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venerdì 9 novembre 2018
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
Senza Spacey "House of Cards" vacilla
"'Detesto "Signora". Suona come se gestissi un bordello e non una nazione' risponde Claire Underwood al giovane soldato impacciato e incerto su come rivolgersi al presidente. E, subito dopo, di fronte a un'altra recluta che dubita del suo piano strategico militare, si rivolge così: «Me lo avrebbe chiesto se fossi stata un uomo?». La sesta e ultima stagione di House of Cards (Sky Atlantic) si apre nel segno di una donna alla guida degli Stati Uniti e tradisce una doppia impronta: la rivendicazione orgogliosa del primo presidente americano di sesso femminile, e quell'inestirpabile senso di subalternità di genere che spesso popola i luoghi del potere. L'ultimo atto del political drama più riuscito e apprezzato degli ultimi anni vive e prolifica sul mito dell'assenza: Kevin Spacey-Frank Underwood non c'è più, scopriamo che è morto nel letto accanto alla moglie, eppure incombe nei ricordi dei protagonisti, nelle vecchie e nuove trame della politica americana. Tolto di mezzo Spacey per le vicende di molestie, la sesta stagione consacra la figura di Claire, nella sempre impeccabile interpretazione di Robin Wright; si carica sulle spalle non solo il governo degli Usa e il vuoto lasciato dal marito ma cerca di tenere viva e accesa l'intera serie, a rischio di sbandamento. Ed è proprio lei, la glaciale Claire, la più decisa a liberarsi del peso ingombrante del marito, a non voler apparire come una vedova illustre. E quando si rivolge al pubblico, in quell'espediente narrativo shakespeariano, lo fa per smarcarsi dal fantasma del marito («Vi ricorda Francis?», «Io non farò come lui, io ho intenzione di dirvi la verità»). Ma l'unica verità, a ben vedere, è che senza Spacey l'intero impianto rischia seriamente di vacillare e la sua assenza percepita e cosi costantemente esibita è in realtà l'unico modo per tenerlo dentro la storia, per farci credere che non sia cambiato nulla". (Aldo Grasso)
CORRIERE DELLA SERA
Senza Spacey "House of Cards" vacilla
"'Detesto "Signora". Suona come se gestissi un bordello e non una nazione' risponde Claire Underwood al giovane soldato impacciato e incerto su come rivolgersi al presidente. E, subito dopo, di fronte a un'altra recluta che dubita del suo piano strategico militare, si rivolge così: «Me lo avrebbe chiesto se fossi stata un uomo?». La sesta e ultima stagione di House of Cards (Sky Atlantic) si apre nel segno di una donna alla guida degli Stati Uniti e tradisce una doppia impronta: la rivendicazione orgogliosa del primo presidente americano di sesso femminile, e quell'inestirpabile senso di subalternità di genere che spesso popola i luoghi del potere. L'ultimo atto del political drama più riuscito e apprezzato degli ultimi anni vive e prolifica sul mito dell'assenza: Kevin Spacey-Frank Underwood non c'è più, scopriamo che è morto nel letto accanto alla moglie, eppure incombe nei ricordi dei protagonisti, nelle vecchie e nuove trame della politica americana. Tolto di mezzo Spacey per le vicende di molestie, la sesta stagione consacra la figura di Claire, nella sempre impeccabile interpretazione di Robin Wright; si carica sulle spalle non solo il governo degli Usa e il vuoto lasciato dal marito ma cerca di tenere viva e accesa l'intera serie, a rischio di sbandamento. Ed è proprio lei, la glaciale Claire, la più decisa a liberarsi del peso ingombrante del marito, a non voler apparire come una vedova illustre. E quando si rivolge al pubblico, in quell'espediente narrativo shakespeariano, lo fa per smarcarsi dal fantasma del marito («Vi ricorda Francis?», «Io non farò come lui, io ho intenzione di dirvi la verità»). Ma l'unica verità, a ben vedere, è che senza Spacey l'intero impianto rischia seriamente di vacillare e la sua assenza percepita e cosi costantemente esibita è in realtà l'unico modo per tenerlo dentro la storia, per farci credere che non sia cambiato nulla". (Aldo Grasso)
venerdì 2 novembre 2018
NEWS - Che derby rosa! Da stasera la first lady Robin Wright ("House of Cards") sfida la deb Julia Roberts ("Homecoming"). E Netflix gode tra le due litiganti con le teen "Baby" (dal 30) in un novembre seriale cult
Articolo tratto da "La Gazzetta dello Sport"
Uno scontro titanico apre un novembre rovente in tv per quanto riguarda le serie. Rivedremo le due attrici americane da oggi, in due titoli diversi: una alle prese con un finale di stagione, l'altra al debutto in una nuova serie. Robin Wright torna infatti ad essere la protagonista degli intrighi politici di House of Cards 6, su Sky Atlantic, mentre Julia Roberts è alla sua prima prova in una produzione seriale nel thriller psicologico Homecoming, su Amazon Prime Video.
La Roberts è Heidi, assistente sociale in un centro che aiuta i veterani a reinserirsi nella vita civile. Ma sono dubbie le motivazioni della struttura nella quale lavora. La serie è diretta da Sam Esmail (lo stesso regista di Mr. Robot) e arriva in originale: la versione doppiata sarà disponibile a partire dal 2019. Per quanto riguarda gli Underwood, la scelta di fare morire il marito Frank dipende dal licenziamento di Kevin Spacey a causa dello scandalo sessuale nel quale è rimasto coinvolto. Claire adesso è la presidente e la protagonista di questa stagione. Accanto a lei, arrivano alcuni personaggi nuovi interpretati da Diane Lane e Greg Kinnear nei panni di due fratelli lobbisti. Gli episodi della serie Netflix sono otto.
E proprio su Netflix debutta alla fine del mese la terza serie italiana della piattaforma di streaming; dopo Suburra e prima di Luna nera, il 30 arriva Baby, vicenda liberamente ispirata al giro di squillo minorenni dei Parioli, diretta da Andrea De Sica e Anna Negri. Due settimane prima, il 16, è la volta di Narcos: Messico, costola di Narcos, scritta dagli stessi autori, ambientata negli Anni 80. Stesso giorno di debutto per una commedia, Il metodo Kominsky, serie ideata da Chuck Lorre (quello di The Big Bang Theory) con due interpreti come Michael Douglas e Alan Arkin: il protagonista è un ex attore di successo che insegna recitazione a Hollywood. Torna in tv anche Jim Carrey con Kidding - Il fantastico mondo di Mr. Pickles, serie diretta da Michel Gondry già regista di Se mi lasci ti cancello (2004), in onda su Sky Atlantic dal 7 novembre. Carrey impersona un personaggio all'apparenza di successo, e dai grandi interessi economici, ma la cui vita privata va sgretolandosi. Due giorni dopo su Prime esordisce la seconda stagione di Patriot, con l'agente segreto John Tavner, interpretato da Michael Dorman, costretto a lavorare sotto copertura in un'impresa di tubature del Midwest. In arrivo su Rai 1 (la data di debutto ancora non confermata è il 19), Nero a metà, commedia poliziesca in sei puntate con Claudio Amendola.
Uno scontro titanico apre un novembre rovente in tv per quanto riguarda le serie. Rivedremo le due attrici americane da oggi, in due titoli diversi: una alle prese con un finale di stagione, l'altra al debutto in una nuova serie. Robin Wright torna infatti ad essere la protagonista degli intrighi politici di House of Cards 6, su Sky Atlantic, mentre Julia Roberts è alla sua prima prova in una produzione seriale nel thriller psicologico Homecoming, su Amazon Prime Video.
La Roberts è Heidi, assistente sociale in un centro che aiuta i veterani a reinserirsi nella vita civile. Ma sono dubbie le motivazioni della struttura nella quale lavora. La serie è diretta da Sam Esmail (lo stesso regista di Mr. Robot) e arriva in originale: la versione doppiata sarà disponibile a partire dal 2019. Per quanto riguarda gli Underwood, la scelta di fare morire il marito Frank dipende dal licenziamento di Kevin Spacey a causa dello scandalo sessuale nel quale è rimasto coinvolto. Claire adesso è la presidente e la protagonista di questa stagione. Accanto a lei, arrivano alcuni personaggi nuovi interpretati da Diane Lane e Greg Kinnear nei panni di due fratelli lobbisti. Gli episodi della serie Netflix sono otto.
E proprio su Netflix debutta alla fine del mese la terza serie italiana della piattaforma di streaming; dopo Suburra e prima di Luna nera, il 30 arriva Baby, vicenda liberamente ispirata al giro di squillo minorenni dei Parioli, diretta da Andrea De Sica e Anna Negri. Due settimane prima, il 16, è la volta di Narcos: Messico, costola di Narcos, scritta dagli stessi autori, ambientata negli Anni 80. Stesso giorno di debutto per una commedia, Il metodo Kominsky, serie ideata da Chuck Lorre (quello di The Big Bang Theory) con due interpreti come Michael Douglas e Alan Arkin: il protagonista è un ex attore di successo che insegna recitazione a Hollywood. Torna in tv anche Jim Carrey con Kidding - Il fantastico mondo di Mr. Pickles, serie diretta da Michel Gondry già regista di Se mi lasci ti cancello (2004), in onda su Sky Atlantic dal 7 novembre. Carrey impersona un personaggio all'apparenza di successo, e dai grandi interessi economici, ma la cui vita privata va sgretolandosi. Due giorni dopo su Prime esordisce la seconda stagione di Patriot, con l'agente segreto John Tavner, interpretato da Michael Dorman, costretto a lavorare sotto copertura in un'impresa di tubature del Midwest. In arrivo su Rai 1 (la data di debutto ancora non confermata è il 19), Nero a metà, commedia poliziesca in sei puntate con Claudio Amendola.
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martedì 10 luglio 2018
GOSSIP - Mrs. Wright and Mr. Wrong. La protagonista assoluta per epurazione di partner di "House of Cards" fa tanto la paladina dei diritti umani ma non se la sente di accusare Kevin Spacey: "l'ho conosciuto tra un ciak e l'altro, non so come sia come uomo..."
Robin Wright is opening up about her former House of Cards co-star Kevin Spacey, who was removed by Netflix from the narrative of the hit series following accusations of sexual misconduct on the set before the show’s upcoming final season. The actress opened up in an interview on Today, which airs on Monday (July 9). “Was there any kind of red flag, or anything that would have made you think this was possible?” asked Savannah Guthrie. “Kevin and I knew each other between action and cut, and in between setups where we would giggle. I didn’t really– I didn’t know the man. I knew the incredible craftsman that he is,” she explained.
sabato 23 giugno 2018
giovedì 24 maggio 2018
NEWS - Uguali sul serial. Le attrici (e qualche attore) delle serie tv (nonché del cinema, dei media, della politica ecc...) chiedono in una lettera aperta la "gender equality". Tra le 140 firmatarie Lena Dunham ("Girls"), Natalie Dormer ("GOT"), Robin Wright ("House of Cards"), Danai Gurira ("TWD"), Thandie Newton ("Westworld"), Connie Britton ("Nashville"). Tra gli uomini, Michael Sheen ("Masters Of Sex") e Neil Patrick Harris ("HIMYM")
News tratta da "Deadline"
Movie and TV heavyweights including Oprah Winfrey, Meryl Streep, Natalie Portman and Lena Dunham are among those to sign an open letter calling for action against gender inequality. The 140 signatories from the entertainment arena are putting political leaders “on notice” in the letter which is spearheaded by international charity ONE. Also among those to sign are Robin Wright, Danai Gurira, Neil Patrick Harris, Michael Sheen, Thandie Newton, Connie Britton and Natalie Dormer.
The 140 signatories call for a commitment to help every girl get an education and for leaders to use their power to deliver “historic changes for women.” The letter describes poverty as sexist and says, “We won’t stand by while the poorest women are overlooked.”
The campaign — which hopes to attract many more signatories — has also been endorsed by prominent names outside the entertainment biz, including former U.S. Secretary of State Madeleine Albright, Facebook’s Sheryl Sandberg, Chelsea Clinton and Huffington Post founder Arianna Huffington. According to a World Economic Forum report from last year, the equality gap between men and women would take 100 years to close at its current rate.
News tratta da "Deadline"
Movie and TV heavyweights including Oprah Winfrey, Meryl Streep, Natalie Portman and Lena Dunham are among those to sign an open letter calling for action against gender inequality. The 140 signatories from the entertainment arena are putting political leaders “on notice” in the letter which is spearheaded by international charity ONE. Also among those to sign are Robin Wright, Danai Gurira, Neil Patrick Harris, Michael Sheen, Thandie Newton, Connie Britton and Natalie Dormer.
The 140 signatories call for a commitment to help every girl get an education and for leaders to use their power to deliver “historic changes for women.” The letter describes poverty as sexist and says, “We won’t stand by while the poorest women are overlooked.”
The campaign — which hopes to attract many more signatories — has also been endorsed by prominent names outside the entertainment biz, including former U.S. Secretary of State Madeleine Albright, Facebook’s Sheryl Sandberg, Chelsea Clinton and Huffington Post founder Arianna Huffington. According to a World Economic Forum report from last year, the equality gap between men and women would take 100 years to close at its current rate.
The letter reads:
“Dear World leaders,
We’re putting you on notice.
For 130 million girls without an education. For one billion women without access to a bank account. For 39,000 girls who became child brides today. For women everywhere paid less than a man for the same work.
There is nowhere on earth where women have the same opportunities as men, but the gender gap is wider for women living in poverty.
Poverty is sexist. And we won’t stand by while the poorest women are overlooked.
You have the power to deliver historic changes for women this year. From the G7 to the G20; from the African Union to your annual budgets; we will push you for commitments and hold you to account for them. And, if you deliver, we will be the first to champion your progress.
We won’t stop until there is justice for women and girls everywhere.
Because none of us are equal until all of us are equal.”
venerdì 19 gennaio 2018
NEWS - Ci sono 3 motivi per cui Netflix è risultata la rete / piattaforma più amata in Italia (e non solo) nel 2017. Leggi Link.
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mercoledì 24 maggio 2017
GOSSIP - Robin Wright shock: "ho iniziato facendo la modella a Parigi mostrando le tette e sentendomi dire che erano troppo piccole...adesso pretendo lo stesso salario di Kevin Spacey in 'House of Cards!"
On not getting equal pay on House of Cards: “I was told that I was getting equal pay and I believed them, and I found out recently that it’s not true….Yes, so that’s something to investigate. Claire and Francis are equivalent as far as their power, their union and the plot. I may not have as many scenes or words as Francis, but Claire doesn’t need to verbalize as much. Francis is an orator, a poet, a demonstrator. Claire is an [ego] that sits in the back and directs him, but they are partners on the same plane.”
Robin Wright is on the cover of Net-a-Porter’s The Edit.
Here’s what the 51-year-old House of Cards actress had to share:On not getting equal pay on House of Cards: “I was told that I was getting equal pay and I believed them, and I found out recently that it’s not true….Yes, so that’s something to investigate. Claire and Francis are equivalent as far as their power, their union and the plot. I may not have as many scenes or words as Francis, but Claire doesn’t need to verbalize as much. Francis is an orator, a poet, a demonstrator. Claire is an [ego] that sits in the back and directs him, but they are partners on the same plane.”
On the nightmare of modeling when she was young: “[I modelled] to make money, so I could stay in Paris, because I was broke. That was a nightmare: you go into a go-see, lift up your shirt, then [someone says], ‘Her boobs aren’t big enough,’ and you’re out… I put together a semi-book; dancing pictures of me in leotards. Like soft porn with legwarmers. So pathetic. In Paris, they were like, ‘This is not a book.’ It was so cheeseball. I interviewed with every agency. They said, ‘You’re never going to be tall enough to sign with Wilhelmina and IMG; you can do bathing suits, beauty, lingerie.’”
On fame: “[I] Never wanted [fame], never sought it, never thought about it. I didn’t know what to do with it. I turned down doing the cover of Vanity Fair because I was so petrified of sharing myself. I was married to Sean [Penn] at the time, and I knew that all they wanted to know was what color underwear he wore.” Visit The Edit for more from Robin!
mercoledì 16 marzo 2016
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
Il cedimento al maniersimo e alla soap di "House of Cards"
"E' tornata la serie «House of Cards» con tutto il suo carico di ambiguità, con le sue lezioni sul potere, con le sue riflessioni sulla grandezza e la debolezza dell'essere umano condensate in aforismi memorabili. Avevamo lasciato Frank Underwood (Kevin Spacey) in una posizione precaria, esposto come di consueto ai rovesci della fortuna e alle macchinazioni della politica: raggiunto l'agognato obiettivo della presidenza grazie a un tecnicismo, gli resta il compito più difficile, quello di confermare l'incarico attraverso le urne elettorali. L'attesa per la partenza della serie era alta anche perché Netflix ha puntato negli scorsi mesi su una promozione molto interessante, fatta di spot per la campagna elettorale di Underwood che strizzavano inevitabilmente l'occhio a quello che stava succedendo nell'arena politica reale, con il confronto tra Clinton e Trump. I primi due episodi, trasmessi in Italia da Sky Atlantic, hanno confermato che il tema portante della serie è, in fondo, il matrimonio (venerdì scorso gli episodi in lingua originale, mercoledì alle 21.10 doppiati in italiano). Cosa può succedere se Claire (Robin Wright), anima nera della power couple Underwood, volta le spalle a Frank, desiderosa di perseguire la sua propria carriera politica, forse anche di riaffermare il suo privilegio di nascita a scapito del marito (è figlia di una ricca dinastia texana, mentre Frank è di umili origini)? L'impressione è che il racconto di questa stagione abbia in diversi punti ceduto volentieri al manierismo, eccedendo nel sovraccaricare e virare in chiave soap alcuni aspetti. Ma restano alcune perle, alcuni momenti di grande raffinatezza narrativa. Come il confronto serrato tra Frank e la suocera che non ha mai approvato la provenienza popolare del genero, figlio di un coltivatore di pesche, che il presidente chiude così: «Sono rimasto spazzatura bianca, ma questa spazzatura ora vive alla Casa Bianca»". (Aldo Grasso, 08.03.2016)
CORRIERE DELLA SERA
Il cedimento al maniersimo e alla soap di "House of Cards"
"E' tornata la serie «House of Cards» con tutto il suo carico di ambiguità, con le sue lezioni sul potere, con le sue riflessioni sulla grandezza e la debolezza dell'essere umano condensate in aforismi memorabili. Avevamo lasciato Frank Underwood (Kevin Spacey) in una posizione precaria, esposto come di consueto ai rovesci della fortuna e alle macchinazioni della politica: raggiunto l'agognato obiettivo della presidenza grazie a un tecnicismo, gli resta il compito più difficile, quello di confermare l'incarico attraverso le urne elettorali. L'attesa per la partenza della serie era alta anche perché Netflix ha puntato negli scorsi mesi su una promozione molto interessante, fatta di spot per la campagna elettorale di Underwood che strizzavano inevitabilmente l'occhio a quello che stava succedendo nell'arena politica reale, con il confronto tra Clinton e Trump. I primi due episodi, trasmessi in Italia da Sky Atlantic, hanno confermato che il tema portante della serie è, in fondo, il matrimonio (venerdì scorso gli episodi in lingua originale, mercoledì alle 21.10 doppiati in italiano). Cosa può succedere se Claire (Robin Wright), anima nera della power couple Underwood, volta le spalle a Frank, desiderosa di perseguire la sua propria carriera politica, forse anche di riaffermare il suo privilegio di nascita a scapito del marito (è figlia di una ricca dinastia texana, mentre Frank è di umili origini)? L'impressione è che il racconto di questa stagione abbia in diversi punti ceduto volentieri al manierismo, eccedendo nel sovraccaricare e virare in chiave soap alcuni aspetti. Ma restano alcune perle, alcuni momenti di grande raffinatezza narrativa. Come il confronto serrato tra Frank e la suocera che non ha mai approvato la provenienza popolare del genero, figlio di un coltivatore di pesche, che il presidente chiude così: «Sono rimasto spazzatura bianca, ma questa spazzatura ora vive alla Casa Bianca»". (Aldo Grasso, 08.03.2016)
mercoledì 11 marzo 2015
GOSSIP - You are Wright! La co-protagonista di "House of Cards" sulla cover di "Vanity Fair" (svela la ragione del taglio corto di capelli di Claire...)
Robin Wright is glowing on the cover of Vanity Fair‘s April 2015 issue, on newsstands March 12.
Here’s what the 48-year-old House of Cards actress had to share with the mag. Wright speaks about developing the icy, ambitious villain Claire Underwood for David Fincher’s House of Cards, which has made her as much a star of the show as Kevin Spacey. Claire’s wardrobe and sleek, androgynous haircut have also minted her a fashion icon. “I was just cutting off damaged hair—too much bleach over months of [appearing in] different movies,” Wright explains of Claire’s much-admired coif. “It was a mercy killing, but it works for the character.” House of Cards creator David Fincher discusses the dynamic between Wright and Spacey, who have made the two scheming, lustful antiheroes one of television’s most beloved power couples. Fincher confides that “a lot of people were asking, Is this meant to be Bill and Hillary? It shouldn’t be, but what I do love—especially with Bill and Hillary—is there’s an unfathomable place at which they meet, and you’re not going to get to the bottom of it. That was kind of where we started.”
On her ex husband Sean Penn: “I’m not in the business of talking about what ‘isn’t.’…I grew up very fast as a young girl, but I grew slowly into my womanhood. We were learning as we were going along. We agreed as parents that we’d not work at the same time, so that one of us was always with the kids. He was making more money than I was at the time, so it was a simple decision: ‘You go work—I’ll stay with the kids.’ And we got along great as creative people. Acting together, him directing me [in The Crossing Guard in 1995]—that was great. I believe we were together not only to have our beautiful children but to learn how to love…for the next time around, the right way. And then, what I’m looking for in people now, is kindness.”
On her fiance Ben Foster: “I’ve never been happier in my life than I am today. Perhaps it’s not ladylike [to say], but I’ve never laughed more, read more, or come more than with Ben. He inspires me to be the best of myself. There’s so much to learn. It’s endless. How great! It took me a long time to grow up. Love is possible as life is possible.”
On stardom coming late for her: “I feel as though I’ve just graduated. I mean, I never went to college. I was pregnant at 23. You hear people say how they have ‘arrived,’ but it was just always there, waiting to come out. For me, it just took a long time. I’m 48. I’m finally a person. I think I’m finally ready.”
Robin Wright is glowing on the cover of Vanity Fair‘s April 2015 issue, on newsstands March 12.
Here’s what the 48-year-old House of Cards actress had to share with the mag. Wright speaks about developing the icy, ambitious villain Claire Underwood for David Fincher’s House of Cards, which has made her as much a star of the show as Kevin Spacey. Claire’s wardrobe and sleek, androgynous haircut have also minted her a fashion icon. “I was just cutting off damaged hair—too much bleach over months of [appearing in] different movies,” Wright explains of Claire’s much-admired coif. “It was a mercy killing, but it works for the character.” House of Cards creator David Fincher discusses the dynamic between Wright and Spacey, who have made the two scheming, lustful antiheroes one of television’s most beloved power couples. Fincher confides that “a lot of people were asking, Is this meant to be Bill and Hillary? It shouldn’t be, but what I do love—especially with Bill and Hillary—is there’s an unfathomable place at which they meet, and you’re not going to get to the bottom of it. That was kind of where we started.”
On her ex husband Sean Penn: “I’m not in the business of talking about what ‘isn’t.’…I grew up very fast as a young girl, but I grew slowly into my womanhood. We were learning as we were going along. We agreed as parents that we’d not work at the same time, so that one of us was always with the kids. He was making more money than I was at the time, so it was a simple decision: ‘You go work—I’ll stay with the kids.’ And we got along great as creative people. Acting together, him directing me [in The Crossing Guard in 1995]—that was great. I believe we were together not only to have our beautiful children but to learn how to love…for the next time around, the right way. And then, what I’m looking for in people now, is kindness.”
On her fiance Ben Foster: “I’ve never been happier in my life than I am today. Perhaps it’s not ladylike [to say], but I’ve never laughed more, read more, or come more than with Ben. He inspires me to be the best of myself. There’s so much to learn. It’s endless. How great! It took me a long time to grow up. Love is possible as life is possible.”
On stardom coming late for her: “I feel as though I’ve just graduated. I mean, I never went to college. I was pregnant at 23. You hear people say how they have ‘arrived,’ but it was just always there, waiting to come out. For me, it just took a long time. I’m 48. I’m finally a person. I think I’m finally ready.”
venerdì 6 marzo 2015
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
"House of cards", apologia del matrimonio
"Frank Underwood è tornato. Ci erano mancate le sue citazioni, la sua retorica manipolatrice, le sue doti da grande dissimulatore: sensi di colpa e rimpianti non sono tratti che appartengono al suo carattere e le cose non cambieranno certo ora che è diventato il 46esimo presidente degli Stati Uniti.Sky Atlantic ha mandato in onda le prime due puntate della terza stagione di «House of Cards», in contemporanea con la distribuzione della serie fatta da Netflix in America (venerdì, da mezzanotte). Come sempre, sono state un condensato di raffinati disegni politici, scavo psicologico, grande racconto: ogni strategia è di un'ammirevole insolenza. La scena si è aperta all'ospedale in cui Doug Stamper, l'ambiguo capo dello staff di Frank, viene ricoverato in precarie condizioni fisiche dopo esser stato aggredito sei mesi prima dalla prostituta Rachel. Il tutto viene fatto passare come incidente per evitare imbarazzi. È attraverso il punto di vista di Doug, ormai fuori dal «cerchio magico» di Frank, che ci immergiamo nelle acque agitate della presidenza Underwood: i repubblicani gli danno contro al Congresso sull'iniziativa «America Works» (una specie di Jobs Act) e la leadership del partito democratico non gli rende la vita facile. Per la prima volta vediamo Frank (Kevin Spacey) in seria difficoltà, l'eccitazione della conquista del potere sostituita dalle grane quotidiane del comando e dai voltafaccia dei suoi ex fedelissimi. «House of Cards» resta, al suo cuore, un grande apologo sul matrimonio. Uno dei temi più forti della nuova stagione sembra essere qualche possibile crepa nel rapporto tra Frank e la sua «anima nera», la moglie Claire (Robin Wright): cosa può succedere se la loro smania di potere non si muove più all'unisono ma verso obiettivi inconciliabili. Menzione speciale per il cameo di Stephen Colbert, che interpreta se stesso intervistando il presidente Underwood in una puntata del «Colbert Report»". (Aldo Grasso, 02.03.2015)
CORRIERE DELLA SERA
"House of cards", apologia del matrimonio
"Frank Underwood è tornato. Ci erano mancate le sue citazioni, la sua retorica manipolatrice, le sue doti da grande dissimulatore: sensi di colpa e rimpianti non sono tratti che appartengono al suo carattere e le cose non cambieranno certo ora che è diventato il 46esimo presidente degli Stati Uniti.Sky Atlantic ha mandato in onda le prime due puntate della terza stagione di «House of Cards», in contemporanea con la distribuzione della serie fatta da Netflix in America (venerdì, da mezzanotte). Come sempre, sono state un condensato di raffinati disegni politici, scavo psicologico, grande racconto: ogni strategia è di un'ammirevole insolenza. La scena si è aperta all'ospedale in cui Doug Stamper, l'ambiguo capo dello staff di Frank, viene ricoverato in precarie condizioni fisiche dopo esser stato aggredito sei mesi prima dalla prostituta Rachel. Il tutto viene fatto passare come incidente per evitare imbarazzi. È attraverso il punto di vista di Doug, ormai fuori dal «cerchio magico» di Frank, che ci immergiamo nelle acque agitate della presidenza Underwood: i repubblicani gli danno contro al Congresso sull'iniziativa «America Works» (una specie di Jobs Act) e la leadership del partito democratico non gli rende la vita facile. Per la prima volta vediamo Frank (Kevin Spacey) in seria difficoltà, l'eccitazione della conquista del potere sostituita dalle grane quotidiane del comando e dai voltafaccia dei suoi ex fedelissimi. «House of Cards» resta, al suo cuore, un grande apologo sul matrimonio. Uno dei temi più forti della nuova stagione sembra essere qualche possibile crepa nel rapporto tra Frank e la sua «anima nera», la moglie Claire (Robin Wright): cosa può succedere se la loro smania di potere non si muove più all'unisono ma verso obiettivi inconciliabili. Menzione speciale per il cameo di Stephen Colbert, che interpreta se stesso intervistando il presidente Underwood in una puntata del «Colbert Report»". (Aldo Grasso, 02.03.2015)
lunedì 2 febbraio 2015
NEWS - Netflix e Amazon sempre più nell'arena tv dei contenuti seriali (Italia non pervenuta)
Articolo di Renato Franco per il "Corriere della Sera"
"Cambia il modo di fruire dei contenuti televisivi,
ma cambia anche il modo di produrli. Di fronte a un palinsesto sempre
più liquido (l'ora di messa in onda la decide lo spettatore) e sempre
più mobile (anche il luogo e il supporto di messa in onda li decide lo
spettatore), la Rete (intesa come Internet) inizia a dettare legge nella
creazione dei contenuti, perché sempre più spesso le serie tv di qualità arrivano non dalle reti (intese come televisive), ma da nuovi soggetti che hanno fiutato il nuovo business. Ora è su questo campo che si gioca la nuova sfida tra i due grandi servizi di streaming di film e serie tv - Amazon Prime e Netflix, ancora assenti in Italia. Netflix
era nata per offrire un servizio di noleggio di dvd e videogiochi via
Internet, per poi allargarsi allo streaming online on demand. Troppo
poco, serviva un ulteriore passo: così da mero distributore Netflix
ha deciso di diventare anche produttore di contenuti originali. Il
primo risultato è stata la pluricelebrata House of Cards, un affresco
cinico della politica con Kevin Spacey e Robin Wright. Il secondo
risultato l'altrettanto apprezzata Orange Is the New Black, ritratto
senza sconti di un carcere femminile. Se i Golden Globes
hanno premiato Kevin Spacey come miglior attore di una serie drammatica,
hanno soprattutto sancito il successo di Transparent, su una famiglia
con padre transgender: la serie ha ricevuto un doppio globo, uno come
miglior serie comedy e uno per il suo attore protagonista Jeffrey
Tambor. Transparent è prodotta da Amazon, il colosso dell'ecommerce che
per diversificare e ampliare il suo business ora ha anche sviluppato una
divisione che si occupa di spettacolo, gli Amazon Studios. Transparent è
solo uno dei tanti pilastri che la società di Jeff Bezos ha messo in
piedi. Di tre giorni fa è la notizia che ha convinto Woody Allen a
lavorare a una serie tv: il titolo della
produzione è come per ogni film del regista americano lo stesso,
Untitled Woody Allen Project , ma la curiosità per quello che ne nascerà
è già alta. Qualche mese prima invece Amazon aveva trovato un accordo
con Ridley Scott, coinvolto come produttore esecutivo della serie La
svastica sul sole, tratto dal romanzo di Philip K. Dick, dove lo
scrittore immagina un mondo in cui la Germania di Hitler e il Giappone
hanno sconfitto gli alleati nella Seconda guerra mondiale. Ma la competizione tra Amazon e Netflix
- Golia contro Golia, visto il volume di affari - è su più fronti:
proprio poco tempo fa la prima ha siglato un accordo per distribuire le
ambite serie tv di HBO: da I Soprano a Il
trono di spade, da Boardwalk Empire a True Detective. La seconda ha
risposto investendo il 10 per cento del proprio budget 2015 - oltre 300
milioni di dollari - in produzioni originali. Una battaglia sui contenuti che è una battaglia per ottenere nuovi abbonati. Netflix
è avanti: presente in circa 40 Paesi, ha superato i 50 milioni di
clienti (di cui 17 al di fuori degli Usa). Amazon invece è attiva in
Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Austria e Giappone e può contare
per ora su oltre 20 milioni di sottoscrittori. L'Italia? Al momento non
pervenuta".
Articolo di Renato Franco per il "Corriere della Sera"
"Cambia il modo di fruire dei contenuti televisivi,
ma cambia anche il modo di produrli. Di fronte a un palinsesto sempre
più liquido (l'ora di messa in onda la decide lo spettatore) e sempre
più mobile (anche il luogo e il supporto di messa in onda li decide lo
spettatore), la Rete (intesa come Internet) inizia a dettare legge nella
creazione dei contenuti, perché sempre più spesso le serie tv di qualità arrivano non dalle reti (intese come televisive), ma da nuovi soggetti che hanno fiutato il nuovo business. Ora è su questo campo che si gioca la nuova sfida tra i due grandi servizi di streaming di film e serie tv - Amazon Prime e Netflix, ancora assenti in Italia. Netflix
era nata per offrire un servizio di noleggio di dvd e videogiochi via
Internet, per poi allargarsi allo streaming online on demand. Troppo
poco, serviva un ulteriore passo: così da mero distributore Netflix
ha deciso di diventare anche produttore di contenuti originali. Il
primo risultato è stata la pluricelebrata House of Cards, un affresco
cinico della politica con Kevin Spacey e Robin Wright. Il secondo
risultato l'altrettanto apprezzata Orange Is the New Black, ritratto
senza sconti di un carcere femminile. Se i Golden Globes
hanno premiato Kevin Spacey come miglior attore di una serie drammatica,
hanno soprattutto sancito il successo di Transparent, su una famiglia
con padre transgender: la serie ha ricevuto un doppio globo, uno come
miglior serie comedy e uno per il suo attore protagonista Jeffrey
Tambor. Transparent è prodotta da Amazon, il colosso dell'ecommerce che
per diversificare e ampliare il suo business ora ha anche sviluppato una
divisione che si occupa di spettacolo, gli Amazon Studios. Transparent è
solo uno dei tanti pilastri che la società di Jeff Bezos ha messo in
piedi. Di tre giorni fa è la notizia che ha convinto Woody Allen a
lavorare a una serie tv: il titolo della
produzione è come per ogni film del regista americano lo stesso,
Untitled Woody Allen Project , ma la curiosità per quello che ne nascerà
è già alta. Qualche mese prima invece Amazon aveva trovato un accordo
con Ridley Scott, coinvolto come produttore esecutivo della serie La
svastica sul sole, tratto dal romanzo di Philip K. Dick, dove lo
scrittore immagina un mondo in cui la Germania di Hitler e il Giappone
hanno sconfitto gli alleati nella Seconda guerra mondiale. Ma la competizione tra Amazon e Netflix
- Golia contro Golia, visto il volume di affari - è su più fronti:
proprio poco tempo fa la prima ha siglato un accordo per distribuire le
ambite serie tv di HBO: da I Soprano a Il
trono di spade, da Boardwalk Empire a True Detective. La seconda ha
risposto investendo il 10 per cento del proprio budget 2015 - oltre 300
milioni di dollari - in produzioni originali. Una battaglia sui contenuti che è una battaglia per ottenere nuovi abbonati. Netflix
è avanti: presente in circa 40 Paesi, ha superato i 50 milioni di
clienti (di cui 17 al di fuori degli Usa). Amazon invece è attiva in
Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Austria e Giappone e può contare
per ora su oltre 20 milioni di sottoscrittori. L'Italia? Al momento non
pervenuta".
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giovedì 11 dicembre 2014
NEWS - Golden Globes, le scelte di Telefilm Cult (in rosso)!
Miglior serie Drama
The Affair
Downton Abbey
Game of Thrones
The Good Wife
House of Cards
The Affair
Downton Abbey
Game of Thrones
The Good Wife
House of Cards
Miglior attore in una serie Drama
Clive Owen, “The Knick”
Liev Schreiber, “Ray Donovan”
Kevin Spacey, “House of Cards”
James Spader, “The Black List”
Dominic West, “The Affair”
Clive Owen, “The Knick”
Liev Schreiber, “Ray Donovan”
Kevin Spacey, “House of Cards”
James Spader, “The Black List”
Dominic West, “The Affair”
Miglior attrice in una serie Drama
Claire Danes, “Homeland”
Julianna Margulies, “The Good Wife”
Ruth Wilson, “The Affair”
Robin Wright, “House of Cards”
Viola Davis, “How to get away with murder”
Claire Danes, “Homeland”
Julianna Margulies, “The Good Wife”
Ruth Wilson, “The Affair”
Robin Wright, “House of Cards”
Viola Davis, “How to get away with murder”
Miglior serie Comedy
Transparent
Jane the Virgin
Girls
Orange is the new black
Silicon Valley
Transparent
Jane the Virgin
Girls
Orange is the new black
Silicon Valley
Miglior attore in una serie Comedy
Louis CK, “Louie”
Ricky Gervais, “Derek”
Don Cheadle, “House of Lies”
William H Macy, “Shameless”
Jeffrey Tambor, “Transparent”
Louis CK, “Louie”
Ricky Gervais, “Derek”
Don Cheadle, “House of Lies”
William H Macy, “Shameless”
Jeffrey Tambor, “Transparent”
Miglior attrice in una serie Comedy
Gina Rodriguez, “Jane the Virgin”
Lena Dunham, “Girls”
Edie Falco, “Nurse Jackie”
Julia Louis-Dreyfus, “Veep”
Taylor Shilling, “Orange is the new black”
Gina Rodriguez, “Jane the Virgin”
Lena Dunham, “Girls”
Edie Falco, “Nurse Jackie”
Julia Louis-Dreyfus, “Veep”
Taylor Shilling, “Orange is the new black”
Miglior Miniserie o Film tv
Fargo
The Missing
The Normal Heart
Olive Kitteridge
True Detective
Fargo
The Missing
The Normal Heart
Olive Kitteridge
True Detective
Miglior attore in una Miniserie o Film tv
Martin Freeman, “Fargo”
Billy Bob Thornton, “Fargo“
Matthew McConaughey, “True Detective”
Woody Harrelson, “True Detective”
Mark Ruffalo, “The Normal Heart”
Martin Freeman, “Fargo”
Billy Bob Thornton, “Fargo“
Matthew McConaughey, “True Detective”
Woody Harrelson, “True Detective”
Mark Ruffalo, “The Normal Heart”
Miglior attrice in una Miniserie o Film tv
Maggie Gyllenhaal, “The Honorable Woman”
Jessica Lange, “American Horror Story: Freak Show”
Frances McDormand, “Olive Kitteridge”
Frances O’Connor, “The Missing”
Allison Tolman, “Fargo”
Maggie Gyllenhaal, “The Honorable Woman”
Jessica Lange, “American Horror Story: Freak Show”
Frances McDormand, “Olive Kitteridge”
Frances O’Connor, “The Missing”
Allison Tolman, “Fargo”
Miglior attore non protagonista in una Serie Tv, Miniserie o Film tv
Alan Cumming, “The Good Wife”
Matt Bomer, “The Normal Heart”
Colin Hanks, “Fargo”
Bill Murray, “Olive Kitteridge”
Jon Voight, “Ray Donovan”
Alan Cumming, “The Good Wife”
Matt Bomer, “The Normal Heart”
Colin Hanks, “Fargo”
Bill Murray, “Olive Kitteridge”
Jon Voight, “Ray Donovan”
Miglior attrice non protagonista in una Serie Tv, Miniserie o Film tv
Uzo Aduba, “Orange is the new black”
Kathy Bates, “American Horror Story: Freak Show”
Joanne Froggatt, “Downton Abbey”
Allison Janey, “Mom”
Michelle Monaghan, “True Detective”
Uzo Aduba, “Orange is the new black”
Kathy Bates, “American Horror Story: Freak Show”
Joanne Froggatt, “Downton Abbey”
Allison Janey, “Mom”
Michelle Monaghan, “True Detective”
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giovedì 22 maggio 2014
venerdì 16 maggio 2014
NEWS - Netflix contro tutti (e bye-bye Italia!). Ha portato la Tv sui tablet e i pc di 44 milioni di persone ma nel nostro Paese probabilmente non arriverà. Storia e ragioni per le quali in Italia (ma anche in Francia) rimane un miraggio
Articolo di Anna Momigliano per "Rivista Studio"
«Non puoi semplicemente chiedere ai consumatori cosa vogliono e poi provare a darglielo. Non appena l’avrai costruito, loro vorranno qualcosa di nuovo» è una delle citazioni più note, usate e abusate di Steve Jobs. Jobs aveva la fama di essere un game changer, uno che ha cambiato le regole del gioco, del come si produce e come si consuma, uno che sapeva dare al pubblico quello che il pubblico ancora non sapeva di desiderare, uno che, a volere esagerare, ha cambiato la nostra interfaccia con la realtà prima che ce ne accorgessimo.
Questa però è la storia di un game changer contemporaneo, che sta cambiando le regole del gioco, del come si produce e come si consuma, in un’era in cui il pubblico e la concorrenza sono avvezzi a cogliere i cambiamenti, nel mercato e in se stessi, mentre essi sono ancora in atto. Questa è la storia di una Tv globale, di un gigante di Internet che ha cambiato il significato della parola “televisione”, come la televisione è guardata, scritta e prodotta, e che ultimamente sta cercando di cambiare anche le regole del web. Ma, soprattutto, questa è la storia di come questo colosso ha cambiato le abitudini di una una fetta della popolazione mondiale dando al pubblico quello che il pubblico ancora non sapeva di desiderare, e di come un’altra fetta del pubblico abbia cominciato a desiderare qualcosa di simile prima che quel colosso fosse in grado di dargliela. È la storia di come Netflix ha cambiato il mercato televisivo italiano senza mai arrivare in Italia e del perché non è poi così detto che ci arrivi.
Ci sono voluti vent’anni perché Netflix diventasse Netflix. Reed Hastings, un ingegnere elettronico laureato a Stanford, ha fondato la compagnia nel 1997 grazie al capitale ottenuto dalla vendita della sua ditta Pure Software, specializzata in debugging, a Rational Software, che oggi fa parte di Ibm. La società affittava Dvd, prevalentemente film e serie Tv, per posta: potevano essere ordinati via telefono oppure online, secondo il modello “pay per rent” di Blockbuster oppure attraverso un abbonamento mensile. Nel 2000 Blockbuster lanciò un’offerta d’acquisto per cinquanta milioni di dollari, venti volte quello che ci aveva investito Hastings. Hastings rifiutò. Blockbuster ha chiuso definitivamente i battenti nel 2014, sostengono alcuni, anche per la concorrenza dello streaming.
Netflix ha cominciato a essere ciò che è oggi, ossia la più grande web Tv del mondo, nel 2007, quando ha deciso di abbandonare progressivamente la distribuzione dei Dvd a favore dello streaming. È lo stesso periodo in cui anche altri capiscono le potenzialità di questo mercato: per esempio Nbc e Fox, che insieme formano Hulu, che offre contenuti in streaming gratuitamente, ma con interruzioni pubblicitarie più frequenti rispetto alle Tv tradizionali. Nei primi due anni della sua nuova vita, Netflix fa il botto: tra il 2007 e il 2009 passa da avere poco meno di otto milioni di abbonati a venti. Oggi ne ha 44, di cui quasi undici al di fuori degli Stati Uniti. In principio il suo catalogo è composto da contenuti vecchi, ma ben presto diventa chiaro che, se la cosa vuole funzionare, bisogna offrire carne fresca, cose nuove. Un primo tentativo è l’accordo del 2008 con Starz, Tv via cavo nota per la qualità dei suoi film e delle sue serie: in Italia è arrivata Boss, il political drama ambientato a Chicago e prodotto da Gus Van Sant, andato in onda sulle reti Rai. Nel 2011 la società annuncia di intendere «perseguire in modo aggressivo» la creazione di contenuti originali – ed è in questa fase che inizia l’apporto più epocale di Netflix alla storia della televisione.
David Fincher, il regista di Fight Club e del Curioso Caso di Benjamin Button, stava pensando già da qualche anno di girare un adattamento per il pubblico americano di House of Cards, una miniserie politica della Bbc andata in onda negli anni Ottanta e liberamente ispirata al Macbeth di Shakespeare. Per il protagonista Fincher aveva pensato a Kevin Spacey, che aveva diretto in Seven e con cui aveva collaborato per la produzione di The Social Network. Dal canto suo, l’attore, due volte premio Oscar, era convinto che quella fosse la parte per lui: «Il pubblico mi adora quando faccio il cattivo» Fincher e Spacey propongono la loro idea ad alcuni network consolidati, a cominciare dall’Hbo. Problema: tutti chiedono un episodio pilota. I due vorrebbero evitare perché, come Spacey avrebbe spiegato più tardi, in mente avevano una formula narrativa sofisticata, in cui il profilo dei personaggi emerge gradualmente nel corso delle puntate: un singolo episodio non avrebbe reso l’idea.
Gli unici che non chiedono un pilota sono i dirigenti di Netflix: non
ce n’è bisogno, sostengono, perché i dati in loro possesso indicano che
un prodotto del genere ha buone possibilità di successo. La società
dedica molte risorse a un’analisi meticolosa delle abitudini degli
abbonati. Grazie a un complesso algoritmo messo a punto dal
vicepresidente Todd Yellin, che suddivide il catalogo in 76 mila
sottogeneri (si va da “film sugli alieni fine anni Settanta” a
“documentari basati su leggende metropolitane con protagonisti femminili
di età compresa tra gli 8 e i 12 anni”), riesce a ricostruire i gusti, e
dunque ad anticipare i desiderata futuri, dei suoi utenti: un sistema
ideato per offrire suggerimenti quanto più mirati, i famosi “ti potrebbe
interessare anche…”, ma adatto pure a stabilire le probabilità di
successo di uno show in fase di pre-produzione. È quello che Alexis
Madrigal, senior editor per la tecnologia di The Atlantic, ha
definito la «decostruzione di Hollywood con l’ingegneria inversa». È ciò
che permette a Netflix di dare al pubblico quello che il pubblico
ancora non sa di volere.
L’algoritmo dice che un political drama ambientato nella Washington contemporanea, con un deputato machiavellico animato dallo spirito di vendetta e interpretato da Kevin Spacey per protagonista, è quello che la gente vuole: lo show si fa. L’algoritmo aveva ragione: House of Cards è diventata una delle serie più di successo, discusse e chiacchierate d’America; nel 2014 riceve quattro nomination ai Golden Globe, tra cui il premio per la migliore attrice protagonista assegnato a Robin Wright, risultato senza precedenti per una serie nata per il web. Spacey va in giro per il mondo a spiegare che House of Cards fa parte di una nuova età dell’oro della tv, e che questa età dell’oro passa anche da Internet: «Dieci anni fa nessun agente hollywoodiano mi avrebbe permesso di recitare per la Tv dopo due Oscar», ha detto al Guardian International Television Festival di Edimburgo, «figuriamoci per qualcosa in streaming».
Non è solo che la gente guarda volentieri online cose fatte bene ed è disposta a pagare per farlo. È che adesso ci sono contenuti, fatti bene e persino ambiziosi, pensati apposta per essere visti in rete, e magari distribuiti in modo non lineare. Nel febbraio del 2013, quando esce per la prima volta House of Cards, Netflix decide di rendere disponibile tutta la prima stagione, per un totale di tredici episodi, in contemporanea. È una decisione ispirata dall’osservazione del comportamento di chi guarda serie in streaming, poco importa se su siti illegali o a pagamento, e che tende a vedere molti episodi – nei casi patologici: moltissimi – tutti d’un fiato. Il “binge watching”, l’abbuffata di puntate, era una pratica diffusa da tempo, nata nell’era dei cofanetti Dvd e consolidata grazie allo streaming pirata. Con Netflix però assume una nuova portata, un valore normativo. Nel 2013 un sondaggio commissionato dalla società rivela che la maggior parte di chi guarda serie online si “abbuffa” e “binge-watching” sarà candidata dall’Oxford Dictionary a parola dell’anno (vincerà “selfie”).
Oltre alle prime due stagioni di House of Cards, viene rilasciata “all at once” la quarta stagione di Arrested Development, un altro contenuto originale della web tv, diretto da Ron Howard: sono serie pensate per essere guardate, o meglio guardabili, tutte d’un fiato, lontano dai ritmi che scandivano la serialità dei telefilm tradizionali.
Cambia il modo di scrivere, ed è un processo conscio. «È stato un po’ come scrivere un unico, lungo romanzo», hanno raccontato gli autori di House of Cards: non un romanzo a puntate – formula cui va di moda paragonare certe serie in stile Soprano, dove la narrazione seriale ricorda alcuni romanzi d’appendice dell’Ottocento – ma un unico, lungo romanzo, che tutt’al più può essere diviso in capitoli. Ah, tecnicamente quelli di House of Cards non sono “episodi”, bensì “capitoli.”
Anche Michael Hurwitz, l’ideatore di Arrested Development, sostiene che l’avere scritto per lo streaming ha avuto un impatto sul processo creativo: scrivere quando già si è certi che lo spettatore sarà in grado di tornare indietro e riguardare (cosa che succede per l’online, ma anche quando si ha la certezza di andare in Dvd) permette di inserire dettagli e chicche che rischierebbero di andare perse con la Tv lineare, ha spiegato Hurwitz in un’intervista a Todd Van Der Werff pubblicata sul numero 15 di Studio. Sebbene abbia avuto un minore successo rispetto a House of Cards, Arrested Development è un prodotto ancora più innovativo, se non altro dal punto di vista formale: nato come sitcom che faceva il verso a Seinfeld, è andato in onda sulla Fox per tre stagioni tra il 2003 e il 2006, prima di essere cancellato per un relativo insuccesso di pubblico. Negli anni però ha mantenuto una fan base affezionata e agguerritissima, tanto che si era sparsa la voce della possibile realizzazione di un film ispirato alla serie. Quando Netflix ha deciso di produrre una quarta serie a sette anni dalla fine della terza, Howard e Hurwitz hanno visto l’occasione per sperimentare un formato completamente nuovo: il risultato sono 15 episodi, ognuno incentrato su un personaggio, tutti ambientati nello stesso lasso di tempo e che, di conseguenza, possono essere visti (quasi) in ordine sparso. Senza una distribuzione in stile Netflix, con tutte le puntate pubblicate in contemporanea, un formato del genere non avrebbe alcun senso.
Portando film e serie sui tablet e i Pc di milioni di persone, Netflix ha contribuito a separare il concetto di Tv dall’oggetto-Tv: nessuno si sognerebbe di dire che non è una televisione, soltanto che non serve un televisore per vederla. Inoltre, producendo contenuti originali scritti, diretti e recitati appositamente per lo streaming, nonché concepiti con dati raccolti grazie ad esso, ha contribuito al modo in cui la televisione, una certa televisione, nasce.
Netflix però sta cambiando anche il panorama di Internet e forse sta cambiando anche qualche regola del gioco. Messa giù brutalmente: occupa un sacco di “spazio”, e ha bisogno di strutture e di norme che gli consentano di farlo. Secondo una ricerca diffusa nell’autunno del 2013 dalla società canadese Sandvine Inc, è la singola impresa responsabile del maggiore traffico in rete: da sola, rappresenta ben il 31,6% del flusso di dati in downstream del Nord America, quasi il doppio di YouTube – insieme i due fanno la “metà di Internet”.
Permettere a decine di milioni di utenti di guardare film ad alta risoluzione in streaming non è un affare semplice, e c’è stato un momento in cui sembrava che Netflix non sarebbe stata in grado di fornire la qualità del servizio promessa: nei primi due mesi del 2014, molti abbonati nordamericani hanno cominciato a lamentare problemi, i video “andavano lenti”, col buffering che si interrompeva sul più bello. Il 23 febbraio Netflix firma un accordo con Comcast, il maggiore Internet service provider degli Stati Uniti, per migliorare la qualità del servizio. Si tratta del primo caso di peering a pagamento nella storia del web, e poco dopo la Tv annuncia intese analoghe con Verizon e A&T, altri due grandi Isp.
Secondo alcuni, il 23 febbraio è il giorno in cui la neutralità di Internet è morta. L’accusa rivolta a Netflix è quella di avere pagato i tre principali Isp in cambio di un trattamento preferenziale dei suoi dati. Dal canto suo, Reed Hastings ammette che «non dovrebbe essere così», ma sostiene di essere stato «ricattato» dai provider. «In realtà la questione è un po’ più complicata», spiega a Studio Jason Abbruzzese, esperto di tecnologia per Mashable. «Tecnicamente l’accordo non vìola alcuna regola sulla neutralità di Internet, almeno così com’è formulata dalla Commissione delle comunicazioni federali. Gli accordi di peering esistevano già prima ed erano anzi incoraggiati, ma finora sono sempre stati a titolo gratuito. Qui invece siamo davanti al primo caso noto di peering a pagamento, e si può dire che questo violi lo spirito della neutralità della Rete, perché una compagnia sta pagando un Isp affinché il suo servizio funzioni meglio». Comunque la si pensi, dice Abbruzzese, «è un precedente che potrebbe avere delle importanti ramificazioni per il futuro di Internet».
Da quando Netflix è diventata Netflix, la domanda che si sono posti un po’ tutti, in quel ristretto e talvolta sovrastimato gruppo di anglofili iper-connessi che costituisce il pubblico di serie in stile House of Cards, e che di regola s’è già visto House of Cards su siti pirata, è: quando arriva in Italia? In un primo momento s’era sparsa la voce di uno sbarco per la primavera del 2014, ne hanno parlato anche i grandi quotidiani, un rumor insistente al punto da essere quasi dato per fatto certo. Poi però s’è diffusa un’altra voce, e cioè che Netflix sarebbe arrivata nel 2015: in molti hanno attribuito il rinvio alle carenze delle infrastrutture italiane, ché qui da noi le connessioni sono lente e, come dimostra l’affaire Comcast, fare una Tv in streaming non è affar semplice.
Ora, prima di discutere il mancato sbarco in Italia, bisogna mettere in chiaro che la società ufficialmente, non ha mai annunciato nulla. Contattato da Studio, il portavoce Joris Evers si è limitato a dichiarare che Netflix non parla con giornalisti di «nazioni dove non siamo presenti». Fonti vicine a un Internet service provider europeo ci hanno detto che la compagnia sta cercando un country manager per l’Italia, ma per il momento dalla sede di Amsterdam. Per il resto si tratta soltanto di voci, che erano cominciate a circolare quando s’era venuto a sapere (scoop del Corriere delle Comunicazioni) che il gruppo aveva acquistato i diritti per la fiction Romanzo Criminale: pare, insomma, un interesse per l’Italia ci sia, ma che si proceda con i piedi di piombo.
«Netflix sta dosando le forze in Europa», dice Emilio Pucci, direttore dell’istituto di ricerca e-Media. «La sensazione è che Netflix entri in un mercato quando vede un potenziale di crescita immediato o prossimo», prosegue l’analista, «e il contesto europeo non è facile, frammentato e ben presidiato dai broadcaster che hanno un peso considerevole sul mercato dei diritti». La decisione di vendere i diritti per la trasmissione di House of Cards in Italia a Sky, che l'ha lanciata sul nuovo canale Atlantic, è indice di cautela e al contempo d’interesse: un modo per farsi conoscere dal pubblico, ma anche una presa d’atto che per farsi conoscere, per il momento, è meglio passare dai media tradizionali.
Non si tratta, dunque, soltanto di un problema di infrastrutture, che pure c’è. Se Netflix è riuscita a raggiungere alcuni paesi europei – Norvegia, Finlandia, Danimarca, Olanda, Irlanda e Regno Unito, dove ha già raggiunto un milione e mezzo di abbonati – e non altri, le ragioni sono molteplici. Le trattative, per dire, si sono arenate pure in Francia, pare proprio per questioni di diritti. Le leggi francesi sono «particolarmente protettive per quanto riguarda il ciclo dei contenuti video», spiega Liam Boogar, direttore di Rude Baguette, specializzato nella scena tech francese: affinché un film possa essere distribuito in Dvd devono passare anni dall’uscita al cinema, e non è chiaro quanto Netflix fosse disposta ad applicare lo stesso principio allo streaming. «Questo sistema può piacere o non piacere», commenta Boogar, «ma alla fine deve essere Netflix ad adattarsi alle leggi locali, non il contrario».
A complicare il mercato italiano, poi, c’è la concorrenza. Già, perché tale è stato il polverone alzato da Netflix nel Bel Paese che due tra i principali player hanno deciso di giocare d’anticipo. Mediaset ha lanciato Infinity alla fine del 2013, mentre lo scorso marzo è arrivato sul mercato Sky Online: si tratta in entrambi i casi di web Tv in abbonamento, che offrono contenuti in formato non lineare, separate dai pacchetti a pagamento Mediaset e Sky. Un gioco in difesa, certo, ma anche una difesa che gioca d’anticipo: «Essere arrivati primi per noi è un vantaggio», dice a Studio Marco Paolini, direttore del marketing strategico di Mediaset. La situazione che si è creata, ammette, è quella di un mercato dello streaming probabilmente destinato a rimanere per un po’ una nicchia, ma già affollato: «Questo, però, è un problema più per Netflix che per noi».
Tra gli analisti, a dire il vero, c’è chi dubita che l’Italia sia un contesto adatto allo streaming a pagamento: «Manca la massa critica», sostiene Carlo Alberto Carnevale-Maffè, docente di business strategy alla Sda Bocconi. Il problema, dice, è «tecnologico, economico e demografico»: gli italiani navigano poco su internet, e ancora meno da rete fissa; i soldi mancano, e infatti il modello pay Tv è in crisi anche sul digitale terrestre; ma soprattutto i giovani sono pochi e vivono coi genitori: «la Tv qui da noi è ancora una cosa che si guarda tutti insieme, in famiglia, e i ragazzi non hanno il potere contrattuale di decidere che abbonamenti fare o non fare». Non è che il pubblico per lo streaming a pagamento non ci sia. È che questo pubblico – composto da giovani con un lavoro, disponibilità economica, una buona connessione a Internet e, soprattutto, un’abitazione propria – è troppo piccolo per rendere l’operazione economicamente redditizia dal punto di vista di un’azienda come Netflix, sostiene Carnevale-Maffè.
Entrare nel mercato italiano significa aprire una sede, assumere del personale, adempire a complesse pratiche legali, adattare il modello business e, non ultimo, l’offerta di contenuti – con traduzione, doppiaggio, sottotitoli e campagne acquisti: i costi sarebbero tali che si rischia di non rientrare, specie se il mercato è piccolo e, come pare, ormai affollato. Per colossi già presenti sul territorio, invece, il problema della massa critica non si pone, ovvero si pone in termini minori. I costi gestionali sono scaricati su strutture già esistenti, i diritti ci sono già, così come il lavoro di traduzione e doppiaggio è stato già fatto: «Nelle nostre condizioni, per raggiungere il break-even basta poco», spiega Paolini, il dirigente Mediaset. Infinity, racconta, è gestita da una squadra di circa quindici persone, in parte già dipendenti dell’azienda.
L’impressione che ci siamo fatti è che, se Netflix ha rinviato i suoi progetti in Italia, non è soltanto a causa delle infrastrutture e di un pubblico forse un po’ più provinciale che altrove, ma anche perché i suoi potenziali competitor hanno saputo giocare d’anticipo, accaparrandosi delle fette di un mercato che, proprio a causa della carenza di infrastrutture e della demografia del pubblico, è già ristrettissimo di per sé. Vabbé, ma non è con questi prodotti che si può rubare audience a Netflix, avrà pensato qualche purista dopo avere visto i cataloghi di Sky Online e Infinity, che specie sul versante serie hanno un appeal un po’ più conservatore. Tutto vero, si potrebbe controbattere, ma la questione si ridimensiona se si tiene conto che, piaccia o no, il pubblico nostrano è più conservatore e, soprattutto, che la sfida tra Netflix e i due grandi player italiani non è ad armi pari: Netflix per funzionare ha bisogno di una massa critica importante, gli altri corrono meno rischi e hanno costi più bassi, per vincere a Mediaset e Sky basta galleggiare.
Per una volta, a questo round, il game changer s’è fatto battere sul tempo da avversari molto più tradizionalisti, che hanno saputo correre ai ripari, offrendo al pubblico ciò che il pubblico non sapeva di volere… prima che Netflix facesse parlare di sé. Ma si tratta, per l’appunto, soltanto del primo round. Perché, se è probabile che Infinity e Sky Online abbiano contribuito a tenere Netflix lontana dall’Italia, è anche possibile che, se avranno il successo sperato, questi progetti creino un ambiente meno ostile alla web Tv nel prossimo futuro: «La situazione in Italia non tarderà ad evolversi», conclude Pucci, il direttore di e-media, «le iniziative di Mediaset e Sky, per quanto difensive, faranno da stimolo».
Articolo di Anna Momigliano per "Rivista Studio"
«Non puoi semplicemente chiedere ai consumatori cosa vogliono e poi provare a darglielo. Non appena l’avrai costruito, loro vorranno qualcosa di nuovo» è una delle citazioni più note, usate e abusate di Steve Jobs. Jobs aveva la fama di essere un game changer, uno che ha cambiato le regole del gioco, del come si produce e come si consuma, uno che sapeva dare al pubblico quello che il pubblico ancora non sapeva di desiderare, uno che, a volere esagerare, ha cambiato la nostra interfaccia con la realtà prima che ce ne accorgessimo.
Questa però è la storia di un game changer contemporaneo, che sta cambiando le regole del gioco, del come si produce e come si consuma, in un’era in cui il pubblico e la concorrenza sono avvezzi a cogliere i cambiamenti, nel mercato e in se stessi, mentre essi sono ancora in atto. Questa è la storia di una Tv globale, di un gigante di Internet che ha cambiato il significato della parola “televisione”, come la televisione è guardata, scritta e prodotta, e che ultimamente sta cercando di cambiare anche le regole del web. Ma, soprattutto, questa è la storia di come questo colosso ha cambiato le abitudini di una una fetta della popolazione mondiale dando al pubblico quello che il pubblico ancora non sapeva di desiderare, e di come un’altra fetta del pubblico abbia cominciato a desiderare qualcosa di simile prima che quel colosso fosse in grado di dargliela. È la storia di come Netflix ha cambiato il mercato televisivo italiano senza mai arrivare in Italia e del perché non è poi così detto che ci arrivi.
Ci sono voluti vent’anni perché Netflix diventasse Netflix. Reed Hastings, un ingegnere elettronico laureato a Stanford, ha fondato la compagnia nel 1997 grazie al capitale ottenuto dalla vendita della sua ditta Pure Software, specializzata in debugging, a Rational Software, che oggi fa parte di Ibm. La società affittava Dvd, prevalentemente film e serie Tv, per posta: potevano essere ordinati via telefono oppure online, secondo il modello “pay per rent” di Blockbuster oppure attraverso un abbonamento mensile. Nel 2000 Blockbuster lanciò un’offerta d’acquisto per cinquanta milioni di dollari, venti volte quello che ci aveva investito Hastings. Hastings rifiutò. Blockbuster ha chiuso definitivamente i battenti nel 2014, sostengono alcuni, anche per la concorrenza dello streaming.
Netflix ha cominciato a essere ciò che è oggi, ossia la più grande web Tv del mondo, nel 2007, quando ha deciso di abbandonare progressivamente la distribuzione dei Dvd a favore dello streaming. È lo stesso periodo in cui anche altri capiscono le potenzialità di questo mercato: per esempio Nbc e Fox, che insieme formano Hulu, che offre contenuti in streaming gratuitamente, ma con interruzioni pubblicitarie più frequenti rispetto alle Tv tradizionali. Nei primi due anni della sua nuova vita, Netflix fa il botto: tra il 2007 e il 2009 passa da avere poco meno di otto milioni di abbonati a venti. Oggi ne ha 44, di cui quasi undici al di fuori degli Stati Uniti. In principio il suo catalogo è composto da contenuti vecchi, ma ben presto diventa chiaro che, se la cosa vuole funzionare, bisogna offrire carne fresca, cose nuove. Un primo tentativo è l’accordo del 2008 con Starz, Tv via cavo nota per la qualità dei suoi film e delle sue serie: in Italia è arrivata Boss, il political drama ambientato a Chicago e prodotto da Gus Van Sant, andato in onda sulle reti Rai. Nel 2011 la società annuncia di intendere «perseguire in modo aggressivo» la creazione di contenuti originali – ed è in questa fase che inizia l’apporto più epocale di Netflix alla storia della televisione.
David Fincher, il regista di Fight Club e del Curioso Caso di Benjamin Button, stava pensando già da qualche anno di girare un adattamento per il pubblico americano di House of Cards, una miniserie politica della Bbc andata in onda negli anni Ottanta e liberamente ispirata al Macbeth di Shakespeare. Per il protagonista Fincher aveva pensato a Kevin Spacey, che aveva diretto in Seven e con cui aveva collaborato per la produzione di The Social Network. Dal canto suo, l’attore, due volte premio Oscar, era convinto che quella fosse la parte per lui: «Il pubblico mi adora quando faccio il cattivo» Fincher e Spacey propongono la loro idea ad alcuni network consolidati, a cominciare dall’Hbo. Problema: tutti chiedono un episodio pilota. I due vorrebbero evitare perché, come Spacey avrebbe spiegato più tardi, in mente avevano una formula narrativa sofisticata, in cui il profilo dei personaggi emerge gradualmente nel corso delle puntate: un singolo episodio non avrebbe reso l’idea.
Gli unici che non chiedono un pilota sono i dirigenti di Netflix: non
ce n’è bisogno, sostengono, perché i dati in loro possesso indicano che
un prodotto del genere ha buone possibilità di successo. La società
dedica molte risorse a un’analisi meticolosa delle abitudini degli
abbonati. Grazie a un complesso algoritmo messo a punto dal
vicepresidente Todd Yellin, che suddivide il catalogo in 76 mila
sottogeneri (si va da “film sugli alieni fine anni Settanta” a
“documentari basati su leggende metropolitane con protagonisti femminili
di età compresa tra gli 8 e i 12 anni”), riesce a ricostruire i gusti, e
dunque ad anticipare i desiderata futuri, dei suoi utenti: un sistema
ideato per offrire suggerimenti quanto più mirati, i famosi “ti potrebbe
interessare anche…”, ma adatto pure a stabilire le probabilità di
successo di uno show in fase di pre-produzione. È quello che Alexis
Madrigal, senior editor per la tecnologia di The Atlantic, ha
definito la «decostruzione di Hollywood con l’ingegneria inversa». È ciò
che permette a Netflix di dare al pubblico quello che il pubblico
ancora non sa di volere.L’algoritmo dice che un political drama ambientato nella Washington contemporanea, con un deputato machiavellico animato dallo spirito di vendetta e interpretato da Kevin Spacey per protagonista, è quello che la gente vuole: lo show si fa. L’algoritmo aveva ragione: House of Cards è diventata una delle serie più di successo, discusse e chiacchierate d’America; nel 2014 riceve quattro nomination ai Golden Globe, tra cui il premio per la migliore attrice protagonista assegnato a Robin Wright, risultato senza precedenti per una serie nata per il web. Spacey va in giro per il mondo a spiegare che House of Cards fa parte di una nuova età dell’oro della tv, e che questa età dell’oro passa anche da Internet: «Dieci anni fa nessun agente hollywoodiano mi avrebbe permesso di recitare per la Tv dopo due Oscar», ha detto al Guardian International Television Festival di Edimburgo, «figuriamoci per qualcosa in streaming».
Non è solo che la gente guarda volentieri online cose fatte bene ed è disposta a pagare per farlo. È che adesso ci sono contenuti, fatti bene e persino ambiziosi, pensati apposta per essere visti in rete, e magari distribuiti in modo non lineare. Nel febbraio del 2013, quando esce per la prima volta House of Cards, Netflix decide di rendere disponibile tutta la prima stagione, per un totale di tredici episodi, in contemporanea. È una decisione ispirata dall’osservazione del comportamento di chi guarda serie in streaming, poco importa se su siti illegali o a pagamento, e che tende a vedere molti episodi – nei casi patologici: moltissimi – tutti d’un fiato. Il “binge watching”, l’abbuffata di puntate, era una pratica diffusa da tempo, nata nell’era dei cofanetti Dvd e consolidata grazie allo streaming pirata. Con Netflix però assume una nuova portata, un valore normativo. Nel 2013 un sondaggio commissionato dalla società rivela che la maggior parte di chi guarda serie online si “abbuffa” e “binge-watching” sarà candidata dall’Oxford Dictionary a parola dell’anno (vincerà “selfie”).
Oltre alle prime due stagioni di House of Cards, viene rilasciata “all at once” la quarta stagione di Arrested Development, un altro contenuto originale della web tv, diretto da Ron Howard: sono serie pensate per essere guardate, o meglio guardabili, tutte d’un fiato, lontano dai ritmi che scandivano la serialità dei telefilm tradizionali.
Cambia il modo di scrivere, ed è un processo conscio. «È stato un po’ come scrivere un unico, lungo romanzo», hanno raccontato gli autori di House of Cards: non un romanzo a puntate – formula cui va di moda paragonare certe serie in stile Soprano, dove la narrazione seriale ricorda alcuni romanzi d’appendice dell’Ottocento – ma un unico, lungo romanzo, che tutt’al più può essere diviso in capitoli. Ah, tecnicamente quelli di House of Cards non sono “episodi”, bensì “capitoli.”
Anche Michael Hurwitz, l’ideatore di Arrested Development, sostiene che l’avere scritto per lo streaming ha avuto un impatto sul processo creativo: scrivere quando già si è certi che lo spettatore sarà in grado di tornare indietro e riguardare (cosa che succede per l’online, ma anche quando si ha la certezza di andare in Dvd) permette di inserire dettagli e chicche che rischierebbero di andare perse con la Tv lineare, ha spiegato Hurwitz in un’intervista a Todd Van Der Werff pubblicata sul numero 15 di Studio. Sebbene abbia avuto un minore successo rispetto a House of Cards, Arrested Development è un prodotto ancora più innovativo, se non altro dal punto di vista formale: nato come sitcom che faceva il verso a Seinfeld, è andato in onda sulla Fox per tre stagioni tra il 2003 e il 2006, prima di essere cancellato per un relativo insuccesso di pubblico. Negli anni però ha mantenuto una fan base affezionata e agguerritissima, tanto che si era sparsa la voce della possibile realizzazione di un film ispirato alla serie. Quando Netflix ha deciso di produrre una quarta serie a sette anni dalla fine della terza, Howard e Hurwitz hanno visto l’occasione per sperimentare un formato completamente nuovo: il risultato sono 15 episodi, ognuno incentrato su un personaggio, tutti ambientati nello stesso lasso di tempo e che, di conseguenza, possono essere visti (quasi) in ordine sparso. Senza una distribuzione in stile Netflix, con tutte le puntate pubblicate in contemporanea, un formato del genere non avrebbe alcun senso.
Portando film e serie sui tablet e i Pc di milioni di persone, Netflix ha contribuito a separare il concetto di Tv dall’oggetto-Tv: nessuno si sognerebbe di dire che non è una televisione, soltanto che non serve un televisore per vederla. Inoltre, producendo contenuti originali scritti, diretti e recitati appositamente per lo streaming, nonché concepiti con dati raccolti grazie ad esso, ha contribuito al modo in cui la televisione, una certa televisione, nasce.
Netflix però sta cambiando anche il panorama di Internet e forse sta cambiando anche qualche regola del gioco. Messa giù brutalmente: occupa un sacco di “spazio”, e ha bisogno di strutture e di norme che gli consentano di farlo. Secondo una ricerca diffusa nell’autunno del 2013 dalla società canadese Sandvine Inc, è la singola impresa responsabile del maggiore traffico in rete: da sola, rappresenta ben il 31,6% del flusso di dati in downstream del Nord America, quasi il doppio di YouTube – insieme i due fanno la “metà di Internet”.
Permettere a decine di milioni di utenti di guardare film ad alta risoluzione in streaming non è un affare semplice, e c’è stato un momento in cui sembrava che Netflix non sarebbe stata in grado di fornire la qualità del servizio promessa: nei primi due mesi del 2014, molti abbonati nordamericani hanno cominciato a lamentare problemi, i video “andavano lenti”, col buffering che si interrompeva sul più bello. Il 23 febbraio Netflix firma un accordo con Comcast, il maggiore Internet service provider degli Stati Uniti, per migliorare la qualità del servizio. Si tratta del primo caso di peering a pagamento nella storia del web, e poco dopo la Tv annuncia intese analoghe con Verizon e A&T, altri due grandi Isp.
Secondo alcuni, il 23 febbraio è il giorno in cui la neutralità di Internet è morta. L’accusa rivolta a Netflix è quella di avere pagato i tre principali Isp in cambio di un trattamento preferenziale dei suoi dati. Dal canto suo, Reed Hastings ammette che «non dovrebbe essere così», ma sostiene di essere stato «ricattato» dai provider. «In realtà la questione è un po’ più complicata», spiega a Studio Jason Abbruzzese, esperto di tecnologia per Mashable. «Tecnicamente l’accordo non vìola alcuna regola sulla neutralità di Internet, almeno così com’è formulata dalla Commissione delle comunicazioni federali. Gli accordi di peering esistevano già prima ed erano anzi incoraggiati, ma finora sono sempre stati a titolo gratuito. Qui invece siamo davanti al primo caso noto di peering a pagamento, e si può dire che questo violi lo spirito della neutralità della Rete, perché una compagnia sta pagando un Isp affinché il suo servizio funzioni meglio». Comunque la si pensi, dice Abbruzzese, «è un precedente che potrebbe avere delle importanti ramificazioni per il futuro di Internet».
Da quando Netflix è diventata Netflix, la domanda che si sono posti un po’ tutti, in quel ristretto e talvolta sovrastimato gruppo di anglofili iper-connessi che costituisce il pubblico di serie in stile House of Cards, e che di regola s’è già visto House of Cards su siti pirata, è: quando arriva in Italia? In un primo momento s’era sparsa la voce di uno sbarco per la primavera del 2014, ne hanno parlato anche i grandi quotidiani, un rumor insistente al punto da essere quasi dato per fatto certo. Poi però s’è diffusa un’altra voce, e cioè che Netflix sarebbe arrivata nel 2015: in molti hanno attribuito il rinvio alle carenze delle infrastrutture italiane, ché qui da noi le connessioni sono lente e, come dimostra l’affaire Comcast, fare una Tv in streaming non è affar semplice.
Ora, prima di discutere il mancato sbarco in Italia, bisogna mettere in chiaro che la società ufficialmente, non ha mai annunciato nulla. Contattato da Studio, il portavoce Joris Evers si è limitato a dichiarare che Netflix non parla con giornalisti di «nazioni dove non siamo presenti». Fonti vicine a un Internet service provider europeo ci hanno detto che la compagnia sta cercando un country manager per l’Italia, ma per il momento dalla sede di Amsterdam. Per il resto si tratta soltanto di voci, che erano cominciate a circolare quando s’era venuto a sapere (scoop del Corriere delle Comunicazioni) che il gruppo aveva acquistato i diritti per la fiction Romanzo Criminale: pare, insomma, un interesse per l’Italia ci sia, ma che si proceda con i piedi di piombo.
«Netflix sta dosando le forze in Europa», dice Emilio Pucci, direttore dell’istituto di ricerca e-Media. «La sensazione è che Netflix entri in un mercato quando vede un potenziale di crescita immediato o prossimo», prosegue l’analista, «e il contesto europeo non è facile, frammentato e ben presidiato dai broadcaster che hanno un peso considerevole sul mercato dei diritti». La decisione di vendere i diritti per la trasmissione di House of Cards in Italia a Sky, che l'ha lanciata sul nuovo canale Atlantic, è indice di cautela e al contempo d’interesse: un modo per farsi conoscere dal pubblico, ma anche una presa d’atto che per farsi conoscere, per il momento, è meglio passare dai media tradizionali.
Non si tratta, dunque, soltanto di un problema di infrastrutture, che pure c’è. Se Netflix è riuscita a raggiungere alcuni paesi europei – Norvegia, Finlandia, Danimarca, Olanda, Irlanda e Regno Unito, dove ha già raggiunto un milione e mezzo di abbonati – e non altri, le ragioni sono molteplici. Le trattative, per dire, si sono arenate pure in Francia, pare proprio per questioni di diritti. Le leggi francesi sono «particolarmente protettive per quanto riguarda il ciclo dei contenuti video», spiega Liam Boogar, direttore di Rude Baguette, specializzato nella scena tech francese: affinché un film possa essere distribuito in Dvd devono passare anni dall’uscita al cinema, e non è chiaro quanto Netflix fosse disposta ad applicare lo stesso principio allo streaming. «Questo sistema può piacere o non piacere», commenta Boogar, «ma alla fine deve essere Netflix ad adattarsi alle leggi locali, non il contrario».
A complicare il mercato italiano, poi, c’è la concorrenza. Già, perché tale è stato il polverone alzato da Netflix nel Bel Paese che due tra i principali player hanno deciso di giocare d’anticipo. Mediaset ha lanciato Infinity alla fine del 2013, mentre lo scorso marzo è arrivato sul mercato Sky Online: si tratta in entrambi i casi di web Tv in abbonamento, che offrono contenuti in formato non lineare, separate dai pacchetti a pagamento Mediaset e Sky. Un gioco in difesa, certo, ma anche una difesa che gioca d’anticipo: «Essere arrivati primi per noi è un vantaggio», dice a Studio Marco Paolini, direttore del marketing strategico di Mediaset. La situazione che si è creata, ammette, è quella di un mercato dello streaming probabilmente destinato a rimanere per un po’ una nicchia, ma già affollato: «Questo, però, è un problema più per Netflix che per noi».
Tra gli analisti, a dire il vero, c’è chi dubita che l’Italia sia un contesto adatto allo streaming a pagamento: «Manca la massa critica», sostiene Carlo Alberto Carnevale-Maffè, docente di business strategy alla Sda Bocconi. Il problema, dice, è «tecnologico, economico e demografico»: gli italiani navigano poco su internet, e ancora meno da rete fissa; i soldi mancano, e infatti il modello pay Tv è in crisi anche sul digitale terrestre; ma soprattutto i giovani sono pochi e vivono coi genitori: «la Tv qui da noi è ancora una cosa che si guarda tutti insieme, in famiglia, e i ragazzi non hanno il potere contrattuale di decidere che abbonamenti fare o non fare». Non è che il pubblico per lo streaming a pagamento non ci sia. È che questo pubblico – composto da giovani con un lavoro, disponibilità economica, una buona connessione a Internet e, soprattutto, un’abitazione propria – è troppo piccolo per rendere l’operazione economicamente redditizia dal punto di vista di un’azienda come Netflix, sostiene Carnevale-Maffè.
Entrare nel mercato italiano significa aprire una sede, assumere del personale, adempire a complesse pratiche legali, adattare il modello business e, non ultimo, l’offerta di contenuti – con traduzione, doppiaggio, sottotitoli e campagne acquisti: i costi sarebbero tali che si rischia di non rientrare, specie se il mercato è piccolo e, come pare, ormai affollato. Per colossi già presenti sul territorio, invece, il problema della massa critica non si pone, ovvero si pone in termini minori. I costi gestionali sono scaricati su strutture già esistenti, i diritti ci sono già, così come il lavoro di traduzione e doppiaggio è stato già fatto: «Nelle nostre condizioni, per raggiungere il break-even basta poco», spiega Paolini, il dirigente Mediaset. Infinity, racconta, è gestita da una squadra di circa quindici persone, in parte già dipendenti dell’azienda.
L’impressione che ci siamo fatti è che, se Netflix ha rinviato i suoi progetti in Italia, non è soltanto a causa delle infrastrutture e di un pubblico forse un po’ più provinciale che altrove, ma anche perché i suoi potenziali competitor hanno saputo giocare d’anticipo, accaparrandosi delle fette di un mercato che, proprio a causa della carenza di infrastrutture e della demografia del pubblico, è già ristrettissimo di per sé. Vabbé, ma non è con questi prodotti che si può rubare audience a Netflix, avrà pensato qualche purista dopo avere visto i cataloghi di Sky Online e Infinity, che specie sul versante serie hanno un appeal un po’ più conservatore. Tutto vero, si potrebbe controbattere, ma la questione si ridimensiona se si tiene conto che, piaccia o no, il pubblico nostrano è più conservatore e, soprattutto, che la sfida tra Netflix e i due grandi player italiani non è ad armi pari: Netflix per funzionare ha bisogno di una massa critica importante, gli altri corrono meno rischi e hanno costi più bassi, per vincere a Mediaset e Sky basta galleggiare.
Per una volta, a questo round, il game changer s’è fatto battere sul tempo da avversari molto più tradizionalisti, che hanno saputo correre ai ripari, offrendo al pubblico ciò che il pubblico non sapeva di volere… prima che Netflix facesse parlare di sé. Ma si tratta, per l’appunto, soltanto del primo round. Perché, se è probabile che Infinity e Sky Online abbiano contribuito a tenere Netflix lontana dall’Italia, è anche possibile che, se avranno il successo sperato, questi progetti creino un ambiente meno ostile alla web Tv nel prossimo futuro: «La situazione in Italia non tarderà ad evolversi», conclude Pucci, il direttore di e-media, «le iniziative di Mediaset e Sky, per quanto difensive, faranno da stimolo».
venerdì 11 aprile 2014
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri CORRIERE DELLA SERA
"House of Cards", l'anima nera del potere
"Non poteva esserci personaggio migliore di Frank Underwood per introdurci nelle pieghe di Sky Atlantic, il nuovo canale di Sky dedicato alla serialità televisiva «di qualità», che proporrà le serie americane più raffinate (c’è un accordo di distribuzione con il canale di culto Hbo) e le produzioni originali italiane di fiction targate Sky. Bisognerebbe augurargli lunga vita anche se il rischio di andare incontro a un gusto molto di «nicchia» c’è. Frank, interpretato da Kevin Spacey, è il protagonista di «House of Cards», la serie che ha inaugurato le trasmissioni del canale. È un politico d’esperienza, capo della maggioranza democratica al Congresso. Mentre impariamo a conoscerlo, anche grazie ai suoi frequenti appelli diretti allo spettatore, a quegli «a parte» in cui ci guarda negli occhi, iniziamo a capire che la sua ambizione non ha limiti, la sete di potere è la forza inarrestabile che guida ogni sua mossa: «Il potere è come il mercato immobiliare, quello che conta è la posizione».
Frank risponde non alla morale ma solo alla propria intelligenza. È un burattinaio spietato che tira nell’ombra le fila del Congresso, è pronto a sacrificare tutti in nome della propria rincorsa, solo rallentata dalla mancata nomina a Segretario di Stato. Uno degli aspetti più interessanti della serie è la relazione di Frank con la moglie Claire (Robin Wright), che rappresenta la sua «anima nera»: i due non sono solo una di quelle che negli Usa chiamano «power couples», coppie di potere, ma condividono un mutuo patto che è l’unica cosa a cui sono fedeli, ben più che l’uno all’altra. «House of Cards» non è una serie realistica, non vuole mostrarci i meccanismi della politica, della macchina governativa americana. Oltre a essere una miniera di citazioni, è il ritratto crudo di Frank, il racconto raffinato di un «demiurgo cattivo»".
(Aldo Grasso, 11.04.2014)
lunedì 13 gennaio 2014
NEWS - Golden Globes, trionfano "Breaking Bad" e la sorpresa "Brooklyn Nine-Nine"Best Actor in a TV series – Drama
Bryan Cranston, “Breaking Bad” *WINNER
Liev Schreiber, “Ray Donovan”
Michael Sheen, “Masters of Sex”
Kevin Spacey, “House of Cards”
James Spader, “The Blacklist”
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Best TV Series – Drama
“Breaking Bad” *WINNER
“Downton Abbey”
“The Good Wife”
“House of Cards”
“Masters of Sex”
Best Supporting Actor in a Series – Mini-Series or TV Movie“Breaking Bad” *WINNER
“Downton Abbey”
“The Good Wife”
“House of Cards”
“Masters of Sex”
Josh Charles, “The Good Wife”
Rob Lowe, “Behind the Candelabra”
Aaron Paul, “Breaking Bad”
Corey Stoll, “House of Cards”
Jon Voight, “Ray Donovan” *WINNER
Best Actress in a TV Series – DramaRob Lowe, “Behind the Candelabra”
Aaron Paul, “Breaking Bad”
Corey Stoll, “House of Cards”
Jon Voight, “Ray Donovan” *WINNER
Julianna Margulies, “The Good Wife”
Tatiana Maslany, “Orphan Black”
Taylor Schilling, “Orange is the New Black”
Kerry Washington, “Scandal”
Robin Wright, “House of Cards” *WINNER
Tatiana Maslany, “Orphan Black”
Taylor Schilling, “Orange is the New Black”
Kerry Washington, “Scandal”
Robin Wright, “House of Cards” *WINNER
Best Actor – TV Series Comedy or Musical
Jason Bateman, “Arrested Development”
Don Cheadle, “House of Lies”
Michael J. Fox, “The Michael J. Fox Show”
Jim Parsons, “The Big Bang Theory”
Andy Samberg, “Brooklyn Nine-Nine” *WINNER
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Zooey Deschanel, “New Girl”
Edie Falco, “Nurse Jackie”
Lena Dunham, “Girls”
Julia Louis Dreyfus, “Veep”
Amy Poehler, “Parks and Recreation” *WINNER
Best TV Series – ComedyEdie Falco, “Nurse Jackie”
Lena Dunham, “Girls”
Julia Louis Dreyfus, “Veep”
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“Brooklyn Nine-Nine” *WINNER
“Girls”
“Modern Family”
“Parks and Recreation”
Best Supporting Actress in a Series, Mini-Series, or TV Movie“Brooklyn Nine-Nine” *WINNER
“Girls”
“Modern Family”
“Parks and Recreation”
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Janet McTeer, “The White Queen”
Hayden Panettiere, “Nashville”
Monica Potter, “Parenthood”
Sofia Vergara, “Modern Family”
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