L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
IL FOGLIO
"Romolo+Giuly" fa ripiombare le serie tv italiane nel campanilismo con citazioni forzate
"Siamo moderni, giriamo le serie, ma ricaschiamo sempre nell'Italia dei campanili. Mezzo campanile: Roma nord schierata contro Roma sud (vale anche il contrario). Trascinando nella mischia William Shakespeare e soprattutto Baz Luhrmann, che nel 1996 aveva ambientato nella californiana Verona Beach il suo "Romeo+Giulietta" con Leonardo DiCaprio e Claire Danes. Gli innamorati divisi dalla rivalità familiare sono romanamente ribattezzati "Romolo+Giuly". Lui un Montacchi, ha per genitore il re della monnezza. Lei una Copulati, erede dei palazzinari che allignano al nord. La seconda metà del titolo, che allude a una guerra mondiale italiana, svela che nella vicenda entrano anche Milano e Napoli: altrettanto caricaturali, fungono da esca per gli spettatori non romani. "Romolo+Giuly" è prodotta da Fox (e su Fox va in onda, otto puntate). Con l'intenzione di ripetere il successo di `Boris", la serie che sfotteva i prodotti audiovisivi italiani scritti male e recitati peggio (la parola "fiction" andrebbe risparmiata, in questi casi: meglio il giro di parole). Ma "Boris" era a suo modo universale, le brutte sceneggiature, gli attori mediocri, i registi incapaci, le troupe svogliate si trovano dappertutto, anche dove il cinema e la tv sono migliori dei corrispettivi nostrani. Roma nord contro Roma sud resta una nicchia, di recente invenzione comica. Complice un video virale su YouTube, e un episodio pilota premiato nel 2016 al Roma Web Fest. Giocavano in casa, con spettatori che alle frasi "La breccia di Corso Francia" o "le sirene di Ponte Milvio" o "le miniere di cocaina di Vigna Clara" già ridono (chi a suo tempo spiegò che il tragico è universale, mentre il comico è geolocalizzato aveva in mente cose così). La busta con la nebbia padana potrebbe essere Totò - e già un po' allarghiamo l'orizzonte. Il regista Paolo Sorrentino, odiato a Napoli perché "La grande bellezza" l'ha girato a Roma, è tormentone cinefilo, e un po' generazionale. Totalmente generazionale è il pupazzo T'ciù, che conosce in carcere il televenditore Giorgio Mastrota (nella parte di se stesso): se non eravate davanti alla tv quando andava in onda "Bim Bum Bam", e quindi niente sapete del pupazzo Uan, lasciate ogni speranza. Si inoltrano nelle campagne padane per avere alleati, ma rifiutano di dare la caccia ai "negher" - finché pietoso non arriva il traduttore simultaneo: "Caccia ai terroni" (un avvocato di Crotone con toga e valigetta scappa inseguito dai forconi). Togli di qui e leva di là, resta la guerra tra i coatti che se vogliono andare dallo psicoanalista devono spacciarlo per personal trainer (la professione lì è fuorilegge) e i fighetti che trattano le filippine come animali domestici ("ti ho regalato un cucciolo", dice la mamma di Giuly alla figlia che va sposa, dopo aver firmato gli accordi prematrimoniali). Come da copione, tre Montacchi travestiti si infiltrano a Roma nord, dopo aver superato con l'inganno il check-point. Sullo sfondo, il Ponte della Musica, o Ponte Veltroni (di nuovo, ridono solo i romani). A una festa - nel castello dei Copulati che sopra lo stemma di famiglia ha il cartiglio "Coca Progresso Figa" - Romolo incontra Giuly, e si innamorano. Lo spettatore un po' si diverte e un po' si annoia. La trama la sappiamo - anche se qui la fanno partire dai Garibaldini. Citazioni e rimandi alla lunga sono forzati: Leonardo DiCaprio e Claire Danes amoreggiavano in piscina; Romolo sbaciucchia Giuly dietro la boccia del pesce rosso di Boris". (Mariarosa Mancuso)
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martedì 9 ottobre 2018
lunedì 24 settembre 2018
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
IL FOGLIO
La signora Maisel regina degli Emmy Awards
"'La fantastica signora Maisel" dimostra che se una serie funziona, i premi arrivano. Basta con i lamenti, signore e signorine. Quando una serie funziona i premi arrivano, anche se l'ha scritta e diretta una femmina, e ha una femmina per protagonista. "La fantastica signora Maisel" ha vinto un Emmy come miglior serie comica. Più altri quattro: uno all'attrice protagonista Rachel Brosnahan, splendida in rosso con spalla scesa; due alla sceneggiatrice - nonché regista del primo episodio - Amy Sherman-Palladino (minigonna, tacchi alti, giacca da frac e cappello da strega), uno all'attrice non protagonista Alex Borstein (abito non classificato). Sì, commentiamo il guardaroba, oltre al cervello: avranno impiegato ore a prepararsi, il cinema è glamour e pure la tv. Nessuno agli Emmy 2018 è riuscito a fare meglio, neanche "Game ofThrones" che ha vinto nella categoria "migliore serie drammatica". Siccome gli attori hanno girato quest'estate l'ottava e ultima stagione, sul palco era tutta una lacrimuccia: "Siamo una famiglia, ci siamo voluti tanto bene". Tutto il contrario della serie, che quanto a trame, tradimenti e sanguinarie battaglie non è seconda a nessuno. Presentata come "fantasy", genere che sta in fondo alle nostre preferenze, somigliava di più ai drammi di William Shakespeare. Ma quella tensione non può durare a lungo - "se durasse un atto in più, comincerebbero a morire gli spettatori delle prime file", disse un critico spiritoso a proposito di "Tito Andronico". Confessiamo che da un po' abbiamo perso interesse per la saga (ormai bisogna vederla prendendo appunti, pietà). Rachel Brosnahan, che nella serie è la "fantastica signora Maisel", ha avuto parole meno zuccherose: "Va bene trovare la propria voce, ma va meglio andare a votare: registratevi e portate un'amica ai seggi". Mrs Maisel invece va al Gaslight Café - ci andrà a cantare anche Bob Dylan, e fa da sfondo al film dei fratelli Coen "A proposito di Davis"-dopo che il marito le ha detto "Ti lascio per la segretaria" (una che, scopriamo, ha difficoltà nell'uso del temperamatite). Racconta la seratina, esibisce le tette, si ritrova in galera per oltraggio al pudore (l'anno è il 1958, per andare al Greenwich lei si toglie i vestiti eleganti e i tacchi da "unica casalinga non disperata dell'Upper East Side", indossa pantaloni a sigaretta e ballerine). La mattina dopo incontra Lenny Bruce, anche lui rilasciato su cauzione. "Mrs Maisel" è targato Amazon (produttore che bisognerebbe boicottare, ahimè, perché ha bloccato l'ultimo film di Woody Allen): se abbonati a Amazon Prime potete vederla anche stasera, garantito che vale. Gli altri premi se li sono spartiti Hbo - che da una ventina d'anni domina la serata degli Emmy, aveva cominciato con "I Soprano" - e la new entry Netflix, che ha cominciato a produrre serie nel 2013, con "House of Cards" (prima, non era neanche immaginabile la pratica del binge watching, tutte le puntate una dopo l'altra). 23 statuette alla Hbo, e 23 statuette a Netflix (intanto dobbiamo mettere a verbale che, nel paese dei non vaccinati e delle coccole ai pensionati, Andrea Occhipinti si è dimesso da presidente dei distributori Anica: la scelta di far uscire "Sulla mia pelle" in sala e in streaming lo stesso giorno non ha riscosso molti consensi). Tra i nuovi partecipanti al Grande Gioco (ormai ci si vergogna a dire "televisione") Hulu aveva già vinto l'anno scorso con "II racconto dell'ancella": secondo i maestri di cerimonie, "sta alle donne bianche come `Radici' stava agli uomini neri". Per le miniserie, ha vinto "The Assassination of Gianni Versace", seconda stagione della serie antologica "American Crime Story". Trascurata in Italia, se non per rimproverare allo showrunner Ryan Murphy la mancanza di rispetto verso lo stilista". (Mariarosa Mancuso)
IL FOGLIO
La signora Maisel regina degli Emmy Awards
"'La fantastica signora Maisel" dimostra che se una serie funziona, i premi arrivano. Basta con i lamenti, signore e signorine. Quando una serie funziona i premi arrivano, anche se l'ha scritta e diretta una femmina, e ha una femmina per protagonista. "La fantastica signora Maisel" ha vinto un Emmy come miglior serie comica. Più altri quattro: uno all'attrice protagonista Rachel Brosnahan, splendida in rosso con spalla scesa; due alla sceneggiatrice - nonché regista del primo episodio - Amy Sherman-Palladino (minigonna, tacchi alti, giacca da frac e cappello da strega), uno all'attrice non protagonista Alex Borstein (abito non classificato). Sì, commentiamo il guardaroba, oltre al cervello: avranno impiegato ore a prepararsi, il cinema è glamour e pure la tv. Nessuno agli Emmy 2018 è riuscito a fare meglio, neanche "Game ofThrones" che ha vinto nella categoria "migliore serie drammatica". Siccome gli attori hanno girato quest'estate l'ottava e ultima stagione, sul palco era tutta una lacrimuccia: "Siamo una famiglia, ci siamo voluti tanto bene". Tutto il contrario della serie, che quanto a trame, tradimenti e sanguinarie battaglie non è seconda a nessuno. Presentata come "fantasy", genere che sta in fondo alle nostre preferenze, somigliava di più ai drammi di William Shakespeare. Ma quella tensione non può durare a lungo - "se durasse un atto in più, comincerebbero a morire gli spettatori delle prime file", disse un critico spiritoso a proposito di "Tito Andronico". Confessiamo che da un po' abbiamo perso interesse per la saga (ormai bisogna vederla prendendo appunti, pietà). Rachel Brosnahan, che nella serie è la "fantastica signora Maisel", ha avuto parole meno zuccherose: "Va bene trovare la propria voce, ma va meglio andare a votare: registratevi e portate un'amica ai seggi". Mrs Maisel invece va al Gaslight Café - ci andrà a cantare anche Bob Dylan, e fa da sfondo al film dei fratelli Coen "A proposito di Davis"-dopo che il marito le ha detto "Ti lascio per la segretaria" (una che, scopriamo, ha difficoltà nell'uso del temperamatite). Racconta la seratina, esibisce le tette, si ritrova in galera per oltraggio al pudore (l'anno è il 1958, per andare al Greenwich lei si toglie i vestiti eleganti e i tacchi da "unica casalinga non disperata dell'Upper East Side", indossa pantaloni a sigaretta e ballerine). La mattina dopo incontra Lenny Bruce, anche lui rilasciato su cauzione. "Mrs Maisel" è targato Amazon (produttore che bisognerebbe boicottare, ahimè, perché ha bloccato l'ultimo film di Woody Allen): se abbonati a Amazon Prime potete vederla anche stasera, garantito che vale. Gli altri premi se li sono spartiti Hbo - che da una ventina d'anni domina la serata degli Emmy, aveva cominciato con "I Soprano" - e la new entry Netflix, che ha cominciato a produrre serie nel 2013, con "House of Cards" (prima, non era neanche immaginabile la pratica del binge watching, tutte le puntate una dopo l'altra). 23 statuette alla Hbo, e 23 statuette a Netflix (intanto dobbiamo mettere a verbale che, nel paese dei non vaccinati e delle coccole ai pensionati, Andrea Occhipinti si è dimesso da presidente dei distributori Anica: la scelta di far uscire "Sulla mia pelle" in sala e in streaming lo stesso giorno non ha riscosso molti consensi). Tra i nuovi partecipanti al Grande Gioco (ormai ci si vergogna a dire "televisione") Hulu aveva già vinto l'anno scorso con "II racconto dell'ancella": secondo i maestri di cerimonie, "sta alle donne bianche come `Radici' stava agli uomini neri". Per le miniserie, ha vinto "The Assassination of Gianni Versace", seconda stagione della serie antologica "American Crime Story". Trascurata in Italia, se non per rimproverare allo showrunner Ryan Murphy la mancanza di rispetto verso lo stilista". (Mariarosa Mancuso)
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lunedì 11 giugno 2018
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
IL FOGLIO
"The Terror", la serie che non ti aspetti
"Ci sono serie che mai avremmo immaginato di guardare. Si intende: di guardare anche solo per dieci minuti, in attesa di trovare occupazioni più dilettevoli. Figuriamoci se immaginavamo di prenderci gusto, cercando poi di far proselitismo. E' accaduto con "Game of Thrones", nel 2011. C'erano le uova di drago, il mantra "l'inverno sta arrivando", animali chiamati "metalupi": da fuggire come la peste, per noi che odiamo il fantasy sopra ogni cosa. In capo alla prima puntata, vista per amore di uno showrunner che si chiamava David Benioff e aveva scritto magnifici romanzi (tra cui "La 25° ora", diventato un film di Spike Lee) era chiaro che non si trattava di stucchevole fantasy ma del nerboruto - parlando di scrittura - William Shakespeare. E' capitato un'altra volta con "The Terror", serie Ame che vanta tra i suoi produttori Ridley Scott (per gli spettatori non americani, su Amazon). Una storia marinara, di conquiste geografiche e di sopravvivenza, scarsissima di femmine - nell'800 a bordo dei navigli erano segno di sciagura incombente. In materia, avevamo solo un paio di appassionanti esperienze. Il "Moby Dick" di Herman Melville, dove avevamo l'intenzione di saltare un po' di dettagli sulle balene (sbagliato, sono il vero piacere e la conversione fu immediata). "Master and Commander" di Peter Weir, con Russell Crowe al comando della Surprise, nave britannica che durante le guerre napoleoniche tenta di affondare i corsari francesi della Acheron (già che ci sono, lui e il chirurgo di bordo si fanno un giretto alle Galapagos prima di Darwin). "The Terror" - intesa come miniserie di 10 puntate, difficile che riescano a prolungarla, di questi tempi è un ottima notizia -viene da un romanzo di Dan Simmons. Da tempo saldamente nella lista dei nostri guilty pleasure letterari. Nel 1989 aveva scritto "Danza macabra", immaginando nei campi di concentramento partite a scacchi con pedine umane. Nel 2009 aveva scritto "Drood", ricamando sull'incidente ferroviario in cui fu coinvolto Charles Dickens (in viaggio clandestino con la sua amante), e sul romanzo incompiuto che appunto si intitola "Il mistero di Erwin Drood" - per godimento sommo, sceglie come narratore Wilkie Collins, amico e rivale del maestro. Nel 200'7 scrisse "La scomparsa dell'Erebus" - così il titolo scelto da Mondadori, che ora ristampa le quasi 600 pagine con il titolo originale. In copertina, una nave prigioniera dei ghiacci. Con un equipaggio di 133 uomini e provviste per tre anni, l'Erebus e la Terror salparono dall'Inghilterra per cercare il passaggio a nord ovest, una delle fissazioni geografiche ottocentesche (fissazioni, proprio: come conferma la lettura dell'informatissimo e pettegolo resoconto di Fergus Fleming "I ragazzi di Barrow", Adelphi). Furono incrociate per l'ultima volta a luglio del 1845, da una flotta di baleniere. Poi più nulla, nonostante le molte spedizioni di soccorso organizzate. Solo qualche anno fa, i relitti sono stati ritrovati e fotografati. Fin qui la storia. Dan Simmons ci mette del suo, immaginando che la misteriosa agonia del capitano Franklin e il suo equipaggio sia durata tre anni. Prima scambiandosi inviti a pranzo sulle navi imprigionate dal ghiaccio, con tutta la formalità della marina britannica. Poi mandando scialuppe per cercare una via di fuga nel bianco perfetto della neve. Lo spettatore è subito informato: "Questo posto ci vuole morti". Follia, claustrofobia, gelo, scorbuto, cannibalismo, mostruose creature: non c'è che da scegliere". (Mariarosa Mancuso)
IL FOGLIO
"The Terror", la serie che non ti aspetti
"Ci sono serie che mai avremmo immaginato di guardare. Si intende: di guardare anche solo per dieci minuti, in attesa di trovare occupazioni più dilettevoli. Figuriamoci se immaginavamo di prenderci gusto, cercando poi di far proselitismo. E' accaduto con "Game of Thrones", nel 2011. C'erano le uova di drago, il mantra "l'inverno sta arrivando", animali chiamati "metalupi": da fuggire come la peste, per noi che odiamo il fantasy sopra ogni cosa. In capo alla prima puntata, vista per amore di uno showrunner che si chiamava David Benioff e aveva scritto magnifici romanzi (tra cui "La 25° ora", diventato un film di Spike Lee) era chiaro che non si trattava di stucchevole fantasy ma del nerboruto - parlando di scrittura - William Shakespeare. E' capitato un'altra volta con "The Terror", serie Ame che vanta tra i suoi produttori Ridley Scott (per gli spettatori non americani, su Amazon). Una storia marinara, di conquiste geografiche e di sopravvivenza, scarsissima di femmine - nell'800 a bordo dei navigli erano segno di sciagura incombente. In materia, avevamo solo un paio di appassionanti esperienze. Il "Moby Dick" di Herman Melville, dove avevamo l'intenzione di saltare un po' di dettagli sulle balene (sbagliato, sono il vero piacere e la conversione fu immediata). "Master and Commander" di Peter Weir, con Russell Crowe al comando della Surprise, nave britannica che durante le guerre napoleoniche tenta di affondare i corsari francesi della Acheron (già che ci sono, lui e il chirurgo di bordo si fanno un giretto alle Galapagos prima di Darwin). "The Terror" - intesa come miniserie di 10 puntate, difficile che riescano a prolungarla, di questi tempi è un ottima notizia -viene da un romanzo di Dan Simmons. Da tempo saldamente nella lista dei nostri guilty pleasure letterari. Nel 1989 aveva scritto "Danza macabra", immaginando nei campi di concentramento partite a scacchi con pedine umane. Nel 2009 aveva scritto "Drood", ricamando sull'incidente ferroviario in cui fu coinvolto Charles Dickens (in viaggio clandestino con la sua amante), e sul romanzo incompiuto che appunto si intitola "Il mistero di Erwin Drood" - per godimento sommo, sceglie come narratore Wilkie Collins, amico e rivale del maestro. Nel 200'7 scrisse "La scomparsa dell'Erebus" - così il titolo scelto da Mondadori, che ora ristampa le quasi 600 pagine con il titolo originale. In copertina, una nave prigioniera dei ghiacci. Con un equipaggio di 133 uomini e provviste per tre anni, l'Erebus e la Terror salparono dall'Inghilterra per cercare il passaggio a nord ovest, una delle fissazioni geografiche ottocentesche (fissazioni, proprio: come conferma la lettura dell'informatissimo e pettegolo resoconto di Fergus Fleming "I ragazzi di Barrow", Adelphi). Furono incrociate per l'ultima volta a luglio del 1845, da una flotta di baleniere. Poi più nulla, nonostante le molte spedizioni di soccorso organizzate. Solo qualche anno fa, i relitti sono stati ritrovati e fotografati. Fin qui la storia. Dan Simmons ci mette del suo, immaginando che la misteriosa agonia del capitano Franklin e il suo equipaggio sia durata tre anni. Prima scambiandosi inviti a pranzo sulle navi imprigionate dal ghiaccio, con tutta la formalità della marina britannica. Poi mandando scialuppe per cercare una via di fuga nel bianco perfetto della neve. Lo spettatore è subito informato: "Questo posto ci vuole morti". Follia, claustrofobia, gelo, scorbuto, cannibalismo, mostruose creature: non c'è che da scegliere". (Mariarosa Mancuso)
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