NEWS - Occhio alle serie tv di DPlay in "Walter Presents", sorta di Netflix free e full con titoli europei non privi di curiosità
Articolo di Antonio Dipollina su "La Repubblica"
La febbre da serie tv non ha limiti, parliamo dell'offerta. Per esempio all'insegna del gratuito, per differenziarsi dai servizi streamig in pay, quelli di Discovery Channel si sono inventati Walter Presents. O meglio lo ha inventato Walter Iuzzolino. Viene da Genova, ma da tempo staziona in Inghilterra, per esempio a Channel Four, creando format assai pop e immergendosi nelle acque della fiction Internazionale. Con ordine: bisogna partire dal sito Dplay, gratuito, che ospita la produzione dei van canali Discovery, da Crozza in giù. Nella sezione Walter Presents sono già a disposizione alcune serie, soprattutto francesi, quasi sempre in originale con sottotitoli italiani. Si tratta di fiction di successo trasmesse dalla tv in chiaro dei vari Paesi. L'operazione è libera, con fruizione full, ovvero tutti gli episodi a disposizione, e senza spendere nulla si vive una sensazione alla Netflix o Amazon Video, e si può andare di maratona. A patto di essere interessati al genere e soprattutto di credere alle fiction europee, popolai nei rispettivi Paesi, come se fossero qualcosa anche di casa nostra. Vedi il caso francese. Due esempi su tutti. In primo è Spin. Gli uomini dell'ombra, thriller politico in onda su France 2, ambizioso tentativo di andare in scia a House of Cards, ma con avvio shock - kamikaze uccide il presidente francese - salvo scoprire che il terrorismo c'entra almeno quanto c'entrano micidiali trame di potere, tra ricatti incrociati e scheletri, neppure troppo metaforici, nell'armadio. L'altro esempio è Spiral, proposta anche in chiaro sul Canale 9. Si va indietro nel tempo: la fiction è partita nel 2005. E un noir che inizia con il delitto di una ragazza dell'Est Europa Anche qui, trame e intrecci giudiziario-politici. Dplay, forse per vezzo, forse per parodia o chissà, imita nella grafica del sito quella di Netflix: l'intenzione di farne una versione free, quasi rugged e comunque insolita, diventa, a quel punto, plateale.
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giovedì 11 ottobre 2018
venerdì 18 maggio 2018
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
"IL VENERDI'" DE "LA REPUBBLICA"
"The Terror", il nuovo tassello sontuoso delle serie tv
"Ancora per qualche giorno si potrà sfruttare il vantaggio - avendo conoscenti americani a cui si vuole fare un dispetto - di rivelare a tradimento il finale delta serie, che negli Usa va a chiudersi la prossima settimana mentre da noi è disponibile per intero già da tempo. Cose da serialità di oggi, cose da servizi in streaming con ampia disponibilità di mezzi - i soldi, si quelli. E allora Amazon Prime Video - disponibile per chi è abbonato al servizio di spedizioni - e il fantasmagorico The Terror. Che non é solo il titolo, é anche il nome di una delle due navi protagoniste e che vediamo sullo schermo - tra i produttori c'è Ridley Scott - mentre cercano disperatamente il pacctggio a Nord Ovest. Siamo a metà Ottocento e quelli della Royal Navy inglese hanno deciso di andare a cercare il famoso pertugio. La serie è tratta da una storia quasi vera e soprattutto da un libro del 2007 La scomparsa dell'Erebus di Dati Simmons. Quel che è pazzesco è che pnma venne il libro con la storia delle due navi scomparse e poi, pochi anni dopo, avvenne il ritrovamento di due relitti. Su storia e leggenda del perché e del percome il Polo Nord non solo si rifiutò di concedere il passaggio ma anzi condannò a morte tutti i valorosi degli equipaggi si può costruire una serie spettacolare, piena di misteri e umanità, un ma-come-fanno-i-marinai con immagini da urlo, riprese pazzesche - tanta computer-grafica, certo - suono impeccabile, ghiaccio bollente e fascino supremo. Ci sono anche i flashback, che servono anche e soprattutto a immettere nella stona qualche personaggio femminile (c'è anche Greta Scacchi), ma soprattutto ci sono mistero e terrore: corne in Alien, c'è qualcosa di soprannaturale che incombe sulla spedizione. Chi si sente solo vagamente attratto da quanto descritto sommariamente finora, converga con fiducia sull'obiettivo. Da qui, non si può fare altro che rilevare il nuovo tassello sontuoso che il genere serie tv di livello internazionale aggiunge alla sua età dell'oro, ovvero quella in corso". (Antonio Dipollina)
"IL VENERDI'" DE "LA REPUBBLICA"
"The Terror", il nuovo tassello sontuoso delle serie tv
"Ancora per qualche giorno si potrà sfruttare il vantaggio - avendo conoscenti americani a cui si vuole fare un dispetto - di rivelare a tradimento il finale delta serie, che negli Usa va a chiudersi la prossima settimana mentre da noi è disponibile per intero già da tempo. Cose da serialità di oggi, cose da servizi in streaming con ampia disponibilità di mezzi - i soldi, si quelli. E allora Amazon Prime Video - disponibile per chi è abbonato al servizio di spedizioni - e il fantasmagorico The Terror. Che non é solo il titolo, é anche il nome di una delle due navi protagoniste e che vediamo sullo schermo - tra i produttori c'è Ridley Scott - mentre cercano disperatamente il pacctggio a Nord Ovest. Siamo a metà Ottocento e quelli della Royal Navy inglese hanno deciso di andare a cercare il famoso pertugio. La serie è tratta da una storia quasi vera e soprattutto da un libro del 2007 La scomparsa dell'Erebus di Dati Simmons. Quel che è pazzesco è che pnma venne il libro con la storia delle due navi scomparse e poi, pochi anni dopo, avvenne il ritrovamento di due relitti. Su storia e leggenda del perché e del percome il Polo Nord non solo si rifiutò di concedere il passaggio ma anzi condannò a morte tutti i valorosi degli equipaggi si può costruire una serie spettacolare, piena di misteri e umanità, un ma-come-fanno-i-marinai con immagini da urlo, riprese pazzesche - tanta computer-grafica, certo - suono impeccabile, ghiaccio bollente e fascino supremo. Ci sono anche i flashback, che servono anche e soprattutto a immettere nella stona qualche personaggio femminile (c'è anche Greta Scacchi), ma soprattutto ci sono mistero e terrore: corne in Alien, c'è qualcosa di soprannaturale che incombe sulla spedizione. Chi si sente solo vagamente attratto da quanto descritto sommariamente finora, converga con fiducia sull'obiettivo. Da qui, non si può fare altro che rilevare il nuovo tassello sontuoso che il genere serie tv di livello internazionale aggiunge alla sua età dell'oro, ovvero quella in corso". (Antonio Dipollina)
sabato 7 ottobre 2017
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
LA REPUBBLICA
Sfondiamoci di "Suburra", ci si rivede lunedì!
"Uscita di venerdì, è di quelle da nuove modalità di fruizione. C'è il weekend davanti e su Netftix, da ieri appunto, ci sono i dieci episodi di Suburra. Chi può e ci tiene parecchio può chiudersi in casa e ripresentarsi lunedì. Ma non è tutto qui, visto che il momento è a suo modo storico: Suburra. La sede è la prima produzione italiana di Netflix (ma ci sono anche Cattleya e Rai Action). È stata presentata al Festival di Venezia (con le ovvie alzate di sopracciglio del cinema ufficiale) e, per via della medesima produzione (Cattleya) e del contraltare romano a quello di Napoli, è il lato Capitale di Gomorra. Rispetto al film di due anni fa - diretto da Stefano Sollima e tratto dal libro di Giancarlo De Cataldo e Carlo Boni i - siamo in epoca appena precedente. Quindi è un prequel, l'impianto resta (Roma e i suoi poteri criminal intrecciati con politica, Vatican , ecc.), cambiano quasi tutti gli attori, quelli di richiamo sono Claudia Gerini e Filippo Nigro, i registi sono Michele Placido (i primi due episodi), Andrea Motaioli e Giuseppe Capotondi. Si rispetta lo spirito incalzante da serie tv: thriller, con fasi ultrapalpitanti, e storie classiche a base soprattutto di giovani che vogliono prendere il posto dei padri cambiando (ma rie sono capaci?) l'impianto criminate di Roma e forse del mondo e renderlo ancora più redditizio, cinico, senza il minimo riguardo. L'inizio è devastante, senza sconti: il protagonista di una gigantesca serata orgiastica si rivela essere un altissimo prelato. Da k ricatti a tutti e tutti sono violenti mentre diventa indistinguibile il grumo sanguinolento su cui convergono i borgatari, i politici con gli appalti, i preti con le loro finanze, i Sinti che vogliono spazio. E il centro rimane il terzetto di virgulti (Numero 8, Spadino e Lele), appartenenti a razze diverse ma uniti da un destino cl cui conoscono solo i codici di base, quasi animaleschi. Suburra, quindi, per un salto in avanti nelle mike riflessioni sul futuro di cinema e serie tv, ma anche con la scorciatoia, facile quanto appagante, di una storia che ti travolge e che diventa naturale seguire fino in fondo. Ci si vede lunedì. (Antonio Dipollina)
LA REPUBBLICA
Sfondiamoci di "Suburra", ci si rivede lunedì!
"Uscita di venerdì, è di quelle da nuove modalità di fruizione. C'è il weekend davanti e su Netftix, da ieri appunto, ci sono i dieci episodi di Suburra. Chi può e ci tiene parecchio può chiudersi in casa e ripresentarsi lunedì. Ma non è tutto qui, visto che il momento è a suo modo storico: Suburra. La sede è la prima produzione italiana di Netflix (ma ci sono anche Cattleya e Rai Action). È stata presentata al Festival di Venezia (con le ovvie alzate di sopracciglio del cinema ufficiale) e, per via della medesima produzione (Cattleya) e del contraltare romano a quello di Napoli, è il lato Capitale di Gomorra. Rispetto al film di due anni fa - diretto da Stefano Sollima e tratto dal libro di Giancarlo De Cataldo e Carlo Boni i - siamo in epoca appena precedente. Quindi è un prequel, l'impianto resta (Roma e i suoi poteri criminal intrecciati con politica, Vatican , ecc.), cambiano quasi tutti gli attori, quelli di richiamo sono Claudia Gerini e Filippo Nigro, i registi sono Michele Placido (i primi due episodi), Andrea Motaioli e Giuseppe Capotondi. Si rispetta lo spirito incalzante da serie tv: thriller, con fasi ultrapalpitanti, e storie classiche a base soprattutto di giovani che vogliono prendere il posto dei padri cambiando (ma rie sono capaci?) l'impianto criminate di Roma e forse del mondo e renderlo ancora più redditizio, cinico, senza il minimo riguardo. L'inizio è devastante, senza sconti: il protagonista di una gigantesca serata orgiastica si rivela essere un altissimo prelato. Da k ricatti a tutti e tutti sono violenti mentre diventa indistinguibile il grumo sanguinolento su cui convergono i borgatari, i politici con gli appalti, i preti con le loro finanze, i Sinti che vogliono spazio. E il centro rimane il terzetto di virgulti (Numero 8, Spadino e Lele), appartenenti a razze diverse ma uniti da un destino cl cui conoscono solo i codici di base, quasi animaleschi. Suburra, quindi, per un salto in avanti nelle mike riflessioni sul futuro di cinema e serie tv, ma anche con la scorciatoia, facile quanto appagante, di una storia che ti travolge e che diventa naturale seguire fino in fondo. Ci si vede lunedì. (Antonio Dipollina)
mercoledì 5 ottobre 2016
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
Con "Westworld" la tecnologia si ribella all'uomo creatore
"Per onestà dichiaro che la fantascienza non è un santo del mio paradiso televisivo e cinematografico e che non ho visto Westworld (Il mondo dei robot), il film del 1972 scritto e diretto da Michael Crichton da cui è tratta la serie omonima HBO. Per questo, forse, ho faticato a entrare dentro i meccanismi narrativi del primo episodio firmato da Jonathan Nolan e prodotto da J.J. Abrams (Sky Atlantic, lunedì, 21.15). Descritta come «un'oscura odissea sull'alba della coscienza artificiale e sul futuro del peccato» (che il peccato abbia un futuro è abbastanza scontato), Westworld racconta di un parco a tema abitato da robot: in alto ci sono ricchi clienti desiderosi di giocare con il futuro (un futuro che indossa abiti del passato), in basso invece agiscono robot progettati per interpretare una parte in una sorta di film western ambientato nella Monument Valley, lo scenario ideale dei film di John Ford. L'aspetto più interessante della serie è la sua struttura circolare, dove gli eventi si ripetono cambiando ogni volta trama quasi a sottolineare la ribellione della tecnologia nei confronti dell'uomo creatore. Nelle intenzioni dei burattinai (tra cui un bravissimo Anthony Hopkins), i burattini del western (ricordiamo i due protagonisti: Evan Rachel Wood e James Marsden) sono creature sottratte al gioco dell'evoluzionismo. Solo alcuni bug impediscono loro la perfezione. II tema «filosofico» di fondo risiede proprio nel contrasto tra i gestori di questo strano parco divertimenti: da una parte, quelli che pensano solo al successo economico, a incrementare il «gioco», dall'altra quelli che sono stati presi dal desiderio folle della perfezione e sognano una nuova razza «umana» slegata dai meccanismi degli stadi evolutivi, della selezione naturale (una specie di creazionismo scientifico, di disegno intelligente). Ancora una volta, dietro un impianto razionalistico si cela un'inquietudine di natura religiosa". (Aldo Grasso, 05.10.2016)
LA REPUBBLICA
"Westworld", il fascino del non capirci nulla
"Stanchi del GFVip? La soluzione è Westworld, la cosa più ardita in tv, la nuova serie Hbo che Sky Atlantic manda in contemporanea con gli Usa ( il lunedì sera gli episodi con sottotitoli, una settimana dopo quelli doppiati). Siamo all'incrocio tra Blade Runner, Truman Show e Jurassic Park — sono tempi di nuove serie che citano a mani basse il passato. Gruppo di autori efferati e tecnici di prim'ordine (il capo è Anthony Hopkins) allestiscono un parco a tema ambientato nel West. Ci vanno tipi molto solventi a cercare avventure: nel parco i cowboy e gli altri sono robot, continuamente riprogrammati per le esigenze. Succede di tutto, non si capisce nulla — o quasi. Ma è di fascino assurdo, con nomi come JJ Abrams e Jonathan Nolan in costruzione e, va da sé, Michael Crichton autore in origine. O è una cosa di assoluto futuro e niente sarà più come prima, oppure andrà in un altro modo, ma sarà stato eccitante lo stesso". (Antonio Dipollina, 05.10.2016)
CORRIERE DELLA SERA
Con "Westworld" la tecnologia si ribella all'uomo creatore
"Per onestà dichiaro che la fantascienza non è un santo del mio paradiso televisivo e cinematografico e che non ho visto Westworld (Il mondo dei robot), il film del 1972 scritto e diretto da Michael Crichton da cui è tratta la serie omonima HBO. Per questo, forse, ho faticato a entrare dentro i meccanismi narrativi del primo episodio firmato da Jonathan Nolan e prodotto da J.J. Abrams (Sky Atlantic, lunedì, 21.15). Descritta come «un'oscura odissea sull'alba della coscienza artificiale e sul futuro del peccato» (che il peccato abbia un futuro è abbastanza scontato), Westworld racconta di un parco a tema abitato da robot: in alto ci sono ricchi clienti desiderosi di giocare con il futuro (un futuro che indossa abiti del passato), in basso invece agiscono robot progettati per interpretare una parte in una sorta di film western ambientato nella Monument Valley, lo scenario ideale dei film di John Ford. L'aspetto più interessante della serie è la sua struttura circolare, dove gli eventi si ripetono cambiando ogni volta trama quasi a sottolineare la ribellione della tecnologia nei confronti dell'uomo creatore. Nelle intenzioni dei burattinai (tra cui un bravissimo Anthony Hopkins), i burattini del western (ricordiamo i due protagonisti: Evan Rachel Wood e James Marsden) sono creature sottratte al gioco dell'evoluzionismo. Solo alcuni bug impediscono loro la perfezione. II tema «filosofico» di fondo risiede proprio nel contrasto tra i gestori di questo strano parco divertimenti: da una parte, quelli che pensano solo al successo economico, a incrementare il «gioco», dall'altra quelli che sono stati presi dal desiderio folle della perfezione e sognano una nuova razza «umana» slegata dai meccanismi degli stadi evolutivi, della selezione naturale (una specie di creazionismo scientifico, di disegno intelligente). Ancora una volta, dietro un impianto razionalistico si cela un'inquietudine di natura religiosa". (Aldo Grasso, 05.10.2016)
LA REPUBBLICA
"Westworld", il fascino del non capirci nulla
"Stanchi del GFVip? La soluzione è Westworld, la cosa più ardita in tv, la nuova serie Hbo che Sky Atlantic manda in contemporanea con gli Usa ( il lunedì sera gli episodi con sottotitoli, una settimana dopo quelli doppiati). Siamo all'incrocio tra Blade Runner, Truman Show e Jurassic Park — sono tempi di nuove serie che citano a mani basse il passato. Gruppo di autori efferati e tecnici di prim'ordine (il capo è Anthony Hopkins) allestiscono un parco a tema ambientato nel West. Ci vanno tipi molto solventi a cercare avventure: nel parco i cowboy e gli altri sono robot, continuamente riprogrammati per le esigenze. Succede di tutto, non si capisce nulla — o quasi. Ma è di fascino assurdo, con nomi come JJ Abrams e Jonathan Nolan in costruzione e, va da sé, Michael Crichton autore in origine. O è una cosa di assoluto futuro e niente sarà più come prima, oppure andrà in un altro modo, ma sarà stato eccitante lo stesso". (Antonio Dipollina, 05.10.2016)
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mercoledì 23 settembre 2015
NEWS - Netflix, ci siamo! Le dritte per abbonarsi (o meno) in Italia: primo mese gratis (poi dagli 8 ai 12 euro al mese), serve wifi che funzi (il segnale si adegua alla connessione) e smart tv ultima generazione, con un abbonamento 5 adesioni diverse (in base ai gusti e membri della famiglia). "Non uccideremo la tv generalista, siamo complementari", dicono
Articolo di Antonio Dipollina su "La Repubblica"
Articolo di Antonio Dipollina su "La Repubblica"
A questa ipotesi della rivoluzione
televisiva loro non tengono affatto. Sono quelli di Netflix, colosso
mondiale della tv via Internet. Stanno
per sbarcare in Italia, data imprecisata ma nella seconda metà di
ottobre dovremmo esserci. I big dell’azienda arrivano ogni tanto da noi,
incontrano la stampa, ragguagliano, spiegano, fanno il punto. E da
ieri, per esempio, hanno speso un concetto preciso: «I nostri veri
avversari siamo noi stessi nella capacità di convincere il pubblico », e
soprattutto «siamo complementari alle altre pay-tv»: aggiungendo che
tutti loro dedicano soltanto l’1 per cento del tempo a valutare quel che
fa la concorrenza (qui Sky e Mediaset Premium, che offrono da tempo
servizi simili). Dietro,
in un angolo, c’è il poster della campagna pubblicitaria italiana e
dice “Tesoro, sono a casa”. Un’ode alla stabilità della famiglia visto
che chiunque, se ha Netflix, rimane a guardare tranquillo la tv senza
uscire in missioni a rischio. Forse. L’approccio,
insomma, sta diventando via via più prudente, e forse più razionale,
rispetto a certe premesse che volevano milioni e milioni di italiani
pronti da domani a buttare all’aria vecchia tv, vecchia pay-tv e tutto
quello che veniva a tiro. Complementari: forse così ha un senso,
sicuramente si capisce di più. Netflix è un catalogo, il catalogo è
questo. Niente
live, niente news, niente sport, niente talk-show. Il resto c’è tutto
(e detta così c’è quasi da correre ad abbonarsi). Netflix è la
produttrice di serie gioiello come House Of Cards , oppure Orange is The
New Black, ma in una fase acerba del cammino e quindi sono state
vendute alle pay-tv sul campo. Ma
vengono promesse serie prodotte in proprio e solo su Netflix in tempi
brevi (Narcos è un esempio), nulla si sa di produzioni italiane vere e
proprie che si mettano magari a fare concorrenza a prodotti come Gomorra
(all’ipotesi, circolata nei mesi scorsi, di una cosa su Mafia Capitale i
manager replicano: «Non sappiamo proprio cosa sia»): quindi c’è
soprattutto il catalogo. Sterminato, di film, serie tv anglosassoni,
cartoni animati di lusso, documentari al top della produzione mondiale. Vuoi
chiuderti due giorni in casa e guardare venti episodi di Breaking Bad?
Con loro è possibile ma soprattutto più semplice che con chiunque
altro. Agli incontri-stampa troneggia sul muro un tv gigante di
ultimissima generazione, dentro c’è la schermata principale con
l’offerta in sintesi e riquadri sgargianti e sembra francamente il
paradiso. A patto di passare il resto della propria vita a fare il
telespettatore. Ma ci sono anche vie di mezzo, nella vita medesima. Serve
internet, un discreto, preferibilmente buono, meglio se buonissimo,
collegamento in casa. Anche qui, toni rassicuranti dai manager: «Se
vedete youtube sul computer, allora vedrete anche Netflix». In
teoria un wifi all’altezza migliora le cose, anche se la ditta è
provvista di un marchingegno detto “streaming adattativo”: ovvero il
segnale si adegua alla banda di wifi che hai e fornisce il miglior
livello video per le tue possibilità. Poi serve una tv, le Smart Tv sono
fatte apposta, oppure con un cavo vi colleghi il computer. O sul
computer. O ancora via Chromecast, chiavetta evoluta che riceve il
segnale una volta innestata nel tv. O ancora le console dei giochi, il
lettore Blu-Ray, l’Apple Tv o anche lo smartphone . E chissà che altro,
in teoria è escluso dal servizio solo chi accende la tv col bottone, ha
perso il telecomando da anni tra i cuscini del divano e non lo trova
più. Più
che il quanto, vale il come. Ed è quello che differenzia Netflix dagli
analoghi servizi — Sky Go, Infinity, Sky On Line — della concorrenza.
Chi usa Spotify o servizi simili per la musica sa già come funziona. Nessun
abbonamento permanente, ci si attiva via Internet (un mese gratis di
prova) e poi via con tre modalità di abbonamento che sembrano
confermate: a 7,99 euro per il servizio in qualità standard e su un solo
dispositivo, 8,99 euro per il servizio in full hd e su due dispositivi,
11,99 euro per l’altissima qualità 4K — qualunque cosa sia — e su
quattro tv, o altro, diverse. Ci si dis-abbona quando si vuole, in tempo
reale. Ma
attenzione, Telecom e da ieri c’è anche l’annuncio di Vodafone
(“abbonamenti offerti con i piani 4G e Fibra”) offriranno Netflix con
offerte promozionali e probabilmente con qualche sconto importante. Ogni
abbonamento potrà avere cinque adesioni differenti — ovvero per i vari
membri della famiglia, per esempio — e personalizzati in base ai gusti: i
capi del servizio spiegano che da loro lavorano soprattutto centinaia
di ingegneri alle prese con gli algoritmi che suggeriscono titoli e
spunti in base ai gusti che hai dimostrato di avere nei primi giorni di
abbonamento. Quelli
di Netflix sono colossi veri a livello mondiale, hanno esportato la
streaming tv in parecchi Paesi ma il centro delle operazioni è assai
americano. L’impressione per ora è che si aggirino come marziani in una
terra sconosciuta e di fronte alle obiezioni sul Paese televisivo
italiano (che negli anni è diventato una sorta di installazione ideata
da un folle) ribattono tranquilli: che problema c’è? Per
esempio, su certi proclami del tipo «la tv generalista è morta e
sparirà in pochi anni» c’è da andarci molto cauti: in questa fase da noi
sta succedendo esattamente il contrario, le pay-tv si sono molto
appassionate ai canali in chiaro, ne hanno comprati, vi stanno
riversando parecchia produzione prima a pagamento: e soprattutto da anni
non scuciono un dato sugli abbonati paganti mentre ogni giorno vantano
gli ascolti dei programmi-top, ovvero il contrario della mission pay-tv. Magari
per Netflix tutto questo è un bene, ma la specificità italiana in campo
televisivo — e comunque la robusta concorrenza a base di SkyGo e
Infinity che esiste già sul campo — sarà complicata da domare. Per
tacere poi dell’ipotesi vagheggiata di ulteriori arrivi di servizi
simili in futuro, da Amazon a Apple, immaginando il pigro telespettatore
italiano pronto a scucire dieci euro al mese a chiunque prometta
meraviglie. Fantascienza,
meglio andarci piano e intanto parte Netflix. Puntando quindi
sull’ipotesi che il famoso slogan «siamo complementari» risulti alla
fine convincente e convinca soprattutto il pubblico pagante.
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martedì 20 gennaio 2015
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
IL VENERDI de La Repubblica
"Person of Interest", l'avanguardia delle mancate certezze
"Per una serie tv, l'arrivo di ogni nuova stagione ha qualcosa di rassicurante. Signifca che c'è ancora forza e disponibilità per un teleflm a metà tra thriller e azione, girato benissimo, con il pubblico ormai affezionato ai protagonisti. Person of Interest (la quarta stagione inedita per l'Italia da domenica in prima serata su Premium Crime) era nata da suggestioni forti, lanciando l'identità di serie tv immersa nelle paranoie post-11 settembre, in particolare per quanto riguarda l'uso da parte di governi, o di altre potenti organizzazioni, di tecnologie primarie e d'avanguardia per controllare tutto e tutti. Alla Minority Report . La diferenza è che veniva usata, la tecnologia in questione, a fn di bene, in quanto gestita da un gruppo di simil-supereroi, guidati dall'attempato nerd Mr. Finch (Michael Emerson), a sua volta affancato dal braccio, Mr. Reese (Jim Caviezel), che all'occorenza picchiava e sparava alla perfezione. In una New York sospesa ma più che reale, tra crimini grandi e piccoli, la Macchina agiva per il bene. Ora, con l'afevolirsi delle istanze da panico per la propria privacy (e probabilmente con la scoperta, via social network, che la stragrande maggioranza degli umani ha in realtà una voglia matta di farsi spiare) la faccenda ha preso strade limitrofe, ora le Macchine sono due nel senso che è arrivata quella cattiva, i nostri eroi hanno dovuto riparare in un anfratto abbandonato della metro e creare una sede di fortuna. Signifca che Person si appresta a vivere sempre più d'altro, ovvero della funzionalità assoluta del quartetto di protagonisti - ai due si sono afancati nel tempo due energiche e molto interessanti ragazze dall'oscuro passato - e nella defnizione sempre più difcile, da riscoprire a ogni episodio, di quali siano le vere forze del bene in campo. La serie, con il dovuto ritardo, passa ormai da anni anche in chiaro su Italia 1, con buoni ascolti e abbondanti repliche. Ed è forse l'unico prodotto davvero azzeccato dopo Lost che arriva dalla casa di produzione di J.J. Abrams". (Antonio Dipollina, 16.01.2015)
IL VENERDI de La Repubblica"Person of Interest", l'avanguardia delle mancate certezze
"Per una serie tv, l'arrivo di ogni nuova stagione ha qualcosa di rassicurante. Signifca che c'è ancora forza e disponibilità per un teleflm a metà tra thriller e azione, girato benissimo, con il pubblico ormai affezionato ai protagonisti. Person of Interest (la quarta stagione inedita per l'Italia da domenica in prima serata su Premium Crime) era nata da suggestioni forti, lanciando l'identità di serie tv immersa nelle paranoie post-11 settembre, in particolare per quanto riguarda l'uso da parte di governi, o di altre potenti organizzazioni, di tecnologie primarie e d'avanguardia per controllare tutto e tutti. Alla Minority Report . La diferenza è che veniva usata, la tecnologia in questione, a fn di bene, in quanto gestita da un gruppo di simil-supereroi, guidati dall'attempato nerd Mr. Finch (Michael Emerson), a sua volta affancato dal braccio, Mr. Reese (Jim Caviezel), che all'occorenza picchiava e sparava alla perfezione. In una New York sospesa ma più che reale, tra crimini grandi e piccoli, la Macchina agiva per il bene. Ora, con l'afevolirsi delle istanze da panico per la propria privacy (e probabilmente con la scoperta, via social network, che la stragrande maggioranza degli umani ha in realtà una voglia matta di farsi spiare) la faccenda ha preso strade limitrofe, ora le Macchine sono due nel senso che è arrivata quella cattiva, i nostri eroi hanno dovuto riparare in un anfratto abbandonato della metro e creare una sede di fortuna. Signifca che Person si appresta a vivere sempre più d'altro, ovvero della funzionalità assoluta del quartetto di protagonisti - ai due si sono afancati nel tempo due energiche e molto interessanti ragazze dall'oscuro passato - e nella defnizione sempre più difcile, da riscoprire a ogni episodio, di quali siano le vere forze del bene in campo. La serie, con il dovuto ritardo, passa ormai da anni anche in chiaro su Italia 1, con buoni ascolti e abbondanti repliche. Ed è forse l'unico prodotto davvero azzeccato dopo Lost che arriva dalla casa di produzione di J.J. Abrams". (Antonio Dipollina, 16.01.2015)
venerdì 11 giugno 2010

L'EDICOLA DI LOU - Stralci e commenti sui telefilm dai giornali italiani e stranieriCORRIERE DELLA SERA
Crisi dei telefilm: colpa della qualità o dei programmatori?
“Colpa del telefilm (ovvero del prodotto) o colpa del poco coraggio delle reti (ovvero di chi il prodotto deve promuovere e «vendere» in Italia)? Una cosa è senz'altro chiara: quella strepitosa «golden age» della serialità televisiva americana, che ha sfornato titoli eccezionali quali «House», «Lost», «24», «Grey' s Anatomy», «Csi», «Desperate Housewives» sembra essersi conclusa. L'atteso finale del cult «Lost», fra due settimane, sembra sancirlo simbolicamente. Nelle ultime stagioni il telefilm pare subire una battuta d'arresto. Lo ha mostrato, nel corso dell' ultimo Telefilm Festival di Milano concluso domenica, una ricerca realizzata dal Ce.R.T.A. dell'Università Cattolica (curata, in collaborazione con Geca Italia, da Massimo Scaglioni e Luca Barra). In poche stagioni il quadro della programmazione della serialità è molto mutato. Per quanto riguarda l' offerta, ancora nel 2007/08 i generi messi in onda in Italia erano piuttosto vari, e il «procedural» (il poliziesco) occupava poco più del 40% dello spazio del prime time. Oggi sembra resistere solo il «crime»: oltre il 66% dei titoli in onda in prima serata sono «procedural», e degli altri generi restano poche cose (i «medical» più forti e i «family drama» come «Desperate Housewives», però in crisi d' ascolti). In generale resistono i classici, titoli ideati prima dello sciopero. Dunque: prodotto meno buono o scarso coraggio delle reti? In parte entrambe le cose. Sul primo fronte, è vero che titoli davvero forti sono usciti solo sul versante dei polizieschi («Ncis Los Angeles»), oppure sono troppo «stretti», ovvero poco adatti al prime time generalista (si pensi al cult «Glee», in onda su Fox). Ma il calo degli ascolti della serialità nel prime time generalista (quantificabile nell'1,3% di share) si deve anche a qualche mossa maldestra dei nostri programmatori.”.
(Aldo Grasso, 11.05.2010)
THE OBSERVER MAGAZINE
Delle copertine me ne faccio un…Buffy!
“Partecipando a ‘Buffy’ ho imparato a non prendermela. Alyson Hannigan e Sarah Michelle Gellar parlavano sempre di copertine e io pensavo: quando una con me? Erano molto competitive, ma alla fine ho pensato che era un gioco che non portava da nessuna parte…era meglio lavorare che pensarci”.
(Anthony Head, 07.03.2010)
VARIETY
Alla larga dalla romantica Milano
“L’allure che accompagna Alyssa Milano viene smorzata dal gioco a quattro al centro di ‘Romantically Challenged’, una litania di due coppie fissate con i giochetti e i doppi sensi di sesso. Fin fall’inizio c’è confusione sui rapporti tra il quartetto, con poche gags efficaci e la necessità di dover dare ai quattro lo stesso spazio. Alyssa Milano è terrificante nel dar vita a una mamma single che agli inizi spara a zero contro gli incontri di una notte sola…Roba da far rimpiangere ‘Cougar Town’…”.
(Brian Lowry, 25.04.2010)
DAVIDE MAGGIO.IT
Il salame sugli occhi (e nelle orecchie)
“Al Telefilm Festival ospiti di ”nessun grido”, l’imbarazzo della scelta non era su quale telefilm vedere ma in quale negozio di Corso Vittorio Emanuele rifuggiarsi...n.d.r.: ecco bravo, “rifuggiati” in una profumeria del Corso a pittarti le unghie, che le grida per Zachary Levi e Morena Baccarin ancora riecheggiano all’Apollo, vah!)”.
(Mattia Buonocore, 11.05.2010)
IL GIORNALE
Per capire la politica, guarda i telefilm
“Oggi a raccontare i tempi ci sono i telefilm. La dicono lunga sul pasticcio della modernità, svelano i tic, insistono sulle debolezze, riprendono i vizi, mettono a copione le sconfitte. Ma raccontano anche come mai, o grazie a cosa, ogni tanto si vince. In ‘CSI’, chi deve, trionfa sempre. E’ l’America di Bush prima di Bush. L’America del controllo, la minaccia-garanzia ‘qualsiasi cosa farai, ovunque sarai, io ti troverò’. La scienza che tiene la società sotto controllo. ‘Grey’s Anatomy’ è l’America di Obama prima di Obama: cattiva, determinata, nasconde i suoi pregi ma alla fine è solidale e sentimentale. ‘Desperate Housewives’ è l’America di Clinton, quella dell’ipocrisia cortese. L’età vittoriana cent’anni dopo e mentre l’Impero sta andando a pezzi. ‘Dr. House’ sembra di sinistra ma in realtà è di destra. In realtà House è proprio Berlusconi. Ogni tanto aggira le regole per pragmatismo, convinto com’è di aver trovato la soluzione che gli altri stanno ancora cercando. Frega il traguardo e tutti lo perdonano perché è House. Sembra Obama ma è Berlusconi. ‘Lie to me’ è Veltroni (il povero Bersani non capirà mai chi mente a un better di ciglia e non verrà mai chiamato dalla CIA a risolvere nulla). Veltroni, sì, è l’amico di tutti, l’eroe da telefilm che viene chiamato a vendicare i buoni e i giusti. E’ convinto che il bene trionfi se si è buoni e che tutti siano lì ad aspettare di far passare avanti i giusti. ‘Shark’ è l’avvocato delle Libertà. Il professionista dell’individualismo e del senso dello Stato, il perfetto pidiellino. A volte adatta un po’ le regole ma gli obiettivi sono lodevoli. ‘Boston Legal’ è certa destra. Quelli che fanno i cattivi nel nome del bene. Ma poi cattivi non sono. Yuppie efficientissimi, borghesi stressati. ‘Lost’ è una comune degli anni Settanta. Gli anni del ‘famose’ per paura del futuro, gli anni del ‘disonora il padre’, gli anni del ‘non è mio il passato da cui vengo’. Sporchi, arruffati anche nell’anima, riottosi nei confronti delle regole, in lotta per la sopravvivenza. Con l’ignoto che ha l’unico vantaggio di rendere tutto relativo”.
(Valeria Braghieri, 10.05.2010)
TUTTOMILANO/LA REPUBBLICA
Il pazzo popolo dei telefilm
“Sono pazzi, quelli dei telefilm. Se fanno un sondaggio sulla serie preferita diciamo che vince ‘Lost’, poi arrivano ‘House’ e ‘Grey’s Anatomy’. E poi basta. Nel senso che a seguire non trovi uno a cui piaccia la stessa serie di un altro. Sono decine quelle belle, e non ci si raccapezza. Tu sei un impallinato tale da scaricarti quelle appena in onda in America e trovi uno al bar che ti magnifica quella poliziesca su Raidue la sera prima, che a occhio è passata sul satellite 5 anni fa e te ne sei scordato. Ma ha ragione lui, così come hanno ragione quelli che guardano solo i vampiri o ‘Gossip Girl’, quelli che hanno sentito il barista dell’autogrill che parlava della ‘Teenager americana’, o quelli che ritengono che ‘Huff’ (qualcuno conosce?) sia stato superiore a qualunque film di livello degli ultimi 10 anni. Per quelli che ‘Lost’ è un capolavoro e lo capiscono tutto (mentono, ovvio. Sulla seconda parte).Poi quelli che se l’ospite del Telefilm Festival è Morena Baccarin si presentano comunque anche se sono fermi a ‘I Ragazzi di Padre Tobia’ sperando di essere rapiti e che sia cattiva davvero. Poi quelli che sono d’accordo con certi grandi studiosi quando dicono ‘i telefilm migliori di oggi valgono Balzac’. Quelli che sanno benissimo dove andare a cercare su internet dove c’è tutto ma proprio tutto e prossimamente si guarderanno ‘Californication3’ sull’iPad mentre corrono sul tapis roulant. E poi i migliori nonché i più fortunati: quelli che se ti appassioni alle serie Usa, ci aggiungi un minimo di qualche tua passione (tipo il calcio), tutto, ma proprio tutto il resto della tv puoi saltarlo di netto e abbandonarlo al suo triste destino”.
(Antonio Dipollina, 06.05.2010)
Crisi dei telefilm: colpa della qualità o dei programmatori?
“Colpa del telefilm (ovvero del prodotto) o colpa del poco coraggio delle reti (ovvero di chi il prodotto deve promuovere e «vendere» in Italia)? Una cosa è senz'altro chiara: quella strepitosa «golden age» della serialità televisiva americana, che ha sfornato titoli eccezionali quali «House», «Lost», «24», «Grey' s Anatomy», «Csi», «Desperate Housewives» sembra essersi conclusa. L'atteso finale del cult «Lost», fra due settimane, sembra sancirlo simbolicamente. Nelle ultime stagioni il telefilm pare subire una battuta d'arresto. Lo ha mostrato, nel corso dell' ultimo Telefilm Festival di Milano concluso domenica, una ricerca realizzata dal Ce.R.T.A. dell'Università Cattolica (curata, in collaborazione con Geca Italia, da Massimo Scaglioni e Luca Barra). In poche stagioni il quadro della programmazione della serialità è molto mutato. Per quanto riguarda l' offerta, ancora nel 2007/08 i generi messi in onda in Italia erano piuttosto vari, e il «procedural» (il poliziesco) occupava poco più del 40% dello spazio del prime time. Oggi sembra resistere solo il «crime»: oltre il 66% dei titoli in onda in prima serata sono «procedural», e degli altri generi restano poche cose (i «medical» più forti e i «family drama» come «Desperate Housewives», però in crisi d' ascolti). In generale resistono i classici, titoli ideati prima dello sciopero. Dunque: prodotto meno buono o scarso coraggio delle reti? In parte entrambe le cose. Sul primo fronte, è vero che titoli davvero forti sono usciti solo sul versante dei polizieschi («Ncis Los Angeles»), oppure sono troppo «stretti», ovvero poco adatti al prime time generalista (si pensi al cult «Glee», in onda su Fox). Ma il calo degli ascolti della serialità nel prime time generalista (quantificabile nell'1,3% di share) si deve anche a qualche mossa maldestra dei nostri programmatori.”.
(Aldo Grasso, 11.05.2010)
THE OBSERVER MAGAZINE
Delle copertine me ne faccio un…Buffy!
“Partecipando a ‘Buffy’ ho imparato a non prendermela. Alyson Hannigan e Sarah Michelle Gellar parlavano sempre di copertine e io pensavo: quando una con me? Erano molto competitive, ma alla fine ho pensato che era un gioco che non portava da nessuna parte…era meglio lavorare che pensarci”.
(Anthony Head, 07.03.2010)
VARIETY
Alla larga dalla romantica Milano
“L’allure che accompagna Alyssa Milano viene smorzata dal gioco a quattro al centro di ‘Romantically Challenged’, una litania di due coppie fissate con i giochetti e i doppi sensi di sesso. Fin fall’inizio c’è confusione sui rapporti tra il quartetto, con poche gags efficaci e la necessità di dover dare ai quattro lo stesso spazio. Alyssa Milano è terrificante nel dar vita a una mamma single che agli inizi spara a zero contro gli incontri di una notte sola…Roba da far rimpiangere ‘Cougar Town’…”.
(Brian Lowry, 25.04.2010)
DAVIDE MAGGIO.IT
Il salame sugli occhi (e nelle orecchie)
“Al Telefilm Festival ospiti di ”nessun grido”, l’imbarazzo della scelta non era su quale telefilm vedere ma in quale negozio di Corso Vittorio Emanuele rifuggiarsi...n.d.r.: ecco bravo, “rifuggiati” in una profumeria del Corso a pittarti le unghie, che le grida per Zachary Levi e Morena Baccarin ancora riecheggiano all’Apollo, vah!)”.
(Mattia Buonocore, 11.05.2010)
IL GIORNALE
Per capire la politica, guarda i telefilm
“Oggi a raccontare i tempi ci sono i telefilm. La dicono lunga sul pasticcio della modernità, svelano i tic, insistono sulle debolezze, riprendono i vizi, mettono a copione le sconfitte. Ma raccontano anche come mai, o grazie a cosa, ogni tanto si vince. In ‘CSI’, chi deve, trionfa sempre. E’ l’America di Bush prima di Bush. L’America del controllo, la minaccia-garanzia ‘qualsiasi cosa farai, ovunque sarai, io ti troverò’. La scienza che tiene la società sotto controllo. ‘Grey’s Anatomy’ è l’America di Obama prima di Obama: cattiva, determinata, nasconde i suoi pregi ma alla fine è solidale e sentimentale. ‘Desperate Housewives’ è l’America di Clinton, quella dell’ipocrisia cortese. L’età vittoriana cent’anni dopo e mentre l’Impero sta andando a pezzi. ‘Dr. House’ sembra di sinistra ma in realtà è di destra. In realtà House è proprio Berlusconi. Ogni tanto aggira le regole per pragmatismo, convinto com’è di aver trovato la soluzione che gli altri stanno ancora cercando. Frega il traguardo e tutti lo perdonano perché è House. Sembra Obama ma è Berlusconi. ‘Lie to me’ è Veltroni (il povero Bersani non capirà mai chi mente a un better di ciglia e non verrà mai chiamato dalla CIA a risolvere nulla). Veltroni, sì, è l’amico di tutti, l’eroe da telefilm che viene chiamato a vendicare i buoni e i giusti. E’ convinto che il bene trionfi se si è buoni e che tutti siano lì ad aspettare di far passare avanti i giusti. ‘Shark’ è l’avvocato delle Libertà. Il professionista dell’individualismo e del senso dello Stato, il perfetto pidiellino. A volte adatta un po’ le regole ma gli obiettivi sono lodevoli. ‘Boston Legal’ è certa destra. Quelli che fanno i cattivi nel nome del bene. Ma poi cattivi non sono. Yuppie efficientissimi, borghesi stressati. ‘Lost’ è una comune degli anni Settanta. Gli anni del ‘famose’ per paura del futuro, gli anni del ‘disonora il padre’, gli anni del ‘non è mio il passato da cui vengo’. Sporchi, arruffati anche nell’anima, riottosi nei confronti delle regole, in lotta per la sopravvivenza. Con l’ignoto che ha l’unico vantaggio di rendere tutto relativo”.
(Valeria Braghieri, 10.05.2010)
TUTTOMILANO/LA REPUBBLICA
Il pazzo popolo dei telefilm
“Sono pazzi, quelli dei telefilm. Se fanno un sondaggio sulla serie preferita diciamo che vince ‘Lost’, poi arrivano ‘House’ e ‘Grey’s Anatomy’. E poi basta. Nel senso che a seguire non trovi uno a cui piaccia la stessa serie di un altro. Sono decine quelle belle, e non ci si raccapezza. Tu sei un impallinato tale da scaricarti quelle appena in onda in America e trovi uno al bar che ti magnifica quella poliziesca su Raidue la sera prima, che a occhio è passata sul satellite 5 anni fa e te ne sei scordato. Ma ha ragione lui, così come hanno ragione quelli che guardano solo i vampiri o ‘Gossip Girl’, quelli che hanno sentito il barista dell’autogrill che parlava della ‘Teenager americana’, o quelli che ritengono che ‘Huff’ (qualcuno conosce?) sia stato superiore a qualunque film di livello degli ultimi 10 anni. Per quelli che ‘Lost’ è un capolavoro e lo capiscono tutto (mentono, ovvio. Sulla seconda parte).Poi quelli che se l’ospite del Telefilm Festival è Morena Baccarin si presentano comunque anche se sono fermi a ‘I Ragazzi di Padre Tobia’ sperando di essere rapiti e che sia cattiva davvero. Poi quelli che sono d’accordo con certi grandi studiosi quando dicono ‘i telefilm migliori di oggi valgono Balzac’. Quelli che sanno benissimo dove andare a cercare su internet dove c’è tutto ma proprio tutto e prossimamente si guarderanno ‘Californication3’ sull’iPad mentre corrono sul tapis roulant. E poi i migliori nonché i più fortunati: quelli che se ti appassioni alle serie Usa, ci aggiungi un minimo di qualche tua passione (tipo il calcio), tutto, ma proprio tutto il resto della tv puoi saltarlo di netto e abbandonarlo al suo triste destino”.
(Antonio Dipollina, 06.05.2010)
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venerdì 12 marzo 2010

L'EDICOLA DI LOU - Stralci e commenti sui telefilm dai giornali italiani e stranieriLA REPUBBLICA
"Fringe", viaggio divertente nell'oscurità
“'Fringe' è una sorta di viaggio oscuro, con margini di assoluto divertimento nell’interazione dei personaggi, più dalle parti di 'X-Files' che di 'Lost'”.
(Antonio Dipollina, 12.03.2010)
(Antonio Dipollina, 12.03.2010)
NELLA FOTO: Anna Torv come è apparsa su "Esquire"
mercoledì 18 marzo 2009
L'EDICOLA DI LOU - Stralci e commenti sui telefilm dai giornali italiani e stranieriL'ESPRESSO
Maria in the Sky (with diamonds)
"Su Italia 1 e Raidue vanno in onda tutti telefilm che io ho gia' visto e stravisto su Sky. Se i telespettatori iniziano a comportarsi come me, la preoccupazione ci deve essere eccome!".
(Maria De Filippi, 13.02.2009)
D - LA REPUBBLICA DELLE DONNE
Un fantastico mondo, se c'è Alicia
"Messa così sembra una rubrica di Maurizio Milani. Invece è per dire che le passioni virtuali sono cose serie, e che a ripetere lo stesso concetto per Nicole Kidman o Charlize Theron sono capaci tutti. Invece Alicia Coppola. Nulla in comune con Francis Ford, è un'attrice di serie tv, livello medio-basso. La prima volta fu in un episodio di 'CSI', era l'assassina che uccideva per bere il sangue di cui aveva bisogno per una rara malattia. Poi un ruolo importante nella serie 'Jericho' passata su Raidue con scarse fortune - ma sono usciti da poco i dvd. Per noi fu folgorante la presenza in un solo episodio del bellissimo 'Huff', su Italia 1: la scena in cui sta quasi combinando con il mastodontico Oliver Platt è da antologia (sul più bello, la cena al ristorante di lusso, lui crolla di schianto, paga il conto e se ne va). Ha 40 anni, una bambina di 6, vive a Manhattan. Non vogliamo saperne di più. Ognuno sostituisca Alicia con un'altra scelta (vietate quelle famose, ripetiamo), sono passioni così, che alleviano l'esistenza".
(Antonio Dipollina, 31.01.2009)
IL GIORNALE
Er boccone dei Cesaroni
"Forse il segreto principale del perdurante successo de 'I Cesaroni' sta nell'aver fatto digerire quell'intonazione romanesca che in molte altre fiction gran parte del pubblico sopporta mal volentieri".
(Roberto Levi, 10.02.2009)
TV SORRISI E CANZONI
Lancio del...Pietro
"Ho chiesto io di uscire dalla 'Squadra', perchè non ero d'accordo con le scelte del direttore creativo: la serie era diventata troppo buonista: non faceva più per me".
(Pietro Taricone, 02.02.2009)
IL MATTINO
Salvate 'La Nuova Squadra'!
"E' folle pensare di cancellare 'La Nuova Squadra'. Questa fiction fa lavorare tanta gente di Napoli a Napoli. E' un esperimento unico di coproduzione tra Rai e privati (Grundy), è girata non in appalto ma solo con troupe interne Rai e in dieci anni ha permesso di costruire professionalità altissime".
(Rolando Ravello, 01.02.2009)
Maria in the Sky (with diamonds)
"Su Italia 1 e Raidue vanno in onda tutti telefilm che io ho gia' visto e stravisto su Sky. Se i telespettatori iniziano a comportarsi come me, la preoccupazione ci deve essere eccome!".
(Maria De Filippi, 13.02.2009)
D - LA REPUBBLICA DELLE DONNE
Un fantastico mondo, se c'è Alicia
"Messa così sembra una rubrica di Maurizio Milani. Invece è per dire che le passioni virtuali sono cose serie, e che a ripetere lo stesso concetto per Nicole Kidman o Charlize Theron sono capaci tutti. Invece Alicia Coppola. Nulla in comune con Francis Ford, è un'attrice di serie tv, livello medio-basso. La prima volta fu in un episodio di 'CSI', era l'assassina che uccideva per bere il sangue di cui aveva bisogno per una rara malattia. Poi un ruolo importante nella serie 'Jericho' passata su Raidue con scarse fortune - ma sono usciti da poco i dvd. Per noi fu folgorante la presenza in un solo episodio del bellissimo 'Huff', su Italia 1: la scena in cui sta quasi combinando con il mastodontico Oliver Platt è da antologia (sul più bello, la cena al ristorante di lusso, lui crolla di schianto, paga il conto e se ne va). Ha 40 anni, una bambina di 6, vive a Manhattan. Non vogliamo saperne di più. Ognuno sostituisca Alicia con un'altra scelta (vietate quelle famose, ripetiamo), sono passioni così, che alleviano l'esistenza".
(Antonio Dipollina, 31.01.2009)
IL GIORNALE
Er boccone dei Cesaroni
"Forse il segreto principale del perdurante successo de 'I Cesaroni' sta nell'aver fatto digerire quell'intonazione romanesca che in molte altre fiction gran parte del pubblico sopporta mal volentieri".
(Roberto Levi, 10.02.2009)
TV SORRISI E CANZONI
Lancio del...Pietro
"Ho chiesto io di uscire dalla 'Squadra', perchè non ero d'accordo con le scelte del direttore creativo: la serie era diventata troppo buonista: non faceva più per me".
(Pietro Taricone, 02.02.2009)
IL MATTINO
Salvate 'La Nuova Squadra'!
"E' folle pensare di cancellare 'La Nuova Squadra'. Questa fiction fa lavorare tanta gente di Napoli a Napoli. E' un esperimento unico di coproduzione tra Rai e privati (Grundy), è girata non in appalto ma solo con troupe interne Rai e in dieci anni ha permesso di costruire professionalità altissime".
(Rolando Ravello, 01.02.2009)
CORRIERE DELLA SERA
"30 Rock", il (terzo) calore del cult
"Il segreto di un programma comico tv consiste nello sprigionare il «terzo calore». Difficile spiegare cosa sia, anche perché il suo teorizzatore è un produttore di forni elettrici, dotati appunto di «terzo calore». Sta di fatto che quando al comando della Nbc, dove si produce lo show 'The Girlie Show' (Tgs), arriva Jack Donaghy (uno strepitoso Alec Baldwin) che è anche manager della General Electric (Ge), tutti sono costretti ad accettare questa teoria. '30 Rock' (indirizzo del Rockefeller Center di New York dove hanno sede gli studi televisivi della Nbc) è la storia di uno show chiamato inizialmente Tgs e che assomiglia molto al 'Saturday Night Live' (Snl). Alla guida del programma c’è Liz Lemon (la bravissima Tina Fey, autrice storica del Snl) costretta, per salvare Tgs e i suoi amici, ad accettare la teoria del «terzo calore» imposta dal marketing e che consisterebbe nell’arruolare dalla prima puntata una star della tv trash, un divo di colore che ha fama di essere cretino e psicopatico, tale Tracy Jordan (Tracy Morgan). Che però in video funziona, eccome. '30 Rock' è una delle più sottili e straordinarie prese in giro del mondo della tv. L’intelligenza più sofisticata (Tina Fey) si mette in discussione, confrontandosi con il «calore» della tv più popolare e dozzinale. In Italia, 30 Rock dovrebbe diventare un testo obbligatorio per le Università che si occupano di comunicazione e marketing, per master sulle sceneggiature, per autori comici televisivi, specie per quelli che si esercitano nel difficile compito di mettere in scena la tv sulla tv. Questa serie pluripremiata ha un solo difetto: è troppo raffinata. Molte battute sono intraducibili, molte situazioni sono riferite a circoli di New York. Persino la pezzatura, 25 minuti, non è da standard italiano. Eppure, anche nella traduzione, '30 Rock' resta un piccolo gioiello di intelligenza e di spirito".
(Aldo Grasso, 31.01.2009)
LA STAMPA
Telefilm italiani: la tragedia di un genere ridicolo
"Se Scorsese produce una serie su Lucky Luciano, Spielberg ha prodotto il telefilm 'Taken', Tom Hanks 'Big Love' sui mormoni poligami e i fratelli Scott la rivoluzione dei 'Numbers'. L'industria tv americana non ha tra i suoi difetti la paura dei delitti nazionali, della storia e del presente. E i finanziatori li trova. E noi? Commissari a volontà: il bello, il comico e il nevrotico occhieggiano in contemporanea sui nostri teleschermi. Molto amore, mamme che si sacrificano, balli in costume, i capitoli della Bibbia, la comica finale. Alla famiglia allargata si arriva, ma con l'obbligo di buttarla in commedia".
(Alessandra Comazzi, 02.02.2009)
"30 Rock", il (terzo) calore del cult
"Il segreto di un programma comico tv consiste nello sprigionare il «terzo calore». Difficile spiegare cosa sia, anche perché il suo teorizzatore è un produttore di forni elettrici, dotati appunto di «terzo calore». Sta di fatto che quando al comando della Nbc, dove si produce lo show 'The Girlie Show' (Tgs), arriva Jack Donaghy (uno strepitoso Alec Baldwin) che è anche manager della General Electric (Ge), tutti sono costretti ad accettare questa teoria. '30 Rock' (indirizzo del Rockefeller Center di New York dove hanno sede gli studi televisivi della Nbc) è la storia di uno show chiamato inizialmente Tgs e che assomiglia molto al 'Saturday Night Live' (Snl). Alla guida del programma c’è Liz Lemon (la bravissima Tina Fey, autrice storica del Snl) costretta, per salvare Tgs e i suoi amici, ad accettare la teoria del «terzo calore» imposta dal marketing e che consisterebbe nell’arruolare dalla prima puntata una star della tv trash, un divo di colore che ha fama di essere cretino e psicopatico, tale Tracy Jordan (Tracy Morgan). Che però in video funziona, eccome. '30 Rock' è una delle più sottili e straordinarie prese in giro del mondo della tv. L’intelligenza più sofisticata (Tina Fey) si mette in discussione, confrontandosi con il «calore» della tv più popolare e dozzinale. In Italia, 30 Rock dovrebbe diventare un testo obbligatorio per le Università che si occupano di comunicazione e marketing, per master sulle sceneggiature, per autori comici televisivi, specie per quelli che si esercitano nel difficile compito di mettere in scena la tv sulla tv. Questa serie pluripremiata ha un solo difetto: è troppo raffinata. Molte battute sono intraducibili, molte situazioni sono riferite a circoli di New York. Persino la pezzatura, 25 minuti, non è da standard italiano. Eppure, anche nella traduzione, '30 Rock' resta un piccolo gioiello di intelligenza e di spirito".
(Aldo Grasso, 31.01.2009)
LA STAMPA
Telefilm italiani: la tragedia di un genere ridicolo
"Se Scorsese produce una serie su Lucky Luciano, Spielberg ha prodotto il telefilm 'Taken', Tom Hanks 'Big Love' sui mormoni poligami e i fratelli Scott la rivoluzione dei 'Numbers'. L'industria tv americana non ha tra i suoi difetti la paura dei delitti nazionali, della storia e del presente. E i finanziatori li trova. E noi? Commissari a volontà: il bello, il comico e il nevrotico occhieggiano in contemporanea sui nostri teleschermi. Molto amore, mamme che si sacrificano, balli in costume, i capitoli della Bibbia, la comica finale. Alla famiglia allargata si arriva, ma con l'obbligo di buttarla in commedia".
(Alessandra Comazzi, 02.02.2009)
sabato 14 giugno 2008

L’EDICOLA DI LOU - Stralci e commenti sui telefilm dai giornali italiani e stranieriA cura di: Leo “Grant” Damerini
GRAZIA
No 'House', no party!
"Non ho mai visto 'Dr. House'. Trovo ridicoli questi serial. Anche quelli migliori, americani come 'E.R.', dove c'era George Clooney che faceva il pediatra e salvava tutti".
(Andrea Vitali, autore del best-seller "La modista" - Garzanti, 29.04.2008)
CORRIERE DELLA SERA
"Heroes", la forza dell'equivoco
"E' chiara la natura fumettistica di 'Heroes': c'è un vorticoso gioco di citazioni e autocitazioni, per la felicità dei fans. La voce fuori campo svolge un ruolo determinante: è insieme racconto e commento, epica e ironia. 'Heroes' si esalta nell'oscuro, coltiva l'equivoco, dissimula l'identità dei suoi protagonisti, non si priva dell'indeterminatezza. Non si accascia mai nelle miserie della chiarezza, come di solito fa la fiction italiana".
(Aldo Grasso, 20.04.2008)
ENTERTAINMENT WEEKLY
Recito, ergo sum
"E' divertente sentir dire che io sappia quali siano le mie capacità, perchè l'unica ragione per la quale ho cominciato a recitare è proprio per scoprirle...".
(Katee Sackhoff, 04.04.2008)
IL MESSAGGERO
House, alzati e cammina!
"Su Canale 5 la nuova serie del 'Dr. House' viene mandata in onda accoppiata con la vecchia. Scelta sindacabile ma su cui tralasciamo. ma almeno si eviti il ridicolo di lasciare alla fine di un episodio un House ferito quasi a morte per ritrovarlo sanissimo dopo un break pubblicitario nell'episodio della serie successiva".
(Alberto Guarnieri, 24.04.2008)
LA REPUBBLICA
L'ascesa di "The Closer"
"Un telefilm in salita, nel senso che migliora col tempo, è 'The Closer'. Brenda è matta come un cavallo e riesce a trasformare questa caratteristica in una non comune capacità d'intervenire con tempi e modi giusti nelle storie, trattando a puntino sia i colleghi che gli assassini. I primi sono quelli più complicati, visto che la squadra maschile non si è mai riavuta dallo shock causato dall'arrivo del capo femmina - nemmeno troppo avvenente. Ma in realtà è una forzatura d'interpretazione, avercene di squadre maschili così. In ogni puntata si ride assai - alla lontana la protagonista è una Ally McBeal poliziotta - fioccano battute (lo staff sta consumando il pranzo di un matrimonio miliardario che è saltato, uno dice: non c'è niente di meglio che mangiare la torta di matrimonio di qualcun altro)".
(Antonio Dipollina, 12.04.2008)
IL GIORNALE
Aiuto, troppo noir in tv!
"Che il genere thriller piaccia non è una novità, ma la tv ne sta abusando e finirà per rovinarlo. Non ne posso più di vedere carabinieri e poliziotti americani su ogni canale, a tutte le ore. Mentre la letteratura noir aumenta di spessore, la tv appiattisce e svilisce".
(Laura Grimaldi, 29.04.2008)
LA STAMPA
Il falso realismo de "I Cesaroni"
"'I Cesaroni' è realismo falso. Hanno contaminato uno pseudo realismo contemporaneo con la favola. E' la tecnica alla 'Pretty Woman': sotto l'illusione della critica sociale, ci sono scenari assolutamente fiabeschi".
(Laura Toscano, 22.04.2008)
OK!
Pissi Pissi, Cin Cin!
"La cosa più strana che abbia fatto è stata spalmare la mia urina sull'acne. E' successo anni fa. Ora ho scoperto il Botox e ne faccio volentieri a meno...".
(Vanessa Williams, 20.04.2008)
IL SOLE 24 ORE
Visco, ma quali telefilm guardi?
"La pubblicazione dei redditi su internet? E' un fatto di trasparenza, di democrazia, non vedo problemi: c'è in tutto il mondo, basta vedere qualsiasi telefilm americano".
(Viceministro dell'Economia Vincenzo Visco, 01.05.2008)
IL RIFORMISTA
I naufraghi della controriforma
"E' questa la forza di progetti narrativi come 'Lost': esprimono il coraggio d'affrontare la trama ingarbugliata dei nostri tempi. E' la storia di personaggi troppo umani, che non s'arrendono di fronte alla battaglia della vita moderna. Amano, odiano, mentono, ridono, si disperano. E ci credono ancora, accettano il confronto con le difficoltà e le frontiere da superare. Così diventano credibili, realistici: raccontano un frammento dell'animo umano, prendono vita, entrano nel fragile fluire del nostro presente. Sarà per questo che, dai tempi di Beppe Fenoglio, il nostro paese non riesce più a narrare l'epicità della vita. Siamo troppo presi a rimuovere la complessità del vivere moderno, troppo contro-riformistici per accettare un confronto diretto con la nostra ombra, e quella del nostro tempo. In fondo abbiamo già deciso: per noi è meglio prendere il sole in spiaggia, aspettando un miracolo".
(Remo de Vincenzo, 08.05.2008)
venerdì 13 giugno 2008
NEWS - La Nazionale chiede aiuto a "Walker Texas Ranger" e John Locke (meglio loro di Donadoni)«Hanno mancato il primo appuntamento – pausa – e ora – pausa - sono attesi al riscatto». Con ritmi suadenti e voce caldissima e pastosa lo speaker degli spot sulle partite annuncia le gare come se stesse tentando di portarsi a letto i telespettatori. I fanatici hanno ovviamente riconosciuto il grande Rodolfo Bianchi, doppiatore del John Locke di "Lost" – nonché di "Walker Texas Ranger". (Antonio Dipollina per "La Repubblica")
mercoledì 9 aprile 2008
XL
Chi ha ucciso quel marxista di Colombo?
"'Colombo' è un brano omaggio al tenente del telefilm omonimo. Mi piace Peter Falk per come rispondeva alle interviste. Ci leggevo questa sottile critica marxista dietro e mi piace pensare che i creatori ci abbiano voluto scientemente mettere questo germe. Era strano che la scena fosse sempre in questi ambienti ricchi e gli assassini benestanti, alcuni anche famosi: non uccidono mai per amore ma solo per potere e denaro. Poi arriva questo sfigato, questo 'underdog' vestito in quel modo fuori tempo, col pantalone sgualcito, la macchina che cade a pezzi, il cane con cui non comunica. Però li inchioda sempre e mi piaceva prenderlo come metafora del mondo occidentale moderno, così ho ipotizzato questo coro degli assassini di Colombo. Credo che in questo momento siamo un pò tutti assassini di Colombo e colpevoli di qualcosa".
(Francesco Bianconi dei Baustelle, Febbraio 2008)
CORRIERE DELLA SERA MAGAZINE
Volevo essere Pamela Anderson
"Io mi sento bionda dentro. A 12 anni volevo essere bionda come Pamela Anderson, ero una fan di 'Baywatch'. Pregai la mia insegnante di canto (Cinzia, una pazza scatenata che aveva il culto dei capelli) di tingermi come Pamela. Lei, per paura di mamma, mi fece solo due ciocchettine platino davanti. Mia madre!!! Mi rispedì a calci (si fa per dire) dal parrucchiere. I capelli sono una componente molto turbolenta della mia vita...".
(Laura Chiatti, 21.02.2008)
LA STAMPA
"Crimini bianchi", alla larga da "Grey's" e "House"
"'Crimini bianchi' è una serie lontana anni luce dai 'Grey's Anatomy' o 'Dr. House', dove l'efficenza degli ospedali non viene mai messa in dubbio. Questa fiction denuncia una situazione di malasanità che è sotto gli occhi di tutti, ma nello stesso tempo plaude ai medici e agli infermieri preparati e capaci".
(Pietro Valsecchi, 21.02.2008)
IL MANIFESTO
Rex, un "bau" fuori dal coro
"Tempi lenti e frasi fatte ('se cerca di fare il furbo sparagli'), scene giustapposte, morale bene in vista, il cane Rex esegue il compito assegnato: mantenere, con il minimo sforzo, la media del 20% di share. Storie di ordinaria criminalità, senza affondare troppo il coltello nel sangue. Al contrario di certi cartoni animati, il pastore è l'immagine della bontà. Specialmente nel confronto con la nutrita compagnia di programmi finiti sotto la lente del Comitato di applicazione del Codice Tv e minori".
(Norma Rangeri, 21.02.2008)
TV SORRISI E CANZONI
"The OC", un addio perfetto
"Sono molto grata ai produttori e agli sceneggiatori di 'The OC', sono onorata di averne fatto parte. Gli ascolti si erano un pò abbassati. Nella storia eravamo arrivati a un buon punto per terminare, eravamo contenti di fermarci lì. E l'abbiamo fatto".
(Rachel Bilson, 01.03.2008)
LA REPUBBLICA
"I Cesaroni", serie 'piaciona' senza pretese
"Stando ai riscontri, tra i momenti felici per Mediaset in questo inizio d'anno bisogna citare soprattutto la seconda stagione de 'I Cesaroni', presentata come una sorta di successo epocale. A guardar bene, siamo dalle parti di un buon risultato per una serie molto piaciona che va su Canale 5 in una serata (quella del venerdì) in cui la concorrenza diretta di Raiuno non riesce a cavare un ragno dal buco. Però è difficile eccepire più di tanto di fronte alla farsa della famiglia allargata che distende i suoi mille meandri di trama sul filo dell'assenza di qualsivoglia pretesa. Il doppio binario rimane quello degli intrecci giovanili (figli, fidanzate, etc.) e di quelli dei grandi, che sono cresciuti per modo di dire".
(Antonio Dipollina, 19.02.2008)
IO DONNA
Sarah, una di noi
"La trasmissione preferita? I telefilm in genere".
(Sarah Felberbaum, 16.02.2008)
CORRIERE DELLA SERA
Sarah, un destino sui tacchi
"Ero una ragazza quasi povera. E come in 'Sex and the City' le scarpe con i tacchi a spillo sono state lo strumento per mutare l'andatura e il destino. Chi ama le scarpe è destinato a restare giovane, a trasmettere energia, ad aver voglia di camminare nel proprio 'viaggio'...".
(Sarah Jessica Parker, 28.02.2008)
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lunedì 18 febbraio 2008

L’EDICOLA DI LOU - Stralci e commenti sui telefilm dai giornali italiani e stranieriA cura di: Leo “Grant” Damerini
CORRIERE DELLA SERA
"Greek", una finestra sui luoghi comuni
"I telefilm servono anche a questo: a conoscere realtà che non ci appartengono, estranee alla nostra cultura eppure così importanti per altre. Quando uno studente americano va all' università, specie se in provincia, entra a far parte di una confraternita: esce dalla sua famiglia ed entra in un' altra, la famiglia dei pari età. Le confraternite, che popolano i college statunitensi e sono dette greek perché normalmente indicate con tre lettere dell' alfabeto greco, servono alla matricola (freshman) per entrare in un gruppo, per essere iniziati alla vita di società, per compiere una sorta di rito di passaggio. E spesso, pur tra goliardate e involontarie parodie della vita aziendale, la confraternita resta un legame così forte da segnare tutta una vita professionale. Da noi, morta la goliardia, sono nati i gruppi politici, tipo sancarlini e alternativi, o movimenti di ispirazione religiosa. Creata da Patrick Sean Smith, 'Greek. La confraternita' è un grande successo di ABC Family, che dopo 'Smallville' e 'Kyle XY' si conferma leader nell' adattare su schermo l' immaginario e le problematiche dei teenager. 'Greek', insomma, è una finestra sul mondo dei college americani, in cui convivono esperienze amorose e giochi di potere. Fedele al genere (sia a quello dei teen drama che a quello dei college movie, tipo 'Animal House'), 'Greek' gioca molto sui cliché, sui luoghi comuni. Comuni agli americani, non altrettanto a noi.
(Aldo Grasso, 05.01.2008)
LA REPUBBLICA
"Shark", il timbro dello squalo
"'Shark' è un telefilm col timbro dell'impeccabile, ben cucito attorno a James Woods, attore di lunghissimo corso, una sorta di Christopher Walken minore, ma dotato di senso. Il primo episodio lo ha girato nientemeno che Spike Lee: il bello è che il secondo era anche migliore".
(Antonio Dipollina, 08.01.2008)
OGGI
"Italians are better": la 'nazista' Kate dixit
"La mia nonna materna si chiamava Concetta Carmona e veniva dalla Basilicata (si chiama Basilicata, vero?); mio nonno era siciliano: credo di aver ereditato caratteristiche italiane. Gesticolo quando parlo, mi piace tanto la moda, adoro mangiare e cucinare. Mi baso molto sui sensi, insomma. E queste, secondo me, sono le vostre caratteristiche: vi vedo come persone tendenzialmente appassionate, un pò meno razionali però più emotive...I miei capelli rossi? in realtà non sono rossa naturale, sono castano chiaro. A un certo punto mi ero tinta di biondo per una pièce a Chicago: impersonavo una nazista. Mi ricordo che dagli uomini ricevevo un'attenzione cui non ero abituata. Il colore dorato mi faceva apparire più carina, più 'morbida'. Purtroppo non mi sentivo me stessa: sono sempre stata una ragazzaccia grintosa".
(Kate Walsh, 16.01.2008)
PLAYBOY (USA)
"30 Rock": la vendetta della brunetta di "Tre Cuori in affitto"!
"Il calco dal quale trae origine '30 Rock' è 'Mary Tyler Moore'. Riaggiornato con il punto di vista della mia generazione, tracciando nella sabbia una linea che divida quello che è giusto e quello che non lo è, tra il conservatorismo e il progressismo, con un punto di vista femminista che irride i classici ideali. Da ragazzina guardavo 'Tre cuori in affitto' e m'incavolavo. Non potevano dare la parte della brunetta a Jaclyn Smith? Perchè tutti gli uomini volevano portarsi a letto la bionda? Era uno stereotipo. Joyce DeWitt era bravissima ma l'avevano volutamente pettinata male, con un maglione da basket e pantaloni assurdi. Mi ripromisi di 'vendicarla'. Del resto oggi puoi avere un personaggio forte come Carrie Bradshaw di 'Sex and the City' che dice le più condivisibili verità mentre le esprime in sottoveste alla finestra...".
(Tina Fey, Gennaio 2008)
LA REPUBBLICA
L'inimitabile grazia di Colombo
"Le vicende del tenente Colombo, il suo sospetto improvviso, i minimi indizi, le oscure certezze, le nebbie, le sorprese, le distrazioni, le convinzioni rafforzate, i suoi inganni, le sue finte ingenuità, le sue astuzie, le sue truffe, producono a volte una suspense quasi insostenibile. Nei gialli di tipo 'matematico', ai quali la serie appartiene, il protagonista è di solito avvolto da un profumo alto-borghese, o intellettuale, o lievemente snobistico. Coltissimo e squisitissimo, Sherlock Holmes ha modi alla Oscar Wilde. Anche in Miss Marple, per non dire in Hercule Poirot, si avverte una buona famiglia e ottimi studi. Invece, il tenente Colombo, italo-americano, fa parte di una razza lungamente vilipesa e talvolta calunniata. La sua cultura deriva dalla televisione popolare. Come salvarsi da lui? Come proteggersi da qualcuno che combina l'istinto medianico con la raffinatezza razionale, che gioca con la sopraragione, o l'antiragione, e la ragione? Il povero colpevole si nasconde in un angolo; e finalmente capisce che il piccolo elfo italiano ha giocato con lui, con inimitabile grazia, la parte terribile del destino".
(Pietro Citati, 09.01.2008)
giovedì 23 novembre 2006

NEWS - Ascolti, "Dr. House" chiude col botto (di uno sparo) e fa record. Le nuove puntate forse a gennaio su Italia 1. Al prossimo "Telefilm Festival" probabile un evento ad hoc(ANSA) - ROMA, 23 nov - Vince la serata e incassa ascolti record Dr. House, che ieri con gli ultimi due episodi della seconda stagione chiude in bellezza con una media di 5.525.000 telespettatori e il 19.0% di share. Il telefilm di Italia 1, oramai divenuto di culto grazie al medico piu' antipatico della tv, e' stato seguito nel primo episodio da 5.366.000 telespettatori, share del 18.58% e da 5.685.000 telespettatori totali, share del 21.43% nel secondo che segna il record stagionale. Le avventure del Dr. Gregory House hanno toccato picchi che hanno sfiorato i 7 milioni di telespettatori e il 27% di share.
Comunicato di Italia 1:
Ha chiuso ieri con ascolti al top la seconda serie del telefilm rivelazione della stagione televisiva 2006: “Dr.House -mediacal division”. Ascolti record per gli ultimi episodi della seconda stagione di Dr. House che si è classificato ieri programma più visto di prima serata con una media di 5.525.000 telespettatori e il 19.0% di share. Il telefilm cult di Italia 1 è stato seguito da 5.366.000 telespettatori, share del 18.58% nel primo episodio e segna il suo record stagionale nel secondo con 5.685.000 telespettatori totali, share del 21.43%. Le avventure del Dr. Gregory House hanno toccato picchi che hanno sfiorato i 7 milioni di telespettatori e il 27% di share. Amata dalla critica e seguitissima dal pubblico, la serie dedicata al medico più anticonvenzionale mai esistito ha sbaragliato ogni tipo di concorrenza e raccolto ascolti record che l’hanno trasformata in un vero fenomeno di culto. I 24 episodi della seconda stagione hanno tenuto incollati davanti agli schermi una media di oltre 4 milioni di telespettatori a puntata e il 16.8% di share, con picchi che hanno sfiorato 7 milioni e superato il 25% di share. Continui record in termini di ascolto per le vicende del Dr. House - Medical Division, la serie televisiva nata da un'idea di David Shore che racconta le storie del Dottor. Gregory House (High Laurie) un professionista brillante ma dal carattere scontroso ed anti-sociale, molto diffidente nelle relazioni umane, persino con i suoi stessi pazienti. Iconoclasta, misantropo, abrasivo, eccentrico, scontroso, antipatico anche ai suoi pazienti; scrupoloso, preparato, anticonvenzionale con un grande senso clinico: ecco la carta d’identità di Gregory House, antitesi dell’eroe empatico e positivo, protagonista della serie che ha scompaginato i canoni tradizionali di tutti i serial ambientati in corsia. In america i telespettatori stanno già seguendo la terza stagione di Dr. House e la scelta della Fox di dare un seguito alla serie era tuttavia prevedibile. Dr. House, infatti, oltre ad aver avuto una seconda stagione dagli ascolti eccezionali anche oltreoceano (ha superato con facilità i 20 milioni di telespettatori), si è anche aggiudicata il premio Miglior Attore Protagonista ai recenti Golden Globe. Risultati record e premi che hanno consacrato il protagonista cinico e brillante del medical drama, Gregory House, re del mondo medico del piccolo schermo.
L'Edicola di Lou:
“E’ l’autentico fenomeno televisivo dell’ anno e i numeri lo comprovano: lui si chiama gregory House,di professione medico, e ha conquistato le platee televisive nazionali in cerca di prodotti di qualità”
(Aldo Grasso- Corriere della sera- 20 novembre 2006)
“Onore e calici alzati per lui, il Dr. House…”
(Antonio Dipollina – La Repubblica- 29 settembre 2006)
“…gli indizi sono sintomi e il colpevole è la malattia. E se si sbaglia. Appunto si ha la realtà. Per questo Dr House mette anche paura”.
( Alessandra Comazzi - La Stampa- 21 ottobre 2006)
“Il pubblico italiano si è innamorato del Dr. House”
(Roberto Levi – Il Giornale- 29 settembre 2006)
A quanto apprende "Telefilm Cult", le nuove puntate di "Dr.House" potrebbero andare in onda su Italia 1 a gennaio 2007, mentre al telefilm più visto della stagione sarà quasi certamente dedicato un evento al prossimo "Telefilm Festival" (quinta edizione).
mercoledì 26 aprile 2006
TELEFILM FESTIVAL 2006 - "La realtà è più bizzarra della fiction?": se ne discute in un incontro organizzato da Discovery ChannelNell'ambito del IV "Telefilm Festival", è di stretta attualità e di notevole interesse l'incontro organizzato sabato 6 maggio alle ore 12.00 da Discovery Channel sul confine tra fiction e realtà, ovvero quando la prima si ispira alla seconda o quando la seconda è meglio della prima. Il network in onda sulla piattaforma SKY - canale 420 - non per niente propone nei suoi palinsesti la serie "Scene del crimine" (da giugno, ogni giovedì alle ore 22.00), ovvero tutte storie vere in cui si presentano i crimini così come sono avvenuti e le tecniche scientifiche usate per risolverli anche a distanza di anni. Il tutto al motto che il direttore di Discovery Channel, Claudio Scotto di Carlo, riprende per l'occasione da Mark Twain: "La realtà è più bizzarra della fiction". Intervengono il critico tv Antonio Dipollina, il regista David Grieco, il serial-profiler Massimo Picozzi, il giallista Andrea G. Pinketts.
lunedì 13 marzo 2006
L'EDICOLA DI LOU - Stralci e commenti sui telefilm dai giornali italiani e stranieri tratti dal "Telefilm Magazine" di Marzo (a cura di Leo Damerini)CORRIERE DELLA SERA
Il Berlusca veggente
“Anni fa, Silvio Berlusconi ci ha detto: ‘Con voi ho fatto il più grosso affare della mia azienda, perché vi manderò in onda anche da morti. Il matrimonio non è datato, non cambierà mai’. Aveva ragione: gli screzi e le liti tra me e Raimondo sono sempre gli stessi”.
(Sandra Mondaini, intervistata da Maria Volpe per i 18 anni di “Casa Vianello”, 21.12.05)
EL PAIS SEMANAL
Gli scheletri nell’armadio hanno tacchi a spillo
"Quando è finito ‘Sex and the city’ ho voluto tenere con me più vestiti possibili: praticamente tutti quelli non prestati dalle griffe. Molti li ho dati in beneficenza, di altri invece non riesco a separarmene. Portano con sè grandi ricordi. Un po' come succede con le Manolos. Moltissime paia le conservo come delle reliquie. Sono lì, in un armadio, non le indosso mai, sono troppo importanti per rovinarle".
(Sarah Jessica Parker, intervistata da Rocio Ayuso, 18.12.05)
COSMOPOLITAN UK
Le casalinghe disperate fanno paura
“Abbiamo scelto di chiudere ‘Sex and the City’ con un tempismo perfetto. Non avremmo mai potuto competere con ‘Desperate Housewives’. Ci avrebbero fatte nere”.
(Sarah Jessica Parker, dicembre 05)
il manifesto
Anatomia sociale
“Superata la noia della ripetitività di un genere supersfruttato, come sempre nei serial di qualità, in ‘Grey’s Anatomy’ si è presi dal meccanismo di storie private, raccontate con largo uso di voci fuori campo, immagini-cartolina di Seattle (di notte illuminata come un albero di Natale, di giorno con i bianchi ferry-boat), capacità di parlare della società che passa nelle corsie”.
(Norma Rangeri, 17.12.05)
CORRIERE DELLA SERA
Qualità senza confini
“’Casa Vianello’ è così intelligente da non sembrare nemmeno made in Italy”.
(Aldo Grasso, 23.12.05)
LA REPUBBLICA
L’Eros culturale delle serie tv
“Per il pubblico italiano le attuali serie tv americane, più colte e problematiche delle varie ‘Dynasty’, eccitano un sentimento estetico che talvolta sorvola anche il realismo e la concretezza sul modo di vivere e di pensare degli americani. Al pari, e forse di più, di alcuni film degli ultimi anni (pensiamo alle opere di Altman, Redford, Scorsese, Eastwood, fino ai recenti ‘Good Night, Good Luck’ di Clooney e ‘Enron: the smartest guys in the room’ di Alex Gibney) le narrazioni televisive, proprio perché seriali, producono uno spazio abituale ed emozionale, attraversato da solidali affinità, nel quale noi e gli Stati Uniti ci incrociamo, ci accarezziamo con reciproco erotismo culturale”.
(Lucio Villari, 28.12.05)
CORRIERE DELLA SERA
“Medium” è il messaggio
“’Medium’ è destinato a suscitare molti problemi: può la giustizia avvalersi di una sensitiva? La visione vale come prova? Se la legge non conosce ignoranza deve prestare attenzione anche al paranormale? Ha qualche credibilità il paranormale? Marshall McLuhan, scomparso giusto 25 anni fa, continua a ripeterci dall’al di là che il medium è il messaggio, e per noi è l’unica cosa che conta. E’ questo un telefilm di buona fattura, ben scritto, ben calibrato. Le parti più interessanti non sono tanto quelle ‘paranormali’ (anche se rafforzate da un discreto gusto dell’horror), quanto quelle più ‘normali’ (la vita di famiglia, le tre bambine da tirar su, il marito complice e insieme scettico), come se l’inesplicabile cercasse nella vita di tutti i giorni la sua decifrazione, come se l’irrapresentabile cercasse nella routine quotidiana la sua rappresentazione. Sconsigliato a tutti i fans di Piero Angela e del CICAP (il Comitato per il controllo delle affermazioni sul paranormale)”.
(Aldo Grasso, 07.01.06)
LA REPUBBLICA
“Nip/Tuck” è lunare
“’Nip/Tuck’ è il telefilm più clamoroso degli ultimi anni, quello che se confrontato con la produzione corrente di fiction nostrane e no risulta calato direttamente dalla Luna, un po’ come se in un vecchio Zecchino d’Oro fosse entrato all’improvviso Frank Zappa e avesse tenuto un set di mezz’ora”.
(Antonio Dipollina, 12.01.06)
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