L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
IL FOGLIO
Occhio al "Flash" italiano (che non sfreccia ma scatta)
"Scriveva William Hazlitt - pittore, saggista, gran conoscitore dell'animo umano vissuto a Londra tra sette e ottocento: "Il testamento è l'ultima occasione che abbiamo per dare sfogo alla nostra perfidia, e di solito ne facciamo buon uso". Il fotografo di matrimoni che ne ha viste tante pensa con lo stesso cinismo che il matrimonio sia una guerra. Non tra i coniugi, che avranno tanto tempo a disposizione per litigare, finché divorzio non li separi (e come diceva Woody Allen, un matrimonio finisce ma un divorzio dura tutta la vita). Una guerra di nervi tra il fotografo e i fotografati, ostacoli tra l'artista e il capolavoro: una volta era l'album con immagini seppiate e studiatissime; oggi è lo slide show per la cornicetta elettronica, corredato dal video che - fanno da modello i reality show - rievoca il primo incontro, il fidanzamento e i pettegolezzi degli amici prima di immortalare il taglio della torta-grattacielo. Abbiamo visto con i nostri occhi - a sentirlo raccontare non l'avremmo creduto - una sposa in un paesello del napoletano tallonata dal fotografo e dal videomaker, più un drone che la riprendeva dall'alto, dopo un giretto panoramico tra mare e terra. "Spettinala un pochino", ordinava il fotografo. "Dille qualcosa per farla ridere", ordinava il videomaker. Confessiamo di aver osservato la scena finché l'allegra compagnia ha cambiato set (non abbiamo avuto la sfacciataggine di seguire il corteo). Poi abbiamo scoperto che un matrimonio senza il ragno meccanico svolazzante non è un matrimonio (e gli incidenti di percorso, quando il drone atterra sulla testa degli sposi, sono registrati su YouTube). I trascorsi fanno di noi lo spettatore modello per "Flash", la futura serie (finora esiste solo il pilot) vincitore del Premio Solinas - La bottega delle webserie (in collaborazione con Rai Fiction, sperimenta format a puntate). Presentato al festival maremmano FuoriSerie - debutta quest'anno, ormai ogni comune italiano ha la sua manifestazione d'arte e cultura, nuovo governo permettendo - il primo episodio è già su Rai Play e il 29 giugno andrà in onda su RaiTre. Scrive e dirige Valerio Vestoso, già al lavoro sui prossimi episodi. Volendo dare un consiglio, meglio concentrarsi sulla sceneggiatura e lasciare la regia ad altri (magari rileggersi Adam Smith sui vantaggi della divisione del lavoro: se un uomo deve fabbricarsi uno spillo gli viene storto e impiega un sacco di tempo, se qualcuno estrae il metallo e qualcun altro lo mette in forma escono spillini ben fatti e meno costosi). Così si evitano le macchiette I personaggi funzionano, ora il problema è non ridurli a macchiette (per portare a esempio una serie italiana, "Boris" aveva schivato l'ostacolo con un bel lavoro di gruppo). Oltre al fotografo titolare, in "Flash" c'è il laureando in cerca di stage, lo specialista di filmini Lello Spielberg, il reggitore di flash che regge tre ore immobile, e Don Nikon, che ha un'idea tutta sua della religione e della fotografia: "Quando il signore invitava a porgere l'altra guancia, non voleva forse invitarci a mostrare il profilo migliore?". Regia e recitazione sono scolastiche, potrebbero migliorare. Vale anche per il montaggio, per certe giacche blu elettrico e per il ciuffo dello stagista. La sposa è stata sei ore sotto i ferri (del parrucchiere) e fa spuntare sotto il vestito una coda da sirena (il genitore intanto calcola quanto sono costate le orribili bomboniere). "Perlacea" è la parola magica: produce la bocca a cuore, l'occhio da triglia, la posa da crampo. Il fotografo scatta, sognando l'assegno". (Mariarosa Mancuso)
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sabato 7 luglio 2018
venerdì 14 ottobre 2016
NEWS - Allarme Netflix! Disney, Apple e Amazon alla porta per acquisire la società (la politica di essere distributore-produttore di serie tv non regge...)
Articolo tratto da "Il Foglio"
In queste settimane nei consigli d’amministrazione della Silicon Valley uno dei temi più dibattuti è quello delle Merger & Acquisition. Non si è ancora spento il chiacchiericcio sul possibile acquirente dell’affannata Twitter – anche se i potenziali stanno tutti facendo un passo indietro – ed ecco che arriva sul tavolo un altro bocconcino prelibato, ovvero Netflix. Al contrario di Twitter, la società che opera nel campo del SVOD (Subscription Video On Demand) sta andando apparentemente bene: 80 milioni di utenti totali nel 2016 con una previsione di crescita a 100 milioni entro il 2018 nei 190 paesi in cui è presente. Inoltre la produzione di film e serie tv (da “House of Cards” fino alle ultime “Stranger Things” e “Narcos”) stanno riscuotendo successo di critica e pubblico. Il vero problema però è che il modello di business che Netflix ha deciso di intraprendere rischia di non essere sostenibile se supportato solo con le proprie risorse. Da qualche mese è piuttosto chiaro che la strada intrapresa dal fondatore e amministratore delegato Reed Hastings è quella di essere sia un distributore sia un produttore globale di contenuti online, tuttavia gli introiti che arrivano dalla crescita (rallentata) degli abbonamenti e dalle licenze d’uso degli altri network non sono sufficienti. C’è quindi bisogno di una società madre sufficientemente capitalizzata che possa sostenere economicamente lo sviluppo del business. Sul podio degli acquirenti ci sono Disney, Apple e Amazon e ognuna di queste società ha i mezzi, ma soprattutto degli ottimi motivi, per poter acquistare la public company di Los Gatos, California. Disney, innanzitutto. La multinazionale dell’intrattenimento è già in un certo senso partner di Netflix, avendole affidato la produzione e distribuzione di serie “Originals” di molti personaggi Marvel (marchio acquisito da Disney nel 2009) come “Daredevil” e l’ultimissimo “Luke Cage”. Inoltre nel cosiddetto Regno di Disney che contiene network (tra cui la sportiva ESPN) contenuti di ogni tipo (da Pixar al franchise Star Wars), parchi a tema e merchandising, un over-the-top come Netflix ci starebbe benissimo. Apple è alla disperata ricerca di un Ottche funzioni come “Netflix Killer” visto che la sua piattaforma iTunes per video è ormai poco efficiente. Cosa di meglio se non acquisire la stessa Netflix e replicare ciò che ha fatto sulla musica, ovvero acquistare Beats per 3 miliardi di dollari e rinominarla Apple Music? A differenza di Disney però, Netflix rappresenterebbe uno strumento di marketing per incrementare le vendite dei suoi device, quindi è evidente che il prezzo cui è disposta a pagare rischia di essere inferiore rispetto alle altre pretendenti. Infine c’è Amazon che a oggi risulta essere uno dei principali concorrenti di Netflix, anch’esso distributore e produttore di contenuti di intrattenimento tra cui “Transparent” “Mozart in the Jungle” e l’ultimo “Crisis in Six Scenes” di Woody Allen. E’ evidente che l’acquisto di Netflix renderebbe l’offerta di Jeff Bezos ancora più ricca e fortemente integrata (ma forse con qualche problemino con l’Antitrust). Insomma, gli interessi e le strategie sull’acquisto di Netflix sono molti: la società con la N rossa non potrà a lungo vivere solo con le proprie risorse, quindi prima o poi sarà costretta a vendersi al miglior offerente. Tutto sta capire a chi e soprattutto quando. Le recenti grosse acquisizioni societarie ci hanno spiegato che nelle fusioni & acquisizioni il time-to-market è fondamentale e le dichiarazioni d’intenti valgono ben poco – il caso Vivendi-Mediaset Premium è ancora davanti ai nostri occhi.
Articolo tratto da "Il Foglio"
In queste settimane nei consigli d’amministrazione della Silicon Valley uno dei temi più dibattuti è quello delle Merger & Acquisition. Non si è ancora spento il chiacchiericcio sul possibile acquirente dell’affannata Twitter – anche se i potenziali stanno tutti facendo un passo indietro – ed ecco che arriva sul tavolo un altro bocconcino prelibato, ovvero Netflix. Al contrario di Twitter, la società che opera nel campo del SVOD (Subscription Video On Demand) sta andando apparentemente bene: 80 milioni di utenti totali nel 2016 con una previsione di crescita a 100 milioni entro il 2018 nei 190 paesi in cui è presente. Inoltre la produzione di film e serie tv (da “House of Cards” fino alle ultime “Stranger Things” e “Narcos”) stanno riscuotendo successo di critica e pubblico. Il vero problema però è che il modello di business che Netflix ha deciso di intraprendere rischia di non essere sostenibile se supportato solo con le proprie risorse. Da qualche mese è piuttosto chiaro che la strada intrapresa dal fondatore e amministratore delegato Reed Hastings è quella di essere sia un distributore sia un produttore globale di contenuti online, tuttavia gli introiti che arrivano dalla crescita (rallentata) degli abbonamenti e dalle licenze d’uso degli altri network non sono sufficienti. C’è quindi bisogno di una società madre sufficientemente capitalizzata che possa sostenere economicamente lo sviluppo del business. Sul podio degli acquirenti ci sono Disney, Apple e Amazon e ognuna di queste società ha i mezzi, ma soprattutto degli ottimi motivi, per poter acquistare la public company di Los Gatos, California. Disney, innanzitutto. La multinazionale dell’intrattenimento è già in un certo senso partner di Netflix, avendole affidato la produzione e distribuzione di serie “Originals” di molti personaggi Marvel (marchio acquisito da Disney nel 2009) come “Daredevil” e l’ultimissimo “Luke Cage”. Inoltre nel cosiddetto Regno di Disney che contiene network (tra cui la sportiva ESPN) contenuti di ogni tipo (da Pixar al franchise Star Wars), parchi a tema e merchandising, un over-the-top come Netflix ci starebbe benissimo. Apple è alla disperata ricerca di un Ottche funzioni come “Netflix Killer” visto che la sua piattaforma iTunes per video è ormai poco efficiente. Cosa di meglio se non acquisire la stessa Netflix e replicare ciò che ha fatto sulla musica, ovvero acquistare Beats per 3 miliardi di dollari e rinominarla Apple Music? A differenza di Disney però, Netflix rappresenterebbe uno strumento di marketing per incrementare le vendite dei suoi device, quindi è evidente che il prezzo cui è disposta a pagare rischia di essere inferiore rispetto alle altre pretendenti. Infine c’è Amazon che a oggi risulta essere uno dei principali concorrenti di Netflix, anch’esso distributore e produttore di contenuti di intrattenimento tra cui “Transparent” “Mozart in the Jungle” e l’ultimo “Crisis in Six Scenes” di Woody Allen. E’ evidente che l’acquisto di Netflix renderebbe l’offerta di Jeff Bezos ancora più ricca e fortemente integrata (ma forse con qualche problemino con l’Antitrust). Insomma, gli interessi e le strategie sull’acquisto di Netflix sono molti: la società con la N rossa non potrà a lungo vivere solo con le proprie risorse, quindi prima o poi sarà costretta a vendersi al miglior offerente. Tutto sta capire a chi e soprattutto quando. Le recenti grosse acquisizioni societarie ci hanno spiegato che nelle fusioni & acquisizioni il time-to-market è fondamentale e le dichiarazioni d’intenti valgono ben poco – il caso Vivendi-Mediaset Premium è ancora davanti ai nostri occhi.
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martedì 11 ottobre 2016
NEWS - La metà delle visioni on demand in Italia riguarda le serie tv. Al primo posto Netflix, di poco dietro Infinity e poi Skyonline. Sette internauti su dieci guardano i telefilm sul mobile. La spesa degli italiani per i video on line aumentata del 27% nell'ultimo anno
News tratta da "Corriere Economia"
Schermi ultra-luminosi e sempre più grandi, da 5 o 5,5 pollici. Processori più rapidi. Maggiore autonomia e connessioni veloci con il 4G. Grazie a queste evoluzioni lo smartphone si sta trasformando nella nuova televisione. Fa concorrenza non solo allo schermo piatto da salotto, ma anche ai tablet. Per la prima volta quest anno oltre la metà dei video online nel mondo (il 51%) sono stati guardati sugli schermi mobili. Lo rivela il Global Video Index 2016 di Ooyala, indagine diffusa il 30 settembre che ha tracciato il consumo di 3,5 miliardi di video visti in streaming da 220 milioni di internauti. Non solo i video brevi condivisi gratis su YouTube e Facebook, ma anche quelli più lunghi, on demand: l'indagine indica che i «power user», i più assidui, sono gli abbonati ai servizi Svod (Subscribers video on demand, il video online in abbonamento) come Netflix o Amazon Prime Video. Nel 76% dei casi guardano contenuti televisivi, serie o show sul dispositivo mobile almeno due o tre volte alla settimana. Le nuove abitudini stanno contagiando anche gli italiani: sono 2 milioni e 250 mila gli utenti di SkyGo, il videostreaming su tablet e smartphone per i clienti abbonati da un anno a Sky che permette di vedere 40 canali e migliaia di titoli on demand di cinema o serie tv. «Sui canali prevale lo sport visto dal 70% degli spettatori, nell'on demand il 50% delle scelte è invece sulle serie tv», precisano in SkyItalia. A spingere la visione sul mobile non sono solo l'immediatezza e la comodità, ma anche la possibilità di commentare in tempo reale con gli amici sul telefonino ciò che si guarda. «La spesa dei consumatori italiani per i contenuti di video online in abbonamento, o Svod, è cresciuta del 27% nell'ultimo anno e vale la metà del mercato totale Internet, ossia circa 50 milioni di euro — spiega Andrea Lamperti, direttore dell'Osservatorio Internet Media del Politecnico di Milano —. Sono oltre 3 milioni gli italiani che hanno utilizzato almeno un servizio Svod, considerando gli utenti paganti e quelli che sono nel periodo di prova, secondo la nostra ricerca in collaborazione con Doxa». L'arrivo di Netflix ha dinamizzato il mercato con un duplice effetto: ha spinto i player già presenti a migliorare la loro offerta e ha aumentato l'interesse dei consumatori. Il modello Svod piace non solo per la facilità di connessione e l'offerta a basso costo (7,99 euro al mese quella di base su Netflix, 5,99 su Infinity, 9,99 il pacchetto Serie tv o il pacchetto Cinema sulla NowTv di Sky, lanciata a giugno), ma anche per la scelta personalizzata e la flessibilità. L'istituto di ricerche Nextplora ha condotto sullo Svod un sondaggio nazionale in giugno (600 intervistati dai 18 ai 55 anni). «II 15% degli intemauti adulti in Italia nell'ultimo anno ha consumato contenuti video sulle piattaforme di streaming a pagamento — dice il manager director Massimo Ni- colini —. È un mercato nuovo, ancora molto variegato e dinamico. Al primo posto tra le ragioni di scelta cë la convenienza. Segue la possibilità di accedere ovunque al servizio, anche in mobilità, quindi la mancanza di un vincolo contrattuale». Oltre la metà degli intervistati è ricorsa al videostreaming per vedere serie-tv o film e la scelta del servizio vede al primo posto Netflix (48%), seguito da Infinity (Mediaset) al 40% e Skyonline (ora NowTv) al 37 per cento. Francia, Italia e Spagna sono i mercati più promettenti per lo Svod in Europa, dopo quelli già consolidati di Gran Bretagna e Germania. «La spesa per gli abbonamenti Svod nell'Europa occidentale, che nel 2015 è stata di 2 miliardi di euro, arriverà a 3 miliardi di euro a fine 2016», prevede His Technology, che indica anche un possibile raddoppio del mercato spagnolo e di quello italiano. A un anno dall'arrivo di Netflix in Italia, si prepara lo sbarco del suo principale concorrente: Ama-zon Prime Video. Dovrebbe lanciare il servizio in contemporanea in Francia, Spagna e Italia prima di Natale, scrive Le Figaro, e crescenti rumor in Rete lo danno in arrivo per fine novembre. Sarà l'occasione anche per noi di vedere Crisis in six scenes? È la prima serie firmata e interpretata da Woody Allen, sei episodi da 30 minuti, prodotta e lanciata da Amazon il 30 settembre. Per ora, solo per gli anglosassoni.
News tratta da "Corriere Economia"
Schermi ultra-luminosi e sempre più grandi, da 5 o 5,5 pollici. Processori più rapidi. Maggiore autonomia e connessioni veloci con il 4G. Grazie a queste evoluzioni lo smartphone si sta trasformando nella nuova televisione. Fa concorrenza non solo allo schermo piatto da salotto, ma anche ai tablet. Per la prima volta quest anno oltre la metà dei video online nel mondo (il 51%) sono stati guardati sugli schermi mobili. Lo rivela il Global Video Index 2016 di Ooyala, indagine diffusa il 30 settembre che ha tracciato il consumo di 3,5 miliardi di video visti in streaming da 220 milioni di internauti. Non solo i video brevi condivisi gratis su YouTube e Facebook, ma anche quelli più lunghi, on demand: l'indagine indica che i «power user», i più assidui, sono gli abbonati ai servizi Svod (Subscribers video on demand, il video online in abbonamento) come Netflix o Amazon Prime Video. Nel 76% dei casi guardano contenuti televisivi, serie o show sul dispositivo mobile almeno due o tre volte alla settimana. Le nuove abitudini stanno contagiando anche gli italiani: sono 2 milioni e 250 mila gli utenti di SkyGo, il videostreaming su tablet e smartphone per i clienti abbonati da un anno a Sky che permette di vedere 40 canali e migliaia di titoli on demand di cinema o serie tv. «Sui canali prevale lo sport visto dal 70% degli spettatori, nell'on demand il 50% delle scelte è invece sulle serie tv», precisano in SkyItalia. A spingere la visione sul mobile non sono solo l'immediatezza e la comodità, ma anche la possibilità di commentare in tempo reale con gli amici sul telefonino ciò che si guarda. «La spesa dei consumatori italiani per i contenuti di video online in abbonamento, o Svod, è cresciuta del 27% nell'ultimo anno e vale la metà del mercato totale Internet, ossia circa 50 milioni di euro — spiega Andrea Lamperti, direttore dell'Osservatorio Internet Media del Politecnico di Milano —. Sono oltre 3 milioni gli italiani che hanno utilizzato almeno un servizio Svod, considerando gli utenti paganti e quelli che sono nel periodo di prova, secondo la nostra ricerca in collaborazione con Doxa». L'arrivo di Netflix ha dinamizzato il mercato con un duplice effetto: ha spinto i player già presenti a migliorare la loro offerta e ha aumentato l'interesse dei consumatori. Il modello Svod piace non solo per la facilità di connessione e l'offerta a basso costo (7,99 euro al mese quella di base su Netflix, 5,99 su Infinity, 9,99 il pacchetto Serie tv o il pacchetto Cinema sulla NowTv di Sky, lanciata a giugno), ma anche per la scelta personalizzata e la flessibilità. L'istituto di ricerche Nextplora ha condotto sullo Svod un sondaggio nazionale in giugno (600 intervistati dai 18 ai 55 anni). «II 15% degli intemauti adulti in Italia nell'ultimo anno ha consumato contenuti video sulle piattaforme di streaming a pagamento — dice il manager director Massimo Ni- colini —. È un mercato nuovo, ancora molto variegato e dinamico. Al primo posto tra le ragioni di scelta cë la convenienza. Segue la possibilità di accedere ovunque al servizio, anche in mobilità, quindi la mancanza di un vincolo contrattuale». Oltre la metà degli intervistati è ricorsa al videostreaming per vedere serie-tv o film e la scelta del servizio vede al primo posto Netflix (48%), seguito da Infinity (Mediaset) al 40% e Skyonline (ora NowTv) al 37 per cento. Francia, Italia e Spagna sono i mercati più promettenti per lo Svod in Europa, dopo quelli già consolidati di Gran Bretagna e Germania. «La spesa per gli abbonamenti Svod nell'Europa occidentale, che nel 2015 è stata di 2 miliardi di euro, arriverà a 3 miliardi di euro a fine 2016», prevede His Technology, che indica anche un possibile raddoppio del mercato spagnolo e di quello italiano. A un anno dall'arrivo di Netflix in Italia, si prepara lo sbarco del suo principale concorrente: Ama-zon Prime Video. Dovrebbe lanciare il servizio in contemporanea in Francia, Spagna e Italia prima di Natale, scrive Le Figaro, e crescenti rumor in Rete lo danno in arrivo per fine novembre. Sarà l'occasione anche per noi di vedere Crisis in six scenes? È la prima serie firmata e interpretata da Woody Allen, sei episodi da 30 minuti, prodotta e lanciata da Amazon il 30 settembre. Per ora, solo per gli anglosassoni.
mercoledì 20 aprile 2016
NEWS - A(m)mazon, che concorrenza! Netflix sotto attacco dalla sempre più competitiva Prime Video
Articolo tratto da "Italia Oggi"
Amazon
lancia definitivamente il guanto di sfida a Netflix sul video on demand.
Da domenica gli americani possono abbonarsi al servizio Prime Video del
gigante dell'e-commerce a 8,99 dollari al mese senza vincoli (al cambio
attuale circa 8 euro) ovvero 1 dollaro in meno dell'abbonamento più
diffuso di Netflix, quello in Hd che costa 10 dollari (per la
definizione standard si parte invece da 7,99 dollari). Fino a questo
momento Prime Video era un bonus inserito nel più generale Prime di
Amazon, che costa 99 dollari all'anno e il cui principale servizio è la
consegna degli ordini sul sito gratis in massimo due giorni più vari
altri benefit, tra cui musica in streaming e una selezione di ebook. Dal
momento che ogni mossa di Jeff Bezos è pesata e calcolata,
evidentemente l'offerta video è ormai giudicata abbastanza competitiva
rispetto a quella di Netflix e in grado di camminare da sola. Da un po'
di tempo, infatti, Amazon ha cominciato a investire seriamente per
acquisire diritti in esclusiva per Prime Video (Downton Abbey e Mr
Robot, fra gli altri), ha direttamente prodotto serie come Mozart in the
jungle e Transparent arruolando persino Woody Allen per una nuova serie
che sarà lanciata quest'anno.
Per giunta, lanciando un'offerta video separata dal resto, Bezos potrà
ottenere un altro vantaggio (o forse è questo il principale motivo, chi
lo sa): quello di far capire agli utenti il valore di un abbonamento
tradizionale a Prime, che fatti i conti costa meno del solo video e
offre di più. Non ci sono numeri sui clienti di Prime negli Usa, ma
alcune stime parlano di 50/60 milioni di abbonati, dati comunque non
significativi per capire quanti abbiano fatto l'abbonamento in primo
luogo per i video. Analizzando l'utilizzo dei dati in rete, c'è chi
ipotizza gli utenti reali di Prime Video siano il 10% di quelli di
Netflix negli Usa, pari a 45,4 milioni a fine marzo. In Italia il
servizio Prime consente di avere le consegne in un giorno su 1 milione
di prodotti a 19,99 euro all'anno, ma non c'è ancora il video on demand,
presente al di fuori degli Usa solo in Regno Unito e Germania.
L'annuncio di Amazon è arrivato poche ore prima del rilascio della
trimestrale di Netflix (avvenuto nella tarda serata di ieri quando
questo giornale era chiuso in redazione), anche questa una mossa
scaltra: quando si scoprirà se gli 1,75 milioni di abbonati netti in più
negli Usa previsti dall'azienda saranno stati raggiunti, si parlerà
molto anche della nuova sfida di Bezos.
News: #KevinBacon to Star in Jill Soloway's @Amazon Pilot #ILoveDick.https://t.co/rPPRMxKqcE
— AccademiaTelefilm (@AcademyTelefilm) 19 aprile 2016
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giovedì 14 aprile 2016
NEWS - Netflix, niente numeri ufficiali sugli abbonati in Italia ma la "tv su misura" è il modello da seguire. "Oggi le serie tv si adattano ai nostri ritmi e ai nostri schermi" (Reed Hastings dixit)
Articolo tratto da "La Repubblica"
"Ai nostri figli non verrà mai in mente di chiedere: cosa c'è stasera in tv? Quel mondo è finito". Reed Hastings, gran capo di Netflix, tenta di scrivere così l'epitaffio della televisione tradizionale. Lo fa fra le vetrate alte dieci metri e le putrelle di ferro di La Cité du cinéma di Luc Besson, periferia nord di Parigi, davanti a centinaia di giornalisti. Il colosso di Los Gatos, in California, qui ha ribadito e aggiornato i suoi numeri: 75 milioni di abbonati e la presenza in 190 paesi quando erano poco più di cinquanta a fine 2015. Manca solo la Cina, ma è questione di tempo, oltre a Corea del Nord e Siria. Una marcia trionfale dello streaming. Non si sa quante siano effettivamente le sottoscrizioni a pagamento, si parte da 7,99 euro al mese, e quelle che usufruiscono del mese gratuito di prova. A gennaio, da stime attendibili, in Italia il numero di registrazioni al servizio era di circa 280 mila dopo due mesi dal lancio. Delle quali però "solo" 110 mila circa si erano trasformate in abbonamenti. Pochi, secondo Pier Silvio Berlusconi. Eppure da allora sono già diventati 250 mila. Aggiungendo Sky Online, Infinity di Mediaset e TimVision si arriva a circa a un milione e 250 mila spettatori per lo streaming. Ed è probabile, anzi certo, che fra sei mesi la situazione sarà completamente diversa. Che sia l'unica tv del futuro è dubbio, di sicuro è un modello che sta costringendo tutti ad adottare contromisure, come dimostra l'accordo Mediaset-Vivendi per far nascere a settembre il primo colosso europeo - anzi "latino' come lo definisce Vincent Bolloré - del settore. Ed è anche la tv tecnologicamente più avanzata, facile da usare o, come spiega Hastings, "su misura". «L'operazione Vivendi-Mediaset non ci spaventa», commenta serafico. «In America, dove in tanti competono, c'è spazio per tutti. E fa piacere che da voi alcuni protagonisti del mondo televisivo (il riferimento è a Pier Silvio Berlusconi, ndr) perdano tempo a parlare di Netflix. La realtà è che abbiamo avuto partenze difficili, in Brasile ad esempio, ma non è il caso dell'Italia». Non fornisce numeri esatti, ma ribadisce la previsione: in sette anni saranno in un terzo delle nostre case. «Vhs e dvd sono state la prima forma di televisione on demand», dice Hastings ricordando gli esordi dell'azienda nel 1997, quando per dieci anni non fece altro che affittare e spedire dvd. «Ma quella di oggi è una tv che si adatta ai nostri ritmi, agli schermi che usiamo, puoi fermare la visione e riprenderla quando e dove vuoi. Grazie al modo di guardare delle persone, riusciamo a sapere cosa serve e come migliorare in continuazione». Pubblicano le puntate delle serie tutte assieme perché per loro sono come un libro: lo leggi quando vuoi e per quanto tempo preferisci. Potendo scegliere in un catalogo ampio, ma non infinito, che stando alle stime vale negli Stati Uniti 1100 show televisivi e 4500 film, mentre in Italia si parla di 126 serie e 1000 film. Altrove, fra Africa e Asia, i numeri scendono ancora e non di poco. Mediamente però, fanno notare qui a Parigi, la maggior parte delle persone guarda fra i 40 e i 50 titoli in un catalogo che ne offre migliaia. Una delle pietre di volta, si è detto spesso in passato, sono le
serie e film originali e il fatto di renderle disponibili subito. II 10 marzo la seconda stagione di Daredevil è apparsa nel catalogo dei 190 paesi dove Netflix è presente. E pensare che tre anni fa non produceva ancora nulla ma si limitava a trattare i contenuti di altri. Oggi alterna successi globali come House of Cards a serie locali come Marseille con Gerard Depardieu, che verrà pubblicata il 5 maggio. Oltre a film come Special Correspondents (esce il 29 di questo mese), firmato da Ricky Gervais, "padre' della serie cult The Office. Che sul palco di Parigi ha parlato «di una tv per tutti senza più cornpromessi e palinsesti decisi dall'alto». Frasi di circostanza, per carità, ma pronunciate da chi ha passato anni e anni alla Bbc. In tutto sono 35 titoli originali, che il prossimo anno saranno 70, e fra questi ci dovrebbe essere anche Suburra realizzato in Italia. Ma la chiave non è più solo produttiva. C'è anche e soprattutto l'idea di una tv che quasi si indossa benché abbia per la prima volta una dimensione globale. E che unisce modelli di business differenti. E se Netflix dichiara di non voler confrontarsi con il mercato delle news e dello sport, la concorrenza inizia a guardarsi intorno. La Apple sta realizzando un serial con Dr. Dre e un altro con Will.i.am sul mondo della musica e su quello delle app. Due aree strategiche per Tim Cook e compagni. L'altro colosso americano dalle mire planetarie, che come Apple ha radici profonde altro, è quello di Jeff Bezos. Roy Price, a capo degli Amazon Studios, dipinge infatti uno scenario più complesso, per certi versi azzardato, di quello di Hastings. «Abbiamo iniziato nel 2013 partendo dagli Stati Uniti per poi raggiungere l'Inghilterra, la Germania, l'Austria, il Giappone e l'Italia che per noi è un mercato molto importante», ha raccontato a Perugia, dove lo abbiamo incontrato al Festival Internazionale del Giornalismo, alludendo al prossimo arrivo nel nostro Paese. «Anche noi produciamo le nostre serie, da Transparent a The man in the high castle (da La svastica sul sole di Philip Dick, ndr), fino al progetto firmato da Woody Allen. E anche noi abbiamo iniziato a produrre film. Tutti si vogliono distinguere, per non avere lo stesso catalogo. Un processo inevitabile. Ma quello che gli altri non hanno, cominciando da Netflix, è un sistema di spedizione e consegna puntuale». Viene detta come una battuta, ma è molto di più. Prime, il servizio di Amazon da 99 dollari l'anno, 6 un ecosistema. Negli Usa dà accesso allo streaming video e a quello musicale, ai servizi cloud per le foto, alle spedizioni gratuite dal negozio di Jeff Bezos comprese quelle consegnate a un'ora dall'ordinee quelle dai ristoranti. E dà accesso anche alle promozioni speciali legate alla moda. Tutti servizi ritagliati sui singoli utenti e sui loro gusti. «A proposito di moda», prosegue Price, «da qualche tempo trasmettiamo in diretta eventi di moda e gli spettatori possono comprare i capi che vedono sfilare. Ma è solo un esempio di quel che potremmo fare in futuro». Vengono citate le chat legate alle trasmissioni su Twitch, che Amazon ha cormprato per poco meno di un miliardo di dollari, la tv online dove vengono trasmessi dal vivo eventi legati a quel mondo tanto amato da milioni di millennials che va sotto il nome di e-sport. E quando gli si chiede se intendono sfruttare quella tecnologia per trasmettere come farà Twitter anche gli eventi sportivi tradizionali - ultimo baluardo della tv vecchio stile - la risposta e chiara: «Per noi al centro ci sono i clienti e quel che a loro importa. Non è un mistero che lo sport in diretta piaccia a tanti». Anche questo è un epitaffio. E rischia di essere quello definitivo.
Articolo tratto da "La Repubblica"
"Ai nostri figli non verrà mai in mente di chiedere: cosa c'è stasera in tv? Quel mondo è finito". Reed Hastings, gran capo di Netflix, tenta di scrivere così l'epitaffio della televisione tradizionale. Lo fa fra le vetrate alte dieci metri e le putrelle di ferro di La Cité du cinéma di Luc Besson, periferia nord di Parigi, davanti a centinaia di giornalisti. Il colosso di Los Gatos, in California, qui ha ribadito e aggiornato i suoi numeri: 75 milioni di abbonati e la presenza in 190 paesi quando erano poco più di cinquanta a fine 2015. Manca solo la Cina, ma è questione di tempo, oltre a Corea del Nord e Siria. Una marcia trionfale dello streaming. Non si sa quante siano effettivamente le sottoscrizioni a pagamento, si parte da 7,99 euro al mese, e quelle che usufruiscono del mese gratuito di prova. A gennaio, da stime attendibili, in Italia il numero di registrazioni al servizio era di circa 280 mila dopo due mesi dal lancio. Delle quali però "solo" 110 mila circa si erano trasformate in abbonamenti. Pochi, secondo Pier Silvio Berlusconi. Eppure da allora sono già diventati 250 mila. Aggiungendo Sky Online, Infinity di Mediaset e TimVision si arriva a circa a un milione e 250 mila spettatori per lo streaming. Ed è probabile, anzi certo, che fra sei mesi la situazione sarà completamente diversa. Che sia l'unica tv del futuro è dubbio, di sicuro è un modello che sta costringendo tutti ad adottare contromisure, come dimostra l'accordo Mediaset-Vivendi per far nascere a settembre il primo colosso europeo - anzi "latino' come lo definisce Vincent Bolloré - del settore. Ed è anche la tv tecnologicamente più avanzata, facile da usare o, come spiega Hastings, "su misura". «L'operazione Vivendi-Mediaset non ci spaventa», commenta serafico. «In America, dove in tanti competono, c'è spazio per tutti. E fa piacere che da voi alcuni protagonisti del mondo televisivo (il riferimento è a Pier Silvio Berlusconi, ndr) perdano tempo a parlare di Netflix. La realtà è che abbiamo avuto partenze difficili, in Brasile ad esempio, ma non è il caso dell'Italia». Non fornisce numeri esatti, ma ribadisce la previsione: in sette anni saranno in un terzo delle nostre case. «Vhs e dvd sono state la prima forma di televisione on demand», dice Hastings ricordando gli esordi dell'azienda nel 1997, quando per dieci anni non fece altro che affittare e spedire dvd. «Ma quella di oggi è una tv che si adatta ai nostri ritmi, agli schermi che usiamo, puoi fermare la visione e riprenderla quando e dove vuoi. Grazie al modo di guardare delle persone, riusciamo a sapere cosa serve e come migliorare in continuazione». Pubblicano le puntate delle serie tutte assieme perché per loro sono come un libro: lo leggi quando vuoi e per quanto tempo preferisci. Potendo scegliere in un catalogo ampio, ma non infinito, che stando alle stime vale negli Stati Uniti 1100 show televisivi e 4500 film, mentre in Italia si parla di 126 serie e 1000 film. Altrove, fra Africa e Asia, i numeri scendono ancora e non di poco. Mediamente però, fanno notare qui a Parigi, la maggior parte delle persone guarda fra i 40 e i 50 titoli in un catalogo che ne offre migliaia. Una delle pietre di volta, si è detto spesso in passato, sono le
serie e film originali e il fatto di renderle disponibili subito. II 10 marzo la seconda stagione di Daredevil è apparsa nel catalogo dei 190 paesi dove Netflix è presente. E pensare che tre anni fa non produceva ancora nulla ma si limitava a trattare i contenuti di altri. Oggi alterna successi globali come House of Cards a serie locali come Marseille con Gerard Depardieu, che verrà pubblicata il 5 maggio. Oltre a film come Special Correspondents (esce il 29 di questo mese), firmato da Ricky Gervais, "padre' della serie cult The Office. Che sul palco di Parigi ha parlato «di una tv per tutti senza più cornpromessi e palinsesti decisi dall'alto». Frasi di circostanza, per carità, ma pronunciate da chi ha passato anni e anni alla Bbc. In tutto sono 35 titoli originali, che il prossimo anno saranno 70, e fra questi ci dovrebbe essere anche Suburra realizzato in Italia. Ma la chiave non è più solo produttiva. C'è anche e soprattutto l'idea di una tv che quasi si indossa benché abbia per la prima volta una dimensione globale. E che unisce modelli di business differenti. E se Netflix dichiara di non voler confrontarsi con il mercato delle news e dello sport, la concorrenza inizia a guardarsi intorno. La Apple sta realizzando un serial con Dr. Dre e un altro con Will.i.am sul mondo della musica e su quello delle app. Due aree strategiche per Tim Cook e compagni. L'altro colosso americano dalle mire planetarie, che come Apple ha radici profonde altro, è quello di Jeff Bezos. Roy Price, a capo degli Amazon Studios, dipinge infatti uno scenario più complesso, per certi versi azzardato, di quello di Hastings. «Abbiamo iniziato nel 2013 partendo dagli Stati Uniti per poi raggiungere l'Inghilterra, la Germania, l'Austria, il Giappone e l'Italia che per noi è un mercato molto importante», ha raccontato a Perugia, dove lo abbiamo incontrato al Festival Internazionale del Giornalismo, alludendo al prossimo arrivo nel nostro Paese. «Anche noi produciamo le nostre serie, da Transparent a The man in the high castle (da La svastica sul sole di Philip Dick, ndr), fino al progetto firmato da Woody Allen. E anche noi abbiamo iniziato a produrre film. Tutti si vogliono distinguere, per non avere lo stesso catalogo. Un processo inevitabile. Ma quello che gli altri non hanno, cominciando da Netflix, è un sistema di spedizione e consegna puntuale». Viene detta come una battuta, ma è molto di più. Prime, il servizio di Amazon da 99 dollari l'anno, 6 un ecosistema. Negli Usa dà accesso allo streaming video e a quello musicale, ai servizi cloud per le foto, alle spedizioni gratuite dal negozio di Jeff Bezos comprese quelle consegnate a un'ora dall'ordinee quelle dai ristoranti. E dà accesso anche alle promozioni speciali legate alla moda. Tutti servizi ritagliati sui singoli utenti e sui loro gusti. «A proposito di moda», prosegue Price, «da qualche tempo trasmettiamo in diretta eventi di moda e gli spettatori possono comprare i capi che vedono sfilare. Ma è solo un esempio di quel che potremmo fare in futuro». Vengono citate le chat legate alle trasmissioni su Twitch, che Amazon ha cormprato per poco meno di un miliardo di dollari, la tv online dove vengono trasmessi dal vivo eventi legati a quel mondo tanto amato da milioni di millennials che va sotto il nome di e-sport. E quando gli si chiede se intendono sfruttare quella tecnologia per trasmettere come farà Twitter anche gli eventi sportivi tradizionali - ultimo baluardo della tv vecchio stile - la risposta e chiara: «Per noi al centro ci sono i clienti e quel che a loro importa. Non è un mistero che lo sport in diretta piaccia a tanti». Anche questo è un epitaffio. E rischia di essere quello definitivo.
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venerdì 6 febbraio 2015
PICCOLO GRANDE SCHERMO - Tutti Baz per Netflix! Anche il visionario Luhrmann attratto dalle serie tv
News tratta da "Vulture"
This should be a spectacular spectacular: Director Baz Luhrmann’s first TV show, a musical drama set in 1970s New York City called The Get Down, is headed to Netflix. Vulture broke the news about the project back in December 2013, when Sony Pictures Television was shopping it around to multiple networks (though Netflix was always seen as the front-runner to land the show). The streaming giant now says it has ordered 13 episodes of the series and plans to premiere them all in 2016.
The Get Down will explore the dawn of the hip-hop era in NYC, focusing on what a Netflix release calls “a rag-tag crew of South Bronx teenagers [who] are nothings and nobodies with no one to shelter them — except each other, armed only with verbal games, improvised dance steps, some magic markers and spray cans.” The show, set at a time when the city was veering toward financial disaster, will jump around different scenes and musical styles — “from CBGBs to Studio 54,” as Netflix puts it. The Get Down is “a project I have been contemplating and working on now for over 10 years,” Luhrmann said in a release. “Throughout, I’ve been obsessed with the idea of how a city in its lowest moment, forgotten and half destroyed, could give birth to such creativity and originality in music, art and culture.”
Luhrmann won’t just be lending his name to The Get Down as executive producer: He’s set to direct at least three episodes (the first two and the season finale), and he’s bringing along collaborator (and Oscar winner) Catherine Martin to serve as costume and production designer for the show (as well as exec producer). Other exec producers/writers on the project include Paul Watters (Lurhmann’s Australia), Thomas Kelly (Copper), and the previously reported Stephen Adly Guirgis (Motherfucker With the Hat), Shawn Ryan, and Marney Hochman (The Shield). The Get Down is the biggest project to emerge from a TV deal Luhrmann struck with Sony back in 2012. It’s also yet another example of streaming networks such as Netflix landing top feature-film names to do TV. Amazon recently struck a deal to develop a TV show with director Woody Allen (though Netflix’s agreement with Luhrmann was in place long before the Amazon project was revealed).
News tratta da "Vulture"
This should be a spectacular spectacular: Director Baz Luhrmann’s first TV show, a musical drama set in 1970s New York City called The Get Down, is headed to Netflix. Vulture broke the news about the project back in December 2013, when Sony Pictures Television was shopping it around to multiple networks (though Netflix was always seen as the front-runner to land the show). The streaming giant now says it has ordered 13 episodes of the series and plans to premiere them all in 2016.
The Get Down will explore the dawn of the hip-hop era in NYC, focusing on what a Netflix release calls “a rag-tag crew of South Bronx teenagers [who] are nothings and nobodies with no one to shelter them — except each other, armed only with verbal games, improvised dance steps, some magic markers and spray cans.” The show, set at a time when the city was veering toward financial disaster, will jump around different scenes and musical styles — “from CBGBs to Studio 54,” as Netflix puts it. The Get Down is “a project I have been contemplating and working on now for over 10 years,” Luhrmann said in a release. “Throughout, I’ve been obsessed with the idea of how a city in its lowest moment, forgotten and half destroyed, could give birth to such creativity and originality in music, art and culture.”
Luhrmann won’t just be lending his name to The Get Down as executive producer: He’s set to direct at least three episodes (the first two and the season finale), and he’s bringing along collaborator (and Oscar winner) Catherine Martin to serve as costume and production designer for the show (as well as exec producer). Other exec producers/writers on the project include Paul Watters (Lurhmann’s Australia), Thomas Kelly (Copper), and the previously reported Stephen Adly Guirgis (Motherfucker With the Hat), Shawn Ryan, and Marney Hochman (The Shield). The Get Down is the biggest project to emerge from a TV deal Luhrmann struck with Sony back in 2012. It’s also yet another example of streaming networks such as Netflix landing top feature-film names to do TV. Amazon recently struck a deal to develop a TV show with director Woody Allen (though Netflix’s agreement with Luhrmann was in place long before the Amazon project was revealed).
lunedì 2 febbraio 2015
NEWS - Netflix e Amazon sempre più nell'arena tv dei contenuti seriali (Italia non pervenuta)
Articolo di Renato Franco per il "Corriere della Sera"
"Cambia il modo di fruire dei contenuti televisivi,
ma cambia anche il modo di produrli. Di fronte a un palinsesto sempre
più liquido (l'ora di messa in onda la decide lo spettatore) e sempre
più mobile (anche il luogo e il supporto di messa in onda li decide lo
spettatore), la Rete (intesa come Internet) inizia a dettare legge nella
creazione dei contenuti, perché sempre più spesso le serie tv di qualità arrivano non dalle reti (intese come televisive), ma da nuovi soggetti che hanno fiutato il nuovo business. Ora è su questo campo che si gioca la nuova sfida tra i due grandi servizi di streaming di film e serie tv - Amazon Prime e Netflix, ancora assenti in Italia. Netflix
era nata per offrire un servizio di noleggio di dvd e videogiochi via
Internet, per poi allargarsi allo streaming online on demand. Troppo
poco, serviva un ulteriore passo: così da mero distributore Netflix
ha deciso di diventare anche produttore di contenuti originali. Il
primo risultato è stata la pluricelebrata House of Cards, un affresco
cinico della politica con Kevin Spacey e Robin Wright. Il secondo
risultato l'altrettanto apprezzata Orange Is the New Black, ritratto
senza sconti di un carcere femminile. Se i Golden Globes
hanno premiato Kevin Spacey come miglior attore di una serie drammatica,
hanno soprattutto sancito il successo di Transparent, su una famiglia
con padre transgender: la serie ha ricevuto un doppio globo, uno come
miglior serie comedy e uno per il suo attore protagonista Jeffrey
Tambor. Transparent è prodotta da Amazon, il colosso dell'ecommerce che
per diversificare e ampliare il suo business ora ha anche sviluppato una
divisione che si occupa di spettacolo, gli Amazon Studios. Transparent è
solo uno dei tanti pilastri che la società di Jeff Bezos ha messo in
piedi. Di tre giorni fa è la notizia che ha convinto Woody Allen a
lavorare a una serie tv: il titolo della
produzione è come per ogni film del regista americano lo stesso,
Untitled Woody Allen Project , ma la curiosità per quello che ne nascerà
è già alta. Qualche mese prima invece Amazon aveva trovato un accordo
con Ridley Scott, coinvolto come produttore esecutivo della serie La
svastica sul sole, tratto dal romanzo di Philip K. Dick, dove lo
scrittore immagina un mondo in cui la Germania di Hitler e il Giappone
hanno sconfitto gli alleati nella Seconda guerra mondiale. Ma la competizione tra Amazon e Netflix
- Golia contro Golia, visto il volume di affari - è su più fronti:
proprio poco tempo fa la prima ha siglato un accordo per distribuire le
ambite serie tv di HBO: da I Soprano a Il
trono di spade, da Boardwalk Empire a True Detective. La seconda ha
risposto investendo il 10 per cento del proprio budget 2015 - oltre 300
milioni di dollari - in produzioni originali. Una battaglia sui contenuti che è una battaglia per ottenere nuovi abbonati. Netflix
è avanti: presente in circa 40 Paesi, ha superato i 50 milioni di
clienti (di cui 17 al di fuori degli Usa). Amazon invece è attiva in
Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Austria e Giappone e può contare
per ora su oltre 20 milioni di sottoscrittori. L'Italia? Al momento non
pervenuta".
Articolo di Renato Franco per il "Corriere della Sera"
"Cambia il modo di fruire dei contenuti televisivi,
ma cambia anche il modo di produrli. Di fronte a un palinsesto sempre
più liquido (l'ora di messa in onda la decide lo spettatore) e sempre
più mobile (anche il luogo e il supporto di messa in onda li decide lo
spettatore), la Rete (intesa come Internet) inizia a dettare legge nella
creazione dei contenuti, perché sempre più spesso le serie tv di qualità arrivano non dalle reti (intese come televisive), ma da nuovi soggetti che hanno fiutato il nuovo business. Ora è su questo campo che si gioca la nuova sfida tra i due grandi servizi di streaming di film e serie tv - Amazon Prime e Netflix, ancora assenti in Italia. Netflix
era nata per offrire un servizio di noleggio di dvd e videogiochi via
Internet, per poi allargarsi allo streaming online on demand. Troppo
poco, serviva un ulteriore passo: così da mero distributore Netflix
ha deciso di diventare anche produttore di contenuti originali. Il
primo risultato è stata la pluricelebrata House of Cards, un affresco
cinico della politica con Kevin Spacey e Robin Wright. Il secondo
risultato l'altrettanto apprezzata Orange Is the New Black, ritratto
senza sconti di un carcere femminile. Se i Golden Globes
hanno premiato Kevin Spacey come miglior attore di una serie drammatica,
hanno soprattutto sancito il successo di Transparent, su una famiglia
con padre transgender: la serie ha ricevuto un doppio globo, uno come
miglior serie comedy e uno per il suo attore protagonista Jeffrey
Tambor. Transparent è prodotta da Amazon, il colosso dell'ecommerce che
per diversificare e ampliare il suo business ora ha anche sviluppato una
divisione che si occupa di spettacolo, gli Amazon Studios. Transparent è
solo uno dei tanti pilastri che la società di Jeff Bezos ha messo in
piedi. Di tre giorni fa è la notizia che ha convinto Woody Allen a
lavorare a una serie tv: il titolo della
produzione è come per ogni film del regista americano lo stesso,
Untitled Woody Allen Project , ma la curiosità per quello che ne nascerà
è già alta. Qualche mese prima invece Amazon aveva trovato un accordo
con Ridley Scott, coinvolto come produttore esecutivo della serie La
svastica sul sole, tratto dal romanzo di Philip K. Dick, dove lo
scrittore immagina un mondo in cui la Germania di Hitler e il Giappone
hanno sconfitto gli alleati nella Seconda guerra mondiale. Ma la competizione tra Amazon e Netflix
- Golia contro Golia, visto il volume di affari - è su più fronti:
proprio poco tempo fa la prima ha siglato un accordo per distribuire le
ambite serie tv di HBO: da I Soprano a Il
trono di spade, da Boardwalk Empire a True Detective. La seconda ha
risposto investendo il 10 per cento del proprio budget 2015 - oltre 300
milioni di dollari - in produzioni originali. Una battaglia sui contenuti che è una battaglia per ottenere nuovi abbonati. Netflix
è avanti: presente in circa 40 Paesi, ha superato i 50 milioni di
clienti (di cui 17 al di fuori degli Usa). Amazon invece è attiva in
Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Austria e Giappone e può contare
per ora su oltre 20 milioni di sottoscrittori. L'Italia? Al momento non
pervenuta".
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Woody Allen
mercoledì 14 gennaio 2015
News: Woody Allen ready to go on tv for @amazon!!!
http://t.co/w2eAmLwD2b
— AccademiaTelefilm (@AcademyTelefilm) 13 Gennaio 2015
venerdì 1 giugno 2012
PICCOLO GRANDE SCHERMO - Ultima ora, Michael Emerson è "Person of Interest" per Woody Allen! Il regista vuole l'ex interprete di "Lost" nel suo prossimo film (sperando che sia meno boiata di "To Rome with Love"!)
If the Damon Lindelof-written "Prometheus" doesn't fill the empty spot in your heart where "Lost" used to live, here's some good news: according to Deadline.com, Michael Emerson has been cast in Woody Allen's next film. Pause here to send your all-caps tweets, plus any OMG huzzahs to the heavens. Emerson rose to fame on "Lost" as the nefarious Benjamin Linus -- a role that earned him four Emmy nominations during the series' six-season run. (Emerson didn't appear on "Lost" until season two.) He joins a typically awesome Woody Allen cast that already includes Alec Baldwin, Cate Blanchett, Bradley Cooper and Bobby Cannavale. While the cast is coming together nicely, the location of Allen's next movie has become increasingly hard to pin down. When it was first announced, Deadline.com reported that it would take place in Copenhagen. That was switched to San Francisco whenBaldwin's casting deal was revealed. Now, it's apparently going to shoot in New York, which would mark the first time Allen returned to his home city since "Whatever Works." This isn't the first time Emerson worked with Allen; the actor appeared in Allen's 2001 short film "Sounds From A Town I Love," which debuted at the "Concert For New York City" in the aftermath of 9/11. Watch that short film below. Allen's newest film, "To Rome With Love," is in theaters this month.
If the Damon Lindelof-written "Prometheus" doesn't fill the empty spot in your heart where "Lost" used to live, here's some good news: according to Deadline.com, Michael Emerson has been cast in Woody Allen's next film. Pause here to send your all-caps tweets, plus any OMG huzzahs to the heavens. Emerson rose to fame on "Lost" as the nefarious Benjamin Linus -- a role that earned him four Emmy nominations during the series' six-season run. (Emerson didn't appear on "Lost" until season two.) He joins a typically awesome Woody Allen cast that already includes Alec Baldwin, Cate Blanchett, Bradley Cooper and Bobby Cannavale. While the cast is coming together nicely, the location of Allen's next movie has become increasingly hard to pin down. When it was first announced, Deadline.com reported that it would take place in Copenhagen. That was switched to San Francisco whenBaldwin's casting deal was revealed. Now, it's apparently going to shoot in New York, which would mark the first time Allen returned to his home city since "Whatever Works." This isn't the first time Emerson worked with Allen; the actor appeared in Allen's 2001 short film "Sounds From A Town I Love," which debuted at the "Concert For New York City" in the aftermath of 9/11. Watch that short film below. Allen's newest film, "To Rome With Love," is in theaters this month.
lunedì 18 aprile 2011
PICCOLO GRANDE SCHERMO - Prendi il boom di "30 Rock" e scappa! Alec Baldwin torna alla corte di Woody Allen 21 anni dopo "Alice" Roma (Adnkronos, Cinematografo.it) - Ritorno di fiamma: a distanza di 21 anni da 'Alice', Woody Allen richiama Alec Baldwin e aspetta una risposta dalla stella emergente Jesse Eisenberg, protagonista del recente 'The Social Network'. Entrambi potrebbero far parte del nuovo film del regista newyorkese, di cui si sa ancora poco tranne che sara' girato a Roma e che Penelope Cruz e' tra i protagonisti. Tornato sulla cresta dell'onda grazie al piccolo schermo (nella serie '30 Rock'), Alec Baldwin sara' presto sul set del musical 'Rock of Ages', al fianco di Tom Cruise, per la regia di Adam Shankman.
(ANSA) - ROMA, 17 APR - S'intitolera' The Wrong Picture il nuovo film di Woody Allen ambientato e girato a Roma. E' lo stesso regista americano a rivelare il titolo e il cast in un'intervista al Journal du Dimanche per promuovere Midnight in Paris, che aprira' l'11 maggio il festival di Cannes.
martedì 24 ottobre 2006

PICCOLO GRANDE SCHERMO - Il vero "Scoop" di Woody Allen sarebbe scoprire quanto hanno pagato Anthony Head ("Buffy") per comparire meno di 30 secondi e sbiascicare una frasetta. Nel cast anche Ian McShane di "Deadwood"Il dubbio era se catalogare questa critica nella sezione Quiz. Sì, perchè il vero "Scoop" della nuova pellicola di Woody Allen, appartenente alla sua filmografia più dimenticabile, sarebbe quello di capire quanto hanno pagato Anthony Head - il Rupert Giles di "Buffy" - per sbiascicare mezza frase nell'ultima sequenza. Egli indossa infatti il trench dell'ispettore che deve risolvere il caso attorno al quale verte un mystery ridicolo ambientato nella Londra post "Match Point", con Scarlett Johansson che fa da trait d'union e Allen stesso che le fa da "magico" padre putativo. Il colpevole viene smascherato in un istante, prima che il detective interpretato da Head possa quasi aprir bocca e azionare il cervelletto. Alla fine, l'unico a salvarsi è un bravo Ian McShane di "Deadwood", nei panni del giornalista di razza trapassato che torna in terra per regalare lo scoop dei sogni da prima pagina alla praticante Scarlettina. Qualche battuta azzeccata (su tutte quella pronunciata dal regista-protagonista: "Ero di fede ebraica ma poi mi sono convertito al narcisismo"), ma troppo poco per la griffe d'alta qualità Woody Allen.
Giudizio: **
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