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mercoledì 11 novembre 2020


L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

Occhio e mani negli slip con "Love&Anarchy", la prima serie di Netflix che prende in giro Netflix

IL FOGLIO

"Non si capisce da quale impiccio dell'algoritmo Netflix sia uscito l'accoppiamento. I surrealisti (ben prima di Franco Battiato e Manlio Sgalambro) avevano celebrato "l'incontro casuale di un ombrello e di una macchina da cucire sul tavolo operatorio". Avendo peraltro a loro volta rubacchiato la frase. Nei libri funziona così ma non provateci a casa, per rimpolpare il manoscritto rimasto a metà e ora ritirato fuori: a seconda ondata, secondo capitolo. Qui siamo oltre. Moriamo dalla voglia di sapere quale incrocio di categorie non ancora battuto, o quale insoddisfatto e capriccioso abbonato, abbiano spinto Netflix a produrre la serie "Love e Anarchy". Svedese, creata da Lisa Langseth che l'ha diretta assieme a Alex Haridi. Da una parte una bella bionda, specializzata nel rinnovamento di aziende decotte, che ogni momento avvia un porno sullo smartphone, e si sbottona i pantaloni, neanche fosse la versione 2.0 di Alexander Portnoy (scusa, Philiph Roth, era per capirci). Dall'altra una piccola casa editrice che tiene ancora i contratti in polverosi classificatori, guai a mandarli per email. Dacci dentro oggi e dacci dentro domani, Sofia la consulente aziendale si fa beccare con le mani nelle mutande in ufficio, e prontamente il tecnico informatico registra l'accaduto. Lei si era lamentata per il rumore del trapano, ora lui ha l'occasione per rendere la pariglia. Vendicarsi, ricattare, chiedere prestazioni sessuali? No, siamo in Svezia, e del sesso facile devono averne abbastanza (lui peraltro non si risparmia, facendogli occhi dolci a tutte le fanciulle che incontra, e prontamente lo seguono nello sgabuzzino, nel sottoscala, nel primo angolo buio). Vuole un invito al ristorante, e promette che cancellerà il video. Gli sviluppi non vanno svelati, sappiate però che le otto puntate hanno uno deciso piglio femminista (con un marito e due figli a casa) e un debole per i film di Ruben Östlund: il regista di "The Square", Palma d'oro a Cannes qualche anno fa. Era una satira non sull'arte contemporanea, ma sul nostro atteggiamento davanti all'arte contemporanea: se c'è un ricattino, volentieri cediamo. Aveva diretto anche "Forza maggiore", un maschio che alla vista di una valanga afferra il cellulare e abbandona moglie e figli sulla terrazza al sole. E qui siamo già più in tema, il marito pubblicitario ha il fascino di una saponetta. L'altra metà — casa editrice che vuole stare al passo con i tempi -è molto più divertente e crudele (resta sempre il mistero sull'unico spettatore interessato a entrambi gli elementi della storia). Nei corridoi, arriva il Venerato Maestro che spedisce autoscatti osceni alla giovane scrittrice femminista (e chissà chi, subito dopo, risponde facendo circolare uno scatto che somiglia a "L'origine del mondo"). L'attrice Lena Endre — quella vera, l'abbiamo vista in "Millennium" — scrive un libro su Ingmar Bergman, e non lo vogliono pubblicare in mancanza di particolari piccanti (niente è peggio dei raffinati editori d'arte e cultura che all'improvviso decidono di buttarsi sul commerciale). Sempre per salvare i bilanci, cedono i diritti cinematografici del gioiello di famiglia — un serissimo romanzo sulla Seconda Guerra Mondiale intitolato "Il treno" — a una piattaforma streaming che si chiama Stream Us. E che ne ricaverà un film d'azione, con esplosione finale. Bisogna dirlo alla scrittrice prima dell'anteprima, è vecchia e lo choc potrebbe ucciderla. "Love e Anarchy" — il titolo del romanzo tentato in gioventù dalla bionda consulente, si parla di editori e subito spuntano i mano- scritti — ha almeno un record. E' la prima serie Netflix che prende in giro Netflix". (Mariarosa Mancuso)

martedì 22 settembre 2020

NEWS - HBO regina dei PandEmmys, Netflix resta a guardare in streaming

Articolo di Mariarosa Mancuso su "Il Foglio"

Hbo batte Netflix. Agli Emmy lo streaming perde colpi a vantaggio della tv via cavo. Vedere alla voce "Euphoria" o "Watchmen". Niente red carpet. Poltrone vuote, al massimo qualche sagoma cartonata ("Per non sembrare un raduno di sostenitori di Donald Trump", ha spiegato il maestro di cerimonie Jimmy Kimmel, in prestito dallo show "Jimmy Kimmel Live!"). Attori, attrici, registi, produttori collegati via Zoom dal salotto di casa, per i ringraziamenti (non tutti presentabili, intendiamo i salotti). Signore e signori, ecco a voi i PandEmmys! - sono sempre parole del bravo presentatore: la prima importante cerimonia di premiazione virtuale, distanziata e disinfettata, fino alle schede con i nomi dei premiati. Gli Oscar della tv, si usa dire. Anche se la tv non è più quella di una volta, con le piattaforme streaming che ci hanno salvati quando eravamo chiusi in casa. Netflix, per esempio, aveva 160 nomination, tra artistiche e tecniche. Ha portato a casa solo due statuette importanti: Dulia Garner attrice non protagonista per "Ozark" e Maria Schrader per la regia di "Unorthodox". Non è andata meglio alle altre piattaforme, che negli anni scorsi avevano trionfato con "La fantastica signora Maisel" (Amazon) e "Handmaid's Tale" (Hulu). Ha fatto man bassa di premi Hbo, la tv via cavo che inventò lo slogan "It's not tv, it's Hbo". Forse per tradizione, o forse per barriere d'entrata più rigide rispetto alla concorrenza streaming, è ancora la sigla che produce le serie o miniserie migliori. "Euphoria", per esempio: molto liberamente ispirata a una serie israeliana con lo stesso titolo, ha fatto vincere alla protagonista Zendaya l'Emmy come migliore attrice drammatica. La più giovane nella storia del premio, battendo Jennifer Aniston, Olivia Colman, Laura Linney. Ha ringraziato circondata da uno stuolo di sostenitori.

Regina King - diventata regista con "Una notte a Miami", presentato pochi giorni fa alla Mostra di Venezia - ha vinto per la miniserie "Watchmen" di Damon Lindelof, tratta con qualche libertà dai fumetti di Alan Moore e Dave Gibbons (per gli spettatori italiani, su Sky Atlantic e Sky on demand). Altro record: è il primo Emmy a premiare una storia disegnata, che dopo il film girato da Zack Snyder nel 2009, è stata adattata ai tempi anticipando il movimento Black lives matters. Regina King - ovvero Sister Night, che a Tusla combatte i razzisti - indossava una maglietta con il volto di Breonna Taylor, uccisa a Louisville dai poliziotti che perquisivano casa sua. Targata Hbo anche "Succession" (sempre Sky Atlantic e Sky on demand). La strepitosa serie scritta da Jesse Armstrong con un occhio a Shakespeare e al suo "Re Lear". Un miliardario a capo di un impero mediatico, padre di tre figli, sceglie il suo erede tra crudeltà, tradimenti, giochi doppi e tripli, mentre i giornali, le televisioni, perfino i parchi divertimenti cambiano. Sono tutti bravissimi, speriamo che i 7 Emmy siano propizi all'arrivo della terza stagione. "Schitt's Creek" ha vinto tutti i premi importanti nella categoria "serie comica": attrice protagonista e non protagonista, attore protagonista e non protagonista, regia sceneggiatura. Schitt's cosa? E' una serie di produzione canadese, già alla sesta stagione, rilanciata da Netflix. Non in Italia però, restiamo alla periferia dell'impero. Gli showrunner si chiamano Eugene Levy e Daniel Levy, padre e figlio (Eugene era il genitore con i sopracciglioni neri in "American Pie", scena pecoreccia con la torta di mele appena sfornata). La serie preferita dalla comunità Lgbt d'America, per la tranquillità con cui racconta una romantica relazione tra due giovanotti.

giovedì 12 dicembre 2019

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

IL FOGLIO
"La mitomane", su Netflix le bugie francesi d'autore 
"Il cinema è la morte al lavoro", sosteneva Jean Cocteau (a lui dobbiamo un magnifico "La bella e la bestia" del 1946, con le manicandelabro che sbucano dalla parete). Facevano tesoro della leggiadra citazione un paio di vecchie conoscenze che odiavano i film del passato, trovando insopportabile il fatto che attori e comparse fossero nel frattempo tutti defunti (così recita la versione gentile e cortese; più probabilmente era una scusa per stare lontani dai film muti e in bianco e nero). Parlando di serie tv, corteggia volentieri la morte il regista e sceneggiatore francese Fabrice Gobert, lanciato nel 2012 da "Les revenants" (aveva cominciato a scrivere la serie con Emmanuel Carrère, che ancora si pente - lo racconta all'inizio di "Il regno" - per aver abbandonato: mal sopportava il lavoro di gruppo). Due stagioni, per un totale di 16 episodi, raccontavano i ritorno dei morti in una cittadina di montagna, vicino a una diga. I trapassati - ragazzini e ragazzine, un suicida, un killer - si ripresentavano come se nulla fosse successo. Come se da allora non fosse trascorso neanche un giorno: ai vivi, il compito di riadattare le proprie vite. L'ultima fatica di Fabrice Gobert, stavolta in coppia con Anne Berest, è intitolata "Mytho", su Netflix con il titolo italiano "La mitomane", che subito svela chi racconterà un mucchio di bugie (sbagliato anche il registro: "mytho" si usa chiacchierando, anche per dire "ma sei fuori", bastava dire "bugie" per rendere l'idea). Scavalcato il primo ostacolo, facciamo conoscenza con la casalinga disperata Marina Hands - è una notizia che le serie francesi rubino volti al cinema d'autore, l'attrice fu Lady Chatterley nel (pochissimo visto) film di Pascale Ferran tratto da D. H. Lawrence. A poche case di distanza, una casalinga più disperata di lei ha appena avvelenato la famiglia. La protagonista mezza italiana della serie si chiama Elvira Giannini (guest actor Andrea Roncato nella parte del genitore, pizzaiolo-artista che non consente aggiunte ai capolavori appena sfornati, anche se lavora dentro un furgone). Tra i piedi, in ordine sparso ma tutti bisognosi di cucina e lavanderia, ha un compagno aspirante fotografo che la tradisce con la farmacista; una figlia piccola disperata perché sta leggendo il "Diario di Anna Frank", un figlio che si veste da ragazza e si trucca gli occhi, una figlia grande in piena crisi adolescenziale. La crisi di nervi sta per arrivare, il lavoro nell'ufficio che sbriga pratiche assicurative non aiuta. Da qui la bugia, tutt'altro che lieve. Elvira si finge malata, cancro al seno. E tutti cambiano atteggiamento, a cominciare dal cognato che da mesi le promette una Jacuzzi in giardino, senza mai prendere la pala e scavare. Arriva finalmente la proposta di matrimonio - al supermercato, tra gli scaffali affollati, rubando il microfono alla dimostratrice di prodotti per pulire il forno. Siccome il paese è piccolo, la farmacista amante sente tutto (per un attimo ha la faccia della vendicativa Glenn Close in "Attrazione fatale"). Sei episodi per la prima stagione, trasmessa in Francia su Arté (Netflix l'ha comprata fatta, come "Chiami il mio agente!"). E una seconda in arrivo, troppi erano i fili della trama rimasti in sospeso. Ovvio che la bugia diventa sempre più impegnativa da reggere, e man mano che passa il tempo dire "non era vero niente" espone a pesanti controffensive. Il capufficio, bravo a sventare le truffe assicurative, regala un consiglio prezioso: "Attenzione ai vicini di casa impiccioni". (Mariarosa Mancuso)

mercoledì 9 ottobre 2019

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

IL FOGLIO
"Extravergine", finalmente si ride con una serie italiana originale (mica come lo sciatto "Romolo+Giuly"...)
"Correva l'anno 2011. Alla Festa di Roma (allora Festival, per chi tiene alla nomenclatura) arrivò "Hysteria" di Tanya Wexler, una romantica commedia sull'invenzione del vibratore. In sintesi: i dottori vittoriani erano stanchi di curare manualmente le pazienti isteriche che arrivavano in sala d'attesa irritabili e malinconiche, e dopo il trattamento ripartivano con la faccia da "voglio anch'io quel che ha ordinato la signora". Fu così che Joseph Mortimer Granville inventb il suo prototipo vibrante, battezzandolo "Martello di Granville". Per l'occasione, all'anteprima del film, le signore ebbero in dono un vibratore di plastica rosa grande come un rossetto, con testine intercambiabili. "Extravergine" —da stasera su Fox e Fox Life, in prima serata — sfodera i suoi. Parliamo sempre di giocattoli che vibrano. Paperelle bondage, diavoletti, delfini, e su tutto un candelotto che sbuca da due piani di torta rosa confetto, con bordure color panna. Escono già carichi da uno scatolone, nella redazione di "Audrey": testata molto cool dove ogni mattina Dafne arriva dopo aver legato con multiple catene la bicicletta. Siamo a Milano, tra i nuovi grattacieli dove "friggere è vietato dal regolamento condominiale" (copyright Fausto Brizzi in "Poveri ma ricchi", una delle poche battute che nel film faceva ridere) e le case di ringhiera: luoghi e problemi che ai romani sfuggono. La ragazza recensisce libri, quindi si trova al punto più basso della catena alimentare: 646 follower, l'anticamera del licenziamento. Le paperelle e le torte vibranti arrivano dopo che Dafne mascherata da Marge Simpson ha fatto acrobazie erotiche in bagno, e il video è diventato virale, con l'hashtag #hotmarge. Non era lei, ma che importa quando invece di licenziarti ti offrono un sostanzioso aumento di stipendio e una nuova rubrica sul sesso? Anzi, scusate, l'incarico da Sex Columnist, che suona meglio e allontana il sospetto che si tratti di consigli destinati alle casalinghe di provincia. C'è un solo problema: la trentenne Dafne è vergine, a dispetto di una madre che per il difettuccio non si dà pace. I vibratori li fa provare a un'amica, che consiglia sopra ogni cosa il delfino (voto 15 su 10, molto ben messo tra il sommozzatore con tanto di pinne che si dava da fare in un film di Pedro Almodovar, e al coniglietto di "Sex and the City"). Diciamo commedia, e pensiamo alle battute. Ma la regista di "Extravergine" si chiama Roberta Torre, visionaria e fantasiosa nel mafia-musical "Tano da morire" e nel più recente "Riccardo va all'inferno" (uno Shakespeare tra malavita e ospedali psichiatrici, sempre in musica e con Massimo Ranieri). E finalmente abbiamo una serie comica italiana tutta da guardare, attenta ai dettagli, alle luci, ai colori, alla recitazione tra il tenero e il grottesco, alla colonna sonora, perfino agli stacchi tra una scena e l'altra, rosa che più rosa non si può, con bicchieri di latte o ghiaccioli-sirenetta. La vergine Lodovica Comello è bravissima come il resto del cast, e possiamo rifarci gli occhi rovinati da sciatteria e immagini miserelle (pensate a "Romolo+Giuly", per fare un esempio che rimanda agli sketch anni 80). "Cinderella nel regno del sesso" era il titolo di un vecchio film ("scritto da Charles Perrault", osavano i titoli di testa, spudorati a loro modo). Tanto vecchio che il pomo lo si andava ancora a vedere al cinema. In "Extravergine" abbiamo un'Alice nel paese del sesso (che sarà mai quella tana, giù a rincorrere il Bianconiglio, avete mai fatto mente locale?). 0 forse un'Amélie nello stesso fantastico mondo — da una capace di indugiare sulla crosticina frantumata della crème brûlée possiamo aspettarci altre cose stuzzicanti. Attorno a Dafne, la coinquilina in cerca del fidanzato perfetto, disposta a investire parecchio nell'impresa. Scarponi e sci per il montanaro, per esempio, che poi la tradisce lasciandole la pesante attrezzatura ("Come osa tradire me, che so truccarmi nel sonno, mi doveva avvertire prima, così mi organizzavo"). Lavora nel settore eticosociale-umanitario, perché "l'Africa ha bisogno di una nuova narrazione". C'è una madre impicciona, che compare sullo sfondo come ologramma, tra bolle di sapone e altro rosa, stavolta psichedelico e tendente al fucsia. Ci sono i redattori della rivista, che paiono personaggi da fumetto ma ahimè non lo sono troppo — e non ci stupiremmo se davvero qualcuno mettesse in lista la #quinoia, un mix di soia e quinoa. Il direttore sbircia dal suo stanzino, dietro le tapparelle da vecchio film americano, quando i giornalisti avevano il cappello e non riuscivano mai a centrare l'attaccapanni. Sullo schermo piovono hashtag. Entra l'uomo dei sogni, professione fotografo, che accompagna Dafne al gruppo di supporto per maniaci sessuali, dove trovare materiale per il primo articolo. Poi lui le chiede a bruciapelo: "Qual è il tuo libro preferito?", e lei sta per arrossire davvero, mentre era rimasta fredda e impavida davanti alle confessioni a luci rosse". (Mariarosa Mancuso)

sabato 3 agosto 2019

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

IL FOGLIO
"La Casa di carta" delude: meno ritmo e buchi nella trama
"Rintracciati per l'uso sconsiderato di un telefono satellitare. Ma no! Ma chi ci crede? Sono entrati nella Zecca Reale a Madrid, infagottati nelle tute rosse stile Guantánamo, i volti coperti dalle maschere con i baffi all'insù di Salvador Dali. Hanno stampato mucchi di denaro ("noi non rubiamo, siamo Robin Hood 2.0"). Hanno preso ostaggi, e sedotto l'ispettrice di polizia che seguiva il loro caso. Sono usciti con due miliardi e mezzo di euro in banconote non segnate (valgono bene qualche perdita umana, rubricata alla voce "danni collaterali"). Se li godono in posti esotici sconosciuti all'Interpol. Tutto benissimo, se non per un telefono satellitare comprato — sapremo poi — dai libici traditori. E usato con il più sciocco dei pretesti. C'entrano Tokyo e Rio, se servono altri dettagli. Produzione spagnola per la tv generalista (lo showrunner chiama Alex Pina) "La casa di carta" è la serie non in lingua inglese più vista su Netflix. Ha avuto successo ovunque, radunando scontenti, resistenti, arrabbiati con il sistema. La maschera di Salvador Dall ha sostituito nelle manifestazioni di protesta quella di Guy Fakes — dal film "V come vendetta", tratto dai fumetti di Alan Moore. Era difficile resistere alla tentazione di ricominciare — anche se la storia aveva completato il suo arco narrativo. Il capitale deve rendere, dopo un successo grandioso quanto inaspettato. In questo caso, i personaggi con nomi di città (all'inizio erano otto, gente che non aveva niente da perdere) e un colpo impossibile. Si ricomincia dal telefono satellitare, e quel che segue non è molto meglio. Almeno a giudicare dalle prime puntate di questa terza parte, che ne prevede otto. Già disponibili dopo un lancio che a Milano, in Piazza Affari, ha prestato al giustiziere con la maschera del surrealista spagnolo il dito eretto di Maurizio Cattelan. E quale potrebbe essere l'escalation, dopo la Zecca Reale di Spagna? Facile: le riserve auree che garantiscono il valore delle banconote medesime. Le prime due parti — rimontate da Netflix per avere episodi di 50 minuti, e non quasi-film di 75 — erano a presa rapida sullo spettatore, ma viste di seguito verso la fine avevano qualche buco nella trama. Meno ritmo, troppe complicazioni a danno della credibilità. Sarebbe stato saggio godersi il successo, e pensare ad altro. Cosa si può aggiungere a una rapina miliardaria che riesce, a un crimine che paga, perfino alle storie d'amore nate durante la forzata convivenza (nessuno si ritrova ricco ma solo e infelice, nel suo rifugio, quindi incline alle imprudenze). E dunque rieccoli, gli scolaretti agli ordini del Professore che scrive sulla lavagna "Benvenuti", come la prima volta. Spiega che le riserve stanno nei sotterranei, e che il sistema di sicurezza al primo allarme allaga il caveau, servirà un sommozzatore. Per entrare, serve una manovra diversiva: dirigibili con la faccia di Salvador Dall che sganciano banconote sulla folla madrilena. L'effetto è assicurato, al resto provvede l'aikido, arte marziale che il professore illustra così: sfruttare la forza del nemico per fare quel che da solo non riesci a fare. Per esempio, sgombrare l'edificio dagli impiegati. La cronologia impazzisce, bisogna raccontare certi retroscena che ignoravamo. Si comincia 77 giorni prima dell'Ora Zero, si torna indietro a tre anni prima, si salta a meno 3 ore dell'attacco (grazie, scritte in sovrimpressione). Saper chiudere al momento giusto è un'arte poco praticata. Per incrudelire, hanno annunciato una "Casa di carta 4"". (Mariarosa Mancuso)

venerdì 12 luglio 2019

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

IL FOGLIO
La dentona Meryl Streep illumina "Big Little Lies"
"Dentoni finti e parrucca. Così equipaggiata Meryl Streep conquista la seconda stagione di "Big Little Lies", tratta dal romanzo di Liane Moriarty (su Sky Atlantic, dallo scorso 18 giugno). Aggiustamento in corso d'opera, era nata come miniserie e come tale aveva vinto 8 premi Emmy e 4 Golden Globe nel 2017: troppi, oltre al successo di critica e di pubblico, per non stuzzicare un bis. La trama di "Piccole grandi bugie" (Mondadori) era andata esaurita nei primi sette episodi, ma non c'è nulla che uno sceneggiatore bravo e deciso, con il beneplacito e la collaborazione della scrittrice, non riesca a escogitare se i personaggi sono ben congegnati. Amiche e rivali, felici e infelici, ricche e povere — custodi del segreto sull'incidente capitato a Perry Wright, il marito violento di Nicole Kidman caduto dalle scale durante una festa di beneficenza a tema Elvis Presley/Audrey Hepburn — le signore di Monterey tornano con qualche aggiustamento. La spigolosa Renata (Laura Dern, un mostro di bravura) si ritrova con un marito in bancarotta, nell'inventario finiscono anche il Rolex e la fede nuziale, ma non rinuncia alla sfarzosa festa per la figlia. Madeline (Reese Witherspoon) è in crisi con il marito nuovo, causa corna, e con la figlia che invece di andare al college vuole mettere all'asta su internet la verginità. Il precedente consorte, padre della venale fanciulla, si era messo con la giovane hippie vegana Bonnie, faccia e capelli rasta di Zoé Kravitz, dall'umore un po' scontroso. La ragazza madre Jane (Shailene Woodley) ha trovato un lavoro, ormai sappiamo chi è lo stupratore padre di Ziggy, che si ritrova due fratellastri nella stessa scuola. Celeste soffre per il marito morto, e per i lividi dell'ultimo pestaggio. Entra Meryl Streep, con i dentoni (per meglio somigliare al figlio Perry) e la parrucca (per un generale imbruttimento che nasconde un'anima nera). Arriva fingendo le migliori intenzioni, vuole aiutare la nuora vedova con i due ragazzini a carico. L'inchiesta sulla morte di Perry non è in effetti chiusa e ancora ricordiamo la fantastica foto segnaletica con le cinque sospettate in maschera. La vita nella cittadina californiana in riva all'oceano ostenta normalità: i segreti e le bugie inconfessabili sono uno strato sotto ai veleni e alle ipocrisie di tutti i giorni. Lupo in veste d'agnello, Mary Louise Wright vuole scatenare l'inferno. Da mamma amorevole, non crede che il figlio possa essere stato un marito violento, meno che mai uno stupratore: lei lo ha cresciuto come si conviene, a casa era buono e gentile. Quindi si piazza in casa di Celeste, per sventura (di Celeste, confusa ma soprattutto imprudente) adiacente alla stanza della vedova che nel sonno urla, di giorno nutre i gemelli con barrette proteiche, all'occasione rimorchia uno sconosciuto in un bar. La suocera torna prima del dovuto con i bambini e si imbatte in un giovanotto seminudo che sbuca dalla stanza da letto, mentre Celeste non ricorda nulla, intontita da alcool e psicofarmaci. Il regista della prima stagione — il belga Jean-Marc Vallée di "Dallas Buyers Club" e di "Wild" — convinto che la serie fosse chiusa aveva firmato il contratto per dirigere "Sharp Objects". Ha passato il testimone alla regista inglese Andrea Arnold, che conoscevamo per le sue incursioni nel proletariato britannico, con "Fish Tank" e "Red Road". Suo anche il più bel film tratto da "Cime tempestose", con Heathcliff trovatello di pelle scura nella brughiera, come lo aveva immaginato Emily Brontë. Nella California dei ricchi si muove benissimo". (Mariarosa Mancuso)

giovedì 13 giugno 2019

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

IL FOGLIO
"Chernobyl", tosta visione
"Da vedere è tosta, non potevamo aspettarci altro. "Una delle peggiori tragedie mai provocate dall'uomo", avverte lo slogan scelto per lanciare la miniserie "Chernobyl": irresistibile come sono le sciagure. E anche se ne abbiamo in mente altre, di tragedie, il terrore provocato dalle parole "centrale nucleare" e il ricordo che abbiamo di un film come "Morto Stalin, se ne fa un altro" (lo ha diretto Armando Iannucci, dalla graphic novel di Fabien Nury e Thierry Robin) mettono i brividi. Il cadavere di Stalin era ancora caldo, e già cominciavano le lotte di potere. L'aria di famiglia si rafforza se vediamo la serie in originale, recitata da attori britannici come Jared Harris e Emily Watson. Figuriamoci cosa può capitare con un paio di esplosioni in una centrale nucleare (pare durante un test andato malissimo) che scoperchiano il tetto e avvelenano l'aria con una radioattività 200 volte superiore alle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Primo minimizzare. Poi teorizzare: "In Unione sovietica un incidente del genere non può succedere" (come non potevano esistere nella nazione perfetta i serial killer, degenerazione del sistema capitalista). Infine trovare qualcuno a cui addossare le colpe, condannando a dieci anni di carcere Anatoly Dyatlov, che quella notte aveva diretto le operazioni. "Il problema con le bugie non è che le prendiamo per verità. E' che ne abbiano sentite talmente tante che non riconosciamo più la verità" dice al microfono del registratorino a cassette un solitario che vive con il gatto. Dà da mangiare al micio, nasconde le cassette e si suicida, in uno squallore sovietico che leva il flato. E' Valery Legasov, capo della commissione d'inchiesta del Cremlino. C'erano criminali peggiori, insiste. Ma aggiunge, a scanso di equivoci: "Dyatlov avrebbe meritato la morte" (il gatto continua a poltrire sul divano, facendosi le unghie sulla coperta con i cervi ricamati). Flashback al giorno fatale - "Due anni e un minuto prima", dice la scritta - quando la centrale di Chernobyl, nella notte del 26 aprile 1986 spara un fascio di luce. Sul Foglio di sabato scorso Francesco Cataluccio, che a Chernobyl ha dedicato un volumetto uscito da Sellerio, ha ricostruito le circostanze con maggiore precisione di quanto sappiamo fare noi che traffichiamo con le serie tv. L'incidente pare piuttosto grave, ma il misuratore di radiazioni è taroccato, si ferma a 3,6 Rontgen. Il contatore affidabile sta in cassaforte, e non si capisce chi abbia la chiave: trovarlo è stato il tormentone del primo episodio (andato in onda lunedì su Sky Atlantic, e in streaming su Now Tv). Il nocciolo del reattore andrebbe raffreddato (anche se forse il nocciolo del reattore già non esiste più, gli ingegneri non concordano). Lo spettatore assiste terrorizzato alle manovre di apertura manuale del circuito di raffreddamento, alla bassa forza che viene mandata a vedere cosa succede, alla forza non tanto bassa che si sporge dal tetto e viene investita dalla nube nera che rende i volti paonazzi. All'ospedale dottori e infermiere si aspettano una notte tranquilla, non ci sono partorienti in travaglio. I ragazzini giocano con l'aria che brilla, sotto gli occhi dei genitori. Alla fine della prima puntata gli studenti in divisa si avviano verso la scuola di Pripjat. L'evacuazione - di 350 mila persone - cominciò parecchie ore dopo. Lo sceneggiatore Craig Mani e il regista Johan Renck (da "The Walking Dead") hanno altri quattro episodi e ne faranno buon uso. La Russia già minaccia una contro-serie, con la sua verità". (Mariarosa Mancuso)

giovedì 23 maggio 2019

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

IL FOGLIO
"Ai confini della realtà" rivisto e corretto
"'Un penny per i tuoi pensieri'. Era un episodio della serie "Ai confini della realtà", andato in onda sulla Cbs nel 1961. La serie originaria era firmata e introdotta da Rod Serling, la parola showrunner ancora non esisteva. Imitata e aggiornata molte volte, anche nel film diretto da Joe Dante nel 1983. Nella serie televisiva del 2002 il narratore era Forrest Whitaker. Nell'ultima - ribattezzata "reboot", ovvero "nuovo inizio", ora usa così - il narratore è Jordan Peele di "Noi". Non l'abbiamo ancora vista, la venerazione che abbiamo per "The Twilight Zone" ha vinto sull'amore che portiamo a Jordan Peele (comunque la Cbs ha già ordinato una seconda stagione). "Un penny per i tuoi pensieri" parte da una moneta che invece di ricadere su una delle due facce ("testa o croce?") rimane in bilico. Da quel momento l'impiegato di banca Mr Poole sente i pensieri della gente attorno a lui, pronunciati con voce forte e chiara. Il capoufficio sposato che organizza il fine settimana con l'amante, il cliente che chiede un prestito per giocarselo alle corse e rimettere in cassa i soldi sottratti alla ditta, il collega che progetta una rapina alla propria banca. Dopo una serie di disastri, Mr Poole capisce che non sempre le persone fanno quel che pensano, e neppure pensano quel che faranno - con buona pace di film tratti da Philip Dick come lo spielberghiano "Minority Report": bisogna arrestare i criminali prima che commettano i delitti, non quando li hanno commessi. Dice tutto quel che gli passa per la testa Ricky Gervais in "After Life", miniserie - "miniserie finora", bisogna sempre precisarlo alla maniera di Homer Simpson - da lui scritta, interpretata e prodotta (su Netflix). Lo ha deciso dopo la morte della moglie Lisa, che bontà sua lo trovava "inetto e adorabile", e gli ha lasciato un video con consigli e incoraggiamenti del tipo "fai mangiare il cane due volte al giorno, metti i piatti sporchi subito nella lavastoviglie sennò si incrostano". Le crediamo sulla parola, quel che vediamo della loro vita coniugale è lui che la sveglia mentre dorme, o la distrae quando dipinge, con la pallina di gomma del cane. Ricky Gervais è arrabbiato, molto arrabbiato. Ed è triste, molto triste. Come il vedovo Jim Carrey nella miniserie "Kidding" diretta da Michel Gondry. Di mestiere fa un programma tv per bambini, mentre Ricky Gervais lavora in un giornale locale gratuito, dove un vecchietto che ha ricevuto cinque cartoline di compleanno identiche è materia da prima pagina. Nel disastroso accoppiamento di ognuno con il proprio lavoro sta metà dell'una e dell'altra serie. L'altra metà riguarda l'elaborazione del lutto: tema doloroso e degnissimo, con sfumature di grottesco - Ricky Gervais sta nel bagno con una lametta in mano, il cane entra per giocare. Jim Carrey è molto più bravo: ha un più forte senso dello spettacolo e sa giocare meglio con i contrasti. Netflix ha lasciato a Mr Gervais le briglie lunghe - come rifiutare qualcosa all'attore, autore, regista di "The Office"? - e il risultato non è brillante. Dovrebbe avere il ritmo della sit-com (oppure, a scelta, fornire personaggi e non macchiette). Invece Ricky Gervais fa sparire chiunque possa metterlo in ombra, non è così che si costruiscono le serie appassionanti. Ci siamo segnati soltanto lo psicoanalista che invece di sbadigliare classicamente mentre il paziente parla litiga su twitter. E la vecchietta che chiacchiera con il marito morto, e teme la pazzia. Ricky Gervais la rassicura: "E' matta solo lui se risponde". (Mariarosa Mancuso)

mercoledì 10 aprile 2019

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

IL FOGLIO
Occhio a "Fosse/Verdon", biografia di coppia sulla grande Broadway che non c'è più 
"Bob Fosse lo conosciamo, per "Cabaret", per "Lenny" e per "All That Jazz - Lo spettacolo comincia": l'autobiografia con l'angelo della morte che aspetta il suo tributo, dopo un infarto. Gwen Verdon la conosciamo meno. Prima che cominci la litania "grandi uomini arrampicati sulle spalle di una grande donna" va chiarito che lavorava a Broadway, che fu lei la prima Roxie - l'assassina in cerca di celebrità -nel musical teatrale "Chicago". Bob Fosse lo aveva costruito sulla bravura di Gwen Verdon, come "Sweet Charity", molto liberamente tratto da "Le notti di Cabiria" di Federico Fellini. Per agevolare il delicato passaggio da Broadway a Hollywood, i produttori pretesero un'attrice e ballerina conosciuta da chi andava al cinema. La parte della "ragazza che voleva essere amata", (come suggerisce il titolo italiano del film, toccò a Shirley MacLaine. E non fu un gran successo. Speriamo che la miniserie "Fosse/Verdon" (8 episodi, dal 18 aprile su Fox Life, con pochi giorni di ritardo rispetto all'uscita americana su FX) non insista sulle amanti di lui - non c'era ballerina che gli sfuggisse - e sulle sofferenze di lei, che continuò a far coppia nelle coreografie anche quando non stavano più insieme. In tempi di #Metoo non si è mai abbastanza diffidenti. E il filone "artisti vampiri, compagne che si fanno mordere sul collo" era già stato ampiamente sfruttato. Speriamo, perché la storia da raccontare ripercorre gli anni d'oro di Broadway, dove succedevano cose più interessanti dei tradimenti (le corna succedono in tutti i luoghi di lavoro, anche tra le scrivanie). Lin-Manuel Miranda di "Hamilton" sarà il produttore esecutivo, da uno che ha saputo scrivere un musical sulla Costituzione americana e il padre fondatore che sta sul biglietto di dieci dollari aspettiamo grandi cose. Ci aspettiamo grandi cose anche da Sam Rockwell e Michelle Williams, gli attori scelti nei ruoli di Bob Fosse e Gwen Verdon. Con uso di tip tap, certo, mischiato con la danza moderna e il jazz. Segni particolari: le ginocchia a spigolo, e quel lavorio di mani che si riconosce all'istante. Gli attori americani sanno far tutto e non temono di apparire calvi. Bob Fosse si era fatto notare nel film "Kiss me Kate" (le musiche erano di Cole Porter) tratto da "La bisbetica domata" di Shakespeare. I bisticci tra Caterina e Petruccio erano raddoppiati nella trama dai litigi tra gli attori, coniugi rissosamente divorziati, mentre due gangster venuti a riscuotere un debito di gioco pretendevano un posticino sul palco (per cantare "Brush up Your Shakespeare", a quel tempo anche il recupero crediti frequentava scuole decenti). Ma appunto era calvo, aveva più possibilità dietro le quinte, come coreografo (8 Tony Award) e regista (un altro Tony Award). Gwen Verdon era già una star, quando incontrò il coreografo: fu lei a intercedere per una seconda possibilità cinematografica, dopo l'insuccesso della prima. Il film era "Cabaret", fruttò a Bob Fosse il successo e la bellezza di otto Oscar (la Palma d'oro a Cannes arriverà per "All That Jazz", a pari merito con Akira Kurosawa per "Rashomon", presidente di giuria era Kirk Douglas, cose che succedevano nel 1980). E siamo al secondo grande rischio che la miniserie ha scelto di correre: trovare due attori in grado di rendere giustizia a Liza Minnelli e al maestro di cerimonie Joel Grey. Bob Fosse ballò il tip tap al funerale dell'amico sceneggiatore Paddy Chayefsky, glielo aveva promesso e mantenne la parola. Son queste le scene che aspettiamo: le corna e le ripicche coniugali gira e rigira sono sempre le stesse". (Mariarosa Mancuso)

venerdì 15 marzo 2019

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

"Russian Doll", "Il giorno della marmotta" in versione Netflix
"'Se dovessi progettare l'inferno, lo farei così'. Circa a metà di 'Russian Doll', Nadia dai capelli rossi cerca di dare un senso a quel che le sta capitando. L'avventura inizia in bagno, alla sua festa per i 36 anni. Si guarda allo specchio, fuori bussano, lei esce, scambia un paio di battute con l'amica che ha organizzato il buffet, chiacchiera con gli ospiti, se ne va con il giovanotto appena rimorchiato. Viene investita da una macchina - non ha guardato prima di attraversare. E si ritrova davanti allo specchio del bagno: stessa festa, stessa musica, stesso buffet. Una volta, due volte, tre volte, quattro volte. Cambiano le circostanze della morte - scale, montacarichi, altre automobili, ci sarà poi la fuga di gas. E immancabilmente si ritrova davanti allo specchio. "Il giorno della marmotta" in versione Netflix conta 8 episodi, 25 minuti ciascuno. Meglio classificabile come miniserie, se non sapesse di vecchia tv. 0 come lungo film ridotto a spezzoni: non sarà tanto tecnico, e neanche tanto chic, ma coincide con l'esperienza dello spettatore. Vederli tutti di seguito non si configura neanche come binge watching - è quel che abbiamo fatto, per esempio, con "The The End of the F***ing World" di Jonathan Entwhistle, stessa lunghezza e stessa struttura: vuol dire che l'arco drammatico funziona sulla storia intera, la scansione degli episodi è secondaria. Dietro 'Russian Doll' (sta per "matrioska") troviamo un gruppo agguerrito di sceneggiatrici: Leslye Hedland (aveva scritto e diretto "The Wedding Party"), Amy Poehler (aveva fatto coppia con Tina Fey al Saturday Night Live) e Natasha Lyonne, che ha tenuto per sé la parte di Nadia. Il format tiene la fine abbastanza vicina all'inizio (il lavoro di chi racconta storie, spiega Nick Hornby, sta nel "tenere la fine lontana dall'inizio", non vale solo per i romanzieri). Quindi abbiamo la curiosità di sapere come va a finire. Insomma, cosa ha provocato "le mille e una morte" di Nadia, per citare un racconto di Jack London intitolato appunto "Le mille e una morte". Un giovanotto sul punto di annegare- "poi fu il vuoto" - si sveglia a bordo di una nave. Lo hanno fatto tornare in vita allo scopo di ucciderlo tante altre volte. Il capitano nella nave (che poi scopriamo essere suo padre) ha inventato un marchingegno per risuscitare i morti, e non vede l'ora di sperimentarlo. Ma gli servono morti di giornata, al massimo tenuti in ghiacciaia per qualche ora: il poveretto viene costretto a fare avanti e indietro sul confine tra la morte e la vita. Avvelenato, strangolato, asfissiato, steso con troppa morfina o abbattuto con una scarica elettrica. La curiosità per quel che succede a Nadia - che tra una morte e l'altra sperimenta vite parallele, ricombinate partendo da elementi che conosciamo - aumenta quando accanto a lei compare Alan. Il riconoscimento avviene in ascensore, la cabina precipita, tutti urlano e si sdraiano per ammortizzare l'urto. Loro due restano in piedi. "Non hai paura di morire?" chiede Nadia. "Mi succede di continuo", risponde Alan. "Anche a me". Insieme, cercano di uscire dal loop temporale (forse un bug di progettazione, suggerisce lei che traffica con i videogiochi). Non vale svelare cosa succede, se e come riusciranno a cavarsela. Però qualcosa si può dire, anche per scongiurare una seconda stagione: a occhio, un tour de force per le sceneggiatrici, una punizione per lo spettatore. Il finale non è all'altezza dell'inizio, né per trama né per scrittura. Nadia sprizza scintille, Alan fatica a bucare lo schermo". (Mariarosa Mancuso)

mercoledì 30 gennaio 2019

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

IL FOGLIO
Le occasioni mancate di "You"
"Libri? Addirittura una libreria, intesa come negozio con i clienti tra gli scaffali? Non sono luoghi frequentati dalle serie. E certo si notano di più dopo la sparata di Marie Kondo sui trenta e non più trenta. Sostiene la sacerdotessa dei calzini ("adagiateli mollemente nei cassetti, hanno faticato tanto, cosa sono quei grovigli per non farli scompagnare?") che in una casa ordinata trenta libri bastano, di più è vizio. Ecco, appunto: sappia la maniaca dell'ordine mondiale che il vizio è premio a se stesso molto più della virtù (trenta libri bastavano per un mese di vacanza, prima del Kindle). Non è solo la prima scena: la bella ragazza bionda entra in libreria, il commesso che ha qualcosa di Anthony Perkins in "Psycho" la adocchia e ne fa la sua ossessione. La pista dei libri, in "You" - con poco successo su Lifetime, poi rilanciata da Netflix che ora minaccia la seconda stagione-prosegue e si complica per tutti e dieci gli episodi. Senza lasciarsi tentare dal campionario di sciocchezze: "i libri rendono migliori, la lettura apre al dialogo, vicino alle biblioteche di quartiere la criminalità scende". La bionda Guinevere Beck (era tanto che i poemi cavallereschi non avevano il loro momento) curiosa tra gli scaffali, dalla lettera F alla K. Il commesso esclude William Faulkner (la ragazza non sembra voler fingere interesse per uno scrittore ostico) e pure Stephen King (la ragazza ha l'aria troppo sana e abbronzata). La bella chiede "Desperate Characters" di Paula Fox, scrittrice che ha avuto un suo momento di culto, non disgiunto dal fatto che risultò essere la nonna di Courtney Love. Chiacchiere, flirt, pedinamento. "La fantascienza sbaglia, la tecnologia è amica", dice il commesso che si chiama Joe. In un battibaleno sottrae lo smartphone, trova l'indirizzo di casa, scopre che le finestre sono senza tende, quindi può dedicarsi al voyeurismo. Troppo facile e troppo veloce, non sarà l'unico buco della trama. Beck è talmente tarda ad accorgersi dello stalker da far venire il sospetto che abbia capito, e prolunghi il gioco della seduzione. Joe da parte sua sembra stranamente distratto di fronte a un segnale: l'account Twitter di Beck ha un gioco di parole con il `Bechdel Test", inventato dalla fumettista lesbica Alison Bechdel per giudicare il femminismo nei film. Servono due donne parlanti, e le due non devono parlare di maschi - "You" non lo supera, le amiche di Beck classificano per categoria i selfie osceni che ricevono. Netflix ha dichiarato 80 milioni di spettatori per Sandra Bullock bendata in "Bird Box", 20 milioni per la serie "Elite", e 40 milioni per "You", che appartiene al filone "Gone Girl" ("spettatore" significa che ha guardato almeno il 70 per cento di un episodio). Viene da un romanzo di Caroline Kepnes (Mondadori) e sta pericolosamente in bilico tra la perfidia e l'idiozia. Magnifico il ritrattino del rivale, un hipster di ottima famiglia che ha deciso di produrre soft-drinks biologici ("rappresenta tutto quel che ha portato gli Stati Uniti alla rovina", dice Joe, cresciuto in famiglie affidatarie). Man mano che la trama avanza, sospendere l'incredulità diventa sempre più difficile. Resistendo, facciamo in tempo a goderci un festival "Charles Dickens", gente che si diverte indossando abiti e cappellini vittoriani. Guinevere Beck vuole scrivere (se no che ci farebbe in libreria?): al corso di scrittura, con esercizi svolti e corretti, gli showrunner Greg Berlanti e Sera Gamble - o forse solo lui, o forse solo lei - ritrovano il veleno". (Mariarosa Mancuso)

domenica 20 gennaio 2019

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

IL FOGLIO
Le dimenticanze e le incongruenze dei Golden Globes
"Scorriamo le nomination ai Golden Globe per la migliore serie drammatica e niente, "Succession" non si trova. Scorriamo le nomination ai Golden Globe perla miglior serie comica (i membri della stampa estera hanno fatto un po' di confusione quest'anno, per esempio candidando "A Star is Born" con Lady Gaga come film drammatico, ma le parti migliori sono cantate): "Succession" non compare neanche lì. Dimenticata. Sparita. Forse snobbata. Eppure la serie Hbo di Jesse Armstrong - cresciuto alla scuola di Armando Iannucci e di "The Thickof It", preso a modello da "Veep - Vicepresidente incompetente" con Julia Louis-Dreyfus - è un magnifico prodotto Hbo. Una serie che parte veloce, continua velocissima, coltiva la perfidia e l'arte di organizzare ogni episodio con il suo arco drammatico. Magnifici gli attori, da Brian Cox a Hiam Abbass a Sarah Snook a Kieran Culkin. Eterno il tema: un ricco patriarca cerca tra i figli - e una figlia- il suo successore. Per sparigliare, fa entrare nell'asse ereditario la nuova moglie. Fatalità: dopo la festa per i suoi 80 anni ha un coccolone, e il nuovo assetto societario - operano nei media con la Cina e il Digitale che premono- non è stato ancora firmato. Trama da "Re Lear", non era difficile da capire. Neppure per la stampa estera a Los Angeles che dà il suo contributo all'imperante nostalgia candidando come attrici Debra Winger per "Will e Grace" (revival della serie anni 90) e Candice Bergen per "Murphy Brown" (revival della serie anni 80). Pub essere che siamo entrati nell'età di mezzo: giornalisti troppo giovani per capire, se non lo leggono nelle note per la stampa, che una serie può rifare Shakespeare. Ma abbastanza stagionati per non provare neanche un po' di curiosità per una serie come "Maniac". "Too Netflixy", sicuro, intendendo con questo che la serie soffre di esibizionismo. Di esibizionismo soffre anche il regista Cary Fukunaga, assieme allo sceneggiatore Patrick Somerville. Ma è meglio questo modo di essere Netflix del modo che ha "Il metodo Kominsky" di essere Netflix. "Maniac" esagera con l'originalità, "Il metodo Kominsky" esagera con il modello "strana coppia di vecchietti con gli acciacchi", vista e stravista al cinema. Michael Douglas (candidato come attore comico protagonista) assieme al compagno Alan Arkin (candidato come attore comico non protagonista, solo la stampa estera può spiegare la disparità di trattamento) regge benissimo il gioco. Sono assai più bravi, e senza rete, Emma Stone e Jonah Hill in "Maniac". Per di più, essendo i votanti della stampa estera, si sperava che almeno qualcuno fosse a conoscenza della serie norvegese che ha fatto da modello. I giornalisti esteri a Los Angeles hanno esaurito la loro voglia di stranezze candidando tra le serie comiche "Kidding- Il fantastico mondo di Mr Pickles", showrunner Dave Bolstein (la mania di spiegare i titoli ha contagiato anche Sky Atlantic). Da quando crede di essere la reincarnazione del comico Andy Kaufman, Jim Carrey ha l'occhio ancora più spiritato del solito (vedere, per credere, il documentario "Andy e I"). Mr Pickles è il presentatore di un programma tv per bambini, in un'interpretazione a metà tra "lo spettacolo deve andare avanti" e "Ridi pagliaccio sul tuo amore infranto..."-anche l'attore ha avuto la sua candidatura. Nella stessa categoria, Sacha Baron Cohen per i travestimenti di "Who is America?". Sempre in parte, il comico ha già chiesto a Sarah Palin di accompagnarlo alla cerimonia, a Beverly Hills". (Mariarosa Mancuso)

venerdì 11 gennaio 2019

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
IL FOGLIO
Le "Derry Girls" senza tempo di Netflix
"Cattive ragazze, come le "bitches" salutate da Olivia Colman dopo aver conquistato il Golden Globe come migliore attrice comica. Altro svarione perpetrato dai giornalisti della stampa estera a Los Angeles: parrebbe più drammatico regnare sull'Inghilterra di inizio 700, tra guerre e congiure di palazzo, che badare a un marito che si fa bello con gli scritti tuoi, come capita a Glenn Close in "The Wife". E alzi la mano chi, mentre l'attrice avvolta in una cappa nera afferrava il premio come attrice drammatica, non ha pensato a "Attrazione fatale" e alla pazza che bolliva il coniglietto pur di strappare Michael Douglas alla legittima consorte. Ai Golden Globes, sezione serie tv, Douglas figlio (Kirk ha compiuto 102 anni a dicembre) è stato premiato come miglior attore attore comico per il "Metodo Kominsky": così finisce la scappatella coniugale più famosa degli anni Ottanta. Cattive ragazze, come le "Derry Girls" nella serie scritta da Lisa McGee. Sta su Netflix, ma si capisce lontano un miglio che l'algoritmo c'entra poco, è un prodotto a denominazione d'origine controllata. Siamo in Irlanda del nord, negli anni Novanta: il ponte che devi percorrere per andare a scuola potrebbe saltare per aria ogni momento. Le ragazze, in divisa, frequentano un istituto cattolico. Quasi tutto femminile. Il "quasi" riguarda James, un cugino con il difetto di essere cresciuto fuori dall'Irlanda - quindi è l'unico che parla Cattive ragazze Le "bitches" salutate dalla Colman ai Golden Globe e le "Derry girls" irlandesi della nuova serie Netflix un inglese comprensibile senza sottotitoli: alla scuola per maschi sarebbe tartassato dai bulli. Naturalmente dalle suore non è previsto per lui neppure un bagno, il contrario di quel che accadeva alla Nasa per le matematiche nere che contribuirono a mandare in orbita le prime navicelle (fa testo il film di Theodor Melfi "Il diritto di contare"). Le attrici sono un po' grandicelle, stentano a sembrare sedicenni. Parlano sporco, con smorfie adolescenziali un po' caricate, e spaventano le suore - una muore sul posto di lavoro, novantenne, mentre sorveglia le ragazze (e il giovanotto) in punizione. Tra una pisciata nel cestino della carta, un rossetto rubato (intascato dalla sorvegliante), una ragazza che scavalca la finestra per andare al concerto del ragazzo che le piace (cotta unilaterale, si intende, l'invito era collettivo), all'apertura della porta lo spettacolo è raccapricciante. Il resto è working class irlandese, tante patate fritte e tanto merluzzo in pastella. Dove non ci sono i soldi per andare a Parigi in gita scolastica ("i vostri genitori hanno sicuramente soldi da parte per la vostra educazione", suggerisce una suora, pia illusione sfatata al rientro in casa). La più grassottella digiuna per l'Africa - da un momento all'altro ci aspettiamo la raccolta di carta stagnola per "i bambini meno fortunati". Sei puntate per la prima stagione, durano mezz'ora come si conviene a una sit-com (siccome siamo in Irlanda, il format non prevede le risate registrate). Sembra passato un secolo, da quando la novità tecnologica era il cordless: "Mi stava chiamando dal bagno" urla la zia che invidia la modernità". (Mariarosa Mancuso)

mercoledì 2 gennaio 2019

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IL FOGLIO
L'importanza di chiamarsi "Soprano"
"Era 20 anni fa, nulla è rimasto uguale. Tony Soprano con l'accappatoio bianco, a bordo piscina con gli anatroccoli, appare sulla Hbo il 10 gennaio 1999. Per un bel po' sarà l'argomento di conversazione: è vero che quella Golden Age, non la prima nella storia della tv americana, aveva già avuto qualche anticipo, ma "I Soprano" fecero il botto. Gli spettatori italiani aspettarono un paio d'anni, fino al 2001, per scarsa convinzione da parte dei responsabili del palinsesto: cinque episodi su Canale 5, poi su Italia 1, in orari notturni. Adesso che le serie sono più numerose delle giornate a disposizione per guardarle - con grave danno per la chiacchiera, non c'è più un "Lost" su cui accapigliarsi "I Soprano" restano in cima alla lista per scrittura, recitazione, invenzioni drammaturgiche. Vorremmo avere il tempo per riguardare le sei stagioni da cima a fondo - invece siamo travolti dalle nuove uscite. Nella lista delle migliori serie del 2018 compilata per il New Yorker da Emily Nussbaum c'è la categoria "serie che avrei voluto vedere perché ne dicono un gran bene, ma non ho avuto il tempo". Qualcuno ha fatto i conti: servono 60 ore per vedere "The Wire", altra serie imperdibile. Serve lo stesso tempo per leggere "Guerra e pace", più "Don Chisciotte", più "Moby Dick", più "Delitto e castigo". "I Soprano" contano : episodi di un'ora, interrotti il 10 giugno 2007 con una dissolvenza: ci sta qualcosa ancora per completare la bibliotechina dei classici. Era la tv di vent'anni fa. Gli attori erano scelti dai responsabili del casting, e poi sarebbero diventati star (il passaggio inverso non era neanche concepibile). I registi non provenivano dal cinema, ma da altre serie televisive (ora fanno la fila per passare dal cinema a misura di blockbuster, con tempi decisionali lunghi, alla televisione che decide in fretta, o alle piattaforme streaming affamate di prodotto e attente alle nicchie). James Gandolfini era un attore non di primissimo piano, uno sceneggiatore come Matthew Weiner aveva già nel cassetto i pubblicitari di "Mad Men" ma nessuno li voleva. Siccome si parlava di mafia, le associazioni che difendono il buon nome degli italoamericani protestarono. Nessuno ha pronunciato una sola parola contro la Napoli ricostruita per "L'amica geniale" di Saverio Costanzo: è l'Italia che piace, miserabile e pittoresca, vociante e sguaiata. I fanatici aspettano "The Soprano Sessions", tutto quel che avreste voluto sapere su "I Soprano" e non avete mai osato chiedere. Lo hanno scritto, per celebrare il ventennale, Matt Zoller Seitz e Alan Sepinwall (suo il saggio "The Revolution Was Relevised", da Rizzoli con il titolo "Telerivoluzione"). Finalmente avremo certezze su chi pronunciò la frase "il cunnilingus e la psicoanalisi ci hanno portato alla rovina". Sintomo inequivocabile, per la famiglia mafiosa, che il meglio era passato, l'avevano goduto i padri e i nonni. Nelle situazioni complicate, Tony Soprano si chiede: "Cosa avrebbe fatto Don Vito Corleone al posto mio?". Mai si era visto un mafioso con il Prozac nel taschino ("lavoro nel settore rifiuti" dice Tony Soprano alla dottoressa Melfi, mentre vediamo il cadavere di un nemico smaltito in discarica). Dicono a Hollywood che la buona idea per un film deve poter essere sintetizzata in poche parole. Vale anche per le serie, e David Chase ha avuto quella giusta: mettere insieme l'omertà del "negare sempre" con la regola di Freud che impone di dire tutto, ma proprio tutto, quel che passa per la testa". (Mariarosa Mancuso)

sabato 8 dicembre 2018

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
IL FOGLIO
Mrs. Masiel va a Parigi ed entra nel mito
"Mrs Maisel fa l'americana a Parigi. In una Parigi che ruba tutto quel che può al cinema, dal technicolor di Vincente Minnelli a "Ratatouille"; da "Les parapluies des Cherbourg" di Jacques Demy a Woody Allen di "Tutti dicono I love you". Immancabile la Tour Eiffel, che secondo i registi si scorge da tutte le finestre parigine - anche quella del ratto chef. Immancabile la concierge impicciona. Immancabili le sigarette. Immancabili gli artisti. Immancabili le soffitte. Immancabile il Lungosenna con i fidanzati che si baciano. Immancabile la baguette, con il cibo che al palato newyorchese sembra assai strano (Julia Child pubblicherà il suo bestseller "Mastering the Art of French Cooking" nel 1963, le trasmissioni in tv arrivano due anni dopo, del 2009 è l'omaggio di Nora Ephron nel film "Julie e Julia"). Mrs Maisel va in trasferta, dopo il trionfale numero comico che aveva concluso la prima stagione della premiatissima serie creata da Amy Sherman-Palladino (la seconda stagione da oggi su Amazon Prime Video). Un po' di genealogia: Sherman come Don Sherman, attore e sceneggiatore anche di qualche "Rocky", Palladino come il consorte Daniel Palladino. Prima della "Fantastica signora Maisel", la coppia aveva in curriculum "Una mamma per amica". A papà Sherman Amy deve la conoscenza della comicità stand up, un uomo e il suo microfono, una platea che o è distratta o rumoreggia. "Quando lui e i suoi amici provavano i numeri - ricorda - sembrava di vivere dentro 'Broadway Danny Rose"'. Per questo, dopo Parigi la serie farà tappa nei monti Catskill, altro luogo mitico della comicità ebraico-americana. Riassunto della trama, per chi si fosse perso la magnifica serie. Miriam Maisel detta Midge, casalinga niente affatto disperata dell'Upper West Side, viene lasciata dal marito perla segretaria (e fin qui ancora si potrebbe sopportare, ma la ragazza è cosi tonta da non saper usare un temperamatite - per le lamentele, rivolgersi alla showrunnec nel caso fosse sfuggito, è femmina e ama i cappellacci da strega). Un po' alticcia finisce in un locale al Greenwich Village, dove racconta le sue disgrazie in maniera cosi comica che il pubblico applaude. Siccome sul palco ha mostrato le tette - il perché è storia lunga, guardatevi la serie - finisce in un commissariato di polizia dove conosce Lenny Bruce, altro cultore appassionato della comicità che scatena i poliziotti. Mrs Maisel va in Europa per riportare a casa la madre, che nella Ville Lumière si è trasferita, stanca del marito che pretende il silenzio domestico e oltre a lei zittisce i nipoti. Lo ha annunciato, ha svuotato gli armadi, ha prenotato l'aereo, ha lasciato scritto pure l'indirizzo, ma il consorte se ne accorge solo dopo giorni. Da qui la missione a Parigi, dove le donne sfoggiano cappellini e abiti più belli del magnifico guardaroba indossato da Midge, anche quando lavora come centralinista. Tra le scene-capolavoro, c'era la vestizione per andare giù al Greenwich: via le gonne a palloncino intonate al paltò, via i tacchi alti, ora servono pantaloni neri a sigaretta e ballerine, un maglione a collo alto per il consorte che fa sparire giacca e cravatta. Per un po' separata dalla sua agente Susie (rimasta a New York, passa qualche guaio), Midge Maisel porta il suo numero ormai collaudato sul palco di Madame Arthur, storico cabaret parigino di travestiti. Con traduzione simultanea, e le immancabili punzecchiature sul fatto che i francesi, in materia di tradimenti coniugali, sono assai più tolleranti degli americani". (Mariarosa Mancuso)

mercoledì 17 ottobre 2018

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

IL FOGLIO
Che noia i Romanoff! 
Una volta le serie erano belle perché meno lente di certi film...
"Ma che fate, vi accanite? Non basta che Damien Chazelle nasconda nel ripostiglio le scarpe bicolori da tip tap per dedicarsi a Neil Armstrong con "First Man", la storia del primo astronauta che mise piede sulla luna (ci sono andati, sicuro, anche se i manifesti del film, alla Mostra di Venezia, lanciavano "l'impresa impossibile", schiacciando l'occhio ai negazionisti). Ora fa i dispetti anche Matthew Weiner, dedicando una serie ai Romanoff (su Amazon, gli episodi 1 e 2 dal 12 ottobre, gli altri sei di venerdì in venerdì: nulla è più nuovo, ormai, della cara vecchia somministrazione settimanale). I Romanoff - e le fantasie sulla piccola Anastasia la figlia dello Zar, sopravvissuta alla fucilazione bolscevica - stanno abbastanza in fondo perfino nella lista delle cose che NON ci interessano, e invece sembrano vantare schiere di appassionati. Ci fanno sbadigliare più delle virtù del silenzio, più dell'oro perduto di Benito Mussolini (chi lo sa? magari Antonio Scurati conosce il ripostiglio segreto, lo svelerà nell'ultima riga dell'ultimo volume della trilogia "M. Il figlio del secolo"), più del linguaggio dei delfini, più dei libri che sulla fascetta promettono "un'intensa scrittura femminile". Però Matthew Weiner è Matthew Weiner. Ha scritto per "I Soprano", ha avuto la sua storia di mezzo insuccesso "Mad Men" non la voleva nessuno, finì alla AMC che non aveva mai prodotto una serie. E' stato accusato di comportamenti inappropriati, per aver detto a una donna che lavorava con lui "dovresti farti vedere nuda" (i garantisti attendevano l'entrata in campo di Cristiano Ronaldo, per disquisire di sottigliezze giuridiche). Ha rivelato la magia del Carrousel che proiettava le diapositive, la difficoltà di pubblicizzare i fagioli, la destrezza dei ragazzini capaci di preparare un Tom Collins con la ciliegina. Una bella apertura di credito l'aveva, nonostante i Romanoff - colpa della maledetta convinzione che gli showrunner bravi rendono interessante qualsiasi cosa. E nonostante la notizia che aveva girato gli episodi in paesi diversi: quando i discendenti dello Zar di tutte le Russie si disperdono hanno il mondo intero a disposizione. Oltre ad Anastasia, potrebbe essere sopravvissuto il fratello Alessio, che scatena meno fantasie (un guantino dello zar fa la sua apparizione nel romanzo di Rosa Matteucci "Tutta mio padre"). Quindi abbiamo guardato le prime due puntate, sperando che si ripetesse il miracolo di "Mad Men". Durata un'ora e mezza. Così da far dire - è una mania - "l'ho pensato come un film, va visto come un film". Idea bizzarra: le serie erano belle perché erano meno noiose di certi film. Se adesso fate le serie noiose, a episodi lunghi come un film, forse ci ripensiamo. Se poi la lentezza finisce per diventare un merito, e come tale viene celebrata, va a finire che torniamo la sera a leggere i romanzi dell'Ottocento, loro sì che sapevano come si fa. "The Violet Hour", ambientato a Parigi, racconta una ricca aristocratica di nome Anastasia. La mattina sventola il croissant davanti alla musulmana con il velo che si prende cura di lei: "Lo vedi? Questo lo abbiamo inventato dopo avervi sconfitto a Vienna". In "The Royal We", racconta un doppio adulterio. Il marito in città - con la scusa di far parte di una giuria popolare". La moglie in crociera, dove son tutti discendenti dei Romanoff. Unica zampata: la famiglia dello Zar Nicola messa in scena dai nani, con il nano Rasputin che insegue Anastasia. Per colonna sonora, la "Danza delle spade" di Khachaturian". (Mariarosa Mancuso)

martedì 9 ottobre 2018

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

IL FOGLIO
"Romolo+Giuly" fa ripiombare le serie tv italiane nel campanilismo con citazioni forzate
"Siamo moderni, giriamo le serie, ma ricaschiamo sempre nell'Italia dei campanili. Mezzo campanile: Roma nord schierata contro Roma sud (vale anche il contrario). Trascinando nella mischia William Shakespeare e soprattutto Baz Luhrmann, che nel 1996 aveva ambientato nella californiana Verona Beach il suo "Romeo+Giulietta" con Leonardo DiCaprio e Claire Danes. Gli innamorati divisi dalla rivalità familiare sono romanamente ribattezzati "Romolo+Giuly". Lui un Montacchi, ha per genitore il re della monnezza. Lei una Copulati, erede dei palazzinari che allignano al nord. La seconda metà del titolo, che allude a una guerra mondiale italiana, svela che nella vicenda entrano anche Milano e Napoli: altrettanto caricaturali, fungono da esca per gli spettatori non romani. "Romolo+Giuly" è prodotta da Fox (e su Fox va in onda, otto puntate). Con l'intenzione di ripetere il successo di `Boris", la serie che sfotteva i prodotti audiovisivi italiani scritti male e recitati peggio (la parola "fiction" andrebbe risparmiata, in questi casi: meglio il giro di parole). Ma "Boris" era a suo modo universale, le brutte sceneggiature, gli attori mediocri, i registi incapaci, le troupe svogliate si trovano dappertutto, anche dove il cinema e la tv sono migliori dei corrispettivi nostrani. Roma nord contro Roma sud resta una nicchia, di recente invenzione comica. Complice un video virale su YouTube, e un episodio pilota premiato nel 2016 al Roma Web Fest. Giocavano in casa, con spettatori che alle frasi "La breccia di Corso Francia" o "le sirene di Ponte Milvio" o "le miniere di cocaina di Vigna Clara" già ridono (chi a suo tempo spiegò che il tragico è universale, mentre il comico è geolocalizzato aveva in mente cose così). La busta con la nebbia padana potrebbe essere Totò - e già un po' allarghiamo l'orizzonte. Il regista Paolo Sorrentino, odiato a Napoli perché "La grande bellezza" l'ha girato a Roma, è tormentone cinefilo, e un po' generazionale. Totalmente generazionale è il pupazzo T'ciù, che conosce in carcere il televenditore Giorgio Mastrota (nella parte di se stesso): se non eravate davanti alla tv quando andava in onda "Bim Bum Bam", e quindi niente sapete del pupazzo Uan, lasciate ogni speranza. Si inoltrano nelle campagne padane per avere alleati, ma rifiutano di dare la caccia ai "negher" - finché pietoso non arriva il traduttore simultaneo: "Caccia ai terroni" (un avvocato di Crotone con toga e valigetta scappa inseguito dai forconi). Togli di qui e leva di là, resta la guerra tra i coatti che se vogliono andare dallo psicoanalista devono spacciarlo per personal trainer (la professione lì è fuorilegge) e i fighetti che trattano le filippine come animali domestici ("ti ho regalato un cucciolo", dice la mamma di Giuly alla figlia che va sposa, dopo aver firmato gli accordi prematrimoniali). Come da copione, tre Montacchi travestiti si infiltrano a Roma nord, dopo aver superato con l'inganno il check-point. Sullo sfondo, il Ponte della Musica, o Ponte Veltroni (di nuovo, ridono solo i romani). A una festa - nel castello dei Copulati che sopra lo stemma di famiglia ha il cartiglio "Coca Progresso Figa" - Romolo incontra Giuly, e si innamorano. Lo spettatore un po' si diverte e un po' si annoia. La trama la sappiamo - anche se qui la fanno partire dai Garibaldini. Citazioni e rimandi alla lunga sono forzati: Leonardo DiCaprio e Claire Danes amoreggiavano in piscina; Romolo sbaciucchia Giuly dietro la boccia del pesce rosso di Boris". (Mariarosa Mancuso)

lunedì 24 settembre 2018

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

IL FOGLIO
La signora Maisel regina degli Emmy Awards
"'La fantastica signora Maisel" dimostra che se una serie funziona, i premi arrivano. Basta con i lamenti, signore e signorine. Quando una serie funziona i premi arrivano, anche se l'ha scritta e diretta una femmina, e ha una femmina per protagonista. "La fantastica signora Maisel" ha vinto un Emmy come miglior serie comica. Più altri quattro: uno all'attrice protagonista Rachel Brosnahan, splendida in rosso con spalla scesa; due alla sceneggiatrice - nonché regista del primo episodio - Amy Sherman-Palladino (minigonna, tacchi alti, giacca da frac e cappello da strega), uno all'attrice non protagonista Alex Borstein (abito non classificato). Sì, commentiamo il guardaroba, oltre al cervello: avranno impiegato ore a prepararsi, il cinema è glamour e pure la tv. Nessuno agli Emmy 2018 è riuscito a fare meglio, neanche "Game ofThrones" che ha vinto nella categoria "migliore serie drammatica". Siccome gli attori hanno girato quest'estate l'ottava e ultima stagione, sul palco era tutta una lacrimuccia: "Siamo una famiglia, ci siamo voluti tanto bene". Tutto il contrario della serie, che quanto a trame, tradimenti e sanguinarie battaglie non è seconda a nessuno. Presentata come "fantasy", genere che sta in fondo alle nostre preferenze, somigliava di più ai drammi di William Shakespeare. Ma quella tensione non può durare a lungo - "se durasse un atto in più, comincerebbero a morire gli spettatori delle prime file", disse un critico spiritoso a proposito di "Tito Andronico". Confessiamo che da un po' abbiamo perso interesse per la saga (ormai bisogna vederla prendendo appunti, pietà). Rachel Brosnahan, che nella serie è la "fantastica signora Maisel", ha avuto parole meno zuccherose: "Va bene trovare la propria voce, ma va meglio andare a votare: registratevi e portate un'amica ai seggi". Mrs Maisel invece va al Gaslight Café - ci andrà a cantare anche Bob Dylan, e fa da sfondo al film dei fratelli Coen "A proposito di Davis"-dopo che il marito le ha detto "Ti lascio per la segretaria" (una che, scopriamo, ha difficoltà nell'uso del temperamatite). Racconta la seratina, esibisce le tette, si ritrova in galera per oltraggio al pudore (l'anno è il 1958, per andare al Greenwich lei si toglie i vestiti eleganti e i tacchi da "unica casalinga non disperata dell'Upper East Side", indossa pantaloni a sigaretta e ballerine). La mattina dopo incontra Lenny Bruce, anche lui rilasciato su cauzione. "Mrs Maisel" è targato Amazon (produttore che bisognerebbe boicottare, ahimè, perché ha bloccato l'ultimo film di Woody Allen): se abbonati a Amazon Prime potete vederla anche stasera, garantito che vale. Gli altri premi se li sono spartiti Hbo - che da una ventina d'anni domina la serata degli Emmy, aveva cominciato con "I Soprano" - e la new entry Netflix, che ha cominciato a produrre serie nel 2013, con "House of Cards" (prima, non era neanche immaginabile la pratica del binge watching, tutte le puntate una dopo l'altra). 23 statuette alla Hbo, e 23 statuette a Netflix (intanto dobbiamo mettere a verbale che, nel paese dei non vaccinati e delle coccole ai pensionati, Andrea Occhipinti si è dimesso da presidente dei distributori Anica: la scelta di far uscire "Sulla mia pelle" in sala e in streaming lo stesso giorno non ha riscosso molti consensi). Tra i nuovi partecipanti al Grande Gioco (ormai ci si vergogna a dire "televisione") Hulu aveva già vinto l'anno scorso con "II racconto dell'ancella": secondo i maestri di cerimonie, "sta alle donne bianche come `Radici' stava agli uomini neri". Per le miniserie, ha vinto "The Assassination of Gianni Versace", seconda stagione della serie antologica "American Crime Story". Trascurata in Italia, se non per rimproverare allo showrunner Ryan Murphy la mancanza di rispetto verso lo stilista". (Mariarosa Mancuso)

lunedì 27 agosto 2018

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

IL FOGLIO
Basta serie tv col "binge watching", non si scopa più!
"Oltre a far entrare le gattare nel salotto buono, Instagram ha ridato dignità ai filtri seppiati. Pure a quelli che trasformano gli scatti in cartoline con il bordo seghettato, sfumate in rosa cipria e azzurro. Fa circolare a piede libero le prodezze dei pupi e le feste di carnevale con i cappellini scemi. Non possiamo più dire, figuriamoci pensare: "Grazie, riponga pure la foto della creatura vestita da pinguino nel portafogli". Poteva Netflix restare indietro? Certo che no. Netflix ha fatto l'upgrade alle serate di coppia davanti alla tv, fusi con i cuscini del divano — il sofà pub essere anche un letto, il televisore può essere un computer o qualsiasi altro black mirror, cambia poco. Era l'ultimo stadio della noia matrimoniale, della lunga convivenza, di "ogni passione spenta": lui sul divano che russa stringendo il telecomando; guai a sfilarglielo di mano, pena il risveglio. Se appena lo chiamiamo "binge watching" (magari con la promessa solenne di fedeltà "non andrò avanti a guardare questa serie senza di te") la serata coniugale cambia di segno. Diventa una prodezza di cui vantarsi. "Noi quattro, ieri sera". "Noi tre di fila, abbiamo saltato la cena". I francesi, che alle tradizioni ci tengono, hanno cominciato a interrogarsi sull'effetto che hanno serie sui bollenti spiriti degli spettatori. La tv era un rifugio per chi aveva superato l'età delle notti in discoteca. Netflix ha soprattutto abbonati giovani: l'elettrodomestico non l'hanno mai visto, non sanno cos'è un palinsesto televisivo, ma gli ormoni li dovrebbero avere ancora. "Fucking séries" — con l'accento perché sono francesi e il Big Mac lo chiamano "Le Big Mac", copyright Quentin Tarantino — è un articolo uscito su Les Inrockuptibles, numero speciale dedicato al sesso (ne fanno uno all'anno, con impegno e fantasia, scovando gruppi sadomaso rispettosi del #MeToo, con lo slogan "fammi male ma fammelo bene"). "Abbiamo smesso con le serie perché finiva che non scopavamo più", si lascia scappare una trentenne. Basta a una giornalista sveglia per partire con l'inchiesta. Prima gli studi scientifici, che non dimostrano granché. Sono vecchiotti, confermano che i bollenti spiriti sono intiepiditi, ma uno studio termina prima che arrivi lo streaming, e l'altro è una fake news partita da una battuta del ricercatore: "Questi sono i numeri, le cause non chiedetele a me, sarà colpa di Netflix". Un esperto francese di serialità non vede il rapporto causa/effetto: "Mi ricorda chi nell'800 accusava i romanzi di turbare le menti delle fanciulle". Con il senno di poi: le fanciulle non si sono fatte turbare granché. Possiamo indovinare un grande futuro per le serie televisive, che peraltro riprendono il feuilleton o romanzo a puntate, da cui non era esente neppure Dostoevskij. La psicosessuologa: "Succede, guardare una serie è meno impegnativo che far l'amore, se sei stanco". Interviene un paziente: "Non sono le serie, è che la mia fidanzata si addormenta a metà episodio, non mi sento di svegliarla". Sdrammatizza anche Iris Brey, nel libro "Sex and the series". Trovo romantico — scrive — che una coppia guardi una serie fino all'una di notte (come si siano messi d'accordo sulla serie per due sarà svelato agli avvocati che si occuperanno del divorzio). Sostiene che le serie spingono a un'attività scopereccia diversa. Che la frequenza — chiamatela anche quantità — non ha nulla a che fare con la qualità. Che la bizzarria e la non ortodossia (diciamo così) fanno solo bene. Firma l'articolo Camille Emmanuelle, che alla fine—siamo ormai sulla soglia per andarcene — sgancia la rivelazione: "Io e mio marito abbiamo chiamato nostra figlia come l'attrice che nella serie 'Transparent' fa Ali Pfefferman". Per i non adepti, una donna che vuole essere "queer", né maschio né femmina. Prendiamo nota anche di questo: prima dell'avvento di Netflix, chi dava ai figli i nomi presi dalla tv—vedi Pamela e Sue Ellen, le cleptomani borgatare di "Come un gatto in tangenziale" — non firmava articoli sui giornali alla moda". (Mariarosa Mancuso)

sabato 7 luglio 2018

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
IL FOGLIO
Occhio al "Flash" italiano (che non sfreccia ma scatta)
"Scriveva William Hazlitt - pittore, saggista, gran conoscitore dell'animo umano vissuto a Londra tra sette e ottocento: "Il testamento è l'ultima occasione che abbiamo per dare sfogo alla nostra perfidia, e di solito ne facciamo buon uso". Il fotografo di matrimoni che ne ha viste tante pensa con lo stesso cinismo che il matrimonio sia una guerra. Non tra i coniugi, che avranno tanto tempo a disposizione per litigare, finché divorzio non li separi (e come diceva Woody Allen, un matrimonio finisce ma un divorzio dura tutta la vita). Una guerra di nervi tra il fotografo e i fotografati, ostacoli tra l'artista e il capolavoro: una volta era l'album con immagini seppiate e studiatissime; oggi è lo slide show per la cornicetta elettronica, corredato dal video che - fanno da modello i reality show - rievoca il primo incontro, il fidanzamento e i pettegolezzi degli amici prima di immortalare il taglio della torta-grattacielo. Abbiamo visto con i nostri occhi - a sentirlo raccontare non l'avremmo creduto - una sposa in un paesello del napoletano tallonata dal fotografo e dal videomaker, più un drone che la riprendeva dall'alto, dopo un giretto panoramico tra mare e terra. "Spettinala un pochino", ordinava il fotografo. "Dille qualcosa per farla ridere", ordinava il videomaker. Confessiamo di aver osservato la scena finché l'allegra compagnia ha cambiato set (non abbiamo avuto la sfacciataggine di seguire il corteo). Poi abbiamo scoperto che un matrimonio senza il ragno meccanico svolazzante non è un matrimonio (e gli incidenti di percorso, quando il drone atterra sulla testa degli sposi, sono registrati su YouTube). I trascorsi fanno di noi lo spettatore modello per "Flash", la futura serie (finora esiste solo il pilot) vincitore del Premio Solinas - La bottega delle webserie (in collaborazione con Rai Fiction, sperimenta format a puntate). Presentato al festival maremmano FuoriSerie - debutta quest'anno, ormai ogni comune italiano ha la sua manifestazione d'arte e cultura, nuovo governo permettendo - il primo episodio è già su Rai Play e il 29 giugno andrà in onda su RaiTre. Scrive e dirige Valerio Vestoso, già al lavoro sui prossimi episodi. Volendo dare un consiglio, meglio concentrarsi sulla sceneggiatura e lasciare la regia ad altri (magari rileggersi Adam Smith sui vantaggi della divisione del lavoro: se un uomo deve fabbricarsi uno spillo gli viene storto e impiega un sacco di tempo, se qualcuno estrae il metallo e qualcun altro lo mette in forma escono spillini ben fatti e meno costosi). Così si evitano le macchiette I personaggi funzionano, ora il problema è non ridurli a macchiette (per portare a esempio una serie italiana, "Boris" aveva schivato l'ostacolo con un bel lavoro di gruppo). Oltre al fotografo titolare, in "Flash" c'è il laureando in cerca di stage, lo specialista di filmini Lello Spielberg, il reggitore di flash che regge tre ore immobile, e Don Nikon, che ha un'idea tutta sua della religione e della fotografia: "Quando il signore invitava a porgere l'altra guancia, non voleva forse invitarci a mostrare il profilo migliore?". Regia e recitazione sono scolastiche, potrebbero migliorare. Vale anche per il montaggio, per certe giacche blu elettrico e per il ciuffo dello stagista. La sposa è stata sei ore sotto i ferri (del parrucchiere) e fa spuntare sotto il vestito una coda da sirena (il genitore intanto calcola quanto sono costate le orribili bomboniere). "Perlacea" è la parola magica: produce la bocca a cuore, l'occhio da triglia, la posa da crampo. Il fotografo scatta, sognando l'assegno". (Mariarosa Mancuso)

"Il trivial game + divertente dell'anno" (Lucca Comics)

"Il trivial game + divertente dell'anno" (Lucca Comics)
Il GIOCO DEI TELEFILM di Leopoldo Damerini e Fabrizio Margaria, nei migliori negozi di giocattoli: un viaggio lungo 750 domande divise per epoche e difficoltà. Sfida i tuoi amici/parenti/partner/amanti e diventa Telefilm Master. Disegni originali by Silver. Regolamento di Luca Borsa. E' un gioco Ghenos Games. http://www.facebook.com/GiocoDeiTelefilm. https://twitter.com/GiocoTelefilm

Lick it or Leave it!

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