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lunedì 8 ottobre 2018

GOSSIP - Tremate, tremate, le Streghe svalvolate son tornate! Dopo i deliri di Rose McGowan anche Alyssa Milano si reinventa come paladina rivoluzionaria (a tavola)
Alyssa Milano is speaking out for change. The 45-year-old actress and activist attended and spoke at the inaugural year of the Actions For Change Food & Music Festival on Sunday (September 30) in Parkland, Fla. The event was founded to help soothe and heal the community of Parkland and its residents, following the horrific mass shooting at Marjory Stoneman Douglas High School in February. The festival included appearances from entertainers, artists, chefs, restaurateurs and mixologists from around the country. It’s also the culmination and grand finale of a week-long series of over 80 concerts across America to end gun violence. “I had the honor of attending the #ActionsForChange festival in Parkland. I love this community. I love these people. I’ve seen the future in these young leaders. It’s all going to be ok. #MSDStrong,” Alyssa wrote on Instagram.

martedì 27 febbraio 2018

GOSSIP - Ultima ora! Arrestata la Locklear! L'attrice di "Melrose Place" e "TJ Hooker" in manette per aver menato un poliziotto...

News tratta da LaStampa.it
Heather Locklear è finita in manette per violenze domestiche. Lo scrive Tmz sottolineando che l’attrice è stata arrestata per aver picchiato il fidanzato e poi i poliziotti intervenuti dopo una chiamata al numero di emergenza. Secondo quanto hanno riferito le autorità, è stato il fratello della bionda di `Melrose Place´, 56 anni, a chiamare la polizia dopo aver visto litigare la donna e il fidanzato. Quando gli agenti sono arrivati nella sua abitazione a Los Angeles, nel tentativo di fermarla sono stati presi a loro volta a calci e pugni. Dopo essere stata arrestata, la Locklear è stata portata in ospedale per una visita, visto l’abuso di droghe in passato.

martedì 21 febbraio 2017

SGUARDO FETISH - Da "Playboy" e il burlesque a "TWD". La scalata a colpi di frangetta della scozzese Pollyanna McIntosh, la "Queen of Trash" Jadis

Intervista e foto tratte da "Playboy"
You started out as a model. Are you done with that?
Don’t get me wrong, if someone offered me a lot of money, this work is not always stable, so I’d take it. This is going to sound arrogant, but I kind of ended my career by doing the Pirelli calendar and 16 pages of Vogue. As a woman who is more curvy than most models, I felt really good leaving it there. I felt like, All right, go out with the bang. I didn’t feel right on the catwalk. The serious model face nowadays doesn’t suit me. There are certain artistic things you can do in that business that are really fun and creative, but going down the catwalk looking like everyone smells of shit is not something I need to do again.

Is it true you were considered a plus-size model?
Oh, yeah. I had the measurements of Cindy Crawford and I was considered plus-size. It just ebbs and flows. At the time I was studying at university and I was thinking, How am I going to pay the rest of my tuition? I ended up going to a modeling agency to do commercial work and they said, “Oh, you’d be great for plus size.” I went, “What?” Then I discovered this whole other side of the business where you made all this money and did a lot of catalogue work and traveling. I didn’t have to worry about what I was eating, which was great. I put on a little weight during that time, so I was bigger than I am now, but it really is ridiculous. The whole thing’s silly. I love fashion and aesthetics and celebrating clothes, but they can’t decide what’s plus size. We have to decide what we’re comfortable with individually. As a society, we’re so beleaguered by this idea of perfection, and it changes all the time. In the time of Cindy Crawford, I would’ve been a regular-size model, as it were, but when Kate Moss came in, that changed.
You’ve also got a background in burlesque. What was that experience like?
I was married [to Melrose Place actor Grant Show] and I needed to go out there and feel my sexuality for myself. I happened to bump into a woman at a bar who was teaching burlesque. I said, “This is exactly up my alley.” So I became Whisky Jane, spelled the Scottish way, not the American way. And I had the best time. Just as I got on to the stage I went, “What the fuck am I doing? How can I get out of this?” It was comedic but very sexy. It was everything I needed it to be. I celebrated my body, my sexuality, and I got to be a performer in a way I really needed to be at that point. And I did it a few more times and had fun with it. It was just delicious.

mercoledì 20 giugno 2012

L'EDICOLA DI LOU - Stralci e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

RIVISTA STUDIO
Il ritorno di "Dallas" in una tv cambiata
"Sono stata cresciuta da una madre che chiamava “il villone in stile Dallas” certe case nuove con troppi portici e steccati bianchi, ma chiamava “Dynasty” tutti i vestiti che non le piacevano. Non aveva mai guardato un singolo episodio di nessuno dei due.
La dice lunga sulla nostra memoria, autentica o immaginaria, il fatto che si possa ancora capitalizzare sul nome di un prodotto di trent’anni fa, quasi scomparso negli ultimi venti.
Tornato in TV con l’aura dorata del back with more delicious drama, il dramma seriale Dallas è stato ricostruito su una premessa che oggi può suonare curiosa: è una continuazione diretta del vecchio show, con alcuni attori chiamati a riprendere i loro personaggi e volti nuovi a interpretare figli, nipoti, ultime mogli. Messi insieme formano la famiglia Ewing, un clan di texani diventati ricchi con il petrolio (l’ispirazione, secondo i primi sceneggiatori, era Il Gigante). La storia viene fatta ripartire da due cugini – eredi dei due protagonisti di un tempo, Bobby e J.R. – che litigano per questioni di primogenitura sul ranch Southfork: uno ci ha trovato il petrolio, l’altro cerca fonti di energia alternative; nella contesa vengono attirati i rispettivi padri, e tutti ricominciano ad azzuffarsi. Continua.
(Parentesi: il nuovo Dallas – Dallas Figlio? – arriverà su Canale 5 in autunno, ma negli Stati Uniti va su TNT, una rete a pagamento senza una forte identità a parte il trasmettere fiction a casaccio. Cosa ci ho visto, io, negli anni? The Closer due volte, le repliche di Law & Order forse.)
Dallas Padre andava in onda la sera, e non credo nessuno si sia mai illuso sulla quantità di uomini soli che sarebbero stati sedotti dagli Ewing, ma di certo si poneva come una fonte di  intrattenimento per donne che di giorno lavoravano fuori o dentro casa. L’idea – forse – era di adattare la formula delle soap operas alla fascia “adulta”, alzando la posta dei conflitti, investendo più denaro nella produzione, ma sconvolgendo la regola d’oro delle soap: non deve succedere mai niente. La soap opera è storia orale riferita da chi, lì, non c’era. Il night-time drama, come Dallas o il suo emulatore Dynasty, è un testo dove accadono cose grottesche a un ritmo ridicolo e con un’intensità omicida: un supercut di qualcosa che impiegherebbe anni a realizzarsi in tempo reale. Come The Wicker Man in 5 minuti.
Serviva una chiave, però. Un tratto comune a questi eccessi.
La chiave di Dallas era l’eredità.
Mettendo in scena i foschi segreti di gente ricca, offriva la stessa consolazione reazionaria che si prova davanti alle one hit wonder (i soldi non danno la felicità) – molto significativo che il messaggio sia riproposto oggi senza ritocchi. Però, col pubblico, cercava anche un legame più profondo. E questo rimane. Non ci si appassiona a Dallas perché il miliardario ha sposato la sorella sbagliata, ma perché l’avidità e i debiti sono una cosa che tutti conoscono, perché tante situazioni patrimoniali erano e sono riflessi in piccolissimo di quello che succede in Texas, o possono essere percepite come tali. (Padri che preferiscono un figlio all’altro, proprietà intoccabili o non divise per anni, occasionale utilizzo della frase «Zia aveva detto che la spilla la dava a me».) E ancora: i personaggi agiscono in nome di grane irrisolte che risalgono a due generazioni prima (verosimile) e da varie pulsioni distruttive, ma intanto dicono «la famiglia è importante» e «la nonna avrebbe voluto così». Ostentano un codice d’onore da vecchio gentiluomo del Sud – «qui si fa tutto con una stretta di mano…» – mentre ordinano furti con scasso a casa dei parenti intimi. Alla fine è questo che piace, perché viene sentito come una specie di verità. Lo dimostra il fatto che trent’anni fa il personaggio concepito come protagonista – Pam, moglie del fratello buono Bobby e avatar ideale dello spettatore – passò in secondo piano, a favore del cattivo carismatico J.R., simbolo vivente di tutta la baracca, antesignano di Montgomery Burns e degno di ricevere la visita del Diavolo nell’ultimo episodio.
(Vi prego, guardate il petroliere faccia a faccia con IL DIAVOLO che lo invita garbatamente a suicidarsi. Questo esiste.)
Dallas è un vero prodotto del pre-Internet, perché è totalmente destituito di ironia. Non è recitato e montato per consentire un “secondo livello” a uno spettatore che si considera smaliziato. Va preso alla lettera. Sarebbe ancora possibile avere un Dallas viewing party, una cena organizzata intorno alla visione della puntata. Ma negli anni ’80 il viewing party non consisteva nel trovarsi a mangiare/bere e prendere per il culo una serie TV: la gara di frecciatine che oggi mi sembra passi su Twitter, e che negli anni ’90 si cristallizzava nella formula tutti a vedere Melrose Place a casa di Stefano tanto poi si va al pub. (Questa frase è una macchina del tempo.) Non a caso, i night-time dramas degli anni Zero la buttavano subito sull’autoironia, sulla strizzata d’occhio – il tipico cinismo di chi ti vende una roba brutta spacciandotela per consapevole, come se il frullatore tramasse ai tuoi danni – mentre intorno al deridere la TV “troppo melodrammatica” si costruivano comunità, forum, prodotti di successo. (Il portale Television Without Pity nacque come sito amatoriale “contro” la serie per adolescenti Dawson’s Creek.)
Ieri come oggi, Dallas non contiene alcun secondo livello: Dallas contiene solo se stesso. Dallas vuole bene a Dallas.
A questo punto, cosa si può ottenere dai primi nuovi episodi di un prodotto così antico? A parte una manciata di one-liner scandite dal Vecchio, che riprende le redini della situazione a colpi di «i tribunali sono per i deboli di cuore», io ho avuto non una ma due donne imbroglione truffatrici (la seconda però ha già mostrato segni di coscienza), la parola “birthright” (diritto di nascita) pronunciata tre volte, e un depresso catatonico chiuso in ospedale che si riscuote tutto allegro, pianta una coltellata in faccia al legittimo erede e lo congeda con «blood is thicker than water… and oil is thicker than both». (E come la tradurranno questa? Io spingo per “figlio, ecco il sangue nero della terra”.)
Però.
A mia madre piaceva anche dire “Dallas e Dynasty”, come sinonimo di “fare una sceneggiata”. Errore frequente, assimilare l’originale e la copia, però dietro c’erano spinte molto diverse. Dynasty era stato voluto da Aaron Spelling, il patrono della jiggle TV, e la memoria ne trattiene solo alcune tracce: l’esibizione del lusso, le donne che si tirano schiaffoni, la presenza di una anti-eroina quarantenne, Alexis Carrington Colby, e il nome più comune per chiamare quel personaggio, “la perfida Alexis”. (Secondo me era la serie lasciata intravedere in Il raccolto.) Nonostante il successo di pubblico, Dynasty restò sempre il cugino zoppo, l’arricchito di guerra. Non sentite parlare di alcun remake, oggi, mentre sul come rifare Dallas se ne è parlato a lungo, prima di arrivare a questa incarnazione.
Considerando che scrivo da una casa senza ADSL, nella valle emiliana da cui la mia famiglia è strisciata fuori meno di cent’anni fa dopo secoli passati esprimendosi a grugniti e occhiacci, in un centro abitato dove i lupi si avvicinano ogni inverno di più ai giardini sul retro, io sono lo spettatore ideale di Dallas 2012. Speriamo che piova".
(Violetta Bellocchio, 18.06.2012)

lunedì 28 novembre 2011


NEWS - Alza la bandiera, Jennifer! La nipote di Missoni tiene alto il nome dell'Italia nei telefilm Usa (e nessuno ne parla, a parte il Tg Telefilm)
Si chiama Jennifer Goldie Diamante e di cognome fa Missoni. Nomen omen, verrebbe da dire, visto che è la nipote dello stilista Ottavio Missoni. Tuttavia la ragazza nata e cresciuta a Varese e poi espatriata in America si è fatta largo con le proprie braccia e le sue lunghissime gambe. Fin da ragazzina ha dimostrato un interesse spasmodico per l'equitazione e il pattinaggio su ghiaccio, gareggiando in entrambe le attività a livello agonistico, mentre l'esercizio fisico delle lezioni di danza jazz ha modellato il suo corpo fino alla perfezione. Dopo un passato da modella - è stata tra l'altro testimonial per due anni del profumo di Missoni - ha iniziato a 17 anni una carriera d'attrice attualmente in piena ascesa: da "Law&Order" a "Damages", da "Army Wives" al remake di "Melrose Place", da "Medium" a "Fringe", fino a "Royal Pains", "Gossip Girl" e "White Collar", i molteplici cameo seriali di Jennifer stanno tenendo alta la bandiera italiana a Hollywood (altro che Elisabetta Canalis!). Per chi non lo sapesse, è l'attrice italiana più intervistata sui tappeti rossi che contano nelle ultime stagioni (dagli Emmy Awards ai Golden Globes). Nel 2012 sarà curioso vedere l'attrice di buonissima famiglia al cinema in "Inferno", il film biografico incentrato sulla figura della pornostar Linda Lovelace, la protagonista del cult "Gola profonda". Al suo fianco nella pellicola, ci saranno Malin Akerman (nella parte dell'attrice a luci rosse al centro della pellicola) e l'ex pornostar Sasha Grey. Ad aprire le porte di Hollywood alla bella Jennifer, però, oltre al fascino indiscusso, è stata anche la perfetta conoscenza della lingua inglese imparata insieme al francese presso la Scuola Europea di Varese. Chapeau!

venerdì 9 settembre 2011

PICCOLO GRANDE SCHERMO - Fuori o meno da "Glee", il futuro di Cory Monteith è al cinema
Il futuro di Cory Monteith è al cinema. L'interprete dell'all American boy Finn Hudson in "Glee", sorta di versione aggiornata del Ricky Cunningham di "Happy Days" che ha fatto breccia nei cuori di migliaia di ragazze in tutto il mondo, è in procinto di dare l'addio alla serie di Ryan Murphy che gli ha portato notorietà. "Sono emozionato per le opportunità che il telefilm mi ha dato - rivela il 29enne attore - ma sono altrettanto in fibrillazione per i nuovi progetti che mi attendono". Tra quelli già conclusi, oltre al film in 3D dei concerti tenuti dal cast di "Glee", sorta di diario musicale lungo i 10 Paesi (Italia esclusa!) del tour, si segnala la commedia giovanile "Monte Carlo". Monteith ha il ruolo di Owen, un ragazzo che l'altro sesso vede più come "amico" che come fidanzato. "E' un personaggio in qualche modo simile a Finn - chiosa l'attore - è una specie di link con 'Glee'..." (la prima stagione del serial è in onda da lunedì 12 su Italia 1 alle 16.30, la seconda da metà ottobre, la terza dal 28 settembre su FOX). Nel cast della pellicola Cory è attorniato da altre star telefilmiche, perlopiù femminili: la Leighton Meester di "Gossip Girl", la Selena Gomez de "I Maghi di Waverly" e la Katie Cassidy di "Melrose Place". Ma il futuro prossimo venturo di Monteith sul grande schermo è solo all'inizio: secondo indiscrezioni, l'attore starebbe per firmare il progetto di una commedia per la 20th Century Fox che lo vedrebbe coinvolto, oltre che da interprete, quale produttore.

martedì 16 agosto 2011

NEWS - Ari-Dallas! Il cult sugli Ewing ritorna ai tempi di un'America in pieno deficit (un tempo sotto Reagan, ora con Obama)...
(ANSA) LOS ANGELES - Dallas, la soap opera culto degli anni ottanta, e' tornata. L'emittente televisiva statunitense TNT, a venti anni dalla messa in onda dell'ultima puntata della vecchia serie, ha annunciato che dalla prossima estate saranno pronti i nuovi episodi. Era infatti l'autunno del 1982, Ronald Reagan stava guidando gli Stati Uniti fuori da una delle piu' severe recessioni economiche del mondo occidentale, cercando di contrastare con ogni mezzo un tasso di disoccupazione oltre il dieci per cento. Il Paese era in ginocchio e, come un rito, ogni venerdi' sera milioni di americani accendevano il televisore per seguire lo show di punta della CBS: Dallas. Per un'ora venivano messe da parte le miserie reali per entrare nel ricco e dorato mondo dei petrolieri texani. Ora dopo vent'anni e con il paese di nuovo in piena crisi economica, i produttori della Warner Brothers hanno pensato che i tempi sono maturi per un sequel della fortunata serie. Cosi' hanno rimesso insieme il vecchio cast, riaffittato le location originali, studiato una sotto-trama nuova e moderna. I fan della serie potranno tornare indietro nel tempo e incontrare di nuovo la famiglia Ewings, le loro cene servite su porcellane orientali, riprendere i contatti con un luogo dove le donne indossano orecchini talmente vistosi da dare un significato preciso alla frase: ''In Texas e' tutto piu' grande''. ''Nell'immaginario di milioni di telespettatori la citta' di Dallas e' rimasta cosi' - ha dichiarato Michael Robin, il regista dello show in lavorazione - E' ancora un posto dove prati verdissimi circondano le ville, uomini d'affari girano tra cucina e salone con un cappello da cowboy in testa, il bourbon e' servito in bicchieri di cristallo, gli anelli si portano sul mignolo, gli affari sono miliardari e, ovviamente, il petrolio e' la cosa piu' importante''. Dallas e' soprattutto la storia di John Ross ''J.R.'' Ewing Jr., petroliere senza scrupoli interpretato da un vero texano: Larry Hagman. Proprio dalle macchinazioni del ricco magnate ai danni del suo socio Digger Barnes, prende piede la trama, per proseguire con le rivalita' professionali e sentimentali dei tre figli di Ewing: oltre a J.R, Gary e Bobby. Una cosa rendeva unica la serie: i colpi di scena a fine di ogni stagione. Uno su tutti: la puntata ''Chi ha sparato a J.R?'' che incollo' al televisore milioni di spettatori in tutto il mondo. ''Non si tratta di un remake, ne' di una rivisitazione - ha detto Larry Hagman - questa nuova serie sara' il proseguimento di una storia che si e' interrotta temporaneamente venti anni fa. E' come incontrare la fidanzata del liceo che si e' persa di vista per tanto tempo''. Hagman ha anche anticipato quali saranno gli sviluppi della trama: ''Il nuovo show girera' attorno a due vicende: il ritorno di vecchie tensioni e il passaggio di testimone dell'azienda di famiglia alla nuova generazione. Sara' uno scontro tra vecchio e nuovo, tra John Ewing, che rappresenta la tradizione, e i suoi nipoti, che sono il simbolo di un nuovo Texas, fatto di tecnologia e azioni di borsa''. La serie dovra' fare i conti con alcuni remake fallimentari, da Melrose Place a Beverly Hills, ma avra' dalla propria l'esperienza del vecchio cast. Oltre a Larry Hagman sul set torneranno anche Brenda Strong, che recentemente ha trovato spazio anche in Desperate Housewife, e Patrick Duffy che per tornare a interpretare la parte di Bobby ha lasciato un'altra storica soap opera: Beautiful. ''Non ci ho pensato due volte - ha dichiarato Duffy - Per me e' come tornare negli anni piu' belli della mia vita. Io ho lavorato a Dallas per undici anni, nella citta' texana ho coltivato un pezzo della mia vita e delle mie amicizie. Devo tanto a questa serie e non avrei mai potuto rifiutare''.

sabato 11 luglio 2009

NEWS - Il flop di "90210", senza l'aura di "Beverly Hills". Il parere di Aldo Grasso
"Il più celebre codice postale della serialità americana, «90210», è diventato il terzo spin off tratto da «Beverly Hills, 90210» dopo «Melrose Place» e «Models Inc.». Ideato da Rob Thomas racconta le vicende quotidiane della famiglia Wilson (padre, madre, figlia e figlio adottivo), trasferitasi da poco a Beverly Hills, California, dopo che il capofamiglia, Harrison, ha accettato l' incarico di preside del West Beverly High. Accanto a loro, della vecchia serie ritroveremo Kelly Taylor (Jenny Garth) ora consulente scolastico della West Beverly High, Brenda Walsh (una Shannen Doherty ormai donna fatta) divenuta nel frattempo attrice di teatro e Nat, il proprietario del Pich Pit. Anche «Beverly Hills 90210», creato da Darren Star, raccontava le vicende di un' altra famiglia, la Walsh, trasferitasi per il lavoro del padre dalla provinciale Minneapolis in uno dei quartieri più prestigiosi di Los Angeles (Joi, Mediaset Premium, striscia quotidiana). La visione comparata delle due serie, resa possibile dalla convergenza dell' attuale offerta televisiva, è piena di sorprese. Dopo circa vent' anni, la prima cosa che colpisce è il cambio di ritmo: sequenze più brevi, dialoghi più serrati. Il classico «teen», sull' esempio di «Gossip girl» strizza l' occhio alla soap. La qualità fotografica è più accurata, però... Però manca quell' aura che faceva di «Beverly Hills» il luogo ideale della riflessione adolescenziale. Manca la figurazione del «gruppo», la cui coesione è basata su un profondo legame di amicizia e un forte senso di appartenenza generazionale. Perciò, pur esistendo dei personaggi principali, era il gruppo dei pari, con dinamiche interne, il centro della rappresentazione, e costituiva una vera famiglia parallela rispetto al nucleo familiare. Solo così si spiega lo scarso successo ottenuto da «90210»".
(Aldo Grasso, "Corriere della Sera")

sabato 13 giugno 2009

NEWS - Spoiler o non spoiler? Le anticipazioni su "Dr. House" aprono il dibattito a cavallo tra promozione e salvaguardia dei finali
Spoiler o non spoiler, questo è il problema. Se sia più giusto quello che scrive Aldo Grasso sul “Corriere della Sera” di ieri a proposito del clamoroso spoiler sulle nuove puntate di “Dr.House” apparso su agenzie di stampa e giornali (Telefilm Cult, non a caso, ha pubblicato l’Ansa dalla quale sono partiti gli spoiler sotto accusa, a mò di cronologia del “misfatto”). “Colpa di un ufficio stampa, o forse colpa di qualche sito birichino – scrive Grasso - certamente colpa della scarsa cultura di cui gode in Italia la serialità, sta di fatto che la centesima puntata del ‘Dr. House’ è stata rovinata da un clamoroso caso di spoiler. Molti giornali, infatti, hanno rivelato nei dettagli come andrà a finire la quinta stagione del medical drama. Cosa che non si fa mai, per nessuna ragione. E’ vero che ormai in molti scaricano da internet le puntate in onda in America (e che sul web si trova di tutto) ma è convenzione non rivelare mai il finale di una serie. Salvo che in Italia”. Il ragionamento di Grasso non fa una grinza. Ma con un “ma”. Pur non c’entrando nulla sul caso in questione, ho avuto modo di bazzicare gli uffici stampa di ogni settore televisivo – dall’informazione ai Tg, dagli show di prima, seconda, terza e quarta serata ai programmi musicali, dal cinema alla fiction, dalle serie tv ai cartoni animati – e posso senz’altro affermare che i telefilm sono il genere televisivo più difficile da promuovere sui giornali. Tanto per dire, non si può contare sui protagonisti per le interviste (salvo rare eccezioni), ancor meno sui produttori, gli sceneggiatori, gli ideatori…Per i giornali, è spesso più interessante il lato B di Belen Rodriguez o il rinnovo di un contratto Rai/Mediaset di un personaggio televisivo che una notizia “telefilmica”. Faccio un esempio: qualche settimana fa è uscita (sempre sull’Ansa, ripresa su questo blog) l’intervista con la quale Anthony LaPaglia manifestava tutta la sua delusione per la cancellazione di “Senza Traccia”, uno sfogo alquanto inconsueto che nessun giornale ha pubblicato. Quante copertine di settimanali sono state dedicate ai telefilm quest’anno? Si contano sulle dita di una mano. Anni fa, quando ancora non esisteva il termine spoiler (o muoveva i primi passi), si cercava di creare “eventi” attorno alle serie tv, personalmente puntando su tappe storiche del genere (i temi sociali al centro di “Beverly Hills”, la prima volta che un protagonista telefilmico moriva, in “Xena”; la puntata-musical di “Buffy”; il primo bacio omosex in “Melrose Place”…). Il primo caso di spoiler ante-litteram, forse, è stato l’annuncio del bacio tra Mulder e Scully in “X-Files”, ma senza rivelare i particolari del caso (in realtà Mulder non era lui…), lasciando allo spettatore il gusto di scoprirlo. Tempo fa per lanciare una nuova stagione di “Dawson’s Creek”, intitolai il comunicato “un matrimonio e un funerale”, senza rivelare chi fosse a salire all’altare e chi a dipartire. Oggi ho l’impressione che nella virata sempre più gossippara dei quotidiani, i dettagli (gli spoiler) siano la condicio sine qua non per aggiudicarsi gli articoli. Spiace dirlo, ma è così. Non che sia il massimo, sia chiaro. Per tutti gli amanti dei telefilm, il finale non svelato è sacro. Però è un dato di fatto che ultimamente si tenti di alzare l’asticella di una promozione che nella filiera del buon esito di una serie tv risulta fondamentale. Nel caso di “Dr. House”, dubito che i giornali avrebbero scritto qualcosa sulla nuova stagione senza gli odiati spoiler. Viene da chiedersi se sia giusto rinunciare ad una promozione che talvolta determina – soprattutto nella tv generalista – il mantenimento in palinsesto (se il pubblico non sa che va in onda la serie, non la guarda, perciò viene spostata o cancellata…). Oppure se sia il caso, piuttosto, di trovare altre forme di promozione meno “invasive”. Magari sensibilizzando l’opinione pubblica e i giornali con operazioni ad hoc (in questo senso è nato il Telefilm Festival). C’è anche da considerare che rispetto ad alcuni anni fa il popolo dei telefilm, grazie soprattutto a Internet e all’uscita del “Dizionario dei Telefilm”, si è compattato, un pueblo unido che televisivamente parlando è il più attento e dinamico che possa esserci. E che per questo merita rispetto. Anche a costo di rinunciare a qualche articolo di giornale in più? Il dibattito è aperto: dite la vostra…

venerdì 20 giugno 2008

NEWS - Rob Estes, flashback da "Melrose Place" a "90210"
Rob Estes
è una sorta di "Highlander" che si permette di viaggiare nel tempo dei serial: dopo aver interpretato lo sciupafemmine Kyle McBride in "Melrose Place" dal 1993 al 1999, tornerà alla ribalta in "90210" (prossimamente sul network CW), il sequel di "Beverly Hills" di cui "MP" era lo spin-off adulto. Estes sarà il padre della famiglia protagonista, i Mills, in trasferta da Kansas City al quartiere più esclusivo di Los Angeles. Per chi si chiedesse dove fosse scomparso l'attore da poco divorziato da Josie Bisset - sua partner sul set di "MP" - basti dire che la sua carriera è stata fino ad oggi esclusivamente "telefilmica", passando più o meno da guest-star in "Una mamma per amica", "CSI: Miami", "Providence" e il più recente "Women's Murder Club". (Articolo di Leo Damerini pubblicato su "TU")

giovedì 12 luglio 2007

BOLLETTINO - Uglyssime come noi: Vanessa Williams, il botox oltre lo scandalo
La rifattissima Vanessa Williams, la prima Miss America afro-americana della storia (correva l'anno 1983), si è scoperta dapprima cantante - con tanto di candidatura ai Grammy Awards - e poi attrice. In quest'ultima veste spopola in "Ugly Betty" nel botox di Wilhelmina Slater, sorta di Alexis Carrington dei giorni nostri. Sembra ormai acqua passata lo scandalo delle sue foto osè risalenti al 1982 in cui venne ritratta al centro di un triangolo lesbico con tanto di cunnilingus che le costò il titolo e, nel contempo, la più imponente pubblicità mai raccolta da una Miss a "stelle e strisce". Se al cinema non ha mai lasciato il segno, Vanessa è comparsa nel corso degli anni nelle serie "Willy, il Principe di Bel-Air", "TJ Hooker", "Melrose Place", "Ally McBeal", "Boomtown". Nonostante gli scandali alle spalle, Vanessa non ha perso la voglia di stupire: nel maggio 2007 è comparsa nuda sulle pagine del magazine "Allure".
(Articolo di Leo Damerini pubblicato sul "Telefilm Magazine" di Luglio)

sabato 24 febbraio 2007

NEWS - Heather Locklear: "Amo le rockstar che non tradiscono!"
Non ancora ripresasi dai tradimenti degli ex mariti-rocker Tommy Lee (passato poi nelle braccia di Pamela Anderson) e Richie Sambora (il quale le ha preferito l'attrice Denise Richards), Heather Locklear - l'ex Amanda di "Melrose Place" - dichiara senza risentimento: "adoro quelli che fanno rock, a patto che non siano sposati o fidanzati. E soprattutto che non mi tradiscano!". Nel 2007, l'attrice sarà al cinema con il drammatico "Oranges", al fianco di Jill Hennessy, la protagonista del serial "Crossing Jordan", oltre ad essere protagonista di "A woman of a certain age", storia di una vedova che decide di rifarsi una vita. Che ci sia qualcosa di autobiografico?
(Articolo di Leo Damerini pubblicato su "TU")

venerdì 21 luglio 2006

GOSSIP - Heather Locklear, l'ex Amanda di "Melrose Place", tatuata d'amore?
Heather Locklear, avvistata durante una spedizione di shopping in compagnia di un'amica, aveva qualcosa di diverso. Non certo il ritrovato sorriso, dopo la fine del suo legame amoroso, ma un non tanto misterioso tatuaggio. Nuovo di zecca. la scoperta, pubblicata su People, pone un enigma. Secondo l'attrice la rosa rossa è simbolo di una ritrovata singletudine che la fa sentire "libera come un uccello". Ma la allora la scritta "Finch"? "Un amichevole tributo al collega David Spade” che ha interpretato il ruolo di Dennis Finch in "Just Shoot Me". Ma quanto amichevole?

"Il trivial game + divertente dell'anno" (Lucca Comics)

"Il trivial game + divertente dell'anno" (Lucca Comics)
Il GIOCO DEI TELEFILM di Leopoldo Damerini e Fabrizio Margaria, nei migliori negozi di giocattoli: un viaggio lungo 750 domande divise per epoche e difficoltà. Sfida i tuoi amici/parenti/partner/amanti e diventa Telefilm Master. Disegni originali by Silver. Regolamento di Luca Borsa. E' un gioco Ghenos Games. http://www.facebook.com/GiocoDeiTelefilm. https://twitter.com/GiocoTelefilm

Lick it or Leave it!

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