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martedì 3 novembre 2015

NEWS - Tutto cambia, tranne l'Auditel. Ovvero: non per gli ascolti ma per denaro. Praticamente impossibile rinnovare i rilevamenti di ascolti (di pensionati) visto il giro di affari di 3 miliardi e mezzo di euro annui (del resto un Presidente che resiste da 31 anni la dice lunga...)
Articolo di Massimo Sideri per il "Corriere Economia"
Ripartono (con un sistema di sorveglianza), le misurazioni dell’Auditel. Il panel delle famiglie dovrebbe essere rivisto entro maggio. Ma la vera sfida, misurare la vita dei programmi che vengono visti tramite pc, tablet e telefonini, non è stata ancora raccolta. Negli Stati Uniti, invece, il software c’è già. Auditel è tornato. Ma da sorvegliato speciale. Alla fine le due settimane di riflessione hanno portato a questo compromesso: il panel delle 5.600 famiglie, «inquinato», come si dice in gergo, per il 75%, non poteva certamente essere cambiato in così poco tempo. Anzi: c’è da domandarsi se si riuscirà a rinnovarlo completamente entro la fine di maggio, deadline data dalla stessa società dopo il consiglio di amministrazione che si è tenuto la scorsa settimana. E non è una sfida da poco se si pensa che, anche dalle rilevazioni dell’Auditel, dipende la suddivisione del mercato pubblicitario televisivo che vale circa 3,5 miliardi l’anno, il 47% di un business totale di 7,6 miliardi. Due conti della serva aiutano: una volta le famiglie venivano estratte dalle Pagine Gialle. Era il più completo schedario della popolazione italiana quando esisteva una cosa chiamata telefono fisso. Oggi tra maggiore sensibilità alla privacy, estinzione del fisso e morte delle Pagine Gialle, le liste di persone si comprano. Avete presente quella volta in cui avete dato sciattamente il consenso per avere qualche tesserina premio o sconto? Ecco, siete finiti in qualche lista cedibile per altri fini.
Dunque, una volta costruito il panel rappresentativo della «nuova Italia davanti al televisore» a quel punto il delicato file con la mappa di coloro che dovrebbero essere contattati viene trasferito a Nielsen che fa scattare l’operazione convincimento. Telefonata, domande di rito, valutazioni. Mettiamo che senza esitare le persone dicano subito di sì. Scatta la seconda operazione: il montaggio del «meter» in casa. A questa fase lavorano un centinaio di tecnici, a meno che, vista la criticità della situazione attuale che aveva portato all’oscuramento dell’indice Auditel per due settimane, non si stia decidendo di usare le forze speciali. Comunque il grosso problema è l’appuntamento: i tecnici lavorano in orari d’ufficio, dal lunedì al venerdì. Dunque, riuscire a entrare fisicamente in casa per collegare gli apparati dell’Auditel richiede tempo. Una volta ottenuto l’appuntamento, poi, servono anche 4 ore di lavoro a seconda della complessità di cavi, televisioni, console e home theater.
Per chiudere il cerchio bisogna sapere che per diverse settimane le nuove famiglie devono restare sotto osservazione per vedere «se fanno le furbe». Insomma, cambiare l’intero panel è un’operazione «monstre» per niente facile. Ed è per questo che bisogna procedere continuando ad usare quello «inquinato», salvo richiedere a Kpmg la certificazione dello «share». E poi? «Sono curioso di vedere cosa accadrà dopo che l’Auditel avrà, come annunciato, modificato o ampliato il suo campione. Se è vero che le famiglie diventeranno 15mila, avremo risultati sconvolgenti perché ci si accorgerà di quello che sostengo da tempo: la tv generalista è vista da un pubblico di persone dai 55 anni in su» ha detto un decano del piccolo schermo come Maurizio Costanzo durante i giorni di silenzio Auditel. Appunto: a guardare quel dato che ancora oggi regola gli investimenti pubblicitari in media gli italiani dai quattro anni in su passano 4 ore al giorno davanti alla televisione intesa come monolitico schermo da salotto c’è da rimanere di stucco. Sembra il risultato di una rilevazione su un esercito di pensionati (e peraltro non possiamo non ricordare che in effetti la demografia italiana va in questa direzione). Però il numero tondo sembra confliggere apertamente con quella che è la nostra osservazione quotidiana che, non può avere un peso statistico. Bisognerà fare come consiglia Costanzo: aspettare e vedere. L’allargamento del panel a 15mila persone, peraltro, è più un affiancamento di due panel visto che, da quanto è emerso da un contatto del Corriere con una delle nuove famiglie, per il cosiddetto «superpanel» non è previsto il prezioso telecomando con il quale va segnalato chi si trova davanti all’apparecchio televisivo. Dal punto di vista statistico per misurare l’attendibilità del panel Auditel bisognerebbe conoscere il margine di errore con il quale la società lavora: questo dato come si evince dal sito dell’Agcom non è noto. È considerato una sorta di segreto industriale. E si capisce perché. Teoricamente dovrebbe rimanere all’interno del 2%, ma già le trasformazioni demografiche in corso negli ultimi anni in Italia rendono questo limite difficile da garantire. Pensiamo all’immigrazione. Quanto è rappresentata nel panel? Un altro aspetto è quello della rotazione delle famiglie all’interno del nucleo di rilevazione: ogni quanto avviene? Tra le voci del settore senza conferme c’è quella dei cosiddetti highlander, famiglie che rimangono a lungo nel panel. In realtà sembra che ci siano delle famiglie affidabili pronte ad essere chiamate in caso di problemi, per esempio quando un terremoto o un altro evento grave fa saltare per diversi giorni il collegamento con alcuni componenti. Insomma, è una dura vita quella dell’Auditel. Ma quella che si paventa nei prossimi mesi potrebbe essere ancora più dura. Anche perché rimane un’incognita la reazione che potrebbero avere le famiglie la cui privacy è stata violata.

martedì 13 febbraio 2007

NEWS - Auditel: tra qualche settimana resi pubblici i dati d'ascolto delle reti SKY. Ma c'è già chi dà i numeri...
Roma, 13 feb. - (Adnkronos) - Saranno diffusi tra la fine del mese e l'inizio di marzo i dati di ascolto di Sky Italia, che contribuiranno a far luce sulla reale forza a livello di audience della pay tv che fa capo a News corp. Auditel, la societa' di rilevazione degli ascolti, e' pronta e, come ribadito nei giorni scorsi sia dal direttore generale Walter Pancini che dal presidente dell'Upa Giulio Malgara, attende solo il via libera della tv satellitare. Che, secondo quanto apprende l'ADNKRONOS, e' imminente: allo stato attuale non e' invece ancora deciso se Sky entrera' anche nella societa'. In effetti i cambiamenti chiesti dalla pay tv del gruppo di Rupert Murdoch per quanto attiene la rilevazione degli ascolti sono stati accolti da Auditel. Quest'ultima ha proposto all'Agcom e allo stesso ministro delle Comunicazioni la modifica dell'assetto azionario con la previsione che le tv nazionali scendano sotto il 50%, e si e' anche detta disponibile ad accogliere nel board un rappresentante dell'Autorita' per le comunicazioni. Sky a questo punto vede accolte in linea di massima le proprie richieste anche se insisterebbe sulla appresentativita' del campione e sulla modifica che esso richiederebbe in linea con la consistenza degli abbonamenti. Nonostante rapporti media assegnino a Sky uno share non molto piu' ampio del 6%, la pay tv (pur aspettandosi su molti canali ascolti ancora piu' bassi della media) insiste sulla necessita' di un sistema comune di rilevazione che ritiene necessario anche per valutare le performance dei canali condivisi, da quelli di Raisat a tanti altri come Jimmy, Marco Polo, Leonardo che l'emittente acquista. A differenziare il mondo della pay tv da quello dei broadcasters terrestri tuttavia non sono solo gli ascolti: su questo fronte e' evidente la forbice con le tv analogiche mentre si assisterebbe anche ad una crescita della penetrazione del digitale terrestre che nel 2006 e' arrivata al 20% e nel 2008 sara' al 35%. Sul fronte dei ricavi Sky Italia, che attende per fine giugno il break even, non ritiene di avviarsi ad eguagliare Mediaset come pure molti analisti sostengono. Nel 2008, secondo gli analisti di It media, i ricavi della pay tv si aggireranno sui 2.850 miliardi; il che significa che l'anno prossimo Mediaset e Sky saranno vicine al pareggio poiche' la prima sara' a quota 33% del volume di ricavi dell'intero mercato tv mentre la pay tv passera' al 30%. Calcolo che secondo quanto rilevato da Sky Italia in varie sedi fin dalla sua nascita per fusione tra Stream e Telepiu' nasce da un presupposto errato. Il presupposto e' infatti che il mercato sia unico e composto cioe', come sostiene Mediaset, da canone, pubblicita' e abbonamenti: mentre per Sky allo stato attuale la competizione a tutto tondo non e' possibile per i paletti messi dall'Antitrust europeo all'epoca della sua nascita. Ritenendola monopolista sul settore pay, l'Autorita' di Bruxelles, tra l'altro, gli ha impedito la competizione sul digitale, ha detto no a contratti per diritti tv per un lasso di tempo superiore ai due anni, ha posto l'obbligo di accesso alla sua piattaforma per canali terzi. L'interpretazione che Sky ha sempre dato a questa posizione del regolatore europeo e' che mercato pay e mercato free nella tv sono differenti. Viceversa a giudizio della pay tv quello televisivo e' un mercato unico e molte misure sono percepite come asimmetriche. Tuttavia le decisione europee a questo punto legittimano Sky a respingere le accuse di favoritismo nei suoi confronti lanciate da Mediaset a proposito del ddl Gentiloni: perche' il governo italiano "non puo' fare altro che operare all'interno di cio' che l'Europa ha stabilito e cioe' che alla pay tv -osserva una fonte del gruppo- ci pensa Bruxelles". Di tutt'altro avviso il presidente e amministratore delegato di Publitalia, Giuliano Adreani, che ha ribadito che con il ddl Gentiloni in vigore "a regime", Mediaset perderebbe un terzo del suo fatturato che non sarebbe piu' recuperabile. In una audizione parlamentare, Adreani ha spiegato che questo sarebbe il risultato, "che nessuna azienda potrebbe sostenere", della restrizione "artificiosa alla sola pubblicita' del mercato televisivo che invece e' costituito anche da abbonamenti e canone". Per Adreani il duopolio tv e' morto: prova ne e' l'ingresso nel mercato di un operatore come Telecom Italia che "fa utili per 3,7 miliardi cioe' un importo superiore al fatturato di Mediaset" e di Sky Italia che dispone di "128 reti". Cio' nonostante si chiede a chi ne ha tre, ovvero Rai e Mediaset, di trasferirne una sul digitale terrestre in anticipo sui termini. Di conseguenza "focalizzare l'attenzione sulla pubblicita' non crea pluralismo ma una distorsione fra gli operatori presenti perche' -ha spiegato Adreani- Mediaset e' pesantemente colpita e Sky fortemente avvantaggiata".

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