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lunedì 16 marzo 2020

NEWS - A(m)mazon, che figuraccia di merda! Dapprima PrimeVideo per tutti gli abitanti della "Zona Rossa" del CoronaVirus, poi retromarcia quando si è estesa in tutta Italia (sarebbe un salasso)!
Amazon Prime Video, insieme con TimVision, aveva aperto i suoi servizi in streaming gratuitamente fino al 31 marzo per gli abitanti nelle zone rosse. Infinity di Mediaset, invece, aveva messo a disposizione due mesi gratis. Ma con l'allargarsi delle zone rosse (che da Codogno e dintorni poi avevano compreso tutta la Lombardia, parte del Veneto e dell'Emilia e, adesso tutta l'Italia), i termini della faccenda sono cambiati. E Prime Video ha confermato l'offerta solo per gli abitanti della prima e più ristretta zona rossa, mentre non l'ha estesa a tutto il territorio italiano. Una piccola scivolata di stile motivata da «complessità tecniche». Va detto che comunque resta valido, come al solito, il mese di prova gratuita per tutti i nuovi potenziali clienti Prime Video.

lunedì 3 febbraio 2020

NEWS - Clamoroso al Cibali! Sky in trattativa per portare Disney+ sulla propria piattaforma: dopo l'accordo con Netflix, meglio aggregare che perire nella concorrenza...

News tratta dal "Corriere Economia"
Il mercato delle piattaforme streaming attacca e le pay reagiscono. Sky, in particolare. Che a fronte del rischio di perdere abbonamenti ha deciso di cambiare pelle. 0 meglio, di aggiungere alla sua natura di produttore e distributore, quella di aggregatore. E così, dopo aver messo Netflix a disposizione dei propri clienti, su Sky Q il gruppo sarebbe in trattativa con Disney per aggiungere anche la piattaforma streaming Disney+ alla propria offerta. L'operazione, ancora in fase di negoziazione, dovrebbe riguardare per il momento il Regno Unito per poi coinvolgere tutti i Paesi in cui Sky e presente, Italia compresa. Come per Netflix, anche per Disney+ (che arriverà sul nostro mercato il prossimo 24 marzo, indipendentemente dall'accordo con Sky) l'obiettivo è quello di presentare agli utenti i contenuti nell'interfaccia iniziale senza distinzioni grafiche tra Sky, Netflix e Disney e di valorizzare i singoli contenuti senza «concorrenza». Il vantaggio per Sky è evidente: diventerebbe un contenitore di eccellenza in grado di offrire una serie di contenuti a sconto. Oltre ai propri, avrebbe tutta la library di Netflix e l'immenso archivio di Disney (che significa Star Wars, Marvel e Pixar), intercettando una buona fetta di pubblico non disposto a pagare più di un abbonamento al mese. Ma anche Disney ne guadagnerebbe: con la decisione di creare la propria piattaforma streaming, il gruppo guidato da Bob Iger ha tolto i propri canali dalle pay tv (senza escludere comunque la possibilità di accordi di licenza con le stesse pay), disintermediando la catena distributiva dei propri contenuti. L'accordo con Sky le permetterebbe di ampliare la propria base clienti. In particolare in Italia gli abbonamenti delle pay sono circa 4,5 milioni (concentrati in Sky), quelli degli Ott (Netflix, Amazon Prime, Apple tv, Infinity, Tim Vision, Dazn) sono circa 6. Di questi 10,5 milioni, circa 8 sono le famiglie e 2 milioni sono quelle che oltre a un abbonamento Sky, hanno sottoscritto l'abbonamento a una Ott. Disney insomma rischia di trovare un mercato se non saturo, quanto meno già strutturato. «Allearsi» con Sky significa pescare anche in questo bacino. Senza pestarsi i piedi a vicenda. I modelli possono convivere tra loro: sia il modello Netflix che fa da produttore e distributore e che, anzi, si è prepotentemente inserito nella produzione di contenuti propri, come confermato dalla partecipazione massiva ai Golden Globes e agli Oscar. Sia il modello Disney che prova a monetizzare fino in fondo la propria enorme produzione e library. Sia il modello aggregatore di Sky. «È in corso una fase di proliferazione degli Ott sotto la spinta dei grandi produttori di contenuti — afferma Claudio Campanini, amministratore delegato di Kearney Italia —. Attaccati da Netflix, hanno deciso di raggiungere direttamente il consumatore facendo leva su marchi molto presenti nella mente del consumatore come Disney. Questo cambierà la modalità di ricerca e fruizione dei contenuti e creerà nuove esigenze nei consumatori».

lunedì 6 maggio 2019

NEWS - Clamoroso al Cibali! Stop all'esclusiva delle serie tv Warner e Universal su Premium, Sky pronta a metterci le mani: Mediaset sempre più fuori dalla lotta pay tv

News tratta da "Italia Oggi"
Iniziato il conto alla rovescia per Premium di Mediaset. Il 31 maggio, come è noto, si spegnerà il segnale degli otto canali tv ancora presenti nell'offerta a pagamento sul digitale terrestre. Gli abbonati, ormai scesi ben sotto quota 500 mila unità, avranno tempo fino al 31 giugno per disdire l'abbonamento senza penali. La disdetta si potrà effettuare attraverso raccomandata, telefonicamente o dall'area clienti del sito Premium. Chi non disdice, invece, vedrà l'offerta dei canali lineari Premium e dell'on demand di Premium Play traslocare sulla piattaforma di Infinity (quindi solo in streaming), e riceverà le credenziali per l'accesso alla nuova offerta «Premium su Infinity» di Mediaset entro la fine di maggio a un costo complessivo di 7,99 euro al mese. Dal 1° al 10 giugno gli abbonati avranno comunque a disposizione 10 giorni di prova gratuita di Infinity, per capire se l'offerta interessa e, soprattutto, se sono dotati di televisori smart o dispositivi connessi in grado di accedere a quella app. Dal 1° giugno termina anche la promozione che offriva l'abbonamento congiunto a Dazn a tutti gli abbonati Premium con smart tv che in passato erano stati anche clienti di Premium Calcio. Da giugno, quindi, sarà necessario un nuovo contratto per accedere ai contenuti di Dazn, che non saranno inclusi per chi sottoscriverà un contratto Premium su Infinity. C'è poi un discorso più ampio da fare sul senso editoriale dei canali Premium nei prossimi mesi: per anni hanno avuto in esclusiva tutti i contenuti Universal e Warner, con film e serie tv molto caratterizzanti. I contratti in esclusiva con le due major, tuttavia, non verranno rinnovati. E Universal, peraltro, è di proprietà di Comcast, ovvero il nuovo azionista di maggioranza di Sky. I canali Premium, quindi, nei prossimi mesi perderanno buona parte dei contenuti esclusivi, col rischio di risultare un po' troppo generici e indistinti. A Sky, perciò, potrebbero non interessare più sulla pregiata piattaforma satellitare (che ha già molti canali di film e serie tv), mentre potrebbero conservare Universal e Warner un appeal per l'offerta più scarna e a buon prezzo che Sky ha apparecchiato per il digitale terrestre. Perché un conto è avere i canali di Fox, che adesso appartengono a Disney e quindi danno contenuti che, altrimenti, Sky non avrebbe. Un conto è invece ospitare i canali di Premium che di esclusivo, ormai, non hanno molto. Il processo di disimpegno di Mediaset dalla pay tv è iniziato nell'agosto del 2018, quando sono stati chiusi i canali Premium Sport e Premium Calcio; dal 1° gennaio 2019 si è spento Studio Universal; lo scorso 28 febbraio sono stati rescissi i contratti con Discovery Italia per i due canali di Eurosport e ID-Investigation Discovery; e, come detto, non verranno rinnovati i contratti in esclusiva con Warner e Universal che consegnavano alla piattaforma pay di Mediaset tanto prodotto di qualità. I ricavi di Premium nel 2018 si sono fermati a 407,3 milioni di euro, con costi a quota 450,3 milioni, di cui 175,4 milioni di ammortamenti e svalutazioni. Il risultato operativo, quindi, è stato negativo per 43 milioni di euro. Con un rosso parzialmente ridotto, poi, grazie a proventi da partecipazioni (10 milioni) e da attività finanziarie (7,6 milioni), per una perdita finale di 24,4 milioni di euro.

lunedì 25 febbraio 2019

NEWS - Achtung, compagni! La tv on line ha raggiunto quella satellitare ed è pronta al sorpasso in nome dell'"effetto Netflix"

Articolo tratto da "Affari&Finanza"
La corsa frenetica ai contenuti originali per saziare i divoratori di film e serie tv, la competizione sbilanciata e agguerrita tra gli operatori tradizionali e i colossi online, la ricerca affannosa del perfetto equilibrio tra quantità e qualità, l'apertura multiservizio del consumatore digitale e infine la difficile ma possibile riscossa dei piccoli player. Chi crede che la rivoluzione digitale si sia già abbattuta definitivamente sul mercato televisivo è ancora in tempo per rimettere in discussione le proprie convinzioni, se non altro perché non abbiamo ancora visto nulla. E ciò vale in modo specifico per il mercato televisivo italiano, uno degli ultimi a esser stato bagnato da questa rivoluzione a macchia d'olio. L'avanzata inarrestabile della televisione in streaming e on demand trainata dai giganti tecnologici, e in particolare da Netflix, è il fenomeno con la effe maiuscola degli ultimi anni. Basta anche solo osservare il profondo mutamento delle modalità di consumo di contenuti televisivi, ormai fruibili quando, come e dove vogliamo, per renderci conto di quanto stiano cambiando i paradigmi competitivi. A quanto pare siamo però solo in presenza delle prime avvisaglie di un vero e proprio tsunami digitale. Secondo il termometro del settore televisivo italiano contenuto nell'ultimo rapporto di ITMedia Consulting, che non a caso cita nel titolo un vero e proprio "effetto Netflix", la televisione online sta infatti sottraendo anno dopo anno utenti e mercato al digitale terrestre e alla pay-tv satellitare. Ed entro il 2020 l'offerta televisiva trasmessa in banda larga raggiungerà circa 8,5 milioni di abitazioni, cioè oltre 5 milioni in più di quelle raggiunte lo scorso anno, per un tasso di crescita media annua del 25%. Ciò significa che alla fine del prossimo anno i player della tv online (da Netflix ad Amazon, da Tim Vision a Chili, passando per la Now TV di Sky, Infinity e altri) arriveranno a contare il doppio degli abbonati satellitari conquistati da Sky dopo 15 anni di attività. Questa spinta cambierà anche gli equilibri delle modalità di accesso ai contenuti, segnando forse un punto di non ritorno: la tv a pagamento sorpasserà la tv gratuita come modalità primaria, salendo dal 42% delle famiglie italiane dello scorso anno al 55% entro il 2020. Si preannuncia un sorpasso storico anche all'interno della stessa famiglia dei contenuti pay, sempre in termini di penetrazione: entro il prossimo biennio, infatti, la televisione online diventerà il canale primario di accesso ai contenuti a pagamento, registrando così un fulmineo balzo dal terzo e ultimo posto alla prima posizione in tre anni. Insomma, siamo in presenza di un fenomeno di assoluto rilievo che tra l'altro si sta estendendo dai Millennials a ogni generazione.

«Il mercato italiano del video on demand è un mercato giovane ma ha già raggiunto un numero di utenti paragonabile a quello di Sky. E non è un risultato da poco se pensiamo che Mediaset Premium ha impiegato anni per conquistare la metà degli utenti della pay-tv rivale. Ecco perché ormai anche i broadcaster sono spinti a posizionarsi sul segmento online», sottolinea Augusto Preta, fondatore e ceo di ITMedia Consulting, contestando la riduzione del successo degli Over-the-top alla competitività dei prezzi degli abbonamenti mensili, in alcuni casi persino inferiori alla doppia cifra: «I fattori di successo di queste piattaforme non sono legati esclusivamente al prezzo, anche perché il prezzo stesso è in realtà la sintesi di una capacità più ampia di conquistare e fidelizzare il pubblico in maniera più efficace. Questa è la vera peculiarità di Amazon, Netfiix e degli altri big del video on demand che non hanno bisogno di investire grandi cifre sull'acquisizione di abbonati, come invece devono fare gli operatori tradizionali». Tra i vantaggi competitivi degli operatori online rientra anche la capacità di sfruttamento dei dati generati dagli spettatori online. Analizzando continuamente le scelte, i gusti e le preferenze degli utenti è infatti possibile suggerire il contenuto più adatto a ogni profilo. E soprattutto avere il polso della domanda: non proprio un aspetto secondario, specialmente quando si tratta di allocare il budget sulla creazione dei contenuti originali. Quest'ultimo punto interessa ovviamente pure gli operatori tradizionali, tanto che in questo senso va letta la recente stagione di fusioni e accordi: «Avere più utenti significa avere più dati, cioè conoscere meglio il proprio pubblico. La dimensione è un fattore fondamentale di competitività. I concorrenti diretti degli over-the-top sono i big, da Disney ad ATeT post fusione con Time Warner passando per la Sky acquisita da Comcast, perché hanno la capacità di unire un pubblico da centinaia di milioni di utenti. Del resto, non si può competere contro chi ha pianificato investimenti miliardari sui contenuti investendo 100 milioni».
Queste dinamiche stanno interessando anche il mercato televisivo italiano. Nel nostro Paese il segmento online sconta un ritardo non indifferente rispetto ad altri grandi Paesi europei: non a caso, rileva ITMedia Consulting, ancora non si assiste alla sottrazione di abbonati alle pay-tv che invece si sta verificando negli Usa o nel Regno Unito. I grandi broadcaster si stanno comunque attrezzando: ad esempio, Mediaset e Rai stanno puntando sulle partnership con gli operatori stranieri per costruire una dimensione più ampia di pubblico e offerta. E sembra esserci qualche margine di conquista anche per i piccoli operatori: «La predisposizione degli utenti online a sfruttare contemporaneamente più servizi in streaming e on demand gioca a favore dei player minori. Se prima era impossibile competere con i grandi, ora è difficile ma possibile, anche perché il mercato digitale è destinato a crescere ulteriormente. Almeno sulla carta, ci sono quindi opportunità di posizionamento per tutti. Credo però che sul lungo periodo la tendenza al consolidamento si farà sentire».

giovedì 29 novembre 2018

NEWS - Achtung, compagni! Le piattaforme di streaming tipo Netflix e Amazon verso il pareggio con la pay tv (Sky): raddoppiati gli abbonamenti in un solo anno!
News tratta da "Il Sole 24 ore"
Manca poco al pareggio con i numeri della pay tv tradizionale. Qui gli abbonamenti in Italia si sono storicamente attestati attorno ai 6,5 milioni fra Sky e Mediaset Premium. Oggi le piattaforme di videostreaming arrivano a superare i 5 milioni. E il trend fa pensare al livello della pay come a un muro che sta per crollare. Del resto, l'impennata del video on demand è fuori discussione, anche in un Paese come l'Italia in cui ci si dibatte nelle sabbie mobili di una digitalizzazione che se da una parte mostra segnali di miglioramento come indicato dall'aumento dell'ultrabroadband (si veda Il Sole 24 Ore), dall'altra ha evidentemente enormi margini di crescita. A mettere in fila inumeri dell'avanzata anche in Italia di Netflix, Amazon Prime Video e delle altre piattaforme di videostreaming è EY con uno studio che tra gli sponsor ha Sky, Mediaset, Discovery, Vodafone. E i risultati lasciano poco spazio a dubbi: gli abbonamenti in Italia alle piattaforme di videostreaming a pagamento - EY cita Netflix, Amazon Prime Video, Timvision, Now Tv (Sky), Infinity (Mediaset), Eurosport Player - sono passati da 2,3 a 5,2 milioni. E tutto in un anno, fra giugno 2017 e giugno 2018. Numeri sui singoli operatori non ne sono forniti, ma a giudicare dalle indiscrezioni di mercato a farla da padrona è Netflix, in Italia da 3 anni. «Questi dati - spiega Fabrizio Pascale, Telco, Media e Technology Med Leader di EY- delineano un mercato dei servizi videostreaming in espansione, sia sul fronte dei servizi free offerti dai broadcaster televisivi sia a pagamento. Le crescite più importanti arrivano, però, dalle piattaforme pay che, a metà 2018, contavano oltre i 5 milioni di abbonati, più che raddoppiati nell'ultimo anno». Oltre al numero degli abbonamenti c'è anche da guardare al computo totale degli utenti (in famiglia a usufruire delle piattaforme può essere più di uno). In questo caso si passa da 4,3 a 8,3 milioni di utenti con un numero di sottoscrittori unici (che possono avere anche più di un abbonamento) pari a 4 milioni. EY nella sua indagine va poi anche oltre il video on demand "a pagamento" unendo i dati della parte free comprensiva di player come Youtube, Raiplay, Mediaset Play. E così, considerando chi «nell'ultima settimana ha guardato contenuti video attraverso Internet della durata di almeno 10 minuti», gli utenti free sono saliti in un anno da 17,6 a 20,9 milioni. ll che, considerando che utenti free e pay possono in parte coincidere, segnala 23,8 milioni di italiani che guardano video on demand: il 68% degli utenti internet totali. Tutte cifre, insomma, che fotografano anche per l'Italia quella che è una tendenza mondiale messa nero su bianco da diversi studi e istituti di ricerca. ITMedia Consulting, ad esempio, prevede che i ricavi totali del settore Vod (video on demand) nell'Europa occidentale aumenteranno rispetto ai 6,26 miliardi di euro del 2018, superando gli 8,8 miliardi nel 2021, con una crescita media annua, pur in un mercato prossimo alla maturità, ancora a doppia cifra: del 12 per cento. Dal Vod arriverà così un quarto dei ricavi del mercato payTv. L'Italia ha numeri ben più bassi rispetto ad altri Paesi d'Europa. Ma il trend è impetuoso. E così, stando sempre al rapporto"Video on Demand in Europe: 2018-2021", guardando al totale del video on demand - e dunque non solo Svod (servizi con abbonamento), ma anche Tvod (quello in cui si pagano le singole transazioni, erede dell'ormai scomparso home video) che non è stato considerato da EY- lapenetrazione sul totale dell'Europa Occidentale è del 26,6% in Uk, del 19,4% in Germania e del 4,6% in Italia che salirà all'8,3% nel 2021. Chiaro che con questi numeri il campanello d'allarme sia risuonato forte fra i player "tradizionali". La pay tv ad esempio, che ha prezzi per gli utenti più alti rispetto al Vod, sta cercando di trovare le migliori contromisure. In Italia anche il mondo del cinema ha alzato i toni e un decreto nei giorni scorsi ha stabilito che forme di incentivazione perle opere cinematografiche potranno esserci solo per quelle pellicole che non sceglieranno di approdare su piattaforme di videostreaming contemporaneamente alle sale. A livello mondiale Disney ha deciso di sottrarre a Netflix i propri film e le serie tv nel 2019, puntando su un proprio servizio che si chiamerà Disney+. E ancora: nel 2012 Ted Sarandos, chief content officer di Netflix, dichiarò che «l'obiettivo è diventare Hbo più velocemente di quanto Hbo possa diventare Netflix». Frase che poteva apparire sibillina allora, ma non certo oggi visto che la ATeT che ha acquisito la Time Warner punta, sempre per il 2019, a un servizio di streaming con i contenuti della"madre" di Game of Thrones. C'è poi il capitolo della lotta fra le stesse piattaforme: Amazon Prime Video sta crescendo e Walmart è pronta a entrare sul mercato. Intanto Netflix cresce e investe miliardi in contenuti lasciando però negli investitori il dubbio sulla sostenibilità del business a fronte di un indebitamento crescente. Che vincano o meno le Cassandre, è comunque certo che indietro non si torna.

giovedì 22 febbraio 2018

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
"Young Sheldon" imperdibile per chi ama "TBBT"

"Gli amanti di The Big Bang Theory non possono non vedere Young Sheldon, spin-off e prequel della straordinaria serie della Chuck Lorre Productions (Mediaset Premium, e su Infinity). Perché amiamo così tanto TBBT? Perché ogni personaggio manifesta un tenace punto di vista, in base al quale agisce anche nella vita quotidiana. Spesso il proprio punto di vista si manifesta come una vera e propria teoria scientifica che fatica a trovare la necessaria comprensione. Sheldon è un isolato perché è il più nerd di tutti: ogni parola, ogni gesto, ogni comportamento deve corrispondere a un modello astratto che frulla nella sua testa. Per questo Sheldon, detto Shelly (qui interpretato da Yain Armitage), meritava un tuffo nella sua infanzia: vive nel Texas, ha 9 anni, ma è dotato del medesimo QL (187) della sua versione adulta. Il ragazzino, che già frequenta il liceo, tenta di adattarsi al mondo che lo circonda, mentre i familiari e gli amici cercano di affrontare le sue straordinarie capacità intellettuali e il suo carattere non comune. A scuola si sente bullizzato. E lui, naturalmente, fa di tutto per esserlo, mettendo in crisi professori e compagni. In famiglia, poi, le cose non vanno tanto meglio: la mamma Mary (Zoe Perry) è una fervente cristiana rinata (ma sempre pronta a difenderlo), il papà George (Lance Barber) ha problemi con l'alcool e i due fratelli, Georgie (Montana Jordan) e Missy (Raegan Revord), non perdono occasione per prenderlo in giro o farlo vittima di scherzi. Un vero modello di famiglia disfunzionale. Shelly vive in un ambiente in cui i giovani pensano solo allo sport e alle ragazze, due occupazioni che gli sono per ora estranee, e guardano con molto sospetto un genietto nerd che sa tutto e a scuola li umilia di continuo. Un'infanzia difficile, si direbbe. Soprattutto per chi gli sta attorno". (Aldo Grasso)

giovedì 28 dicembre 2017

NEWS - Clamoroso al Cibali! I serial formato...espresso: Lavazza acquista il 25% di Chili e nel 2018 scende nell'arena delle serie tv al fianco di Sony, Paramount, Viacom e Warner. Oltre 11 milioni di euro per la promozione nel 2018
News tratta da "Il Sole 24 Ore"

"La piattaforma di videostreaming Chili come primo investimento della propria holding. Quella della famiglia Lavazza è evidentemente una scommessa che nulla ha a che fare con la storica produzione di caffè. Ma la fiche è di tutto rispetto: 25 milioni con cui è stato rilevato, a 155 euro per azione, il 24,95% di questa società fondata nel 2012, nata da una costola di Fastweb e attiva nel "Tvod": video on demand con formula basata su singoli acquisti e differente dallo "Svod", modalità in abbonamento scelta da Netflix, Infinity, Timvision, NowTv. Nessun commento da Lavazza se non la conferma che a investire è stata «una holding finanziaria riconducbile alla famiglia Lavazza». A fondare Chili fu, fra gli altri, Stefano Parisi. Con la discesa in politica - con "Energie per l'Italia", nel centrodestra - Parisi ha abbandonato le cariche pur rimanendo azionista all'interno di "Brace": veicolo dei fondatori e primo socio, ora con il 31,65%. Sempre in "Brace" ha quote Giorgio Tacchia, altro fondatore e ora presidente e ad. «Chili - spiega - è un progetto internazionale di cui si è potuto intravedere sino a oggi solo la parte in superficie. Da pura piattaforma siamo diventati un marketplace dell'intrattenimento. Sono molto felice che la famiglia Lavazza abbia creduto nel progetto, come altri investitori con grande esperienza internazionale». Fra questi ci sono 4 major-Sony (con il 2,96%), Paramount, e la controllante Viacom (4,1%); WarnerBros (4,17%)-entrate nel capitale nel 2016, oltre al direttore di Lvmh Antonio Belloni, al finanziere Francesco Trapani, alla famiglia Passera, a Negentropy (fondo basato a Londra), al fondo Antares di Stefano Romiti. Il bilancio ha sempre chiuso in rosso e il 2016 non ha fatto eccezione (-8,4 milioni). «Dopo tanti investimenti siamo entrati nella fase growth. I 7,1 milioni di ricavi del 2016 — precisa l'ad - sono raddoppiati nel 2017 e per il 2018 andranno sui 30 milioni». Il piano industriale prevede addirittura 300 milioni al 2022. Intanto nel 2018 «spenderemo 11,5 milioni in comunicazione» per far conoscere di più Chili in Uk, Germania, Austria e Polonia, dove il servizio è già attivo. Nel 2018 è quindi atteso il cambio di passo, sfruttando una peculiarità: in Chili si commercializzano non solo film e serie tv, ma anche oggetti e gadget. In più sul sito sono"cliccabili" trailer e anticipazioni di film non ancora sugli schermi con tutto ciò che consegue sul fronte dati. «Il nostro è un progetto di portata globale che mette al centro la profilazione dei clienti, né più e né meno di quanto fanno altri big mondiali. Siamo stati assistiti da Deutsche Bank Us nella ricerca di partner, riscontrando grande interesse». La famiglia Lavazza ci ha scommesso". 

lunedì 24 aprile 2017

NEWS - Achtung, compagni! Vodafone Tv fa sul serial

Articolo tratto da "Corriere Economia"
L' arena dei servizi video (spettacoli, film, serie tv, documentari, sport) in streaming si fa sempre più affollata. Dopo Sky con Now Tv, Mediaset con Infinity, Netfflix, Chili e Amazon Video per gli abbonati ad Amazon Prime, sono scesi in campo anche gli operatori telefonici. La prima è stata TIM con TIMvision corredato di set-top box basato su Android TV seguita da Vodafone con la sua Vodafone TV, da o disponibile in tutta Italia con dieci nuove partnership: da Sony Pictures Television e BBC Worldwide fino a 20th Century Fox, che sia, che si aggiungono agli accordi già siglati con Sky, Netflix e Chili. Sul fronte dei gestori telefonici l'offerta dl Vodafone si pone in concorrenza con quella di TIM, anche se l'ingresso di Fastweb è atteso a breve e Wind 3 sta cercando accordi con produttori di contenuti. Vodafone TV è dedicata ai clienti in fibra di Vodafone - la cui copertura è arrivata in 970 città italiane e raggiunge 12,4 milioni di famiglie e imprese - ed è sottoscrivibile presso 800 punti vendita e sul sito al costo di 10 euro ogni 4 settimane. L'offerta comprende Now Tv Intrattenimento e un ampio catalogo on demand con film, serie tv e documentari. Oltre a questo si hanno a disposizione ogni mese 14 nuovi film di Chili, di cui quattro prime visioni, e per i nuovi clienti sono inclusi anche 3 mesi del pacchetto Serie Tv di Now Tv. Attraverso la piattaforma è possibile accedere anche ai canali tradizionali del digitale terrestre e, grazie agli accordi con De Agostini, Viacom International Media Networks e Discovery Italia, sono disponibili le funzionalità avanzate, come la pausa, la registrazione dei programmi e la possibilità di rivedere quelli già andati in onda. Il set-top box è dato in comodato d'uso con 29 euro di contributo iniziale. 'Il nostro obiettivo è offrire il massimo della scelta e della qualità presente nel panorama italiano dei contenuti, dal cinema allo sport fino alle serie tv. Ad oggi gli asset ricercabili sono circa 35mila e, per fare un esempio, per la parte di cinema on demand abbiamo circa i1 95% dei titoli in italiano. Per noi la semplicità è un fattore critico di successo, per ampliare l'accesso ai contenuti a quella fetta importante di italiani - circa il 70% secondo le ricerche più aggiornate - che ancora non hanno accesso ai contenuti premium per barriere tecnologiche o di prezzo', afferma Quang Ngo Dinh, responsabile marketing consumer di Vodafone Italia, 'il concetto è quello della TV come la vuoi tu', ovvero la possibilità di aggiungere contenuti a seconda dalle preferenze del momento - dal calcio al cinema - in forma modulare, attivandoli anche per un determinato periodo, senza vincoli e a un prezzo conveniente, con la possibilità di pagare direttamente attraverso il conto telefonico". L'interfaccia di Vodafone TV è divisa in quattro sezioni: My TV dove sono presenti le registrazioni fatte e quelle programmate, i film preferiti e i noleggiati, Guida TV con l'elenco dei canali lineari, On Demand per i contenuti on demand e App per accedere direttamente ai ticket di Now TV, Netflix e Chili. I contenuti si possono vedere anche in mobilità, grazie all'app per smartphone e tablet, e la visione è permessa su un massimo di quattro dispositivi (due in contemporanea): per esempio la tv e lo smartphone.

mercoledì 19 aprile 2017

NEWS - Le serie tv on demand sono un miraggio per il 70% degli italiani. Tim e Vodafone all'attacco con produzione e integrazione per smuovere la situazione

Articolo tratto dal "Corriere della Sera"

La tv di domani sarà (anche) on demand, «à la carte», ma in Italia i numeri del consumo non lineare sono ancora limitati. A parte gli abbonati Sky — che sono poco più di 4 milioni e mezzo, di cui circa la metà con decoder connesso in rete — abituatisi alle novità tecnologiche, il resto del consumo segue ancora via tradizionali, e il mercato delle Over-theTop (i servizi in streaming con Netflix, Infinity, NowTV o Amazon) è ancora piuttosto ristretto. Un'arretratezza che prefigura, per il futuro prossimo, un auspicabile sviluppo. Guidato da chi? Ecco la vera domanda. I contenuti on demand e, soprattutto, quelli premium sono ancora un miraggio per il 70% delle famiglie italiane, oltre 16 milioni di case. Ed ecco perché in questi mesi si stanno affacciando con sempre maggiore forza sul mercato degli audiovisivi le delcos», le società di telecomunicazioni a cui siamo abituati a pensare per telefoni e telefonini. In particolare, Telecom col rilancio di TimVision sta puntando su un servizio che unifichi rete e contenuti, puntando su questi ultimi, produzioni originali ed esclusive per attrarre l'attenzione degli spettatori. Di questa settimana, invece, il definitivo lancio di Vodafone Tv, che passa dalla versione «in prova» al servizio commerciale per il bacino potenziale di case raggiunte dalle fibra, 11,7 milioni di famiglie in oltre 500 città. Se Tim sembra orientarsi sulla produzione (è la strategia di Netflix, che però la esercita sull'arena globale), Vodafone scommette tutto sull'integrazione: un'unica piattaforma che aggrega free e pay tv, grazie a molte partnership con reti e distributori (fra cui Sky, Discovery, Bbc, Chili...). Risultato: 35 mila titoli ricercabili, il 95% del cinema on demand in lingua italiana. Produzione e integrazione di contenuto riusciranno a modificare le abitudini degli spettatori italiani? 

lunedì 13 febbraio 2017

NEWS - Taca la Banda! Gli utenti della banda (ultra)larga aumentano per vedere le serie tv, anche se l'Italia rimane la Cenerentola d'Europa. Sorpresa: Chili cresce più di Netflix. Mediaset in stand-by, Amazon pronta a scendere in campo. Tra TimVision e Vodafone, attacca la banda anche Fastweb

News tratta da "Affari&Finanza"
Tutti in sala: Io spettacolo sta per cominciare, anzi i titoli di testa sono già sullo schermo. La tv on demand ha finalmente messo in moto la banda larga e soprattutto quella ultralarga, che significa fibra ottica. Gli utenti crescono, la domanda preme anche in Italia, risolvendo l'annoso dilemma se si debba prima costruire le nuove reti ultraveloci o aspettare il crescere dell'offerta. In numeri: oggi in Italia ci sono 1,7 milioni di utenti di video on demand. Sono utenti che guardano meno tv tradizionale, quella dei palinsesti e dei tasti del telecomando e che invece sempre più di frequente cercano quello che vogliono vedere su cataloghi online. 
Crescono non perché ci sia più 4K in giro o più smartphone o tavolette, ma perché ora sempre più film, serie tv, grandi eventi e sport arrivano con ottima qualità sui televisori di casa: siano smart tv, ossia tv a cui, oltre il cavo d'antenna si connette anche il cavo verso il modem a banda larga domestico (o un wi-fi) oppure grazie ai set-top-box, (più facile chiamarli decoder) che abilitano anche i vecchi apparecchi attraverso la porta Hdmi: da Timvision a Vodafone Tv, da Now.tv di Sky a Infintiy e, tra qualche mese, anche al nuovo decoder di Fastweb che sta ultimando i suoi trial tecnici per adattare alla rete italiana il decoder usato in Svizzera dalla sua controllante Swisscom. Un milione e 700 mila utenti che cresceranno rapidamente. "A fine 2019 ne stimiamo quasi 4,2 milioni", spiega Augusto Preta, direttore di ItMedia Consulting, che all'esplosione del Vod, il video on demand, in Europa e in Italia ha dedicato un rapporto uscito appena un paio di mesi fa. "L'Italia sta iniziando a recuperare il gap che la ha finora seperata da resto del mercato europeo: la nostra analisi infatti - continua Preta - stima che mentre l'Europa continuerà a crescere nei prossimi tre anni a tassi tra il 20% di quest'anno il 14% del 2019, i ricavi del settore in Italia aumenteranno del 72% quest'anno e di quasi il 55% tra tre anni". Che il mercato ci creda si vede nei fatti. All'estero, ovviamente, prima di tutto, con le ultime operazioni. Atet che acquisisce prima Direct Tv (la maggiore pay tv satellitare Usa) e poi Time Warner (anche se l'operazione deve ottenere anche ora il via libera dell'Antitrust Usa), a cui risponde Verizon con l'acquisizione di Yahoo. Ma anche in Italia, dove le cose si anno muovendo rapidamente. Telecom ha rilanciato Timvision, Vodafone lancia Vodafone Tv e Fastweb, come anticipato più sopra, sta rientrando nel settore da cui era uscito alcuni anni fa con lo spinoff di Chili Tv
Quanto a Vodafone, si sa della sua offerta, del valore di circa 10 euro al mese. I contenuti sono in via di definizione con potenziali alleati come Sky, Discovery, Viacom. Di certo ci sono già tra le opzioni Netflix e Chili, con pagamento a parte, ma con un'offerta iniziale che comprende sei mesi di Netflilx e 6 film di Chili. Per ora è in vendita in una trentina di negozi Vodafone ma si arriverà presto a regime. D'altra parte l'offerta del gruppo guidato da Aldo Bisio è legata a filo doppio allo sviluppo della rete ottica di Open Fiber, la joint venture Enel e Cdp con cui Vodafone ha un accordo operativo. Timvision, l'offerta di tv in streaming di Telecom Italia, è sugli scudi: presentando i conti del gruppo per il 2016, la scorsa settimana, l'ad Flavio Cattaneo ha detto chiaramente che è dai servizi a valore aggiunto sulla fibra, e in particolare dalla tv, che il gruppo si aspetta di tomare a veder crescere ricavi e margini. E si sta muovendo di conseguenza: accelera sulle nuove reti, con 120 mila nuove case passate ogni settimana, ha societarizzato Timvision, prima una divisione della capogruppo, ha firmato un accordo con Rai per venti film prodotti da RaiCinema in esclusiva. Una cosa, quest'ultima, che ha fatto anche storcere qualche naso a Viale Mazzini dove è stata da poco rinnovata l'offerta di RaiPlay, la catch-up tv, gratuita ma con pubblicità dove si può rivedere online e on demand la programmazione degli ultimi sette giorni, oltre le dirette streaming di tutti i dieci canali Rai. 
Se il fronte delle telco è in fermento, anche dall'altra parte, quella dell'offerta, ci sono movimenti. Broadcaster, major e produttori di contenuti hanno intuito che il momento è positivo e spingono sull'acceleratore. Con il risultato che il mercato, colpito da questo aumento di offerta, reagisce e cresce ed oggi gli utenti italiani possono scegliere in un panorama di una ventina di offerte diverse, tra abbonamenti e pay-per-view, tra cataloghi specializzati e anche motori di ricerca. I quasi 2 milioni di utenti italiani erano un miraggio solo dodici mesi fa. C'è che è un mercato in cui i protagonisti non si sbottonano e cifre ufficiali non ci sono. Si possono solo citare quelle che addetti ai lavori e operatori ammettono a mezza bocca. Secondo queste indiscrezioni il primo operatore sarebbe oggi Timvision, con circa 400 mila utenti, compresa però una quota di utenti registrati ma che non hanno ancora attivato il servizio. Cifre ad alta oscillazione quelle relative a Netflix che secondo alcune stime potrebbe avvicinarsi ai 400 mila utenti (compresi quelli nel periodo gratuito) e secondo altre valutazioni arriverebbe a malapena a 300 mila. Risultato non disprezzabile ma comunque sotto le attese (si parlava di un milione entro il primo anno, e Netflix è partita nell'ottobre 2015). A rallentare la corsa del gruppo di Reed Hastings sarebbero ancora una ridotta offerta di contenuti in italiano e la scarsa abitudine del pubblico nostrano ai film sottotitolati. Senza contare che i titoli di punta prodotti dal gruppo, a parure da House of Cards, in Italia sono stati acquistati dai concorrenti, Sky in testa. 
Chili vanta in Italia 650 mila utenti registrati, il 90% dei quali ha anche registrato un metodo di pagamento, e cresce di 20 mila nuove registrazioni al mese. Ma Chili ha un modello di business diverso dagli altri: niente abbonamento ma si paga volta per volta quello che si vede. Chili non ha un suo decoder ma si affida, come Netflix, d'altronde, alla presenza sui set-top-box degli altri, da Tim-vision a
Vodafone, alla presenza della sua icona nelle tv connesse di Samsung e Lg e alla possibilità di connettere il proprio smartphone o la propria tavoletta al televisore tramite le "chiavette" Hdmi come Chromecast di Google o Amazon Fire. Anche per Sky non si hanno numeri precisi. Sui 100 mila dovrebbero essere gli utenti che vedono l'intero bouquet della pay tv guidata da Andrea Zappia tramite la fibra ottica e con l'apposito decoder sviluppato da Sky con Telecom Italia per replicare tutte le funzionalità del ricevitore satellitare. Più del doppio, forse sui 250 mila, invece, gli utenti di Now.tv, la versione low cost" di Sky che viaggia esclusivamente via web. Situazione in stallo in casa Mediaset, viste le note vicende societarie: su Premium Online non ci sono numeri. E su Infinity, in pratica la Netflix del Biscione, film e serie tv, lanciata proprio anche per non lasciare strada libera a Netflix, si parla di una forbice compresa tra i 100 mila e i 200 mila utenti. E ancora indietro è Amazon Prime Video, che dal 14 dicembre scorso, giorno del lancio ufficiale, in Italia ma assieme ad altri 200 mercati, è praticamente appannaggio gratuito di tutti gli utenti di Amazon Prime. Amazon non rilascia numeri su quanti siano gli utenti in Italia e tanto meno su quante siano le eventuali attivazioni del servizio. L'utilizzo è comunque ridotto dalla esiguità del catalogo, per ora, con pochi film doppiati. Forse le cose miglioreranno in primavera, quando dovrebbe arrivare anche in Italia "Crisis in 6 Scenes" la serie tv firmata da Woody Allen. E poi c'è il resto: dalla Play Station Video di Sony, ad iTunes di Apple e Google Play, che non prevedendo pagamenti fissi ma acquisti a catalogo e sfuggono ancora di più ad ogni rilevazione, fino a portali come Mubi, Vimeo o l'italiana MyMovies che propongono selezioni mensili o settimanali di contenuti: una specie di ritorno a una forma di palinsesto.

giovedì 19 gennaio 2017

NEWS - "Mr. Robot" su Sky? La nuova Premium come Airbnb: canali in affitto su altre piattaforme (come Fox). Nuova filosofia low-cost: basta calcio, De Filippi e D'Urso on demand per fare cassa all'insegna del soprav-Vivendi 
News tratta da "Italia Oggi"
Nel piano 2017-2020 presentato ieri a Londra, i vertici di Mediaset ribadiscono, in sostanza, che il core business del gruppo è e sarà assolutamente legato alla tv free e ai video in chiaro nel mondo digitale, con una struttura di ricavi nella quale rimarrà decisiva la raccolta pubblicitaria. La pay tv, che negli ultimi tempi ha avuto impatti molto pesanti sui bilanci del Biscione (perdite attorno ai 200 min di euro nel 2016), sarà invece un business molto ridimensionato. Mediaset rimarrà editore di canali pay non sportivi, che però verranno anche ceduti a terzi, da Sky alle offerte a pagamento delle società telefoniche. La piattaforma del digitale terrestre, inoltre, sarà aperta ad altri editori (tipo Discovery) interessati ad accedere, con una semplice mossa, a un parco di 2 milioni di abbonati, 4 milioni di card prepagate e 6 milioni di device (dalle smartcam ai decoder, passando per le app di Premium già installate nelle smart tv). I diritti tv dello sport, e in particolare del calcio, invece non saranno più una stella polare di Premium: si parteciperà alle aste, ma senza fare pazzie (ergo: difficilmente si vinceranno pacchetti pay). D'altronde non è casuale che il piano Mediaset preveda per il 2020, proprio per effetto del nuovo ruolo della pay tv, un miglioramento dell'ebit (risultato operativo) di 200 milioni di euro. Miglioramento che si potrà ottenere semplicemente risparmiando i 220 milioni di euro all'anno che Mediaset ha pagato per i diritti tv della Champions league di calcio nel triennio 2015-2018, e che, dalla stagione 2018-2019, potrebbe non pagare più. Insomma, una Premium più leggera e low cost. Aveva un senso fare forti investimenti nel 2008, quando si doveva frenare l'ascesa di Sky Italia. Ora la pay tv satellitare è stabile da qualche anno, e allora spendere così tanto per i diritti tv non è più una priorità per Cologno Monzese. Detto questo, il piano Mediaset fissa per il 2020 un miglioramento complessivo dell'ebit pari a 468 milioni di euro. Circa 90 milioni di ebit in più arriveranno dalla crescita della quota Mediaset del mercato pubblicitario italiano, che passerà dall'attuale 37,4% al 39-39,5% nel 2020. Altri 45 milioni di ebit in più saranno realizzati nel business dei contenuti, con ottimizzazioni e nuovi investimenti redditizi. Dieci milioni di ebit aggiuntivi verranno dalle attività sul mondo radiofonico. E altri 123 milioni dalla nuova organizzazione del gruppo, con un piano che, tuttavia, non prevede esuberi. Tutti questi addendi, sommati ai 200 milioni di ebit in più della pay tv, danno, appunto, come risultato finale i 468 milioni aggiuntivi di risultato operativo 2020. La voce di ricavi più importante resterà, come detto, quella legata alla raccolta pubblicitaria, che per Mediaset si è chiusa col dicembre 2016 in crescita del 4,1% sullo stesso mese dei 2015. Il gruppo di Cologno Monzese (guidato dal vicepresidente e a.d. Pier Silvio Berlusconi), al momento, nella tv controlla il 32% di share e il 56,3% degli investimenti pubblicitari; sul digital ha già 22 milioni di user al mese e il 7,8% della raccolta; sulla radio il 22% di audience e il 20% della torta pubblicitaria. Oltre alla leadership nel classico mercato della tv in chiaro, Mediaset, da qui al 2020, punta molto al pro-grammatic e alla pubblicità indirizzabile a target precisi su smart tv, pc, tablet e smartphone. «Nel 2018», spiegano gli uomini del Biscione, «Auditel lancerà la misurazione della total audience, con un panel molto ampio di 15 mila famiglie. In questo modo si potrà valutare l'effettiva audience generata dai contenuti Mediaset, lineari e non lineari, sui vari device». Già nel 2016 su 100 euro di ricavi pubblicitari totali del programmatic, circa 20 arrivavano da contenuti non lineari. E poiché il non lineare prenderà sempre più piede, secondo le previsioni del Biscione, con questa modalità precisa e profilata, si potranno aumentare i prezzi di listino del 15-20%. Inoltre, con la pubblicità «indirizzabile», ovvero offerta solo a certi target attraverso smart tv, pc, tablet e smartphone, i prezzi di listino potranno crescere del 10-15%. In un combinato disposto che, da solo, porterà a un aumento dell'1,2-1,4% sul totale dei ricavi pubblicitari. Il business della radio, invece, nel periodo, dovrebbe avere un incremento dei ricavi pubblicitari del 15-20%. E proprio in questo comparto Radio 105 ha appena potenziato il suo segnale comprando frequenze a Parma e provincia, Agrigento, Catania e provincia, Treviso, Venezia, Padova, e in provincia di Bergamo. La pubblicità è importante. Ma c'è anche la produzione di contenuti originali per la tv in chiaro e locali, su cui il Biscione spingerà molto. Soprattutto perché, come fa notare lo stesso documento presentato a Londra, la Champions league di calcio vale 6 punti di share in meno rispetto a programmi come Amici o Ciao Darwin, e vale meno della metà in termini di grp. Si avvieranno pure co-produzioni con Mediaset España su una serie tv; ci sono ipotesi di alleanze con altri broadcaster per prodotti scripted locali; Mediaset, invece, si terrà lontana da mega produzioni internazionali rischiose e a forte intensità di capitale. Sul digitale, infine, Mediaset si concentra sul mercato dei video gratuiti finanziati dalla pubblicità, ed entro il 2017, come già anticipato da ItaliaOggi, verrà lanciata una nuova piattaforma Avod (advertising video on demand), con una user experience simile alla piattaforma Svod (video on demand pagando un abbonamento) di Infinity, e che avrà grossi benefici dalla partnership con Studio 71. Piace questa metafora: la piattaforma Avod come una sorta di Spotify; la piattaforma del digitale terrestre di Premium come una specie di Airbnb.

martedì 11 ottobre 2016

NEWS - La metà delle visioni on demand in Italia riguarda le serie tv. Al primo posto Netflix, di poco dietro Infinity e poi Skyonline. Sette internauti su dieci guardano i telefilm sul mobile. La spesa degli italiani per i video on line aumentata del 27% nell'ultimo anno

News tratta da "Corriere Economia"
Schermi ultra-luminosi e sempre più grandi, da 5 o 5,5 pollici. Processori più rapidi. Maggiore autonomia e connessioni veloci con il 4G. Grazie a queste evoluzioni lo smartphone si sta trasformando nella nuova televisione. Fa concorrenza non solo allo schermo piatto da salotto, ma anche ai tablet. Per la prima volta quest anno oltre la metà dei video online nel mondo (il 51%) sono stati guardati sugli schermi mobili. Lo rivela il Global Video Index 2016 di Ooyala, indagine diffusa il 30 settembre che ha tracciato il consumo di 3,5 miliardi di video visti in streaming da 220 milioni di internauti. Non solo i video brevi condivisi gratis su YouTube e Facebook, ma anche quelli più lunghi, on demand: l'indagine indica che i «power user», i più assidui, sono gli abbonati ai servizi Svod (Subscribers video on demand, il video online in abbonamento) come Netflix o Amazon Prime Video. Nel 76% dei casi guardano contenuti televisivi, serie o show sul dispositivo mobile almeno due o tre volte alla settimana. Le nuove abitudini stanno contagiando anche gli italiani: sono 2 milioni e 250 mila gli utenti di SkyGo, il videostreaming su tablet e smartphone per i clienti abbonati da un anno a Sky che permette di vedere 40 canali e migliaia di titoli on demand di cinema o serie tv. «Sui canali prevale lo sport visto dal 70% degli spettatori, nell'on demand il 50% delle scelte è invece sulle serie tv», precisano in SkyItalia. A spingere la visione sul mobile non sono solo l'immediatezza e la comodità, ma anche la possibilità di commentare in tempo reale con gli amici sul telefonino ciò che si guarda. «La spesa dei consumatori italiani per i contenuti di video online in abbonamento, o Svod, è cresciuta del 27% nell'ultimo anno e vale la metà del mercato totale Internet, ossia circa 50 milioni di euro — spiega Andrea Lamperti, direttore dell'Osservatorio Internet Media del Politecnico di Milano —. Sono oltre 3 milioni gli italiani che hanno utilizzato almeno un servizio Svod, considerando gli utenti paganti e quelli che sono nel periodo di prova, secondo la nostra ricerca in collaborazione con Doxa». L'arrivo di Netflix ha dinamizzato il mercato con un duplice effetto: ha spinto i player già presenti a migliorare la loro offerta e ha aumentato l'interesse dei consumatori. Il modello Svod piace non solo per la facilità di connessione e l'offerta a basso costo (7,99 euro al mese quella di base su Netflix, 5,99 su Infinity, 9,99 il pacchetto Serie tv o il pacchetto Cinema sulla NowTv di Sky, lanciata a giugno), ma anche per la scelta personalizzata e la flessibilità. L'istituto di ricerche Nextplora ha condotto sullo Svod un sondaggio nazionale in giugno (600 intervistati dai 18 ai 55 anni). «II 15% degli intemauti adulti in Italia nell'ultimo anno ha consumato contenuti video sulle piattaforme di streaming a pagamento — dice il manager director Massimo Ni- colini —. È un mercato nuovo, ancora molto variegato e dinamico. Al primo posto tra le ragioni di scelta cë la convenienza. Segue la possibilità di accedere ovunque al servizio, anche in mobilità, quindi la mancanza di un vincolo contrattuale». Oltre la metà degli intervistati è ricorsa al videostreaming per vedere serie-tv o film e la scelta del servizio vede al primo posto Netflix (48%), seguito da Infinity (Mediaset) al 40% e Skyonline (ora NowTv) al 37 per cento. Francia, Italia e Spagna sono i mercati più promettenti per lo Svod in Europa, dopo quelli già consolidati di Gran Bretagna e Germania. «La spesa per gli abbonamenti Svod nell'Europa occidentale, che nel 2015 è stata di 2 miliardi di euro, arriverà a 3 miliardi di euro a fine 2016», prevede His Technology, che indica anche un possibile raddoppio del mercato spagnolo e di quello italiano. A un anno dall'arrivo di Netflix in Italia, si prepara lo sbarco del suo principale concorrente: Ama-zon Prime Video. Dovrebbe lanciare il servizio in contemporanea in Francia, Spagna e Italia prima di Natale, scrive Le Figaro, e crescenti rumor in Rete lo danno in arrivo per fine novembre. Sarà l'occasione anche per noi di vedere Crisis in six scenes? È la prima serie firmata e interpretata da Woody Allen, sei episodi da 30 minuti, prodotta e lanciata da Amazon il 30 settembre. Per ora, solo per gli anglosassoni.

martedì 19 luglio 2016

NEWS - Netflix, tanto rumore per nulla! E' il sito di streaming preferito in Italia, ma nessun tsunami (il meno strombazzato Infinity insegue a soli 8 punti di percentuale...)

Articolo tratto dal "Corriere Economia"
Tanto rumore per nulla, avrebbe detto Shakespeare. Forse scomodare il Bardo è eccessivo, ma nel panorama della tv on demand sembra proprio questa la tendenza quando si parla di Netflix. Quando a ottobre era stato annunciato lo sbarco anche in Italia della creatura di Reed Hastings, il fermento mediatico, ma non solo, era stato alto: «Seppellirà i concorrenti», «con la libreria e i contenuti che ha, renderà obsoleto qualsiasi altro competitor». E invece...E invece a distanza di nove mesi, complice anche la casa madre americana che comunica con il contagocce qualunque dato relativo ai singoli Paesi, non sembra che lo tsunami Netflix abbia avuto particolari effetti sui numeri degli utenti. O meglio, un effetto l' ha avuto: ha fatto capire ai competitor le potenzialità della tv on demand e la diffusione ormai inarrestabile dello streaming. Oltre alla necessità di sviluppare il piano della banda larga capillarmente a tutto il Paese. Puntare sull' innovazione è sempre stata una delle strategie di Netflix che ha preventivato per tutto l' arco dell'anno 800 milioni di investimenti in tecnologia e sviluppo, a fronte dei 5 miliardi previsti per le nuove produzioni. Una cifra che, al momento dell' annuncio, aveva fatto infuriare gli azionisti che rimproverano al patron margini non all' altezza del fatturato da 2 miliardi. Resta il fatto che le produzioni originali di Netflix sono difficili da eguagliare, forti anche della solida base economica alle spalle. Titoli come House of Cards e Orange is the new black sono ormai serie cult. E date le premesse, per le nostrane Sky e Mediaset è complesso riuscire eguagliare, almeno in termini di produzione il «cugino ricco». Secondo uno studio condotto dall' istituto di ricerca Nextplora, Netflix è il sito di streaming a pagamento preferito in Italia. Stando all'indagine, nell'ultimo anno il 15% degli internauti ha usufruito di contenuti sui siti di streaming a pagamento. E tra questi, la preferenza del 48% va a Netflix, il 40% a Infinity e il 37% a Skyonline, da poche settimana diventata Now Tv. Il network guidato da Zappia, infatti, ha trovato il modo di controbattere, sia a livello di contenuti, investendo 40 milioni di euro in due nuove produzioni originali: The young Pope e Diabolik, (forte del successo di Romanzo Criminale e Gomorra, tra i pochi prodotti made in Italy esportati con successo anche all' estero). Sia rivoluzionando la sua Internet tv, trasformandola in Now tv, per l' appunto, un brand già operativo nel Regno Unito che ricalca quindi il progetto di integrazione delle tre Sky: Italia, Germania e Uk. Obiettivo: una navigazione e un' interfaccia più fruibile e immediata e un' offerta più ricca. Novità anche in casa Mediaset, in attesa del via libera dell'Antitrust che dovrà dare l'ok alla cessione di Premium a Vivendi. «La due diligence è stata fatta, tutto è a posto - aveva detto a inizio mese l' amministratore delegato Pier Silvio Berlusconi durante la presentazione dei palinsesti -. È difficile dire se il closing sarà anticipato o no». Grazie a questa operazione Mediaset diventerà il secondo azionista industriale di Vivendi e Premium farà parte del gruppo francese. Nell'accordo è anche compresa la creazione di un «polo paneuropeo» di produzione e distribuzione di programmi televisivi, un progetto molto complicato di cui però si parlerà non prima della primavera del 2017. E della nuova piattaforma dovrebbe far parte anche Infinity. Ma, precisano da Cologno, il servizio di streaming resta in Mediaset: «Ci teniamo molto, è l' attività più vicina a quello che pensiamo sarà il futuro - è stato il commento di Pier Silvio Berlusconi - ha più di 600mila utenti, siamo leader in Italia e siamo soddisfatti, ma è un business ancora molto piccolo, questo riguarda sia noi sia Netflix». Ma la battaglia degli ascolti (e della pubblicità) non sarà solo online: anche i canali generalisti si stanno preparando per un autunno impegnativo. La7 in primis, dato che deve fare i conti con la presenza di due ingombranti vicini: Sky sul tasto 8 e Discovery sul 9. Due canali in via di definizione, ma che stanno cominciando a ritagliarsi una precisa identità anche a livello di contenuti. Per il gruppo di Urbano Cairo l'obiettivo sarà non solo spingere sugli ascolti, ma rafforzare la raccolta pubblicitaria con previsioni per fine semestre di una crescita del 2,5%.
Forte dei numeri registrati nei primi sei mesi, con uno share complessivo in aumento del 15% rispetto all' anno precedente, Discovery Italia si prepara a farsi largo tra le emittenti grazie ai suoi 13 canali tra digitale, satellite free e pay. Un portfolio completato con l' acquisto del tasto 9 dal gruppo editoriale L'Espresso, su cui l' emittente guidata dall' amministratore delegato Marinella Soldi punta molto. Lo scorso anno poi, il gruppo ha acquisito, con un investimento da 1,3 miliardi, i diritti di trasmissione delle Olimpiadi per l' Europa dal 2018 al 2024. Non bisogna dimenticare che a livello pubblicitario, la pare del leone la fanno ancora i canali generalisti. In particolare la Rai di Antonio Campo Dall'Orto che può contare sul 22% della torta degli investimenti pubblicitari destinati al piccolo schermo, e un 13,6% dell' intero mercato.

lunedì 20 giugno 2016

NEWS - Netflix fa meno paura: previsioni crescita mercato Svod, +100% quest'anno ma poi rallenty fino al 10% nel 2020

Articolo tratto da "Affari&Finanza"
Il ciclone Netflix spazzerà via la vecchia tv: sì, forse un domani. O forse dopodomani. Ma per ora pare che Rai, Mediaset, Sky, Cairo e tutti quelli che stanno investendo in nuovi canali, pay o in chiaro, da Discovery a Viacom (e nuovi arrivi sono attesi a breve) possano dormire sonni, magari non proprio tranquilli ma non certo tormentati dall'incubo di milioni e milioni di spettatori in fuga verso la streaming tv di Reed Hastings. Il tranquillante si trova nei numeri del rapporto di Pricewaterhouse Cooper "Global Entertainment e Media Outlook 2016-20" pubblicato la scorsa settimana. Nel capitolo sull'Italia snocciola le previsioni sulla crescita del mercato Svod, ossia la streaming tv con abbonamento fisso mensile. Dove operano Netflix e anche Infinity di Mediaset, Tim Vision e Sky Online. Secondo PwC il comparto quest'anno crescerà del 100%. Ma rallenterà subito. La crescita sarà del 24% nel 2018, del 18% nel 2019 e sotto il 10% nel 2020, quando il valore di mercato si attesterà sui 126 milioni di dollari.   

venerdì 27 maggio 2016

NEWS - Matrimonio telefonato: Telecom porta all'altare Google per far crescere TimVision nella tv on demand 

Articolo tratto da "Il Sole 24 ore"
Fare un salto di qualità e guadagnare posizioni in un mercato – quello della tv on demand – sempre più affollato ma sempre più vivace. Per far questo Telecom si è scelta un compagno di viaggio non da poco: quella Google che con Youtube da tempo fa sentire la pressione sul mercato tv con i video free online e che nel 2017 partirà con un servizio tv online a pagamento: YouTube Unplugged. L’accordo fra Telecom e Big G ha per oggetto il nuovo decoder Timvision con sistema operativo Android Tv. In Europa l’ex monopolista tricolore è stato preceduto solo dalla francese Bouygues. A ogni modo l’azienda guidata dal presidente Giuseppe Recchi e dall’ad Flavio Cattaneo è fra le prime al mondo a mettere sul mercato un decoder Android Tv nato dalla collaborazione con Google. La presentazione ai dealer è avvenuta nei giorni scorsi, durante l’annuale convention della divisione consumer. Già da oggi è invece attesa la comunicazione ufficiale di una partnership che ha dato vita a un device ma che promette di dare il la anche anche a nuove possibilità di mercato. Sarà in commercio dal 15 giugno ed è “4K ready”. Nuovo decoder vuol dire nuovo
hardware in cui rientra anche un telecomando con microfono, il “vocal assistant”, per la ricerca di programmi e notizie. Basterà insomma pronunciare il termine “meteo”, per fare un esempio, per vedere comparire sullo schermo programmi tv, app e siti internet che parlano di meteo, un po’ come succede con le ricerche online su smartphone e tablet. Nuovo decoder però vuol dire anche una nuova interfaccia. E quindi: vetrina unica di contenuti video con proposizione di programmi più adatti al cliente. Qui si troverà l’offerta Timvision, ma anche quella dei partner visto che Telecom ha voluto puntare su una piattaforma aperta in modo da non escludere gli altri, da Mediaset Premium, a Netflix agli altri disposti a salire a bordo. L’interfaccia permetterà di visualizzare anche lo store di Google (video, notizie e, cosa tutt’altro che trascurabile, i giochi), oltre ad app o a Youtube. L’ex monopolista punta a rafforzarsi nel mercato tv ma anche a fare di Timvision una leva per aumentare le attivazioni in fibra cato tv on demand da una parte; dall’altra parte fare di Timvision sempre di più una leva per nuove attivazioni in fibra, «perché questo è il core business dell’azienda, al quale noi, con la nostra proposta e i nostri contenuti, siamo funzionali», spiega Daniela Biscarini, responsabile multimedia entertainment di Telecom. Sul primo punto la piattaforma on demand, basandosi su un modello a sottoscrizione (Svod), si trova a competere su un
mercato in cui in Italia sono presenti Netflix, Infinity (Mediaset), Skyonline, Chili Tv e Wuaki.tv (che però hanno un modello Tvod, in cui si paga solo per quel che si vede) e per certi versi anche Google Play o Apple tv

«Nell’ultimo anno – precisa Biscarini – abbiamo avuto più di un milione di clienti abilitati e più di 600mila attivi, con una crescita annua del 130% fra gli utilizzatori». In questo quadro in cui alla visione lineare si sta accostando una sempre maggiore visione on demand la possibilità di trasformare la tv di casa in una smart tv – e qui si parla di tutte le tv dotate di porta Hdmi, quindi non solo delle nuovissime – diventa un vantaggio competitivo, come un plus, che finora in realtà è emerso poco, è il traffico dati incluso per i video in mobilità. L’accordo Tim-Google ha come obiettivo evidente anche quella di aumentare la base clienti nella banda ultralarga. Su questo versante Telecom ha la leadership quanto a coperture (1.127 comuni) ed è seconda per quota di mercato (46% di Fastweb contro il 38% di Telecom Italia, il 15% di Vodafone e l’1% di Wind, secondo elaborazioni su dati degli operatori a fine 2015). Il nuovo decoder Timvision funzionerà solo su linea Tim. Risultato: per sfruttare le varie potenzialità, compreso il 4K, si cercherà di spingere sulle attivazioni in fibra.

martedì 12 aprile 2016

NEWS - Guerra tv senza frontiere nell'Europa latina! Da settembre fuochi d'artificio a tutto campo dopo l'allenaza Vivendi-Premium che punta anche alle serie autoprodotte con standard americani (anche con star Usa)
Articolo tratto da "La Stampa"
Film e serie televisive in stile Usa. Ma anche le fiction più adatte all’Europa del Sud, con puntate più lunghe, che gli americani non producono. E c’è perfino l’ambizione di coinvolgere star a stelle e strisce. A tutto questo punta il tandem Vivendi-Mediaset con il suo Netflix europeo (a Vincent Bolloré piace tantissimo chiamarlo «latino»). Una piattaforma di contenut i on dem and e disponibile online, proprio come Netflix, dovrebbe nascere già in settembre e potrebbe da subito coinvolgere Telefonica in Spagna. Oltre a questo mercato, comunque, e alla Francia e all’Italia, Bolloré e Berlusconi puntano alla Germania. Si darà vita a un’unica società produttiva di contenuti, da rendere disponibili sulla piattaforma. Non solo: come indicato dal quotidiano le «Figaro», Vivendi e Mediaset sarebbero in trattative con alcune major americane, in particolare Fox e Warner, così da inserirle nella società. Ma per produrre cosa? Come indica una fonte vicina al dossier, «sono tre tipi di prodotti: i film, europei ma con standard americani e anche con star Usa, come Brad Pitt o Kevin Spacey. Poi le serie tv, con un numero elevato di puntate (una quarantina) ed episodi sui 40 minuti di durata. Infine, le fiction con una decina di puntate, ognuna lunga fino a due ore». Sono quelle sul modello di «Montalbano» o di «Task Force», novità di Mediaset con Raul Bova. Tra serie e fiction, ne potrebbero essere già messe in cantiere una decina da qui a 4-5 anni. La prima tappa, mettere sulla piattaforma di vendita dei contenuti, è abbastanza facile e non richiede grossi investimenti. Bisogna innanzitutto accorpare le attività simili dei nuovi partner. Vivendi ha CanalPlay in Francia e Whatchever in Germania. Da sottolineare: CanalPlay va male. Ha perso negli ultimi mesi circa 300 mila abbonati, scendendo sotto i 600 mila, anche per la concorrenza di Netflix. Sempre per la distribuzione di contenuti on demand su Internet, Mediaset dispone di Infinity in Italia. Poi in Spagna Telefonica (Vivendi ha l’1% del capitale di questo gruppo) ha creato Yomvi, che è una filiale di Movistar+, la pay tv dell’operatore telefonico. Tutte queste società per il momento possono contare (mettendo dentro anche Yomvi di Telefonica) su appena 2,5 milioni di abbonati. Insomma, poca cosa rispetto ai 75 di Netflix (32 fuori dagli Usa). Ma l’obiettivo è mettere il piede sull’acceleratore, attingendo a nche al bacino degli utenti delle pay tv di Vivendi, Mediaset e in più di Telefonica (12 milio ni in tutto ). Sul fronte della produzione, Vivendi e Mediaset, che è presente in Spagna mediante il 41% di Telecinco, metterebbero insieme le loro risorse. Si assocerebbero poi i media di Telefonica e forse, come abbiamo visto, una major americana. Inoltre, in quest’ottica vanno considerati certi recenti investimenti di Vivendi. La sua filiale StudioCanal ha preso delle partecipazioni nella spagnola Bambu Productions, famosa per le serie Velvet e Grand Hotel. E anche in due società inglesi del settore, Urban Myth Films e Sunny March Tv. Infine, Vivendi ha acquisito il 26% di Banijay, numero tre mondiale della produzione audiovisiva. Sì, Bolloré stava preparando il colpo da tempo.

lunedì 11 aprile 2016

NEWS - The Infinity Experience. Da oggi disponibile in contemporanea Usa tutta "The Girlfriend Experience" di Soderbergh 
Attesa e discussa da mesi in tutto il mondo, The Girlfriend Experience è la nuova Serie TV di STARZ ispirata all’omonimo film del regista Steven Soderbergh, che ha anche prodotto la serie. Ideata, scritta e diretta dai registi indipendenti Lodge Kerrigan e Amy Seimetz, la protagonista è la bellissima Riley Keough, nota al grande pubblico sia per la sue apparizioni in Mad Max: Fury Road e Magic Mike, sia per aver posato per Tommy HilfigerDolce & GabbanaChristian Dior e Miu Miu, ma soprattutto per la sua stretta parentela con Elvis e Priscilla Presley (è la nipote di Elvis!). Finalmente, in contemporanea con la messa in onda negli States, arriva in Italia: dall’11 aprile il cofanetto completo della serie, di 13 episodi, sarà disponibile in esclusiva su Infinity, anche in lingua originale e in Super HD. Oltre al produttore, ai registi e al notevole cast, la vera forza di The Girlfriend Experience è la trama. Al centro, la storia coinvolgente di Christine Reade, una studentessa al secondo anno di legge all'Università di Chicago alle prese con un praticantato presso il prestigioso studio legale Kirkland & Allen. Christine dà il massimo sul lavoro per guadagnarsi l’attenzione e la stima dei colleghi, fino a quando la sua collega universitaria Avery Suhr (Kate Lyn Sheil), la introduce nello scintillante e
affascinante mondo delle escort. Attratta dalla possibilità di guadagnare moltissimi soldi in breve tempo, Christine inizia a vivere una doppia vita, diventando quasi una confidente per alcuni dei clienti del servizio di accompagnatrici di lusso, chiamato appunto “Girlfriend Experience”. Christine scoprirà ben presto di essersi impigliata in una rete complessa fatta d’intrighi e tradimenti. Tutt’altra cosa rispetto alla sua precedente vita serena e tranquilla nella periferia di Philadelphia. Come dichiarato dallo stesso Steven Soderbergh, la serie prende una direzione indipendente e completamente diversa rispetto all’omonimo film da lui diretto nel 2009, con un nuovo interessante personaggio e una nuova storia intrigante ed estremamente appassionante. Come lui stesso ha dichiarato: “prendiamo il titolo e ricominciamo da capo”. Anche sotto il piano prettamente stilistico, la serie prende le distanze dal film anche sotto il punto di vista delle produzione. Lodge Kerrigan, uno dei due autori e registi della serie, ha più volte affermato di aver voluto sviluppare il concept in maniera del tutto differente rispetto a Soderbergh, fidandosi molto del suo istinto filmico sul set. The Girlfriend Experience, infatti, è stato girato quasi tutto in esterna, con il chiaro scopo di sfruttare al massimo la luce naturale del sole, così da ricreare un effetto assolutamente realistico nel girato. Finalmente, una serie tv cerca di rompere gli schemi finora imposti delle logiche commerciali, con una trama coraggiosa e ambiziosa, e un approccio unico e inedito per il tipo di format proposto. The Girlfriend Experience è una serie che si propone di sondare per la prima volta la vera natura e i segreti che si celano dietro a un certo tipo di relazioni interpersonali, ridefinendo del tutto il modo in cui solitamente approcciamo rapporti del genere, insoliti, ma sempre più frequenti. Quello che emerge è la voglia di dimostrare quanto siano reali e attuali le “doppie vite” di moltissime giovani donne, smontando del tutto il classico stereotipo della prostituzione, dove le “squillo” sono costrette a vivere in condizioni di sfruttamento o a subire danni emotivi. Con The Girlfriend Experience il mondo delle escort viene rivalutato ed emancipato. È una pura questione d’affari e il sesso è solo una piccola parte della prestazione. Dietro c’è tutto un mondo da scoprire…e Christine Reade sarà la guida. L’appuntamento con le sue intriganti vicende è fissato dall’11 aprilein Italia sarà disponibile la stagione completa, in contemporanea con gli Usasolo su Infinity.

martedì 1 marzo 2016

NEWS - Da oggi al via Sky Box Sets, i cofanetti da binge-watching in risposta a Netflix, che però ha 30 serie in più. Ma tra i due litiganti il terzo gode all'Infinity (costa meno, stesso numero di serie tv disponibili rispetto a Sky)

Articolo tratto da "Corriere Economia"
Quanto costano i telefilm alle famiglie italiane? Se non ci si accontenta di quello (poco) che è offerto dai canali liberi del digitale terrestre, è necessario abbonarsi a uno dei tre servizi in grado di saziare l'appetito seriale. La proposta più completa, a partire da circa 30 euro al mese (il costo di un abbonamento completo a Sky, che permette di vedere Sky Hd) è il nuovo servizio Box Sets di Sky, che partirà il primo marzo e ha scelto però di privilegiare i propri abbonati offrendo un palinsesto trasversale, senza vendere separatamente un pacchetto sulle sole serie tivil. II più economico e generalista, con circa 50 serie televisive complete, è invece Infinity Tv di Mediaset, che costa 5,99 euro al mese e può essere disdetto in ogni momento.
Netflix, il cui palinsesto è caratterizzato da contenuti più innovativi, costa fra i 7,99 e gli 11,99 euro al mese e offre circa 80 cofanetti televisivi. Le maratone sono il segnale evidente della trasformazione della televisione. Cambiano i contenuti televisivi, che diventano virali: il calcio e il cinema non sono più la principale attrattiva per abbonarsi a una pay-tv. E cambia anche il modello di fruizione, che passa da «lineare» a «non lineare». Dal consueto palinsesto a orario settimanale oggi si può guardare la televisione dove si vuole, quando si vuole e soprattutto quanto si vuole. Negli Stati Uniti, e a cascata anche in Italia, è in crescita esponenziale il fenomeno del «Binge Watching»: l'abitudine di fruire delle serie televisive in maniera compulsiva, guardandone tutti i singoli episodi uno dietro l'altro, in forma di maratone televisive della durata di un intero fine settimana. Fenomeno confermato dall'osservatorio di Sky Italia che nelle passate festività natalizie (dal 25 dicembre al 3 gennaio 2015) ha registrato un picco record di 1,4 milioni di puntate di telefilm viste, su circa 70 milioni nell'ultimo biennio. Ora Sky si appresta a lanciare il nuovo servizio dedicato alle serie televisive. Negli studi di Milano si affrettano a precisare che non è una risposta a Netflix, ma le similitudini con le modalità di fruizione televisiva introdotte dal gigante californiano sono innegabili. Box Sets partirà trasmettendo l'attesissima prima puntata della quarta serie di House of Cards, il telefilm-cult con Kevin Spacey che, pur prodotto da Netflix, rimarrà in Italia un'esclusiva di Sky sino alla sua conclusione. L'uso ai contenuti di Box Sets sarà gratuito per tutti gli abbonati di Sky dotati del decoder MySky Hd e non si potrà acquistare a parte. Sarà un canale, un gigantesco serbatoio che punta a
riunire tutti i pill celebri telefilm della recente storia televisiva, suddivisi in cofanetti (50 già disponibili al lancio per circa 1.500 puntate, 100 previsti entro fine anno), completi di tutti gli episodi delle stagioni andate in onda. E se il palinsesto di Netflix si basa quasi solo su eccellenti ma poco pubblicizzate produzioni proprietarie, il colosso di Murdoch può attingere liberamente alle produzioni di Fox, Hbo, Cbs e Amazon, includendo nel catalogo della nuova offerta titoli come il già citato House of Cards, Game of Thrones, Criminal Minds, I Soprano, True Detective, Dexter, Californication, The Knick, Six Feet Under, Gomorra, Les Revenants, Mozart in The Jungle, In Treatment, The Killing, Transparent e classici come Twin Peaks e Lost. Nelle intenzioni di Sky, Box Sets dev'essere un punto di riferimento per gli appassionati e un compendio completo per i tanti utenti ( 20% all'anno dal 2013) che scoprono solo oggi che le serie tv stanno superando il cinema per investimenti economici e cast stellari. Persino il regista Quentin Tarantino, intervistato in occasione della prima del suo recente The Hateful Eight, non ha escluso che la sua prossima produzione possa essere uno sceneggiato seriale.

mercoledì 3 febbraio 2016

NEWS - Fermi tutti! Un milione di italiani guarda le serie tv in streaming... E molti altri le scaricano illegalmente!
Articolo di Gianmaria Tammaro su "La Stampa"
Da una parte c'è la televisione: quella che abbiamo imparato a conoscere, l'intrattenimento a portata di telecomando, palinsesti che fanno a gara tra di loro, e un condimento - salatissimo - di pubblicità. Dall'altra c'è Internet. E un nuovo modo di intrattenere. Un mercato che non abbiamo ancora capito come interpretare. Negli ultimi due anni, il pubblico che al piccolo schermo preferisce lo streaming (il flusso via web senza che i dati vengano scaricati su un computer) o l'on demand (programmi a richiesta e a pagamento sempre disponibili) è cresciuto. Poco, se confrontato con i numeri delle generaliste (Don Matteo, in prima serata, raggiunge circa 7 milioni di persone). Molto, se teniamo conto del fatto che non è mai stato uno dei punti di riferimento di produttori e investitori. E che di un pubblico «online» non si è mai parlato. Prima d'ora. In due anni è cambiata la connessione e la diffusione del mezzo Internet, e sono intervenuti nuovi protagonisti. Non più solo Rai, con la sua sezione Replay. È arrivato Netflix e prima ancora TimVision (circa 400 mila abbonati a oggi) ha avviato il suo servizio di streaming. Quindi è toccato a Infinity. E con loro Sky. Si stima - stando agli ultimi dati - che a guardare film e serie tv in streaming sia più di un milione di persone. La verità, però, è un'altra ed è evidente a tutti: c'è un bacino di utenza che, ancora oggi, non viene soddisfatto. C'è ancora chi - per una questione di costi, praticamente superata oramai, e per una questione di contenuti - preferisce vedere tutto illegalmente. E queste persone non si possono contare: non c'è tracciabilità che tenga. Chiunque possiede una connessione Internet - e nel 2014, secondo l'Istat, ad avere un accesso alla Rete erano il 64% delle famiglie italiane - può accedere a piattaforme di streaming.
II dato interessante, quindi, diventa un altro: la capacità effettiva che hanno i grandi protagonisti della scena italiana di intercettare questo pubblico e di farlo passare allo streaming e alla visione on demand legale. Di ridurre questo divario, abbassando i costi e aumentando l'offerta di prodotti «visionabili». Tra i più bravi, c'è sicuramente Sky. E lo dicono i dati. II più importante, uno degli ultimi diffusi dalla televisione di Rupert Murdoch, riguarda la seconda stagione di In Treatment, una serie non pensata per lo streamer o lo spettatore occasionale, che scarica le puntate per vederle in un altro momento, ma che è riuscita comunque a ottenere risultati incredibili: oltre 2 milioni di download (a partire dallo scorso 23 novembre) e un quinto posto di tutto rispetto tra le serie tv di Sky Atlantic più viste in streaming (e ci sono titoli come Gomorra, The Walking Dead e Elementary). Il successo di In Treatment 2 ci dice una cosa: il pubblico sta cambiando e anche la televisione deve, volente o no, cambiare. Ci dice che i gusti sono diversi. E che ora bisogna puntare su un intrattenimento più di qualità - non di nicchia, attenzione - che tenga conto degli interessi e delle passioni di una fetta di pubblico che, magari, la televisione non l'ha mai vista (anche se, con almeno 80 milioni di televisori in giro, è difficile). I servizi online diventano fondamentali. Allo stesso modo, quelli on demand. E più che parlare del successo - vero o presunto è ancora opinabile vista la mancanza di dati ufficiali - di Netflix, è importante sottolineare la crescita dei suoi competitor come Sky: In Treatment 2 è la dimostrazione che un altro tipo di intrattenimento si può e deve fare (aspettiamo la terza stagione, adesso), e che ci sono i numeri che giustificano la scelta di un simile investimento. La televisione, quella che abbiamo imparato a conoscere, non è più sola: è iniziata l'era dello streaming e dell'on demand.

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