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lunedì 25 giugno 2018

NEWS - Achtung, companeros! Siete pronti alla rivoluzione tv e a buttare i televisori che non prevedono il 5G? Entro 4 anni il digitale terrestre si deve dimezzare ma i network - Rai, Mediaset e La7 in primis - si ribellano: te credo, l'operazione costa 700 milioni! Toccherà decidere a Luigi Di Maio...

Articolo tratto da "Affari&Finanza"
I broadcaster storici da una parte, quelli che controllano le frequenze tv: Rai e Mediaset su tutti, ma anche La7 di Urbano Cairo, la Prima Tv di Tarak Ben Ammar. Il governo e l'Agcom dall'altra. In mezzo, come spettatori interessati, i broadcaster senza rete, cioè quelli che affittano la diffusione del loro segnale dai titolari delle frequenze e dalle tower company Sky, Discovery, Viacom. Il campo di gioco è il fatto che entro 4 anni le tv dovranno sgomberare la banda 700 mhz. Significa, al netto dei tecnicismi, che tutto il sistema del digitale terrestre italiano, che oggi viaggia su 30 frequenze, dovrà restringersi in metà spazio: 15 frequenze. Aiutato però da uno step tecnologico che dimezza la quantità di banda richiesta. Ma le cose non vanno così lisce. E' per questo che dieci giorni fa da Mediaset e da Cairo sono partiti due ricorsi davanti al Tar per bloccare l'intera partita. E altri ricorsi sono in arrivo, a partire da quello di Ben Ammar. E un avvertimento al governo: serve un accordo. E questa è la prima grana che il neoministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio si troverà a dover risolvere avendo mantenuto le deleghe sul settore delle Comunicazioni. E ora si capisce anche bene perché. Perché da lui dipenderà una decisione che avrà un impatto sui bilanci di Mediaset e di Rai. Anzi, più esattamente, di EiTower e di Ray Way. La posta in gioco? E doppia. Per le tv è l'utilizzo di un'operazione da 700 milioni circa, ossia i costi per l'abbandono della banda 700 mhz da lasciare agli operatori mobili per il 5G. Per il governo la possibilità di incassare i 2,5 miliardi di euro dell'asta per le frequenze della banda ultralarga mobile e che sono un punto non indifferente della Legge di Stabilità approvata alla fine dello scorso anno dal governo Gentiloni. L'incrocio micidiale che si è creato è che il governo ha la necessità assoluta di convincere le telco che parteciperanno all'asta di settembre-ottobre che non ci saranno problemi (e che quindi possono serenamente aprire i portafogli). Ma i problemi ci sono
Ci sono due ostacoli, uno imprevisto e uno no. Il primo: bisogna passare dall'attuale sistema denominato Dvbtl, o TI, al nuovo, il Dvbt2, o T2 e non sarebbe vero che il nuovo richieda esattamente la metà dello spazio del vecchio, coem si è finora sostenuto. Ma più spazio di quello non ce ne è. Insomma, il 12 occupa più banda del previsto. Secondo nodo. Un canale digitale non occupa oggi 20 megabit di banda ma circa 24: e questo lo si sa da sempre, lo sanno anche al Mise e all'Agcom. Perché è scritto nero su bianco sui contratti di trasporto del segnale che EiTowers ha con i suoi clienti, in primis Mediaset, e Rai Way con il suo unico cliente, ossia Rai. E lo sa Prima Tv, che trasporta canali di Mediaset, Sky e Discovery. Nel nuovo assetto dell'etere, visto che lo spazio si dimezza, e che invece le frequenze non si possono suddividere, si è pensato bene di cambiare i termini giuridici delle concessioni: non si concedono più frequenze ma capacità di trasmissione. Chi ha una sola frequenza, come Cairo, Prima Tv, Wmd3, l'Europa7 di Francesco Di Stefano o la ReteCapri di Costantino Federico, si troverà in mano qualcosa di meno concreto. E resta un problema: c'è un operatore di rete per ogni frequenza; domani? Una frequenza è gestita da un apparato che può suddividere il segnale in più porzioni. Ma chi gestirà il segnale della mezza frequenza di Cairo o di Ben Ammar? In pratica è come una fibra ottica: la si può suddividere in mille modi, ma la fibra, il singolo capello di fibra ottica, resta sempre uno e uno solo, e pub avere un solo proprietario. Insomma le cose non sono chiare, ma se la partita ingegneristica è da mal di testa, quando si passa a parlare di soldi tutto diventa più chiaro. il passaggio al T2 può mettere a rischio il conto economico delle tower company. Ei Tower, Rai Way, Persidera e Cellnex (ma quest'ultima in minima parte perché ha pochissime torri tv). Lo può fare in due modi. ll primo: se si dimezzano le frequenze si dimezzano gli apparati su cui vengono trasportati i singoli segnali tv (un ingegnere forse inorridirebbe per l'approssimazione, ma al fondo le cose stanno così). Ma poiché alla fine quello che il cliente paga alla tower company non è il trasporto un tanto al chilo ma il servizio di consegna del prodotto finito, ossia il canale tv, la cosa può trovare una compensazione (basta cambiare congruamente le componenti del prezzo). Ma c'è sempre il rischio di incertezza che questo passaggio comporta. Soprattutto se lo spazio per tutti i canali non fosse garantito come sembrava invece promesso. Una soluzione c'è. Il problema è solo trovare i soldi per realizzarla. E' infatti vero che la coperta delle frequenze è sempre più corta, anzi si dimezza, ma è anche vero che in questo momento ce ne sono molte inutilizzate. Per favorire la liberazione della banda 700 e il contemporaneo passaggio alle nuove tecnologie, il governo Gentiloni aveva messo in Legge di Stabilità ulteriori stanziamenti per la rottamazione di frequenze usate da tv locali: un incentivo economico alla restituzione delle frequenze locali. La stessa Legge di Stabilità fissa il budget complessivo per l'intera operazione T2 in circa 700 milioni in quattro anni. A spanne: oltre 200 milioni per le emittenti nazionali per i costi di trasformazione e aggiornamento degli impianti; oltre 300 milioni per gli incentivi alla rottamazione delle frequenze; 100 milioni sono stanziati per agevolare l'acquisto di decoder da parte di utenti i cui televisori di vecchia generazione non siano in grado di ricevere i nuovi canali in T2 (come invece accade per tutti gli apparecchi in vendita da inizio anno); infine circa 60 milioni a disposizione del Mise per costi di organizzazione della transizione tecnologica. In apparenza i soldi dunque ci sono ma pare - perché di certezze ufficiali in questo momento ce ne sono poche - che dentro i 300 milioni per la rottamazione delle frequenze locali sarebbero nascosta una pillola avvelenata: la Rai. Il piano del "vecchio" governo prevede infatti che Rai dovrebbe scendere dagli attuali 5 mux (oggi uno per ogni frequenza, con una capacità di trasportare fino a 7 canali "normali" 0 3-4 in alta definizione) a 2 mux e mezzo. Ma su uno di questi dovrebbe andare la sola Rai3 regionale e portare in tutto il resto delle capacità trasmissiva, emittenti locali. Buon progetto, sulla carta, che garantisce alle locali un operatore di rete pubblico come Rai Way, alla stessa Rai Way, che ha l'handicap di avere in pratica un unico cliente, ossia il suo azionista, una nuova area di business. Peccato però che questa capacità trasmissiva sia stata allocata nella banda Vhf. E non tutte le case in Italia hanno un'antenna in grado di ricevere questi canali. Che sono quelli usati dall'Europa 7 di Francesco Di Stefano. Per rendere visibili a tutti gli italianitutti i canali e per il "refarming" dei canali Rai si stima - sempre in via non ufficiale - che Viale Mazzini dovrebbe spendere giusto attorno ai 300 milioni. E qui i conti iniziano evidentemente a non tornare. Quello che i broadcaster chiedono al governo è dunque una quota maggiore di fondi, a valere sull'incasso dell'asta 5G per un riassetto definitivo dello spettro radio. E potrebbe essere un'occasione per mettere la parola fine al caos dell'etere italiano. Perché non solo molte emittenti locali continuano a mantenere la titolarità di frequenze solo in attesa di una loro definitiva valorizzazione economica (basta guardare la quantità di programmi ripetuti che si susseguono pigiando sul telecomando dopo il tasto 50) ma ci sono anche emittenti nazionali forse pronte a restituire le frequenze. A partire daRete Capri e Europa 7. Ma perfino Wind3 potrebbe essere pronta a restituire la frequenza che dai tempi dell'H3g di Vincenzo Novari non usa più per trasmettere un suo canale. A questo punto, facendo scendere le frequenze riservate alle locali dalle attuali 5 (garantite per legge in misura di un terzo del totale) a 3, forse anche a solo 2, e con almeno un paio di nazionali in meno, ci sarebbe molto più spazio. Per fare cosa? Rai, per esempio, potrebbe fare a meno di investire sulla banda Vhf. Mediaset non ha per ora problemi di spazio visto che è riuscita ad ospitare una decina di nuovi canali Sky, frutto dell'accordo del mese scorso, nel suo bouquet pay di Premium senza particolari sofferenze. Ma per i conti e le prospettive di Rai Way e Ei Tower avere più capacità trasmissiva da gestire significa avere più ricavi. Senza contare che sia Rai che Mediaset dovranno iniziare a pensare presto a portare il 4k, la nuova generazione dell'altra definzione sui canali terrestri. E allora servirà sì più spazio. Lo switch off Infine il passaggio di tecnologia. Oggi non è prevista una data per uno switch off, come per il passaggio dal digitale all'analogico. Ma nella situazione attuale tutti i broadcaster lo ritengono necessario. Con più frequenze per tutti, invece, si potrebbe procedere in modo più graduale. La soluzione ? Che il ministero si decida ad abrogare la riserva di un terzo di frequenze per le locali. E scriva in modo più chiaro il percorso di passaggio dal T1 al T2. Pare sia d'accordo anche Agcorn che questa settimana pubblicherà il primo atto formale del nuovo piano frequenze: formale perché si limiterà a dire che la banda 700 va liberata entro il 2022, come vuole l'Ue. Ma rimandando al governo la palla delle decisioni sostanziali. A quel punto sarà Di Maio a guidare il gioco. Ha tempo fino a inizio autunno. Ed è probabile che questo tempo se lo prenderà tutto.

lunedì 25 maggio 2015

NEWS - A banda armata! Nel crogiuolo di interessi e sviluppo della banda larga ci si mette anche il Governo (Renzi in primis). Analisi delle parti coinvolte, dei rispettivi rendiconti e degli ostacoli da abbattere
Articolo di Stefano Cingolani su "Il Foglio"
Che cosa può fare Vodafone per l'Italia?". Quando Matteo Renzi ha sentito queste parole uscire come farfalle policrome dalle labbra di Vittorio Colao, s'è convinto che era il momento di dare un colpo d'acceleratore. Finora aveva ascoltato solo rampogne, ramanzine, lamentele e proteste. Tanti no, non si può, o al massimo dei forse. Mai una disponibilità così completa. Il capo del governo aveva invitato a pranzo il big boss di Vodafone, gesto inusuale per un presidente del consiglio che si alimenta a pizze come faceva Bill Clinton ai bei tempi, prima di Monica Lewinsky. Da cosa nasce cosa e martedì scorso Colao parlando a Londra ha annunciato: "Vogliamo essere attori della partita sulla banda larga". Larga? Di più, extralarge, o magari addirittura extra extra. Venghino, venghino alla fiera delle telecomunicazioni: Matteo Renzi ha esteso gli inviti, ormai ci sono più bancarelle che all'Expo: Telecom Italia, Vivendi, Mediaset, Sky, la Rai, Cassa depositi e prestiti, Fondo strategico italiano, Metroweb, Terna, Ferrovie dello stato, Acea, A2A, la russa Wind (con Infostrada ha la seconda rete telefonica fissa) che si sta per fondere con la cinese Hutchison Whampoa (3G), Enel arrivata per ultima, ma certo non la meno importante e quello che molti considerano il vero asso nella manica: l'inglese Vodafone, guidata da un italiano che piace molto, anche perché è il manager tricolore che ha la posizione più elevata nel giro degli affari globali, cioè Vittorio Colao. Sembra un caos creativo, anche se è meno caotico di quel che si possa immaginare.
Perché da una parte c'è un triangolo magico formato da Vincent Bolloré, Rupert Murdoch e Silvio Berlusconi, al cui ortocentro si colloca Telecom Italia. Dalla parte opposta tutti gli altri per ora in ordine sparso, ma in via di aggregazione grazie alla regia di Palazzo Chigi. A meno che qualcuno non faccia il salto della trincea, cosa sempre possibile nel bizzarro gioco della banda XXL. Tutto comincia in Telecom Italia, anche se la storia non è destinata a finire lì. Tra poco più di una settimana il gruppo francese Vivendi di cui Vincent Bolloré è presidente e principale azionista (con il 14,5 per cento), avrà fisicamente in mano l'8,3 per cento dei diritti di voto di Telecom Italia ereditati vendendo a Telefonica la compagnia brasiliana Gvt. La partecipazione grazie alla quale si sostituisce agli spagnoli, se l'è trovata un po' per caso, ma l'uomo d'affari bretone conosce bene l'Italia dove è ormai un personaggio di primo piano: entrato in Mediobanca nel 2001 e poi nelle Assicurazioni Generali, oggi è il principale socio della banca d'affari fondata da Enrico Cuccia, alla pari con Unicredit. Proprio dalle stanze di via Filodrammatici è venuto l'input a usare la leva di Telecom Italia per un progetto più ampio che arriva fino a Mediaset. Gli analisti della banca scrivono che "Mediaset rappresenta una interessante opzione strategica per Vivendi (che tra l'altro controlla Canal Plus, ndr.), infatti consentirebbe ai francesi di entrare nel mercato dei contenuti italiano o spagnolo con un accordo in contanti o carta contro carta senza spendere troppo". Dunque, si stanno già facendo i conti, non siamo solo alle beate intenzioni.
Bolloré ha detto di voler costruire un gruppo nei media in grado di sfidare il tedesco Bertelsmann. Quanto alla tv di Silvio Berlusconi, potrebbe avere un socio strategico che la faccia uscire dallo stallo. Tra Berlusconi e Bolloré ci sono ottimi rapporti mediati da Tarak Ben Ammar, il quale è al centro di un vero e proprio trivio: siede infatti nei consigli di amministrazione di Vivendi, di Mediobanca e di Telecom Italia. Ma una operazione del genere ha un potente impatto politico (sono società private, tuttavia in questo campo il regolatore pubblico è più potente dell'azionista). Perché mai, dunque, il governo dovrebbe consentirla? Non esiste, almeno ufficialmente, un Nazareno degli affari. A questo punto entra in campo Telecom Italia. La merce di scambio, infatti, potrebbe essere la partecipazione senza se e senza ma al progetto banda extralarge al quale Renzi tiene in modo particolare, come bandiera della modernizzazione e segno del proprio attivismo decisionista. Ben Ammar precisa che Mediaset non è in vendita e Telecom deve distribuire non produrre contenuti. Ma l'obiettivo in questo momento è costringere Telecom a far cadere la strenua difesa della propria posizione dominante nella rete fissa. Poi tutto sarà in movimento. Per avviare un motore che si è bloccato dopo molte false partenze (secondo alcuni si era già ingrippato nel 1997, quando è stata mal privatizzata Telecom Italia) il governo ha in mano una società piccola, ma avanguardista come Metroweb creata da Fastweb e dall'azienda elettrica milanese, che possiede l'unica ampia rete a fibra ottica oggi esistente (concentrata a Milano) ed è controllata dalla Cassa depositi e prestiti presieduta da Franco Bassanini e amministrata da Giovanni Gorno Tempini. Il governo ha proposto a Telecom di mettersi insieme, però l'ex monopolista telefonico vuole la maggioranza che Bassanini non intende cedere. Su questo ostacolo, davvero non da poco, si sta fermi da tempo. Ma il pie' veloce Renzi è stanco di aspettare, anche perché, nel frattempo, gli altri giocatori si muovono. Se Mediaset si è lanciata all'assalto delle torri di trasmissione Rai, allora nulla è più al sicuro. La stessa Telecom annuncia con gesto di sfida che vuole cablare da sola 400 comuni spiazzando la concorrenza e irritando ancor più Bassanini. Palazzo Chigi le prova tutte. Tira fuori un provvedimento legislativo che obbliga di passare alla fibra ottica entro il 2020. Apriti cielo. In questo modo l'intera rete in rame che Telecom possiede e ha difeso con le unghie e con i denti, non vale più nulla. Sarebbe meglio svenderla ai romeni. L'azienda mette all'opera tutte le sue armi e schiera in prima fila il Corriere della Sera contro "l'esproprio statalista". Il progetto viene ritoccato, edulcorato, però l'obiettivo resta. E i vertici del gruppo telefonico cominciano a capire che una battaglia di pura resistenza è destinata a fallire. Anche perché nel frattempo spunta l'Enel portando con sé una lunghissima catena di distribuzione. Gli uffici dell'amministratore delegato Francesco Starace, il 14 aprile inviano all'Agcom una missiva in cui si sottolinea che "Enel possiede una infrastruttura esistente, costituita da reti di tipo aereo e cabine di distribuzione in grado di ospitare cavi in fibra ottica". Grazie a una recente normativa infatti il cavo della banda larga potrà essere "steso" anche sui tralicci elettrici con la cosiddetta "posa aerea". Una opzione che supera le difficoltà degli scavi e ne riduce i costi. Ma soprattutto consente di raggiungere - come si sottolinea nella lettera all'Agcom - le zone di montagna e le campagne più isolate (i cosiddetti Cluster C e D), oltre a collegare direttamente gli edifici e gli appartamenti con la tecnologia FTTB (fiber to the building) e FTTH (fiber to the home). Per le grandi aree urbane (Cluster A e B) Enel punta ad accordi con alcune delle municipalizzate che detengono la rete elettrica (visto che in sette città, come Roma, Milano, Torino e Genova non è presente), ma anche con Metroweb. Un ritorno al telefono come ai tempi di Tatò quando possedeva Infostrada e Wind? No, è la risposta, "il contributo di Enel sarà sinergico con le reti già esistenti". Chi paga? La società ha provveduto alla sostituzione dei tradizionali contatori elettromeccanici con quelli elettronici che consentono la lettura dei consumi in tempo reale e la gestione a distanza dei contratti. Secondo dati ufficiali, sono 32 milioni i contatori elettrici della clientela al dettaglio. Ma ulteriori investimenti e sostituzioni potrebbero essere legati alla posa della fibra ottica nell'ambito del progetto da 6,5 miliardi illustrato per sommi capi dal governo. Enel ha ancora 38 miliardi di debiti sul groppone (su 76 miliardi di ricavi) e cerca di ridurli vendendo le partecipazioni all'estero, in Slovenia o nella stessa Spagna dove ha già collocato sul mercato il 22 per cento dell'azienda elettrica Endesa. Le disponibilità di cassa, dunque, sono limitate mentre al contrario Vivendi e Vodafone sono molto liquide. E chi guida la danza? Ciascuno comanda sulla propria rete? O esiste un centro della complessa ragnatela? L'idea del governo è di affidare alla Cdp questo ruolo attraverso una società ad hoc alla quale partecipino tutti gli operatori. Come nel gioco dell'oca, torniamo alla casella di partenza, cioè là dove eravamo una decina di anni fa, quando si discuteva di creare una società che mettesse insieme quel che hanno in mano gli operatori nel fisso e nel mobile, scorporando da Telecom Italia la rete in rame e dagli altri i ripetitori dei telefonini. Il tavolo, al quale partecipavano tanti (troppi) commensali, saltò di fronte alle due domande cruciali: chi comanda e chi paga. Franco Bernabè gestiva una Telecom oberata di debiti e paralizzata da Telefonica (un azionista passivo, anche se il più rilevante), quindi scelse di tenere per sé l'asset materiale più importante e di maggior valore, la rete in rame. Quanto valga il vasto agglomerato di file e cabine non è chiaro. Si è detto "almeno 15 miliardi", ma Bassanini ha messo in discussione le cifre scritte nei bilanci di Telecom allarmando persino la Consob. Una cosa è certa: oggi in Italia senza quella rete non si va da nessuna parte. L'Enel da sola non è in grado di cambiare il campo di gioco, anche se è uno sfidante di rilievo, tanto che Giuseppe Recchi, presidente di Telecom, mercoledì scorso, durante l'assemblea degli azionisti, ha fatto un'avance proponendo di "lavorare insieme, unire le forze". Le aziende elettriche possono depositare i cavi e portarli fino ai contatori, ma a girare la chiavetta è sempre chi offre il servizio. E qui arriva il pezzo da novanta: Colao. Vittorio, nomen omen, con il suo metro e 92 centimetri, sta ritto su una montagna di denaro: 130 miliardi di dollari pagati da Verizon per il 45 per cento posseduto da Vodafone nella compagnia telefonica. In cinque anni dal suo arrivo al comando, ha arricchito gli azionisti che si spartiscono qualcosa come 60 miliardi di dollari (lui l'anno scorso ha guadagnato 3,4 milioni di sterline). Nato a Brescia nel 1961, da ragazzo sognava una carriera militare. Il padre, del resto, era un carabiniere, e Vittorio per un breve periodo ha fatto l'ufficiale nell'Arma. La madre, invece, è nobile, la contessa Pellizzari di San Girolamo, chiamata Popi dagli intimi. Dopo l'immancabile Bocconi, il master a Harvard e un passaggio all'Eni, ecco McKinsey che lascia impronte indelebili nei suoi pupilli che oggi, anche grazie a Yoram Gutgeld stanno rimpolpando le fila delle teste d'uovo renziane. La prova del fuoco, dopo spostamenti vari, tra i quali Mondadori quando era direttore Corrado Passera (altro McKinsey boy), è in Omnitel, la mutazione di Olivetti realizzata da Carlo De Benedetti con Elserino Piol. La società esplode con i telefonini, viene venduta a Mannesmann al massimo del suo valore, e poi passa a Vodafone. Proprio Colao è l'artefice dell'operazione che gli assicura un posto di riguardo nel gruppo britannico, dopo una infelice parentesi alla Rcs dove si mise contro una parte degli azionisti, Paolo Mieli e i giornalisti dei quali diceva che "sono un investimento da mettere a miglior reddito". Un'uscita tanto snob quanto ingenua. Non che l'universo mediatico e politico non attragga anche Colao. Un giorno ha confessato a un amico che il suo sogno è fare il ministro degli Esteri italiano. Renzi lo ha corteggiato a lungo. Per lui pensava all'Eni, certo che non avrebbe accettato nulla di meno. Adesso la stessa Vodafone sta cercando una nuova dimensione. E il futuro corre non sulle onde sonore, ma sul filo. Anche le nuove applicazioni o la tv sul telefonino richiedono un salto nella velocità di trasmissione con tecnologie legate alle reti, all'insegna di una sempre maggiore convergenza tra fisso e mobile, tra materiale e immateriale. Insomma, ci vuole un contenitore più capiente per trasportare contenuti più pesanti e variegati. Dopo l'uscita dall'America, è l'America a voler entrare in Vodafone. Zio Sam indossa le vesti di John Malone, tra i pionieri della tv via cavo e oggi uno dei maggiori operatori con Liberty Global, presente in 12 paesi. Si parla con sempre maggiore insistenza di una megafusione europea e l'ultima intervista del magnate all'agenzia Bloomberg ha riacceso la fantasia degli operatori di borsa che già gustano un succulento boccone. Cosa farebbe Colao in questo caso? Resta con una posizione diversa? O torna, buon profeta in patria, magari alla guida del grande progetto al quale Renzi tiene tanto e che riporterebbe l'Italia in quella posizione rilevante nelle telecomunicazioni, via via appannata e poi perduta negli ultimi quindici anni. Renzi, dunque, si è messo una nuova freccia in faretra. Può usarla o tenerla di riserva, può andare a segno o fuori bersaglio, però a questo punto non è più lui con le spalle al muro. Banda larga, tv via cavo, Colao, Malone. Minacce serie per il futuro di Telecom Italia e anche per il ruolo che Vivendi vuole interpretare. Bolloré non starà a guardare.
Nei giorni scorsi si è limitato a sondare gli azionisti e ha messo in allerta l'amico Tarak. Poi è partito per la California, là dove si danno le carte per il grande gioco. Finora ha detto che in Telecom vuole restare come socio di riferimento, si tratta di un investimento industriale e non di breve periodo. Eppure Vivendi sta uscendo dalla telefonia, possibile che faccia eccezione per l'Italia? Ecco perché prende quota l'idea che sia piuttosto una merce nell'albergo del libero scambio. Al ritorno da Los Angeles forse Bolloré manderà segnali più chiari. Non ha molto tempo. E' in arrivo Netflix che vuol produrre una serie tipo "House of Cards" in Italia come già ha fatto in Francia, e sta arroventando il clima. Colao ne è innamorato. Sky la teme e ha rafforzato i legami con Telecom accantonando il progetto di fusione con Mediaset Premium che avrebbe incontrato troppi ostacoli da parte dei regolatori sia a Roma sia a Bruxelles. Già la sola intesa commerciale sui campionati di calcio ha scatenato reazioni agguerrite e l'immancabile magistratura. Il ballo Excelsior, insomma, è cominciato.

venerdì 15 maggio 2015

NEWS - Netflix, achtung! Sempre più voci di alleanza tra Sky e Mediaset in vista dello sbarco ("rischiamo di essere spazzati via in 5 anni")
(ANSA) - Le indiscrezioni sul recente incontro ad Arcore tra Rupert Murdoch e Silvio Berlusconi riferiscono che l'argomento all'ordine del giorno e' stata la possibile vendita di Premium, la pay tv del gruppo Mediaset, a Sky, la tv satellitare del magnate australiano. E certamente il confronto e' in corso, con possibilita' di alleanze sui contenuti. Ma la trasferta di Murdoch ha una motivazione di fondo. La volonta' e' di verificare la possibilita' di fare fronte comune contro il vero nemico di entrambi: Netflix, la public company americana che in pochi anni e' diventata un vero colosso puntando sulla televisione on demand, su richiesta, un mercato in continua espansione molto diverso dai palinsesti tradizionali, basato anche sull'offerta di produzioni originali. Tra quelle di maggior successo, per esempio, e' House of cards, che accende i riflettori sulle lotte dietro le quinte alla Casa Bianca. Netflix e' gia' sbarcata nel Regno Unito e in buona parte dei Paesi europei, con piani di forte crescita. L'allarme di Murdoch a Berlusconi e' stato senza giri di parole: attenzione, e' stato il senso del suo pensiero, perche' il rischio, tra cinque anni, e' di essere spazzati via. Un allarme, quello di Murdoch, che per Berlusconi e' stato soltanto l'ultima conferma. In Italia, per il momento, il gruppo americano non e' ancora entrato, anche se le sue serie televisive stanno acquistando notorieta'. Soprattutto tra i giovani e nelle grandi citta' i canali televisivi generalisti sono in netto calo di ascolti, mentre cresce l'abitudine alla tv on demand. Ma la crescita di Netflix sul mercato italiano, a partire dall'esordio previsto per fine anno e su cui sono in corso trattative con l'amministratore delegato di Telecom Italia, Marco Patuano, e' condizionato alla costruzione di una rete nazionale in cavi di fibra ottica superveloce, che ancora manca. Per questo lo scontro in corso tra Cdp (Cassa depositi e prestiti), d'intesa con il governo, e Telecom Italia va letto tenendo conto della variabile televisiva. Cdp punta a recuperare i ritardi dell'Italia rispetto agli obiettivi europei della banda larga rendendola disponibile ad oltre meta' degli italiani, come spiega il documento sulle "linee guida del progetto nazionale della fibra", presentato nel marzo scorso a Telecom Italia. La proposta di piano lascia alla societa' un ruolo chiave ma non esclusivo e, soprattutto, condizionato agli investimenti che verranno effettivamente realizzati. Il progetto, in aprile, e' stato bocciato da Telecom, che ha controproposto la firma di una lettera d'intenti con accordi diversi. Le principali differenze sono tre: il controllo da subito delle operazioni arrivando poi al 100% di proprieta' della nuova rete, una copertura del territorio molto meno estesa, la previsione di arrivare con la fibra ottica soltanto alla base degli stabili e non nei singoli appartamenti (mantenendo cosi' l'ultimo tratto della rete in rame, di cui Telecom ha l'esclusiva e che ha tutto l'interesse a valorizzare per piu' tempo possibile). La rottura e' stata inevitabile, con il presidente di Telecom Italia, Giuseppe Recchi, e la maggioranza del consiglio di amministrazione che hanno isolato la posizione di Patuano, piu' disponibile alla trattativa con Cdp e con il governo. In consiglio il confronto sulla linea da seguire nei negoziati con Cdp, tenuto strettamente riservato, risulta avere avuto toni serrati. Da segnalare il pieno appoggio a Patuano del consigliere francese Jean Paul Fitoussi, mentre altri hanno sostenuto la linea dura. Spicca, tra loro, Tarak Ben Ammar, l'imprenditore tunisino che, per una volta, e' venuto meno al ruolo che ama di piu', quello di mediatore. Proprio Tarak va tenuto d'occhio perche' ha un ruolo determinante nei rapporti con il finanziere bretone Vincent Bollore', presidente di Vivendi, leader nei media e nei contenuti, che sta subentrando agli spagnoli di Telefonica come azionista di riferimento dell'azionariato di Telecom Italia. Patuano ha scommesso su un assetto azionario da public company. La realta' e' che Vivendi e i francesi si annunciano come protagonisti. Il passo successivo e' che, nel nome della convergenza tra contenuti e tlc, potrebbero favorire la grande alleanza tra Telecom e un gruppo molto vicino da sempre a Tarak: Mediaset e le sue televisioni. Tarak, che si divide tra Parigi, Roma e Milano, e' un grande amico di Silvio Berlusconi ed e' stato anche consigliere di amministrazione Mediaset. Netflix, con massima soddisfazione per Murdoch, puo' aspettare.

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