo sviluppo). La sua stramberia la mette in pericolo, la costringe a mentire, la fa impazzire. È perfettamente in linea con la serie: le storie di Fargo sono piene di stupidi. Ma se il marito è più simile agli stupidi della prima stagione, stupidi evangelici, del tipo “beati i poveri di spirito perché di essi è il regno dei cieli”, la stupidità di Peggy, invece, è negativa. È un quirky antipatico. Che sia, però, l’anticipo di una nuova tendenza è forse più una speranza che una possibilità.
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giovedì 27 agosto 2015
giovedì 28 maggio 2015
NEWS - Clamoroso al Cibali! La serie preferita dagli utenti di Netflix è "Daredevil" (non "House of Cards" e "Orange Is The New Black", rispettivamente 2° e 3°)
Articolo tratto da Mic.com
Articolo tratto da Mic.com
Leave it to a superhero to fly to the top of Netflix's user rankings.
A month and a half after its release, Marvel's Daredevil has earned the highest rating of
any of the streaming service's original American series. The show
earned 4.6 stars out of a possible 5 from a pool of over 2.3 million
user ratings. The next-closest original series is three-season favorite House of Cards with 4.5 stars. Yet when one stacks each show up against each other, the results are not quite what you'd expect.
For example, though Bloodline is a quiet, moody thriller without the thrill, and Unbreakable Kimmy Schmidt is a bottle of pure joy, both series have the exact same user rating. Arrested Development may have recently been unofficially renewed for a fifth season, but the controversial fourth season clearly did nothing for the onetime fan-favorite's popularity. It now ties with the all-but-forgotten Hemlock Grove as the second-lowest rated series.
The lowest-rated series, BoJack Horseman, was also received poorly among critics. Like HBO shows, however, it's rare that a Netflix series doesn't get at least a second season; the animated series' sophomore run comes out July 17.
Overall, dramas fared better than comedies, with Grace and Frankie and Kimmy Schmidt getting beaten out by four different dramas and a documentary series, Chef's Table. (Though Orange Is the New Black has comedic elements, the Emmys have ruled it a drama.) These comedies may be buzzier than series like Marco Polo, but that buzz doesn't necessarily translate into user appreciation.
By comparison, series like Mad Men and Parks and Recreation that fared decently during their original runs did well among Netflix users, each rating 4.1 out of 5 stars. Perplexingly, TV ratings sensations like Friends and Grey's Anatomy earned only 3.9 stars from the service's users.
So user ratings aren't quite correlative to ratings
performance on a traditional network or cable. It's about the closest
thing we have, however. Since there is no viewership data available to the public, it's hard to tell exactly how well Netflix's original shows are doing.
Variety released a research firm's report last
month that purported to show what Netflix's traditional ratings might
look like. Though the firm's report was unofficial, it did reveal that Daredevil, House of Cards' third season and Unbreakable Kimmy Schmidt all
performed well among viewers in their first month of release. For
example, over 10% of Netflix's subscribers watched at least one episode
of Daredevil in the show's first 30 days on the service. By contrast, only 2.4% sought out Bloodline.
Though there are still mysteries to Netflix, one thing's for sure: Daredevil, despite its dated, dark-and-stormy approach to the superhero genre, is a big fat hit. Marvel and Netflix, who have at least three other series coming down the pipeline, are surely thrilled — fans should be too.
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mercoledì 25 marzo 2015
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
RIVISTA STUDIO
Ecco perchè "Better Call Saul" è una bomba!
"Produrre uno spin-off di discreto successo a partire da una serie Tv di enorme successo è molto difficile – mi viene in mente Frasier, spin-off di Cheers, e pochi altri, se escludiamo i vari Law & Order et similia. Il rapporto derivativo tra le due opere si fa gerarchico e il confronto impietoso. Non si può guardare uno spin-off senza ricondurlo continuamente all’originale, pratica che diventa ossessiva per i fan della serie che si sentono traditi per principio: sperano da un lato di ritrovare la grandezza precedente e, dall’altro, godono della consapevolezza che non la ritroveranno mai. Guardare uno spin-off rappresenta, per lo spettatore, la riconferma della superiorità della serie madre e questo sguardo, questo accesso allo spin-off, lo deteriora e lo rende incapace, per definizione, di raggiungere le vette già conquistate in precedenza.
Più la serie di riferimento è importante, più lo spin-off tenderà al disastro. Gli esempi sono tanti, da 90210 di Beverly Hills a Joey di Friends passando per The Cleveland Show di Family Guy e per lo storico Baywatch Nights. Tutti funzionano più o meno allo stesso modo: mantengono l’ambientazione, l’estetica e la poetica della serie originale prendendo un personaggio minore e rendendolo protagonista della narrazione. E, spesso e volentieri, vengono malissimo perché, di fatto, non sono altro che un tentativo, il più delle volte maldestro o puramente commerciale, di speculare sul successo delle serie maggiori: #sixseasonsandaspinoff.
Bene. E Better Call Saul, lo spin-off di Breaking Bad, com’è? Be’, Better Call Saul è una bomba, e non perché riesce a ricreare l’atmosfera di BB e restituircela attraverso modulazioni della sua poetica. No, BCS è una bomba proprio perché non è lo spin-off di BB. Vince Gilligan, la cui genialità evidentemente non si limita alla capacità di scrittura e inventiva, ha capito benissimo che la strada derivativa si sarebbe rivelata una dead end e ha pensato di fare qualcosa d’altro. Non un sequel e nemmeno un prequel, ché Walter White sarebbe entrato nell’empire business anche senza Saul. BCS è un’ulteriore stagione di BB in tono minore e la dinamica che si instaura tra le due serie non è gerarchica o derivativa ma di continuità. Vince Gilligan deve aver letto i pensatori francesi Gilles Deleuze e Felix Guattari, o almeno deve aver ragionato come loro, quando se l’è inventata. Ecco perché.
Deleuze e Guattari hanno scritto un libro enorme che si intitola: Kafka. Per una letteratura minore. L’idea è a suo modo semplice, ma di quelle che ti cambiano la testa per sempre, se la leggi per la prima volta a 22 anni e fai una facoltà che ti permette di bere molto vino tutte le sere: una letteratura minore non è la letteratura di una lingua minore ma quella che una minoranza fa in una lingua maggiore. Kafka era un ebreo di Praga, minoranza se ce n’è una, che scriveva in tedesco, lingua maggiore se ce n’è una. L’aggettivo «minore», in questo caso, non ha nulla a che vedere con il suo significato comune e peggiorativo. Una letteratura minore, o una serialità minore, non sono “peggio” dei corrispettivi maggiori; piuttosto sono diverse, il risultato di un’impossibilità. E allora? Allora prendi un personaggio minore, James M. McGill aka Saul Goodman, lo cali in un universo maggiore, l’Albuquerque di Breaking Bad, e vedi che cosa succede. Secondo me, succedono tre cose".
Per scoprirle, vai a questo LINK.
Commento di Jacopo Cirillo, 18.03.2015
RIVISTA STUDIO
Ecco perchè "Better Call Saul" è una bomba!
"Produrre uno spin-off di discreto successo a partire da una serie Tv di enorme successo è molto difficile – mi viene in mente Frasier, spin-off di Cheers, e pochi altri, se escludiamo i vari Law & Order et similia. Il rapporto derivativo tra le due opere si fa gerarchico e il confronto impietoso. Non si può guardare uno spin-off senza ricondurlo continuamente all’originale, pratica che diventa ossessiva per i fan della serie che si sentono traditi per principio: sperano da un lato di ritrovare la grandezza precedente e, dall’altro, godono della consapevolezza che non la ritroveranno mai. Guardare uno spin-off rappresenta, per lo spettatore, la riconferma della superiorità della serie madre e questo sguardo, questo accesso allo spin-off, lo deteriora e lo rende incapace, per definizione, di raggiungere le vette già conquistate in precedenza.
Più la serie di riferimento è importante, più lo spin-off tenderà al disastro. Gli esempi sono tanti, da 90210 di Beverly Hills a Joey di Friends passando per The Cleveland Show di Family Guy e per lo storico Baywatch Nights. Tutti funzionano più o meno allo stesso modo: mantengono l’ambientazione, l’estetica e la poetica della serie originale prendendo un personaggio minore e rendendolo protagonista della narrazione. E, spesso e volentieri, vengono malissimo perché, di fatto, non sono altro che un tentativo, il più delle volte maldestro o puramente commerciale, di speculare sul successo delle serie maggiori: #sixseasonsandaspinoff.
Bene. E Better Call Saul, lo spin-off di Breaking Bad, com’è? Be’, Better Call Saul è una bomba, e non perché riesce a ricreare l’atmosfera di BB e restituircela attraverso modulazioni della sua poetica. No, BCS è una bomba proprio perché non è lo spin-off di BB. Vince Gilligan, la cui genialità evidentemente non si limita alla capacità di scrittura e inventiva, ha capito benissimo che la strada derivativa si sarebbe rivelata una dead end e ha pensato di fare qualcosa d’altro. Non un sequel e nemmeno un prequel, ché Walter White sarebbe entrato nell’empire business anche senza Saul. BCS è un’ulteriore stagione di BB in tono minore e la dinamica che si instaura tra le due serie non è gerarchica o derivativa ma di continuità. Vince Gilligan deve aver letto i pensatori francesi Gilles Deleuze e Felix Guattari, o almeno deve aver ragionato come loro, quando se l’è inventata. Ecco perché.
Deleuze e Guattari hanno scritto un libro enorme che si intitola: Kafka. Per una letteratura minore. L’idea è a suo modo semplice, ma di quelle che ti cambiano la testa per sempre, se la leggi per la prima volta a 22 anni e fai una facoltà che ti permette di bere molto vino tutte le sere: una letteratura minore non è la letteratura di una lingua minore ma quella che una minoranza fa in una lingua maggiore. Kafka era un ebreo di Praga, minoranza se ce n’è una, che scriveva in tedesco, lingua maggiore se ce n’è una. L’aggettivo «minore», in questo caso, non ha nulla a che vedere con il suo significato comune e peggiorativo. Una letteratura minore, o una serialità minore, non sono “peggio” dei corrispettivi maggiori; piuttosto sono diverse, il risultato di un’impossibilità. E allora? Allora prendi un personaggio minore, James M. McGill aka Saul Goodman, lo cali in un universo maggiore, l’Albuquerque di Breaking Bad, e vedi che cosa succede. Secondo me, succedono tre cose".
Per scoprirle, vai a questo LINK.
Commento di Jacopo Cirillo, 18.03.2015
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L'EDICOLA DI LOU
lunedì 29 dicembre 2014
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
Gli scapoli di "Undateable" e la crisi delle sit-com Usa
"Si fa presto a dire sitcom: un genere dalla semplicità solo apparente, in realtà pieno di insidie. Da anni le reti americane sono alla ricerca di un nuovo grande successo, e da anni si scontrano piuttosto con la difficoltà di azzeccarne la ricetta, di dosare nel modo corretto i vari ingredienti, di sfuggire alla banalità e al già visto. E nella massa dei tentativi falliti possiamo tranquillamente inserire «Undateable», sitcom estiva di NBC che approda ora sugli schermi italiani (Premium Joi, martedì, ore 21.15). Ideata da Adam Sztykiel, tratta da un bestseller di auto-aiuto per scapoli che (almeno nelle intenzioni) vogliono restare tali, prodotta e firmata dal Bill Lawrence di «Scrubs. Medici ai primi ferri», la serie presenta una location originale, la Detroit in uscita dalla crisi economica, richiamata nella sigla e nelle magliette dei personaggi. Ma fin da subito le storie percorrono binari consueti. Danny Burton (Chris D'Elia), giunto alla soglia dei trent'anni, si ritrova solo: tutti i suoi amici si sono sposati e hanno messo su famiglia, e lui, che ancora preferisce le avventure di una notte, è costretto a cercare un nuovo coinquilino. Si tratta di Justin Kearney (Brent Morin), ragazzo timido e idealista, che gestisce un bar ed è innamorato della cameriera, senza trovare però il coraggio di dichiararsi. Nel giro di poco tempo, Danny finisce così per fare da improbabile mentore a un gruppetto di amici «infrequentabili», come dice il titolo, un po' sfigati, incapaci di rapportarsi con l'altro sesso. Seguiranno equivoci, prese in giro, paure da superare e tutto un campionario di impacci sessuali e amorosi, che tentano di giustificare le risate registrate. Alla scrittura deboluccia supplice un abbozzo di comicità slapstick, fatta di cadute, gesti, mimica facciale, voci e piccole ritualità maschili. Ma è difficile non stare a pensare tutto il tempo ad altri amici e ad altri nerd". (Aldo Grasso)
CORRIERE DELLA SERA
Gli scapoli di "Undateable" e la crisi delle sit-com Usa
"Si fa presto a dire sitcom: un genere dalla semplicità solo apparente, in realtà pieno di insidie. Da anni le reti americane sono alla ricerca di un nuovo grande successo, e da anni si scontrano piuttosto con la difficoltà di azzeccarne la ricetta, di dosare nel modo corretto i vari ingredienti, di sfuggire alla banalità e al già visto. E nella massa dei tentativi falliti possiamo tranquillamente inserire «Undateable», sitcom estiva di NBC che approda ora sugli schermi italiani (Premium Joi, martedì, ore 21.15). Ideata da Adam Sztykiel, tratta da un bestseller di auto-aiuto per scapoli che (almeno nelle intenzioni) vogliono restare tali, prodotta e firmata dal Bill Lawrence di «Scrubs. Medici ai primi ferri», la serie presenta una location originale, la Detroit in uscita dalla crisi economica, richiamata nella sigla e nelle magliette dei personaggi. Ma fin da subito le storie percorrono binari consueti. Danny Burton (Chris D'Elia), giunto alla soglia dei trent'anni, si ritrova solo: tutti i suoi amici si sono sposati e hanno messo su famiglia, e lui, che ancora preferisce le avventure di una notte, è costretto a cercare un nuovo coinquilino. Si tratta di Justin Kearney (Brent Morin), ragazzo timido e idealista, che gestisce un bar ed è innamorato della cameriera, senza trovare però il coraggio di dichiararsi. Nel giro di poco tempo, Danny finisce così per fare da improbabile mentore a un gruppetto di amici «infrequentabili», come dice il titolo, un po' sfigati, incapaci di rapportarsi con l'altro sesso. Seguiranno equivoci, prese in giro, paure da superare e tutto un campionario di impacci sessuali e amorosi, che tentano di giustificare le risate registrate. Alla scrittura deboluccia supplice un abbozzo di comicità slapstick, fatta di cadute, gesti, mimica facciale, voci e piccole ritualità maschili. Ma è difficile non stare a pensare tutto il tempo ad altri amici e ad altri nerd". (Aldo Grasso)
lunedì 15 dicembre 2014
NEWS - Crisi delle sit-com/2.
I metodi per uscirne
Articolo di Josef Adalian per "Vulture"
Based on our conversations with a number of TV-industry veterans, Vulture would like to suggest this modest list of four simple rules for pulling out of this recession and avoiding a depression:
1. Don’t launch a comedy you don’t believe in and aren’t willing to get behind
The incredibly brief lifespans of ABC’s fall comedies Selfie and Manhattan Love Story (both of which will burn off their unaired episodes on Hulu), along with de facto cancellations of NBC newbies Bad Judge and A to Z, were easily predicted before the shows even debuted, mostly because of how their respective networks handled their launches. ABC slotted Selfie and Love Story Tuesdays from 8 to 9 p.m., depriving them of an established lead-in and pitting them opposite the biggest hits on both NBC (The Voice) and CBS (NCIS). NBC bundled the thematically dissimilar Bad Judge and A to Z together on Thursday nights opposite ABC’s juggernaut Scandal while simultaneously announcing their 9 p.m. time slot would be filled by The Blacklist come February. Add in the fact that none of the four shows got much of a promotional push over the summer, and it was pretty clear Alphabet and Peacock execs weren’t counting on long lives for any of the shows. Historically, such obvious burn-offs have been accepted as an unavoidable by-product of a broadcast business model in which widespread failure is baked in. Unlike cable nets, which generally have the luxury of focusing on just one or two big scripted premieres every quarter, the Big Four can find themselves rolling out upward of two dozen new and returning shows over the course of a single month. That’s by design: Networks take a lot of shots because, the theory goes, the more at-bats you take, the better the chance of getting a home run.
I metodi per uscirne
Articolo di Josef Adalian per "Vulture"
Based on our conversations with a number of TV-industry veterans, Vulture would like to suggest this modest list of four simple rules for pulling out of this recession and avoiding a depression:
1. Don’t launch a comedy you don’t believe in and aren’t willing to get behind
The incredibly brief lifespans of ABC’s fall comedies Selfie and Manhattan Love Story (both of which will burn off their unaired episodes on Hulu), along with de facto cancellations of NBC newbies Bad Judge and A to Z, were easily predicted before the shows even debuted, mostly because of how their respective networks handled their launches. ABC slotted Selfie and Love Story Tuesdays from 8 to 9 p.m., depriving them of an established lead-in and pitting them opposite the biggest hits on both NBC (The Voice) and CBS (NCIS). NBC bundled the thematically dissimilar Bad Judge and A to Z together on Thursday nights opposite ABC’s juggernaut Scandal while simultaneously announcing their 9 p.m. time slot would be filled by The Blacklist come February. Add in the fact that none of the four shows got much of a promotional push over the summer, and it was pretty clear Alphabet and Peacock execs weren’t counting on long lives for any of the shows. Historically, such obvious burn-offs have been accepted as an unavoidable by-product of a broadcast business model in which widespread failure is baked in. Unlike cable nets, which generally have the luxury of focusing on just one or two big scripted premieres every quarter, the Big Four can find themselves rolling out upward of two dozen new and returning shows over the course of a single month. That’s by design: Networks take a lot of shots because, the theory goes, the more at-bats you take, the better the chance of getting a home run.
But, at least with comedies, maybe it’s time for networks to get
out of the assembly-line business. The old model relied heavily on the
idea of audience flow, where a sizable percentage of the viewers who
tuned in for Friends or The Big Bang Theory would
automatically stay tuned for the next one, two, or three comedies on a
lineup. Lead-ins are still important — maybe more so than ever before —
but we’re now in an age where, save for Big Bang and Modern Family, there
simply aren’t blockbuster comedies that can reliably serve as launching
pads for newer shows. With a shortage of comedy hits, networks
shouldn’t be wasting their energies on shows they don’t believe in, and
if they do love a show, they need to have a better game plan for
it. Reasonable people can disagree about whether NBC’s lack of faith in
its Kemper comedy was justifiable, but this much is certain: Wasting
time and money on a show it didn’t believe in would’ve been a far bigger
mistake.
SEGUI L'INIZIO DELL'INCHIESTA SULLA RECESSIONE DELLE SIT-COM QUI
SEGUI L'INIZIO DELL'INCHIESTA SULLA RECESSIONE DELLE SIT-COM QUI
martedì 25 novembre 2014
NEWS - Da stasera "Undateable" su Joi, il "Friends 2.0" dallo stesso autore della celebre sit-com ( e anche di "Scrubs", "Cougar Town", "La tata"...)
"Undateable" (in anteprima assoluta su Joi da stasera, ogni martedì) è, secondo i critici Usa, "LA sit-com dell'anno". Un gruppo di "Friends" sulla trentina si ritrova ad essere, per un motivo o per l'altro, non... frequentabile. Ovvero: non fidanzabile. Lo stesso protagonista Danny Burton - interpretato da Chris D'Elia - seppur donnaiolo impenitente, non riesce a gestire il rapporto con l'altro sesso se non per una notte e via. La firma della sit-com, già rinnovata per la seconda stagione, è DOC: quel Bill Lawrence già dietro i successi di "Friends", "Scrubs", "La tata" e "Cougar Town". La storia di fondo è basata sul best-seller "Undateable: 311 Things Guys Do That Guarantee They Won't Be Dating Or Having Sex" di Ellen Rakieten e Anne Coyle, sui comodini di tutti i single più aspiranti playboy d'America. Eva Amurri ("Californication") è tra i volti femminili del cast, nei panni dell'ex fidanzata di Danny. Lawrence firma da produttore esecutivo insieme all'ideatore Adam Sztykiel. Secondo Brian Lowry di "Variety" la sit-com è "una versione moderna della sindrome di Peter Pan: uomini che attraverso una vita libertina si rifiutano di crescere, spaventati dal romanticismo femminile e convinti che cucinare la colazione la mattina dopo sia un passo troppo impegnativo".
"Undateable" (in anteprima assoluta su Joi da stasera, ogni martedì) è, secondo i critici Usa, "LA sit-com dell'anno". Un gruppo di "Friends" sulla trentina si ritrova ad essere, per un motivo o per l'altro, non... frequentabile. Ovvero: non fidanzabile. Lo stesso protagonista Danny Burton - interpretato da Chris D'Elia - seppur donnaiolo impenitente, non riesce a gestire il rapporto con l'altro sesso se non per una notte e via. La firma della sit-com, già rinnovata per la seconda stagione, è DOC: quel Bill Lawrence già dietro i successi di "Friends", "Scrubs", "La tata" e "Cougar Town". La storia di fondo è basata sul best-seller "Undateable: 311 Things Guys Do That Guarantee They Won't Be Dating Or Having Sex" di Ellen Rakieten e Anne Coyle, sui comodini di tutti i single più aspiranti playboy d'America. Eva Amurri ("Californication") è tra i volti femminili del cast, nei panni dell'ex fidanzata di Danny. Lawrence firma da produttore esecutivo insieme all'ideatore Adam Sztykiel. Secondo Brian Lowry di "Variety" la sit-com è "una versione moderna della sindrome di Peter Pan: uomini che attraverso una vita libertina si rifiutano di crescere, spaventati dal romanticismo femminile e convinti che cucinare la colazione la mattina dopo sia un passo troppo impegnativo".
giovedì 18 settembre 2014
NEWS - I nuovi "Friends" di "Undateable" sono la Joi di Mediaset Premium
IN ANTEPRIMA ASSOLUTA
“Undateable” (in anteprima assoluta su JOI dal 25 novembre) è, secondo i
critici Usa, “LA sit-com dell’anno”. Un gruppo di “Friends” sulla trentina si
ritrova ad essere, per un motivo o per l’altro, non…frequentabile. Ovvero: non
fidanzabile. Lo stesso protagonista – interpretato da Chris D’Elia – seppur donnaiolo impenitente, non riesce a gestire
il rapporto con l’altro sesso se non per una notte e via. La firma della
sit-com è DOC: quel Bill Lawrence
già dietro i successi di “Friends”,
“Scrubs”, “La tata” e “Cougar Town”. La storia di fondo è basata sul best-seller
“Undateable: 311 Things Guys Do That Guarantee They Won't Be Dating Or
Having Sex” di Ellen
Rakieten e Anne Coyle, sui comodini di tutti i single più impenitenti
d’America.
Ad
Halloween si ride! Dal 31 ottobre Rebel Wilson – soprannominata in patria
“la Adele delle comedy” - vi farà sbellicare con “Super Fun Night” su JOI.
Il venerdì un trio di protagoniste in carriera si scatena in serate che al
sabato mattina faranno fatica a ricordarsi. Oltre ad esserne la protagonista, Wilson
firma la sit-com da ideatrice e produttrice. L’idolo-teen Ashley Tisdale è tra le interpreti principali. Brooke Shields e Charles
Shaughnessy sono tra i volti noti di passaggio.
L’8° stagione inedita di “The Big Bang Theory”, quella di cui si
è tanto parlato per il record di compensi storico raggiunto dagli interpreti di
ben 1 milione di dollari a testa a episodio, partirà dal 6 gennaio forte dei 7
Emmy Awards e i 5 Critics Choice Awards vinti, tra gli altri premi, fino ad
oggi.
“The Middle” (JOI dal 6 febbraio) vede una famiglia
barcamenarsi al centro della crisi economica. Patricia Heaton di “Tutti amano
Raymond”, già vincitrice di un Emmy Award, è la mattatrice della sit-com.
IN ANTEPRIMA ASSOLUTA
“Undateable” (in anteprima assoluta su JOI dal 25 novembre) è, secondo i
critici Usa, “LA sit-com dell’anno”. Un gruppo di “Friends” sulla trentina si
ritrova ad essere, per un motivo o per l’altro, non…frequentabile. Ovvero: non
fidanzabile. Lo stesso protagonista – interpretato da Chris D’Elia – seppur donnaiolo impenitente, non riesce a gestire
il rapporto con l’altro sesso se non per una notte e via. La firma della
sit-com è DOC: quel Bill Lawrence
già dietro i successi di “Friends”,
“Scrubs”, “La tata” e “Cougar Town”. La storia di fondo è basata sul best-seller
“Undateable: 311 Things Guys Do That Guarantee They Won't Be Dating Or
Having Sex” di Ellen
Rakieten e Anne Coyle, sui comodini di tutti i single più impenitenti
d’America.
I PROSEGUIMENTI DI CULTO IN PRIMA TV
Le due sit-com più premiate, popolari
(e costose) d’America sono in anteprima su JOI.
L’8° stagione inedita di “The Big Bang Theory”, quella di cui si
è tanto parlato per il record di compensi storico raggiunto dagli interpreti di
ben 1 milione di dollari a testa a episodio, partirà dal 6 gennaio forte dei 7
Emmy Awards e i 5 Critics Choice Awards vinti, tra gli altri premi, fino ad
oggi.
“Due Uomini e Mezzo” con Ashton Kutcher
(attore più pagato del piccolo schermo Usa per il 3° anno consecutivo forte dei
26 milioni di dollari in tasca la scorsa stagione) è attualmente in onda con la
10° stagione inedita (ogni martedì). Miley
Cyrus è tra i volti noti a far da capolino in due puntate. I 9 Emmy Awards raccolti fino ad oggi la
candidano a diventare tra le sit-com più
premiate di tutti i tempi.
“Mom”, in scaletta su JOI dal 2 gennaio, vanta il fresco Emmy Award vinto da Allison Janney nella categoria
“comedy”, nonché la verve di Anna Faris,
regina delle parodie americane al cinema.
Entrambe in una sit-com su
misura confezionata da Chuck Lorre,
ideatore dell’ipercult “The Big Bang
Theory” (altro titolo fiore all’occhiello di JOI). La protagonista, Christy, è una madre single di due figli con
un passato di abusi di alcol e droghe che tenta di rifarsi una vita come
cameriera e con l’aiuto della genitrice.
Coppie anomale o di fatto sono quelle
portate in scena da “Mike&Molly”
(5° stagione inedita su JOI dal 3
febbraio) e “2 Broke Girls” (la 4°
stagione inedita su JOI dal 3 marzo),
dove le disgrazie in salotto o in una tavola calda si scontrano con temi caldi,
se non bollenti, quali la crisi economica, la politica o la società. Kim Kardashian è tra le guest-star
annunciate della nuova stagione di “2BG”.
Il miglior legal drama degli ultimi anni, quello che “Variety” ha definito “un Vesuvio in eruzione sul genere legale”,
è “Suits”, con la 4° stagione
inedita in partenza su JOI ad aprile
2015.
“Shameless” (5° stagione inedita su JOI prossimamente) capeggia le famiglie
sui generis alle prese con i problemi
di tutti i giorni (crisi economica, tradimenti, figli degeneri, genitori da
cattivi esempi). Nel frattempo la protagonista Emmy Rossum conquista in America una copertina dopo l’altra ed è
sempre più lanciata al cinema.
“Parks&Recreation”
con Amy Poehler, eletta da “Variety”
tra le 3 donne più influenti della tv americana dopo il successo della sit-com
che svaria tra cinismo e politica, promette di far ridere con intelligenza
anche con la 7° stagione inedita (su JOI
prossimamente). Un Golden Globe e 3 Critics Choice Awards sono già in
bacheca tra i premi che contano. Attenzione a Megan Mullally di “Will&Grace” che torna a vestire i panni
della svitata Tammy nella 2° puntata.
Toh, chi si rivede! Il dottore per Vip
di “Royal Pains” (6° stagione
inedita su JOI dal 3 novembre) si
avvale sempre più spesso dei servigi di Sonia
Braga (la regina indiscussa delle telenovele) e Henry Winkler (l’indimenticato Fonzie di “Happy Days”), presenti in
più di una puntata nella nuova stagione.
Infine, il “consulente sensitivo”
Shawn Spencer (James Roday) ha
sempre più bisogno della spalla amica di Gus (Dulé Hill) in “Psych”
(8° stagione inedita attualmente in programmazione su JOI).
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