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sabato 30 maggio 2015

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
LA REPUBBLICA
Quel Trono di Spade che ci regala il passato perduto
"Un mese dopo l'esordio della quinta serie di Il Trono di Spade la Hbo indaga sugli indirizzi IP che hanno scaricato in anticipo i leaks delle prime quattro puntate: 100 mila download da piattaforme corsare sono un indicatore di conquista della frangia avanzata dell'audience globale, accentuano la tendenza delle stagioni precedenti, scaricate illegalmente oltre sette milioni di volte, confermano Il Trono di Spade una delle serie televisive più piratate della storia. A sua volta, la produzione commerciale incrementa esponenzialmente i suoi numeri: solo in America la prima puntata della quinta serie ha avuto oltre 8 milioni di spettatori, un milione e rotti in più rispetto alla quarta serie, che aveva a sua volta migliorato gli ascolti delle precedenti. Tra legalità e pirateria lo spazio virtuale premia nel Trono di Spade una narrazione che allarga il suo target non semplificando ma complicando, raffinando, eludendo le disambiguazioni. I personaggi crescono in complessità, accrescono le loro sfumature caratteriali. La distinzione tra buoni e cattivi e la stessa polarità tra bene e male, che stava al cuore gotico-fantasy dei libri di George Martin da cui è tratta, è più esile nello script televisivo, che diffonde ambiguità e sofisticatezza in un bacino di utenza che accomuna gli abbonati Sky e la fascia underground dell'avanguardia acculturata.A questi due gruppi si aggiunge un terzo partito: i dotti hanno fatto del Trono di Spade la palestra di uno scambio erudito che ormai valicai confini del web e i limiti dei fan club, passa alle università e ai centri di ricerca, fa ritornare il pixel alla carta, rimette nelle biblioteche la mappa di un passato immaginario che si sostituisce a quello reale ormai in corso di oblio. La verità è che non abbiamo più passato. Nella microstruttura delle news, dei tweet, dei post, nelle fibre della comunicazione istantanea, il mondo è fatto di presente. Non è una colpa - è un dato evolutivo, forse anche eversivo. Il rarefarsi e interrompersi della catena di trasmissione del sapere, sperimentato dall'occidente a partire dalla metà del Novecento, ha portato alla tabula rasa. «Du passé faisons table rase», cantava già nell' Internazionale il comunardo Pottier. La pressoché totale perdita del passato è forse conseguenza del discredito ideologico delle dottrine novecentesche più che della rivoluzione mediatica del terzo millennio, che comunque, modificando i mezzi di accesso all'informazione, ha assecondato ed elevato a potenza la crisi di quelli tradizionali. Il passato, svuotato di informazioni, è rimasto come status. È la profondità abissale di un'antichità favolosa che legittima e dà prestigio. L'obiettivo del Trono di spade è rappresentare il passato assente. Proprio come gli oggetti letterari del passato, i nomi dei luoghi del Trono di Spade sono resi più saldi alla memoria dall'estraneità all'esperienza, dalla non visitabilità: King's Landing, Winterfell, Castelry Rock esistono quanto la Elsinore di Amleto o il Palazzo di Menelao del Faust secondo. Svuotandosi di fondamento geostorico, il passato rimane come distanza assoluta e come infinita possibilità di ibridazione. Nei nomi dei personaggi risuonano radici latine e barbariche, sassoni e celtiche, semitichee sanscrite, greche, slave, bizantine, iraniche, mesopotamiche, mongole. Come la sconfinata, spaesaente onomastica del Trono di Spade ha colonizzato lo spazio lasciato vuoto dal passato, così l'intero sillabo della letteratura classica è sciorinato in immagini, suoni, costumi. Frammenti di tradizioni e leggende, schegge di miti e saghe vorticano come in un caleidoscopio o nella playlist di un dj impazzito. Il mondo greco e quello romano e quello bretone; il crepuscolo nordico, nel disperato scenario wagneriano della Barriera; i caftani degli eunuchi bizantini, i nodi dei sacerdoti isiaci, le corone dei romani, le asce dei vichinghi, gli elmi dei saraceni: ogni dettaglio è frutto di un'arte combinatoria esercitata su una disponibilità senza precedenti di dati di studio, solo parzialmente integrata dalla fiction creativa. La forza di persuasione di questa base dati sta nell'antico espediente della comunicazione non scritta. E certo anche nel suo fondamento archetipico. La topografia fantastica del Trono di Spade ricalca l'esile traccia lasciata dalla storia universale nell'inconscio collettivo: la Penisola di Valyria, antico splendore in rovina; la Baia degli Schiavisti, ingiustizia sociale da sconfiggere; le città libere - Braavos, Pentos, Volantis - aperte ai dotti, agli esteti e agli eccentrici; la Barriera, da presidiare e difendere, sul ciglio delle tenebre, dall'invasione di nuovi popoli, nuovi diseredati: i Bruti, che gli stessi Guardiani della Notte via via però assorbono; la Terra delle Ombre, da cui non cessano di emergere infiniti altri popoli: gli Estranei, i non vivi, ancora neppure soggetti di storia. Le popolazioni al di là della Barriera sono un'aggiunta tardonovecentesca al calderone degli archetipi e dei miti del filone fantasy alla Tolkien: l'idea di un continuo affollarsi sugli spalti della storia, di un ciclico pre mere sui bordi della società di nuove classi subalterne. Un altro apporto nuovo è il mondo di Khaleesi, regina dei Dothraki, Madre dei Draghi dai capelli di cenere, ultima discendente dell'estenuata dinastia iperborea che contende a re più celtici il trono di spade. Secondo i dati della Social Security Administration americana, Khaleesi è diventato oggi un nome di battesimo straordinariamente diffuso. Nella sua avanzata attraverso il deserto, Khaleesi resuscita la memoria del matriarcato, insinua la promessa della supremazia femminile. Il mondo dothraki, l'unico tendenzialmente democratico nel gioco dei troni, riverbera la complessità degli orienti assolati, delle civiltà meticce, supera l'insieme di pregiudizi con cui guardiamo oggi all'islam. Lo dimostra anche la sua neolingua fittizia, appartenente al ceppo semitico e dall'ampio influsso arabo, ormai una lingua viva. Living language: Dothraki è anche un sito, le sue espressioni sono diventate modi di dire diffusi in tutto il web. L'obiettivo del Trono di spade è rappresentare il classico mancante. Si diventa un classico solo con il prestigio del passato. Il passato in cui ci porta è un punto indefinito della caduta dell'impero romano. Come scriveva Borges: «L'impero romano non è mai finito e ci troviamo in un punto qualunque della sua decadenza e caduta». Come per il ciclo arturiano, così per ogni costruzione di mondi, da Tolkien a Blade Runner , il riferimento è quell'indefinita continuazione dell'impero alla fine della decadenza che chiamiamo Medio Evo tanto fantasiosamente quanto si può chiamare Terra di Mezzo la cosiddetta cerniera tra criminalità organizzata e colletti bianchi dell'inchiesta su Mafia Capitale. C'è sempre un eufemismo, una censura, quando si parla di cose di mezzo. La storia, come la geografia, definisce, delimita, non ha vie di mezzo: un tempo, un luogo, o sono una cosa, o sono un'altra; lineare, circolare, dialettico, il divenire storico comunque diviene. Ripetiamo Medio Evo quando parliamo di cose che non capiamo o che non vogliamo che esistano, o tutte e due insieme. I nostri luoghi comuni dominanti si nutrono di una definizione "medievale" del mondo islamico a significare, alternativamente, l'arretratezza civile, sociale, economica della sua storia postcoloniale, o la brutalità delle guerre che vi scateniamo. Ma non esiste il Medio Evo, né esistono i secoli bui: esiste l'antico, con le sue persistenze, rinascenze, resistenze oscurantiste; ed esiste il moderno, con le sue rivoluzioni e le sue barriere, sociali, etniche, geografiche. Il Medio Evo è la rappresentazione irreale, puramente astratta, della dialettica tra l'antico e il moderno, la sua materializzazione in un territorio immaginario di castelli e duelli. È un'ossessione continuamente emessa, ridefinita e ricreata dalla psiche collettiva e dai suoi interpreti: che sono, prima ancora dei vari autori e sceneggiatori, i molti, diversi e avventurosi spettatori del Trono di Spade". (Silvia Ronchey)

venerdì 29 maggio 2015

GOSSIP - Wet Summer! Mr. Maglietta Bagnata è Chris Pratt di "Parks and Rec" 
Chris Pratt‘s wet abs are on full display through his see-through tank top on the cover of EW’s annual Must Issue! Here’s what the 35-year-old Parks and Recreation+Jurassic World actor had to share: 
On going from playing Andy Dwyer to presenting at the Oscars: “I had one party I got invited to that was like an episode of The Twilight Zone. It was like every celebrity I’ve ever seen in my entire life. I thought it was going to be like Eyes Wide Shut and all of a sudden masks were gonna come out.” 
Fellow Marvel hero Chris Evans, on Chris Pratt: “You can’t fake what he has. He’s a very genuine, very sincere, very humble person. And I think most people are clever enough to see through people who are putting that on. That’s just who he is. That’s what’s so damn likable about him.” 
Jurassic World co-star Bryce Dallas Howard on her love for Chris: “Basically at this point I’m like, ‘Chris Pratt for president.’ ”

giovedì 28 maggio 2015

NEWS - Clamoroso al Cibali! La serie preferita dagli utenti di Netflix è "Daredevil" (non "House of Cards" e "Orange Is The New Black", rispettivamente 2° e 3°)
Articolo tratto da Mic.com
Leave it to a superhero to fly to the top of Netflix's user rankings.
A month and a half after its release, Marvel's Daredevil has earned the highest rating of any of the streaming service's original American series. The show earned 4.6 stars out of a possible 5 from a pool of over 2.3 million user ratings. The next-closest original series is three-season favorite House of Cards with 4.5 stars. Yet when one stacks each show up against each other, the results are not quite what you'd expect.
For example, though Bloodline is a quiet, moody thriller without the thrill, and Unbreakable Kimmy Schmidt is a bottle of pure joy, both series have the exact same user rating. Arrested Development may have recently been unofficially renewed for a fifth season, but the controversial fourth season clearly did nothing for the onetime fan-favorite's popularity. It now ties with the all-but-forgotten Hemlock Grove as the second-lowest rated series.
The lowest-rated series, BoJack Horseman, was also received poorly among critics. Like HBO shows, however, it's rare that a Netflix series doesn't get at least a second season; the animated series' sophomore run comes out July 17.
Overall, dramas fared better than comedies, with Grace and Frankie and Kimmy Schmidt getting beaten out by four different dramas and a documentary series, Chef's Table. (Though Orange Is the New Black has comedic elements, the Emmys have ruled it a drama.) These comedies may be buzzier than series like Marco Polo, but that buzz doesn't necessarily translate into user appreciation.

By comparison, series like Mad Men and Parks and Recreation that fared decently during their original runs did well among Netflix users, each rating 4.1 out of 5 stars. Perplexingly, TV ratings sensations like Friends and Grey's Anatomy earned only 3.9 stars from the service's users.
So user ratings aren't quite correlative to ratings performance on a traditional network or cable. It's about the closest thing we have, however. Since there is no viewership data available to the public, it's hard to tell exactly how well Netflix's original shows are doing. 
Variety released a research firm's report last month that purported to show what Netflix's traditional ratings might look like. Though the firm's report was unofficial, it did reveal that Daredevil, House of Cards' third season and Unbreakable Kimmy Schmidt all performed well among viewers in their first month of release. For example, over 10% of Netflix's subscribers watched at least one episode of Daredevil in the show's first 30 days on the service. By contrast, only 2.4% sought out Bloodline.
Though there are still mysteries to Netflix, one thing's for sure: Daredevil, despite its dated, dark-and-stormy approach to the superhero genre, is a big fat hit. Marvel and Netflix, who have at least three other series coming down the pipeline, are surely thrilled — fans should be too.

mercoledì 27 maggio 2015

NEWS - Telecom se la fa con tutti! Oltre a Netflix, Sky e Mediaset, la compagnia telefonica apre a Hulu, HBO, Amazon...(manca solo Telelombardia)

Articolo tratto da "Il Sole 24 ore"
«Siamo venuti a casa dei nostri amici per dirgli che siamoi numeri uno». L'amministratore delegato di Telecom Italia, Marco Patuano, esordisce così davanti a circa 2mila rivenditori invitatia Londra per la convention nazionale della divisione consumer. Troppo ghiotta l'occasione per non lanciare una stoccata al diretto concorrente: quella Vodafone che in Italia ha ceduto a Tim, dopo 4 anni, il primato nel mercato delle Sim residenziali (27,6% contro 27,2%a dicembre secondo gli ultimi dati Agcom), ma che rispetto all'ex monopolista a marzo ha rivendicato il primato nei clienti 4G: 2,8 milioni contro gli 1,8 di Tim. «Siamo già oltre i 2 milioni - dice Patuano al Sole 24 Ore - e comunque non è la gara fra noi e Vodafone la questione: siamo due operatori che stanno puntando su qualità e user experience. Per quanto ci riguarda noi miriamo a raddoppiare i clienti 4G entro fine anno, portandoli oltre quota 4 milioni». Dato, questo, centrale perché «il cliente 4G vale circa 4 euro in più al mese rispetto al cliente tradizionale». Il raddoppio della clientela entro il 2015 è un concetto che ricorre più volte durante l'intervento di Patuano davanti ai dealer. Lo stesso target vale infatti per la fibra (316 mila i clienti a marzo) come per i clienti legati all'offerta video. Del resto è su questo versante che si sta impennando il consumo di dati, vera chiave di business per le telco. Sull'offerta di videostreaminge Ott television l'idea è di passare «dai 400mila clienti attuali (in cui rientrano sottoscrittori Timvision e i primi abbonati all'offerta Sky-Tim, ndr. )a oltre un milione, nel giro di dodici mesi». Qui,a sentire Patuano, si gioca gran parte della sfida del prossimo futuro: «Abbiamo creato una piattaforma aperta, che vuole essere la casa di tutti i possessori di contenuti». Cosa vuol dire? «Con un lavoro costato alcune centinaia di milionie oltre due anni di tempo, abbiamo creato una piattaforma, ora sfruttata da Sky e per la quale è iniziata la vendita da qualche settimana, ma che è aperta a tutti coloro che hanno palinsestio library». Nelle slide si leggono i nomi di Netflix, Hbo, Amazon Prime, Hulu. E Mediaset Premium? «Mediaset sarà il primo cliente», replica Patuano. No comment se l'accordo sia arrivato o sia ancora da definire. Quel che però per Patuano rileva è che «la piattaforma rappresenta l'elemento che ci differenzia dai competitor. Che come noi possono avere infrastrutture e/o offerte. Ma la piattaforma è solo nostra. E noi siamo in grado di fornire un servizio chiavi in manoa chi possiedei contenuti,a partire dal Set-top box, fino al billing (e quindi la fatturazione in bolletta, ndr.) o al caring». Certo, alla base c'è sempre il nodo degli investimenti sulla rete, senza i quali il discorso decade. «Metroweb sarebbe stata un'opportunità. Poi la vita continua», risponde a specifica domanda l'ad di Telecom Italia rispedendo al mittente però qualsiasi appunto sul fatto che Telecom non investa: «Noi abbiamo dimostrato di investire sulla rete. In alcune zone del Paese solo noi.E comunque, al di là di questo chi dice che non investiamo dimostra di non conoscere affatto il nostro business model». Qui passato e futuro si intrecciano, con un rebranding già partitoa valle del quale nel 2016 resterà solo il marchio Tim. Il tutto per un business model "quadruple play" con telefonia mobile, dati, on demand, ma anche telefonia fissa in cui il canone dall'1 maggio è andato definitivamente in soffitta lasciando il posto a tre offerte. Qui sulla telefonia fissa ci sono 4,3 milioni di clienti senza broadband che rappresentano un bacino di potenziali utilizzatori dei nuovi servizi in fibra. Per questi e per gli altri, clienti da almeno 10 anni, è anche in arrivo un "premio fedeltà": «Regaleremo - dice Stefano De Angelis, direttore della divisione consumer di Telecom Italia - un anno di assicurazione sulla casa. Un modo per dire grazie».

martedì 26 maggio 2015

NEWS - "Power" vs. "Empire". Una volta i rapper si sfidavano per gang, oggi per serie tv. Al via stasera (AXN) il telefilm firmato da 50 Cent

(ANSA) - LOS ANGELES - Dopo il successo ottenuto negli Stati Uniti, arriva anche in Italia "Power", la nuova serie televisiva prodotta dal rapper 50 Cent. Con uno stile che ricalca le orme dei Sopranos e di Breaking Bad, la fiction ha conquistato il pubblico americano e verra' trasmessa da stasera in Italia sul canale AXN. Si tratta di una serie dalle ambientazioni dark e poliziesche, basata sul mondo del crimine di New York, ma anche sulla vita notturna della citta' che non dorme mai, dove i destini dei protagonisti si incrociano, tra una sparatoria, una scena di sesso spinta, un'indagine poliziesca e un locale notturno molto glamour attorno cui si sviluppa tutta la vicenda. Il protagonista principale e' James "Ghost" St. Patrick, interpretato da Omari Hardwick: re della droga che vive nel desiderio di condurre una vita normale e che dopo avere acquistato uno dei night club piu' esclusivi di New York, si trova davanti all'opportunita' di trasformare il suo sogno in realta'. "Vorrebbe uscirne, vorrebbe diventare un uomo d'affari normale - ha detto Hardwick - ma allo stesso tempo crede di non poterlo fare e di essere relegato al ruolo che si e' ritagliato con la forza. Le cose poi si complicheranno quando nella sua vita fara' irruzione una vecchia fiamma, Angela Valdez (l'attrice Lela Loren), che oltre a presentare una minaccia per la sua vita familiare, lo sara' anche per i suoi affari: lei e' una procuratrice distrettuale incaricata di smantellare il traffico di droga di cui lui e' a capo". Girato interamente a New York, lo show e' stato fortemente voluto da 50 Cent, cui la sceneggiatrice Courtney Kemp Agboh si e' ispirata: "Curtis '50 Cent' Jackson, nato e cresciuto nel
Queens a New York, come tanti altri giovani di quel quartiere era uno spacciatore di droga. Ora e' diventato uno dei piu' grandi rapper e uno dei migliori produttori televisivi e cinematografici". "E' una storia di rinascita, di cambiamento, di forza interiore - prosegue Agboh -. Se uno ha abbastanza coraggio e perseveranza, puo' essere padrone del proprio destino e come 50 Cent ha dimostrato, si puo' partire dal niente e costruirsi una vita normale, legale. Ed e' quello che sogna il nostro protagonista, che pero' si trova ad affrontare molte situazioni che rischiano di allontanarlo dal suo obiettivo". La serie, all'esordio in Italia, ma arrivata gia' alla seconda edizione negli Stati Uniti, e' stata accolta con favore dal pubblico e dai critici, che l'hanno paragonata a due successi come "Breaking Bad" e "I Sopranos". "E' vero - ha detto 50 Cent - ci sono delle assonanze con 'I Sopranos', sia per il tipo di lavoro che svolge The Ghost, sia per le vicende personali che lo riguardano e le atmosfere che lo circondano. La famiglia, la moglie, i vizi e i pregi: un uomo di famiglia, ma anche un  terribile criminale. E poi c'e' New York che accomuna le due serie. E come per 'I Sopranos' e' stata la scelta di cercare gli attori giusti per il ruolo, e non i nomi che ci avrebbero dato una spinta pubblicitaria. James Gandolfini era uno sconosciuto in pratica. E cosi' quasi lo era Omari. Abbiamo scelto la qualita' rispetto alla fama". Come nei Sopranos, anche la famiglia e' molto importante e cosi' diventa chiave il ruolo della moglie del protagonista, Tasha St. Patrick. Sexy, provocante, spregiudicata, consapevole, interpretata da Naturi Naughton. "E' l'occasione che stavo aspettando. Un ruolo cosi' capita una volta nella vita. Non e' la solita moglie, passiva e ignara. E' consapevole, e' parte della vita del marito e ne e' complice. Non apprezza sicuramente il ritorno della vecchia fiamma nella sua vita e reagira' in modo decisamente provocatorio. Non si capisce se e' brava o cattiva ed e' una delle cose uniche di questa serie e di questi personaggi camaleontici".
GOSSIP - "Voglio un figlio col Manganiello": Sofia Vergara confida di voler una "Modern Family" col compagno, ex di "True Blood"
Sofia Vergara is simply lovely on the cover of Redbook magazine’s June 2015 issue, on newsstands May 26. Here’s what the 42-year-old Hot Pursuit and Modern Family actress had to share with the mag:
On having a baby with Joe Manganiello: “Joe is younger than me. He’s 38. He’s never had kids. How am I going to say no? I tell him if we’re going to do this, we have to do it, like, now, because I don’t want to be 50 with a baby.”
On knowing Joe was the one: “I finally realized that relationships don’t need to be so much work. Ever since we met, it’s been so easy. I’m very suspicious. I’m like, ‘It’s not normal that we’ve been together for nine months and we haven’t had a big fight or anything.’”
On what she’s learned about men: “I have learned that I have to let them be men. I think it’s very important not to try to take over on everything – even if you think you can do it easier or better. If you don’t let them do things, you create a cycle and then you complain that they never do anything.”

lunedì 25 maggio 2015

NEWS - A banda armata! Nel crogiuolo di interessi e sviluppo della banda larga ci si mette anche il Governo (Renzi in primis). Analisi delle parti coinvolte, dei rispettivi rendiconti e degli ostacoli da abbattere
Articolo di Stefano Cingolani su "Il Foglio"
Che cosa può fare Vodafone per l'Italia?". Quando Matteo Renzi ha sentito queste parole uscire come farfalle policrome dalle labbra di Vittorio Colao, s'è convinto che era il momento di dare un colpo d'acceleratore. Finora aveva ascoltato solo rampogne, ramanzine, lamentele e proteste. Tanti no, non si può, o al massimo dei forse. Mai una disponibilità così completa. Il capo del governo aveva invitato a pranzo il big boss di Vodafone, gesto inusuale per un presidente del consiglio che si alimenta a pizze come faceva Bill Clinton ai bei tempi, prima di Monica Lewinsky. Da cosa nasce cosa e martedì scorso Colao parlando a Londra ha annunciato: "Vogliamo essere attori della partita sulla banda larga". Larga? Di più, extralarge, o magari addirittura extra extra. Venghino, venghino alla fiera delle telecomunicazioni: Matteo Renzi ha esteso gli inviti, ormai ci sono più bancarelle che all'Expo: Telecom Italia, Vivendi, Mediaset, Sky, la Rai, Cassa depositi e prestiti, Fondo strategico italiano, Metroweb, Terna, Ferrovie dello stato, Acea, A2A, la russa Wind (con Infostrada ha la seconda rete telefonica fissa) che si sta per fondere con la cinese Hutchison Whampoa (3G), Enel arrivata per ultima, ma certo non la meno importante e quello che molti considerano il vero asso nella manica: l'inglese Vodafone, guidata da un italiano che piace molto, anche perché è il manager tricolore che ha la posizione più elevata nel giro degli affari globali, cioè Vittorio Colao. Sembra un caos creativo, anche se è meno caotico di quel che si possa immaginare.
Perché da una parte c'è un triangolo magico formato da Vincent Bolloré, Rupert Murdoch e Silvio Berlusconi, al cui ortocentro si colloca Telecom Italia. Dalla parte opposta tutti gli altri per ora in ordine sparso, ma in via di aggregazione grazie alla regia di Palazzo Chigi. A meno che qualcuno non faccia il salto della trincea, cosa sempre possibile nel bizzarro gioco della banda XXL. Tutto comincia in Telecom Italia, anche se la storia non è destinata a finire lì. Tra poco più di una settimana il gruppo francese Vivendi di cui Vincent Bolloré è presidente e principale azionista (con il 14,5 per cento), avrà fisicamente in mano l'8,3 per cento dei diritti di voto di Telecom Italia ereditati vendendo a Telefonica la compagnia brasiliana Gvt. La partecipazione grazie alla quale si sostituisce agli spagnoli, se l'è trovata un po' per caso, ma l'uomo d'affari bretone conosce bene l'Italia dove è ormai un personaggio di primo piano: entrato in Mediobanca nel 2001 e poi nelle Assicurazioni Generali, oggi è il principale socio della banca d'affari fondata da Enrico Cuccia, alla pari con Unicredit. Proprio dalle stanze di via Filodrammatici è venuto l'input a usare la leva di Telecom Italia per un progetto più ampio che arriva fino a Mediaset. Gli analisti della banca scrivono che "Mediaset rappresenta una interessante opzione strategica per Vivendi (che tra l'altro controlla Canal Plus, ndr.), infatti consentirebbe ai francesi di entrare nel mercato dei contenuti italiano o spagnolo con un accordo in contanti o carta contro carta senza spendere troppo". Dunque, si stanno già facendo i conti, non siamo solo alle beate intenzioni.
Bolloré ha detto di voler costruire un gruppo nei media in grado di sfidare il tedesco Bertelsmann. Quanto alla tv di Silvio Berlusconi, potrebbe avere un socio strategico che la faccia uscire dallo stallo. Tra Berlusconi e Bolloré ci sono ottimi rapporti mediati da Tarak Ben Ammar, il quale è al centro di un vero e proprio trivio: siede infatti nei consigli di amministrazione di Vivendi, di Mediobanca e di Telecom Italia. Ma una operazione del genere ha un potente impatto politico (sono società private, tuttavia in questo campo il regolatore pubblico è più potente dell'azionista). Perché mai, dunque, il governo dovrebbe consentirla? Non esiste, almeno ufficialmente, un Nazareno degli affari. A questo punto entra in campo Telecom Italia. La merce di scambio, infatti, potrebbe essere la partecipazione senza se e senza ma al progetto banda extralarge al quale Renzi tiene in modo particolare, come bandiera della modernizzazione e segno del proprio attivismo decisionista. Ben Ammar precisa che Mediaset non è in vendita e Telecom deve distribuire non produrre contenuti. Ma l'obiettivo in questo momento è costringere Telecom a far cadere la strenua difesa della propria posizione dominante nella rete fissa. Poi tutto sarà in movimento. Per avviare un motore che si è bloccato dopo molte false partenze (secondo alcuni si era già ingrippato nel 1997, quando è stata mal privatizzata Telecom Italia) il governo ha in mano una società piccola, ma avanguardista come Metroweb creata da Fastweb e dall'azienda elettrica milanese, che possiede l'unica ampia rete a fibra ottica oggi esistente (concentrata a Milano) ed è controllata dalla Cassa depositi e prestiti presieduta da Franco Bassanini e amministrata da Giovanni Gorno Tempini. Il governo ha proposto a Telecom di mettersi insieme, però l'ex monopolista telefonico vuole la maggioranza che Bassanini non intende cedere. Su questo ostacolo, davvero non da poco, si sta fermi da tempo. Ma il pie' veloce Renzi è stanco di aspettare, anche perché, nel frattempo, gli altri giocatori si muovono. Se Mediaset si è lanciata all'assalto delle torri di trasmissione Rai, allora nulla è più al sicuro. La stessa Telecom annuncia con gesto di sfida che vuole cablare da sola 400 comuni spiazzando la concorrenza e irritando ancor più Bassanini. Palazzo Chigi le prova tutte. Tira fuori un provvedimento legislativo che obbliga di passare alla fibra ottica entro il 2020. Apriti cielo. In questo modo l'intera rete in rame che Telecom possiede e ha difeso con le unghie e con i denti, non vale più nulla. Sarebbe meglio svenderla ai romeni. L'azienda mette all'opera tutte le sue armi e schiera in prima fila il Corriere della Sera contro "l'esproprio statalista". Il progetto viene ritoccato, edulcorato, però l'obiettivo resta. E i vertici del gruppo telefonico cominciano a capire che una battaglia di pura resistenza è destinata a fallire. Anche perché nel frattempo spunta l'Enel portando con sé una lunghissima catena di distribuzione. Gli uffici dell'amministratore delegato Francesco Starace, il 14 aprile inviano all'Agcom una missiva in cui si sottolinea che "Enel possiede una infrastruttura esistente, costituita da reti di tipo aereo e cabine di distribuzione in grado di ospitare cavi in fibra ottica". Grazie a una recente normativa infatti il cavo della banda larga potrà essere "steso" anche sui tralicci elettrici con la cosiddetta "posa aerea". Una opzione che supera le difficoltà degli scavi e ne riduce i costi. Ma soprattutto consente di raggiungere - come si sottolinea nella lettera all'Agcom - le zone di montagna e le campagne più isolate (i cosiddetti Cluster C e D), oltre a collegare direttamente gli edifici e gli appartamenti con la tecnologia FTTB (fiber to the building) e FTTH (fiber to the home). Per le grandi aree urbane (Cluster A e B) Enel punta ad accordi con alcune delle municipalizzate che detengono la rete elettrica (visto che in sette città, come Roma, Milano, Torino e Genova non è presente), ma anche con Metroweb. Un ritorno al telefono come ai tempi di Tatò quando possedeva Infostrada e Wind? No, è la risposta, "il contributo di Enel sarà sinergico con le reti già esistenti". Chi paga? La società ha provveduto alla sostituzione dei tradizionali contatori elettromeccanici con quelli elettronici che consentono la lettura dei consumi in tempo reale e la gestione a distanza dei contratti. Secondo dati ufficiali, sono 32 milioni i contatori elettrici della clientela al dettaglio. Ma ulteriori investimenti e sostituzioni potrebbero essere legati alla posa della fibra ottica nell'ambito del progetto da 6,5 miliardi illustrato per sommi capi dal governo. Enel ha ancora 38 miliardi di debiti sul groppone (su 76 miliardi di ricavi) e cerca di ridurli vendendo le partecipazioni all'estero, in Slovenia o nella stessa Spagna dove ha già collocato sul mercato il 22 per cento dell'azienda elettrica Endesa. Le disponibilità di cassa, dunque, sono limitate mentre al contrario Vivendi e Vodafone sono molto liquide. E chi guida la danza? Ciascuno comanda sulla propria rete? O esiste un centro della complessa ragnatela? L'idea del governo è di affidare alla Cdp questo ruolo attraverso una società ad hoc alla quale partecipino tutti gli operatori. Come nel gioco dell'oca, torniamo alla casella di partenza, cioè là dove eravamo una decina di anni fa, quando si discuteva di creare una società che mettesse insieme quel che hanno in mano gli operatori nel fisso e nel mobile, scorporando da Telecom Italia la rete in rame e dagli altri i ripetitori dei telefonini. Il tavolo, al quale partecipavano tanti (troppi) commensali, saltò di fronte alle due domande cruciali: chi comanda e chi paga. Franco Bernabè gestiva una Telecom oberata di debiti e paralizzata da Telefonica (un azionista passivo, anche se il più rilevante), quindi scelse di tenere per sé l'asset materiale più importante e di maggior valore, la rete in rame. Quanto valga il vasto agglomerato di file e cabine non è chiaro. Si è detto "almeno 15 miliardi", ma Bassanini ha messo in discussione le cifre scritte nei bilanci di Telecom allarmando persino la Consob. Una cosa è certa: oggi in Italia senza quella rete non si va da nessuna parte. L'Enel da sola non è in grado di cambiare il campo di gioco, anche se è uno sfidante di rilievo, tanto che Giuseppe Recchi, presidente di Telecom, mercoledì scorso, durante l'assemblea degli azionisti, ha fatto un'avance proponendo di "lavorare insieme, unire le forze". Le aziende elettriche possono depositare i cavi e portarli fino ai contatori, ma a girare la chiavetta è sempre chi offre il servizio. E qui arriva il pezzo da novanta: Colao. Vittorio, nomen omen, con il suo metro e 92 centimetri, sta ritto su una montagna di denaro: 130 miliardi di dollari pagati da Verizon per il 45 per cento posseduto da Vodafone nella compagnia telefonica. In cinque anni dal suo arrivo al comando, ha arricchito gli azionisti che si spartiscono qualcosa come 60 miliardi di dollari (lui l'anno scorso ha guadagnato 3,4 milioni di sterline). Nato a Brescia nel 1961, da ragazzo sognava una carriera militare. Il padre, del resto, era un carabiniere, e Vittorio per un breve periodo ha fatto l'ufficiale nell'Arma. La madre, invece, è nobile, la contessa Pellizzari di San Girolamo, chiamata Popi dagli intimi. Dopo l'immancabile Bocconi, il master a Harvard e un passaggio all'Eni, ecco McKinsey che lascia impronte indelebili nei suoi pupilli che oggi, anche grazie a Yoram Gutgeld stanno rimpolpando le fila delle teste d'uovo renziane. La prova del fuoco, dopo spostamenti vari, tra i quali Mondadori quando era direttore Corrado Passera (altro McKinsey boy), è in Omnitel, la mutazione di Olivetti realizzata da Carlo De Benedetti con Elserino Piol. La società esplode con i telefonini, viene venduta a Mannesmann al massimo del suo valore, e poi passa a Vodafone. Proprio Colao è l'artefice dell'operazione che gli assicura un posto di riguardo nel gruppo britannico, dopo una infelice parentesi alla Rcs dove si mise contro una parte degli azionisti, Paolo Mieli e i giornalisti dei quali diceva che "sono un investimento da mettere a miglior reddito". Un'uscita tanto snob quanto ingenua. Non che l'universo mediatico e politico non attragga anche Colao. Un giorno ha confessato a un amico che il suo sogno è fare il ministro degli Esteri italiano. Renzi lo ha corteggiato a lungo. Per lui pensava all'Eni, certo che non avrebbe accettato nulla di meno. Adesso la stessa Vodafone sta cercando una nuova dimensione. E il futuro corre non sulle onde sonore, ma sul filo. Anche le nuove applicazioni o la tv sul telefonino richiedono un salto nella velocità di trasmissione con tecnologie legate alle reti, all'insegna di una sempre maggiore convergenza tra fisso e mobile, tra materiale e immateriale. Insomma, ci vuole un contenitore più capiente per trasportare contenuti più pesanti e variegati. Dopo l'uscita dall'America, è l'America a voler entrare in Vodafone. Zio Sam indossa le vesti di John Malone, tra i pionieri della tv via cavo e oggi uno dei maggiori operatori con Liberty Global, presente in 12 paesi. Si parla con sempre maggiore insistenza di una megafusione europea e l'ultima intervista del magnate all'agenzia Bloomberg ha riacceso la fantasia degli operatori di borsa che già gustano un succulento boccone. Cosa farebbe Colao in questo caso? Resta con una posizione diversa? O torna, buon profeta in patria, magari alla guida del grande progetto al quale Renzi tiene tanto e che riporterebbe l'Italia in quella posizione rilevante nelle telecomunicazioni, via via appannata e poi perduta negli ultimi quindici anni. Renzi, dunque, si è messo una nuova freccia in faretra. Può usarla o tenerla di riserva, può andare a segno o fuori bersaglio, però a questo punto non è più lui con le spalle al muro. Banda larga, tv via cavo, Colao, Malone. Minacce serie per il futuro di Telecom Italia e anche per il ruolo che Vivendi vuole interpretare. Bolloré non starà a guardare.
Nei giorni scorsi si è limitato a sondare gli azionisti e ha messo in allerta l'amico Tarak. Poi è partito per la California, là dove si danno le carte per il grande gioco. Finora ha detto che in Telecom vuole restare come socio di riferimento, si tratta di un investimento industriale e non di breve periodo. Eppure Vivendi sta uscendo dalla telefonia, possibile che faccia eccezione per l'Italia? Ecco perché prende quota l'idea che sia piuttosto una merce nell'albergo del libero scambio. Al ritorno da Los Angeles forse Bolloré manderà segnali più chiari. Non ha molto tempo. E' in arrivo Netflix che vuol produrre una serie tipo "House of Cards" in Italia come già ha fatto in Francia, e sta arroventando il clima. Colao ne è innamorato. Sky la teme e ha rafforzato i legami con Telecom accantonando il progetto di fusione con Mediaset Premium che avrebbe incontrato troppi ostacoli da parte dei regolatori sia a Roma sia a Bruxelles. Già la sola intesa commerciale sui campionati di calcio ha scatenato reazioni agguerrite e l'immancabile magistratura. Il ballo Excelsior, insomma, è cominciato.

domenica 24 maggio 2015

GOSSIP - Il Nick che si copre il dick! Wechsler di "Revenge" nudo per beneficenza su "Cosmo" UK
Revenge's Nick Wechsler is baring all in the June issue of UK Cosmopolitan to raise awareness for Cancer Research UK. What a gent.
For Nick though, stripping was the easy part, he told us:
"It's actually easier for me to do a photoshoot with my clothes off than it is to play Jack in Revenge sometimes. I'm the weirdest choice for the role. I'm a goofy, insecure guy, but I have to act cool. I find it easier just being me – even if I have to take my shirt off!"
The tough part for Nick is talking about the real reason raising awareness of Cancer Research is so important to him...
"I've never really spoken much about it, but cancer is something that has affected my life, so I'm pleased to do this shoot for Cancer Research UK. I lost a brother over 20 years ago when I was 14 and he was 24. He was only diagnosed when doctors X-rayed his torso after a motorcycle accident, and found advanced cancer."
Nick is determined to encourage young men and everyone to be aware of their body and go for regular health checks - especially if they are worried about anything or see any changes. "I think sometimes men feel ill, but we just don't like to go to the doctor because it's not macho or whatever. If doing this can raise some awareness of that issue, then that's great," he said.
Great job Nick.

"Il trivial game + divertente dell'anno" (Lucca Comics)

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Il GIOCO DEI TELEFILM di Leopoldo Damerini e Fabrizio Margaria, nei migliori negozi di giocattoli: un viaggio lungo 750 domande divise per epoche e difficoltà. Sfida i tuoi amici/parenti/partner/amanti e diventa Telefilm Master. Disegni originali by Silver. Regolamento di Luca Borsa. E' un gioco Ghenos Games. http://www.facebook.com/GiocoDeiTelefilm. https://twitter.com/GiocoTelefilm

Lick it or Leave it!

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