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giovedì 15 dicembre 2016

NEWS - Auditel come il governo Gentiloni, ci prendono in giro! Che fine ha fatto la rilevazione ascolti tv su tutti i device che doveva partire in autunno 2017? "Non prima del 2018"! Ormai il 55% degli italiani preferisce contenuti on demand (che Auditel non monitora)

Articolo tratto da "Il Sole 24 ore"
Auditel si prepara alla svolta "2.0", con la misurazione delle audience su tutti i device, non solo sulla tv tradizionale. Civorrà il 2018 e quindi si tratta di una faccenda né breve né indolore in una fase in cui i second screen sta prendendo piede. I broadcaster poi - Sky su tutti, ma non solo - mostrano più di qualche sofferenza per un vestito (quello degli ascolti lineari) che sta sempre più stretto. A quanto però risulta al Sole 24 Ore, in due consigli svolti a ottobre e novembre Auditel ha posto le basi per partire con l'operazione che porterà la società a un approdo ormai necessario. Che sia una scelta non più differibile lo dice l'esperienza e lo dicono i numeri. È evidente che la visione di prodotto tv attraverso smartphone e tablet è in crescita. Nei giorni scorsi sono stati diffusi i risultati dell'annuale analisi di Ericsson - TV e Media Report 2016 - che per l'Italia fa riferimento a un campione di oltre mille persone, tra 16 e i 69 anni, rappresentativo di 26 milioni di italiani. Gli intervistati hanno una connessione a banda larga e guardano contenuti televisivi almeno una volta a settimana. Si tratta dunque di una platea che rispecchia la parte tecnologicamente più evoluta di utenti tv. Al netto di ciò i risultati sono però incontrovertibili. Uno su tutti: il 55% di intervistati dichiara infatti di preferire l'on-demand rispetto alla tv lineare, un dato aumentato rispetto al 2005 (quando era i1 45%). La macchina Auditel per la misurazione delle audience attraverso tutti i device è così partita. Perché ciò accada i broadcaster dovranno prevedere già al segnale - che si tratti di tv o siti web o piattaforme on demand - un tag che sarà letto poi dai device nelle mani del campione. Volendo quindi semplificare al massimo gli aspetti tecnici, ad Auditel arriveranno informazioni specifiche e molto precise riguardo ai programmi visualizzati. Declinare queste informazioni in dati per età o genere sarà possibile con il nuovo campione che vedrà unire alle 5.700 famiglie del campione cambiato nell'ultimo anno (dopo lo scandalo dell'email che ha svelato il campione a ottobre 2015, portando anche a uno stop dell'attività di Auditel e impattando sul cambio di presidente) il "superpanel" con 1400 nuove famiglie. I risultati del superpanel non sono ancora pubblici e con ogni probabilità non lo saranno almeno per la prima parte del 2017. La mole di dati in arrivo dai broadcaster sarà utilizzata incrociandola con i responsi dal campione. Per sapere chi materialmente farà queste elaborazioni occorrerà però verificare l'esito di una gara fra i tre principali player di questo mercato: Nielsen, Comscore o Gfk. Potrebbe essere una sola la società incaricata, ma anche tutte e tre per singole parti. Nel frattempo è arrivato a defmizione un altro progetto che vede impegnata Auditel: la ricerca di base comune con Audiweb. L'intesa fra le due società sarebbe già stata sostanzialmente finalizzata.

lunedì 30 maggio 2016

NEWS - Rivoluzione, compagni! Da luglio al via al rilevamento Auditel anche su tablet, smartphone, pc e visioni in differita. Il campione si allarga a oltre 15 mila famiglie dopo l'Auditel-gate di ottobre. Le categorie di pubblico indicizzate hanno però nomi da film porno: "donne doppio ruolo", "signore aperte", "uomini solidi", "resistenti", "sognanti", "donne insoddisfatte", "ragazzi evolutivi". E poi il non plus ultra: l'"anziano da osteria"!

Articolo tratto da "Il Messaggero"
Il superpanel è pronto a partire: da luglio Auditel comincerà a misurare gli ascolti con un campione allargato a 15 mila e 700 famiglie dotate del people meter, il congegno di nuova generazione che rileva gli ascolti globali, vale a dire tutte le modalità di fruizione del prodotto televisivo, tv tradizionale, satellitare, digitale, pc, smartphone, tablet più il time shifted viewing, cioè la visione dei programmi in differita (vale a dire registrati, per esempio con My Sky) che secondo indagini recenti è un sistema utilizzato da circa il 36 per cento degli italiani (in Europa siamo al 50 per cento). Come dire: la stagione che si sta concludendo sarà l' ultima misurata in modo classico. Una riposta necessaria all'evoluzione dell' intrattenimento casalingo con l' entrata in gioco di nuove piattaforme (basta pensare a Netflix e simili) e la crescente atomizzazione delle modalità di visione. Come cambieranno i numeri? Difficile stabilirlo: la Nielsen, che per conto di Auditel è la società che misura i comportamenti del nostro pubblico, si troverà a dover elaborare una quantità di dati assai complessa.
A cominciare da quello più mobile dei tablet e degli smartphone che, assieme al pc, secondo uno studio europeo rappresentano quasi il 3 per cento, cioè una fetta già corposa dell'utenza. Insomma, il rinnovamento è obbligato dal tumultuoso avvicendarsi di novità nel settore a cui si sono aggiunte le forti polemiche nate ad ottobre con la pubblicazione erronea dei componenti del panel (che portò anche a una sospensione della pubblicazione degli ascolti). Sono passati trent' anni da quando Auditel entrò in funzione, decretando in pratica l' esistenza del duopolio Rai-Mediaset. Era il dicembre dell 86 e il primo campione era composto da appena 600 famiglie. Due anni dopo erano 2420, nel 97 diventarono 5000. Ma, in questi ultimi dieci anni, l'evoluzione dell' offerta è stata tale che anche i meno propensi (leggi Mediaset) si sono convinti ad accettare la necessità di fotografare il radicale cambiamento che c'è stato e che, in qualche modo, è già contenuto anche nei rilevamenti dell' attuale sistema. Lo dicono i numeri complessivi che misurano l' ascolto quotidiano: evidenziano da una parte una frammentazione crescente dell'ascolto e dall'altra variazioni sensibili della platea televisiva complessiva: così, da gennaio di quest' anno ad aprile il primetime ha perso quasi 2 milioni di spettatori, scendendo da 27 milioni e 635 mila spettatori a 25 milioni e 989 mila, mentre il dato dell'intera giornata ha mostrato una flessione di 1,3 milioni. I nuovi rilevamenti cominceranno ad affluire in estate, ma prima di diventare pubblici saranno sottoposti a una serie di verifiche. Per la verità i test sono già in corso, con il campione sottoposto al viewing behaviour, al controllo del comportamento e diviso, a uso degli inserzionisti pubblicitari televisivi (che sono poi i destinatari fondamentali dell'indagine) in profili psicografici divisi secondo queste curiose categorie: sognanti, ragazzi evolutivi, pre-elite progettuale, donne doppio ruolo, elite femminile, elite maschile, protagonisti, lavoratore d'assalto, lavoro e svago, frizzanti, solide, resistenti, signore aperte, maschio preculturale, signore equilibrato, anziano da osteria, insoddisfatte, pacate, non classificabile.

Il nuovo Auditel, formato dai diecimila nuovi utenti che si sommeranno agli esistenti 5700 (che sono stati già completamente sostituiti, dopo l'incidente di ottobre), sarà monitorato da quasi 29 mila meter di ultima generazione, i GTAM lite, e sarà, dunque, funzionante dall' avvio della prossima stagione. Per la nuova organizzazione le emittenti pagheranno ad Auditel circa due milioni in più di euro (i 18 milioni del 2015 infatti diventeranno 19,8 nel 2016, con una ripartizione in base alle percentuali di audience di ciascun network associato). Per l'incidente dell'ottobre scorso la società Nielsen ha pagato un indennizzo di 957 mila euro e ha dovuto rifare l'intero campione a proprie spese. Per il futuro Auditel si è cautelata contrattualmente riservandosi di rescindere il contratto con Nielsen Italia, che vale appunto 20 milioni di euro all'anno.

lunedì 16 maggio 2016

NEWS - Se guardi (solo) Netflix eviti più di 4 giorni all'anno di pubblicità!

News tratta da Mic.com
Aside from the occasional "are you still watching?" notifications, Netflix users enjoy a seamless binge-watching TV and movie experience without interruption. Not having commercials to deal with is certainly a great perk, but just how much time was being saved by skipping them had never been quantified. Well, until now.
Streaming blog Cord Cutting decided to calculate how many hours of commercial time is avoided by a Netflix user each year, as opposed to a cable TV watcher, and the results are pretty substantial. By comparison, Netflix saves its users around six days a year that would be spent watching commercials. 
To calculate this, the blog took the 125 million hours of Netflix content its users stream per day and divided it between its 75 million subscriber base. (A typical user, then, would watch roughly 1.67 hours of Netflix content per day.) These numbers were compared with Nielsen data, which showed how many minutes of commercials were shown on traditional TV within a one-hour period. "So each subscriber saves him or herself about 160 hours of commercials per year by streaming their content through Netflix," the post reads. "To put that in perspective, the average American work week is 34.4 hours. Netflix is saving its subscribers 4.6 work weeks' worth of commercials each year." 
While this notion is exciting for subscribers of Netflix and similar streaming services, it's a massive concern for advertisers who are losing traditional commercial spots. Just last month, it was announced Saturday Night Live would cut its commercials by 30%, leaving more room for skits. 
As for Netflix users, keeping up such a torrid, commercial-free pace could be quite beneficial in the long run. As the A.V. Club notes, watching that amount of Netflix for 80 years would essentially save you a year of your life that could be spent viewing commercials on TV. Or, you could just go outdoors ... but that's a daunting task.

martedì 5 aprile 2016

NEWS - Le serie tv sempre più on demand anche in Italia (il 36% degli italiani), al 41% dei contenuti preferiti Vod. Il 67% predilige questa modalità per il binge-watching

Articolo tratto da "Affari&Finanza"
Sta cambiando il modo di vedere i programmi televisivi - si sta parlando soprattutto a li-veno globale - e le persone ricorrono sempre più al "video on demand - Vod" per decidere cosa guardare e quando farlo. Secondo l'indagine Video on demand, condotta da Nielsen coinvolgendo 30mila intervistati in 61 paesi, tra cui l'Italia, esiste una fetta ormai consistente di popolazione che si rivolge a servizi base offerti da player alternativi (per esempio, Netflix) o a servizi a valore aggiunto proposti da quelli tradizionali già attivi nel campo della pay tv su digitale terrestre o satellite. Il 36% degli italiani attivi in Internet fruisce di questo genere di servizi a pagamento, un fenomeno ancora contenuto se messo a confronto con la penetrazione a livello europeo o globale (tra il 50 e il 65 per cento). La modalità un demand (in pratica in streaming) sta diventando per molti un'abitudine, tant'è che oltre il 50% di chi ne fruisce accede ai servizi almeno tre volte alla settimana. Il dato è allineato a quello del vecchio continente, ma molto più contenuto rispetto al valore registrato a livello mondiale (85%). Le ragioni principali che spingono alla scelta dei servizi Vod sono abbastanza scontate, ovvero la possibilità di godere dei contenuti nei momenti della giornata più "comodi" (69%) e per il 67 per cento quella di fruire in sequenza di tutti gli episodi di una serie. Inoltre il 54% degli intervistati considera i servizi on demand, alternativi alla pay tv tradizionale, come meno costosi. E per quanto riguarda i device? Mediamente se ne usano dai due ai tre e il mobile svolge un ruolo importante. In fatti il 48% accede da smartphone, mentre il 38 per cento utilizza il tablet, anche se più della metà degli intervistati concorda nell'affermare che l'esperienza di visione dei contenuti non è cosi buona e ugualmente coinvolgente come quella che si avrebbe su uno schermo dimensioni più grandi. L'utilizzo dei servizi Vod è legato anche alla diversità degli interessi e dei gusti all'interno del nucleo familiare: ognuno può vedere contemporaneamente, su device differenti, ciò che preferisce (46% degli intervistati italiani contro il 66% di quelli a livello mondiale). I contenuti ritenuti più "interessanti" sono film (75%), serie tv (41%) e documentari (33%). La loro fruizione non coincide necessariamente con un'esperienza di isolamento. Il 39 per cento, infatti, afferma che ama utilizzare i social media (49% a livello europeo). La discussione avviene, quindi, con gruppi di interesse con i quali spesso si condivide una conoscenza approfondita e la passione per un determinato programma o per una particolare serie televisiva. Attualmente in Italia solo il 5% utilizza player alternativi per accedere a contenuti on demand, mentre a livello europeo e globale tale quota raggiunge rispettivamente 1'11 e il 26 per cento. Gli utenti di servizi video on demand ritengono l'advertising uno strumento in grado di supportarli nella soddisfazione dei loro bisogni: il 53% dichiara di essere disposto a vedere spot su prodotti di loro interesse, mentre il 39% riconosce alla comunicazione commerciale la capacità di suggerire prodotti che si è potenzialmente interessati a provare. Tuttavia il 62% è d'accordo nell'affermare che, oggi, la maggior parte della pubblicità riguarda prodotti che non sono di loro interesse.

martedì 15 marzo 2016

NEWS - Auditel, fatti da parte. Nielsen pronta a lanciare la "total audience" (tutti i device e ogni piattaforma, non solo la tv)


Articolo tratto da "Italia Oggi"
Prima c'era la misurazione degli ascolti televisivi tradizionali, poi è arrivata quella degli utenti online, ma separate. Alla fine, però, si arriverà a un'unica audience, la total audience, perché chi guarda X Factor o l'Isola dei famosi ormai lo può fare in modi diversi e non soltanto davanti al piccolo schermo. Una partita su cui sta scommettendo Nielsen, che negli Stati Uniti ha già preparato l'impianto per la total audience. Entro quest'anno, spiega in questa intervista Megan Clarken, presidente product leadership di Nielsen che a livello internazionale si occupa del progetto, la società di ricerche di mercato porterà anche in Italia tutte le componenti della total audience, anche se il lancio effettivo dipenderà dalle mosse di Auditel ed eventualmente di Audiweb. La partita perciò sarà su più fronti: Nielsen sta rilanciando per restare la società di riferimento nella rilevazione delle audience ma avrà la minaccia di nuovi concorrenti e in un momento in cui nel nostro Paese deve affrontare sfide e grattacapi: la gara Audiweb di cui finora è stato fornitore, l'ampliamento del panel Auditel ma soprattutto il problema nato proprio con la fuoriuscita di dati sui panelisti lo scorso ottobre e che ha portato la rilevazione a essere sorvegliata speciale.

D. Cosa misurerà la total audience?
R. Gli attuali rating (la misurazione degli ascolti, ndr) rispecchiano sempre meno l'audience effettiva dei programmi. Si limitano a una serie di regole definite dall'industria, alcune vecchie di 10 anni, si misurano gli ascolti in un determinato periodo o su un dispositivo specifico. Oggi le audience guardano i programmi in qualsiasi momento e in qualsiasi tipo di dispositivo. Proprio per questo Nielsen ha ampliato le sue misurazioni su tutti i device e piattaforme e su tutti i modelli pubblicitari. 

D. Si parla solo della tv? 
 R. No. La total audience si focalizza sul tipo di contenuti: video, audio, testo o display. Chiunque compete per la raccolta potrà usare lo stesso linguaggio paragonabile quando vende la propria pubblicità. Così che Yahoo, per esempio, potrà usare lo stesso linguaggio di Sky quando parla di audience sui video. 

D. Quindi si misurano i singoli contenuti laddove vengono guardati? 
R. Questo è il primo elemento della total audience: la misurazione del consumo dei media nelle diverse piattaforme e con i diversi device e attraverso i differenti modelli di advertising: tradizionale lineare, digitale dinamica, modelli su abbonamento senza pubblicità. Tutto in modo raffrontabile. E la misurazione delle pubblicità sarà separata dalla misurazione dei contenuti. 

D. Perché? 
R. Nel corso del tempo ci saranno sempre meno relazioni tra programmi e advertising. La pubblicità che vedo io non è la stessa che vede lei guardando lo stesso contenuto online o anche con la televisione nei dispositivi che lo consentono. Così da una parte produciamo il cosiddetto Total content rating per i contenuti e dall'altra un Total ad rating per la pubblicità. 11 primo serve per pianificare, il secondo per misurare post acquisto le inserzioni. 

D. La rilevazione della tv lineare è la stessa? 
R. Si, i rating televisivi tradizionali restano gli stessi: da 1 fino 35 giorni abbiamo i risultati per la tv tradizionale, mentre per il digitale andiamo anche oltre nella misurazione, teoricamente all'infinito. 

D. Due anni per il progetto, ora a che punto siete?  
R. Abbiamo completato la creazione dell'architettura della total audience, l'infrastruttura. La fase successiva è misurare il digitale dei broadcaster, per fare questo gli editori devono incorporare il nostro software. 

D. Il lancio commerciale? 
R. Negli Usa gli operatori devono appunto adottare il software e abituarsi ai dati. L'ideale per noi è che nel 2017 i dati abbiano portato a un'evoluzione dell'attuale sistema di rating. Nell'internazionale proseguiamo per gradi e lavoriamo con i joint industry committee (Auditel e Audiweb in Italia, ndr) in ciascun mercato, per fornire i dati rispettando i loro requisiti. 

D. In Italia cosa accadrà? 
R. Abbiamo molti dei pezzi che possono fornire la total audience. Porteremo il Digital content rating a fine anno e potremmo mettere insieme questi pezzi. Anche qui però lavoriamo in stretta collaborazione con i joint industry committee per fornire i servizi così come richiedono. Riconosciamo che sul mercato italiano ci sono gli stessi problemi di frammentazione della visione sui dispositivi digitali. 

D. Come è possibile mettere insieme il lineare col digitale?
R. Per il digitale semplicemente catturiamo le visioni con i tag inseriti nei contenuti (etichette digitali, ndr): sappiamo quale video è stato visto e l'identificativo del dispositivo attraverso cui è stato visto. Poi mandiamo questo identificativo al nostro partner di terze parti, Facebook negli Usa e nella maggior parte degli altri mercati. Facebook ci invia dati sull'età e sul sesso del possessore del dispositivo che noi correggiamo grazie ai panel del mercato tv e digitale. Da li possiamo allineare l'audience in base a quanto estrapoliamo anche dal panel. 

D. Il panel è considerato un metodo vecchio e per giunta i problemi in Italia hanno riguardato proprio il panel. Non si prescinde? 
R. Il panel viene usato per correggere le problematiche dei big data. Per esempio Facebook non ha bambini e quindi il panel fornisce i dati dei bambini. Non è in grado di identificare se il device è dato a un altro membro della famiglia per guardare un video. Per esempio, Facebook ci dice che un determinato device è usato da un uomo di 35 anni, ma non vede i dati sull'esposizione media, noi ci accorgiamo che quel programma era Spongebob Squarepants: quell'utente era in realtà una ragazzina di 10 anni e non un uomo di 35. 

D. Però così vi legate a un grande player della rete. La critica è che non c'è indipendenza. 
R. La nostra relazione con Facebook è semplicemente un abbinamento di dati: età-sesso. Ciò su cui noi ci concentriamo è di assicurarci di utilizzare dei provider che ci aiutino a fornire i dati di più elevata qualità per il mercato. 

D. Non siete gli unici, però, a muovervi sulla total audience. Anche Comscore negli Usa ha annunciato di lavorarci e in Italia si sta espandendo. 
R. Crediamo che il mercato richieda misurazioni indipendenti e noi attualmente siamo l'unico provider indipendente. Poi per fare la total audience devi avere accesso o essere il fornitore di misurazioni line-rari tradizionali (quelle televisive, ndr), altrimenti conosci solo un lato, il digitale. E importante per noi fornire la total audience in mercati in cui abbiamo accesso o forniamo il servizio di misurazione lineare. Ecco perché il mercato italiano è adatto a questa misurazione di Nielsen.

giovedì 21 gennaio 2016

NEWS - Auditel, fatti da parte! Prima innovazione dopo l'addio del presidente (vedi post di ieri l'altro): anche Facebook, dopo Twitter, nella rilevazione degli ascolti delle serie tv (poi anche Instagram)
(ANSA) - La "social tv", cioe' i commenti sui programmi televisivi fatti dagli utenti dei social network, entra sempre di piu' nell'indice degli ascolti, andando a decretare il successo o l'insuccesso di talent e telefilm. Nielsen ha infatti annunciato l'espansione del suo "Twitter TV Ratings", lo strumento con cui finora ha misurato l'attivita' e l'audience delle conversazioni su Twitter relative a quel che passa sul piccolo schermo, al miliardo e mezzo di persone che usano Facebook. La novita' che scruta il "secondo schermo" - quello di smartphone, tablet e pc, acceso mentre si guarda la tv - si
chiama "Social Content Ratings". Prendera' il via nella prima meta' di quest'anno in Usa, Italia, Australia e Messico, e piu' in la' iniziera' a monitorare anche le attivita' su Instagram. L'analisi di post, like e conversazioni e' piu' semplice su Twitter, dove i cinguettii sono quasi sempre pubblici e marcati da un hashtag, mentre e' complicata su Facebook, dove chi sta fuori non puo' vedere cosa stiamo pubblicando a meno che non decidiamo di aprire a tutti i nostri contenuti. Per bypassare l'ostacolo, Facebook fornira' a Nielsen le conversazioni sui programmi tv, in forma aggregata e anonima, tra cui i post condivisi con amici e familiari. La privacy degli utenti sara' comunque rispettata: il messaggio privato inviato a un amico restera' tale, ma se si scrivera' il proprio apprezzamento per una trasmissione sulla bacheca di un amico, quel post entrera' nel conteggio, cosi' come i like, i commenti e le condivisioni che ricevera'.

lunedì 12 ottobre 2015

NEWS - Auditel da rottamare! Ecco le prove che la rilevazione degli ascolti è una bufala: telecomandi fantasma, anonimato violato, rappresentazione del pubblico italiano falsata

Articolo tratto dal "Corriere della Sera"
Dal telecomando fantasma all’anonimato violato. Ecco le falle nel sistema dei rilevamenti tv raccontate da chi è nel panel. Ecco tutto ciò che avreste voluto sapere sull’Auditel e non avete mai osato chiedere: millimetrico, con un livello di anonimato da Guerra fredda e in grado di rappresentare tutti gli strati sociali, come racconta il mito? Non proprio a parlare con una famiglia che fa parte del panel da pochi mesi e che abbi am o contatta to in segui to allo scandalo dell’«Audigate» svelato dal Corriere. Primo: esiste il famigerato telecomando con il quale gli appartenenti al panel dovrebbero segnalare, di volta in volta, quante persone sono sedute davanti alla tv? La nostra famiglia — che chiameremo XY — non lo ha mai visto. Nessuno ne ha fatto cenno quando gli hanno montato il meter, lo strumento di rilevazione che è collegato sia alla tv che al decoder Sky. E, anzi, dalle domande poste dal personale sul numero di componenti del nucleo è facile supporre che il calcolo sia frutto di una media, che nell’epoca della sorveglianza di massa, di Edward Snowden e dei social network, risulta un tantino démodé (peraltro ci hanno scritto anche un saggio di successo: The average is over, liberamente traducibile come la media è morta). Potrebbe sembrare un particolare ma non lo è visto che la supposta superiorità del sistema Auditel nel calcolare lo share dei programmi rispetto alle metriche delle tv a pagamento come lo smart panel è basato proprio su questo numero magico. Magari qualcuno lo avrà questo telecomando ma, evidentemente, non tutti. Forse la famiglia XY fa eccezione. Secondo: per il disturbo della partecipazione al panel c’è un bonus annuo di 40 euro annui e per permettere al personale di montare i necessari strumenti di rilevazione bisogna dare la disponibilità a far entrare un tecnico dal lunedì al venerdì in orari d’ufficio. Le coppie che lavorano potrebbero dunque risultare sottostimate, come anche gli strati più ricchi della popolazione che difficilmente saranno propense ad accettare il disturbo. Altro elemento importante perché l’attendibilità dell’audience richiede che il panel riproduca il più esattamente possibile la stratificazione sociale, culturale ed economica delle persone davanti alla tv. Terzo, ultimo e forse più importante dubbio. Ma i dati su chi fa parte di questo sacro panel dal quale dipendono 4 miliardi circa di investimenti pubblicitari sui canali televisivi non dovrebbero essere trattati come la lista di chi detiene dei soldi non dichiarati al Fisco in Svizzera? Questo è l’occhio del ciclone dell’Audigate, visto che da quanto è stato scoperto dal Corriere e poi confermato da Auditel, Nielsen (la società a cui sono affidate le rilevazioni) e Rai e Upa in qualità di azionisti dell’Auditel, il panel è stato contaminato da uno scambio improprio di email che ne hanno minato la segretezza. La teoria dice che i nomi dovrebbero essere preservati dall’Auditel stessa mentre Nielsen dovrebbe gestire solo codici non riconducibili all’anagrafe. Peccato che la famiglia XY sia stata contattata direttamente sul cellulare per la richiesta di partecipazione, con nome e cognome. È vero che esiste un codice famiglia ma le comunicazioni arrivano via posta tradizionale con no me, co gn om e e in dirizzo. I n so ldo ni Nielsen, società privata che visto il proprio business avrebbe anche dei potenziali conflitti di interessi, sa tutto. Un’altra eccezione? La ciliegina sulla torta è che la famiglia XY era stata già contattata anni fa per fare parte del panel ( al tempo aveva declinato). Essere pescati due volte su 60 milioni di abitanti è una bella casualità da fare impazzire gli amanti del calcolo delle probabilità. Il mistero del telecomando fantasma e le falle nell’anonimato si sommano alle domande dell’«Audigate»: quali email hanno inquinato il panel dato che le famiglie vengono contattate tramite posta analogica? Chi aveva accesso a queste mailing list? Chi ne garantisce la segretezza? Di quante email stiamo parlando? Grattacapi a realtà aumentata per il board Auditel di mercoledì.

venerdì 20 settembre 2013

NEWS - Revolution (e stavolta Abrams non c'entra)! Dal 2014 in America verranno rivelati anche gli ascolti tv "mobili" (da noi l'Auditel è ancora legato a chi ha le prese telefoniche nel muro!)
Articolo tratto da "Variety"
TV programmers frustrated that shows watched on tablets and smartphones have been invisible to Nielsen’s ratings may finally get a solution — next year.
Next week, Nielsen will formally announce to clients a timetable for a long-awaited development: In September 2014, the firm is aiming to be able to attribute linear TV viewed on smartphones and tablets to its National TV ratings.
The approach, the culmination of more than three years of work, will for the first time provide a single, consistent measure of live programming viewing across both TV and digital, according to the firm. That could solve a problem that has vexed TV nets and marketers: Today, there’s no satisfactory way to harmonize data about video content and advertising viewed on TV, online, mobile and other platforms.
“Networks are starving for a number they can publish that really represents their audience not just on TV but across all platforms,” said Eric Solomon, Nielsen’s senior VP of global audience measurement. “I think it will start changing the narrative that ‘people are not watching TV shows.’ It’s that they’re watching on different platforms.”
The new Nielsen capability means live television streamed through such apps as ABC’s WatchABC, as well as on iPad video apps from cable operators, can now be counted toward the total numbers on which programmers get paid by TV advertisers.
Viacom Media Networks chief research officer Colleen Fahey-Rush is taking a wait-and-see attitude.
“They have a lot to deliver,” she said, who describes Nielsen as “kind of like the bad boyfriend who keeps letting you down but you can’t break up with him, because he’s the only boy in the whole school.”
In tandem, Nielsen is working to deliver Digital Program Ratings, which measure consumption of TV content online delivered without the national commercials (replaced with digitally inserted online ads), in the first quarter of next year. The firm announced a pilot of Digital Program Ratings in April that includes participation from ABC, CBS, Fox, NBC, A&E, CW, Discovery, Univision and AOL.
“What we’re trying to do is bring a lot of the TV model to the digital world,” said Solomon. “This will find Nielsen-coded content on any platform.”
The Digital Program Ratings data uses the same methodology as Nielsen’s Online Campaign Ratings service, which is based on about half of homes in its National People Meter panel (about 10,000 households that also have agreed to let the company monitor their online consumption). To glean age and gender data and cross-reference that with the viewing numbers, Nielsen cut a pact with Facebook, which has about 179 million monthly active users in the U.S.
The two Nielsen digital initiatives support both linear TV and digital ad models, according to Solomon. “A key learning for us was that no two clients are approaching this question of distribution in the same way — they need flexibility to choose the monetization model they use,” he said.
Do the Nielsen efforts go far enough? Industry observers are encouraged by the projects, calling them steps in the right direction, but said they’re not a panacea.
“The fact that (incorporating mobile viewing into TV ratings) is still a year off shows we’re not moving at the speed that marketers and consumers are,” said David Cohen, chief media officer for ad agency Universal McCann.
About the grumbling that Nielsen has taken far too long to progress in this area, Solomon said the company can’t unilaterally alter its national TV ratings given the billions of dollars in advertising sold based on the data. “Any change to that is thought through and analyzed to death, and that’s one of the reasons why this seems to take so long,” he said.
In the absence of action by Nielsen, several programmers have placed bets on other research initiatives. Perhaps the most ambitious is ESPN’s hybrid Project Blueprint, which the sports cabler began testing in February.
It is based on comScore’s services tracking 1 million PCs and 14,000 mobile devices, combined with data from 4.5 million cable set-tops. To that, Project Blueprint layers in data from Arbitron’s 70,000 Portable People Meter, to add radio exposure and a cross-reference of television. Finally, in the critical linchpin, the data uses a single-source “calibration panel” of 2,000 PPM users that provides a reality check across all media — TV, online, mobile and radio.
“Our message is, this thing works and it works extremely well,” said Artie Bulgrin, ESPN’s senior vice president of research and analytics. “The cross-platform data we see is very logical to us. It is a badly needed layer of quantitative data that the industry desperately needs to understand net reach across platforms over an extended period of time.”
ESPN wants to use Project Blueprint to conduct real business. At its 2014 upfront next spring, it plans to present a full year of usage data showing its cross-platform reach for programming including the NFL, NBA and college football and basketball seasons. Based on initial results this summer, ESPN digital properties provide a reach lift of 18% for adults — and 23% for men — over the reach of the TV networks alone.
“I think it could very well be ‘the’ answer, and if it isn’t it’s pretty close to it,” Bulgrin claimed.
Aside from ESPN, however, nobody else is using Project Blueprint today and the methodology still awaits industry vetting. Another potential hitch is that Nielsen is in the midst of acquiring Arbitron, pending regulatory review, and it’s possible Nielsen may decide to not continue to participate in Project Blueprint.

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