Visualizzazione post con etichetta Una mamma per amica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Una mamma per amica. Mostra tutti i post

sabato 8 dicembre 2018

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
IL FOGLIO
Mrs. Masiel va a Parigi ed entra nel mito
"Mrs Maisel fa l'americana a Parigi. In una Parigi che ruba tutto quel che può al cinema, dal technicolor di Vincente Minnelli a "Ratatouille"; da "Les parapluies des Cherbourg" di Jacques Demy a Woody Allen di "Tutti dicono I love you". Immancabile la Tour Eiffel, che secondo i registi si scorge da tutte le finestre parigine - anche quella del ratto chef. Immancabile la concierge impicciona. Immancabili le sigarette. Immancabili gli artisti. Immancabili le soffitte. Immancabile il Lungosenna con i fidanzati che si baciano. Immancabile la baguette, con il cibo che al palato newyorchese sembra assai strano (Julia Child pubblicherà il suo bestseller "Mastering the Art of French Cooking" nel 1963, le trasmissioni in tv arrivano due anni dopo, del 2009 è l'omaggio di Nora Ephron nel film "Julie e Julia"). Mrs Maisel va in trasferta, dopo il trionfale numero comico che aveva concluso la prima stagione della premiatissima serie creata da Amy Sherman-Palladino (la seconda stagione da oggi su Amazon Prime Video). Un po' di genealogia: Sherman come Don Sherman, attore e sceneggiatore anche di qualche "Rocky", Palladino come il consorte Daniel Palladino. Prima della "Fantastica signora Maisel", la coppia aveva in curriculum "Una mamma per amica". A papà Sherman Amy deve la conoscenza della comicità stand up, un uomo e il suo microfono, una platea che o è distratta o rumoreggia. "Quando lui e i suoi amici provavano i numeri - ricorda - sembrava di vivere dentro 'Broadway Danny Rose"'. Per questo, dopo Parigi la serie farà tappa nei monti Catskill, altro luogo mitico della comicità ebraico-americana. Riassunto della trama, per chi si fosse perso la magnifica serie. Miriam Maisel detta Midge, casalinga niente affatto disperata dell'Upper West Side, viene lasciata dal marito perla segretaria (e fin qui ancora si potrebbe sopportare, ma la ragazza è cosi tonta da non saper usare un temperamatite - per le lamentele, rivolgersi alla showrunnec nel caso fosse sfuggito, è femmina e ama i cappellacci da strega). Un po' alticcia finisce in un locale al Greenwich Village, dove racconta le sue disgrazie in maniera cosi comica che il pubblico applaude. Siccome sul palco ha mostrato le tette - il perché è storia lunga, guardatevi la serie - finisce in un commissariato di polizia dove conosce Lenny Bruce, altro cultore appassionato della comicità che scatena i poliziotti. Mrs Maisel va in Europa per riportare a casa la madre, che nella Ville Lumière si è trasferita, stanca del marito che pretende il silenzio domestico e oltre a lei zittisce i nipoti. Lo ha annunciato, ha svuotato gli armadi, ha prenotato l'aereo, ha lasciato scritto pure l'indirizzo, ma il consorte se ne accorge solo dopo giorni. Da qui la missione a Parigi, dove le donne sfoggiano cappellini e abiti più belli del magnifico guardaroba indossato da Midge, anche quando lavora come centralinista. Tra le scene-capolavoro, c'era la vestizione per andare giù al Greenwich: via le gonne a palloncino intonate al paltò, via i tacchi alti, ora servono pantaloni neri a sigaretta e ballerine, un maglione a collo alto per il consorte che fa sparire giacca e cravatta. Per un po' separata dalla sua agente Susie (rimasta a New York, passa qualche guaio), Midge Maisel porta il suo numero ormai collaudato sul palco di Madame Arthur, storico cabaret parigino di travestiti. Con traduzione simultanea, e le immancabili punzecchiature sul fatto che i francesi, in materia di tradimenti coniugali, sono assai più tolleranti degli americani". (Mariarosa Mancuso)

lunedì 10 aprile 2017

NEWS - Clamoroso al Cibali! Sta per scoppiare la bolla Netflix! Crisi finanziaria, comunicativa e creativa: spende 6 miliardi di dollari e incassa poco (pochissimo?), ci sono più contenuti che ricavi. Creazione di un mito culturale che si inizia a mettere in discussione: può sopravvivere al nuovo mondo che ha creato?

News tratta da "Il Foglio"
La prima regola per rivoluzionare il mercato è creare il mito. Per una disruption servono un garage o un ufficio in California (tipo a Scotts Valley), un'idea a cui il mondo ancora non crede (lo streaming on demand), un'amicizia tra partner carismatici e innovatori (quella tra Reed Hastings e Marc Randolph) e degli antagonisti pia forti contro cui rivaleggiare (da Amazon a Disney). E soprattutto qualcuno che racconti questa storia in comunicati stampa, interviste, articoli che servono a rafforzare la leggenda e mai a metterla in discussione (i giornalisti andranno benissimo). La nostra sospensione di incredulità, unita alla smania di progresso e alla tendenza a sentirci uomini contemporanei con tutto ciò che ci viene propinato come rivoluzione tecnologica, e quindi giusta, ci condurrà dove siamo oggi Un breve recap. La storia di Netflix inizia nel 1997 nella Silicon Valley: l'idea iniziale è di inviare dvd per posta (un po' quel che dovrebbero fare gli autori di certe serie e film di nicchia che ci piacciono tanto ma che non guarda nessun altro). Nel 2007 il business si amplia puntando sullo streaming e sull'economia dell'accesso: si comprano molti contenuti dalle major che approfittano del nuovo canale di distribuzione per smerciare prodotti che non riescono pia a vendere in tempi di crisi del noleggio audiovisivo e del declino nelle sale cinematografiche; le major vendono i diritti per lo streaming a prezzi vantaggiosi, senza bene rendersi conto del loro valore. Anche perché in quel momento Netflix non aveva ancora inventato il binge watching, internet era pia lento, la rivoluzione della visione domestica era agli inizi. Passano gli anni e il mercato cresce, cambia, si rinnova. Accanto a Netflix appaiono Hulu, Amazon, YouTube che inizia a vendere attraverso Google Play, i broadcaster attivano servizi on demand. E i diritti sui contenuti vanno ricontrattati, il prezzo sale. Tanto che lo scorso giugno il Magazine del New York Times ha pubblicato un lungo sorti della piattaforma: "Netflix può sopravvivere nel nuovo mondo che ha creato?". Di solito queste domande cadono nel silenzio, subito messe a tacere da una retorica commerciale che vuole Netflix come il numero uno, il futuro televisivo, il posto migliore in cui lavorare, i salvatori della nostra già scarsa vita sociale che ci hanno dato una buona scusa per non uscire pia di casa. E così via. Dopo essersi presa il merito di aver seppellito Blockbuster, Netflix ha sfidato anche le tv via cavo, annunciandone prematuramente la morte. La televisione però non è morta, anche se noi amiamo ripetercelo. Il noi sta per Noi-che-viviamo-nellafilter-bubble mediatico culturale fighetta, noi che a "Un medico in famiglia" preferiamo gli stand up comedy di Louis C.K. o aspettiamo la nuova stagione di "House of Cards", lo show con cui Netflix ha scelto di essere HBO nel 2013 e ha preso il sentiero della prestige television, puntando su prodotti culturalmente accettabili. Noi che, l'avrete capito, tralasciamo sempre gli show di massa come "NCIS" o le sit com con le risate pre-registrate preferendo serie di nicchia ma con penetrazione culturale negli show giusti, cioè quelli che guardiamo noi: i late, i video virali su You-Tube, le parodie intelligenti.

Mai prima d'ora ci siamo ritrovati con un'offerta d'intrattenimento così abbondante, in termini giornalistici e industriali circola la definizione di peak tv, che tradotto fa: c'è più offerta che pubblico. Il che è un bene per noi ma è un costo esorbitante per Hollywood e la Silicon Valley. In un video diffuso da Bloomberg lo scorso ottobre dal titolo evocativo "Binge Watch now before Netflix Bubble Burst", si annunciavano 500 sceneggiature per il 2017 tra broadcast, via cavo e servizi streaming; circa il doppio rispetto al 2010. La prima domanda è: chi mai li guarderà tutti? Ma il problema dello spettatore vacante è secondario (tanti freelance, tanti studenti, tanti creativi pronti a scriverne su Facebook esattamente come si instagrammavano con l'Apple o bevendo il caffè di Starbucks, o come si fotografano i libri che leggono: i prodotti culturali sono identitari) rispetto al chiedersi se è sostenibile. Sei delle principali aziende dell'intrattenimento spendono complessivamente 26 miliardi di dollari per produrre o comprare tv show e film. Chi spende di più è Netflix che "può essere il maggior beneficiario o la principale vittima della peak tv". Netflix è passata dai 3 miliardi e 4 spesi per produrre o comprare contenuti nel 2014 ai 6 miliardi spesi per il 2017. La scommessa di Netflix è che la televisione on demand sostituirà del tutto quella lineare. Tuttavia, in assenza di dati chiari che per loro policy non vengono forniti, viene naturale chiedersi se questa enorme spesa possa essere sostenibile su lungo periodo. L'azienda è quotata in borsa e a Wall Street è considerata una piattaforma tecnologica e non di contenuti, in modo da essere valutata più di Sony. Alcuni analisti sconsigliano gli investitori di comprare azioni Netflix perché il mercato sta raggiungendo la saturazione, gli abbonamenti crescono lentamente, la competizione aumenta e i costi anche. In Netflix pensano che la cosa peggiore sia dire che hai mostrato il prodotto a un gruppo d'ascolto e lo hanno apprezzato. Amano ripetere che i dati d'ascolto non valgono nulla, sono un retaggio del passato, roba buona solo per network mantenuti dagli inserzionisti pubblicitari. Il Chief Content Officer di Netflix, Ted Sarandos, avverte: "Per chi come noi punta sull'aumento delle sottoscrizioni, non sulla pubblicità, la performance di uno show non ha alcuna rilevanza". Così facendo ha protetto il prodotto dalla risposta alla prima domanda ("C'è qualcuno che effettivamente guarda quello che state producendo?") ma non dalla seconda ("I soldi basteranno?"). Gli analisti più scettici fanno notare che la fortuna iniziale di Netflix è stata pagare a basso prezzo i diritti tv e rimanere sul mercato per i primi anni in totale solitudine. Ma oggi non è più così. Molti iniziano a pensarla come David Zaslav di Discovery Communication: "I servizi delle piattaforme di streaming on demand esistono solo perché noi produciamo contenuti. Stiamo sostenendo un modello economico che non ha senso". Secondo Luca Barra, ricercatore dell'Università di Bologna e autore di "Palinsesto. Storia e tecnica della programmazione televisiva" (Laterza), il problema c'è: "In Italia Netflix è soprattutto una bolla comunicativa-culturale. Spende molti soldi e con successo per comprare, produrre e, tassello fondamentale, promuovere contenuti, ma poi per ragioni di diritti disponibili e di reali investimenti offre un catalogo discretamente limitato (se paragonato ai competitor come Now Tv o Infinity, forti degli accordi fatti da Sky e Mediaset) a un pubblico, almeno al momento, pregiato ma dalle dimensioni ridotte (e comunque ancora ben lontano dai 7 milioni di abbonati annunciati come obiettivo durante il lancio italiano...)". La bolla sta per scoppiare? "Netflix è muscolare perché deve dimostrare che la disruption funziona davvero, ma ci perde un mucchio di soldi e spreca quintali di prodotto. Tutti sembrano concordi nel ripetere che il palinsesto è morto e il futuro è non lineare. Ma lo si ripete da decenni. Al contrario, il modello tradizionale di broadcasting risponde a bisogni che l'on demand non può soddisfare: comunità, sincronizzazione sociale, i generi diversi da film e serie tv, il vedere qualcosa tanto per vedere qualcosa come fa chiunque dopo una giornata di lavoro. L'on demand è per natura complementare, supplementare". Netflix è la nuova HBO, ma Amazon è la nuova Netflix? "Amazon è diversa da Netflix, ha gli studios e la tecnologia. Il suo core business è farti avere ciò che desideri nei tempi pia veloci possibili, e almeno per ora offre ai suoi abbonati Prime, allo stesso prezzo, in pia, anche le serie e i film. E' un player da tenere d'occhio", dice Barra.
Oggi Netflix produce serie tv data-driven (cioè è vero che ama ripetere che i dati non servono a nulla, ma a loro servono eccome: traccia il comportamento degli utenti e usa le metriche per sapere cosa suggerirti nella logica della personalizzazione dell'interfaccia o per decidere cosa produrre minimizzando i flop) che rimestano nell'immaginario pop nostalgico anni Ottanta come "Stranger Things" (la serie pia stephenkinghiana di sempre), e anni Duemila come "Gilmore Girls", che sono l'esito di un'analisi dei dati degli iscritti (se mi accorgo che c'è un pubblico consistente per "Una mamma per amica" investo per produrre una nuova stagione) ma, sostiene Barra, "è anche l'evidenza della persistenza nell'immaginario condiviso di una centralità della televisione generalista, che negli anni ha forgiato quel tipo di gusto, visioni, esperienze e riferimenti culturali". Ci permettiamo di toccare marginalmente anche un altro punto secondario, che in un'analisi del mercato industriale e degli scenari futuri non dovrebbe contare poi molto, ma in fondo ci sta a cuore: le serie prodotte da Netflix che inseguono la prestige television non sono così entusiasmanti quanto lo è la promozione commerciale che le accompagna. «In assenza di dati, generare hype è l'unica cosa che conta», ci conferma Barra. Quando Ted Sarandos afferma che in giro ci sono molte serie mediocri ammette che anche nel proprio catalogo ci sono, ma subito aggiunge "non è intenzionale!". Forse parlare dell'aspetto creativo è fuori moda, ma serie come "OA", "Love" o "Tredici" avranno pure un motivo d'essere dovuto ad analisi metriche sofisticate, ma sono ben lontane dal rappresentare una rivoluzione culturale estetica. Oltre alla bolla comunicativa e alla bolla finanziaria ci tocca pure la bolla creativa. E' dal 1993 che si ripete che le serie tv sono come i romanzi per nobilitarne l'aspetto culturale in quanto forma d'intrattenimento legittima. Un problema pia per la spendibilità sociale di noi che ne scriviamo che per l'industria. L'intrattenimento culturale si adatta all'epoca in cui si vive. Il timore di Hastings è infatti che i film e la televisione diventino come l'opera o i romanzi, perché ci sono così tante forme d'intrattenimento che un giorno guarderemo le serie tv come relitti storici. "Ma quel giorno potrebbe essere fra cent'anni". A quel punto, se le cose andranno male, i disruptor della Silicon Valley potranno sempre venire in Italia e chiedere finanziamenti alla Cultura. Anche in quel caso i dati sugli spettatori saranno secondari e Netflix potrà preservare il suo riserbo e tacere sulla diffusione dei dati. Ma con la scusa della qualità.

mercoledì 21 dicembre 2016

NEWS - Clamoroso al Cibali! "Scrubs" potrebbe tornare...(grazie a "Una mamma per amica")!

News tratta da "Uproxx"
You might know Zach Braff from that movie where Alfred the Butler, God, and Argo F*ck Yourself rob a bank, or that other film where Natalie Portman is the president of the Shins’ fan club, but he also starred on this show called Scrubs that people seem to like. The medical-comedy ran for nine seasons — the last two of which aren’t as strong as the first seven, but they did introduce us to Eliza Coupe (Happy Endings) and Kerry Bishé (Halt and Catch Fire), for which I’m forever thankful — but because no show is truly “over,” not when Fuller House is a thing that exists, Braff isn’t saying no to a reunion. During a recent question-and-answer session with fans on Twitter, via the Huffington Post, Braff said, “You never know about making more Scrubs episodes, it’s something we all talk about, especially now that all these people are going back and doing Netflix versions of their shows. I am very jealous of all this Gilmore Girls attention and Full House.” He added, “We talk about it every now and then. So you never know, it could happen. I’d do it.” 

venerdì 25 novembre 2016

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

'Gilmore Girls' Cast Has a 'Brady Bunch' Moment for 'EW' Cover!
There is just one more week to go until the new Gilmore Girls episodes debut on Netflix and this fun cover for Entertainment Weekly is getting us so excited! The main cast members, including Lauren Graham and Alexis Bledelpose in Brady Bunch style photos and the result is too cute. Also featured are Rory’s three guys – Jared Padalecki, Milo Ventimiglia and Matt Czuchry – as well as Kelly Bishop, Scott Patterson, and Keiko Agena. In the issue, Lauren talks about the change of pace in season seven when a new showrunner took over and Lorelai’s signature dialogue was different. “I was in a scene in that seventh season and I thought, ‘Something feels so odd to me,’” she said. “And it was I was in a scene with two other people and I wasn’t talking. I thought, ‘I’ve never had this before.’”

martedì 18 ottobre 2016

TELEFILM ART - Un poster per ogni stagione. Netflix rilascia un poker di manifesti per "un anno di vita" con le Gilmore...

News tratta da TvLine.com
Seasons’ greetings, Gilmore Girls fans.
Netflix has unveiled the official key-art campaign for next month’s Gilmore Girls: A Year in the Life revival, and each of the four 90-minute seasonal installments — “Winter,” “Spring,” “Summer,” and “Fall” — is getting its very own poster (check ’em out below).
“It’s about three women at a crossroads in each of their lives,” series creator Amy Sherman-Palladino previously said of the continuation, which debuts Nov. 25. “I am very pleased with all four of [the episodes]. I feel like we accomplished what we set out to do, which is something I almost never say”. Leading lady Lauren Graham, meanwhile, recently called the continuation “my most favorite thing I’ve ever done”. To the question of whether there may be more GG on the horizon beyond A Year in the Life, Scott Patterson recently told TVLine that, for now, “The curtain is closed, but it’s a really thin curtain”. Have a look at the four posters below and then hit the comments with an answer to this question: Which poster/season is your fave and why?
 

domenica 10 aprile 2016

venerdì 12 febbraio 2016

 NEWS - Clamoroso al Cibali! Netflix è "tecnicamente in debito". Gli analisti si chiedono fino a quanto potrà reggere con le spese pazze di diritti, acquisizioni, espansione e auto-produzioni. Una delle mosse per risanare, l'avvio dell'operazione-nostaglia "sicura" ("Una mamma per amica", "Arrested Development"...)

News tratta da Mic.com
Netflix is the largest paid-subscription streaming site for films and television shows, boasting over 75 million subscribers (and countless password-moochers) worldwide. As many tech sites and consumer guides have pointed out, Netflix also happens to host the largest catalog of available content, in comparison to the remaining "Major Three": Hulu and Amazon Prime. But every few months, user searches for a specific film or show yield the dreaded "related titles." With a total revenue in excess of $6.7 billion reported after the end of Q4 2015, it would seem that Netflix doesn't have an issue with cash flow. In reality, Netflix hemorrhages money due to the exorbitant overhead of licensing titles and marketing expenses. And yet, Netflix continues to replace expired titles with others while also producing new original content.  
How is this business model fiscally possible?
To be clear, Netflix does use the majority of their revenue to pay studios for licensing agreements. The Wall Street Journal reported in 2015 that of the Major Three, Netflix had planned on designating the most funds toward acquiring content – more than what Hulu and Amazon had projected on spending, combined.

But the cost of licenses has become an expensive endeavor due to bidding wars with other streaming sites for exclusivity (not to mention new competition from formerly cable-only channels like HBO and Showtime creating standalone streaming services). Consequently, more and more titles disappear, suggesting that Netflix doesn't have the capital to sustain its breadth of content
Market Realist reports that while Netflix did beat their quarterly earning estimates for the Q4 of 2015 (which prompted the price of their S&P stock to rise), the company's cash flow was still $276 million in the red, which seems like a drop in a bucket compared to the overall company debt of $2.4 billion. Market Realist further reports that in order to continue developing the company's newly expanded international market, as well as pledging a proposed $5 billion toward more original content, Netflix anticipates incurring even more debt in 2016 and 2017.
It would seem that Netflix only continues to function due to an intricate game of selective bill paying; even though Netflix accumulates a lot of revenue from monthly subscription fees, streaming, DVDs and monetizing the export of licensed titles to other formats, Netflix's profit margins are low because they forfeit a lot of said revenue to overhead, distribution, and operating expenses.
Though Netflix is technically in debt, the bonds associated with them have a "BB credit rating," meaning the chances of the company running into issues due to nonpayment are relatively low. Therefore, whatever cash flow the company does have can be siphoned into development and infrastructure, going into debt in the interim but planting seeds for future gains.
In their "Letter to the Shareholder" published in January 2016, Netflix gushed about the critical successes of several new series – Aziz Ansari's Master of None, Marvel's Jessica Jones, 10-part miniseries Making a Murderer – before detailing their goals for the upcoming year.
In 2016, we plan to launch over 600 hours of original programming, up from about 450 hours in 2015. Beyond the sheer volume of content, the breadth of our original programming will continue to expand with current plans for new seasons of 30 or so original series (including The Crown and The Get Down), eight original feature films, 35 new seasons of original series for kids, a dozen documentaries, and nine stand up comedy specials.

We are now in our fourth year of original programming and we are putting special emphasis on shows that families can enjoy together, including the upcoming Fuller House, new seasons of Unbreakable Kimmy Schmidt, and Stranger Things. We are also stepping up our non?English language original productions, including Marseille, a French political drama starring Gerard Depardieu, and then, shows from Italy, Japan, Mexico and Brazil. We expect some of these series to gain fans well beyond the markets in which they were made.

Increasingly, our goal is to own more of our original programming to allow for greater creative and business control and to ensure global access to content.
Additionally, Netflix noted that traffic continued to rise in comparison to their competition, suggesting there was an audience for the company's original programming despite their dissimilar genres and serial formats.
In "Netflix Movies: Producers Weigh Hidden Downsides," Hollywood Reporter's Pamela McClintock writes about Netflix's acquisition strategy through the lens of two recently commissioned feature-length war dramas (Cary Fukunaga's already-uploaded Beasts of No Nation, and Richie Smyth's Jadotville, currently in post-production), as well as multi-title deals with Adam Sandler (for four feature-length comedies) and Leonardo DiCaprio (for a documentary series on the environment). Although Netflix will shell out what seems to be handsome premiums for the distribution rights of a film, they are usually lump sums without any offer of backend, which is generally where most profits are made should a project be successful.
The ramifications of Beasts of No Nation's release, simultaneously available for streaming on Netflix and screening in theaters with a limited release, was unusual, to say the least. As CinemaBlend reports, Netflix "broke the sacred 90-day window that's typically observed from a film's theatrical release before moving to other mediums," which led to "theater chains like Regal, AMC, Cinemark and Carmike to go so far as to boycott the film altogether."
A person close to the film told McClintock that she and her producers at Participant Media debated "endlessly" before accepting the deal, saying, "Netflix wants to break new ground with this film and create a new paradigm for watching specialty movies" before conceding that "It was a buyout. Netflix has to make it worth your while to give up the lottery ticket."
However, the team behind Jadotville were a bit more optimistic because the agreement with Netflix helped alleviate the typically labyrinthine finance structure associated with a feature-length film. 
"The traditional 'independent' model would have meant an interparty structure of seven or eight individual parties wrapped up in a banking deal and the ever possible potential for differing creative objectives," Jadotville producer Alan Moloney told Hollywood Reporter. "This way, we have one source of financing and a very supportive creative partner. What's not to love?"
His optimism toward the partnership with Netflix is key, ostensibly referring to Netflix's good brand. Many directors/producers will "forfeit" any perceived revenue in order to associate with a company that played an important role in the "Golden Age of Television" (but in many ways jumpstarted the era of "Peak TV"). And if nothing else, at least there would be a receptive audience for a product that might be otherwise niche.
As a side note: Netflix can and will purchase the rights to older, syndicated shows in bulk because they are usually sold at a cheaper rate. Expanding their catalog at an economical rate continues to give consumers more bang for their buck, but it also gives the company the opportunity to bank on nostalgia; reboots of Arrested Developmentand Wet Hot American Summer have already been uploaded to Netflix's library. Elsewhere, purchasing rights to an entire series can contribute to a runaway nostalgia effect; Netflix's ordering of a Gilmore Girls miniseries reboot stemmed from public interest, the buzz of which undoubtedly started after Netflix uploaded the original series in its entirety to its catalog.

lunedì 14 settembre 2015

PICCOLO GRANDE SCHERMO - Orgoglio LIzzie-bian! Katherine Heigl, dopo "State of Affairs" porta Alexis Bledel di "Una mamma per amica" all'altare al cinema!
Anche se il ruolo della dottoressa Izzie in “Grey’s Anatomy” l’ha resa celebre in tutto il mondo, non tutti ricordano che la serie che l’ha resa popolare è stata “Roswell” nel 1999. Katherine Heigl ha creduto fermamente di fare il tris (tv) con “State of Affairs” (prima tv su Premium Stories ogni lunedì), prova ne sia che oltre a recitarvi da protagonista verga anche da produttrice, pur non dimenticando quel grande schermo dove è a un passo dall’olimpo, tra film recitati in passato più positivi dal punto di vista degli incassi che per il plauso della critica. Così da quest’anno in poi si è lanciata in ben 3 pellicole. Sulla scia delle dramedy passate la vedremo a breve in “Jenny’s Wedding” (il film è uscito nella sale Usa a fine luglio), storia di una donna lesbica che decide di sposare colei che la famiglia puritana della protagonista – interpretata da Heigl – pensava fosse la coinquilina della figlia. Nel cast, Alexis Bledel di “Una mamma per amica”, chiamata ad interpretare la futura moglie di Jenny. Sempre quest’anno vedremo l’attrice in “Doubt” (film destinato al piccolo schermo), in cui la nostra veste i panni di un’avvocatessa che rimane intrigata da colui che difende, presunto colpevole di un crimine brutale. Nel 2016 si cambierà registro con il thriller “Unforgettable”, dove una donna cerca di rendere un inferno la nuova vita dell’ex marito con un’altra donna. Nel cast, Rosario Dawson. Chi tra lei e Heigl interpreti la malvagia di turno non è ancora dato di saperlo…

mercoledì 24 aprile 2013

PICCOLO GRANDE SCHERMO - Novità sui film di "Una mamma per amica" e "Chuck". E Zachary Levi e Alexis Bledel se la intendono sullo stesso set...

Articolo e intervista tratti dall'"Huffington Post"
What's it like to fall in love with someone over and over again every single day? Alexis Bledel and Zachary Levi can tell you -- it's the premise of their new Hallmark movie "Remember Sunday."
The film tells the story of Gus (Levi), a man who lost his short-term memory in an accident and finds himself repeatedly falling in love with Molly (Bledel).
"There's a lot of heart in it, which I would hope you would find in a Hallmark movie. That's what they're about ... appealing to people and where they are in life, and those kinds of themes that are very common -- not common as in boring, but common as in we all share them," Levi told The Huffington Post. "And while we don't all share short-term memory loss, we do all share love, relationships and struggling through issues that may be unique."
The "Gilmore Girls" alum and "Chuck" alum took a few minutes to talk to HuffPost TV via phone about "Remember Sunday" and, of course, whether either of their earlier hit series could ever become a movie, a la "Veronica Mars."
"Remember Sunday" has a "50 First Dates" quality to it. What about that theme was appealing for you in choosing to do this movie?
Alexis Bledel: When I read the script I felt like the characters were really well drawn out. They're really great counterparts for each other, and I really cared about what happened to each of them. So that was the draw for me.
Zachary Levi: For me, playing someone with short-term memory loss was an interesting challenge. I loved the idea of falling in love with someone over and over again and what that's like.
I know there's been fan chatter about a "Gilmore Girls" and a "Chuck" movie ever since the "Veronica Mars" success with Kickstarter. Alexis, would you be interested in a "Glimore Girls" movie?
Bledel: I don't know. It feels like such a long time ago to me now, and I love the way they wrapped up the series. I loved our last episode, so I don't know. I haven't heard about them making one recently.
What about you, Zachary? Is a "Chuck" movie going to happen?
Levi: I believe that entertainment is just in this incredible place. I think we're kind of entering into a new chapter of artists, consumers, development, distribution and marketing. Technology has literally just turned on its head, and I want to take advantage of that to create a more direct line from the artist to the consumer and foster those relationships and make great content for people. If I can start with a "Chuck" movie -- because I think that would be a really funny thing to do -- that would be great.
Have you actually talked to the co-creators about it?
Levi: We have a meeting on the books. We're gonna try to get that done ASAP.

sabato 23 giugno 2012


Stracult e Stracotti - …ovvero la serie che questa settimana va su e quella che inevitabilmente va giù. Parola di Stargirl! http://giovanecarinaedisoccupata.blogspot.com/

La parola estate vuole dire anche mare, sole, relax. Spiaggia, ombrelloni e viaggi on the road. Per gli appassionati di telefilm però, l’estate vuol dire anche True Blood, solo per citare una delle molteplici serie che ripartono in questo periodo. Eccoci qui quindi, a celebrare il ritorno di uno Stracult per gli appassionati del genere vampiresco, che pur avendo mostrato segni di cedimento a livello di sceneggiatura e scelte autoriali lo scorso anno, si è rivelato ancora una volta uno degli show più attesi di questi mesi.
Con la speranza che la serie della HBO si lasci streghe, storyline estremamente veloci e superficiali alle spalle, i fan si sono gettati anche quest’anno nelle avventure surreali e fuori controllo di Eric, Bill, Sookie e Lafayette.
Nuovi e vecchi personaggi all’orizzonte, su tutti la nostrana Valentina Cervi nel ruolo di Salome, braccio destro dell’Autorità dei vampiri, e presto (dal nono episodio), anche Robert Patrick, nel ruolo di Jackson, padre di Alcide.
E nella speranza che il Re Russel Edgington
, villain di questa stagione, arrivi presto, ciò che ci auguriamo è che si decida di riprendere la retta via, a scavare a  fondo nei personaggi, approfondire la psicologia di quelli principali e tralasciare invece per un po’ quelli inutili, mettendoli da parte e rispolverandoli magari in futuro. Più dinamicità, più spessore, meno superficialità: ecco cosa ci si aspetta dalla nuova stagione di uno Stracult di questo calibro.

Bunheads, il nuovo show di Amy Sherman Palladino, ha debuttato pochi giorni fa sulla Abc Family riscuotendo scarso successo, solo 1,6 milioni di spettatori, nonostante le grandi aspettative da parte del pubblico e della critica.
Nella nuov “dramedy”, se così si può definire la serie, Lorelai Gilmore sembra essersi reincarnata nel corpo di Michelle Simms (Sutton Foster), ballerina precaria di Las Vegas che si ritrova a sposare il miliardario Hubbel (Alan Ruck) in seguito all'hangover al termine di una pessima giornata.
Michelle fa pensare a Lorelai per via del suo modo di fare scanzonato ed estroverso, nel pensare ad alta voce, nel non tenere a freno commenti taglienti e battute sarcastiche, e la ricorda anche dal punto di vista estetico: alta, snella, cappelli castani lunghi.
I rimandi a Gilmore Girls non finiscono qui: la suocera di Michelle, Fanni (Kelly Bishop, già Emily Gilmore) instaura da subito con la protagonista quel rapporto burrascoso e conflittuale ma sotto sotto destinato a rafforzarsi nel tempo, che fa inevitabilmente pensare a quello tra Lor e sua madre, caratterizzato da battute al vetriolo e scambi d’opinioni piuttosto accesi.
Musica, sceneggiatura, ambientazione, cast: tutto riporta con la mente a quella “Mamma per amica” di cui tanto sentiamo la mancanza, ma senza la verve e il brio cui Rory e sua madre negli anni ci avevano abituati: Bunheads è la fotocopia sbiadita della celebre serie della Palladino, velata di una malinconia difficile da ignorare.
I fan sono divisi, spaccati a metà: qualcuno ringrazia Amy, qualcun altro la condanna.
C’è chi apprezza i continui rimandi alle Gilmore, chi invece avrebbe voluto una ventata di novità per un ritorno in grande stile della Palladino.
L'impressione iniziale è che Bunheads parta già stracotto, nelle vesti di una minestra riscaldata.

sabato 16 giugno 2012


Stracult e Stracotti - …ovvero la serie che questa settimana va su e quella che inevitabilmente va giù. Parola di Stargirl

“Nostalgia, nostalgia canaglia!” cantava un famoso duo “folckloristico” italiano nel 1987. La nostalgia, sentimento che facilmente assale ognuno di noi: nostalgia di una persona importante, un luogo speciale, un momento particolare della propria vita, un telefilm. Ops, mi è scappato, eppure è proprio così: noi appassionati di serie tv, siamo fondamentalmente dei nostalgici e tra la novità del momento, nuovi pilot o intricati finali di stagione, nonostante tutto, con la mente siamo sempre lì, ai telefilm legati alla nostra infanzia, adolescenza o crescita, quelli che hanno lasciato un segno indelebile nel nostro cuore e che tutto sommato, nel bene o nel male non dimenticheremo mai.
L’estate è alle porte, le novità in tv scarseggiano, quale momento migliore per concedersi un vecchio telefilm del passato e approfittare delle numerose repliche programmate nei palinsesti? Per la nostra rubrica Stracult&Stracotti, oggi rispolveriamo proprio tre Stracult, da poco ripartiti in tv per allietare i primi giorni d’estate. Ecco a voi tre serie “vintage” (alcune più di altre, senza dubbio!) da non perdere assolutamente nei mesi a venire!

Chi di voi non ricorda per esempio Jeannie (Barbara Eden), protagonista di Strega per amore? Capelli biondi, tutina rosa e rossa e turbante di seta?
La serie, dal titolo originale I Dream of Jeannie, fu creata alla metà degli anni Sessanta da Sidney Sheldon (autore di Cuore e batticuore) per la NBC, in risposta al grande successo di Vita da Strega trasmesso invece dal network competitor Abc. I primi 30 episodi della serie sono andati in onda in bianco e nero, mentre gli altri 109 sono stati filmati a colori. Una sitcom deliziosamente retrò, leggera, delicata e godibile da un pubblico di tutte le età.
Il plot parte da un espediente semplice quanto surreale: su una piccola isola deserta del Pacifico, all’interno di una bottiglia rosa, l'astronauta Tony Nelson (Larry Hagman) trova un genio di nome Jeannie capace di avverare ogni desiderio con un battito di ciglia o un cenno del capo.
Jeannie che s’innamora sin dal primo istante del “Capitano”, decide di fare i bagagli e seguirlo, cercando in tutti i modi di conquistarlo e mettendolo spesso nei guai!
Per chi se la fosse persa o per chi ne sentisse nostalgia, l’appuntamento è su Fox Retrò, dal lunedì al venerdì alle ore 20:00.

Dal 4 giugno invece, LA5 ripropone, sempre dal lunedì al venerdì, alle 20.25, le favolose, uniche, inimitabili Gilmore Girls di Una mamma per amica, uno degli show più amati di tutti i tempi, concluso ormai 5 anni fa. Coppia indimenticabile, quella formata da Lorelai (Lauren Graham) e Rory (Alexis Bledel), ci ha tenuto compagnia per sette lunghe stagioni, mantenendo il pregio che poche serie recenti anni, di non scadere cioè nella banalità e nelle ripetitività. Mai monotone né noiose, le Gilmore hanno lasciato un segno concretonel panorama telefilmico italiano e internazionale in questi anni e nessun family drama è mai riuscito a eguagliarle fino a oggi. Tornare a Stars Hollow fa sempre piacere ed è un vero e proprio toccasana per l’umore!
(Dono dal cielo per i fan, Parenthood, che vede la Graham in un ruolo molto  evicino a quello di Lorelai, a tratti però più maturo e sfaccettato.)

E per tutto coloro che la mattina hanno la fortuna di avere un po’ di tempo libero,
a tenergli compagnia, ci pensa il caro vecchio Dawson (James Van Der Beek), ogni mattina alle 10.30, dal lunedì al venerdì.
Certo, sembra passata una vita da allora, eppure, la serie si concluse nel non troppo lontano 2003: a quell’epoca Pacey (Joshua Jackson) non era ancora un Bishop, Joey (Katie Holmes) non era ancora la signora Cruise, e Jen (Michelle Williams), non aveva ancora prestato il volto alla meravigliosa Marilyn Monroe.
Molte cose sono cambiate, ma l’affetto per Dawson’s Creek, in fondo in fondo, non passerà mai: nonostante i dialoghi troppo contorti e impegnati per dei ragazzi di sedici anni appena, nonostante piccole pecche nella sceneggiatura, nonostante le insopportabili facce di Dawson.
Il teen drama che ha raccolto per alcuni le redini lasciate da Beverly Hills 90210, e che per altri (più giovani) ha invece segnato l’inizio di un’era, ci farà sempre sorridere, riflettere, commuovere. Volenti o nolenti, tutti ci sentiamo un po’ Dawson forse, no? 

"Il trivial game + divertente dell'anno" (Lucca Comics)

"Il trivial game + divertente dell'anno" (Lucca Comics)
Il GIOCO DEI TELEFILM di Leopoldo Damerini e Fabrizio Margaria, nei migliori negozi di giocattoli: un viaggio lungo 750 domande divise per epoche e difficoltà. Sfida i tuoi amici/parenti/partner/amanti e diventa Telefilm Master. Disegni originali by Silver. Regolamento di Luca Borsa. E' un gioco Ghenos Games. http://www.facebook.com/GiocoDeiTelefilm. https://twitter.com/GiocoTelefilm

Lick it or Leave it!

Lick it or Leave it!