SGUARDO FETISH - Carta canta! Escono i tarocchi dei telefilm, dall'"appeso" Dexter alla "luna" di "Twin Peaks"...
Articolo tratto da "La Stampa"
La papessa? «Vita da strega». Il carro? «La casa nella prateria». La morte? «Dead Like me». L'appeso? «Dexter» Il bagatto? «The mentalist». La luna? «Twin Peaks». I tarocchi più nuovi (e già prenotati on line da centinaia di Netflixdipendenti) sono quelli in grado di fornire una doppia lettura, quella del futuro e quella della favola moderna che ci inchioda per un weekend davanti allo schermo: gli arcani delle serie-tv. Ben disegnati e omologati dai professionisti dell'arte divinatoria, garantiti quindi per la lettura del futuro. Ad inventarli uno scrittore e sceneggiatore torinese, con il pallino della fantasy, il quarantacinquenne Gero Giglio che dopo aver pubblicato sei romanzi ora scrive film fra l'Italia e l'America. Editi da Scarabeo, leader mondiale nel settore delle carte da gioco, i tarocchi dedicati alle fiction saranno in vendita fra circa un mese. Disegnati cosi da piacere a un pubblico di tutte le età, sul loro retro (nero come uno schermo) campeggia la «spinning wheel» la ruotina che precede l'atteso «play» della serie tv preferita. Niente come i tarocchi sono stati raccontati con tutte le sfumature delle mode del momento. L'ultima mostra allestita a Torino, al Museo Ettore Fico ne è stata la prova: i bastoni, le spade, le coppe e i denari si baloccavano con Diabolik, David Bowie o Hugo Pratt, dimostrando che non c'è briciola dello scibile umano che non sia stato tentato dalla fiaba dei tarocchi. Le immagini psicologiche per definizione, come le aveva definite Carl Gustav Jung, funzionano da archetipi dell'inconscio collettivo che hanno sedotto da Renato Guttuso a Italo Calvino, e da Emanuele Luzzati a Gero Giglio «serie-tv-addicted» che insiste su un'affinità profonda tra queste e gli arcani, tale da meritare un mazzo che ne celebri il matrimonio: «I tarocchi e le fiction sono due metodi narrativi complementari - spiega - soprattutto se si guarda alla narrativa anglosassone che si basa sul viaggio dell'eroe». Nel mazzo, carte positive, medie e negative, come nei tarocchi tradizionali, abbinate a serie tv storiche: dal primo episodio di «Twin Peaks» a oggi, accostando la faccia Fonzie a quella Merlin (la spada nella roccia rappresenta l'asso di spade), passando per «Black Mirror», «Miami Vice» e «Battlestar Galactica» che è la carta preferita dall'ideatore del mazzo «quella che mi porterei su un'isola deserta». Il metodo usato da Giglio è stato scientifico: «Ho preso un arcano alla volta e, basandomi sul suo significato tradizionale, ho pensato alla serie tv che più gli corrispondesse» (un pò alla cazzo: n.d.r.). Il mazzo, però, che contiene le 78 carte regolamentari inserisce anche nuove simbologie, «il cui significato potrà essere più o meno criptico: ma proprio come i tarocchi illustrano il grande percorso dell'esistenza, ognuna di queste fiction mostra diversi aspetti di questo cammino: sarà poi un bel viaggio nella memoria riconoscere una serie del passato aggiungendo un gioco in più alla divinazione classica». Ed ecco che secondo uno degli autori di Camera Cafè (Giglio ha curato parecchi programmi di successo) l'unione fra esoterismo e racconto a puntate non ha nulla di blasfemo e molte affinità. «Creare questo mazzo di tarocchi è diventata un'urgenza - confessa - durante la visione, per la decima volta, proprio del primo episodio di Twin Peaks, serie tv che a mio modesto parere ha dato il via alla terza era d'oro della medesima. È n che mi so- no detto quanto sarebbe stato bello trasformare queste forme di narrazione pop in qualcosa di iniziatico». Lo dice mentre apre il mazzo a caso ed esce la carta di «Battlestar Galactica». «Vede? Mi segue sempre».
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lunedì 16 aprile 2018
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lunedì 3 aprile 2017
PICCOLO GRANDE SCHERMO - Scanzi for President! "I remake di serie tv cult al cinema, tipo CHIPs, sono un sacrilegio. Se fallisce pure Lynch con Twin Peaks chiudete il sarcofago!"
Articolo di Andrea Scanzi su "Il Fatto Quotidiano"
A detta di uno dei diretti interessati, o forse per meglio dire delle vittime: "Sembra una versione soft porn di Scemo e Più Scemo". Parola di Larry Wilcox. Parlava di CHIPs, di cui è stato uno dei due protagonisti ("quello biondo") dal 1977 al 1983. Solo che Wilcox aveva interpretato la serie televisiva, mica il film. Che, evidentemente, gli ha fatto parecchio schifo. Prima di aggiustare un po' il tiro, concedendo alla nuova pellicola una parvenza di decenza, Wilcox ha pure aggiunto: "Ben fatto, Warner Bros! Hai giusto rovinato il brand di CHIPs e di Calif Highway Patrol. Bella mossa!".
Articolo di Andrea Scanzi su "Il Fatto Quotidiano"
A detta di uno dei diretti interessati, o forse per meglio dire delle vittime: "Sembra una versione soft porn di Scemo e Più Scemo". Parola di Larry Wilcox. Parlava di CHIPs, di cui è stato uno dei due protagonisti ("quello biondo") dal 1977 al 1983. Solo che Wilcox aveva interpretato la serie televisiva, mica il film. Che, evidentemente, gli ha fatto parecchio schifo. Prima di aggiustare un po' il tiro, concedendo alla nuova pellicola una parvenza di decenza, Wilcox ha pure aggiunto: "Ben fatto, Warner Bros! Hai giusto rovinato il brand di CHIPs e di Calif Highway Patrol. Bella mossa!".
Il film CHIPs, girato 34 anni dopo l'ultima puntata della serie, uscirà nelle sale italiane il 20 luglio. L'altro protagonista storico, Erik Estrada cioè Francis Poncharello detto "Ponch", è stato meno duro. Alla prima americana era presente e fa pure un piccolo cameo nel film. Estrada, che l'anno scorso è diventato davvero poliziotto (a 66 anni) per il Dipartimento di Polizia di St. Anthony in California, si è dimostrato assai conciliante. A lui l'idea del reboot cinematografico è piaciuta proprio: "Non stanno insultando nessuno: stanno solo proponendo la loro versione".
Nell'attesa (non esattamente spasmodica) di vedere l'opera e con ciò capire se ha ragione il biondo o il moro, un fatto è certo: c'è una gran voglia di rimpiangere -e addirittura reinterpretare, che è poi in questo caso un riesumare - quel buco nero spesso tremendo che sono stati gli Anni Ottanta. Per carità, è stato un decennio con fiammate qua e là autentiche: nella musica, nel cinema, nella tivù. Solo che quasi sta esagerando. In primo luogo, quando ti riduci a fare il film su CHIPs quarant'anni dopo la prima puntata, certifichi implicitamente che la mancanza di idee nuove del cinema è pressoché accecante. L'esatto opposto delle serie tivù, che rispetto ai tempi di CHIPs hanno fatto passi da gigante. I passi di Lost, di Breaking Bad, di Sons of Anarchy, di True Detective. Eccetera. In seconda istanza, la proliferazione di operazioni-riesumazione legate agli Ottanta non coincide quasi mai con rese qualitative esaltanti. Dodici anni fa è uscito Hazzard. Ve lo ricordate? No? Beati voi. Il film era ispirato alla serie omonima più o meno coeva di CHIPs. Il risultato, per usare un eufemismo, non si rivelò esattamente esaltante. E difficilmente lo sarà il sequel di Magnum PI, altra serie mitica (va be') degli Ottanta. Ci stanno lavorando, uscirà a vent'anni dopo l'ultima puntata e la protagonista sarà la figlia di Thomas Sullivan Magnum IV (o se preferite "Magnum", interpretato da Tom Selleck).
Perché ci mancano così tanto quegli anni? Forse perché eravamo giovani e forse belli, forse perché voltarsi indietro è un gesto che prima o poi viene voglia di fare. Anche solo per vedere l'effetto che fa. Un gesto umanissimo, ma artisticamente - e non solo artisticamente - scivolosissimo. C'è sempre il rischio di rovinare il ricordo, di scoprire quanto nel frattempo tutto sia cambiato: di quanto, per non farla cadere troppo dall'alto, il tempo abbia travolto ogni cosa. Pochi giorni fa si sono commossi in tanti nel vedere la foto di "Starsky" Paul Micheal Glaser che spingeva "Hutch" David Soul sulla sedia a rotelle. Anche gli "eroi" invecchiano, come ci aveva dimostrato inequivocabilmente pure Harrison Ford mostrandoci un Han Solo che, tutto sommato, nell'ultimo Guerre stellari non vedeva l'ora di farsi ammazzare (con quel figlio coglione, oltretutto). Più che rimpiangerli a casaccio, verrebbe solo voglia di lasciare gli Anni Ottanta dove stavano, in quel limbo posticcio tra consumismo frainteso e folgorazione disattesa. Quel poco di bello che c'è stato non può essere ripetuto.
Se n'è accorto perfino Michael Mann, che pure è un genio, quando ha provato a portare al cinema la serie televisiva Miami Vice (di cui era produttore esecutivo): il film, nonostante cast ed effetti speciali, fu una delusione. Meglio poi non parlare dell'obbrobrio che è stato il remake di Point Break, gioiello di inizio Novanta con un Patrick Swayze leggendario: perché replicare un'epifania non replicabile? Non ha senso, non è giusto. Per certi versi è persino sacrilego.
In questa mania tracimante di revival è rimasto invischiato addirittura David Lynch. Ha deciso di riprendere Twin Peaks, quella sì una serie straordinaria, ventisette anni dopo. Ci sono ancora molti attori "originali": di fatto, più che un sequel, ¡proprio la terza stagione che in tanti avrebbero voluto vedere. Solo che nel frattempo è passato un quarto di secolo. Un rischio, un azzardo, una follia. Soltanto Lynch può riuscirci: se fallisce pure lui, per favore, chiudete per sempre il sarcofago di quegli anni.
Nell'attesa (non esattamente spasmodica) di vedere l'opera e con ciò capire se ha ragione il biondo o il moro, un fatto è certo: c'è una gran voglia di rimpiangere -e addirittura reinterpretare, che è poi in questo caso un riesumare - quel buco nero spesso tremendo che sono stati gli Anni Ottanta. Per carità, è stato un decennio con fiammate qua e là autentiche: nella musica, nel cinema, nella tivù. Solo che quasi sta esagerando. In primo luogo, quando ti riduci a fare il film su CHIPs quarant'anni dopo la prima puntata, certifichi implicitamente che la mancanza di idee nuove del cinema è pressoché accecante. L'esatto opposto delle serie tivù, che rispetto ai tempi di CHIPs hanno fatto passi da gigante. I passi di Lost, di Breaking Bad, di Sons of Anarchy, di True Detective. Eccetera. In seconda istanza, la proliferazione di operazioni-riesumazione legate agli Ottanta non coincide quasi mai con rese qualitative esaltanti. Dodici anni fa è uscito Hazzard. Ve lo ricordate? No? Beati voi. Il film era ispirato alla serie omonima più o meno coeva di CHIPs. Il risultato, per usare un eufemismo, non si rivelò esattamente esaltante. E difficilmente lo sarà il sequel di Magnum PI, altra serie mitica (va be') degli Ottanta. Ci stanno lavorando, uscirà a vent'anni dopo l'ultima puntata e la protagonista sarà la figlia di Thomas Sullivan Magnum IV (o se preferite "Magnum", interpretato da Tom Selleck).
Perché ci mancano così tanto quegli anni? Forse perché eravamo giovani e forse belli, forse perché voltarsi indietro è un gesto che prima o poi viene voglia di fare. Anche solo per vedere l'effetto che fa. Un gesto umanissimo, ma artisticamente - e non solo artisticamente - scivolosissimo. C'è sempre il rischio di rovinare il ricordo, di scoprire quanto nel frattempo tutto sia cambiato: di quanto, per non farla cadere troppo dall'alto, il tempo abbia travolto ogni cosa. Pochi giorni fa si sono commossi in tanti nel vedere la foto di "Starsky" Paul Micheal Glaser che spingeva "Hutch" David Soul sulla sedia a rotelle. Anche gli "eroi" invecchiano, come ci aveva dimostrato inequivocabilmente pure Harrison Ford mostrandoci un Han Solo che, tutto sommato, nell'ultimo Guerre stellari non vedeva l'ora di farsi ammazzare (con quel figlio coglione, oltretutto). Più che rimpiangerli a casaccio, verrebbe solo voglia di lasciare gli Anni Ottanta dove stavano, in quel limbo posticcio tra consumismo frainteso e folgorazione disattesa. Quel poco di bello che c'è stato non può essere ripetuto.Se n'è accorto perfino Michael Mann, che pure è un genio, quando ha provato a portare al cinema la serie televisiva Miami Vice (di cui era produttore esecutivo): il film, nonostante cast ed effetti speciali, fu una delusione. Meglio poi non parlare dell'obbrobrio che è stato il remake di Point Break, gioiello di inizio Novanta con un Patrick Swayze leggendario: perché replicare un'epifania non replicabile? Non ha senso, non è giusto. Per certi versi è persino sacrilego.
In questa mania tracimante di revival è rimasto invischiato addirittura David Lynch. Ha deciso di riprendere Twin Peaks, quella sì una serie straordinaria, ventisette anni dopo. Ci sono ancora molti attori "originali": di fatto, più che un sequel, ¡proprio la terza stagione che in tanti avrebbero voluto vedere. Solo che nel frattempo è passato un quarto di secolo. Un rischio, un azzardo, una follia. Soltanto Lynch può riuscirci: se fallisce pure lui, per favore, chiudete per sempre il sarcofago di quegli anni.
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martedì 16 dicembre 2014
PICCOLO GRANDE SCHERMO - Clamorosissimo al Cibalissimo! "Miami Vice" torna al cinema (ma senza la "Mann" del dio creatore sarà una reboottanata)
News tratta da Slashfilm.com
Rumor has it that Universal Pictures wants to reboot the 1980′s television series Miami Vice for another big screen movie. Find out the details about the Miami Vice reboot after the jump.
The rumor comes from LatinoReview’s EL Mayimbe who claims the Universal Pictures is already going out to screenwriters looking for pitches to reboot Miami Vice as a new movie franchise. Of course, Universal and show executive producer Michael Mann already released a Miami Vice movie in 2006 starring Colin Farrell and Jamie Foxx. Mann took all efforts to differentiate the movie from the television series it was based on, going as far as not to include or remake the tv series’ classic theme song (However, the credits featured a cover of Phil Collins’ “In the Air Tonight”, a song which was featured in the first episode).
The NBC television crime drama created by Anthony Yerkovich and produced by Michael Mann, starred Don Johnson as James “Sonny” Crockett and Philip Michael Thomas as Ricardo “Rico” Tubbs, two Metro-Dade Police Department detectives working undercover in Miami. The series ran for five seasons from 1984–1989.
The 2006 film made $163.8 million worldwide, which was not considered successful due to its projected $135 million production and marketing budget.
News tratta da Slashfilm.com
Rumor has it that Universal Pictures wants to reboot the 1980′s television series Miami Vice for another big screen movie. Find out the details about the Miami Vice reboot after the jump.
The rumor comes from LatinoReview’s EL Mayimbe who claims the Universal Pictures is already going out to screenwriters looking for pitches to reboot Miami Vice as a new movie franchise. Of course, Universal and show executive producer Michael Mann already released a Miami Vice movie in 2006 starring Colin Farrell and Jamie Foxx. Mann took all efforts to differentiate the movie from the television series it was based on, going as far as not to include or remake the tv series’ classic theme song (However, the credits featured a cover of Phil Collins’ “In the Air Tonight”, a song which was featured in the first episode).
The NBC television crime drama created by Anthony Yerkovich and produced by Michael Mann, starred Don Johnson as James “Sonny” Crockett and Philip Michael Thomas as Ricardo “Rico” Tubbs, two Metro-Dade Police Department detectives working undercover in Miami. The series ran for five seasons from 1984–1989.
The 2006 film made $163.8 million worldwide, which was not considered successful due to its projected $135 million production and marketing budget.
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lunedì 24 novembre 2014
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
"Chicago PD" e la ripetizione del procedural che rassicura
"Quando un'idea televisiva funziona, e non accade troppo spesso, la si può replicare con minime variazioni. È questo il processo mentale che, a ogni stagione, conduce un sistema produttivo industriale come quello statunitense a inondare il mercato (e il tempo degli spettatori) di spin-off: un personaggio, un mestiere, una tecnica si ripetono in uno scenario mutato. Ormai il procedural, il caro vecchio genere poliziesco, adotta questa strategia con il pilota automatico: CSI è stato a Las Vegas, a Miami, a New York e tra poco sarà anche Cyber; NCIS da Washington va a Los Angeles e a New Orleans. La nuova serie Chicago PD (Premium Crime, venerdì, ore 21.15) è un'eccezione solo parziale: in questo caso, rispetto al telefilm di partenza Chicago Fire, resta stabile la città e cambia il mestiere dei personaggi: là vigili del fuoco, qui poliziotti di un'apposita unità di intelligence. Il collegamento tra le due serie è dato solo da alcuni personaggi minori e dalle loro relazioni private, familiari o di amicizia. Per il resto, tutto comincia da capo, senza troppi lacci e lacciuoli. Creata dal veterano Dick Wolf (già al lavoro su Hill Street Blues, e autore di Miami Vice, di Law & Order e dei suoi vari succedanei) e da Matt Olmstead, la serie è per il resto piuttosto classica, con tutti gli stereotipi al loro posto. Hank Voight (Jason Beghe) è un detective solo contro tutti, appena uscito di galera, forse corrotto o comunque compromesso.Attorno a lui la coralità di una squadra, con varie generazioni, gender ed etnie rappresentate: personalità diverse, impegnate nella stessa lotta contro un male sfuggente. Anche se il mondo rappresentato è impregnato di violenza, l'eterna ripetizione del procedural ci offre un approdo già conosciuto. E così, contro ogni previsione, ci rassicura". (Aldo Grasso, 21.11.2014)
CORRIERE DELLA SERA
"Chicago PD" e la ripetizione del procedural che rassicura
"Quando un'idea televisiva funziona, e non accade troppo spesso, la si può replicare con minime variazioni. È questo il processo mentale che, a ogni stagione, conduce un sistema produttivo industriale come quello statunitense a inondare il mercato (e il tempo degli spettatori) di spin-off: un personaggio, un mestiere, una tecnica si ripetono in uno scenario mutato. Ormai il procedural, il caro vecchio genere poliziesco, adotta questa strategia con il pilota automatico: CSI è stato a Las Vegas, a Miami, a New York e tra poco sarà anche Cyber; NCIS da Washington va a Los Angeles e a New Orleans. La nuova serie Chicago PD (Premium Crime, venerdì, ore 21.15) è un'eccezione solo parziale: in questo caso, rispetto al telefilm di partenza Chicago Fire, resta stabile la città e cambia il mestiere dei personaggi: là vigili del fuoco, qui poliziotti di un'apposita unità di intelligence. Il collegamento tra le due serie è dato solo da alcuni personaggi minori e dalle loro relazioni private, familiari o di amicizia. Per il resto, tutto comincia da capo, senza troppi lacci e lacciuoli. Creata dal veterano Dick Wolf (già al lavoro su Hill Street Blues, e autore di Miami Vice, di Law & Order e dei suoi vari succedanei) e da Matt Olmstead, la serie è per il resto piuttosto classica, con tutti gli stereotipi al loro posto. Hank Voight (Jason Beghe) è un detective solo contro tutti, appena uscito di galera, forse corrotto o comunque compromesso.Attorno a lui la coralità di una squadra, con varie generazioni, gender ed etnie rappresentate: personalità diverse, impegnate nella stessa lotta contro un male sfuggente. Anche se il mondo rappresentato è impregnato di violenza, l'eterna ripetizione del procedural ci offre un approdo già conosciuto. E così, contro ogni previsione, ci rassicura". (Aldo Grasso, 21.11.2014)
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venerdì 1 giugno 2012
NEWS - Venezia Nice. Michael Mann scelto quale Presidente di giuria del festival veneziano di cinema: good Luck!
(AGI) - Roma, 1 giu. - E' il regista, sceneggiatore e produttore statunitense Michael Mann - cineasta totale e una delle figure piu' influenti e rappresentative del cinema americano contemporaneo - la personalita' chiamata a presiedere la Giuria Internazionale del Concorso della 69esima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica della Biennale di Venezia (29 agosto - 8 settembre), che assegnera' il Leone d'oro e gli altri premi ufficiali. La decisione e' stata presa dal Cda della Biennale presieduto da Paolo Baratta, su proposta del direttore della Mostra Alberto Barbera. Come produttore, Michael Mann si e' imposto realizzando alcune delle serie televisive di maggior successo ("Miami Vice", "Crime Story"), per le quali ha contribuito a creare nuovi standard qualitativi di derivazione cinematografica. In qualita' di sceneggiatore e soprattutto di regista, ha saputo trovare una cifra personalissima nell'elaborazione tematica e formale di motivi appartenenti in prevalenza alla mitologia dei thriller urbani ("Manhunter", "Heat", "Insider", "Collateral", "Nemico pubblico"), affermandosi come uno dei piu' grandi stilisti e innovatori del cinema hollywoodiano. E' la prima volta che Michael Mann presiede la Giuria di un festival internazionale. Dopo aver scritto, prodotto e diretto alcune serie televisive, e aver scritto e diretto il tv movie "Jericho Mile" (La corsa di Jericho, 1979), Michael Mann (Chicago, 1943) debutta nel 1981 nella regia cinematografica con "Strade violente" (Thief), cui segue il grande successo come produttore esecutivo di "Miami Vice" (1984). Un telefilm che diventa manifesto estetico e sociologico degli anni '80.Il suo stile fiammeggiante e post-moderno, curato esteticamente e preciso nella definizione degli spazi fisici, nell'uso della musica, delle psicologie e delle emozioni, si mostra nella sua complessita' con "Manhunter-Frammenti di un omicidio" (1986), tratto da un romanzo di Thomas Harris, film che segna la nascita cinematografica del personaggio di Hannibal Lecter, lo psicologo-cannibale. L'epico "L'ultimo dei Mohicani" (1992) e l'articolato intrigo di "Heat-La sfida" (1995), in cui per la prima volta recitano insieme Al Pacino e Robert De Niro, consacrano la sua versatilita' e il suo talento nel raccontare storie complesse. "Insider-Dietro la verita'" (1999), coinvolgente thriller politico, rivela l'anima solitaria del suo cinema, fatto di eroi intensi e di immagini stordenti. Nel 2001 racconta con "Ali'" la lotta per l'esistenza del pugile Muhammed Ali', per definire la sua identita' e che cosa ha rappresentato, interpretato da Will Smith. L'impegno successivo di Mann come regista e' "Collateral" (2004), con Tom Cruise, con cui ritorna al genere piu' amato, il thriller metropolitano. Il film partecipa Fuori Concorso alla 61esima Mostra del Cinema di Venezia. Dopo la trasposizione su grande schermo della sua serie di culto "Miami Vice" (2006), con Colin Farrel, Jamie Foxx e Gong Li, Mann realizza "Nemico pubblico-Public Enemies" (2009), biopic noir sulla breve vita, le avventure e la morte del famoso rapinatore di banche anni '30 John Dillinger, interpretato da Johnny Depp, con Christian Bale e Marion Cotillard. Come produttore, i lavori di Mann includono "Aviator" (2004), diretto da Martin Scorsese con Leonardo DiCaprio, "Hancock" (2008) con Will Smith, "Texas Killing Fields" (2011) diretto da sua figlia Ami Canaan Mann, in Concorso alla 68esima Mostra del Cinema di Venezia, e le serie HBO "Luck" (2011) e "Witness".
martedì 4 agosto 2009

Articolo di Stefano Priarone su "La Stampa" di oggi
"Prendiamo l’ultimo grido del «gioco aperitivo», un classico del ceto medio in vacanza nei villaggi turistici. Scordatevi il karaoke, la musica è roba superata. Il massimo quest’anno è indovinare al primo colpo sigle e citazioni dei telefilm Anni 70-80, con medici affermati che si sgolano a cantare «nano nano» da Mork e Mindy, e cauti commercialisti che ribattono colpo su colpo con «Che cavolo stai dicendo Willis?» dal Mio amico Arnold. E’ un momento d’oro per le vecchie serie americane, con cui sono cresciute le generazioni dei quaranta cinquantenni: dal 1° agosto gli appassionati hanno addirittura un canale tutto per loro, Fox Retro, sul bouquet di Sky, dove possono vedersi a ripetizione Charlie's Angels, Baywatch, Miami Vice, I Jefferson, Love Boat. Serie magari stilisticamente un po’ così, ma che hanno indubbiamente influenzato l'immaginario collettivo, e di cui molti personaggi dello spettacolo non hanno mai fatto mistero di essere fan (dal dj Linus a Paola Cortellesi, da Gianni Boncompagni a Valerio Mastrandrea). Una passione che li accomuna a molti insospettabili: nella sua autobiografia I'm Not Serious l'ex campione di tennis americano John McEnroe racconta che quando nel 1984 ha iniziato a uscire con l'attrice Tatum O'Neal (che in seguito avrebbe sposato) era eccitatissimo dall'idea di fare sesso nella casa dove abitava la compagna del padre di Tatum, Farrah Fawcett (recentemente scomparsa per un tumore), sua fantasia erotica adolescenziale quando era una delle Charlie's Angels. D’altronde, come sostiene il saggio di Chiara Poli e Leopoldo Damerini (instancabile organizzatore del Telefilm Festival milanese) recentemente uscito per Garzanti, La vita è un telefilm. La saggezza del nuovo millennio nelle 2020 migliori battute delle grandi serie televisive, «da decenni il senso della vita - più che la famiglia, la scuola, le chiese o i partiti - ce lo insegnano i telefilm, attraverso le loro storie, i loro protagonisti, le loro battute memorabili». Così a guardare Fox Retro non sono solo gli inguaribili nostalgici che rivedendo vecchie serie cercano di ritornare all’età d’oro della loro infanzia e adolescenza. Gli stessi che leggono ristampe di vecchi fumetti (Tex, i supereroi della Marvel), che giocano ai primissimi videogame per Commodore 64 e sospirano davanti agli incontri di tennis di Bjorn Borg. Ci sono anche quelli chee, un po' traumatizzati da serie «per iniziati» come Lost e Heroes (spesso incomprensibili per lo spettatore casuale e anche piuttosto pessimiste), le vedranno per l'ironia, la solarità, la scrittura felice e le trame lineari, le apprezzeranno quindi più per il loro valore intrinseco che per «l'effetto nostalgia».Non pochi infine rivedranno le vecchie serie pur amando molto anche quelle attuali. Guardare Fox Retro è anche un modo per rendersi conto di come la serialità attuale sia «figlia» di quella degli anni Settanta, Ottanta e Novanta. Le Charlie's Angels, così glamour e segretamente innamorate del capo (il ricco Charlie, che non appare mai) possono magari sembrare «sessiste» agli spettatori attuali, ma in realtà sono state un modello di donne vincenti per più generazioni di ragazzine (che spesso giocando si ribattezzavano con i nomi degli Angeli). Inoltre probabilmente non avremmo avuto eroine «al femminile» come Buffy l'ammazzavampiri interpretata da Sarah Michelle Gellar) o come le Streghe della serie omonima (le attrici Alyssa Milano, Holly Marie Combs, Shannen Doherty e Rose McGowan) senza gli Angeli di Charlie a fare da apripista. Lo stesso Lost, come ha dichiarato uno dei suoi creatori Damon Lindelof, è stato fortemente influenzato, nello stile narrativo (allusivo e contorto) e nei temi (fantastici) da serie Anni Novanta come Twin Peaks di David Lynch e X-Files di Chris Carter. Il Tony DiNozzo eroico agente e tombeur des femmes del serial NCIS è senz'altro «figlio» di Tom Selleck-Magnum P.I., il detective privato delle Hawaii (del resto le serie condividono lo stesso creatore, Donald P. Bellisario), anche se Di Nozzo è preso meno sul serio dalle donne (i tempi sono cambiati). Le bagnine di Baywatch (in testa un'icona sexy come Pamela Anderson) possono essere considerate delle «protoveline»: nella serie la trama contava poco, tutti volevano vedere i pezzi in stile video in cui le ragazze erano inquadrate mentre nuotavano o posavano per servizi di moda, erano un po' come gli «stacchetti» delle veline. Non dimentichiamo poi che molti divi di oggi si sono fatti le ossa con quei telefilm: in un episodio di Charlie’s Angels esordisce una giovanissima Kim Basinger, Michelle Pfeiffer recita nel ruolo di Jobina in Chips 3, mentre un Sylvester Stallone ragazzo indossa i panni del detective Rick Daley in Kojak 3. Per non parlare dell'effetto che questi telefilm hanno avuto sulla sfera sociale e politica. La sitcom degli Anni Settanta I Jefferson parlava della vita di due afroamericani arricchiti, testimoniava che l'America stava cambiando e che i neri non erano poi così diversi dai bianchi (il ricco George Jefferson era razzista nei confronti dei «visi pallidi» come e più di questi nei suoi confronti). E forse è anche grazie a questa serie se adesso il presidente degli States è Barack Obama".
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lunedì 20 ottobre 2008
NEWS - Quando il gioco si fa duro..."Burn notice" ("Duro a morire"), da stasera su Fox (okkio a Gabrielle Anwar, la vera rivelazione del telefilm)Roma, 17 ott. - (Adnkronos) - Affascinante come James Bond, ma senza piu' licenza di uccidere, duro e determinato come Jack Bauer, ma senza la missione di salvare il mondo e con in piu' una buona dose di ironia. E' Michael Westen, il protagonista di "Duro a morire" ("Burn Notice"), la nuova serie che Fox (canale 110 di Sky) proporra' a partire da stasera, ogni lunedi' alle 21.15 e alle 22.05 in anteprima assoluta in Italia. "Duro a morire" mescola azione e adrenalina, sparatorie e inseguimenti, con uno stile di regia innovativo e sui generis, strizzando l'occhio a "Miami Vice" e "Magnum PI". L'attore protagonista e' Jeffrey Donovan ("Hitch", "Crossing Jordan", "Csi Miami" e "Law & Order") nella parte della spia Michael Westen, un ex agente segreto senza licenza di uccidere che, dopo aver scoperto di essere stato 'bruciato', si ritrova nella natia Miami senza piu' un un lavoro e cerca di mettersi in contatto con alcuni dei suoi ex colleghi per scoprire chi ha deciso di farlo fuori. Ad aiutare Michael, l'ex fidanzata Fiona Glenanne (Gabrielle Anwar, "The Tudors", "Law&Order Svu", "Profumo di Donna") nonche' ex agente operativo dell'Ira e un suo amico Sam Axe (Bruce Campbell, "Evil Dead", "Homicide", "X-Files"), ex contatto dell'inteligence militare e informatore dei federali.
venerdì 12 gennaio 2007

FLASHBACK - Bentornati a "Twin Peaks"!"Telefilm Cult" compie un viaggio settimanale indietro nel tempo, naturalmente a puntate, nel mito tele-visionario firmato da David Lynch. E su come è stato...venduto.
A cura di Elena Palin
INTRODUZIONE
A partire dagli anni novanta le serie televisive si sono affermate spesso come forme di “testualità di culto”, destinate a generare “consumi di fandom” ovvero forme di fruizione intense, appassionate, addirittura performative. La televisione, soprattutto nella forma dei telefilm di produzione americana, è stata in grado di dare luogo a ”fenomeni di culto”, che potremmo anche definire di telefilia.[1] Il fenomeno della “cultualità “ contemporanea abbraccia ambiti variegati e piuttosto differenti: riguarda oggetti non mediali, secondo un meccanismo di “feticizzazione della merce”[2], ma comprende soprattutto prodotti mediali, e la sua origine è da ricercarsi nel cinema e in alcune sue specifiche modalità di consumo. In particolare, la serialità televisiva americana ha definito forme peculiari di cultualità. Soprattutto a partire dagli anni novanta, la narrazione televisiva di fiction di produzione USA ha assunto la forma della serie serializzata[3]: anche forme seriali costruite per episodi conchiusi (le serie) hanno sviluppato linee narrative di continuità, sulla modalità del serial, incrociando in vario modo chiusura (in episodi) e apertura (in puntate).La televisione seriale di culto si situa all’interno di generi che potremmo definire fantastici: la fantascienza, l’horror o altre forme ibride. Questa caratteristica della cult-testualità televisiva contemporanea è un elemento centrale per la sua stessa definizione, perché essa va ad identificarsi, più che con forme testuali chiuse, con universi diegetici altamente complessi ed infinitamente rimaneggiabili dagli stessi spettatori[4]. La produzione televisiva americana di fiction ha iniziato, soprattutto a partire dagli anni novanta, a prevedere forme di fruizione diversificate, tese ad andare oltre il semplice consumo distratto e, al contrario, a generare modalità di consumo appassionate, affettive, produttive e performative. Si è passati cioè, da una programmazione prevalentemente “di flusso” a una costruzione dei palinsesti per appuntamenti essenziali” ed “eventi imperdibili”.[5] L’emergere di una cult-testualità televisiva interessa soprattutto per le sue caratteristiche simboliche, per i suoi meccanismi linguistici e per la sua relazione con il pubblico. Jankovich e Lyons[6] ne datano l’origine all’inizio degli anni novanta con la distribuzione di due serie televisive rivoluzionarie: Twin Peaks di David Lynch e X-Files di Chris Carter. Queste due serie sono state fondamentali nel ripensare il rapporto con il pubblico e la rigida divisione in generi che fino ad allora veniva teorizzata. Si tratta di particolari forme testuali che scavalcano i confini del testo e prevedono forme di fruizione di fandom, di serie televisive prodotte e distribuite sul mercato per incrementare non semplicemente spettatori regolari ma anche una notevole proporzione di fan.[7] Serie come Twin Peaks e X-Files adottano una varietà di meccanismi testuali e narrativi che attivano pratiche di visione immersive, interpretative e interattive. Di conseguenza, mutano sia le forme testuali sia il loro rapporto con il pubblico, due aspetti strettamente correlati. Ciò a cui la cult-testualità dà risposta non è semplicemente il desiderio di essere intrattenuti, quanto piuttosto la necessità di essere coinvolti in un universo immaginario. Essa cerca di raccogliere un significativo seguito di fan così devoti da non guardare semplicemente ogni episodio, ma da registrarli ed archiviarli tutti, da comprare le pubblicazioni ufficiali di cassette o dvd, da acquistare un’ampia serie di prodotti spin-off e da promuovere e supportare la serie in un numero infinito di modi.[8] La cult-testualità, quindi, non è più limitabile entro i confini del testo ma, piuttosto, si declina in universi immaginari che non si limitano nemmeno a vivere in un unico medium, anzi, si distendono lungo differenti media e differenti testi che non sono connessi tra loro da un unico, lineare racconto principale, ma che contribuiscono a creare mondi possibili, i quali, più che da consumare, sono da attraversare. Da qui, e dalla centralità di una serie come Twin Peaks per la nascita di un fenomeno di questo tipo, intende partire la mia riflessione, tesa ad esemplificare come una fiction televisiva di soli ventinove episodi possa essere presentata come evento imperdibile del palinsesto di rete e arrivare a monopolizzare l’attenzione dei più autorevoli quotidiani ad essa contemporanei.Per quanto destinato ad esaurirsi in breve tempo e a rappresentare una meteora nella storia del tubo catodico, Twin Peaks ha costituito uno degli eventi televisivi di questi ultimissimi anni.[9]Evento, non solo per il notevole successo di pubblico (oltre ai clamorosi ascolti negli Stati Uniti, la serie ha raccolto in Italia oltre 11 milioni di telespettatori per la prima puntata e si è stabilita su una media di 9 milioni per le puntate successive) ma soprattutto per l’eleganza e l’innovazione che lo contraddistingue. Prodotto e distribuito come serial di prime time, la sua realizzazione è risultata allo stesso tempo una ottimizzazione e una decostruzione del genere-programma. Presentato come un giallo basato sulla detection, cioè sull’ìinvestigazione, si è rivelato come un compendio dei generi della fiction televisiva e loro sovversione. [10] Tale operazione sui generi costituisce già una sorta di rivoluzione rispetto a ciò a cui il pubblico televisivo degli anni Novanta era abituato. Se gli anni Settanta segnano il prepotente ritorno dei telefilm polizieschi (The street of San Francisco, Starsky & Hutch, Charlie’s Angel) concludendosi con la parabola di una famiglia ossessionata dal potere (il feulleiton texano Dallas), e gli anni Ottanta iniziano a mettere da parte l’ottimismo made in Usa tramite telefilm di rottura come Hill Street Blues e Miami Vice, gli anni Novanta fanno a pezzi l’unità di genere che comunque permaneva nelle operazioni precedenti. Twin Peaks si caratterizza infatti per un’eterogeneità di generi e di registri discorsivi che comporta da parte del telespettatore l’attivazione di una molteplicità di competenze. Per quanto concerne il consumo televisivo lo spettatore non è per nulla facilitato ma la cospicua richiesta di cooperazione interpretativa a lui richiesta è controbilanciata da un’efficacia di un testo ricco di soluzioni narrative e procedure di patemizzazione ad hoc. Infatti, il principio organizzatore del serial lynchano sono le passioni[11]. La circolazione del sapere si riduce a dispositivo modale al servizio dei programmi passionali (ovvero il fare patemico ha per programma d’uso un fare cognitivo); la predominanza delle procedure di patemizzazione trova la sua attuazione nella produzione di effetti passionali locali specifici dovuti alle procedure di messa in discorso del materiale narrativo. Lynch mette in risalto questi ultimi attraverso specifiche procedure discorsive di accentuazione: servendosi di ruoli patemici sedimentati nella cultura, che istalla nel discorso come stereotipi, sceglie di disseminarli provocatoriamente calcandone i tratti fino al parossismo. La stessa identità attoriale dei personaggi si deflagra nell’assunzione di ruoli patemici stridenti tra loro[12]. Mentre da un lato l’insistenza sulle procedure di petemizzazione implica un non accontentarsi della sensibilizzazione culturalizzata di catene modali, con la conseguenza di un suo potenziamento a livello di sintassi discorsiva, dall’altro arriva a ritrattare tale sensibilizzazione deformandola e sovvertendola.[13] Di conseguenza, da una parte tale centralità delle passioni facilita la nascita di forme di fruizione appassionate, affettive e performative rispondendo alla necessità di immersione in una serie di mondi possibili, e contribuisce ad un debordare del testo lungo differenti media permettendone anche un’ampia opera di discorsivizzazione; dall’altra l’interposizione e l’incassamento dei generi, per mezzo di un gioco di attivazioni e disinneschi delle passioni di genere, provoca una passione del sovvertimento della norma e della continua possibilità di una sua riaffermazione che non permette una precisa definizione del prodotto e che, quindi, difficilmente si presta a poter essere sfruttata a livello di marketing. Se quindi Twin Peaks, all’epoca della sua uscita, non è stata contenuta entro i confini del mezzo televisivo, ma anzi, in quanto evento imperdibile, è stata sottoposta ad una copertura mediatica a tutto tondo, ciò è stato fatto con i dovuti accorgimenti e con le dovute strategie di presentazione a seconda del paese di riferimento, arrivando, in certi casi, perfino ad un parziale snaturamento del prodotto. Dopo una breve descrizione del serial lynchano, il mio studio si focalizzerà, in particolare, sulle modalità di vendita di quest’ultimo al pubblico italiano degli anni Novanta, proprio in virtù del suo essere un prodotto di rottura. Inizierò quindi con un’analisi delle matrici e di alcune scene o scelte stilistiche funzionali a giustificare precise scelte di marketing e modalità di discorsivizzazione da parte della stampa. Passando per la storia della messa in onda in Italia, concluderò con un’analisi dei promo e degli speciali a cura dalla rete emittente così da dare una visione a tutto tondo di quel che è stato un vero e proprio “evento mediale”.
(Continua la prossima settimana)
[1] Massimo Scaglioni, “Nuove forme di serialità e di consumi giovanili: il fandom”, da: “La linea d’ombra della tv: i giovani e i telefilm americani” 3^parte, “Vita e Pensiero1”, 2005
[2] Ibidem
[3] Ibidem
[4] Ibidem
[5] Ibidem
[6] M. Jankovich, J. Lyons, “Quality Popular Television”, London 2003
[7] Sara Gwenllian Jones, “Quality Popular television”, London 2003
[8] Ibidem
[9] Roberto Pastore, “Sulle strade della fiction. Le serie poliziesche americane nella storia della tv”, Lindau 2002
[10] P. L. Basso, O. calabrese, F. Marsciani, O.Mattioli, “Le passioni nel serial televisivo”, VQPT[11] Ibidem
[12] Ibidem
[13] Ibidem
mercoledì 18 ottobre 2006

ESCLUSIVA - Flirt shock di Don Johnson con la pornostar italiana Sofia Gucci sul set del film "Bastardi". L'ex Sonny di "Miami Vice" ha avuto 6 mesi fa il terzo figlio dalla quinta moglieMentre la versione cinematografica di "Miami Vice" rinverdisce il mito del serial degli anni Ottanta, uno dei due protagonisti dello storico telefilm dà scandalo in Italia. Don Johnson, l'ex indimenticabile interprete di Sonny Crockett nel serial, avrebbe intrecciato una relazione con la pornostar italiana emergente Sofia Gucci sul set del film "Bastardi", le cui riprese si stanno volgendo a Trani (Bari). L'attore oggi 57enne, reso padre per la terza volta sei mesi fa dalla quinta moglie Kelley Phleger, avrebbe conosciuto la giovane pornostar nella cittadina pugliese, in occasione del film che vede tra gli altri protagonisti anche Gerard Depardieu, Giancarlo Giannini, Barbara Bouchet, Enrico Montesano, Franco Nero ed Eva Henger. I gossip raccontano che la "strana coppia" sia stata avvistata per le stradine della cittadina il 27 settembre scorso, per poi vederla eclissare nella stanza d'albergo di lei e ricomparire un paio d'ore dopo per concedersi una romantica cenetta. Il manager della bella e giovane Gucci, la quale ha all'attivo due film ("Dirty dance" e "Hot Dreams"), ha confermato la relazione al noto tabloid americano "The National Enquirer": "sono usciti a cena e sono diventati intimi. Sofia mi ha raccontato di aver passato due giorni splendidi". Nessun commento invece, da parte della Gucci e del suo manager, sul fatto che Johnson sia sposato.
venerdì 13 ottobre 2006

PICCOLO GRANDE SCHERMO - Mann in alto: "Miami Vice" è il miglior film tratto da un telefilm della storia. Un western metafisico girato "altrove" rispetto al serialMiami non è più Vice ma molto Heat: e chi conosce la filmografia di Michael Mann dovrebbe raccogliere la...sfida. Quella di portare al cinema un telefilm (anzi, "il" telefilm) che meglio ha rappresentato l'edonismo degli anni '80 e traghettare lo spettatore in un altro "continente creativo" (come lo ha definito Antonello Catacchio su "il manifesto"). Le gru rosa della sigla del serial hanno lasciato posto a quelle di metallo che trasportano i carichi di droga in arrivo al porto, il narcotraffico viaggia alla velocità wireless in una chiavetta USB, non si combatte più solo per la giustizia, per il denaro, per il potere. Nella Miami di oggi è più difficile infiltrarsi, praticamente impossibile non rimanere invischiati e compromettersi. Succede ai nuovi Sonny Crockett (Colin Farrell) e Rico Tubbs (Jamie Foxx), ognuno per un motivo diverso, seppure entrambi di matrice femminile. Il primo finge o sembra di innamorarsi di Isabella, la donna del boss (una magnetica Gong Li senza trucco), il secondo deve liberare la compagna rapita dalla malavita dove si è infiltrato. Nessuno dei due ne uscirà illeso. E con loro lo spettatore che s'infiltra anch'esso (compromettendosi) dentro una storia che scorre nei grandi spazi e nei silenzi che punteggiano, tra le ombre elettriche che sfilano tra Bene e Male, a bordo di motoscafi lanciati a folle velocità sulle onde con i fari spenti nella notte. Mann dipinge un affresco grandioso di immagini in movimento, con la telecamera che si muove a ritmi vertiginosi, ma sempre funzionali a un racconto che non lascia tempo per respirare. Quasi un western dell'anima, un musical soul. Il segno del cineasta non è tanto la vicenda, ma come la storia si snoda e viene rappresentata. Nell'interrogatorio all'informatore, lo sguardo di Sonny (e a ruota, della telecamera, dello spettatore) si perde lontano verso il tramonto che divampa. Ecco, rispetto al telefilm, la sua trasposizione cinematografica è in quello sguardo che si perde lontano. Altrove. Diventa metafisico, s'innalza al di sopra delle apparenze: guai a seguire la storia come appare, a classificare, a dedurre. E' tutto nella domanda di Isabella dopo il massacro finale, quando scopre che Sonny è un poliziotto con tanto di distintivo: "Chi cazzo sei?", gli urla avventandosi addosso. Chi cazzo sei, Sonny, rispetto a quello del telefilm, quando t'innamoravi della dark lady Caitlin Davies (interpretata da Sheena Easton, ve la ricordate?), dando vita ad una delle storie drammatiche più new romantic del piccolo schermo, al climax della serie-simbolo? La certezza (forse l'unica) è quella di non assistere affatto ad un remake, ma ad uno spunto per far viaggiare a briglie sciolte la fantasia del più grande cineasta di spazi (geografici e dell'anima). Che firma la miglior pellicola tratta da un telefilm della storia navigando a fari spenti in una notte senza troppi ricordi. Perchè i Sonny, si sa, muoiono sempre all'alba.
Giudizio: ****
mercoledì 2 agosto 2006
NEWS - Ultima ora, il film "Miami Vice" divide i giornalisti al Festival di Locarno(ANSA) - LOCARNO, 2 AGO - Discreta l'accoglienza della stampa nazionale e internazionale per 'Miami Vice' di Michael Mann al Festival del cinema di Locarno, che viene inaugurato ufficialmente, questa sera, per il grande pubblico in Piazza Grande proprio dalla trasposizione cinematografica della celebre serie tv creata dalla stesso regista. Nell'anticipazione per i giornalisti, diversi i commenti. E' piaciuto il fatto che l'opera non e' la riproduzione sul grande schermo di un telefilm ma fa storia a se' e che l'action-movie ha ritmo e sostanza. Alcuni hanno sottolineato che la mano di Mann si e' vista. Meno apprezzata e' stata invece la parte sentimentale che ha prevalso su qualche, iniziale, scena erotico-intrigante. Al termine della visione non ci sono stati applausi o brusii, come tradizione dei cronisti in questa rassegna.
giovedì 1 giugno 2006
NEWS - Colpo di Mann: il regista del film "Miami Vice" svela i retroscena della pellicola tratta dalla serie di culto del 1984(ANSA) - ROMA, 1 giu - Dal budget enormemente lievitato agli uragani Katrina e Wilma che hanno bloccato le riprese, fino alle minacce ricevute da Jamie Foxx e il ricovero di Colin Farrell per una presunta cura disintossicante drastica: il mensile "Ciak" ha seguito il set del film 'Miami Vice' diretto da Michael Mann e nel numero in edicola da domani ne racconta i retroscena. Michael Mann con questo film reinventa la serie tv di culto che lui stesso ha prodotto negli anni ottanta e riporta in auge i detective piu' dandy d' America, Sonny e Tubbs. Questa volta con i volti di Colin Farrell e Jamie Foxx a cui Mann da' il merito del film; e' stato Foxx, infatti, sul set di "Ali'", a mettergli la pulce nell' orecchio, autocandidandosi al ruolo di neo detective Ricardo Tubbs detto Rico. Accanto a loro c' e' Gong Li, a lungo corteggiata dal regista, che nel film e' Isabella, la donna del boss. Il film, atteso in America per il 28 luglio, come tiene a precisare il regista, non e' un remake e neppure un sequel della storica serie tv (cinque stagioni, 112 episodi, in onda dal 1984 al 1990): "Se qualcuno usa la parola nostalgia - dice Mann - metto mano alla pistola. Questo 'Miami Vice' Duemila cerca di comportarsi come se non ci fosse mai stato un 'Miami Vice' Ottanta. Non ho mai fatto un sequel in vita mia e non volevo cominciare alla tenera eta' di 63 anni". Miami Vice 2006 celebra la Miami contemporanea, come dice il regista: "Oggi si sviluppa in altezza, ha piu' grattacieli di Los Angeles, e' fatta di vetro e metallo, e' trasparente. E anche i criminali si sono raffinati e modernizzati. C' e' un traffico globale. Ieri un aereo con la droga, oggi uno con le armi, domani un cargo con software di computer, cd e dvd pirata, e fra due giorni dollari falsi o riciclati. La nuova parola d' ordine e' differenziazione".
venerdì 12 maggio 2006
SGUARDO FETISH - Quella sua maglietta fina...Flashback a Miami, dove Sonny Crockett lanciò la moda della T-shirt sotto la giacca e divenne un'icona pop degna di FlaubertSono lontani i tempi in cui indossare una maglietta fina era solo una moda e non comportava attentati ad ambasciate o dimissioni ministeriali. Stiamo parlando della metà degli anni '80, quando furoreggiava "Miami Vice" che, oltre ad essere specchio da incorniciare dell'edonismo reaganiano, avrebbe fatto felice Gustave Flaubert, per il quale "la vanità è alla base di tutto e anche ciò che chiamiamo coscienza non è altro che vanità interiore". Ne abbiamo accennato anche nel Bollettino di questo numero, ma da veri feticisti ci ritorniamo in vista dell'uscita, a luglio, del film tratto dal serial cult del 1984. Chi non è milanese non può capire cosa volesse dire darsi appuntamento in centro davanti a Fiorucci negli anni '80. Ancor di più: trovarsi davanti al negozio che metteva in vetrina le stesse T-shirt che Don Johnson-Sonny Crockett sfoggiava, con tanto di fondina ascellare, nel serial girato nella "capitale del sole" americana. In realtà, il più delle volte, non era un appuntamento per andare da altre parti: si rimaneva incollati al vetro (taluni con la lingua) a desiderare di essere come lui partendo da una T di cotone. La Ferrari, il coccodrillo parcheggiato sullo yacht, le belle donne tra cui sembrava mega-figa anche una tappa come Sheena Easton, le guest-stars di passaggio come David Bowie o Miles Davis, i paesaggi esotici...tutto poteva essere nostro alzando le braccia al cielo per indossare meglio le mitiche T-shirt color pastello che Sonny portava con nonchalance direttamente sotto la giacca. Roba che se uno oggi lo volesse imitare sarebbe internato insieme ai Kajagoogoo come punizione. Eppure all'epoca si partiva da Fiorucci con queste magliette le cui maniche dovevano obbligatoriamente essere più corte del normale, a metà strada tra quelle tagliate di Leroy in "Saranno famosi" e quelle arrotolate di Miguel Bosè nel video di "Super Superman". Il colore poteva variare, nelle tinte pastello, dal rosino all'azzurrino, dall'arancino al giallino. Sopra, una giacca preferibilmente di lino anche in pieno dicembre. Per la sera, ottimo il finto lamè argentato che faceva risaltare i raggi di luna sulle acque torbide dell'Idroscalo. Era considerata da applauso l'abbinata T-shirt rosa sotto giacchetta azzurra: passati davanti al Bar "Le Tre gazzelle", a metà di Corso Vittorio Emanuele, si rischiava di dover firmare autografi. Non trascurabili gli altri dettagli del MiamiVice-style. Pantaloni con le pinces senza cintura e, dulcis in fundo, mocassini bianchi splendenti senza - ripetiamo SENZA - calzini. Per la barba di due giorni, considerata condicio sine qua non per uscire di casa senza essere irrisi, i glabri ricorrevano alle magie della matita stemperata. Visto che i più non potevano permettersi il Ferrari come Sonny, era assolutamente da evitare il metrò per arrivare in centro, considerata la probabile sverginatura dei bianchi calzari immacolati nelle carrozze stipate. Gente che partiva dalla periferia a piedi alle 6 di mattina per non "tradire" lo status di simil-Sonny. I più furbi si portavano tutto il necessaire in valigia e si cambiavano da Burghy, l'antenato di McDonald's. I più vanitosi invece optavano per ancorarsi al cabriolet dell'amico, in modo da arrivare con pettinatura cotonata alla George Michael ai tempi di "Careless Whisper". Riuscirà Michael Mann a ricreare su grande schermo quelle atmosfere, quei ricordi, quel fanatismo? Dubitiamo non tanto per la bravura indiscussa del regista allora produttore factotum del serial-cult, quanto per la melanconia di essere cresciuti noi. I mocassini bianchi si sono inevitabilmente sporcati. Nella stessa Miami dove Sonny vestiva alcuni suoi capi (insieme a quelli di Ungaro e dello stesso Fiorucci), Versace ha trovato tragicamente la morte. Vuoi mettere la T-shirt sotto la giacca con la moda dei piercing all'ombelico, dei collettoni delle camicie d'oggi che rasentano i 20 centimetri, delle sneakers anche sotto il gessatino sugli scalini della Borsa di Milano? A pensarci bene, forse è meglio il piercing, ma la coscienza - la "vanità interiore" di Flaubert - di essere diventati maturi, opprime come una macchia di ragù sulla maglietta bianca portata direttamente sotto la giacca. Nella nostra fondina ascellare, ormai, solo ricordi sparati a salve.
(Articolo di Leo Damerini tratto da Sguardo Fetish, apparso sul "Telefilm Magazine" di Maggio)
BOLLETTINO - Dal piccolo al grande schermo 1/"Miami Vice": tutti in T-shirt alla prima del filmSe non le avete fatte diventare stracci per la casa o se non ci hanno giocato a battaglia navale le tarme, ritirate fuori le mitiche T-shirt color pastello (meglio sul rosa-shocking) che caratterizzarono la moda ai tempi del boom di "Miami Vice" negli anni '80. Se poi aveste anche le giacche sfasate con tanto di spalline alla Mazinga Z e i mocassini bianchi rigorosamente sprovvisti di calzini, potreste conquistare di diritto le prime posizioni delle file che si prevedono per il film in uscita nelle sale americane a luglio, tratto dalla mitica serie con Don Johnson e Philip Michael Thomas. Della moda generata dal serial si parla, per la cronaca, anche nella rubrica "Sguardo Fetish". La pellicola, comunque, non è il solito remake "infedele" di una serie tv: prova ne sia che lo diriga lo stesso produttore del telefilm, Michael Mann, il quale ha aspettato 20 anni per rimetterci mano, nel frattempo passando dietro la cinepresa di capolavori cinematografici quali "Heat", "Ali", "The Insider", "L'Ultimo dei Mohicani". Rispetto al telefilm, in cui Sonny e Rico facevano parte della narcotici, la versione cinematografica avrà un taglio diverso: "non sono più i tempi dei grandi giri di cocaina- spiega Mann - ora si combatte la criminalità globale che viaggia su Internet". Colin Farrell prende il posto di Johnson, Jamie Foxx eredita l'orecchino di Thomas, ma attenzione anche a Gong Li nei panni della cattivissima boss che fa battere il cuore (o giù di lì) a Sonny. Gli addetti ai livori dicono che per finire la pellicola si sia sforato il budget previsto di oltre 120 milioni di dollari, forse anche a causa dei ritardi di riprese per gli eccessi di Farrell. "Sono inezie - replica il regista - qualsiasi altra produzione avrebbe chiuso i battenti, noi siamo riusciti a portare la nave in porto per il varo". Sgommando sulla nostra Ferrari Testarossa bianca verso i cinema per paura di non trovar posto, ci chiediamo: ma non sarà che la T-shirt slavata che indossiamo con aria vintage sia di seconda...Mann?
(Articolo di Leo Damerini tratto dal Bollettino dell'Accademia apparso sul "Telefilm Magazine" di Maggio)
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