L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
"Gomorra" 4, la consacrazione della serie tv italiana più riuscita del decennio
"'Ciro è muorto. L'ha fatto per proteggere a me, a noi. Ora simmo soli». Le prime parole di Genni Savastano nella quarta stagione di Gomorra segnano uno spartiacque nella serie italiana più riuscita dell'ultimo decennio (Sky Atlantic). La prima senza Ciro Di Marzio (salvo colpi di scena!) e con Marco D'Amore passato alla regia (quinto e sesto episodio); la prima in cui Genny pare davvero intenzionato a un salto di qualità, nella vita privata come negli affari, lasciandosi alle spalle metodi e crudeltà di un passato ingombrante (ma per quanto, realmente?); la prima con Patrizia, interpretata da una sempre più straordinaria Cristiana Dell'Anna, finalmente regina di Secondigliano. La forza di un prodotto come Gomorra sta nell'avere creato e consolidato un brand; basta un'inquadratura, una battuta, un silenzio prolungato e inquietante del boss di turno, un frammento di colonna sonora dei Mokadelic per entrare facilmente in sintonia con trame e linee narrative sempre più complesse. I primi episodi, diretti da Francesca Comencini, sembrano scontare una lentezza eccessiva per inquadrare nuovi personaggi, dinamiche inedite, location diversificate (la campagna intorno a Napoli, ma anche Bologna, l'Emilia). La famiglia dei Levante, lontani parenti di donna Imma, è la prima novità che incontriamo; un microcosmo ancorato a regole e metodi del passato, brutali e patriarcali, con i quali Genny entra in contatto come una sorta di contrappasso della sua nuova presunta vita. Si spara di meno ma ciò non significa che ci sia meno violenza. Gomorra 4 è cupo, cinico, senza spazio alcuno per la redenzione. II clima quasi sospeso dei primi episodi, con Sangueblu, Azzurra e altri indubbi protagonisti ancora lasciati sullo sfondo, prepara il terreno alla seconda parte, che a partire dagli episodi diretti da D'Amore sembra trovare la sua definitiva consacrazione". (Aldo Grasso)
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lunedì 1 aprile 2019
giovedì 9 agosto 2018
NEWS - Anteprima! Do you know "Gomorra"? La quarta stagione espatria a Londra e si ispira al clan dei Polverino. Possibile sbarco al cinema nella primavera 2019 "con più di due episodi"
Articolo tratto da "Il Mattino"
Dopo l'ingresso dell'Alleanza voluta da Genny Savastano (Salvatore Esposito) nella seconda stagione, di Sangue Blu e Company nella terza, anche la quarta tranche di «Gomorra» vedrà protagonista una nuova fazione sul fronte del Sistema: si tratta di parenti del boss di Secondigliano che si legherà a loro per affari criminali. La nuova famiglia è ispirata ai Polverino, clan camorristico di Marano fortemente legato ai Nuvoletta, che resta radicato nell'area flegrea anche a dispetto di arresti, sequestri e condanne. Così ispirata che nella sceneggiatura i camorristi erano originariamente chiamati i «Polvere», poi la produzione ha deciso di cambiar lo ro cognome, perché troppo somigliante all'originale. Patrizia Santoro (Cristiana Dell'Anna), ormai al fianco di Genny dopo la morte di Pietro Savastano, troverà un nuovo amore proprio in questo clan, mettendo a rischio equilibri fragili e armati. Genny, intanto, dopo aver perso alleati, moglie e figlio, sarà costretto a scappare a Londra, dove cercherà nuovamente di internazionalizzare i suoi traffici, aprendo una finestra sulla realtà della corruzione finanziaria londinese e del riciclaggio del denaro sporco, di cui lo stesso Roberto Saviano, in passato, ha parlato al parlamento britannico. Portare Genny fuori da Napoli, stavolta, assumerà un significato diverso: quando andò in Honduras alla ricerca di nuove strade per il traffico della droga ne tornò cambiato, più forte e determinano, pronto per il ruolo di boss. Stavolta dovrà prendere decisioni difficili per pro- teggere la famiglia, svelando la sua emotività, ma anche dubbi e crepe nella ferocia camorristica, peraltro già intraviste nella serie precedente in Ciro l'Immortale. Lui, Marco D'Amore, ritornerà: morto come criminale nella fiction, ha vestito i panni di regista di alcune delle dodici puntate della quarta serie, insieme a Francesca Comencini e Claudio Cupellini. Eppure Salvatore Esposito sui social scherza: «Come andrà a finire tra Gennaro Savastano, Patrizia, Sangue blu, Valerio e i fratelli Capaccio, ultimi superstiti della squadra dei confederati? Ma soprattutto... Ciro è morto davvero oppure no? #Nunsapitchevaspett». Domande anche sul destino di Patrizia che, dopo l'omicidio di Scianèl (Cristina Donadio), ha postato delle fotografie con delle strane cicatrici che potrebbero lasciar pensare a una sua scomparsa dal set. Il produttore Riccardo Tozzi risponde in un'intervista a «Deadline»: «Nessuno è al sicuro. E stata una decisione consapevole fin dall'inizio per rendere tutto credibile. E come una tragedia greca». Se l'inizio di tutto ha avuto il suo cuore a Secondigliano, se la terza serie ha guardato alle paranze dei bambini ed è entrata nel centro storico partenopeo, stavolta le sceneggiature ci portano anche in altri snodi nevralgici della narrazione criminale campana, guardando alla provincia casertana, da Castel Volturno a Villa Literno. Si gira fino a novembre, anche in pieno agosto, con un contratto che vincola gli attori a non abbronzarsi e che li costringe a indossare giacche di pelle e Arresto e fuga del boss don Pietro La prima serie di «Gomorra» ha il cuore a Secondigliano, dove comanda don Pietro Savastano: arrestato per caso, la sua evasione sarà un capolavoro maglioni, calzini e cappelli, mentre il caldo rende l'aria irrespirabile. Obbligati a mantenere il silenzio, non possono pubblicare neanche una foto o una dichiarazione che possa lasciare intendere qualcosa sulla nuova serie. Si gira di notte e di giorno, dopo le riprese a Londra e a Bologna, è la volta di Napoli, tra le strade del centro storico dove Sangue Blu (Arturo Muselli) e Valerio (Lori De Luna) cercano L'Immortale. Nella seconda serie don Pietro ordina a Genny di uccidere Ciro, ma il figlio non eseguirà l'ordine e, alla fine, armerà l'amico: Savastano senior muore sulla tomba di donna lmma. La quarta stagione andrà in onda nella primavera del 2019 e si comincia già a immaginare di portarla di nuovo sul grande schermo, dopo il successo della proiezione delle prime due puntate della terza serie al cinema, anzi Andrea Scrosati di Sky Italia dichiara: «Penso che dovremmo essere più aggressivi e andare oltre i due episodi».
Articolo tratto da "Il Mattino"
Dopo l'ingresso dell'Alleanza voluta da Genny Savastano (Salvatore Esposito) nella seconda stagione, di Sangue Blu e Company nella terza, anche la quarta tranche di «Gomorra» vedrà protagonista una nuova fazione sul fronte del Sistema: si tratta di parenti del boss di Secondigliano che si legherà a loro per affari criminali. La nuova famiglia è ispirata ai Polverino, clan camorristico di Marano fortemente legato ai Nuvoletta, che resta radicato nell'area flegrea anche a dispetto di arresti, sequestri e condanne. Così ispirata che nella sceneggiatura i camorristi erano originariamente chiamati i «Polvere», poi la produzione ha deciso di cambiar lo ro cognome, perché troppo somigliante all'originale. Patrizia Santoro (Cristiana Dell'Anna), ormai al fianco di Genny dopo la morte di Pietro Savastano, troverà un nuovo amore proprio in questo clan, mettendo a rischio equilibri fragili e armati. Genny, intanto, dopo aver perso alleati, moglie e figlio, sarà costretto a scappare a Londra, dove cercherà nuovamente di internazionalizzare i suoi traffici, aprendo una finestra sulla realtà della corruzione finanziaria londinese e del riciclaggio del denaro sporco, di cui lo stesso Roberto Saviano, in passato, ha parlato al parlamento britannico. Portare Genny fuori da Napoli, stavolta, assumerà un significato diverso: quando andò in Honduras alla ricerca di nuove strade per il traffico della droga ne tornò cambiato, più forte e determinano, pronto per il ruolo di boss. Stavolta dovrà prendere decisioni difficili per pro- teggere la famiglia, svelando la sua emotività, ma anche dubbi e crepe nella ferocia camorristica, peraltro già intraviste nella serie precedente in Ciro l'Immortale. Lui, Marco D'Amore, ritornerà: morto come criminale nella fiction, ha vestito i panni di regista di alcune delle dodici puntate della quarta serie, insieme a Francesca Comencini e Claudio Cupellini. Eppure Salvatore Esposito sui social scherza: «Come andrà a finire tra Gennaro Savastano, Patrizia, Sangue blu, Valerio e i fratelli Capaccio, ultimi superstiti della squadra dei confederati? Ma soprattutto... Ciro è morto davvero oppure no? #Nunsapitchevaspett». Domande anche sul destino di Patrizia che, dopo l'omicidio di Scianèl (Cristina Donadio), ha postato delle fotografie con delle strane cicatrici che potrebbero lasciar pensare a una sua scomparsa dal set. Il produttore Riccardo Tozzi risponde in un'intervista a «Deadline»: «Nessuno è al sicuro. E stata una decisione consapevole fin dall'inizio per rendere tutto credibile. E come una tragedia greca». Se l'inizio di tutto ha avuto il suo cuore a Secondigliano, se la terza serie ha guardato alle paranze dei bambini ed è entrata nel centro storico partenopeo, stavolta le sceneggiature ci portano anche in altri snodi nevralgici della narrazione criminale campana, guardando alla provincia casertana, da Castel Volturno a Villa Literno. Si gira fino a novembre, anche in pieno agosto, con un contratto che vincola gli attori a non abbronzarsi e che li costringe a indossare giacche di pelle e Arresto e fuga del boss don Pietro La prima serie di «Gomorra» ha il cuore a Secondigliano, dove comanda don Pietro Savastano: arrestato per caso, la sua evasione sarà un capolavoro maglioni, calzini e cappelli, mentre il caldo rende l'aria irrespirabile. Obbligati a mantenere il silenzio, non possono pubblicare neanche una foto o una dichiarazione che possa lasciare intendere qualcosa sulla nuova serie. Si gira di notte e di giorno, dopo le riprese a Londra e a Bologna, è la volta di Napoli, tra le strade del centro storico dove Sangue Blu (Arturo Muselli) e Valerio (Lori De Luna) cercano L'Immortale. Nella seconda serie don Pietro ordina a Genny di uccidere Ciro, ma il figlio non eseguirà l'ordine e, alla fine, armerà l'amico: Savastano senior muore sulla tomba di donna lmma. La quarta stagione andrà in onda nella primavera del 2019 e si comincia già a immaginare di portarla di nuovo sul grande schermo, dopo il successo della proiezione delle prime due puntate della terza serie al cinema, anzi Andrea Scrosati di Sky Italia dichiara: «Penso che dovremmo essere più aggressivi e andare oltre i due episodi».
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mercoledì 13 dicembre 2017
NEWS - Fermi tutti! "Gomorra" è un atto di denuncia realistico (e quindi a rischio emulazione) o fantasy privo di fondamento (e quindi inattaccabile dalle censure e dalle critiche)? Il dibattito è aperto
Articolo di Giovanni Belardelli sul "Corriere della Sera"
"Con l'arrivo in tv della terza serie di Gomorra sono tornate le polemiche. La fiction — si è detto — fornisce una rappresentazione indulgente se non addirittura positiva della camorra, con il rischio di indurre i giovani all'emulazione. A questa o altre critiche si è risposto evocando il pericolo della censura (un po' a sproposito, direi, perché criticare e censurare sono cose diversissime), secondo uno schema di discussione a ruoli fissi già sperimentato in passato. Eppure il successo internazionale di Gomorra dovrebbe indurre a porre la questione in modo meno superficiale. Anzitutto, sgombriamo il campo da un falso problema, la mancata presenza di protagonisti positivi, che non si può pretendere da una fiction come Gomorra, che si fonda sul presupposto di una rappresentazione crudamente realistica del male. Ma il problema è proprio questo: siamo sicuri che la rappresentazione della camorra fornita dalla serie tv (per il libro di Saviano o il film di Garrone il discorso sarebbe diverso) sia realistica? O non è vero piuttosto che la vita concreta del camorrista è più squallida di quanto non appaia dalle puntate di Gomorra? Quella del camorrista è la vita di uno che non può neppure andarsi a prendere un gelato o portare i figli a fare un bagno al mare, è un'esistenza disgraziata, ha osservato Salvatore Striano, aspirante camorrista da ragazzino e poi diventato attore e scrittore di successo. La rappresentazione fornita dalla fiction, invece, è quella di vite «fino all'ultimo respiro», veloci e violente come un videogioco; è una rappresentazione che rischia di far diventare Ciro l'Immortale e Genny Savastano, oltretutto impersonati da due attori bravissimi, dei modelli per tanti ragazzini napoletani e non solo. La rappresentazione della realtà fornita da Gomorra è inverosimile anche per un altro aspetto: la completa assenza di qualunque figura o istituzione riconducibile allo Stato. A un cittadino qualunque può capitare d'essere fermato per un controllo o anche soltanto di vedere un poliziotto camminare per strada. Nel mondo di Gomorra no: si può andare più volte in auto da Roma a Napoli con la assoluta certezza di non fare incontri del genere; si può trasportare qualche chilo di droga o un cadavere nell'auto sapendo che nessuno ci fermerà mai. La geografia urbana di Gomorra è abitata infatti solo da camorristi. In una delle puntate della nuova serie si vede — fatto quasi incredibile — un'aula di tribunale. Ma è impossibile ricordare qualunque particolare sulla corte: la scena serviva solo a mostrare per qualche secondo una testimone che ritrattava, indotta da minacce e denaro, l'accusa di omicidio formulata contro la camorrista Scianel. Lo Stato qui compare per un attimo, il minimo indispensabile ai fini del meccanismo narrativo di una vicenda che si svolge — proprio a causa di questa totale assenza — non nel mondo reale, sia pure reinventato come avviene in ogni fiction, ma in un mondo largamente immaginario. Un mondo dominato soltanto dal crimine e dalla guerra, con alleanze tra gruppi camorristici che continuamente si disfano e si formano; senza che nessuna autorità non dico intervenga a contrastare questa situazione, ma neppure tenga aperta, con la sua esistenza, questa possibilità. Una simile condizione di totale assenza dello Stato configurerebbe un mondo fantasy più che la realtà; non fosse che questo mondo, invece che essere collocato in qualche Terra di Mezzo o in qualche staterello immaginario come per le operette di un tempo, assume poi la concretissima ambientazione di Napoli o di Secondigliano. Ma dunque, se le cose stanno così, se Gomorra non fornisce una rappresentazione effettiva, per quanto crudele, della realtà, viene meno anche ciò che i suoi ideatori e realizzatori continuamente rivendicano: cioè il fatto che la serie rappresenti un «fortissimo atto di denuncia», come ha dichiarato Marco D'Amore/Ciro l'Immortale a questo giornale. Peraltro sarebbe anche legittimo qualche dubbio sul fatto che rappresentare crudamente e senza un qualche distacco critico la realtà possa mai costituire un atto di denuncia. In che senso potrebbe essere considerata una denuncia della pedofilia una serie tv che raccontasse, dall'interno e senza alcun personaggio positivo, le vicende di un gruppo di «turisti sessuali» in Thailandia? Dopodiché, certo, Gomorra è un successo internazionale. Ma che in tanti Paesi ritengano che questa sia una rappresentazione realistica dell'Italia o di una sua parte è qualcosa che forse dovrebbe farci riflettere.
Articolo di Giovanni Belardelli sul "Corriere della Sera"
"Con l'arrivo in tv della terza serie di Gomorra sono tornate le polemiche. La fiction — si è detto — fornisce una rappresentazione indulgente se non addirittura positiva della camorra, con il rischio di indurre i giovani all'emulazione. A questa o altre critiche si è risposto evocando il pericolo della censura (un po' a sproposito, direi, perché criticare e censurare sono cose diversissime), secondo uno schema di discussione a ruoli fissi già sperimentato in passato. Eppure il successo internazionale di Gomorra dovrebbe indurre a porre la questione in modo meno superficiale. Anzitutto, sgombriamo il campo da un falso problema, la mancata presenza di protagonisti positivi, che non si può pretendere da una fiction come Gomorra, che si fonda sul presupposto di una rappresentazione crudamente realistica del male. Ma il problema è proprio questo: siamo sicuri che la rappresentazione della camorra fornita dalla serie tv (per il libro di Saviano o il film di Garrone il discorso sarebbe diverso) sia realistica? O non è vero piuttosto che la vita concreta del camorrista è più squallida di quanto non appaia dalle puntate di Gomorra? Quella del camorrista è la vita di uno che non può neppure andarsi a prendere un gelato o portare i figli a fare un bagno al mare, è un'esistenza disgraziata, ha osservato Salvatore Striano, aspirante camorrista da ragazzino e poi diventato attore e scrittore di successo. La rappresentazione fornita dalla fiction, invece, è quella di vite «fino all'ultimo respiro», veloci e violente come un videogioco; è una rappresentazione che rischia di far diventare Ciro l'Immortale e Genny Savastano, oltretutto impersonati da due attori bravissimi, dei modelli per tanti ragazzini napoletani e non solo. La rappresentazione della realtà fornita da Gomorra è inverosimile anche per un altro aspetto: la completa assenza di qualunque figura o istituzione riconducibile allo Stato. A un cittadino qualunque può capitare d'essere fermato per un controllo o anche soltanto di vedere un poliziotto camminare per strada. Nel mondo di Gomorra no: si può andare più volte in auto da Roma a Napoli con la assoluta certezza di non fare incontri del genere; si può trasportare qualche chilo di droga o un cadavere nell'auto sapendo che nessuno ci fermerà mai. La geografia urbana di Gomorra è abitata infatti solo da camorristi. In una delle puntate della nuova serie si vede — fatto quasi incredibile — un'aula di tribunale. Ma è impossibile ricordare qualunque particolare sulla corte: la scena serviva solo a mostrare per qualche secondo una testimone che ritrattava, indotta da minacce e denaro, l'accusa di omicidio formulata contro la camorrista Scianel. Lo Stato qui compare per un attimo, il minimo indispensabile ai fini del meccanismo narrativo di una vicenda che si svolge — proprio a causa di questa totale assenza — non nel mondo reale, sia pure reinventato come avviene in ogni fiction, ma in un mondo largamente immaginario. Un mondo dominato soltanto dal crimine e dalla guerra, con alleanze tra gruppi camorristici che continuamente si disfano e si formano; senza che nessuna autorità non dico intervenga a contrastare questa situazione, ma neppure tenga aperta, con la sua esistenza, questa possibilità. Una simile condizione di totale assenza dello Stato configurerebbe un mondo fantasy più che la realtà; non fosse che questo mondo, invece che essere collocato in qualche Terra di Mezzo o in qualche staterello immaginario come per le operette di un tempo, assume poi la concretissima ambientazione di Napoli o di Secondigliano. Ma dunque, se le cose stanno così, se Gomorra non fornisce una rappresentazione effettiva, per quanto crudele, della realtà, viene meno anche ciò che i suoi ideatori e realizzatori continuamente rivendicano: cioè il fatto che la serie rappresenti un «fortissimo atto di denuncia», come ha dichiarato Marco D'Amore/Ciro l'Immortale a questo giornale. Peraltro sarebbe anche legittimo qualche dubbio sul fatto che rappresentare crudamente e senza un qualche distacco critico la realtà possa mai costituire un atto di denuncia. In che senso potrebbe essere considerata una denuncia della pedofilia una serie tv che raccontasse, dall'interno e senza alcun personaggio positivo, le vicende di un gruppo di «turisti sessuali» in Thailandia? Dopodiché, certo, Gomorra è un successo internazionale. Ma che in tanti Paesi ritengano che questa sia una rappresentazione realistica dell'Italia o di una sua parte è qualcosa che forse dovrebbe farci riflettere.
martedì 21 novembre 2017
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
E "Gomorra" diventa un'imperdibile resa dei conti delle insicurezze
"A volte anche il Male soffre di una sorta di disperazione, di tristezza diurna, ancora più vile e abietta perché incapace di misurarsi con la potenza delle tenebre. Don Pietro Savastano è morto e attorno al suo cadavere si consuma la cerimonia della spartizione delle spoglie. Il figlio putativo Ciro (Marco D'Amore) è costretto a fuggire, trascinandosi dietro il fantasma della figlia assassinata, il figlio vero, Genny (Salvatore Esposito) è più Caino di Caino, ma dovrà vedersela con il suocero, tornato dal carcere. Dopo anni di guerre, le piazze di spaccio sono ora presidiate dalle forze dell'ordine e non rendono più come un tempo: i boss di Secondigliano devono cercare nuovi sbocchi. Non è più la droga il mercato principale, ma quello disumano dei posti di lavoro o quello degli appalti. La terza stagione di «Gomorra» è un formidabile affresco di cupezza, di orfanità, di resa dei conti (Sky Atlantic, venerdì, 21.15). Se nelle prime due stagioni, la malavita era in fase espansiva (l'odio sognante: si uccideva per allargare il mercato), qui la morte è figlia di trappole, di doppi giochi, di ricatti. I personaggi sono rischiarati dalla luce del crepuscolo e, paradossalmente, diventano più riflessivi, più insicuri: «Se ho imparato una cosa — dice Genny — è che della famiglia non mi posso più fidare». Il pregio maggiore di «Gomorra 3», la serie diretta da Claudio Cupellini e Francesca Comencini, scritta da Leonardo Fasoli, Maddalena Ravagli, Ludovica Rampoldi, è il sapersi offrire come autopsia di una criminalità organizzata ripiegata su se stessa. Per questo la scrittura (la fotografia è di altissima qualità) si esalta nel raccontare il disastro incombente, ma più ancora nel pedinare i protagonisti che corrono verso il disastro. Bisogna essere molto bravi a descrivere la lebbra della società. Intanto le donne, Scianel (Cristina Donadio) e Patrizia (Cristiana Dell'Anna), diventano spietatezza fatale... (Aldo Grasso)
CORRIERE DELLA SERA
E "Gomorra" diventa un'imperdibile resa dei conti delle insicurezze
"A volte anche il Male soffre di una sorta di disperazione, di tristezza diurna, ancora più vile e abietta perché incapace di misurarsi con la potenza delle tenebre. Don Pietro Savastano è morto e attorno al suo cadavere si consuma la cerimonia della spartizione delle spoglie. Il figlio putativo Ciro (Marco D'Amore) è costretto a fuggire, trascinandosi dietro il fantasma della figlia assassinata, il figlio vero, Genny (Salvatore Esposito) è più Caino di Caino, ma dovrà vedersela con il suocero, tornato dal carcere. Dopo anni di guerre, le piazze di spaccio sono ora presidiate dalle forze dell'ordine e non rendono più come un tempo: i boss di Secondigliano devono cercare nuovi sbocchi. Non è più la droga il mercato principale, ma quello disumano dei posti di lavoro o quello degli appalti. La terza stagione di «Gomorra» è un formidabile affresco di cupezza, di orfanità, di resa dei conti (Sky Atlantic, venerdì, 21.15). Se nelle prime due stagioni, la malavita era in fase espansiva (l'odio sognante: si uccideva per allargare il mercato), qui la morte è figlia di trappole, di doppi giochi, di ricatti. I personaggi sono rischiarati dalla luce del crepuscolo e, paradossalmente, diventano più riflessivi, più insicuri: «Se ho imparato una cosa — dice Genny — è che della famiglia non mi posso più fidare». Il pregio maggiore di «Gomorra 3», la serie diretta da Claudio Cupellini e Francesca Comencini, scritta da Leonardo Fasoli, Maddalena Ravagli, Ludovica Rampoldi, è il sapersi offrire come autopsia di una criminalità organizzata ripiegata su se stessa. Per questo la scrittura (la fotografia è di altissima qualità) si esalta nel raccontare il disastro incombente, ma più ancora nel pedinare i protagonisti che corrono verso il disastro. Bisogna essere molto bravi a descrivere la lebbra della società. Intanto le donne, Scianel (Cristina Donadio) e Patrizia (Cristiana Dell'Anna), diventano spietatezza fatale... (Aldo Grasso)
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