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martedì 22 settembre 2020

NEWS - HBO regina dei PandEmmys, Netflix resta a guardare in streaming

Articolo di Mariarosa Mancuso su "Il Foglio"

Hbo batte Netflix. Agli Emmy lo streaming perde colpi a vantaggio della tv via cavo. Vedere alla voce "Euphoria" o "Watchmen". Niente red carpet. Poltrone vuote, al massimo qualche sagoma cartonata ("Per non sembrare un raduno di sostenitori di Donald Trump", ha spiegato il maestro di cerimonie Jimmy Kimmel, in prestito dallo show "Jimmy Kimmel Live!"). Attori, attrici, registi, produttori collegati via Zoom dal salotto di casa, per i ringraziamenti (non tutti presentabili, intendiamo i salotti). Signore e signori, ecco a voi i PandEmmys! - sono sempre parole del bravo presentatore: la prima importante cerimonia di premiazione virtuale, distanziata e disinfettata, fino alle schede con i nomi dei premiati. Gli Oscar della tv, si usa dire. Anche se la tv non è più quella di una volta, con le piattaforme streaming che ci hanno salvati quando eravamo chiusi in casa. Netflix, per esempio, aveva 160 nomination, tra artistiche e tecniche. Ha portato a casa solo due statuette importanti: Dulia Garner attrice non protagonista per "Ozark" e Maria Schrader per la regia di "Unorthodox". Non è andata meglio alle altre piattaforme, che negli anni scorsi avevano trionfato con "La fantastica signora Maisel" (Amazon) e "Handmaid's Tale" (Hulu). Ha fatto man bassa di premi Hbo, la tv via cavo che inventò lo slogan "It's not tv, it's Hbo". Forse per tradizione, o forse per barriere d'entrata più rigide rispetto alla concorrenza streaming, è ancora la sigla che produce le serie o miniserie migliori. "Euphoria", per esempio: molto liberamente ispirata a una serie israeliana con lo stesso titolo, ha fatto vincere alla protagonista Zendaya l'Emmy come migliore attrice drammatica. La più giovane nella storia del premio, battendo Jennifer Aniston, Olivia Colman, Laura Linney. Ha ringraziato circondata da uno stuolo di sostenitori.

Regina King - diventata regista con "Una notte a Miami", presentato pochi giorni fa alla Mostra di Venezia - ha vinto per la miniserie "Watchmen" di Damon Lindelof, tratta con qualche libertà dai fumetti di Alan Moore e Dave Gibbons (per gli spettatori italiani, su Sky Atlantic e Sky on demand). Altro record: è il primo Emmy a premiare una storia disegnata, che dopo il film girato da Zack Snyder nel 2009, è stata adattata ai tempi anticipando il movimento Black lives matters. Regina King - ovvero Sister Night, che a Tusla combatte i razzisti - indossava una maglietta con il volto di Breonna Taylor, uccisa a Louisville dai poliziotti che perquisivano casa sua. Targata Hbo anche "Succession" (sempre Sky Atlantic e Sky on demand). La strepitosa serie scritta da Jesse Armstrong con un occhio a Shakespeare e al suo "Re Lear". Un miliardario a capo di un impero mediatico, padre di tre figli, sceglie il suo erede tra crudeltà, tradimenti, giochi doppi e tripli, mentre i giornali, le televisioni, perfino i parchi divertimenti cambiano. Sono tutti bravissimi, speriamo che i 7 Emmy siano propizi all'arrivo della terza stagione. "Schitt's Creek" ha vinto tutti i premi importanti nella categoria "serie comica": attrice protagonista e non protagonista, attore protagonista e non protagonista, regia sceneggiatura. Schitt's cosa? E' una serie di produzione canadese, già alla sesta stagione, rilanciata da Netflix. Non in Italia però, restiamo alla periferia dell'impero. Gli showrunner si chiamano Eugene Levy e Daniel Levy, padre e figlio (Eugene era il genitore con i sopracciglioni neri in "American Pie", scena pecoreccia con la torta di mele appena sfornata). La serie preferita dalla comunità Lgbt d'America, per la tranquillità con cui racconta una romantica relazione tra due giovanotti.

lunedì 16 marzo 2020

NEWS - A(m)mazon, che figuraccia di merda! Dapprima PrimeVideo per tutti gli abitanti della "Zona Rossa" del CoronaVirus, poi retromarcia quando si è estesa in tutta Italia (sarebbe un salasso)!
Amazon Prime Video, insieme con TimVision, aveva aperto i suoi servizi in streaming gratuitamente fino al 31 marzo per gli abitanti nelle zone rosse. Infinity di Mediaset, invece, aveva messo a disposizione due mesi gratis. Ma con l'allargarsi delle zone rosse (che da Codogno e dintorni poi avevano compreso tutta la Lombardia, parte del Veneto e dell'Emilia e, adesso tutta l'Italia), i termini della faccenda sono cambiati. E Prime Video ha confermato l'offerta solo per gli abitanti della prima e più ristretta zona rossa, mentre non l'ha estesa a tutto il territorio italiano. Una piccola scivolata di stile motivata da «complessità tecniche». Va detto che comunque resta valido, come al solito, il mese di prova gratuita per tutti i nuovi potenziali clienti Prime Video.

domenica 8 marzo 2020

NEWS - CoronaVirus, allarme sul serial! Le produzioni fermano le registrazioni, pericolo di ritardi e cancellazioni

Articolo tratto da "Il Sole 24 ore"
Il Coronavirus colpisce anche il piccolo schermo. E la Tv al tempo del Covid-19 rischia di uscire molto impoverita da questo contagio, con contraccolpi per gli spettatori, che possono trovarsi senza molti degli appuntamenti di intrattenimento live che scandiscono i palinsesti, ma anche per le società di produzione, quelle che rappresentano l'impalcatura della tv italiana e che lanciano l'allarme: «Entro pochi giorni oltre la metà delle produzioni di intrattenimento sarà colpita dall'emergenza sanitaria. E anche sulla serlailtà gli effetti non tarderanno ad arrivare». Giancarlo Leone, presidente di Apa, l'associazione che raggruppa le società grandi e piccole di produttori audiovisivi indipendenti - Endemol, Magnolia, Banijay, Fremantle, Lux, Cattleya, Palomar, solo per citarne alcune - mette in guardia da un contraccolpo «già visibile» agli aficionados di quel simulacro familiare che, pur se uscito dai confini del televisore allargandosi a tablet, smartphone e vari device, rimane pur sempre un punto centrale nella vita degli italiani godendo in questi giorni, fra scuole chiuse e smart working, di ascolti in crescita. Un esempio? "La Corrida", il varietà condotto da Carlo Conti su Rai1, è la prima vittima: slittata a data da destinarsi. L'elenco è però lungo fra programmi che rischiano di saltare, altri che andranno in onda senza pubblico, e altri ancora conproduzioni che stanno ritardando in attesa di capire meglio l'evoluzione. Il problema è anche sulla serialità. «In questo caso - dice Leone - gli effetti si vedranno più in là, visto che le serie trasmesse sono state prodotte e consegnate fino a maggio. Ma quelle in partenza e in via di completamento rischiano». È evidente che le società di produzione sono in allarme. Studi vuoti e palinsesti in bilico che i broadcaster potrebbero trovarsi a rattoppare qua e là con film, serie e intrattenimento d'archivio, vogliono dire anche, lato produzione, un contraccolpo «che rischia di essere fortissimo». Per dare un'idea, il comparto del cinema e dell'audiovisivo ha unvalore della produzione che, stando agli ultimi report, si aggira sul miliardo di euro, dando lavoro a ioomila addetti: 250 milioni per il cinema; 370 milioni per la serialità; Sao perl'intrattenimento; 6o dadocumentari e animazione. In questo quadro, un episodio di coronavirus su un set o in un albergo che ospita le troupe può mandare all'ariaillavoro. E per leprotluzioni seriali che in generale oscillano f ra i 4 ai la milioni di euro di investimento, tutto questo rappresenta un sostanziale disincentivo a partire. Dal mondo della produzione tv arriva così un allarme rosso, che potrebbe sostanziarsi nella perdita di commesse anche dall'estero visto che colossi come Netflix o Amazon hanno scommesso su produzioni locali. «In questa situazione - aggiunge Leone - riteniamo che si debbatenere inmassima considerazione l'allarme che stiamo lanciando». In tal senso, pur nella consapevolezza che il problema è esogeno, «qualcosa per affrontarlo si potrebbe fare. Penso ad esempio alla possibilità di derogare alla disciplina dello split payment cui sono sottoposti committenti come la Rai o Tim con la sua Timvision». L'ideaè quella dí permettere aqueste sodetàdiversarel'Iva ai fornitori (le società di produzione) invece che direttamente all'Erario. In questo modo le società di produzione avrebbero risorse in più per affrontare il momento critico. «Penso perb anche a interventi assicurativi a garanzia dei blocchi di produzione. Un soggetto pubblico come Sace o Simestpotrebbe supplire in una fase in cui questi tipi di copertura assicurativa da parte deiprivati non sono offerti». Essenziale sarà non perdere tempo. «L'emergenza va presa di petto. È l'unico modo e noi non possiamo che muoverci in stretta collaborazione con il Mibact che è il luogo ideale, con collaboratori e competenze necessarie per affrontare questa fase».

lunedì 3 febbraio 2020

NEWS - Clamoroso al Cibali! Sky in trattativa per portare Disney+ sulla propria piattaforma: dopo l'accordo con Netflix, meglio aggregare che perire nella concorrenza...

News tratta dal "Corriere Economia"
Il mercato delle piattaforme streaming attacca e le pay reagiscono. Sky, in particolare. Che a fronte del rischio di perdere abbonamenti ha deciso di cambiare pelle. 0 meglio, di aggiungere alla sua natura di produttore e distributore, quella di aggregatore. E così, dopo aver messo Netflix a disposizione dei propri clienti, su Sky Q il gruppo sarebbe in trattativa con Disney per aggiungere anche la piattaforma streaming Disney+ alla propria offerta. L'operazione, ancora in fase di negoziazione, dovrebbe riguardare per il momento il Regno Unito per poi coinvolgere tutti i Paesi in cui Sky e presente, Italia compresa. Come per Netflix, anche per Disney+ (che arriverà sul nostro mercato il prossimo 24 marzo, indipendentemente dall'accordo con Sky) l'obiettivo è quello di presentare agli utenti i contenuti nell'interfaccia iniziale senza distinzioni grafiche tra Sky, Netflix e Disney e di valorizzare i singoli contenuti senza «concorrenza». Il vantaggio per Sky è evidente: diventerebbe un contenitore di eccellenza in grado di offrire una serie di contenuti a sconto. Oltre ai propri, avrebbe tutta la library di Netflix e l'immenso archivio di Disney (che significa Star Wars, Marvel e Pixar), intercettando una buona fetta di pubblico non disposto a pagare più di un abbonamento al mese. Ma anche Disney ne guadagnerebbe: con la decisione di creare la propria piattaforma streaming, il gruppo guidato da Bob Iger ha tolto i propri canali dalle pay tv (senza escludere comunque la possibilità di accordi di licenza con le stesse pay), disintermediando la catena distributiva dei propri contenuti. L'accordo con Sky le permetterebbe di ampliare la propria base clienti. In particolare in Italia gli abbonamenti delle pay sono circa 4,5 milioni (concentrati in Sky), quelli degli Ott (Netflix, Amazon Prime, Apple tv, Infinity, Tim Vision, Dazn) sono circa 6. Di questi 10,5 milioni, circa 8 sono le famiglie e 2 milioni sono quelle che oltre a un abbonamento Sky, hanno sottoscritto l'abbonamento a una Ott. Disney insomma rischia di trovare un mercato se non saturo, quanto meno già strutturato. «Allearsi» con Sky significa pescare anche in questo bacino. Senza pestarsi i piedi a vicenda. I modelli possono convivere tra loro: sia il modello Netflix che fa da produttore e distributore e che, anzi, si è prepotentemente inserito nella produzione di contenuti propri, come confermato dalla partecipazione massiva ai Golden Globes e agli Oscar. Sia il modello Disney che prova a monetizzare fino in fondo la propria enorme produzione e library. Sia il modello aggregatore di Sky. «È in corso una fase di proliferazione degli Ott sotto la spinta dei grandi produttori di contenuti — afferma Claudio Campanini, amministratore delegato di Kearney Italia —. Attaccati da Netflix, hanno deciso di raggiungere direttamente il consumatore facendo leva su marchi molto presenti nella mente del consumatore come Disney. Questo cambierà la modalità di ricerca e fruizione dei contenuti e creerà nuove esigenze nei consumatori».

martedì 12 novembre 2019

NEWS - Clamoroso al Cibali! Disney+ supererà Netflix nel 2025 con oltre 100 milioni di nuovi utenti

News tratta Deadline.com
Five global platforms led by Disney+ will dominate the streaming wars by 2025, according to a new SVOD study. Digital TV Research reports that the anticipated Disney service that launches Tuesday will amass 101 million subscriptions in the next six years as it will combine with NetflixAmazon Prime Video, Apple TV+ and HBO Max for 529 million subscriptions by mid-decade. Behind the Disney service as far as new subscribers by 2025 is Netflix, with 70 million, the study found. While that shows that the most established platform still has room for growth, Digital TV Research noted that Netflix is expected to add only 6 million U.S. subscribers in the next six years. The study forecasts 235.6 million subs for Netflix by 2025, 135 million for Prime Video, 30.1 million for WarnerMedia’s HBO Max and 27.2 million for AppleTV+. The study (read it here) also makes subscriber and revenue forecasts for every year in 138 countries through 2025. It contains profiles for the five biggest global players along with NBCUniversal’s nascent service Peacock, which goes live in April, and the unnamed Viacom CBS platformThe streaming sector’s battle for supremacy kicks off in earnest this month with the November 1 launch of AppleTV+ and Tuesday’s arrival of Disney+. HBO Max joins the battle in May. Here’s a look at how the Digital TV Research study sees the streaming wars playing out by 20205:

lunedì 14 ottobre 2019

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
La bellissima idea di "Made in Italy"
"Una bella idea, una bellissima idea: raccontare la nascita della grande moda italiana nella Milano degli anni Settanta, quando si passava dall'haute couture francese al pret-à-porter italiano, descrivere i primi passi dei grandi stilisti italiani che hanno influenzato in tutto il mondo la moda, il gusto e la cultura. La serie Made in Italy nasce dalla ferma volontà di Camilla Nesbitt, è diretta a quattro mani dai registi Ago Panini e Luca Lucivi e si snoda in otto puntate visibili su Amazon Prime Video. Tutto inizia a Milano, nel 1974, quando Irene (la brava Greta Ferro), figlia di un operaio metalmeccanico, ottiene un posto come assistente redattrice nella prestigiosa rivista di moda Appeal (su di lei aleggia il fantasma di Franca Sozzani). Se Good Girls Revolt è l'inevitabile binario narrativo su cui scorre la vita redazionale, dove svetta la tormentata capo servizio Pasini (Margherita Buy), è altrettanto vero che la period comedy ricostruisce a pieno il clima e la colonna sonora di quegli anni in cui tutto pareva possibile e i «sogni d'oro» si mescolavano torbidamente con gli «anni di piombo», i fermenti con le contraddizioni. Più delle linee narrative (la redazione, le vicende personali spesso drammatiche, l'emergere dei marchi), a tratti venate da una fragilità di sceneggiatura, è molto interessante la mistura fra fmzione e repertorio che compone i medaglioni dei vari stilisti: Armani, Versace, Krizia, Missoni, Ferré, Fiorucci, solo per citarne alcuni. E un riuscito tentativo di biografare non solo le persone ma anche la bellezza di un mestiere, sospeso tra alto artigianato e artisticità. Se la felicità edenica ci è negata per sempre, attraverso un'eleganza a portata di molti, la moda ci restituisce un'immagine non del tutto infedele del paradiso perduto. In Made in Italy (non solo mafia, finalmente!) trama e ordito sono snodi narrativi ma anche destini d'incoercibile e sfuggente incanto". (Aldo Grasso)

lunedì 7 ottobre 2019

NEWS - Alla fine, come previsto, ha vinto Netflix! Per non essere travolte, Sky e Mediaset costrette a allearsi: dal 9 ottobre la library un tempo solo on line visibile anche su Sky (frenate gli applausi: si paga come sul web!), mentre domani Mediaset annuncerà la co-produzione di contenuti con l'azienda di Los Gatos

News tratte da "Il Messaggero"+"Il Sole 24 ore"
Un'avvisaglia di tempesta, un'altra piccola scossa tellurica che precede lo sconvolgimento che sta per abbattersi nel mondo dell'intrattenimento. Sky e Netflix uniranno le forze convogliando i loro prodotti in un unico "aggregatore" di contenuti: «Annunciamo l'inserimento di Netflix nell'offerta di Sky Q perché aggregare è fondamentale - ha detto, dall'EY Digital Summit in corso a Capri, il responsabile di Sky Europe Andrea Zappia - di fronte a un'offerta gigantesca un aggregatore è importantissimo per semplificare la vita agli utenti». Come già accade in Inghilterra e Germania, un solo clic sulla app di Netflix dal decoder di Sky (da cui è già possibile accedere anche a YouTube, DAZN e Spotify) sarà sufficiente per accedere ai contenuti delle due piattaforme. Comodo per lo spettatore, se si considera che solo l'offerta di serie tv dai cosiddetti OTT (operatori come Amazon, Hulu e Netflix) nel 2018 è arrivata a circa 300 nuovi prodotti, di cui più della metà licenze originali Netflix. Saltare da un operatore all'altro, e navigare tra pacchetti e listini diversi, per il consumatore di streaming, nato in epoca post zapping, è un "fastidio" facilmente aggirabile aggregando. Ma la tattica messa in campo, più che per il consumatore, è pensata come una sorta di salvagente - o arma segreta - per i due giganti dell'entertainment minacciati dall'arrivò dei competitor Usa. Se da un lato Sky arricchisce il suo palinsesto, offrendo un nuovo servizio ed evitando una guerra di prezzi contro Netflix (capace di politiche molto aggressive), dall'altra Netflix si allea con un operatore capace di garantirgli ricavi sicuri.
Dal 9 ottobre i clienti Sky Q con Sky TV e Sky Famiglia potranno già sottoscrivere l'offerta al prezzo di €9,99 in più al mese nella fattura Sky. Per chi non ha ancora sottoscritto il pacchetto Sky Famiglia, aggiungere Intrattenimento plus costerà 15,39 €. L'offerta Intrattenimento plus sarà inoltre disponibile entro dicembre anche per tutti i nuovi clienti Sky, che potranno attivarla al momento dell'acquisto del proprio abbonamento Sky.
Chi ha già un abbonamento Netflix potrà decidere di sottoscrivere Intrattenimento plus, anche mantenendo il proprio profilo Netflix, per beneficiare dell'esperienza di visione di Sky Q e dei vantaggi di prezzo di questa offerta. Oppure potrà vedere Netflix direttamente attraverso l'app disponibile su Sky Q. L'offerta include il piano Netflix Standard (visione in HD e su 2 schermi in contemporanea, del valore di €11,99). I clienti Sky Q Platinum che già vedono Sky su tutte le Tv di casa, invece, allo stesso prezzo avranno il piano Netflix Premium (visione in 4K e su 4 schermi in contemporanea, del valore di €15,99). Prossimamente l'app Netflix sarà anche disponibile su Now Tv Smart Stick e Now Tv Box.
Un'alleanza che è segno dei tempi moderni, quelli in cui, pur di andare incontro alle nuove abitudini dello spettatore 2.0, si è disposti a rompere anche barriere e inimicizie un tempo insormontabili (vedi alla voce House of Cards, originale Netflix la cui licenza, prima che Netflix arrivasse in Italia, apparteneva proprio a Sky). Ma l'accordo tra Sky e Netflix è solo una delle mosse, e certo non l'unica, che le nuove piattaforme e gli operatori tradizionali stanno mettendo in campo in attesa dell'irruzione sui (piccoli) schermi di Apple, Google e Disney +, colossi assai aggressivi dalla disponibilità economica molto elevata.
Alleanze strategiche e joint venture come quella, da siglare ufficialmente martedì prossimo, tra Netflix e Mediaset. Ovvero il più grande accordo del genere in Italia, nato per affrontare la concorrenza futura e aumentare la redditività: sette film in coproduzione (e la probabile distribuzione della serie cult Stranger Things in chiaro) in cambio del lancio in anteprima su Netflix per un periodo di tempo terminato. Un'operazione fotocopia rispetto a quella che Mediaset ha già realizzato con Amazon, coproducendo la serie Made in Italy e concedendola in anteprima in streaming agli abbonati della piattaforma. «Con Netflix e Amazon abbiamo conversazioni e un buon rapporto», aveva detto a luglio Piersilvio Berlusconi. Con la guerra alle porte, e le corazzate in arrivo, i media sul campo si affidano al vecchio adagio: il nemico del mio nemico è sempre più il mio amico.

giovedì 15 agosto 2019

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

IL FOGLIO
In "The Boys" i supereroi tra populismo e reputazione da difendere
"Fatemi dire una cosa. Sono felice di essere qui, davvero. Una tragedia ha colpito il nostro paese questa settimana. Non usiamo mezzi termini: l'America è sotto attacco. Qualcuno vorrebbe che io salissi su questo palco a dire banalità con un discorso di circostanza, istituzionale. Ma non voglio, non posso. Sapete perché? Perché credo che quello che Dio vuole da me è che io vada là fuori, trovi i luridi bastardi che hanno organizzato l'attacco in qualunque grotta si nascondano e li porti di fronte a una cosa chiamata giustizia divina! Questo è quello che penso! E' la cosa più americana che si possa fare, la cosa giusta che va fatta! E invece no, perché sembra che io debba chiedere il permesso al Congresso! Giusto? Io dico no! Io rispondo a una legge superiore!". Non è difficile immaginare il presidente americano pronunciare un discorso simile, o per restare più vicini, diciamo a casa nostra, pensare che possa essere stato qualcuno che brandisce il rosario al termine dei comizi come fosse, appunto, la testimonianza di una legge superiore alla quale risponde. A pronunciare quel le parole e invece il Patriota, personaggio principale di "The Boys", serie tv da poco su Prime Video. L'attacco di cui parla il biondo, fighissimo supereroe interpretato da Antony Starr è un dirottamento aereo da parte di alcuni estremisti islamici. Essendo supereroe volante e dotato di sguardo inceneritore, qualche ora prima aveva raggiunto l'aereo di linea insieme con la sua compagna, Queen Maeve (l'attrice Dominique McElligott), aveva fatto fuori gli estremisti e poi, tra un sorriso a trentadue denti e l'altro, ops!, aveva incenerito pure la plancia di comando con comandante. Mentre l'aereo precipita, Queen Maeve - presa da un raro momento di empatia-supplica: "Almeno salviamo la bambina!", e il Patriota replica: "Così che racconti al mondo come li abbiamo lasciati morire tutti? Non se ne parla!". "The Boys" è il populismo applicato ai supereroi, che non sono per niente buoni: sono influencer, e l'unica cosa di cui si preoccupano "è la loro reputazione". Tratta dall'omonimo fumetto scritto da Garth Ennis e disegnato da Darick Robertson nel 2006, oltre al plot tradizionale degli anti eroi che combattono i finti eroi in un modernissimo cortocircuito in cui non si salva nessuno - gli otto episodi della prima stagione della serie tv sono ambientati ai tempi di Facebook, di Instagram e Twitter, dei ricatti sessuali con video rubati, ai tempi dell'hate speech strumentalizzato, degli accordi di riservatezza quando i supereroi si mettono nei guai (come quando "l'uomo più veloce del mondo" investe una ragazza su un marciapiede e la disintegra, in una delle migliori sequenze slow motion/splatter del cinema). Un gruppo di ex mercenari della Cia ha capito il gioco dei supereroi evorrebbe demolire l'aura di intoccabilità che si sono costruiti, ma deve far fronte all'opinione pubblica contraria, che preferisce di gran lunga i vendicatori alle noiose regole della democrazia e dello stato di diritto. Il colosso che gestisce i "Sette", cioè l'élite dei supereroi, produce una montagna di soldi grazie ai diritti di film, merchandise, comparsate e bagni di folla. Un ufficio di "monitoraggio crimini" li indirizza verso i delitti più televisivi, costruisce l'immagine di ognuno e la narrazione del personaggio. In sostanza i supereroi sono eterodiretti, il loro mestiere è soltanto quello di apparire e sorridere durante le lunghe sessioni di selfie. Il giustizialismo è l'arma segreta del supereroe-leader, la macchina perfetta per aumentare l'indice di gradimento. Ricorda qualcosa?". (Giulia Pompili)

martedì 28 maggio 2019

NEWS - Drive me crazy! Dal 14 giugno su Amazon il serial già cult "Too old to die young" del visionario Refn. Un nuovo "Banshee" al neon?

Articolo tratto da "La Repubblica"
"'Troppo vecchio per morire giovane'. E' programmatico il titolo della serie Amazon firmata dal regista Nicolas Winding Refn presentata in anteprima a Cannes. Dai tempi di Drive (2011) è stato proprio il festival francese a trasformare Refn in un controverso protagonista del cinema d'autore, adorato o irriso dai critici per l'ultra violenza estetizzante e la narrazione rarefatta. Proprio Drive, per dire, era stato apprezzato all'epoca dal Presidente della Repubblica cinefilo Giorgio Napolitano. Non è stata proprio una sorpresa che il regista, da sempre affascinato dalle nuove piattaforme, i cui film sono spesso al confine con la videoarte, abbia realizzato per Amazon Too old to die young, disponibile dal 14 giugno. La serie è composta di 10 episodi da 70 minuti ciascuno, in teoria fruibili in ordine sparso: alla rassegna francese sono stati presentati i numeri 4 e 5, molto diversi tra loro. «Per me è un film di 13 ore. Ho tagliato e separato in ogni punto in cui mi sentivo di farlo. È stato come dipingere su una tela enorme, spezzarla in piccoli pezzi per mostrarla agli spettatori», spiega l'autore pallido, camicia bianca e giacca nera tarantiniana. «L'idea è nata quando ho presentato Solo dio perdona. Mi aveva colpito il nuovo modello di lancio di Netflix che metteva a disposizione tutti gli episodi insieme. Ho capito che la televisione si era evoluta e quello sarebbe diventato il grande mercato, ma anche un formidabile bacino artistico. Mi ha contattato Amazon, che aveva distribuito Neon demon: ho pensato a qualcosa legato alla morte e alla religione ed è arrivato il titolo. Mi è stata lasciata libertà totale. Ho parlato con Ed Brubaker (sceneggiatore per Marvel e DC, ndr), abbiamo iniziato a scrivere insieme». Al centro della serie c'è un poliziotto dalla doppia vita, interpretato da Miles Teller (Whiplash, Divergent, 1 fantastici 4), che di giorno fa terapia di gruppo contro la rabbia e di notte uccide — per una setta di vendicatori e un po' per la malavita — solo i criminali più abbietti. Sul fronte romantico ha una relazione con una studentessa modello, ex attrice bambina (Jena Malone), sullo sfondo politico c'è un'America fascista, piena di rimandi all'era Trump. L'episodio 4 ha un andamento lento e propone molte riflessioni filosofiche su un mondo in piena decadenza, il 5 è una discesa agli inferi della pornografia violenta. Non manca il feticismo tipico di Refn: un uomo che deterge, veste e mette lo smalto a una donna-bambola. In tutto questo Miles Teller è l'eroe romantico quanto laconico che finora nella filmografia di Refn aveva avuto il volto di Ryan Gosling. «Ci siamo incontrati, abbiamo parlato e mi è restato in mente: non potevo credere alla sua incredibile somiglianza con Elvis Presley. Ho pensato che fare un film con Elvis sarebbe stato bellissimo». Stavolta non c'è solo un protagonista maschile. «La serie — racconta Refn — si è evoluta in corsa, scrivevo di notte e giravo di giorno. Ho avuto l'approvazione dopo i primi tre episodi e non avevo ancora scritto gli altri. Avevo già sviscerato abbastanza il dilemma morale del protagonista e così ho iniziato a esplorare i personaggi femminili, che avranno un grandissimo spazio nella seconda parte. In pratica tu parti conoscendo l'uomo, poi incontri le donne e continui il viaggio con loro». A cambiare non sarà solo il punto di vista, ma anche la lingua: «Ci sono episodi girati interamente in spagnolo: ho cercato di aprire la storia a molte sensibilità diverse, per parlare alle generazioni più giovani. Viviamo in una società multietnica, variegata anche dal punto di vista sessuale e culturale. Ho tenuto dritta la barra della creatività anche in un progetto così gigantesco». Refn ha impresso il marchio indelebile su un'operazione mediatica che sa governare come pochi. A partire dalla firma che è anche la sua piattaforma personale byNWR. Non è un regista nostalgico del grande schermo, anzi cavalca la ricerca di nuovi linguaggi visivi. «Mi sono trasferito con i miei a New York che ero un ragazzino, ho scoperto il mondo guardando la tv. A Copenaghen c'era un solo canale, all'epoca. All'improvviso ho sperimentato mille realtà diverse attraverso il tasto del telecomando. La mia introduzione al cinema è arrivata per via digitale: è stato un vantaggio, per come il mondo si è trasformato ora. C'è grande fermento e tanta concorrenza, questo fa bene alla creatività. Mi è capitato spesso di essere stroncato, succede quando sei nel giusto». Nella serie c'è anche la sua visione filosofica e morale del mondo, il racconto di un'Apocalisse tra Shakespeare e Sergio Leone: «Racconto di uomini e donne che sono stati dimenticati, lasciati indietro dall'interesse generale, dai politici che conosciamo, dall'ineguaglianza di massa, dal risorgere del fascismo. Cose che sappiamo e che ci fanno venir voglia di bruciare tutto e ricominciare da capo». La turbolenza artistica di Refn è bilanciata da una vita personale da favola, una moglie e due figlie con cui vive a Copenaghen: «Una vita tranquilla, in un paese in cui purtroppo la destra tenta di risollevare la testa». Alla moglie Liv Corfixen, attrice (per Susanne Bier, anche nei primi film del marito) e documentarista, deve tanto: «È l'unica donna che ho avuto, è straordinaria. II documentario che ha girato su di me sul set di Solo Dio perdona, My life directed by Nicolas Winding Refn, era oggettivo, sa essere molto dura con me». Il pallido, glaciale autore si scioglie, cerca sul telefono delle foto con la moglie e le figlie di quindici e nove anni: «La più grande non è interessata ai film, la piccola è una cinefila, insieme guardiamo cartoni e classici in bianco e nero». Refn si alza in piedi: «Vuoi venire con me?», esce nel terrazzo assolato per farci conoscere la moglie. Come succederà nella sua serie tv, la conversazione prosegue con una protagonista femminile.

lunedì 15 aprile 2019

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

AVVENIRE
"This Is Us" esempio riuscito di (buona) famiglia
"Cè una serie televisiva che ha coinvolto e commosso gli Stati Uniti e che da qualche tempo sta mettendo insieme molti appassionati anche da noi. C'è chi la segue su Fox Life, chi su Sky Go e chi sulla piattaforma on demand di Amazon. S'intitola This is us (letteralmente "Questi siamo noi"), è ideata da Dan Fogelman e racconta le vicende della famiglia Pearson tra figli naturali e adottati, bianchi e neri, sviluppandola su più livelli temporali. Si va dagli anni Ottanta, da dove la storia prende avvio, ai giorni nostri. I protagonisti sono una coppia di genitori e i loro tre figli. Storie diverse, con alcuni punti in comune, destinate tutte a intrecciarsi, mentre la continua altalena tra presente e passato, oltre a permettere qualche colpo di scena, favorisce l'analisi psicologica dei per In molti casi la televisione mette in ombra o in cattiva luce la famiglia tradizionale, ma non mancano le eccezioni interessanti sonaggi mettendo in evidenza i rapporti interpersonali, soprattutto tra figli e genitori, ma anche le insoddisfazioni peri sogni non realizzati o la ricerca di un cambiamento.
o sfasamento temporale permette anche di aggiungere ogni volta dei tasselli che chiariscono le ragioni delle nuove dinamiche e dei nuovi equilibri che si sono venuti a creare nel corso degli anni. In altre parole, i momenti cruciali, le svolte e le scelte che hanno dato una direzione alla vita dei protagonisti in un verso anziché in un altro. Se poi sia stato giusto o sbagliato lo si valuta sulla lunga distanza pronti a rimediare. This is us è una serie realizzata con buona tecnica e intreccio coinvolgente, che ha il pregio di raccontare l'essere umano nel contesto della famiglia attraverso il matrimonio, il rapporto tra padri e figli o tra fratelli, la malattia e persino la morte. Lo fa senza sconti, raccontando la complessità della vita, con molto realismo, ma anche con molta umanità. Da una parte si può accusare un genitore di avere spezzato il sogno di un figlio. Dall'altra il figlio ammette che deve al genitore la propria forza. Nel frattempo tutti imparano a condividere gioie, perdono, coraggio e speranza, felicità e amore, guidati come nella vita reale da emozioni e sentimenti.
Evero che la tv tende a semplificare, ari durre al minimo comune denominatore i problemi, pur ingigantendoli o riducendoli a seconda delle necessità. E vero anche che non c'è in questa serie come in altre un riferimento esplicito alla trascendenza o a una morale più stringente e non mancano nemmeno elementi discutibili, ma almeno c'è la ricerca delle proprie radici, la fedeltà, l'apertura alla vita, la condivisione.Valori che se anche presentati in modo laico possono creare un humus positivo per una riflessione che può andare ben oltre la contingenza di una serie tv. Non va sottovalutato nemmeno lo spaccato sulla società americana che in qualche modo scorre sullo sfondo accennando a temi importanti come l'integrazione, i diritti civili, le ripercussioni interne delle guerre combattute fuori dai propri confini, le questioni etiche, quelle morali e quelle politiche.
Pur con tutti i limiti di una fiction televisiva, va dato atto a This is us di essere una delle non molte serie che affrontano senza particolari distorsioni il tema della famiglia. E non è un caso che negli Stati Uniti vada in onda sulla Nbc che già aveva trasmesso Parenthood dalla quale è stata esplicitamente tratta la nostra Tutto può succedere, altro caso di family drama innovativo, con una buona scrittura e un buon ritmo, che racconta le vicende di quattro fratelli (due maschi e due femmine), con i loro coniugi (in due casi), i loro figli (in tutti e quattro i casi) e i loro genitori, puntando sulla solidarietà familiare e il tentativo di dialogo tra le generazioni, ma anche sull'accettazione della gravidanza e della maternità. Anche in Tutto può succedere come in This is us è già tanto che si parta da famiglie con tre o più figli di fronte a una realtà come quella italiana in cui la media è di uno o poco più. Per cui se è vero che in molti casi la televisione a livello di fiction mette in ombra o addirittura in cattiva luce la famiglia cosiddetta (ingiustamente) tradizionale a beneficio di ben altre aggregazioni, è altrettanto vero che non mancano le eccezioni, senza andare a scomodare La famiglia Bradford della serie cult della fine degli anni Settanta e inizio Ottanta E sufficiente aggiungere, ancora come esempio, I Durrell - La mia famiglia e altri animali, al momento in onda su LaEffe. Una storia che inizia nel 1935, quando Louisa Durrell improvvisamente si trasferisce insieme ai suoi quattro figli da Bournemouth, in Inghilterra, a Corfu, in Grecia. Suo marito, Lawrence, è morto da alcuni anni e la famiglia sta attraversando un periodo difficile dal punto di vista economica Nell'isola greca, dove l'elettricità è ancora un lusso, ma la vita è molto meno costosa, i cinque trovano una nuova dimensione, mentre il piccolo di famiglia, Gerry, scopre l'amore per gli animali, che osserva nelle sue spedizioni e spesso decide di portare a casa con rocambolesche conseguenze. L'interessante della serie è l'analisi dei personaggi umani studiati quasi al pari degli animali (in senso positivo, ovviamente). A volte gli autori lo fanno con molta ironia, inventandosi anche qualche piccola perfidia da affidare alle parole e all'azione dei propri protagonisti. Non sono soltanto memorie, né soltanto osservazioni naturalistiche, bensì la storia di un paradiso terrestre e di un ragazzo che vi scorrazza instancabile, curioso di scoprire la vita, passando anche attraverso avventure, tensioni e turbamenti, ma sempre in un clima di sostanziale serenità. Una serie che descrive con l'occhio del bambino e al tempo stesso dello scienziato una famiglia disordinata e rissosa, ma felice, pronta a tutto pur di rimanere unita i sono anche le cosiddette sitcom che affrontano spesso il tema della famiglia con storie di padri, madri e figli a confronto, la maggior parte delle quali arriva dagli Stati Uniti. Tra le migliori, sempre per fare degli esempi, c'è senz'altro Speechless, che con ironica leggerezza e senza pietismi tratta anche il tema della disabilità. La serie segue le vicende della famiglia DiMeo: padre, madre e tre figli di cui il maggiore affetto da paralisi cerebrale infantile. Accettabile anche The Middle, che narra di una famiglia composita, nel carattere e non solo. Si potrebbe definire una famiglia ad altezza variabile: il padre altissimo, la madre piccoletta, un figlio quasi nano e gli altri due nella media. Anche il fisico, al pari dell'arredamento e dei colori della casa, ha un senso nel caotico gruppo familiare le cui vicende sono narrate dal punto di vista della mamma. Quella di The Middle è una comicità surreale non proprio nelle nostre corde, e il doppiaggio non aiuta, ma lo stile è sostanzialmente garbato, la famiglia gioca pur sempre un ruolo positivo e qualche sorriso, se non proprio una risata, ci scappa. Insomma, la famiglia sarà anche in crisi, ma perla tv resta una grande fonte di ispirazione: ci pesca a piene mani e a volte con buoni risultati".

giovedì 28 marzo 2019

NEWS - Di Maio in peggio! Netflix definisce "crazy" le norme del governo ereditate da Franceschini (e mai smentite) che impongono una percentuale italiana/europea di produzioni ai soggetti di streaming 

News tratta da "Affari&Finanza"
"'This is crazy", è sbottata Marianna Scharf, EU policy manager di Netflix, mercoledì scorso al primo incontro del tavolo istituzionale governo e operatori convocato per discutere della direttiva Ue sui contenuti europei, sui decreti attuativi mancanti del "vecchio" Ddl Franceschini e, in sintesi, per decidere la quota di produzioni europee e italiane che deve comparire nei palinsesti delle tv, delle pay tv e anche delle library delle piattaforme Ott. Primo incontro e prima volta a un tavolo istituzionale anche per Amazon e Netflix. Per quest'ultima erano in tre. Il direttore della divisione European Public Policy Marzena Rembowski, che non parla italiano; la policy manager Sharf, che invece l'italiano lo parla, e infine Lucia Carta, esperta di acquisizione e gestione diritti che Netflix ha appena strappato a Mediaset. La "pazzia" era nel fatto che a Netflix era stato chiesto di accettare le quote e di esprimere una posizione negoziale precisa in fretta. Troppo in fretta per le loro abitudini. Al prossimo incontro, tra alcuni giorni, arriveranno sicuramente più attrezzati.

lunedì 25 marzo 2019

NEWS - Dopo "L'amica geniale" e "Il nome della rosa", tocca a "Il Gattopardo"! Il boom italiano di serie tv tratte da best seller e classici mette però in luce l'incapacità di scrittura originale seriale

News tratta da "Corriere Economia"
Forse anche stavolta avrebbe avuto ragione il Principe di Salina. II principio per cui «bisogna che tutto cambi perché tutto rimanga come è», potrebbe valere anche in questa fase rivoluzionaria per il mondo della case di produzione: l'avvento dello streaming, le serie tv che diventano «l'avversario» più pericoloso dei film, la battaglia per i diritti. Uno scenario profondamente cambiato che richiede flessibilità per mantenere e incrementare il business.«È un mondo in evoluzione che richiede un assetto diverso rispetto al passato per questo abbiamo cambiato pelle in questi 14 anni», afferma Marco Cohen che nel 2005 fonda Indiana production insieme a Fabrizio Donvito ai quali si sono aggiunti successivamente Benedetto Habib e Karim Bartoletti e da pochissimo anche Daniel Campos Pavoncelli. La nuova frontiera si chiama serie televisiva: l'irruzione di Netflix, Amazon, e adesso Apple ha stravolto il mercato italiano delle produzioni. «Siamo tra i pochissimi in Italia — spiega Benedetto Habib —a essere riusciti a modificare la struttura del nostro business: siamo nati come una società di produzione pubblicitaria, poi abbiamo portato avanti un percorso cinematografico con oltre 30 film e riconoscimenti nazionali ed internazionali. E adesso presidiamo il mondo delle serie televisive senza rinunciare agli altri settori. La multidisciplinarietà, la multi-formattabilità, la contaminazione delle competenze, la volontà di creare contenuti per i brand e per il nostro pubblico da fruire su specifici schermi o molteplici piattaforme sono ormai prerogative irrinunciabili». Proprio quello delle serie televisive è il terreno di confronto più caldo per la casa di produzione italiana. Nel 2018 Indiana ha prodotto la serie tv con Rai Fiction «Pezzi Unici», diretta da Cinzia TH Torrini, con Sergio Castellitto in uscita nell'autunno 2019 ed ha in sviluppo alcuni progetti seriali perla televisione e per le piattaforme con diversi broadcaster nazionali ed internazionali tra cui Rai Fiction, Sky Italia, Fox Networks, Mediaset, Bbc e Netflix. Ma il colpo più sensazionale è l'opzione dei diritti de «Il Gattopardo» perla realizzazione di una serie televisiva in co-produzione con Moonage (società Inglese) e con un broadcaster inglese. Indiana si è aggiudicata i diritti, dopo aver gareggiato con società di produzione italiane e estere, da Feltrinelli che gestisce i diritti per conto degli eredi dell'autore del libro. Un'operazione libro-film-serie Tv che replica il format de Il nome della rosa.
Però il capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa non è l'unica novità in fatto di serie Tv: è in arrivo anche «L'Ora» (il giornale palermitano che per primo sfidò la mafia con inchieste giornalistiche) insieme a Mediaset in co-produzione con Squareone (società tedesca). E poi sono stati acquisiti i diritti della serie israeliana «Kvodo» che verrà sviluppata con un partner tedesco. Non a caso l'avvento delle serie ha gia cambiato il conto economico della società che nel 2017 fatturava 14 milioni di euro grazie a cinema e pubblicità e nel 2018 ha fatto registrare un fatturato di 40 milioni euro di cui 24,5 dal cinema, io dalle serie Tv e 6 dalla pubblicità. «È evidente che il cinema resta ancora un nostro asset fondamentale — ricorda Fabrizio Donvito —. Indiana ha presidiato il Natale cinematografico 2018 con Amici come prima il film che ha incassato 8,2 milioni di euro e ha sancito la reunion di Christian De Sica e Massimo Boldi dopo 14 anni e poi anche Moschettieri del re che, nello stesso periodo, al box office ha incassato 5,1 milioni di euro. Nel 2019 poi arriveremo nelle sale col nuovo film del premio Oscar Gabriele Salvatores Se ti abbraccio non aver paura con Claudio Santamaria, Valeria Golino, Diego Abatantuono. E poi una piccola, grande soddisfazione: Il capitale umano, il film di Virzì vincitore di 7 David di Donatello e venduto in 60 Paesi, sarà realizzato in remake negli Usa. Solo la magia di questo mestiere può portare un romanzo americano a essere un film italiano per poi diventare il remake americano di un film italiano. Io e i miei soci amiamo il film di Virzì e siamo certi che la squadra che sta realizzando la versione Usa sarà all'altezza».

lunedì 18 marzo 2019

NEWS - Achtung, compagni! Tra una settimana viene presentato lo streaming di Apple anti-Netflix e Amazon

Articolo tratto da "La Stampa"
L'invito è nero, lucido, con la silhouette della mela morsicata e le parole: «It's show time». È l'ora dello spettacolo: scocca il 25 marzo alle 10 del mattino, ora locale di Cupertino, California. Non sta scritto, né sull'invito né altrove, ma tutti sanno (o immaginano) che li, in quel giorno e quell'ora la Apple annuncerà il lancio della sua piattaforma di streaming, la sua Netflix, la «tv» che viaggia su Internet e che ciascuno può vedere quando vuole - in abbonamento - su smartphone, tablet, computer e televisori collegati alla Rete. Sarà quello il preciso momento in cui si scatenerà la guerra tra giganti dell'intrattenimento che cambierà definitivamente il modo in cui useremo i piccoli e grandi schermi. Bob Iger, il grande capo Disney impegnato in questi mesi a digerire il boccone da 66 miliardi 20th Century Fox, ha svelato tre giorni fa che Disney+, il servizio di streaming che lancerà negli Usa entro l'anno, «ospiterà l'intero archivio dei nostri film» dagli Anni 20 a oggi, e naturalmente le produzioni future. Quale famiglia al mondo potrà resistere a una piattaforma che permette di vedere (e rivedere, come piace ai bambini) Dumbo, Il re leone, Frozen, Biancaneve e La sirenetta ogni volta che lo si desidera sullo schermo di casa? Intanto Amazon, il colosso del commercio online, più grande Internet company al mondo, punta forte sulla sua divisione di intrattenimento in streaming, Amazon Prime Video. Al recente festival Sundance, specializzato in cinema e documentari di qualità, ha speso 41 milioni di dollari, più di ogni altro distributore, per acquisire film, soprattutto commedie adatte a un pubblico femminile. L'azienda fondata da Jeff Bezos, l'uomo più ricco del mondo, ha ingaggiato diverse star (Julia Roberts, Jon Hamm, Orlando Bloom) e molto si attende da Good Omens, mini-serie coprodotta con la Bbc in arrivo a fine maggio. Ora porterà la sfida anche sul terreno della tv più tradizionale (unscripted in televisonese), storie vere, talk show e intrattenimento non sceneggiato. 
Se a questi big aggiungiamo il gruppo Warner, che ha annunciato una discesa in campo prima della fine del 2019, e Netflix, che con i suoi 140 milioni di abbonati guida la graduatoria di un mercato globale che ha sostanzialmente inventato, abbiamo un quadro abbastanza completo dei partecipanti alla guerra. Netflix, tra l'altro, non si ferma mai: stringe accordi in giro per il mondo, lavora molto sull'animazione (esce Love Death e Robots, diretta da David Fincher, il regista di Fight Club), ha già un cavallo di razza pronto per la corsa al prossimo Oscar, The Irishman, regia di Martin Scorsese, con Robert DeNiro e Al Pacino, costato 200 milioni di dollari, che in autunno uscirà anche in sala e questa volta in maniera massiccia, non in pochi «selezionati» cinema come Roma. E l'Italia? Siamo troppo piccoli per avere un ruolo nella tv via web? Da noi oggi si vedono Netflix, Amazon e forse presto anche Apple, che sfrutterà il suo vantaggio competitivo più evidente, il miliardo e 300 milioni di dispositivi con il marchio della mela in funzione nel mondo. Poi c'è Now Tv, il braccio via streaming di Sky, che offre anche il calcio, interessante perché indica una delle possibili strade future per i canali che Rupert Murdoch ha venduto a Comcast; c'è DPlay di Discovery; RaiPlay della Rai, che vanta già buoni numeri, anche in occasioni apparentemente vintage come il Festival di Sanremo. Tim Vision, che offre serie premiatissime come Il racconto dell'ancella e KillingEve, produce Skam Italia che è un piccolo fenomeno. E ci sono Chili e Rakuten, che propongono un modello diverso, senza abbonamenti, un sistema paga-ciò-che-vedi dai possibili interessanti sviluppi. Un'altra domanda si impone: c'è spazio per tutti, o nel mondo ne resterà solo uno, come nel film Highlander? La storia insegna che il flusso di informazioni del web finisce per portare al monopolio: c'è un solo motore di ricerca, una sola enciclopedia online, un solo sito per vedere i video. E chi può essere interessato a pagare quattro o cinque abbonamenti per vedere i film, le serie e gli show che ama? L'unica certezza è che il panorama è in movimento. Tra un paio d'anni i nomi citati in questo articolo potrebbero essere cambiati, o non esistere del tutto, o essersi aggregati. Ma non si tornerà indietro, la nuova televisione - quella che permette a tutti di costruire e smontare il proprio palinsesto casalingo con un clic - entrerà nelle nostre vite e le cambierà più di quanto abbia fatto finora.

lunedì 25 febbraio 2019

NEWS - Achtung, compagni! La tv on line ha raggiunto quella satellitare ed è pronta al sorpasso in nome dell'"effetto Netflix"

Articolo tratto da "Affari&Finanza"
La corsa frenetica ai contenuti originali per saziare i divoratori di film e serie tv, la competizione sbilanciata e agguerrita tra gli operatori tradizionali e i colossi online, la ricerca affannosa del perfetto equilibrio tra quantità e qualità, l'apertura multiservizio del consumatore digitale e infine la difficile ma possibile riscossa dei piccoli player. Chi crede che la rivoluzione digitale si sia già abbattuta definitivamente sul mercato televisivo è ancora in tempo per rimettere in discussione le proprie convinzioni, se non altro perché non abbiamo ancora visto nulla. E ciò vale in modo specifico per il mercato televisivo italiano, uno degli ultimi a esser stato bagnato da questa rivoluzione a macchia d'olio. L'avanzata inarrestabile della televisione in streaming e on demand trainata dai giganti tecnologici, e in particolare da Netflix, è il fenomeno con la effe maiuscola degli ultimi anni. Basta anche solo osservare il profondo mutamento delle modalità di consumo di contenuti televisivi, ormai fruibili quando, come e dove vogliamo, per renderci conto di quanto stiano cambiando i paradigmi competitivi. A quanto pare siamo però solo in presenza delle prime avvisaglie di un vero e proprio tsunami digitale. Secondo il termometro del settore televisivo italiano contenuto nell'ultimo rapporto di ITMedia Consulting, che non a caso cita nel titolo un vero e proprio "effetto Netflix", la televisione online sta infatti sottraendo anno dopo anno utenti e mercato al digitale terrestre e alla pay-tv satellitare. Ed entro il 2020 l'offerta televisiva trasmessa in banda larga raggiungerà circa 8,5 milioni di abitazioni, cioè oltre 5 milioni in più di quelle raggiunte lo scorso anno, per un tasso di crescita media annua del 25%. Ciò significa che alla fine del prossimo anno i player della tv online (da Netflix ad Amazon, da Tim Vision a Chili, passando per la Now TV di Sky, Infinity e altri) arriveranno a contare il doppio degli abbonati satellitari conquistati da Sky dopo 15 anni di attività. Questa spinta cambierà anche gli equilibri delle modalità di accesso ai contenuti, segnando forse un punto di non ritorno: la tv a pagamento sorpasserà la tv gratuita come modalità primaria, salendo dal 42% delle famiglie italiane dello scorso anno al 55% entro il 2020. Si preannuncia un sorpasso storico anche all'interno della stessa famiglia dei contenuti pay, sempre in termini di penetrazione: entro il prossimo biennio, infatti, la televisione online diventerà il canale primario di accesso ai contenuti a pagamento, registrando così un fulmineo balzo dal terzo e ultimo posto alla prima posizione in tre anni. Insomma, siamo in presenza di un fenomeno di assoluto rilievo che tra l'altro si sta estendendo dai Millennials a ogni generazione.

«Il mercato italiano del video on demand è un mercato giovane ma ha già raggiunto un numero di utenti paragonabile a quello di Sky. E non è un risultato da poco se pensiamo che Mediaset Premium ha impiegato anni per conquistare la metà degli utenti della pay-tv rivale. Ecco perché ormai anche i broadcaster sono spinti a posizionarsi sul segmento online», sottolinea Augusto Preta, fondatore e ceo di ITMedia Consulting, contestando la riduzione del successo degli Over-the-top alla competitività dei prezzi degli abbonamenti mensili, in alcuni casi persino inferiori alla doppia cifra: «I fattori di successo di queste piattaforme non sono legati esclusivamente al prezzo, anche perché il prezzo stesso è in realtà la sintesi di una capacità più ampia di conquistare e fidelizzare il pubblico in maniera più efficace. Questa è la vera peculiarità di Amazon, Netfiix e degli altri big del video on demand che non hanno bisogno di investire grandi cifre sull'acquisizione di abbonati, come invece devono fare gli operatori tradizionali». Tra i vantaggi competitivi degli operatori online rientra anche la capacità di sfruttamento dei dati generati dagli spettatori online. Analizzando continuamente le scelte, i gusti e le preferenze degli utenti è infatti possibile suggerire il contenuto più adatto a ogni profilo. E soprattutto avere il polso della domanda: non proprio un aspetto secondario, specialmente quando si tratta di allocare il budget sulla creazione dei contenuti originali. Quest'ultimo punto interessa ovviamente pure gli operatori tradizionali, tanto che in questo senso va letta la recente stagione di fusioni e accordi: «Avere più utenti significa avere più dati, cioè conoscere meglio il proprio pubblico. La dimensione è un fattore fondamentale di competitività. I concorrenti diretti degli over-the-top sono i big, da Disney ad ATeT post fusione con Time Warner passando per la Sky acquisita da Comcast, perché hanno la capacità di unire un pubblico da centinaia di milioni di utenti. Del resto, non si può competere contro chi ha pianificato investimenti miliardari sui contenuti investendo 100 milioni».
Queste dinamiche stanno interessando anche il mercato televisivo italiano. Nel nostro Paese il segmento online sconta un ritardo non indifferente rispetto ad altri grandi Paesi europei: non a caso, rileva ITMedia Consulting, ancora non si assiste alla sottrazione di abbonati alle pay-tv che invece si sta verificando negli Usa o nel Regno Unito. I grandi broadcaster si stanno comunque attrezzando: ad esempio, Mediaset e Rai stanno puntando sulle partnership con gli operatori stranieri per costruire una dimensione più ampia di pubblico e offerta. E sembra esserci qualche margine di conquista anche per i piccoli operatori: «La predisposizione degli utenti online a sfruttare contemporaneamente più servizi in streaming e on demand gioca a favore dei player minori. Se prima era impossibile competere con i grandi, ora è difficile ma possibile, anche perché il mercato digitale è destinato a crescere ulteriormente. Almeno sulla carta, ci sono quindi opportunità di posizionamento per tutti. Credo però che sul lungo periodo la tendenza al consolidamento si farà sentire».

giovedì 14 febbraio 2019

NEWS - Am(m)azon, che notizia! Al via progetto prima serie tv italiana prodotta dalla società di Jeff Bezos, ambientata nella Milano degli anni '80
Arriva la prima serie tv italiana di Amazon Prime Video. Racconterà la storia di una ragazza adolescente che, in una Milano nel pieno del boom degli Anni 80, diventa la componente più giovane di un clan mafioso. Non per soldi, ambizione o desiderio di potere, ma per conquistare l'amore di suo padre. Il crime-drama, ancora senza titolo, è stato scritto da Nicola Guaglianone e Menotti, la stessa coppia dietro "Lo chiamavano Jeeg Robot". Le riprese inizieranno nel 2019: la serie, prodotta da Wildside, sarà disponibile in esclusiva su Prime Video in più di 200 Paesi. «Siamo felici — ha commentato Lorenzo Mieli, ceo di Wildside — di iniziare questa collaborazione con un progetto che, grazie ad una combinazione unica di toni e linguaggi narrativi, tra crime, comedy e drama, si fonde in una storia che è una rappresentazione dell'Italia, ma che esplora temi universali come quello del rapporto tra genitori e figli, la maggiore età di una ragazza e la famiglia. Tutto da un punto di vista femminile».

giovedì 31 gennaio 2019

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
"This is us" 3, la grandezza della normalità: non solo cattura lo spettatore ma lo orienta
"La straordinaria grandezza della normalità. La terza stagione di This Is Us riparte da dove ci aveva lasciati, insistendo sulla Jforza dei legami familiari, sulle piccole grandi vicende che rendono speciale la vita di ciascuno (Fox Life). Le storie quotidiane della famiglia Pearson, i loro dubbi, le gioie, le incomprensioni e i turbamenti sono al centro anche del nuovo atto della serie che, come sempre, si dipana mescolando diverse linee temporali. Le vicende dei fratelli Jack (morto nella seconda stagione, ma ancora saldamente protagonista), Rebecca e Randall si susseguono tra passato e presente mettendo in luce uno spaccato di una famiglia tipica americana, ma allo stesso tempo portatrice di dinamiche potenzialmente universali in cui tanti possono riconoscersi. Ciò che rende This Is Us un caso rilevante nel panorama televisivo contemporaneo è, in primo luogo, la sua origine produttiva; negli Stati Uniti, infatti, va in onda su Nbc, uno degli storici network corrispondenti grosso modo alle nostre reti generaliste. In un'epoca in cui la serialità di qualità sta diventando sempre più materia da servizi pay e on demand (le cable americane, da un lato, Netflix e Amazon dall'altro), This Is Us, nella sua pezzatura lunga da 18 episodi, rappresenta una fortunata eccezione, un modello che l'ha portata ad essere una delle serie più viste dal pubblico statunitense nel 2018. Merito della semplicità delle storie, dell'accortezza di parlare a un pubblico generalista, della straordinaria capacità di emozionare, coinvolgere, strappare un pianto di commozione che non è mai forzato o preparato a tavolino, ma autentico, frutto di una scrittura empatica, lontana da eccessi e ricami. This Is Us non cattura semplicemente lo spettatore, ma lo orienta, lo rassicura e lo mette a nudo allo stesso tempo, con delicatezza e disincanto. Una rarità nello scenario di fiction attuale".

martedì 29 gennaio 2019

NEWS - Tutti schiavi di Schiavone! La serie tv della Rai conquista la Germania e la comprano Starz e Amazon

News tratta da "Italia Oggi"
Rocco Schiavone conquista la Germania. Rocco Schiavone è la prima serie italiana, dai tempi de La Piovra, ad essere trasmessa sul canale pubblico tedesco Ard. In onda sabato 26 gennaio, la prima puntata della serie tratta dai romanzi e racconti di Antonio Manzini, scritta da Antonio Manzini e Maurizio Careddu e coprodotta da Rai Fiction, Cross Productions e Beta Film, ha totalizzato 3,1 milioni di telespettatori con quasi il 12% di share. Alla soddisfazione per gli ascolti si aggiunge quella per le vendite di Rocco Schiavone a player televisivi come Starz (Usa), AB I France Television (Francia), Fox Germany (Germania), Canal+ (Polonia) ORF (Austria), Europa Europa (Gruppo Amc - America Latina), Teleseriya (Russia + Cis), Veronia Tb (Olanda) e Amazon Prime Video e in territori come Cina, Bulgaria, Repubblica Ceca ed Ex Jugoslavia.

lunedì 28 gennaio 2019

NEWS - Più vinci premi, più rinegozi il contratto. "The Marvelous Mrs. Maisel" sbanca i SAG Awards e il cast tira la corda sui compensi

News tratta da Deadline.com
It’s been a longtime TV industry tradition for the cast of successful series to renegotiate their contracts and get salary bumps after the first two seasons. The practice has been employed by the broadcast networks for decades, with NBC’s This Is Us as a recent example, and also has been adopted by the streaming platforms, illustrated by the recent salary bumps after Season 2 for the actors of Netflix’s Stranger Things and 13 Reasons Why. Add Amazon’s breakout dramedy The Marvelous Mrs. Maisel to the list. Originally picked up with a two-season order, the period series from Amy Sherman-Palladino was renewed for a third season in May, months ahead of its November premiere. Since its launch, Mrs. Maisel has been an awards juggernaut, winning a slew of  top awards, including Emmys and Golden Globes. At tonight’s SAG Awards, where the show had another sweep with statuettes for Emmy and Golden Globe winner Rachel Brosnahan, co-star Tony Shalhoub and the cast in the comedy ensemble category, Shalhoub referenced the renegotiations. It was the first time since 30 Rock in 2008 that one series won all three comedy categories. “I want to thank everyone in Amazon, Jen Salke, and especially James Sterling in legal affairs and not just because I’m in the middle of renegotiation,” Shalhoub quipped in the acceptance speech for his third SAG Award in the actor in a comedy series category, first for Mrs. Maisel (He previously won twice for Monk.) Shalhoub went on to “thank my incredible cast and crew.”Salke is the head of Amazon Studios, while Sterling is Senior Business Affairs Executive. According to sources, the renegotiations are ongoing with no major issues, and the deals, which are said to include sizable salary increases for the main actors, are expected to close to pave the way for Season 3. In addition to Brosnahan and Shalhoub, the core cast of The Marvelous Mrs. Maisel includes Emmy winner Alex Borstein, Michael ZegenKevin Pollak and Marin Hinkle. 

lunedì 21 gennaio 2019

NEWS - C'era una volta il predominio di Netflix. Il 2019 segna la "rivoluzione" del mercato Svod
Articolo tratto da "Corriere Economia"
"C'era una volta Netflix. La domanda è se vivrà felice e contenta? Una trama provocatoria forse, ma non così lontana dal vero. A essere in discussione non è il suo modello. Al di là delle varie critiche e polemiche sorte negli ultimi anni (come l'opportunità di far partecipare ai festival cinematografici i film prodotti da Netflix e mai usciti in sala), il modello Svod — video on demand — resta vincente. E in questo Netflix resta pioniere. Quello che molti analisti si stanno chiedendo è se questo stesso modello, proprio perché vincente, non rischi di essere, assorbito e rimodellato sul profilo di altri colossi dell'intrattenimento. Quando Netflix si è affacciata sul mercato statunitense dello streaming nel 2008, ha trovato una nicchia da conquistare. Da subito Reed Hastings, (che fondò il gruppo nel 1997 per il noleggio con consegna porta a porta di videocassette, capendo però che il futuro stava andando in un'altra direzione) impostò il business di Netflix su un doppio binario: contenuti propri e accordi con altre case e major per avere titoli allettanti nella propria libreria. Presupposto fondamentale: tanta cassa a disposizione. E infatti uno dei problemi di Netflix è sempre stato quello di far quadrare i conti tra abbonati paganti e potenza di fuoco da impiegare per produrre i propri titoli. Il quarto trimestre 2018 si è chiuso con margini operativi in calo al 5,2% dal 7,5% di 12 mesi prima proprio fino a tre volte il suo budget per il lancio di nuovi titoli. È grazie a questo equilibrio costi/abbonamenti che sono nate serie cult come House of Cards che ha fatto da volano alla crescita mondiale di Netflix. Sul piatto degli investimenti Hastings ha sempre messo cifre importanti quantificabili in 8 miliardi solo per il 2018. Cifre «irraggiungibili» per i principali competitor: Amazon Prime ha investito nel 2018 per produzioni originali circa 5 miliardi, Hbo nel 2017 ha speso 2,5 miliardi di dollari. Per quanto riguarda Apple Tv, la cifra non raggiunge i 2 miliardi. Di fronte a questi numeri, Netflix vince facile. Ma questi erano i principali rivali fino a ora. Perché negli ultimi mesi slo scenario è cambiato nel panorama dell'intrattenimento Usa, con la fusione tra AteT e Warner, quella tra Comcast e Sky e non ultima quella tra Disney e Fox.
In sostanza Netflix deve fare i conti ora con dei giganti, nelle insolite vesti di novello Davide. Secondo gli analisti di Ampere Analysis, con le due fusioni Comcast/Sky e Disney/Fox, per ogni 5 dollari investiti negli Usa in produzione di contenuti originali, due escono dalle casse dei neo colossi (uno a testa), proporzione che scende a 1 su 5 se si calcolano gli investimenti a livello globale. Come si legge nella ricerca, Disney-Fox potrà spendere fino a 22 miliardi in contenuti, 21 il tandem Comcast-Sky. Di fronte a cifre del genere, gli 8 miliardi di Netflix rischiano di impallidire. A maggior ragione se si considera che a breve vedrà ridotta del 20% la libreria di titoli dato che Disney si prepara a lanciare nei prossimi mesi la propria piattaforma streaming Disney Plus. E ormai della sua galassia, dopo l'accordo con Fox, fanno parte anche i titoli prodotti dalla Fox Searchlight Pictures molti dei quali sono nel palinsesto Netflix, ma anche i diritti per saghe cinematografiche come Star Wars o X-Man. Per non parlare dei Simpson. Con l'accordo inoltre, Disney ha aggiunto un ulteriore 3096 del capitale di Hulu (piattaforma di streaming e live tv che conta 25 milioni di abbonati) fino a ora di proprietà di Fox. Per Netflix insomma potrebbe essere un duro colpo. Ma Hastings non sta a guardare. Negli scorsi giorni ha annunciato a sorpresa una mossa in chiave anti-competitor, aumentando il costo degli abbonamenti negli Usa: quello popolare passa a 13 dollari, quello «premium» da 13,99 a 15,99. L'abbonamento base passa da 8 a 9 dollari. Prezzi comunque inferiori rispetto ai 35 dollari mensili di Hbo o ai 13 dollari di Amazon. C'è un altro nemico però per Netflix. Si chiama «saturazione del mercato». Con 58 milioni di abbonati negli Usa e 78 extra Usa, gli analisti ritengono che un ulteriore incremento significativo di utenti in patria sia poco probabile. Nell'ultimo trimestre sono saliti solo del 2% contro il +42% nel resto del mondo. Il punto sarà ora tenere la posizione senza retrocedere. Come? Continuando a investire, alla ricerca di un altro Frank Underwood".

giovedì 10 gennaio 2019

"Il trivial game + divertente dell'anno" (Lucca Comics)

"Il trivial game + divertente dell'anno" (Lucca Comics)
Il GIOCO DEI TELEFILM di Leopoldo Damerini e Fabrizio Margaria, nei migliori negozi di giocattoli: un viaggio lungo 750 domande divise per epoche e difficoltà. Sfida i tuoi amici/parenti/partner/amanti e diventa Telefilm Master. Disegni originali by Silver. Regolamento di Luca Borsa. E' un gioco Ghenos Games. http://www.facebook.com/GiocoDeiTelefilm. https://twitter.com/GiocoTelefilm

Lick it or Leave it!

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