NEWS - Achtung, compagni! Vodafone Tv fa sul serial
Articolo tratto da "Corriere Economia"
L' arena dei servizi video (spettacoli, film, serie tv, documentari, sport) in streaming si fa sempre più affollata. Dopo Sky con Now Tv, Mediaset con Infinity, Netfflix, Chili e Amazon Video per gli abbonati ad Amazon Prime, sono scesi in campo anche gli operatori telefonici. La prima è stata TIM con TIMvision corredato di set-top box basato su Android TV seguita da Vodafone con la sua Vodafone TV, da o disponibile in tutta Italia con dieci nuove partnership: da Sony Pictures Television e BBC Worldwide fino a 20th Century Fox, che sia, che si aggiungono agli accordi già siglati con Sky, Netflix e Chili. Sul fronte dei gestori telefonici l'offerta dl Vodafone si pone in concorrenza con quella di TIM, anche se l'ingresso di Fastweb è atteso a breve e Wind 3 sta cercando accordi con produttori di contenuti. Vodafone TV è dedicata ai clienti in fibra di Vodafone - la cui copertura è arrivata in 970 città italiane e raggiunge 12,4 milioni di famiglie e imprese - ed è sottoscrivibile presso 800 punti vendita e sul sito al costo di 10 euro ogni 4 settimane. L'offerta comprende Now Tv Intrattenimento e un ampio catalogo on demand con film, serie tv e documentari. Oltre a questo si hanno a disposizione ogni mese 14 nuovi film di Chili, di cui quattro prime visioni, e per i nuovi clienti sono inclusi anche 3 mesi del pacchetto Serie Tv di Now Tv. Attraverso la piattaforma è possibile accedere anche ai canali tradizionali del digitale terrestre e, grazie agli accordi con De Agostini, Viacom International Media Networks e Discovery Italia, sono disponibili le funzionalità avanzate, come la pausa, la registrazione dei programmi e la possibilità di rivedere quelli già andati in onda. Il set-top box è dato in comodato d'uso con 29 euro di contributo iniziale. 'Il nostro obiettivo è offrire il massimo della scelta e della qualità presente nel panorama italiano dei contenuti, dal cinema allo sport fino alle serie tv. Ad oggi gli asset ricercabili sono circa 35mila e, per fare un esempio, per la parte di cinema on demand abbiamo circa i1 95% dei titoli in italiano. Per noi la semplicità è un fattore critico di successo, per ampliare l'accesso ai contenuti a quella fetta importante di italiani - circa il 70% secondo le ricerche più aggiornate - che ancora non hanno accesso ai contenuti premium per barriere tecnologiche o di prezzo', afferma Quang Ngo Dinh, responsabile marketing consumer di Vodafone Italia, 'il concetto è quello della TV come la vuoi tu', ovvero la possibilità di aggiungere contenuti a seconda dalle preferenze del momento - dal calcio al cinema - in forma modulare, attivandoli anche per un determinato periodo, senza vincoli e a un prezzo conveniente, con la possibilità di pagare direttamente attraverso il conto telefonico". L'interfaccia di Vodafone TV è divisa in quattro sezioni: My TV dove sono presenti le registrazioni fatte e quelle programmate, i film preferiti e i noleggiati, Guida TV con l'elenco dei canali lineari, On Demand per i contenuti on demand e App per accedere direttamente ai ticket di Now TV, Netflix e Chili. I contenuti si possono vedere anche in mobilità, grazie all'app per smartphone e tablet, e la visione è permessa su un massimo di quattro dispositivi (due in contemporanea): per esempio la tv e lo smartphone.
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lunedì 24 aprile 2017
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mercoledì 19 aprile 2017
NEWS - Le serie tv on demand sono un miraggio per il 70% degli italiani. Tim e Vodafone all'attacco con produzione e integrazione per smuovere la situazione
Articolo tratto dal "Corriere della Sera"
Articolo tratto dal "Corriere della Sera"
La tv di domani sarà (anche) on demand, «à la carte», ma in Italia i numeri del consumo non lineare sono ancora limitati. A parte gli abbonati Sky — che sono poco più di 4 milioni e mezzo, di cui circa la metà con decoder connesso in rete — abituatisi alle novità tecnologiche, il resto del consumo segue ancora via tradizionali, e il mercato delle Over-theTop (i servizi in streaming con Netflix, Infinity, NowTV o Amazon) è ancora piuttosto ristretto. Un'arretratezza che prefigura, per il futuro prossimo, un auspicabile sviluppo. Guidato da chi? Ecco la vera domanda. I contenuti on demand e, soprattutto, quelli premium sono ancora un miraggio per il 70% delle famiglie italiane, oltre 16 milioni di case. Ed ecco perché in questi mesi si stanno affacciando con sempre maggiore forza sul mercato degli audiovisivi le delcos», le società di telecomunicazioni a cui siamo abituati a pensare per telefoni e telefonini. In particolare, Telecom col rilancio di TimVision sta puntando su un servizio che unifichi rete e contenuti, puntando su questi ultimi, produzioni originali ed esclusive per attrarre l'attenzione degli spettatori. Di questa settimana, invece, il definitivo lancio di Vodafone Tv, che passa dalla versione «in prova» al servizio commerciale per il bacino potenziale di case raggiunte dalle fibra, 11,7 milioni di famiglie in oltre 500 città. Se Tim sembra orientarsi sulla produzione (è la strategia di Netflix, che però la esercita sull'arena globale), Vodafone scommette tutto sull'integrazione: un'unica piattaforma che aggrega free e pay tv, grazie a molte partnership con reti e distributori (fra cui Sky, Discovery, Bbc, Chili...). Risultato: 35 mila titoli ricercabili, il 95% del cinema on demand in lingua italiana. Produzione e integrazione di contenuto riusciranno a modificare le abitudini degli spettatori italiani?
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lunedì 13 febbraio 2017
NEWS - Taca la Banda! Gli utenti della banda (ultra)larga aumentano per vedere le serie tv, anche se l'Italia rimane la Cenerentola d'Europa. Sorpresa: Chili cresce più di Netflix. Mediaset in stand-by, Amazon pronta a scendere in campo. Tra TimVision e Vodafone, attacca la banda anche Fastweb
News tratta da "Affari&Finanza"
Tutti in sala: Io spettacolo sta per cominciare, anzi i titoli di testa sono già sullo schermo. La tv on demand ha finalmente messo in moto la banda larga e soprattutto quella ultralarga, che significa fibra ottica. Gli utenti crescono, la domanda preme anche in Italia, risolvendo l'annoso dilemma se si debba prima costruire le nuove reti ultraveloci o aspettare il crescere dell'offerta. In numeri: oggi in Italia ci sono 1,7 milioni di utenti di video on demand. Sono utenti che guardano meno tv tradizionale, quella dei palinsesti e dei tasti del telecomando e che invece sempre più di frequente cercano quello che vogliono vedere su cataloghi online.
Crescono non perché ci sia più 4K in giro o più smartphone o tavolette, ma perché ora sempre più film, serie tv, grandi eventi e sport arrivano con ottima qualità sui televisori di casa: siano smart tv, ossia tv a cui, oltre il cavo d'antenna si connette anche il cavo verso il modem a banda larga domestico (o un wi-fi) oppure grazie ai set-top-box, (più facile chiamarli decoder) che abilitano anche i vecchi apparecchi attraverso la porta Hdmi: da Timvision a Vodafone Tv, da Now.tv di Sky a Infintiy e, tra qualche mese, anche al nuovo decoder di Fastweb che sta ultimando i suoi trial tecnici per adattare alla rete italiana il decoder usato in Svizzera dalla sua controllante Swisscom. Un milione e 700 mila utenti che cresceranno rapidamente. "A fine 2019 ne stimiamo quasi 4,2 milioni", spiega Augusto Preta, direttore di ItMedia Consulting, che all'esplosione del Vod, il video on demand, in Europa e in Italia ha dedicato un rapporto uscito appena un paio di mesi fa. "L'Italia sta iniziando a recuperare il gap che la ha finora seperata da resto del mercato europeo: la nostra analisi infatti - continua Preta - stima che mentre l'Europa continuerà a crescere nei prossimi tre anni a tassi tra il 20% di quest'anno il 14% del 2019, i ricavi del settore in Italia aumenteranno del 72% quest'anno e di quasi il 55% tra tre anni". Che il mercato ci creda si vede nei fatti. All'estero, ovviamente, prima di tutto, con le ultime operazioni. Atet che acquisisce prima Direct Tv (la maggiore pay tv satellitare Usa) e poi Time Warner (anche se l'operazione deve ottenere anche ora il via libera dell'Antitrust Usa), a cui risponde Verizon con l'acquisizione di Yahoo. Ma anche in Italia, dove le cose si anno muovendo rapidamente. Telecom ha rilanciato Timvision, Vodafone lancia Vodafone Tv e Fastweb, come anticipato più sopra, sta rientrando nel settore da cui era uscito alcuni anni fa con lo spinoff di Chili Tv.
Quanto a Vodafone, si sa della sua offerta, del valore di circa 10 euro al mese. I contenuti sono in via di definizione con potenziali alleati come Sky, Discovery, Viacom. Di certo ci sono già tra le opzioni Netflix e Chili, con pagamento a parte, ma con un'offerta iniziale che comprende sei mesi di Netflilx e 6 film di Chili. Per ora è in vendita in una trentina di negozi Vodafone ma si arriverà presto a regime. D'altra parte l'offerta del gruppo guidato da Aldo Bisio è legata a filo doppio allo sviluppo della rete ottica di Open Fiber, la joint venture Enel e Cdp con cui Vodafone ha un accordo operativo. Timvision, l'offerta di tv in streaming di Telecom Italia, è sugli scudi: presentando i conti del gruppo per il 2016, la scorsa settimana, l'ad Flavio Cattaneo ha detto chiaramente che è dai servizi a valore aggiunto sulla fibra, e in particolare dalla tv, che il gruppo si aspetta di tomare a veder crescere ricavi e margini. E si sta muovendo di conseguenza: accelera sulle nuove reti, con 120 mila nuove case passate ogni settimana, ha societarizzato Timvision, prima una divisione della capogruppo, ha firmato un accordo con Rai per venti film prodotti da RaiCinema in esclusiva. Una cosa, quest'ultima, che ha fatto anche storcere qualche naso a Viale Mazzini dove è stata da poco rinnovata l'offerta di RaiPlay, la catch-up tv, gratuita ma con pubblicità dove si può rivedere online e on demand la programmazione degli ultimi sette giorni, oltre le dirette streaming di tutti i dieci canali Rai.
Se il fronte delle telco è in fermento, anche dall'altra parte, quella dell'offerta, ci sono movimenti. Broadcaster, major e produttori di contenuti hanno intuito che il momento è positivo e spingono sull'acceleratore. Con il risultato che il mercato, colpito da questo aumento di offerta, reagisce e cresce ed oggi gli utenti italiani possono scegliere in un panorama di una ventina di offerte diverse, tra abbonamenti e pay-per-view, tra cataloghi specializzati e anche motori di ricerca. I quasi 2 milioni di utenti italiani erano un miraggio solo dodici mesi fa. C'è che è un mercato in cui i protagonisti non si sbottonano e cifre ufficiali non ci sono. Si possono solo citare quelle che addetti ai lavori e operatori ammettono a mezza bocca. Secondo queste indiscrezioni il primo operatore sarebbe oggi Timvision, con circa 400 mila utenti, compresa però una quota di utenti registrati ma che non hanno ancora attivato il servizio. Cifre ad alta oscillazione quelle relative a Netflix che secondo alcune stime potrebbe avvicinarsi ai 400 mila utenti (compresi quelli nel periodo gratuito) e secondo altre valutazioni arriverebbe a malapena a 300 mila. Risultato non disprezzabile ma comunque sotto le attese (si parlava di un milione entro il primo anno, e Netflix è partita nell'ottobre 2015). A rallentare la corsa del gruppo di Reed Hastings sarebbero ancora una ridotta offerta di contenuti in italiano e la scarsa abitudine del pubblico nostrano ai film sottotitolati. Senza contare che i titoli di punta prodotti dal gruppo, a parure da House of Cards, in Italia sono stati acquistati dai concorrenti, Sky in testa.
Chili vanta in Italia 650 mila utenti registrati, il 90% dei quali ha anche registrato un metodo di pagamento, e cresce di 20 mila nuove registrazioni al mese. Ma Chili ha un modello di business diverso dagli altri: niente abbonamento ma si paga volta per volta quello che si vede. Chili non ha un suo decoder ma si affida, come Netflix, d'altronde, alla presenza sui set-top-box degli altri, da Tim-vision a
Vodafone, alla presenza della sua icona nelle tv connesse di Samsung e Lg e alla possibilità di connettere il proprio smartphone o la propria tavoletta al televisore tramite le "chiavette" Hdmi come Chromecast di Google o Amazon Fire. Anche per Sky non si hanno numeri precisi. Sui 100 mila dovrebbero essere gli utenti che vedono l'intero bouquet della pay tv guidata da Andrea Zappia tramite la fibra ottica e con l'apposito decoder sviluppato da Sky con Telecom Italia per replicare tutte le funzionalità del ricevitore satellitare. Più del doppio, forse sui 250 mila, invece, gli utenti di Now.tv, la versione low cost" di Sky che viaggia esclusivamente via web. Situazione in stallo in casa Mediaset, viste le note vicende societarie: su Premium Online non ci sono numeri. E su Infinity, in pratica la Netflix del Biscione, film e serie tv, lanciata proprio anche per non lasciare strada libera a Netflix, si parla di una forbice compresa tra i 100 mila e i 200 mila utenti. E ancora indietro è Amazon Prime Video, che dal 14 dicembre scorso, giorno del lancio ufficiale, in Italia ma assieme ad altri 200 mercati, è praticamente appannaggio gratuito di tutti gli utenti di Amazon Prime. Amazon non rilascia numeri su quanti siano gli utenti in Italia e tanto meno su quante siano le eventuali attivazioni del servizio. L'utilizzo è comunque ridotto dalla esiguità del catalogo, per ora, con pochi film doppiati. Forse le cose miglioreranno in primavera, quando dovrebbe arrivare anche in Italia "Crisis in 6 Scenes" la serie tv firmata da Woody Allen. E poi c'è il resto: dalla Play Station Video di Sony, ad iTunes di Apple e Google Play, che non prevedendo pagamenti fissi ma acquisti a catalogo e sfuggono ancora di più ad ogni rilevazione, fino a portali come Mubi, Vimeo o l'italiana MyMovies che propongono selezioni mensili o settimanali di contenuti: una specie di ritorno a una forma di palinsesto.
Crescono non perché ci sia più 4K in giro o più smartphone o tavolette, ma perché ora sempre più film, serie tv, grandi eventi e sport arrivano con ottima qualità sui televisori di casa: siano smart tv, ossia tv a cui, oltre il cavo d'antenna si connette anche il cavo verso il modem a banda larga domestico (o un wi-fi) oppure grazie ai set-top-box, (più facile chiamarli decoder) che abilitano anche i vecchi apparecchi attraverso la porta Hdmi: da Timvision a Vodafone Tv, da Now.tv di Sky a Infintiy e, tra qualche mese, anche al nuovo decoder di Fastweb che sta ultimando i suoi trial tecnici per adattare alla rete italiana il decoder usato in Svizzera dalla sua controllante Swisscom. Un milione e 700 mila utenti che cresceranno rapidamente. "A fine 2019 ne stimiamo quasi 4,2 milioni", spiega Augusto Preta, direttore di ItMedia Consulting, che all'esplosione del Vod, il video on demand, in Europa e in Italia ha dedicato un rapporto uscito appena un paio di mesi fa. "L'Italia sta iniziando a recuperare il gap che la ha finora seperata da resto del mercato europeo: la nostra analisi infatti - continua Preta - stima che mentre l'Europa continuerà a crescere nei prossimi tre anni a tassi tra il 20% di quest'anno il 14% del 2019, i ricavi del settore in Italia aumenteranno del 72% quest'anno e di quasi il 55% tra tre anni". Che il mercato ci creda si vede nei fatti. All'estero, ovviamente, prima di tutto, con le ultime operazioni. Atet che acquisisce prima Direct Tv (la maggiore pay tv satellitare Usa) e poi Time Warner (anche se l'operazione deve ottenere anche ora il via libera dell'Antitrust Usa), a cui risponde Verizon con l'acquisizione di Yahoo. Ma anche in Italia, dove le cose si anno muovendo rapidamente. Telecom ha rilanciato Timvision, Vodafone lancia Vodafone Tv e Fastweb, come anticipato più sopra, sta rientrando nel settore da cui era uscito alcuni anni fa con lo spinoff di Chili Tv.
Quanto a Vodafone, si sa della sua offerta, del valore di circa 10 euro al mese. I contenuti sono in via di definizione con potenziali alleati come Sky, Discovery, Viacom. Di certo ci sono già tra le opzioni Netflix e Chili, con pagamento a parte, ma con un'offerta iniziale che comprende sei mesi di Netflilx e 6 film di Chili. Per ora è in vendita in una trentina di negozi Vodafone ma si arriverà presto a regime. D'altra parte l'offerta del gruppo guidato da Aldo Bisio è legata a filo doppio allo sviluppo della rete ottica di Open Fiber, la joint venture Enel e Cdp con cui Vodafone ha un accordo operativo. Timvision, l'offerta di tv in streaming di Telecom Italia, è sugli scudi: presentando i conti del gruppo per il 2016, la scorsa settimana, l'ad Flavio Cattaneo ha detto chiaramente che è dai servizi a valore aggiunto sulla fibra, e in particolare dalla tv, che il gruppo si aspetta di tomare a veder crescere ricavi e margini. E si sta muovendo di conseguenza: accelera sulle nuove reti, con 120 mila nuove case passate ogni settimana, ha societarizzato Timvision, prima una divisione della capogruppo, ha firmato un accordo con Rai per venti film prodotti da RaiCinema in esclusiva. Una cosa, quest'ultima, che ha fatto anche storcere qualche naso a Viale Mazzini dove è stata da poco rinnovata l'offerta di RaiPlay, la catch-up tv, gratuita ma con pubblicità dove si può rivedere online e on demand la programmazione degli ultimi sette giorni, oltre le dirette streaming di tutti i dieci canali Rai.
Se il fronte delle telco è in fermento, anche dall'altra parte, quella dell'offerta, ci sono movimenti. Broadcaster, major e produttori di contenuti hanno intuito che il momento è positivo e spingono sull'acceleratore. Con il risultato che il mercato, colpito da questo aumento di offerta, reagisce e cresce ed oggi gli utenti italiani possono scegliere in un panorama di una ventina di offerte diverse, tra abbonamenti e pay-per-view, tra cataloghi specializzati e anche motori di ricerca. I quasi 2 milioni di utenti italiani erano un miraggio solo dodici mesi fa. C'è che è un mercato in cui i protagonisti non si sbottonano e cifre ufficiali non ci sono. Si possono solo citare quelle che addetti ai lavori e operatori ammettono a mezza bocca. Secondo queste indiscrezioni il primo operatore sarebbe oggi Timvision, con circa 400 mila utenti, compresa però una quota di utenti registrati ma che non hanno ancora attivato il servizio. Cifre ad alta oscillazione quelle relative a Netflix che secondo alcune stime potrebbe avvicinarsi ai 400 mila utenti (compresi quelli nel periodo gratuito) e secondo altre valutazioni arriverebbe a malapena a 300 mila. Risultato non disprezzabile ma comunque sotto le attese (si parlava di un milione entro il primo anno, e Netflix è partita nell'ottobre 2015). A rallentare la corsa del gruppo di Reed Hastings sarebbero ancora una ridotta offerta di contenuti in italiano e la scarsa abitudine del pubblico nostrano ai film sottotitolati. Senza contare che i titoli di punta prodotti dal gruppo, a parure da House of Cards, in Italia sono stati acquistati dai concorrenti, Sky in testa.
Chili vanta in Italia 650 mila utenti registrati, il 90% dei quali ha anche registrato un metodo di pagamento, e cresce di 20 mila nuove registrazioni al mese. Ma Chili ha un modello di business diverso dagli altri: niente abbonamento ma si paga volta per volta quello che si vede. Chili non ha un suo decoder ma si affida, come Netflix, d'altronde, alla presenza sui set-top-box degli altri, da Tim-vision a
Vodafone, alla presenza della sua icona nelle tv connesse di Samsung e Lg e alla possibilità di connettere il proprio smartphone o la propria tavoletta al televisore tramite le "chiavette" Hdmi come Chromecast di Google o Amazon Fire. Anche per Sky non si hanno numeri precisi. Sui 100 mila dovrebbero essere gli utenti che vedono l'intero bouquet della pay tv guidata da Andrea Zappia tramite la fibra ottica e con l'apposito decoder sviluppato da Sky con Telecom Italia per replicare tutte le funzionalità del ricevitore satellitare. Più del doppio, forse sui 250 mila, invece, gli utenti di Now.tv, la versione low cost" di Sky che viaggia esclusivamente via web. Situazione in stallo in casa Mediaset, viste le note vicende societarie: su Premium Online non ci sono numeri. E su Infinity, in pratica la Netflix del Biscione, film e serie tv, lanciata proprio anche per non lasciare strada libera a Netflix, si parla di una forbice compresa tra i 100 mila e i 200 mila utenti. E ancora indietro è Amazon Prime Video, che dal 14 dicembre scorso, giorno del lancio ufficiale, in Italia ma assieme ad altri 200 mercati, è praticamente appannaggio gratuito di tutti gli utenti di Amazon Prime. Amazon non rilascia numeri su quanti siano gli utenti in Italia e tanto meno su quante siano le eventuali attivazioni del servizio. L'utilizzo è comunque ridotto dalla esiguità del catalogo, per ora, con pochi film doppiati. Forse le cose miglioreranno in primavera, quando dovrebbe arrivare anche in Italia "Crisis in 6 Scenes" la serie tv firmata da Woody Allen. E poi c'è il resto: dalla Play Station Video di Sony, ad iTunes di Apple e Google Play, che non prevedendo pagamenti fissi ma acquisti a catalogo e sfuggono ancora di più ad ogni rilevazione, fino a portali come Mubi, Vimeo o l'italiana MyMovies che propongono selezioni mensili o settimanali di contenuti: una specie di ritorno a una forma di palinsesto.
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lunedì 5 settembre 2016
NEWS - Fermi tutti! Il vero nemico di Netflix è...la D'Urso! La creatura di Reed Hastings ha il fiato corto, come le altre pay tv, per colpa della tv generalista (100 canali solo in Italia!). Nuove strategie per sopravvivere: telefonia o morte...
Articolo tratto da "Corriere Economia"
Non è bastato a Vincent Bolloré quel 14,35% per convincere gli altri azionisti di Vivendi che l'affaire Mediaset Premium fosse una buona idea. Tra accuse, lettere, e tribunali la querelle tra le due società ha tenuto banco per tutta l'estate e le conseguenze, soprattutto per il gruppo francese, ancora non sono chiare. Una questione pert) è emersa con forza: in questo Paese non cë posto per due pay tv. Del resto ad accendere la miccia nell'anomalo mondo televisivo italiano ci aveva già pensato Reed Hastings quando a ottobre era arrivato in Italia con la sua creatura. Netflix, mitologica entità «on demand» che prometteva di scardinare il sistema gerarchico dei media, ma che, dati alla mano sta facendo fatica. Per lo meno sul mercato italiano. Non bisogna dimenticare, tra l'altro, che nelle intenzioni di Bolloré c'era l'ambizioso progetto di investire in contenuti per costruire un gruppo media Sud europeo, con partner chiave delle telecomunicazioni per creare una piattaforma di contenuti video on demand simile a Netflix. Dati ufficiali per quanto riguarda gli utenti Netlix nel nostro Paese non ci sono: voci di mercato parlano di 250/300 mila unità, anche se, proprio per il business di Netflix, è difficile arrivare a una cifra univoca. Dipende, banalmente, da cosa propone di mese in mese il portfolio a livello di film e (soprattutto) di serie.
Con questi numeri è difficile che i «big» si sentano minacciati. In Italia come in Francia, dove Netflix è arrivato nel 2014, un anno prima rispetto a noi, e dove non riesce a spostarsi dai 750 mila utenti. Oltralpe il gruppo di Hastings è in perdita, al punto che ha deciso di chiudere i propri uffici e spostare le attività in toto ad Amsterdam. E in Francia non sta brillando nemmeno Canal Plus, la pay tv di Vivendi. Dopo un semestre finanziariamente difficile, con un risultato operativo negativo per oltre 100 milioni, il gruppo ha annunciato un taglio dei costi, da 300 milioni da qui al 2018 per le attività francesi del gruppo. Non solo. Lo scorso giugno l'antitrust francese ha bloccato l'accordo con la qatariota BeIn Sports, un brutto colpo per Vincent Bolloré, che aveva puntato molto su un accordo con la società del Qatar per far tomare a crescere i conti di Canal Plus. Senza dimenticare che a luglio Vivendi ha annunciato la chiusura di Watchever, il servizio di streaming attivo in Germania e controllato dal gruppo francese. Una decisione motivata senza dubbio dai numeri bassi della piattaforma svod, ma che stupisce proprio per la volontà di Bolloré di creare il super polo europeo «anti Netflix». Per quanto sia stato poco fair, il «corsaro» Bolloré (definizione del premier francese Hollande, «senza ira e senza malizia», avrebbe detto Tacito) ha capito che l'unica soluzione per la tv, in Francia come in Italia, è quella di concentrare il business, diversificando i canali, per quanto
paradossale possa sembrare. Ecco perché ora starebbe puntando, dopo l'alleanza con Orange siglata a fine luglio, su una collaborazione con Free, l'operatore tic del gruppo Iliad di Xavier Niel (che dovrebbe arrivare anche in Italia in caso di fusione Wind-3) per puntare su una strategia di moltiplicazione dei canali di distribuzione che sembra scelta dal management della pay-tv francese per salvare le proprie sorti. Anche in Italia gli operatori di telefonia, che per il momento non si sono mai messi in gioco, avranno un ruolo importante e da non sottovalutare nel cambiamento del mercato pay. La Spagna ha vissuto il caso di Telefonica, l'operatore spagnolo che aveva fondato Via Digital, poi diventata Canal dopo la fusione nel 2003 con Canal Satélite Digital. Vittorio Colao, numero uno di Vodafone nel 2014 ha acquisito, per 7,2 miliardi, Ono, operatore via cavo spagnolo, scegliendo di puntare sull'integrazione dei servizi mobili con l'offerta a banda larga fissa e pay tv del provider iberico. Per il momento il vero nemico della pay made in Italy è la tv generalista. Data per morta in realtà è quella che appare più in salute. A fronte dei 55 canali gratis nel Regno Unito, dei 35 in Spagna e dei 28 in Francia (per la Germania il conteggio è più complesso con canali satellitari in chiaro a livello nazionale e regionale), l'Italia conta circa un centinaio di canali. Pay contro free.
Secondo Pier Silvio Berlusconi, vicepresidente e amministratore delegato di Mediaset, «la tv generalista è quella del futuro». Come dargli torto? Dal suo punto di vista, visti i numeri tra audience e incassi, è così: il Biscione difende tranquillamente il proprio dominio sul telecomando, forte di una programmazione vicina al «nazionalpopolare» che attira più pubblicità dei concorrenti. Lo stesso vale per Sky Italia che ha visto negli ultimi mesi una crescita sensibile di audience e incassi pubblicitari anche grazie alla tv in chiaro posizionata sul tasto 8, acquisita a fine luglio del 2015. Del resto il gruppo guidato da Zappia ha deciso da tempo di puntare sui contenuti, sia pay sia in chiaro, unico vero ago della bilancia che decide le sorti dei media, con 40 milioni di euro investiti in nuove produzioni (contro i 5 miliardi previsti da Netflix). Ma dalla sua Sky non sconta i 690 milioni spesi, invece, da Mediaset Premium per i diritti della Champions Leauge. Diritti che non hanno mai fatto lievitare il numero degli abbonati.
Articolo tratto da "Corriere Economia"
Non è bastato a Vincent Bolloré quel 14,35% per convincere gli altri azionisti di Vivendi che l'affaire Mediaset Premium fosse una buona idea. Tra accuse, lettere, e tribunali la querelle tra le due società ha tenuto banco per tutta l'estate e le conseguenze, soprattutto per il gruppo francese, ancora non sono chiare. Una questione pert) è emersa con forza: in questo Paese non cë posto per due pay tv. Del resto ad accendere la miccia nell'anomalo mondo televisivo italiano ci aveva già pensato Reed Hastings quando a ottobre era arrivato in Italia con la sua creatura. Netflix, mitologica entità «on demand» che prometteva di scardinare il sistema gerarchico dei media, ma che, dati alla mano sta facendo fatica. Per lo meno sul mercato italiano. Non bisogna dimenticare, tra l'altro, che nelle intenzioni di Bolloré c'era l'ambizioso progetto di investire in contenuti per costruire un gruppo media Sud europeo, con partner chiave delle telecomunicazioni per creare una piattaforma di contenuti video on demand simile a Netflix. Dati ufficiali per quanto riguarda gli utenti Netlix nel nostro Paese non ci sono: voci di mercato parlano di 250/300 mila unità, anche se, proprio per il business di Netflix, è difficile arrivare a una cifra univoca. Dipende, banalmente, da cosa propone di mese in mese il portfolio a livello di film e (soprattutto) di serie.
Con questi numeri è difficile che i «big» si sentano minacciati. In Italia come in Francia, dove Netflix è arrivato nel 2014, un anno prima rispetto a noi, e dove non riesce a spostarsi dai 750 mila utenti. Oltralpe il gruppo di Hastings è in perdita, al punto che ha deciso di chiudere i propri uffici e spostare le attività in toto ad Amsterdam. E in Francia non sta brillando nemmeno Canal Plus, la pay tv di Vivendi. Dopo un semestre finanziariamente difficile, con un risultato operativo negativo per oltre 100 milioni, il gruppo ha annunciato un taglio dei costi, da 300 milioni da qui al 2018 per le attività francesi del gruppo. Non solo. Lo scorso giugno l'antitrust francese ha bloccato l'accordo con la qatariota BeIn Sports, un brutto colpo per Vincent Bolloré, che aveva puntato molto su un accordo con la società del Qatar per far tomare a crescere i conti di Canal Plus. Senza dimenticare che a luglio Vivendi ha annunciato la chiusura di Watchever, il servizio di streaming attivo in Germania e controllato dal gruppo francese. Una decisione motivata senza dubbio dai numeri bassi della piattaforma svod, ma che stupisce proprio per la volontà di Bolloré di creare il super polo europeo «anti Netflix». Per quanto sia stato poco fair, il «corsaro» Bolloré (definizione del premier francese Hollande, «senza ira e senza malizia», avrebbe detto Tacito) ha capito che l'unica soluzione per la tv, in Francia come in Italia, è quella di concentrare il business, diversificando i canali, per quanto
paradossale possa sembrare. Ecco perché ora starebbe puntando, dopo l'alleanza con Orange siglata a fine luglio, su una collaborazione con Free, l'operatore tic del gruppo Iliad di Xavier Niel (che dovrebbe arrivare anche in Italia in caso di fusione Wind-3) per puntare su una strategia di moltiplicazione dei canali di distribuzione che sembra scelta dal management della pay-tv francese per salvare le proprie sorti. Anche in Italia gli operatori di telefonia, che per il momento non si sono mai messi in gioco, avranno un ruolo importante e da non sottovalutare nel cambiamento del mercato pay. La Spagna ha vissuto il caso di Telefonica, l'operatore spagnolo che aveva fondato Via Digital, poi diventata Canal dopo la fusione nel 2003 con Canal Satélite Digital. Vittorio Colao, numero uno di Vodafone nel 2014 ha acquisito, per 7,2 miliardi, Ono, operatore via cavo spagnolo, scegliendo di puntare sull'integrazione dei servizi mobili con l'offerta a banda larga fissa e pay tv del provider iberico. Per il momento il vero nemico della pay made in Italy è la tv generalista. Data per morta in realtà è quella che appare più in salute. A fronte dei 55 canali gratis nel Regno Unito, dei 35 in Spagna e dei 28 in Francia (per la Germania il conteggio è più complesso con canali satellitari in chiaro a livello nazionale e regionale), l'Italia conta circa un centinaio di canali. Pay contro free.
Secondo Pier Silvio Berlusconi, vicepresidente e amministratore delegato di Mediaset, «la tv generalista è quella del futuro». Come dargli torto? Dal suo punto di vista, visti i numeri tra audience e incassi, è così: il Biscione difende tranquillamente il proprio dominio sul telecomando, forte di una programmazione vicina al «nazionalpopolare» che attira più pubblicità dei concorrenti. Lo stesso vale per Sky Italia che ha visto negli ultimi mesi una crescita sensibile di audience e incassi pubblicitari anche grazie alla tv in chiaro posizionata sul tasto 8, acquisita a fine luglio del 2015. Del resto il gruppo guidato da Zappia ha deciso da tempo di puntare sui contenuti, sia pay sia in chiaro, unico vero ago della bilancia che decide le sorti dei media, con 40 milioni di euro investiti in nuove produzioni (contro i 5 miliardi previsti da Netflix). Ma dalla sua Sky non sconta i 690 milioni spesi, invece, da Mediaset Premium per i diritti della Champions Leauge. Diritti che non hanno mai fatto lievitare il numero degli abbonati.
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lunedì 14 dicembre 2015
NEWS - Strategie e modalità della nuova Vodafone Tv, in Italia entro giugno (anche grazie a Netflix)
Articolo di Maria Elena Zanini su "Corriere Economia"
Nuovi scenari Anno 2016, Vodafone sbarca sulla piattaforma tv. L’obiettivo è quello di arrivare a fornire al cliente i migliori contenuti con la migliore rete. Oltre a convincere gli utenti a passare dall’Adsl alla fibra. Per questo Vodafone ha deciso di mettere allo studio una nuova tv che verrà lanciata sul mercato italiano verosimilmente entro giugno 2016. Si tratta di una piattaforma che funziona tramite un set top box, una sorta di decoder con un ingresso per la fibra e uno per il digitale su cui vengono caricati i vari contenuti in Hd in streaming. Quella di Vodafone non è la prima tv in Italia creata da un operatore telefonico. Telecom nel 2009 aveva lanciato sul mercato Cubovision che nel maggio del 2014 ha subito un processo di rebranding e rilancio diventando TIMvision. Tra i punti di forza dell’offerta targata Telecom, l’assenza di costi aggiuntivi legati al consumo di dati per chi ha un abbonamento Tim, dato che TIMvision è parte integrante del portafoglio 4G di Tim, cosa che Vodafone non offre. Da parte sua, Vodafone guidata in Italia da Aldo Bisio, può contare su una efficiente rete distributiva (è il primo operatore per copertura 4G) ed è presente con la fibra in oltre 140 città. Dietro il progetto della nuova tv c’è una strategia di accordi a livello nazionale e internazionale con i principali fornitori di contenuti televisivi fruibili sia a casa che in mobilità. Questo grazie agli investimenti lanciati per potenziare la rete: con il «piano Spring» il gruppo ha raddoppiato gli investimenti in Italia con 3,6 miliardi in due anni per lo sviluppo delle reti e servizi a banda ultra larga mobile e fissa. Vodafone dunque può mettere a disposizione dei fornitori connettività e rete distributiva molto efficienti. È stato questo uno degli elementi determinanti che hanno portato Netflix lo scorso settembre a stringere una partnership con Vodafone. L’arrivo in Italia della Internet tv di Reed Hastings, dunque, non ha spostato gli equilibri nel settore, anzi, lo ha rafforzato e ha creato nuove opportunità. Per il momento si tratta di offerte promozionali (riduzione del costo dell’abbonamento o periodi di prova gratis) legate a sottoscrizioni di servizi. Stesso sistema che caratterizza anche gli accordi di partnership stretti da Vodafone con Infinity, Sky Online, Mediaset Premium, Chili, la piattaforma italiana di video ondemand nata nel 2012 da uno spin off di Fastweb. Ma con il lancio ufficiale della Vodafone Tv (per il momento in fase di rodaggio) l’obiettivo è quello di riunire in un unico contenitore, il set top box per l’appunto, i contenuti offerti dai vari fornitori non più con sottoscrizione di servizi, ma con un piano unico studiato ad hoc. In corso ci sono trattative avanzate anche con i principali broadcaster tra cui Rai, Sky, Discovery e altri, in modo da fornire ai diversi segmenti di clientela la massima scelta. Anche TIMvision sarebbe in fase di trattative con Chili e con la Rai. La nuova intesa durerebbe fino al 2017 e dovrebbe portare alla coproduzione di miniserie ed alcune prime di film in anteprima. Per Vodafone, più che di accordi in esclusiva, si tratta di accaparrarsi i contenuti migliori da offrire poi sulla piattaforma. Il medesimo servizio verrà offerto anche nel Regno Unito dove dovrebbe sbarcare entro la f ine del suo attuale esercizio f inanziario, che termina il 31 marzo 2016. Al 30 settembre Vodafone, secondo i dati ufficiali, contava 4 milioni di clienti 4G e garantiva la copertura 4G a oltre il 92 % d ella popolazione, mentre per quanto riguarda i clienti in banda larga fissa sono arrivati a 1,9 milioni, con una crescita del 9% su un totale di 2,3 milioni di rete fissa. Ed è proprio qui che dovrebbe incidere l’arrivo della Vodafone Tv, per spingere ad una ulteriore integrazione fisso-mobile.
Articolo di Maria Elena Zanini su "Corriere Economia"
Nuovi scenari Anno 2016, Vodafone sbarca sulla piattaforma tv. L’obiettivo è quello di arrivare a fornire al cliente i migliori contenuti con la migliore rete. Oltre a convincere gli utenti a passare dall’Adsl alla fibra. Per questo Vodafone ha deciso di mettere allo studio una nuova tv che verrà lanciata sul mercato italiano verosimilmente entro giugno 2016. Si tratta di una piattaforma che funziona tramite un set top box, una sorta di decoder con un ingresso per la fibra e uno per il digitale su cui vengono caricati i vari contenuti in Hd in streaming. Quella di Vodafone non è la prima tv in Italia creata da un operatore telefonico. Telecom nel 2009 aveva lanciato sul mercato Cubovision che nel maggio del 2014 ha subito un processo di rebranding e rilancio diventando TIMvision. Tra i punti di forza dell’offerta targata Telecom, l’assenza di costi aggiuntivi legati al consumo di dati per chi ha un abbonamento Tim, dato che TIMvision è parte integrante del portafoglio 4G di Tim, cosa che Vodafone non offre. Da parte sua, Vodafone guidata in Italia da Aldo Bisio, può contare su una efficiente rete distributiva (è il primo operatore per copertura 4G) ed è presente con la fibra in oltre 140 città. Dietro il progetto della nuova tv c’è una strategia di accordi a livello nazionale e internazionale con i principali fornitori di contenuti televisivi fruibili sia a casa che in mobilità. Questo grazie agli investimenti lanciati per potenziare la rete: con il «piano Spring» il gruppo ha raddoppiato gli investimenti in Italia con 3,6 miliardi in due anni per lo sviluppo delle reti e servizi a banda ultra larga mobile e fissa. Vodafone dunque può mettere a disposizione dei fornitori connettività e rete distributiva molto efficienti. È stato questo uno degli elementi determinanti che hanno portato Netflix lo scorso settembre a stringere una partnership con Vodafone. L’arrivo in Italia della Internet tv di Reed Hastings, dunque, non ha spostato gli equilibri nel settore, anzi, lo ha rafforzato e ha creato nuove opportunità. Per il momento si tratta di offerte promozionali (riduzione del costo dell’abbonamento o periodi di prova gratis) legate a sottoscrizioni di servizi. Stesso sistema che caratterizza anche gli accordi di partnership stretti da Vodafone con Infinity, Sky Online, Mediaset Premium, Chili, la piattaforma italiana di video ondemand nata nel 2012 da uno spin off di Fastweb. Ma con il lancio ufficiale della Vodafone Tv (per il momento in fase di rodaggio) l’obiettivo è quello di riunire in un unico contenitore, il set top box per l’appunto, i contenuti offerti dai vari fornitori non più con sottoscrizione di servizi, ma con un piano unico studiato ad hoc. In corso ci sono trattative avanzate anche con i principali broadcaster tra cui Rai, Sky, Discovery e altri, in modo da fornire ai diversi segmenti di clientela la massima scelta. Anche TIMvision sarebbe in fase di trattative con Chili e con la Rai. La nuova intesa durerebbe fino al 2017 e dovrebbe portare alla coproduzione di miniserie ed alcune prime di film in anteprima. Per Vodafone, più che di accordi in esclusiva, si tratta di accaparrarsi i contenuti migliori da offrire poi sulla piattaforma. Il medesimo servizio verrà offerto anche nel Regno Unito dove dovrebbe sbarcare entro la f ine del suo attuale esercizio f inanziario, che termina il 31 marzo 2016. Al 30 settembre Vodafone, secondo i dati ufficiali, contava 4 milioni di clienti 4G e garantiva la copertura 4G a oltre il 92 % d ella popolazione, mentre per quanto riguarda i clienti in banda larga fissa sono arrivati a 1,9 milioni, con una crescita del 9% su un totale di 2,3 milioni di rete fissa. Ed è proprio qui che dovrebbe incidere l’arrivo della Vodafone Tv, per spingere ad una ulteriore integrazione fisso-mobile.
mercoledì 9 dicembre 2015
NEWS - Clamoroso al Cibali! Anche Vodafone lancia la sua tv on demand: prima dell'estate il via in Italia!
Articolo di Andrea Biondi su "Il Sole 24 ore"
Il lavoro che va avanti da oltre un anno è alle battute finali. E così, prima della metà del 2016 Vodafone lancerà in Italia una sua tv. A quanto risulta al Sole 24 Ore è quasi tutto pronto. Si partirà prima in Uk, entro marzo. In Italia subito dopo, e comunque prima dell’estate. La piattaforma messa a punto dalla americana Kaltura e il set top box sono pronti. Tant’è che anche nel nostro Paese, come già avviene in Uk, si stanno facendo test in ambiente controllato. Dalle poche informazioni a disposizione sul versante del layout, quel che si sa è che la tv di Vodafone funzionerà grazie a un nuovo set top box, con un ingresso per il digitale terrestre e uno per la fibra. Da qui si potrà accedere a offerte on demand sia free, sia pay. Sarebbero previste inoltre funzionalità avanzate come il pause&start, la catchup dei contenuti live e la possibilità di utilizzare lo smartphone come “remote control” (in pratica per cercare i contenuti disponibili su mobile e trasferirli poi sulla tv).
Inoltre, la piattaforma dovrebbe consentire la visione dei contenuti anche in 4K, laddove disponibili. Il tutto attraverso un’interfaccia che richiama molto il concetto delle smart tv, di Netflix o Sky Q. In pratica ci sarà una parte di “My Tv” con registrazioni, suggerimenti e tracce, insomma, della propria attività televisiva. Ci si potrà poi spostare sui canali in digitale terrestre e un’altra parte dello schermo sarà invece dedicata alle app dei servizi “ospitati”. Uno di questi sarà sicuramente Netflix che, come in Uk, dovrebbe essere utilizzato anche a fini “promozionali”: accedere alla Vodafone Tv darà la possibilità di vedere qualche mese gratuito di Netflix. Discussioni sarebbero comunque in corso anche con altri player dell’on demand e con i broadcaster tradizionali. Particolarità importante da segnalare e che segna una differenza con il competitor Timvision di Telecom: allo stato attuale Vodafone non prevedrebbe un utilizzo gratuito dei dati per il consumo di video in mobilità tramite smartphone o tablet. Andando al di là del versante tecnico, la discesa del numero due della telefonia mobile in Italia nel mercato tv del nostro Paese promette comunque di far parlare di sé.
Una proposta televisiva entra del resto nelle strategie dell’operatore come un importante strumento per aumentare la propria base clienti nel fisso (1,9 milioni in Italia di clienti in banda larga fissa, su un totale di 2,3milioni di rete fissa al 30 settembre). I clienti della fibra sono ancora pochi. Ma con l’offerta tv dal quartier generale di Vodafone Italia punteranno a fare nuovi adepti spingendo sulla convergenza fisso-mobile. E così, se si guarda ai numeri del mobile, con i suoi 24,7 milioni di clienti l’operatore britannico ha un mare magnum in cui pescare. In questo quadro le telco sanno di potersi giocare carte importanti per far crescere il proprio business. Del resto basta guardare a quel che è successo per esempio in Uk. Un’analisi di e-Media Institute ha evidenziato come dal 2010 gli abbonati alle offerte storiche (Sky e Virgin Media) siano rimasti stabili a quota 14 milioni. È cresciuto enormemente invece il numero degli utenti di servizi Vod (Amazon Prime. Now Tv, Netflix) arrivati da 0 a 6 milioni dal 2012. Nel contempo anche le sottoscrizioni alle offerte finanziate dalle telco (TalkTalk e Bt) sono passate da zero a 2 milioni.
La Gran Bretagna è più avanti rispetto all’Italia, ma è plausibile pensare che l’avvio in forma strutturata di offerte di broadband tv possa portare a un simile approdo. Tanto più che in Italia quello della pay tv tradizionale è un mercato stagnante. Negli ultimi due trimestri Sky in Italia ha perso 58mila clienti, pur rimanendo leader di mercato con poco meno di 4,7 milioni di abbonati. Mediaset, dal canto suo, ha visto aumentare la base clienti di Premium arrivando a 1,9 milioni, ma l’offerta di Premium a 1 euro per 12 mesi circolata in questi giorni e il colpo in Borsa seguito alla presentazione dei conti trimestrali (non solo per Premium, ma anche per Premiun: -9,45% l’11 novembre) fanno pensare che le cose al momento forse non stanno proprio andando per il verso sperato, nonostante l’esclusiva Champions fino al 2018. Dall’altra parte il 22 ottobre ha fatto il suo roboante ingresso nel mercato televisivo italiano l’americana Netflix, con la sua offerta on demand. E la partita si è fatta inevitabilmente più interessante.
Articolo di Andrea Biondi su "Il Sole 24 ore"
Il lavoro che va avanti da oltre un anno è alle battute finali. E così, prima della metà del 2016 Vodafone lancerà in Italia una sua tv. A quanto risulta al Sole 24 Ore è quasi tutto pronto. Si partirà prima in Uk, entro marzo. In Italia subito dopo, e comunque prima dell’estate. La piattaforma messa a punto dalla americana Kaltura e il set top box sono pronti. Tant’è che anche nel nostro Paese, come già avviene in Uk, si stanno facendo test in ambiente controllato. Dalle poche informazioni a disposizione sul versante del layout, quel che si sa è che la tv di Vodafone funzionerà grazie a un nuovo set top box, con un ingresso per il digitale terrestre e uno per la fibra. Da qui si potrà accedere a offerte on demand sia free, sia pay. Sarebbero previste inoltre funzionalità avanzate come il pause&start, la catchup dei contenuti live e la possibilità di utilizzare lo smartphone come “remote control” (in pratica per cercare i contenuti disponibili su mobile e trasferirli poi sulla tv).
Inoltre, la piattaforma dovrebbe consentire la visione dei contenuti anche in 4K, laddove disponibili. Il tutto attraverso un’interfaccia che richiama molto il concetto delle smart tv, di Netflix o Sky Q. In pratica ci sarà una parte di “My Tv” con registrazioni, suggerimenti e tracce, insomma, della propria attività televisiva. Ci si potrà poi spostare sui canali in digitale terrestre e un’altra parte dello schermo sarà invece dedicata alle app dei servizi “ospitati”. Uno di questi sarà sicuramente Netflix che, come in Uk, dovrebbe essere utilizzato anche a fini “promozionali”: accedere alla Vodafone Tv darà la possibilità di vedere qualche mese gratuito di Netflix. Discussioni sarebbero comunque in corso anche con altri player dell’on demand e con i broadcaster tradizionali. Particolarità importante da segnalare e che segna una differenza con il competitor Timvision di Telecom: allo stato attuale Vodafone non prevedrebbe un utilizzo gratuito dei dati per il consumo di video in mobilità tramite smartphone o tablet. Andando al di là del versante tecnico, la discesa del numero due della telefonia mobile in Italia nel mercato tv del nostro Paese promette comunque di far parlare di sé.
Una proposta televisiva entra del resto nelle strategie dell’operatore come un importante strumento per aumentare la propria base clienti nel fisso (1,9 milioni in Italia di clienti in banda larga fissa, su un totale di 2,3milioni di rete fissa al 30 settembre). I clienti della fibra sono ancora pochi. Ma con l’offerta tv dal quartier generale di Vodafone Italia punteranno a fare nuovi adepti spingendo sulla convergenza fisso-mobile. E così, se si guarda ai numeri del mobile, con i suoi 24,7 milioni di clienti l’operatore britannico ha un mare magnum in cui pescare. In questo quadro le telco sanno di potersi giocare carte importanti per far crescere il proprio business. Del resto basta guardare a quel che è successo per esempio in Uk. Un’analisi di e-Media Institute ha evidenziato come dal 2010 gli abbonati alle offerte storiche (Sky e Virgin Media) siano rimasti stabili a quota 14 milioni. È cresciuto enormemente invece il numero degli utenti di servizi Vod (Amazon Prime. Now Tv, Netflix) arrivati da 0 a 6 milioni dal 2012. Nel contempo anche le sottoscrizioni alle offerte finanziate dalle telco (TalkTalk e Bt) sono passate da zero a 2 milioni.
La Gran Bretagna è più avanti rispetto all’Italia, ma è plausibile pensare che l’avvio in forma strutturata di offerte di broadband tv possa portare a un simile approdo. Tanto più che in Italia quello della pay tv tradizionale è un mercato stagnante. Negli ultimi due trimestri Sky in Italia ha perso 58mila clienti, pur rimanendo leader di mercato con poco meno di 4,7 milioni di abbonati. Mediaset, dal canto suo, ha visto aumentare la base clienti di Premium arrivando a 1,9 milioni, ma l’offerta di Premium a 1 euro per 12 mesi circolata in questi giorni e il colpo in Borsa seguito alla presentazione dei conti trimestrali (non solo per Premium, ma anche per Premiun: -9,45% l’11 novembre) fanno pensare che le cose al momento forse non stanno proprio andando per il verso sperato, nonostante l’esclusiva Champions fino al 2018. Dall’altra parte il 22 ottobre ha fatto il suo roboante ingresso nel mercato televisivo italiano l’americana Netflix, con la sua offerta on demand. E la partita si è fatta inevitabilmente più interessante.
giovedì 15 ottobre 2015
NEWS - Fiat Netflix in Italia, ma non per tutti! Solo il 22% del nostro Paese coperto dalla banda ultralarga: prima di abbonarsi, meglio informarsi
Articolo tratto da "Il Sole 24 ore"
Sette giorni esatti. Tanto manca all’arrivo in Italia di Netflix. Prima di noi altri 50 Paesi e 65 milioni di persone hanno aderito alle proposte streaming del network californiano. Nel suo carnet conta film, documentari e serie televisive, da assemblare tra loro per creare palinsesti personali. Netflix è un servizio streaming, dunque l’utente non deve scaricare i contenuti. Niente «download». Ecco perché viene richiesta la connessione continua a Internet. Basta attivare l’app e i programmi televisivi si guardano sugli schermi delle smart tv, di tablet, smartphone e notebook. E se la tivù manca di collegamento web, va bene anche la console per videogame. Una rivoluzione non da poco, perché vengono a cadere i vincoli spazio-temporali dei tradizional i programmi Tv prodotti da i broad caster televisivi. Basti pensare che ogni giorno con Netflix, dicono i dati interni, vengono guardate 100 milioni di trasmissioni web. Stiamo dunque entrando nel mondo della fruizione di contenuti video e intrattenimento «anywhere, anytime». Cioè da ogni posto e in qualunque momento. Con la possibilità di guardare un film sulla smart tv, bloccarlo a metà e il giorno dopo continuare su tablet e smartphone mentre si viaggia. In Italia, secondo i responsabili Netflix, saranno sottoscritti almeno 150 mila abbonamenti entro fine anno. La proposta prevede tre pacchetti con prezzi che dipendono sia dalla qualità video, sia dalle cosiddette «sessioni di streaming», cioè il numero di trasmissioni da guardare in contemporanea dall’utente e gli altri componenti della famiglia (cinque persone in tutto). Il piano «Base» da 7,99 euro al mese — come dire 27 centesimi al giorno — include una qualità video standard, con una sola sessione streaming e velocità di tre megabit al secondo. Lo «Standard» da 9,99 euro al mese offre qualità Hd, due sessioni di streaming e velocità di cinque megabit al secondo. Infine c’è «Premium», un piano da 11,99 euro al mese in ultra Hd4K: consente di attivare fino a quattro streaming per volta a 25 megabit al secondo. Sottoscrivere l’abbonamento è semplice. Basta creare un account dal sito netflix.com, oppure dall’omonima app. Si inseriscono poi i dati bancari con carta di credito o PayPal. Nuova la soluzione scelta dai softwaristi per gestire l’abbonamento mese per mese (il primo gratis) , con cancellazione immediata quando si decide di non usare Netflix per il successivo. Nelle impostazioni è previsto il parental control per sorvegliare i contenuti rivolti ai bambini. Non solo. Una volta scaricata l’app, lo smartphone si trasforma in telecomando digitale. Nel nostro Paese, Netflix ha da poco stretto accordi con Telecom e Vodafone per offrire sottoscrizioni congiunte. Sarà anche possibile acquistare carte prepagate Netf lix presso rivenditori autorizzati. Tra questi: GameStop, Unieuro, MediaWorld, Esselunga, Mondadori ed Euronics. In Italia già un milione e mezzo di persone usa la tivù via strea- ming. Dunque a chi darà fastidio Netflix? Sky on demand e Sky Go già da un paio d’anni consentono agli abbonati Sky di guardare programmi satellitari su d ispositivi mobili. Mediaset punta invece sulla pay tv con Infinity: film, serie tv, fiction in Hd. Il Biscione offre anche Premium Play per guardare il calcio in diretta streaming su tablet, inclusi i programmi di Canale 5, Italia 1 e Rete 4 degli ultimi sette giorni. Fastweb ha superato i 400 mila utenti in tre anni con Chili Tv. TimVision, la piattaforma on demand di Telecom Italia, dichiara 6 mila titoli tra serie tv, cartoni, cinema e documentari. Rai.Tv consente invece di seguire via Internet il meglio dell’emittente nazionale. Ma per Netflix il tallone d’Achille del Belpaese resta la velocità di connessione. Perché in mancanza di banda ultraveloce (30 megabit al secondo) si rischia di guardare i contenuti con fastidio se interruzioni. Oggi, secondo i dati di Sos Tariffe, solo il 22,3% del territorio italiano è raggiunto da banda ultralarga, rispetto alla media europea del 64%. Senza contare che ci sono regioni come il Molise, Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta in cui la copertura è assente. Vale dunque un consiglio. Prima di sottoscrivere l’abbonamento, accertatevi della velocità di connessione presente tra le mura domestiche (wi-f i e Adsl). In caso contrario è come acquistare un vestito griffato che però vi sta stretto.
Articolo tratto da "Il Sole 24 ore"
Sette giorni esatti. Tanto manca all’arrivo in Italia di Netflix. Prima di noi altri 50 Paesi e 65 milioni di persone hanno aderito alle proposte streaming del network californiano. Nel suo carnet conta film, documentari e serie televisive, da assemblare tra loro per creare palinsesti personali. Netflix è un servizio streaming, dunque l’utente non deve scaricare i contenuti. Niente «download». Ecco perché viene richiesta la connessione continua a Internet. Basta attivare l’app e i programmi televisivi si guardano sugli schermi delle smart tv, di tablet, smartphone e notebook. E se la tivù manca di collegamento web, va bene anche la console per videogame. Una rivoluzione non da poco, perché vengono a cadere i vincoli spazio-temporali dei tradizional i programmi Tv prodotti da i broad caster televisivi. Basti pensare che ogni giorno con Netflix, dicono i dati interni, vengono guardate 100 milioni di trasmissioni web. Stiamo dunque entrando nel mondo della fruizione di contenuti video e intrattenimento «anywhere, anytime». Cioè da ogni posto e in qualunque momento. Con la possibilità di guardare un film sulla smart tv, bloccarlo a metà e il giorno dopo continuare su tablet e smartphone mentre si viaggia. In Italia, secondo i responsabili Netflix, saranno sottoscritti almeno 150 mila abbonamenti entro fine anno. La proposta prevede tre pacchetti con prezzi che dipendono sia dalla qualità video, sia dalle cosiddette «sessioni di streaming», cioè il numero di trasmissioni da guardare in contemporanea dall’utente e gli altri componenti della famiglia (cinque persone in tutto). Il piano «Base» da 7,99 euro al mese — come dire 27 centesimi al giorno — include una qualità video standard, con una sola sessione streaming e velocità di tre megabit al secondo. Lo «Standard» da 9,99 euro al mese offre qualità Hd, due sessioni di streaming e velocità di cinque megabit al secondo. Infine c’è «Premium», un piano da 11,99 euro al mese in ultra Hd4K: consente di attivare fino a quattro streaming per volta a 25 megabit al secondo. Sottoscrivere l’abbonamento è semplice. Basta creare un account dal sito netflix.com, oppure dall’omonima app. Si inseriscono poi i dati bancari con carta di credito o PayPal. Nuova la soluzione scelta dai softwaristi per gestire l’abbonamento mese per mese (il primo gratis) , con cancellazione immediata quando si decide di non usare Netflix per il successivo. Nelle impostazioni è previsto il parental control per sorvegliare i contenuti rivolti ai bambini. Non solo. Una volta scaricata l’app, lo smartphone si trasforma in telecomando digitale. Nel nostro Paese, Netflix ha da poco stretto accordi con Telecom e Vodafone per offrire sottoscrizioni congiunte. Sarà anche possibile acquistare carte prepagate Netf lix presso rivenditori autorizzati. Tra questi: GameStop, Unieuro, MediaWorld, Esselunga, Mondadori ed Euronics. In Italia già un milione e mezzo di persone usa la tivù via strea- ming. Dunque a chi darà fastidio Netflix? Sky on demand e Sky Go già da un paio d’anni consentono agli abbonati Sky di guardare programmi satellitari su d ispositivi mobili. Mediaset punta invece sulla pay tv con Infinity: film, serie tv, fiction in Hd. Il Biscione offre anche Premium Play per guardare il calcio in diretta streaming su tablet, inclusi i programmi di Canale 5, Italia 1 e Rete 4 degli ultimi sette giorni. Fastweb ha superato i 400 mila utenti in tre anni con Chili Tv. TimVision, la piattaforma on demand di Telecom Italia, dichiara 6 mila titoli tra serie tv, cartoni, cinema e documentari. Rai.Tv consente invece di seguire via Internet il meglio dell’emittente nazionale. Ma per Netflix il tallone d’Achille del Belpaese resta la velocità di connessione. Perché in mancanza di banda ultraveloce (30 megabit al secondo) si rischia di guardare i contenuti con fastidio se interruzioni. Oggi, secondo i dati di Sos Tariffe, solo il 22,3% del territorio italiano è raggiunto da banda ultralarga, rispetto alla media europea del 64%. Senza contare che ci sono regioni come il Molise, Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta in cui la copertura è assente. Vale dunque un consiglio. Prima di sottoscrivere l’abbonamento, accertatevi della velocità di connessione presente tra le mura domestiche (wi-f i e Adsl). In caso contrario è come acquistare un vestito griffato che però vi sta stretto.
mercoledì 30 settembre 2015
NEWS - Fiat Netflix! Dal 22 ottobre (non più dal 16) lo sbarco in Italia
(ANSA) - ROMA - Ai
63 milioni di abbonati in 50 paesi dal 22 ottobre si aggiungeranno anche gli
spettatori italiani. E' ufficiale da oggi la data del lancio di
Netflix, la piattaforma tv via internet che in pochi anni
si e' fatta strategicamente largo in tutto il mondo
facendo cambiare abitudini al pubblico, prima fra tutta quella
di partecipare alle maratone di serie tv, con tutti gli
episodi uno di seguito all'altro anziche' aspettare gli appuntamenti
settimanali. Lo stesso giorno sara' presentata a Milano nel
dettaglio l'offerta e il progetto che basa la propria forza su
illimitati programmi da vedere via internet ovunque e in qualsiasi
momento. Alcuni contenuti sono noti
tra film, serie originali esclusive, documentari e altri programmi
provenienti da ogni parte del mondo. L'attesa e' pero' anche
sulle produzioni italiane di cui si parla da un po', ad esempio una
serie su Mafia Capitale, ma non ancora annunciate. Riuscira'
ad affermarsi in Italia, dove peraltro la copertura della
banda larga non e' totale? La domanda e' lecita in un mercato,
quello italiano, che e' sempre stato definito ristretto e dove
finora e' soprattutto sul calcio che ci si e' divisi gli abbonati
tra Sky e Mediaset (Premium). La risposta arriva da Netflix
stesso che, nel momento in cui ha deciso di puntare sull'Italia, ''e'
un'opportunita' - ha detto a luglio a Ischia Global Fest ai
produttori mr. Netflix Ted Sarandos incontrandoli per la prima volta
- siamo qui non per distruggere il sistema italiano
ma per partecipare facendolo crescere e contribuendo alla
produzione, il che significa lavoro per gli italiani. Aprire in
Italia e' un atto di fiducia''. Gia' chiari i costi: un piano
Base con una sessione di streaming alla volta e definizione
standard a 7,99 euro al mese, un piano Standard con due sessioni di
streaming contemporanee e alta definizione a 9,99 euro
al mese e un piano Premium, che consentira' quattro sessioni di
streaming alla volta e la visione in Ultra HD 4K a 11,99 euro. Primo mese di lancio gratis per
tutti e la promessa iniziale di abbonarsi facilmente con un clic e
altrettanto facilmente disdire. Si potra' accedere da Smart TV,
tablet e smartphone, computer e da una serie di console per
videogiochi e set-top box connessi a Internet, oltre che da Apple TV e
Google Chromecast. Due le partnership gia' siglate: con Telecom
Italia e con Vodafone. Netflix sara' disponibile anche
tramite il set-top box TIMvision e i clienti della compagnia
telefonica potranno pagare l'abbonamento Netflix tramite la bolletta
TIM, mentre Vodafone offrira' diverse promozioni esclusive che
includeranno abbonamenti Netflix con l'acquisto di servizi
di fibra ottica o 4G. Vodafone consentira' inoltre agli utenti
italiani di semplificare la registrazione e il pagamento
dell'abbonamento Netflix, che potra' avvenire tramite il
contratto. Ci saranno anche le carte regalo Netflix presso diversi
rivenditori autorizzati, tra cui GameStop, Unieuro,
MediaWorld, Esselunga, Mondadori ed Euronics. In lingua originale, con
sottotitoli o doppiate in italiano, le serie originali di Netflix tra cui quelle
con Marvel, Darevil e Jessica Jones (entro la fine dell'anno) e
poi la miniserie The Defenders, che riunisce i personaggi delle
quattro serie precedenti. E poi ancora le serie Sense8,
Grace and Frankie, Unbreakable Kimmy Schmidt, Marco Polo e
Narcos, i documentari Virunga e Mission Blue, docu-serie come
Chef's Table. Alla prassi di acquisto di titoli da qualche tempo
si e' affiancato anche il salto nella produzione: tra i titoli
annunciati figurano Crouching Tiger, Hidden Dragon The Green Legend, Jadotville, The Ridiculous 6 e War Machine di Brad Pitt, mentre alla Mostra del cinema di Venezia ha
debuttato con successo il primo film originale Beasts of No Nation, sui
bambini soldato. Capitolo a parte le serie cult gia' in onda
in Italia ossia House of Cards (Sky Atlantic) e Orange is the New Black (Mediaset Premium) che comunque Netflix sta cercando di riprendersi.
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mercoledì 16 settembre 2015
NEWS - Netflix in Italia tra un mese: ma sarà vero business? Le incognite di rischio: la banda larga, il costo del doppiaggio e la poca popolarità delle serie tv
Articolo tratto da "Il Sole 24 ore"
Netflix arriva in Italia tra un mese, ma sarà una vera sfida farne un business soste-nibile. E non solo perché- come si dice da tempo- gli abbonati banda ultra larga (o almeno Adsl io Megabit) sono troppo pochi. In realtà il mercato italiano è molto particolare: è presidiato da concorrenti internet tv che per altro hanno prezzi di ingresso inferiori a quelli annunciati da Netflix ed è cannibalizzato da un'offerta gratuita molto ricca, sul digitale terrestre. Per giunta, «da noi solo il caldo giustifica appieno l'acquisto di un abbonamento tv; i film fanno solo da companatico e le serie tv non sono così popolari come negli Usa. La maggior parte degli italiani può benissimo aspettare pervedere gratisgli episodi su digitale terrestre», spiega Carlo Alberto Carnevale Maffè, docente dell'universita Bocconi di Milano ed esperto di intemet tv. Netflix potrebbe contare sui contenuti di propria produzione per distinguersi, ma anche per questo ilmercato italiano è particolare: Netflix ne ha già ceduto in esdusiva due: la serie Orange is the new Black a Mediaset e House of Cards a Sky. Tutto lascia pensare insomma che «Netflix proverà l'ingresso in Italia con grande prudenza e bassi investimenti, per non rischiare troppo», dice Maffè. Ecco perché, a quanto risulta, Netflix ha scelto di non salire a bordo della Content delivery network di Telecom Italia (una rete specializzata che avvicina i contenuti all'utente finale). L'hanno fatto invece i concorrenti Sky e Mediaset, che quindi potrebbero essere ulteriormente avvantaggiati. «Il problema di Netflix sarà gestire la propria struttura dei costi a fronte di un numero di clienti che rischia di essere troppo basso», riassume Maffè. «I costi di nazionalizzazione possono essere troppo alti per il mercato italiano, troppo piccolo. D'altro canto, se Netflix rinuncia al doppiaggio rischia di non costruire mai una sufficiente base clienti: un paradosso di difficile soluzione- dice Maffè. Dovràvalutare se ci sono abbastanza utenti disposti a seguire i contenuti in lingua originale. lo temo siamo pochissimi». A questo si aggiungono i costi di distribuzione dei server e l'acquisto di banda o delle Content delivery network (Cdn) degli operatori. Netflix le utilizza in molti Paesi (in Brasile usa quella di'T'im Brasil), mentre negli Stati Uniti è stata persino costretta a fare accordi con Verizon e Comcast per avere più banda. Beninteso, non ha acquistato una corsia prioritaria per i contenuti, bensì si tratta di una interconnessione onerosa tra le reti, saltando provider intermedia che possano rallentare il collegamento. C'è dibattito se anche questo tipo di accordo violi la neutralità della rete, ma al momento non è vietato dalle regole dell'Authority Usa ECC. Comunque, come detto, Netflix su questo fronte ha già deciso di risparmiare in Italia e userà solo una propria infrastruttura, certo meno capillare (quindi meno vicina all'utente) delle Cdn Telecom: metterà in data center nazionali (forse a Roma e Milano) hard disk con i film più richiesti. «Nessun fornitore di contenuti è privilegiato sulla nostra rete. Trattiamo tutti, corri-preso la nostra piattaforma TimVision, allo stesso modo», specifica Daniela Biscarini, responsabile della divisione multimedia entertainment di Tiro Tuttavia, l'uso di TimVision è favorito dal fatto che i nuovi utenti Tim fibra e Adsl l'hanno in omaggio nel canone. Altrimenti, il costo è 5 euro al mese, comunque inferiore ai 7,99 euro al mese della tariffa base di Netflix. Infinity ora è in promozione a 4,99 euro al mese, come a dire che secondo le aziende italiane è questo quanto siamo disposti a spendere. Infinity inoltre consente oltre allo streaming il download per una visione offline (Netflix no, per il motivo dichiarato di non confondere l'utente con l'imbarazzo della scelta). Per altro, Sky Online è in omaggio per i 8 mesi su Fastweb e per 12 mesi sulle offerte fisse Vodafone, mentre Tiscali regala per mesi Infinity. In questo quadro, Netflix costando di più dovrebbe includere più contenuti dei concorrenti o funzionare meglio. Il primo punto è assicurato dal fatto che la sua flat indude tutto, mentre i concorrenti italiani fanno pagare a parte le nuove visioni (TimVision ne regala una al mese, però, a scelta dell'utente). Ci saranno inoltre i nuovi film e serie tv prodotte da Netflix. Per il secondo punto, Netflix può fare leva sullo speciale algoritmo proprietario che adatta il peso dello streaming alla quantitàdi banda in tempo reale (anche se i concorrenti hanno qualcosa di analogo). Difficilmente però, senza l'uso di Cdn, potrà funzionare meglio degli altri. Sul fronte dell'usabilità, Netflix non dovrebbe fare meglio dei concorrenti, che già vantano un ampio numero di dispositivi supportati (le principali console e smart tv; TimVision è anche su smartphone e senza consumo di GB perchi ha sim diTim: un altro vantaggio ineguagliabile). «Tutto sommato, il business case di Netflix in Italia è gravato da molte incognite», dice Maffè. Per gli operatori telefonici c'è invece tutto da guadagnare dal boom dei video, «che ancora non c'è stato in Italia», ricorda Biscarini. «Possiamo incrementare il numero di abbonati banda larga e soprattutto fibraottica, ma anche fidelizzarli, grazie a un'offerta di film e serie tv», aggiunge. Concorda Maffè: «per gli operatori è una strada obbligata», anche considerando che ci sono ancora soltanto i milioni di utenti banda larga e un milione di utenti banda ultra larga in Italia.
Articolo tratto da "Il Sole 24 ore"
Netflix arriva in Italia tra un mese, ma sarà una vera sfida farne un business soste-nibile. E non solo perché- come si dice da tempo- gli abbonati banda ultra larga (o almeno Adsl io Megabit) sono troppo pochi. In realtà il mercato italiano è molto particolare: è presidiato da concorrenti internet tv che per altro hanno prezzi di ingresso inferiori a quelli annunciati da Netflix ed è cannibalizzato da un'offerta gratuita molto ricca, sul digitale terrestre. Per giunta, «da noi solo il caldo giustifica appieno l'acquisto di un abbonamento tv; i film fanno solo da companatico e le serie tv non sono così popolari come negli Usa. La maggior parte degli italiani può benissimo aspettare pervedere gratisgli episodi su digitale terrestre», spiega Carlo Alberto Carnevale Maffè, docente dell'universita Bocconi di Milano ed esperto di intemet tv. Netflix potrebbe contare sui contenuti di propria produzione per distinguersi, ma anche per questo ilmercato italiano è particolare: Netflix ne ha già ceduto in esdusiva due: la serie Orange is the new Black a Mediaset e House of Cards a Sky. Tutto lascia pensare insomma che «Netflix proverà l'ingresso in Italia con grande prudenza e bassi investimenti, per non rischiare troppo», dice Maffè. Ecco perché, a quanto risulta, Netflix ha scelto di non salire a bordo della Content delivery network di Telecom Italia (una rete specializzata che avvicina i contenuti all'utente finale). L'hanno fatto invece i concorrenti Sky e Mediaset, che quindi potrebbero essere ulteriormente avvantaggiati. «Il problema di Netflix sarà gestire la propria struttura dei costi a fronte di un numero di clienti che rischia di essere troppo basso», riassume Maffè. «I costi di nazionalizzazione possono essere troppo alti per il mercato italiano, troppo piccolo. D'altro canto, se Netflix rinuncia al doppiaggio rischia di non costruire mai una sufficiente base clienti: un paradosso di difficile soluzione- dice Maffè. Dovràvalutare se ci sono abbastanza utenti disposti a seguire i contenuti in lingua originale. lo temo siamo pochissimi». A questo si aggiungono i costi di distribuzione dei server e l'acquisto di banda o delle Content delivery network (Cdn) degli operatori. Netflix le utilizza in molti Paesi (in Brasile usa quella di'T'im Brasil), mentre negli Stati Uniti è stata persino costretta a fare accordi con Verizon e Comcast per avere più banda. Beninteso, non ha acquistato una corsia prioritaria per i contenuti, bensì si tratta di una interconnessione onerosa tra le reti, saltando provider intermedia che possano rallentare il collegamento. C'è dibattito se anche questo tipo di accordo violi la neutralità della rete, ma al momento non è vietato dalle regole dell'Authority Usa ECC. Comunque, come detto, Netflix su questo fronte ha già deciso di risparmiare in Italia e userà solo una propria infrastruttura, certo meno capillare (quindi meno vicina all'utente) delle Cdn Telecom: metterà in data center nazionali (forse a Roma e Milano) hard disk con i film più richiesti. «Nessun fornitore di contenuti è privilegiato sulla nostra rete. Trattiamo tutti, corri-preso la nostra piattaforma TimVision, allo stesso modo», specifica Daniela Biscarini, responsabile della divisione multimedia entertainment di Tiro Tuttavia, l'uso di TimVision è favorito dal fatto che i nuovi utenti Tim fibra e Adsl l'hanno in omaggio nel canone. Altrimenti, il costo è 5 euro al mese, comunque inferiore ai 7,99 euro al mese della tariffa base di Netflix. Infinity ora è in promozione a 4,99 euro al mese, come a dire che secondo le aziende italiane è questo quanto siamo disposti a spendere. Infinity inoltre consente oltre allo streaming il download per una visione offline (Netflix no, per il motivo dichiarato di non confondere l'utente con l'imbarazzo della scelta). Per altro, Sky Online è in omaggio per i 8 mesi su Fastweb e per 12 mesi sulle offerte fisse Vodafone, mentre Tiscali regala per mesi Infinity. In questo quadro, Netflix costando di più dovrebbe includere più contenuti dei concorrenti o funzionare meglio. Il primo punto è assicurato dal fatto che la sua flat indude tutto, mentre i concorrenti italiani fanno pagare a parte le nuove visioni (TimVision ne regala una al mese, però, a scelta dell'utente). Ci saranno inoltre i nuovi film e serie tv prodotte da Netflix. Per il secondo punto, Netflix può fare leva sullo speciale algoritmo proprietario che adatta il peso dello streaming alla quantitàdi banda in tempo reale (anche se i concorrenti hanno qualcosa di analogo). Difficilmente però, senza l'uso di Cdn, potrà funzionare meglio degli altri. Sul fronte dell'usabilità, Netflix non dovrebbe fare meglio dei concorrenti, che già vantano un ampio numero di dispositivi supportati (le principali console e smart tv; TimVision è anche su smartphone e senza consumo di GB perchi ha sim diTim: un altro vantaggio ineguagliabile). «Tutto sommato, il business case di Netflix in Italia è gravato da molte incognite», dice Maffè. Per gli operatori telefonici c'è invece tutto da guadagnare dal boom dei video, «che ancora non c'è stato in Italia», ricorda Biscarini. «Possiamo incrementare il numero di abbonati banda larga e soprattutto fibraottica, ma anche fidelizzarli, grazie a un'offerta di film e serie tv», aggiunge. Concorda Maffè: «per gli operatori è una strada obbligata», anche considerando che ci sono ancora soltanto i milioni di utenti banda larga e un milione di utenti banda ultra larga in Italia.
giovedì 23 luglio 2015
NEWS - Telecom una e trina. Ecco gli accordi che l'azienda interseca con Sky, Mediaset e Netflix: monopolio tecnologico pressochè totale sui prossimi contenuti tv
Articolo di Edoardo Segantini per "Corriere Economia"
Piano di sviluppo, quotazione di Inwit, accordi per l'offerta di contenuti pregiati. Telecom Italia, secondo le «voci di dentro», sta provando a rialzare la testa. Nei prossimi tre anni, secondo i piani, l'azienda investirà quattro miliardi di euro in Brasile e dieci in Italia, tre dei quali per lo sviluppo della rete in fibra ottica. II tema è stato ed è al centro di polemiche, in parte scaturite dal piano governativo per la banda ultralarga che, in una prima versione, sottovalutava le alternative tecnologiche alla fibra, basate sul potenziamento del cavo coassiale di rame. Non si tratta di una polemica «tecnica» ma di una critica più profonda, che sembra mettere in discussione la stessa logica aziendale — investire dove conviene — e auspicare il ritorno dello Stato nell'azionariato dell'operatore storico. Dietro la cortina delle dichiarazioni, il dibattito verte insomma sul fatto se la Cassa depositi e prestiti (Cdp) debba diventare socia e con quale ruolo. L'ex presidente Franco Bassanini accusa Telecom di investire troppo poco nella rete ottica fino alle case, il presidente di Telecom Giuseppe Recchi e l'amministratore delegato Marco Patuano replicano che gli investimenti stanziati sono più che sufficienti per rispondere alla domanda di mercato. L'interrogativo, comunque, rimane: è giusto che lo Stato, via Cdp, rientri nella società ex monopolista, da cui uscì (malamente) nel 1997? Per fare che cosa? E con quali poteri? Quesiti non irrilevanti, visto che, con una quota di capitale ipotizzabile nel 10 per Previsti 4 miliardi di investimenti in Brasile e 10 in Italia, 3 per la fibra ottica cento, la Cassa non avrebbe comunque il peso sufficiente per obbligare la società a investire in iniziative senza un prevedibile, adeguato ritorno. Altre domande ruotano intorno alla figura del nuovo azionista di riferimento con il 15 per cento, Vincent Bolloré, il cui avvento mette fine a un altro sogno telecomiano (secondo i più cattivi «telecomico»): il sogno della public compam. Convergenza francese l I patron di Vivendi — potente nella natia Francia ma, diversamente dagli spagnoli di Telefonica, molto ben piazzato anche nel sistema di potere made in Italy — sta muovendo le sue pedine per accreditarsi come socio industriale e di lungo periodo. Secondo il top management di Tele-com, Bolloré apportera un'esperienza mediatica preziosa e del tutto coerente con il disegno di trasformare l'azienda in un hub per la distribuzione dei contenuti televisivi premium. Intervenendo alla presentazione di un tempestivo ebook sul finanziere bretone («II nuovo re dei media europei», di Fiorina Capozzi), il massmediologo Augusto Preta, che di Vivendi è stato a lungo consulente, dice che la sua principale abilità è quella di prendere in mano progetti mal combinati e di trasformarli in imprese vincenti. Vedremo. Di certo Vivendi ha una sua pay tv, Canal Plus, una major musicale, Universal, e una piattaforma di video, Daily-motion e potrà alimentare l'offerta di Telecom Italia. Quest'ultima, peraltro, sulla strada dei contenuti è già avviata: nell'aprile scorso ha firmato un contratto con Sky e si appresta a chiudere con Mediaset entro l'estate e con Netflix in autunno. Tutte offerte destinate a clienti con banda ultralarga, cioè superiore ai 30 mega. Diversamente da Sky, che ha sviluppato un proprio decoder, l'azienda del Biscione si appoggerà alla piattaforma TimVision. Così, prevedibilmente, farà anche Netflix, con cui sono in corso trattative sul catalogo delle serie tv (tipo House of Cards). L'avvicinamento al mondo dei contenuti, che vede impegnati anche altri operatori come Vodafone, rappresenta il vero contrattacco delle telco nella ricerca di nuove fonti di valore. La famosa «convergenza». Da tempo gli operatori televisivi e di telecomunicazioni la preparano, ma oggi è una realtà, spinta dalla più forte delle motivazioni: la paura. II timore di perdere nuovo terreno a favore di Google e degli Over the top, i nuovi monopoli del web. Se la rivoluzione non è un pranzo di gala, neppure la convergenza lo sarà. Sarà un fenomeno dirompente. Da cui derivano nuove sfide per tutti, regolatori compresi. È giusto, ad esempio, mantenere la cosiddetta «asimmetria regolatoria» che, fino a ora, ha favorito gli Over the top rispetto agli operatori telefonici? Bisogna togliere vincoli ai secondi o aggiungerne ai primi? Fermandosi al presente, gli accordi come quelli di Telecom e di Vodafone non sono in esclusiva, e non dovrebbero creare problemi di concorrenza e danneggiare i clienti, che semmai vedranno aumentare le possibilità di scelta. Le stesse Authority dovranno probabilmente adeguarsi, da un punto di vista organizzativo, al nuovo mercato convergente: quello che qualcuno chiama il «mercato dell'attenzione».
Articolo di Edoardo Segantini per "Corriere Economia"
Piano di sviluppo, quotazione di Inwit, accordi per l'offerta di contenuti pregiati. Telecom Italia, secondo le «voci di dentro», sta provando a rialzare la testa. Nei prossimi tre anni, secondo i piani, l'azienda investirà quattro miliardi di euro in Brasile e dieci in Italia, tre dei quali per lo sviluppo della rete in fibra ottica. II tema è stato ed è al centro di polemiche, in parte scaturite dal piano governativo per la banda ultralarga che, in una prima versione, sottovalutava le alternative tecnologiche alla fibra, basate sul potenziamento del cavo coassiale di rame. Non si tratta di una polemica «tecnica» ma di una critica più profonda, che sembra mettere in discussione la stessa logica aziendale — investire dove conviene — e auspicare il ritorno dello Stato nell'azionariato dell'operatore storico. Dietro la cortina delle dichiarazioni, il dibattito verte insomma sul fatto se la Cassa depositi e prestiti (Cdp) debba diventare socia e con quale ruolo. L'ex presidente Franco Bassanini accusa Telecom di investire troppo poco nella rete ottica fino alle case, il presidente di Telecom Giuseppe Recchi e l'amministratore delegato Marco Patuano replicano che gli investimenti stanziati sono più che sufficienti per rispondere alla domanda di mercato. L'interrogativo, comunque, rimane: è giusto che lo Stato, via Cdp, rientri nella società ex monopolista, da cui uscì (malamente) nel 1997? Per fare che cosa? E con quali poteri? Quesiti non irrilevanti, visto che, con una quota di capitale ipotizzabile nel 10 per Previsti 4 miliardi di investimenti in Brasile e 10 in Italia, 3 per la fibra ottica cento, la Cassa non avrebbe comunque il peso sufficiente per obbligare la società a investire in iniziative senza un prevedibile, adeguato ritorno. Altre domande ruotano intorno alla figura del nuovo azionista di riferimento con il 15 per cento, Vincent Bolloré, il cui avvento mette fine a un altro sogno telecomiano (secondo i più cattivi «telecomico»): il sogno della public compam. Convergenza francese l I patron di Vivendi — potente nella natia Francia ma, diversamente dagli spagnoli di Telefonica, molto ben piazzato anche nel sistema di potere made in Italy — sta muovendo le sue pedine per accreditarsi come socio industriale e di lungo periodo. Secondo il top management di Tele-com, Bolloré apportera un'esperienza mediatica preziosa e del tutto coerente con il disegno di trasformare l'azienda in un hub per la distribuzione dei contenuti televisivi premium. Intervenendo alla presentazione di un tempestivo ebook sul finanziere bretone («II nuovo re dei media europei», di Fiorina Capozzi), il massmediologo Augusto Preta, che di Vivendi è stato a lungo consulente, dice che la sua principale abilità è quella di prendere in mano progetti mal combinati e di trasformarli in imprese vincenti. Vedremo. Di certo Vivendi ha una sua pay tv, Canal Plus, una major musicale, Universal, e una piattaforma di video, Daily-motion e potrà alimentare l'offerta di Telecom Italia. Quest'ultima, peraltro, sulla strada dei contenuti è già avviata: nell'aprile scorso ha firmato un contratto con Sky e si appresta a chiudere con Mediaset entro l'estate e con Netflix in autunno. Tutte offerte destinate a clienti con banda ultralarga, cioè superiore ai 30 mega. Diversamente da Sky, che ha sviluppato un proprio decoder, l'azienda del Biscione si appoggerà alla piattaforma TimVision. Così, prevedibilmente, farà anche Netflix, con cui sono in corso trattative sul catalogo delle serie tv (tipo House of Cards). L'avvicinamento al mondo dei contenuti, che vede impegnati anche altri operatori come Vodafone, rappresenta il vero contrattacco delle telco nella ricerca di nuove fonti di valore. La famosa «convergenza». Da tempo gli operatori televisivi e di telecomunicazioni la preparano, ma oggi è una realtà, spinta dalla più forte delle motivazioni: la paura. II timore di perdere nuovo terreno a favore di Google e degli Over the top, i nuovi monopoli del web. Se la rivoluzione non è un pranzo di gala, neppure la convergenza lo sarà. Sarà un fenomeno dirompente. Da cui derivano nuove sfide per tutti, regolatori compresi. È giusto, ad esempio, mantenere la cosiddetta «asimmetria regolatoria» che, fino a ora, ha favorito gli Over the top rispetto agli operatori telefonici? Bisogna togliere vincoli ai secondi o aggiungerne ai primi? Fermandosi al presente, gli accordi come quelli di Telecom e di Vodafone non sono in esclusiva, e non dovrebbero creare problemi di concorrenza e danneggiare i clienti, che semmai vedranno aumentare le possibilità di scelta. Le stesse Authority dovranno probabilmente adeguarsi, da un punto di vista organizzativo, al nuovo mercato convergente: quello che qualcuno chiama il «mercato dell'attenzione».
mercoledì 3 giugno 2015
NEWS - Banda larghina ma non troppo! Per l'arrivo di Netflix in Italia raggiunto il 34% della popolazione (in Europa è il 62%), 169 comuni, 37 nella sola Lombardia. Valle d'Aosta e Molise senza fibra
Articolo tratto da "Il Sole 24 ore"
La banda ultralarga avanza adagio: raggiunto il 34% della popolazione. Analizzati rispetto all'anno precedente i numeri dimostrano che
qualcosa si sta facendo. Alla fine però sono sempre gli stessi numeri a
frenare tutti i possibili slanci entusiastici. A maggio 2015 i comuni
italiani con copertura in fibra ottica sono risultati 169. È quanto
emerge dalle elaborazioni condotte dall'Osservatorio Ultra Broadband di
Between-EY: un lavoro portato avanti andandoa incrociare i dati di
copertura ufficiali con un'indagine sul campo per verificare l'effettiva
possibilità da parte dei clienti di aderire a un'offerta commerciale
nei comuni segnalati come coperti da parte dei vari operatori. A
consuntivo, il dato medio nazionale indica che al momento il servizio in
fibra ottica è reso potenzialmente disponibile - da Telecom
che è il leader per copertura come dagli altri operatori, soprattutto
Fastweb (che dichiara la leadership per numero di clienti
ultrabroadband) e Vodafone e da Wind-Infostrada - per un terzo della
popolazione. Il confronto internazionale in questo senso è allarmante se
si considera che il dato di copertura a livello europeo (peraltro
l'ultimo disponibile, reso noto dalla Uea febbraio, si riferisce al
2013) indica una percentuale del 62 per cento. Dall'altro canto però - e
qui viene invece la parte più favorevole del ragionamento - che
qualcosa si sia smosso lo si evince proprio dalla progressione con la
quale si arriva a quel 34% di popolazione potenzialmente già ora cliente
di offerte in fibra ottica. A fine del 2014 i comuni con rete di nuova
generazione già disponibile alla clientela secondo le elaborazioni
dell'Osservatorio Ultra Broadband Between-EY erano 127 (29% della
popolazione). Alla fine del primo semestre del 2014 erano 69 (24% della popolazione) mentre a fine 2013 erano 28 (14%) della popolazione. A ogni
modo, stando all'oggi, che si tratti di fibra fino agli armadi di strada
(Fttc) o di fibra portata direttamente fino a casa (Ftth), il risultato
dice comunque questo: neanche 200 comuni italiani possono godere di
questa "infrastruttura a prova di futuro". Così la fibra ottica veniva
testualmente definita all'interno del documento ufficiale messo nero su
bianco dal Governo, il Piano banda ultralarga di inizio marzo. Del resto
la costruzione di una rete di nuova generazione è considerata ormai
indispensabile vista la crescita esponenziale del traffico dati spinto
dai contenuti video che già oggi richiedono banda e capacità e che
sempre di più ne richiederanno con l'arrivo di soggetti specializzati
nell'on demand television (leggi Netflix). Inoltre, non vanno
dimenticati gli obiettivi dell'Agenda digitale, che sono da raggiungere:
l'Unione Europea ha stabilito che al 2020 tutti i cittadini dovranno
avere a disposizione connessioni ad almeno 30 Mbps con un 50% messo
nelle disponibilità di navigare a 100 Mbps. «In questa situazione -
spiega Cristoforo Morandini, partner EY va certamente messo in evidenza
che la macchina infrastrutturale si è definitivamente messa in moto, ma
la strada è ancora lunga. E questo a maggior ragione se l'obiettivo
rimane quello indicato dal Piano governativo sulla banda ultralarga»,
che entro il 2020 vuole portare i 30 Mbps a tutti e i 100 Megabit
all'85% (quindi più del 50% dettato dalla Ue) della popolazione. Se
l'infrastruttura è a prova di futuro, il presente si dimostra comunque
ancora ben lontano da un mondo ideale. Declinate in chiave regionale le
elaborazioni condotte dall'Osservatorio Ultra Broadband di Between-EY
segnalano due regioni - Valle d'Aosta e Molise ancora prive di offerte
commerciali in fibra ottica. A seguire, la percentuale di popolazione
coperta da servizi già attivi va dal 9% di Trentino-Alto Adige al 55%
del Lazio. Per numero di comuni coperti, il primato va invece alla
Lombardia (37), seguita da Campania (30) ed Emilia-Romagna (21).
mercoledì 27 maggio 2015
NEWS - Telecom se la fa con tutti! Oltre a Netflix, Sky e Mediaset, la compagnia telefonica apre a Hulu, HBO, Amazon...(manca solo Telelombardia)
Articolo tratto da "Il Sole 24 ore"
«Siamo venuti a casa dei nostri amici per dirgli che siamoi numeri uno». L'amministratore delegato di Telecom Italia, Marco Patuano, esordisce così davanti a circa 2mila rivenditori invitatia Londra per la convention nazionale della divisione consumer. Troppo ghiotta l'occasione per non lanciare una stoccata al diretto concorrente: quella Vodafone che in Italia ha ceduto a Tim, dopo 4 anni, il primato nel mercato delle Sim residenziali (27,6% contro 27,2%a dicembre secondo gli ultimi dati Agcom), ma che rispetto all'ex monopolista a marzo ha rivendicato il primato nei clienti 4G: 2,8 milioni contro gli 1,8 di Tim. «Siamo già oltre i 2 milioni - dice Patuano al Sole 24 Ore - e comunque non è la gara fra noi e Vodafone la questione: siamo due operatori che stanno puntando su qualità e user experience. Per quanto ci riguarda noi miriamo a raddoppiare i clienti 4G entro fine anno, portandoli oltre quota 4 milioni». Dato, questo, centrale perché «il cliente 4G vale circa 4 euro in più al mese rispetto al cliente tradizionale». Il raddoppio della clientela entro il 2015 è un concetto che ricorre più volte durante l'intervento di Patuano davanti ai dealer. Lo stesso target vale infatti per la fibra (316 mila i clienti a marzo) come per i clienti legati all'offerta video. Del resto è su questo versante che si sta impennando il consumo di dati, vera chiave di business per le telco. Sull'offerta di videostreaminge Ott television l'idea è di passare «dai 400mila clienti attuali (in cui rientrano sottoscrittori Timvision e i primi abbonati all'offerta Sky-Tim, ndr. )a oltre un milione, nel giro di dodici mesi». Qui,a sentire Patuano, si gioca gran parte della sfida del prossimo futuro: «Abbiamo creato una piattaforma aperta, che vuole essere la casa di tutti i possessori di contenuti». Cosa vuol dire? «Con un lavoro costato alcune centinaia di milionie oltre due anni di tempo, abbiamo creato una piattaforma, ora sfruttata da Sky e per la quale è iniziata la vendita da qualche settimana, ma che è aperta a tutti coloro che hanno palinsestio library». Nelle slide si leggono i nomi di Netflix, Hbo, Amazon Prime, Hulu. E Mediaset Premium? «Mediaset sarà il primo cliente», replica Patuano. No comment se l'accordo sia arrivato o sia ancora da definire. Quel che però per Patuano rileva è che «la piattaforma rappresenta l'elemento che ci differenzia dai competitor. Che come noi possono avere infrastrutture e/o offerte. Ma la piattaforma è solo nostra. E noi siamo in grado di fornire un servizio chiavi in manoa chi possiedei contenuti,a partire dal Set-top box, fino al billing (e quindi la fatturazione in bolletta, ndr.) o al caring». Certo, alla base c'è sempre il nodo degli investimenti sulla rete, senza i quali il discorso decade. «Metroweb sarebbe stata un'opportunità. Poi la vita continua», risponde a specifica domanda l'ad di Telecom Italia rispedendo al mittente però qualsiasi appunto sul fatto che Telecom non investa: «Noi abbiamo dimostrato di investire sulla rete. In alcune zone del Paese solo noi.E comunque, al di là di questo chi dice che non investiamo dimostra di non conoscere affatto il nostro business model». Qui passato e futuro si intrecciano, con un rebranding già partitoa valle del quale nel 2016 resterà solo il marchio Tim. Il tutto per un business model "quadruple play" con telefonia mobile, dati, on demand, ma anche telefonia fissa in cui il canone dall'1 maggio è andato definitivamente in soffitta lasciando il posto a tre offerte. Qui sulla telefonia fissa ci sono 4,3 milioni di clienti senza broadband che rappresentano un bacino di potenziali utilizzatori dei nuovi servizi in fibra. Per questi e per gli altri, clienti da almeno 10 anni, è anche in arrivo un "premio fedeltà": «Regaleremo - dice Stefano De Angelis, direttore della divisione consumer di Telecom Italia - un anno di assicurazione sulla casa. Un modo per dire grazie».
Articolo tratto da "Il Sole 24 ore"
«Siamo venuti a casa dei nostri amici per dirgli che siamoi numeri uno». L'amministratore delegato di Telecom Italia, Marco Patuano, esordisce così davanti a circa 2mila rivenditori invitatia Londra per la convention nazionale della divisione consumer. Troppo ghiotta l'occasione per non lanciare una stoccata al diretto concorrente: quella Vodafone che in Italia ha ceduto a Tim, dopo 4 anni, il primato nel mercato delle Sim residenziali (27,6% contro 27,2%a dicembre secondo gli ultimi dati Agcom), ma che rispetto all'ex monopolista a marzo ha rivendicato il primato nei clienti 4G: 2,8 milioni contro gli 1,8 di Tim. «Siamo già oltre i 2 milioni - dice Patuano al Sole 24 Ore - e comunque non è la gara fra noi e Vodafone la questione: siamo due operatori che stanno puntando su qualità e user experience. Per quanto ci riguarda noi miriamo a raddoppiare i clienti 4G entro fine anno, portandoli oltre quota 4 milioni». Dato, questo, centrale perché «il cliente 4G vale circa 4 euro in più al mese rispetto al cliente tradizionale». Il raddoppio della clientela entro il 2015 è un concetto che ricorre più volte durante l'intervento di Patuano davanti ai dealer. Lo stesso target vale infatti per la fibra (316 mila i clienti a marzo) come per i clienti legati all'offerta video. Del resto è su questo versante che si sta impennando il consumo di dati, vera chiave di business per le telco. Sull'offerta di videostreaminge Ott television l'idea è di passare «dai 400mila clienti attuali (in cui rientrano sottoscrittori Timvision e i primi abbonati all'offerta Sky-Tim, ndr. )a oltre un milione, nel giro di dodici mesi». Qui,a sentire Patuano, si gioca gran parte della sfida del prossimo futuro: «Abbiamo creato una piattaforma aperta, che vuole essere la casa di tutti i possessori di contenuti». Cosa vuol dire? «Con un lavoro costato alcune centinaia di milionie oltre due anni di tempo, abbiamo creato una piattaforma, ora sfruttata da Sky e per la quale è iniziata la vendita da qualche settimana, ma che è aperta a tutti coloro che hanno palinsestio library». Nelle slide si leggono i nomi di Netflix, Hbo, Amazon Prime, Hulu. E Mediaset Premium? «Mediaset sarà il primo cliente», replica Patuano. No comment se l'accordo sia arrivato o sia ancora da definire. Quel che però per Patuano rileva è che «la piattaforma rappresenta l'elemento che ci differenzia dai competitor. Che come noi possono avere infrastrutture e/o offerte. Ma la piattaforma è solo nostra. E noi siamo in grado di fornire un servizio chiavi in manoa chi possiedei contenuti,a partire dal Set-top box, fino al billing (e quindi la fatturazione in bolletta, ndr.) o al caring». Certo, alla base c'è sempre il nodo degli investimenti sulla rete, senza i quali il discorso decade. «Metroweb sarebbe stata un'opportunità. Poi la vita continua», risponde a specifica domanda l'ad di Telecom Italia rispedendo al mittente però qualsiasi appunto sul fatto che Telecom non investa: «Noi abbiamo dimostrato di investire sulla rete. In alcune zone del Paese solo noi.E comunque, al di là di questo chi dice che non investiamo dimostra di non conoscere affatto il nostro business model». Qui passato e futuro si intrecciano, con un rebranding già partitoa valle del quale nel 2016 resterà solo il marchio Tim. Il tutto per un business model "quadruple play" con telefonia mobile, dati, on demand, ma anche telefonia fissa in cui il canone dall'1 maggio è andato definitivamente in soffitta lasciando il posto a tre offerte. Qui sulla telefonia fissa ci sono 4,3 milioni di clienti senza broadband che rappresentano un bacino di potenziali utilizzatori dei nuovi servizi in fibra. Per questi e per gli altri, clienti da almeno 10 anni, è anche in arrivo un "premio fedeltà": «Regaleremo - dice Stefano De Angelis, direttore della divisione consumer di Telecom Italia - un anno di assicurazione sulla casa. Un modo per dire grazie».
lunedì 25 maggio 2015
NEWS - A banda armata! Nel crogiuolo di interessi e sviluppo della banda larga ci si mette anche il Governo (Renzi in primis). Analisi delle parti coinvolte, dei rispettivi rendiconti e degli ostacoli da abbattere
Articolo di Stefano Cingolani su "Il Foglio"
Che cosa può fare Vodafone per l'Italia?". Quando Matteo Renzi ha sentito queste parole uscire come farfalle policrome dalle labbra di Vittorio Colao, s'è convinto che era il momento di dare un colpo d'acceleratore. Finora aveva ascoltato solo rampogne, ramanzine, lamentele e proteste. Tanti no, non si può, o al massimo dei forse. Mai una disponibilità così completa. Il capo del governo aveva invitato a pranzo il big boss di Vodafone, gesto inusuale per un presidente del consiglio che si alimenta a pizze come faceva Bill Clinton ai bei tempi, prima di Monica Lewinsky. Da cosa nasce cosa e martedì scorso Colao parlando a Londra ha annunciato: "Vogliamo essere attori della partita sulla banda larga". Larga? Di più, extralarge, o magari addirittura extra extra. Venghino, venghino alla fiera delle telecomunicazioni: Matteo Renzi ha esteso gli inviti, ormai ci sono più bancarelle che all'Expo: Telecom Italia, Vivendi, Mediaset, Sky, la Rai, Cassa depositi e prestiti, Fondo strategico italiano, Metroweb, Terna, Ferrovie dello stato, Acea, A2A, la russa Wind (con Infostrada ha la seconda rete telefonica fissa) che si sta per fondere con la cinese Hutchison Whampoa (3G), Enel arrivata per ultima, ma certo non la meno importante e quello che molti considerano il vero asso nella manica: l'inglese Vodafone, guidata da un italiano che piace molto, anche perché è il manager tricolore che ha la posizione più elevata nel giro degli affari globali, cioè Vittorio Colao. Sembra un caos creativo, anche se è meno caotico di quel che si possa immaginare.
Perché da una parte c'è un triangolo magico formato da Vincent Bolloré,
Rupert Murdoch e Silvio Berlusconi, al
cui ortocentro si colloca Telecom Italia. Dalla parte opposta tutti gli
altri per ora in ordine sparso, ma in via di aggregazione grazie alla
regia di Palazzo Chigi. A meno che qualcuno non faccia il salto della
trincea, cosa sempre possibile nel bizzarro gioco della banda XXL. Tutto
comincia in Telecom Italia, anche se la storia non è destinata a finire
lì. Tra poco più di una settimana il gruppo francese Vivendi di cui
Vincent Bolloré è presidente e principale azionista (con il 14,5 per
cento), avrà fisicamente in mano l'8,3 per cento dei diritti di voto di
Telecom Italia ereditati vendendo a Telefonica la compagnia brasiliana
Gvt. La partecipazione grazie alla quale si sostituisce agli spagnoli,
se l'è trovata un po' per caso, ma l'uomo d'affari bretone conosce bene
l'Italia dove è ormai un personaggio di primo piano: entrato in
Mediobanca nel 2001 e poi nelle Assicurazioni Generali, oggi è il
principale socio della banca d'affari fondata da Enrico Cuccia, alla
pari con Unicredit. Proprio dalle stanze di via Filodrammatici è venuto
l'input a usare la leva di Telecom Italia per un progetto più ampio che
arriva fino a Mediaset. Gli analisti della banca scrivono che "Mediaset
rappresenta una interessante opzione strategica per Vivendi (che tra
l'altro controlla Canal Plus, ndr.), infatti consentirebbe ai francesi
di entrare nel mercato dei contenuti italiano o spagnolo con un accordo
in contanti o carta contro carta senza spendere troppo". Dunque, si
stanno già facendo i conti, non siamo solo alle beate intenzioni.
Bolloré ha detto di voler costruire un gruppo nei media in grado di sfidare il tedesco Bertelsmann. Quanto alla tv di Silvio Berlusconi, potrebbe avere un socio strategico che la faccia uscire dallo stallo. Tra Berlusconi e Bolloré ci sono ottimi rapporti mediati da Tarak Ben Ammar, il quale è al centro di un vero e proprio trivio: siede infatti nei consigli di amministrazione di Vivendi, di Mediobanca e di Telecom Italia. Ma una operazione del genere ha un potente impatto politico (sono società private, tuttavia in questo campo il regolatore pubblico è più potente dell'azionista). Perché mai, dunque, il governo dovrebbe consentirla? Non esiste, almeno ufficialmente, un Nazareno degli affari. A questo punto entra in campo Telecom Italia. La merce di scambio, infatti, potrebbe essere la partecipazione senza se e senza ma al progetto banda extralarge al quale Renzi tiene in modo particolare, come bandiera della modernizzazione e segno del proprio attivismo decisionista. Ben Ammar precisa che Mediaset non è in vendita e Telecom deve distribuire non produrre contenuti. Ma l'obiettivo in questo momento è costringere Telecom a far cadere la strenua difesa della propria posizione dominante nella rete fissa. Poi tutto sarà in movimento. Per avviare un motore che si è bloccato dopo molte false partenze (secondo alcuni si era già ingrippato nel 1997, quando è stata mal privatizzata Telecom Italia) il governo ha in mano una società piccola, ma avanguardista come Metroweb creata da Fastweb e dall'azienda elettrica milanese, che possiede l'unica ampia rete a fibra ottica oggi esistente (concentrata a Milano) ed è controllata dalla Cassa depositi e prestiti presieduta da Franco Bassanini e amministrata da Giovanni Gorno Tempini. Il governo ha proposto a Telecom di mettersi insieme, però l'ex monopolista telefonico vuole la maggioranza che Bassanini non intende cedere. Su questo ostacolo, davvero non da poco, si sta fermi da tempo. Ma il pie' veloce Renzi è stanco di aspettare, anche perché, nel frattempo, gli altri giocatori si muovono. Se Mediaset si è lanciata all'assalto delle torri di trasmissione Rai, allora nulla è più al sicuro. La stessa Telecom annuncia con gesto di sfida che vuole cablare da sola 400 comuni spiazzando la concorrenza e irritando ancor più Bassanini. Palazzo Chigi le prova tutte. Tira fuori un provvedimento legislativo che obbliga di passare alla fibra ottica entro il 2020. Apriti cielo. In questo modo l'intera rete in rame che Telecom possiede e ha difeso con le unghie e con i denti, non vale più nulla. Sarebbe meglio svenderla ai romeni. L'azienda mette all'opera tutte le sue armi e schiera in prima fila il Corriere della Sera contro "l'esproprio statalista". Il progetto viene ritoccato, edulcorato, però l'obiettivo resta. E i vertici del gruppo telefonico cominciano a capire che una battaglia di pura resistenza è destinata a fallire. Anche perché nel frattempo spunta l'Enel portando con sé una lunghissima catena di distribuzione. Gli uffici dell'amministratore delegato Francesco Starace, il 14 aprile inviano all'Agcom una missiva in cui si sottolinea che "Enel possiede una infrastruttura esistente, costituita da reti di tipo aereo e cabine di distribuzione in grado di ospitare cavi in fibra ottica". Grazie a una recente normativa infatti il cavo della banda larga potrà essere "steso" anche sui tralicci elettrici con la cosiddetta "posa aerea". Una opzione che supera le difficoltà degli scavi e ne riduce i costi. Ma soprattutto consente di raggiungere - come si sottolinea nella lettera all'Agcom - le zone di montagna e le campagne più isolate (i cosiddetti Cluster C e D), oltre a collegare direttamente gli edifici e gli appartamenti con la tecnologia FTTB (fiber to the building) e FTTH (fiber to the home). Per le grandi aree urbane (Cluster A e B) Enel punta ad accordi con alcune delle municipalizzate che detengono la rete elettrica (visto che in sette città, come Roma, Milano, Torino e Genova non è presente), ma anche con Metroweb. Un ritorno al telefono come ai tempi di Tatò quando possedeva Infostrada e Wind? No, è la risposta, "il contributo di Enel sarà sinergico con le reti già esistenti". Chi paga? La società ha provveduto alla sostituzione dei tradizionali contatori elettromeccanici con quelli elettronici che consentono la lettura dei consumi in tempo reale e la gestione a distanza dei contratti. Secondo dati ufficiali, sono 32 milioni i contatori elettrici della clientela al dettaglio. Ma ulteriori investimenti e sostituzioni potrebbero essere legati alla posa della fibra ottica nell'ambito del progetto da 6,5 miliardi illustrato per sommi capi dal governo. Enel ha ancora 38 miliardi di debiti sul groppone (su 76 miliardi di ricavi) e cerca di ridurli vendendo le partecipazioni all'estero, in Slovenia o nella stessa Spagna dove ha già collocato sul mercato il 22 per cento dell'azienda elettrica Endesa. Le disponibilità di cassa, dunque, sono limitate mentre al contrario Vivendi e Vodafone sono molto liquide. E chi guida la danza? Ciascuno comanda sulla propria rete? O esiste un centro della complessa ragnatela? L'idea del governo è di affidare alla Cdp questo ruolo attraverso una società ad hoc alla quale partecipino tutti gli operatori. Come nel gioco dell'oca, torniamo alla casella di partenza, cioè là dove eravamo una decina di anni fa, quando si discuteva di creare una società che mettesse insieme quel che hanno in mano gli operatori nel fisso e nel mobile, scorporando da Telecom Italia la rete in rame e dagli altri i ripetitori dei telefonini. Il tavolo, al quale partecipavano tanti (troppi) commensali, saltò di fronte alle due domande cruciali: chi comanda e chi paga. Franco Bernabè gestiva una Telecom oberata di debiti e paralizzata da Telefonica (un azionista passivo, anche se il più rilevante), quindi scelse di tenere per sé l'asset materiale più importante e di maggior valore, la rete in rame. Quanto valga il vasto agglomerato di file e cabine non è chiaro. Si è detto "almeno 15 miliardi", ma Bassanini ha messo in discussione le cifre scritte nei bilanci di Telecom allarmando persino la Consob. Una cosa è certa: oggi in Italia senza quella rete non si va da nessuna parte. L'Enel da sola non è in grado di cambiare il campo di gioco, anche se è uno sfidante di rilievo, tanto che Giuseppe Recchi, presidente di Telecom, mercoledì scorso, durante l'assemblea degli azionisti, ha fatto un'avance proponendo di "lavorare insieme, unire le forze". Le aziende elettriche possono depositare i cavi e portarli fino ai contatori, ma a girare la chiavetta è sempre chi offre il servizio. E qui arriva il pezzo da novanta: Colao. Vittorio, nomen omen, con il suo metro e 92 centimetri, sta ritto su una montagna di denaro: 130 miliardi di dollari pagati da Verizon per il 45 per cento posseduto da Vodafone nella compagnia telefonica. In cinque anni dal suo arrivo al comando, ha arricchito gli azionisti che si spartiscono qualcosa come 60 miliardi di dollari (lui l'anno scorso ha guadagnato 3,4 milioni di sterline). Nato a Brescia nel 1961, da ragazzo sognava una carriera militare. Il padre, del resto, era un carabiniere, e Vittorio per un breve periodo ha fatto l'ufficiale nell'Arma. La madre, invece, è nobile, la contessa Pellizzari di San Girolamo, chiamata Popi dagli intimi. Dopo l'immancabile Bocconi, il master a Harvard e un passaggio all'Eni, ecco McKinsey che lascia impronte indelebili nei suoi pupilli che oggi, anche grazie a Yoram Gutgeld stanno rimpolpando le fila delle teste d'uovo renziane. La prova del fuoco, dopo spostamenti vari, tra i quali Mondadori quando era direttore Corrado Passera (altro McKinsey boy), è in Omnitel, la mutazione di Olivetti realizzata da Carlo De Benedetti con Elserino Piol. La società esplode con i telefonini, viene venduta a Mannesmann al massimo del suo valore, e poi passa a Vodafone. Proprio Colao è l'artefice dell'operazione che gli assicura un posto di riguardo nel gruppo britannico, dopo una infelice parentesi alla Rcs dove si mise contro una parte degli azionisti, Paolo Mieli e i giornalisti dei quali diceva che "sono un investimento da mettere a miglior reddito". Un'uscita tanto snob quanto ingenua. Non che l'universo mediatico e politico non attragga anche Colao. Un giorno ha confessato a un amico che il suo sogno è fare il ministro degli Esteri italiano. Renzi lo ha corteggiato a lungo. Per lui pensava all'Eni, certo che non avrebbe accettato nulla di meno. Adesso la stessa Vodafone sta cercando una nuova dimensione. E il futuro corre non sulle onde sonore, ma sul filo. Anche le nuove applicazioni o la tv sul telefonino richiedono un salto nella velocità di trasmissione con tecnologie legate alle reti, all'insegna di una sempre maggiore convergenza tra fisso e mobile, tra materiale e immateriale. Insomma, ci vuole un contenitore più capiente per trasportare contenuti più pesanti e variegati. Dopo l'uscita dall'America, è l'America a voler entrare in Vodafone. Zio Sam indossa le vesti di John Malone, tra i pionieri della tv via cavo e oggi uno dei maggiori operatori con Liberty Global, presente in 12 paesi. Si parla con sempre maggiore insistenza di una megafusione europea e l'ultima intervista del magnate all'agenzia Bloomberg ha riacceso la fantasia degli operatori di borsa che già gustano un succulento boccone. Cosa farebbe Colao in questo caso? Resta con una posizione diversa? O torna, buon profeta in patria, magari alla guida del grande progetto al quale Renzi tiene tanto e che riporterebbe l'Italia in quella posizione rilevante nelle telecomunicazioni, via via appannata e poi perduta negli ultimi quindici anni. Renzi, dunque, si è messo una nuova freccia in faretra. Può usarla o tenerla di riserva, può andare a segno o fuori bersaglio, però a questo punto non è più lui con le spalle al muro. Banda larga, tv via cavo, Colao, Malone. Minacce serie per il futuro di Telecom Italia e anche per il ruolo che Vivendi vuole interpretare. Bolloré non starà a guardare.
Nei giorni scorsi si è limitato a sondare gli azionisti e ha messo in allerta l'amico Tarak. Poi è partito per la California, là dove si danno le carte per il grande gioco. Finora ha detto che in Telecom vuole restare come socio di riferimento, si tratta di un investimento industriale e non di breve periodo. Eppure Vivendi sta uscendo dalla telefonia, possibile che faccia eccezione per l'Italia? Ecco perché prende quota l'idea che sia piuttosto una merce nell'albergo del libero scambio. Al ritorno da Los Angeles forse Bolloré manderà segnali più chiari. Non ha molto tempo. E' in arrivo Netflix che vuol produrre una serie tipo "House of Cards" in Italia come già ha fatto in Francia, e sta arroventando il clima. Colao ne è innamorato. Sky la teme e ha rafforzato i legami con Telecom accantonando il progetto di fusione con Mediaset Premium che avrebbe incontrato troppi ostacoli da parte dei regolatori sia a Roma sia a Bruxelles. Già la sola intesa commerciale sui campionati di calcio ha scatenato reazioni agguerrite e l'immancabile magistratura. Il ballo Excelsior, insomma, è cominciato.
Che cosa può fare Vodafone per l'Italia?". Quando Matteo Renzi ha sentito queste parole uscire come farfalle policrome dalle labbra di Vittorio Colao, s'è convinto che era il momento di dare un colpo d'acceleratore. Finora aveva ascoltato solo rampogne, ramanzine, lamentele e proteste. Tanti no, non si può, o al massimo dei forse. Mai una disponibilità così completa. Il capo del governo aveva invitato a pranzo il big boss di Vodafone, gesto inusuale per un presidente del consiglio che si alimenta a pizze come faceva Bill Clinton ai bei tempi, prima di Monica Lewinsky. Da cosa nasce cosa e martedì scorso Colao parlando a Londra ha annunciato: "Vogliamo essere attori della partita sulla banda larga". Larga? Di più, extralarge, o magari addirittura extra extra. Venghino, venghino alla fiera delle telecomunicazioni: Matteo Renzi ha esteso gli inviti, ormai ci sono più bancarelle che all'Expo: Telecom Italia, Vivendi, Mediaset, Sky, la Rai, Cassa depositi e prestiti, Fondo strategico italiano, Metroweb, Terna, Ferrovie dello stato, Acea, A2A, la russa Wind (con Infostrada ha la seconda rete telefonica fissa) che si sta per fondere con la cinese Hutchison Whampoa (3G), Enel arrivata per ultima, ma certo non la meno importante e quello che molti considerano il vero asso nella manica: l'inglese Vodafone, guidata da un italiano che piace molto, anche perché è il manager tricolore che ha la posizione più elevata nel giro degli affari globali, cioè Vittorio Colao. Sembra un caos creativo, anche se è meno caotico di quel che si possa immaginare.
Bolloré ha detto di voler costruire un gruppo nei media in grado di sfidare il tedesco Bertelsmann. Quanto alla tv di Silvio Berlusconi, potrebbe avere un socio strategico che la faccia uscire dallo stallo. Tra Berlusconi e Bolloré ci sono ottimi rapporti mediati da Tarak Ben Ammar, il quale è al centro di un vero e proprio trivio: siede infatti nei consigli di amministrazione di Vivendi, di Mediobanca e di Telecom Italia. Ma una operazione del genere ha un potente impatto politico (sono società private, tuttavia in questo campo il regolatore pubblico è più potente dell'azionista). Perché mai, dunque, il governo dovrebbe consentirla? Non esiste, almeno ufficialmente, un Nazareno degli affari. A questo punto entra in campo Telecom Italia. La merce di scambio, infatti, potrebbe essere la partecipazione senza se e senza ma al progetto banda extralarge al quale Renzi tiene in modo particolare, come bandiera della modernizzazione e segno del proprio attivismo decisionista. Ben Ammar precisa che Mediaset non è in vendita e Telecom deve distribuire non produrre contenuti. Ma l'obiettivo in questo momento è costringere Telecom a far cadere la strenua difesa della propria posizione dominante nella rete fissa. Poi tutto sarà in movimento. Per avviare un motore che si è bloccato dopo molte false partenze (secondo alcuni si era già ingrippato nel 1997, quando è stata mal privatizzata Telecom Italia) il governo ha in mano una società piccola, ma avanguardista come Metroweb creata da Fastweb e dall'azienda elettrica milanese, che possiede l'unica ampia rete a fibra ottica oggi esistente (concentrata a Milano) ed è controllata dalla Cassa depositi e prestiti presieduta da Franco Bassanini e amministrata da Giovanni Gorno Tempini. Il governo ha proposto a Telecom di mettersi insieme, però l'ex monopolista telefonico vuole la maggioranza che Bassanini non intende cedere. Su questo ostacolo, davvero non da poco, si sta fermi da tempo. Ma il pie' veloce Renzi è stanco di aspettare, anche perché, nel frattempo, gli altri giocatori si muovono. Se Mediaset si è lanciata all'assalto delle torri di trasmissione Rai, allora nulla è più al sicuro. La stessa Telecom annuncia con gesto di sfida che vuole cablare da sola 400 comuni spiazzando la concorrenza e irritando ancor più Bassanini. Palazzo Chigi le prova tutte. Tira fuori un provvedimento legislativo che obbliga di passare alla fibra ottica entro il 2020. Apriti cielo. In questo modo l'intera rete in rame che Telecom possiede e ha difeso con le unghie e con i denti, non vale più nulla. Sarebbe meglio svenderla ai romeni. L'azienda mette all'opera tutte le sue armi e schiera in prima fila il Corriere della Sera contro "l'esproprio statalista". Il progetto viene ritoccato, edulcorato, però l'obiettivo resta. E i vertici del gruppo telefonico cominciano a capire che una battaglia di pura resistenza è destinata a fallire. Anche perché nel frattempo spunta l'Enel portando con sé una lunghissima catena di distribuzione. Gli uffici dell'amministratore delegato Francesco Starace, il 14 aprile inviano all'Agcom una missiva in cui si sottolinea che "Enel possiede una infrastruttura esistente, costituita da reti di tipo aereo e cabine di distribuzione in grado di ospitare cavi in fibra ottica". Grazie a una recente normativa infatti il cavo della banda larga potrà essere "steso" anche sui tralicci elettrici con la cosiddetta "posa aerea". Una opzione che supera le difficoltà degli scavi e ne riduce i costi. Ma soprattutto consente di raggiungere - come si sottolinea nella lettera all'Agcom - le zone di montagna e le campagne più isolate (i cosiddetti Cluster C e D), oltre a collegare direttamente gli edifici e gli appartamenti con la tecnologia FTTB (fiber to the building) e FTTH (fiber to the home). Per le grandi aree urbane (Cluster A e B) Enel punta ad accordi con alcune delle municipalizzate che detengono la rete elettrica (visto che in sette città, come Roma, Milano, Torino e Genova non è presente), ma anche con Metroweb. Un ritorno al telefono come ai tempi di Tatò quando possedeva Infostrada e Wind? No, è la risposta, "il contributo di Enel sarà sinergico con le reti già esistenti". Chi paga? La società ha provveduto alla sostituzione dei tradizionali contatori elettromeccanici con quelli elettronici che consentono la lettura dei consumi in tempo reale e la gestione a distanza dei contratti. Secondo dati ufficiali, sono 32 milioni i contatori elettrici della clientela al dettaglio. Ma ulteriori investimenti e sostituzioni potrebbero essere legati alla posa della fibra ottica nell'ambito del progetto da 6,5 miliardi illustrato per sommi capi dal governo. Enel ha ancora 38 miliardi di debiti sul groppone (su 76 miliardi di ricavi) e cerca di ridurli vendendo le partecipazioni all'estero, in Slovenia o nella stessa Spagna dove ha già collocato sul mercato il 22 per cento dell'azienda elettrica Endesa. Le disponibilità di cassa, dunque, sono limitate mentre al contrario Vivendi e Vodafone sono molto liquide. E chi guida la danza? Ciascuno comanda sulla propria rete? O esiste un centro della complessa ragnatela? L'idea del governo è di affidare alla Cdp questo ruolo attraverso una società ad hoc alla quale partecipino tutti gli operatori. Come nel gioco dell'oca, torniamo alla casella di partenza, cioè là dove eravamo una decina di anni fa, quando si discuteva di creare una società che mettesse insieme quel che hanno in mano gli operatori nel fisso e nel mobile, scorporando da Telecom Italia la rete in rame e dagli altri i ripetitori dei telefonini. Il tavolo, al quale partecipavano tanti (troppi) commensali, saltò di fronte alle due domande cruciali: chi comanda e chi paga. Franco Bernabè gestiva una Telecom oberata di debiti e paralizzata da Telefonica (un azionista passivo, anche se il più rilevante), quindi scelse di tenere per sé l'asset materiale più importante e di maggior valore, la rete in rame. Quanto valga il vasto agglomerato di file e cabine non è chiaro. Si è detto "almeno 15 miliardi", ma Bassanini ha messo in discussione le cifre scritte nei bilanci di Telecom allarmando persino la Consob. Una cosa è certa: oggi in Italia senza quella rete non si va da nessuna parte. L'Enel da sola non è in grado di cambiare il campo di gioco, anche se è uno sfidante di rilievo, tanto che Giuseppe Recchi, presidente di Telecom, mercoledì scorso, durante l'assemblea degli azionisti, ha fatto un'avance proponendo di "lavorare insieme, unire le forze". Le aziende elettriche possono depositare i cavi e portarli fino ai contatori, ma a girare la chiavetta è sempre chi offre il servizio. E qui arriva il pezzo da novanta: Colao. Vittorio, nomen omen, con il suo metro e 92 centimetri, sta ritto su una montagna di denaro: 130 miliardi di dollari pagati da Verizon per il 45 per cento posseduto da Vodafone nella compagnia telefonica. In cinque anni dal suo arrivo al comando, ha arricchito gli azionisti che si spartiscono qualcosa come 60 miliardi di dollari (lui l'anno scorso ha guadagnato 3,4 milioni di sterline). Nato a Brescia nel 1961, da ragazzo sognava una carriera militare. Il padre, del resto, era un carabiniere, e Vittorio per un breve periodo ha fatto l'ufficiale nell'Arma. La madre, invece, è nobile, la contessa Pellizzari di San Girolamo, chiamata Popi dagli intimi. Dopo l'immancabile Bocconi, il master a Harvard e un passaggio all'Eni, ecco McKinsey che lascia impronte indelebili nei suoi pupilli che oggi, anche grazie a Yoram Gutgeld stanno rimpolpando le fila delle teste d'uovo renziane. La prova del fuoco, dopo spostamenti vari, tra i quali Mondadori quando era direttore Corrado Passera (altro McKinsey boy), è in Omnitel, la mutazione di Olivetti realizzata da Carlo De Benedetti con Elserino Piol. La società esplode con i telefonini, viene venduta a Mannesmann al massimo del suo valore, e poi passa a Vodafone. Proprio Colao è l'artefice dell'operazione che gli assicura un posto di riguardo nel gruppo britannico, dopo una infelice parentesi alla Rcs dove si mise contro una parte degli azionisti, Paolo Mieli e i giornalisti dei quali diceva che "sono un investimento da mettere a miglior reddito". Un'uscita tanto snob quanto ingenua. Non che l'universo mediatico e politico non attragga anche Colao. Un giorno ha confessato a un amico che il suo sogno è fare il ministro degli Esteri italiano. Renzi lo ha corteggiato a lungo. Per lui pensava all'Eni, certo che non avrebbe accettato nulla di meno. Adesso la stessa Vodafone sta cercando una nuova dimensione. E il futuro corre non sulle onde sonore, ma sul filo. Anche le nuove applicazioni o la tv sul telefonino richiedono un salto nella velocità di trasmissione con tecnologie legate alle reti, all'insegna di una sempre maggiore convergenza tra fisso e mobile, tra materiale e immateriale. Insomma, ci vuole un contenitore più capiente per trasportare contenuti più pesanti e variegati. Dopo l'uscita dall'America, è l'America a voler entrare in Vodafone. Zio Sam indossa le vesti di John Malone, tra i pionieri della tv via cavo e oggi uno dei maggiori operatori con Liberty Global, presente in 12 paesi. Si parla con sempre maggiore insistenza di una megafusione europea e l'ultima intervista del magnate all'agenzia Bloomberg ha riacceso la fantasia degli operatori di borsa che già gustano un succulento boccone. Cosa farebbe Colao in questo caso? Resta con una posizione diversa? O torna, buon profeta in patria, magari alla guida del grande progetto al quale Renzi tiene tanto e che riporterebbe l'Italia in quella posizione rilevante nelle telecomunicazioni, via via appannata e poi perduta negli ultimi quindici anni. Renzi, dunque, si è messo una nuova freccia in faretra. Può usarla o tenerla di riserva, può andare a segno o fuori bersaglio, però a questo punto non è più lui con le spalle al muro. Banda larga, tv via cavo, Colao, Malone. Minacce serie per il futuro di Telecom Italia e anche per il ruolo che Vivendi vuole interpretare. Bolloré non starà a guardare.
Nei giorni scorsi si è limitato a sondare gli azionisti e ha messo in allerta l'amico Tarak. Poi è partito per la California, là dove si danno le carte per il grande gioco. Finora ha detto che in Telecom vuole restare come socio di riferimento, si tratta di un investimento industriale e non di breve periodo. Eppure Vivendi sta uscendo dalla telefonia, possibile che faccia eccezione per l'Italia? Ecco perché prende quota l'idea che sia piuttosto una merce nell'albergo del libero scambio. Al ritorno da Los Angeles forse Bolloré manderà segnali più chiari. Non ha molto tempo. E' in arrivo Netflix che vuol produrre una serie tipo "House of Cards" in Italia come già ha fatto in Francia, e sta arroventando il clima. Colao ne è innamorato. Sky la teme e ha rafforzato i legami con Telecom accantonando il progetto di fusione con Mediaset Premium che avrebbe incontrato troppi ostacoli da parte dei regolatori sia a Roma sia a Bruxelles. Già la sola intesa commerciale sui campionati di calcio ha scatenato reazioni agguerrite e l'immancabile magistratura. Il ballo Excelsior, insomma, è cominciato.
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