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giovedì 18 aprile 2019
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
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martedì 29 maggio 2018
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venerdì 4 maggio 2018
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
LA STAMPA
In "The Handmaid's Tale" una tragedia che colpisce tutti
"II fatto che spesso le serie tv migliori siano drammi non è casuale. C'è qualcosa di appagante nel raccontare il peggio. Dal punto di vista della scrittura, qualcosa di più semplice. Le commedie sono difficili. Far ridere, soprattutto, è difficile. Le tragedie sono lineari. C'è un inizio, c'è uno svolgimento e c'è una fine. Tra questi tre punti possono accadere mille altre, ma sappiamo già quello che succederà dopo una certa scena o una particolare battuta. In televisione c'è chi riesce a dare vita a un mondo alternativo e disturbante che mette a nudo quello che siamo e che nel profondo abbiamo sempre saputo di essere. Con la seconda stagione di The Handmaid's Tale, disponibile ogni giovedì su TimVision con un nuovo episodio, la tragedia diventa estenuante, terribile; a tratti quasi insopportabile. La distopia di un futuro prossimo schiaccia ogni cosa. Le donne sono oggetti: isolate, accondiscendenti, schiavizzate. In nome della sopravvivenza, non c'è più nessuna libertà. Si subisce. E la speranza, che pure c'è, appare come una luce soffusa alla fine di un tunnel che sembra essere infinito. Tra la prima e la seconda stagione di The Handmaid's Tale, le differenze ci sono. C'è stato un passaggio. Tra prima e dopo, fondamentalmente. E i personaggi - a partire dalla protagonista, interpretata da Elisabeth Moss - sono cambiati. Tema: come le persone, messe davanti all'orrore, reagiscono. C'è un'ambientazione più grande, inedita e diversa. II libro di Margaret Atwood, a cui la serie tv si rifà, rimane alla base di ogni cosa: è il centro nodale del racconto. Ma in nome della tragedia la scrittura e la regia si prendo- no qualche libertà. L'obiettivo è sempre quello: il dramma. Prendere una cosa, un'idea condivisa e accettata, e stravolgerla. Portare all'estremo, a volte anche oltre, una situazione. Giocare con le paure, aizzarle contro lo spettatore. Raccontare una storia possibile, magari impensabile, e cercare un equilibrio tra due estremi. Una terza via, ecco. The Handmaid's Tale è fisico, brutale, assolutamente sconvolgente in alcuni momenti. Non è più solo la storia di una donna che soffre; è una narrazione corale e più ampia di qualcosa che riguarda tutti, della voglia di essere liberi piuttosto che della libertà in sé. E non è un caso che Hulu, la piattaforma streaming dietro questa serie, abbia deciso di rinnovarla per una terza stagione: c'è tanto materiale, qui, e tante cose da dire". (Gianmaria Tammaro)
LA STAMPA
In "The Handmaid's Tale" una tragedia che colpisce tutti
"II fatto che spesso le serie tv migliori siano drammi non è casuale. C'è qualcosa di appagante nel raccontare il peggio. Dal punto di vista della scrittura, qualcosa di più semplice. Le commedie sono difficili. Far ridere, soprattutto, è difficile. Le tragedie sono lineari. C'è un inizio, c'è uno svolgimento e c'è una fine. Tra questi tre punti possono accadere mille altre, ma sappiamo già quello che succederà dopo una certa scena o una particolare battuta. In televisione c'è chi riesce a dare vita a un mondo alternativo e disturbante che mette a nudo quello che siamo e che nel profondo abbiamo sempre saputo di essere. Con la seconda stagione di The Handmaid's Tale, disponibile ogni giovedì su TimVision con un nuovo episodio, la tragedia diventa estenuante, terribile; a tratti quasi insopportabile. La distopia di un futuro prossimo schiaccia ogni cosa. Le donne sono oggetti: isolate, accondiscendenti, schiavizzate. In nome della sopravvivenza, non c'è più nessuna libertà. Si subisce. E la speranza, che pure c'è, appare come una luce soffusa alla fine di un tunnel che sembra essere infinito. Tra la prima e la seconda stagione di The Handmaid's Tale, le differenze ci sono. C'è stato un passaggio. Tra prima e dopo, fondamentalmente. E i personaggi - a partire dalla protagonista, interpretata da Elisabeth Moss - sono cambiati. Tema: come le persone, messe davanti all'orrore, reagiscono. C'è un'ambientazione più grande, inedita e diversa. II libro di Margaret Atwood, a cui la serie tv si rifà, rimane alla base di ogni cosa: è il centro nodale del racconto. Ma in nome della tragedia la scrittura e la regia si prendo- no qualche libertà. L'obiettivo è sempre quello: il dramma. Prendere una cosa, un'idea condivisa e accettata, e stravolgerla. Portare all'estremo, a volte anche oltre, una situazione. Giocare con le paure, aizzarle contro lo spettatore. Raccontare una storia possibile, magari impensabile, e cercare un equilibrio tra due estremi. Una terza via, ecco. The Handmaid's Tale è fisico, brutale, assolutamente sconvolgente in alcuni momenti. Non è più solo la storia di una donna che soffre; è una narrazione corale e più ampia di qualcosa che riguarda tutti, della voglia di essere liberi piuttosto che della libertà in sé. E non è un caso che Hulu, la piattaforma streaming dietro questa serie, abbia deciso di rinnovarla per una terza stagione: c'è tanto materiale, qui, e tante cose da dire". (Gianmaria Tammaro)
domenica 22 aprile 2018
venerdì 21 luglio 2017
GOSSIP - Queen Elisabeth! La Moss in corsa con 8 Emmy Awards conquista la cover di "THR" e chiosa: "'The Handmaid's Tale' non è una storia femminista!" (toglietele almeno 5 nomination allora...!)
Elisabeth Moss takes the cover of THR‘s latest issue looking so summer chic. Here’s what the 34-year-old Handmaid’s Tale star had to share with the mag:
On being attacked for saying Handmaid’s Tale is “not a feminist story”: “I was asked a question about my character, and I was thinking about my character and about the TV show not that I was speaking for feminists.”
On women’s rights: “I’m such a staunch believer in women’s rights, I don’t really give a shit about anybody who isn’t. It’s like, I don’t need them to watch the show. At a certain point, things are more important than your job.”
On her Emmy nominations: “It’s lucky number eight…But if you’ve been nominated seven times and lost seven times, you learn to be pretty excited about being nominated. You feel this sense of, ‘Well, at least I seem to be doing well consistently.’”
For more from Elisabeth, visit HollywoodReporter.com.
giovedì 7 luglio 2016
GOSSIP - Nonna Nicole! La Kidman con parruccona grigia nella seconda stagione di "Top of the Lake"
Nicole Kidman sports a gray wig while on the set of Top of the Lake season two in Sydney, Australia. Production is currently underway for the second season of the hit Sundance TV drama, which is now titled Top Of The Lake: China Girl. Elisabeth Moss will return for the second season, and Game of Thrones‘ Gwendoline Christie is set to have a major role this season.
Season two picks up four years after season one ended. No premiere date has been officially announced.
Nicole Kidman sports a gray wig while on the set of Top of the Lake season two in Sydney, Australia. Production is currently underway for the second season of the hit Sundance TV drama, which is now titled Top Of The Lake: China Girl. Elisabeth Moss will return for the second season, and Game of Thrones‘ Gwendoline Christie is set to have a major role this season.
Season two picks up four years after season one ended. No premiere date has been officially announced.
martedì 29 luglio 2014
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
"Top of the lake", i misteri neozelandesi di Jane Campion
"Jane Campion, la regista premio Oscar per Lezioni di piano , ha scritto e diretto una serie televisiva molto raffinata e acclamata dalla critica americana, «Top of the Lake», ambientata nei paesaggi della Nuova Zelanda in mezzo a una natura incontaminata e potente, tra nebbie e sconfinati silenzi (Sky Atlantic, lunedì, 22.10). Alla base della storia c'è un mistero: Robin (Elizabeth Moss, che interpreta Peggy Olson in «Mad Men») è una detective specializzata in crimini sessuali. Ritorna da Sydney in Nuova Zelanda per stare vicina alla madre, malata terminale, proprio mentre la sua cittadina d'origine è scossa dalla scomparsa di Tui, una ragazzina di dodici anni incinta e vittima di una presunta violenza. Robin indaga insieme alla polizia locale e ben presto il caso inizia a trasformarsi in un'ossessione, a consumarla nel profondo: c'è molto di personale (con una storia d'amore adolescenziale che si riaccende), ci sono i traumi del passato che riaffiorano e l'immedesimazione con la vittima diventa una forza oscura che guida la sua ricerca. Ben presto diventa chiaro che, nei propositi della serie, non è solo la risoluzione del caso a contare, che non siamo di fronte al più classico dei gialli: la forza di «Top of the Lake» sta invece nelle sue stranezze ed eccentricità. La prima è un ritmo molto lento, lontano dall'adrenalina dei gialli investigativi, che spesso si concede apparenti digressioni dal filone narrativo principale alimentando l'ambiguità del racconto. Per esempio quando decide di seguire un gruppo di donne che vivono in un villaggio di container a bordo del lago, guidate dalla guru GJ (Holly Hunter), per guarire da cicatrici del passato.Più che i traumi, alla serie importa raccontare quello che viene dopo: vivere con le conseguenze di un dolore, trovare la forza di sopravvivergli". (Aldo Grasso)
CORRIERE DELLA SERA
"Top of the lake", i misteri neozelandesi di Jane Campion
"Jane Campion, la regista premio Oscar per Lezioni di piano , ha scritto e diretto una serie televisiva molto raffinata e acclamata dalla critica americana, «Top of the Lake», ambientata nei paesaggi della Nuova Zelanda in mezzo a una natura incontaminata e potente, tra nebbie e sconfinati silenzi (Sky Atlantic, lunedì, 22.10). Alla base della storia c'è un mistero: Robin (Elizabeth Moss, che interpreta Peggy Olson in «Mad Men») è una detective specializzata in crimini sessuali. Ritorna da Sydney in Nuova Zelanda per stare vicina alla madre, malata terminale, proprio mentre la sua cittadina d'origine è scossa dalla scomparsa di Tui, una ragazzina di dodici anni incinta e vittima di una presunta violenza. Robin indaga insieme alla polizia locale e ben presto il caso inizia a trasformarsi in un'ossessione, a consumarla nel profondo: c'è molto di personale (con una storia d'amore adolescenziale che si riaccende), ci sono i traumi del passato che riaffiorano e l'immedesimazione con la vittima diventa una forza oscura che guida la sua ricerca. Ben presto diventa chiaro che, nei propositi della serie, non è solo la risoluzione del caso a contare, che non siamo di fronte al più classico dei gialli: la forza di «Top of the Lake» sta invece nelle sue stranezze ed eccentricità. La prima è un ritmo molto lento, lontano dall'adrenalina dei gialli investigativi, che spesso si concede apparenti digressioni dal filone narrativo principale alimentando l'ambiguità del racconto. Per esempio quando decide di seguire un gruppo di donne che vivono in un villaggio di container a bordo del lago, guidate dalla guru GJ (Holly Hunter), per guarire da cicatrici del passato.Più che i traumi, alla serie importa raccontare quello che viene dopo: vivere con le conseguenze di un dolore, trovare la forza di sopravvivergli". (Aldo Grasso)
lunedì 7 luglio 2014
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
TV SETTE (inserto del "Corriere della Sera")
Super panel o super-pena? Il ritardo dell'Auditel nel monitorare gli appassionati di serie tv
"L'Auditel ha deciso di voltare pagina e di provare a fotografare meglio il comportamento reale degli italiani davanti alla tv. Basterà a farci finalmente vedere tutto il meglio delle serie, invece del solito vecchio menù delle grandi reti? La televisione italiana non è vecchia solo per il profilo del pubblico e per le proposte editoriali. Mentre la scena mondiale subisce l'ultima radicale trasformazione, con gli Stati Uniti che sono entrati già nell'epoca della "televisione dopo la televisione", grazie all'arrembante sfida dei servizi online guidata da Netflix, in Italia siamo ancora allo scontro mediale generalista arbitrato dall'Auditel. Invece di coltivare una propria identità precisa, quasi tutti i canali mirano al pubblico indifferenziato così come viene rappresentato dai cinquemila e 600 "meter" in funzione, ovvero dagli apparecchietti dell'Auditel che registrano il comportamento dei telespettatori. Ora finalmente, per le rilevazioni ufficiali dell'ascolto televisivo, si comincia a parlare almeno di "super-panel". E' stato infatti appena varato un congruo aumento del numero di famiglie e di spettatori campione da monitorare, ma nessuno conosce i tempi tecnici effettivi con cui verrano quasi triplicati i meter. L'Auditel parla di un anno, ma intanto per esempio Sky ha già annunciato di procedere a nuove rilevazioni in proprio da contrapporre a quelle del duopolio Mediaset-Rai che ancora domina il mercato. Di certo lo hanno capito anche i muri che le classifiche d'ascolto non sono più adeguate - se mai lo sono state - a un panorama dove ormai si contano quasi quattrocento canali televisivi. Come
campione di base, poi, sono davvero niente 5mila e 666 meter per indagare il comportamento d'ascolto di una popolazione di 57 milioni e rotti (tanti sono gli italiani sopra i 4 anni), che si trasforma in più di ventisette milioni di spettatori televisivi nel prime-time, senza considerare la quantità di persone che ormai seguono la tv e le serie tv attraverso i pc, gli smartphone e altri devices. In queste settimane possiamo finalmente vedere la mini-serie Top of the Lake che è valsa il Golden Globe all'attrice Elisabeth Moss, la bravissima Peggy coprotagonista di Mad Men, eppure nessuno in Italia è ancora riuscito a far vedere in santa pace ai telespettatori tutto Mad Men. La domanda da porsi oggi è se sarebbe bastato il super-panel Auditel per non veder mortificato, con la scusa dei bassi ascolti, dai programmatori di Sky e della Rai - per non dire di Mediaset e La 7 che l'hanno proprio ignorato - uno dei telefilm americani che più hanno segnato la moda degli ultimi anni. Gli esempi potrebbero continuare: Mtv è cresciuta negli ascolti da quando spinge sui trash-show, e di conseguenza ha abbandonato un gioiello come Girls. E' chiaro che occorre un salto di mentalità, bisogna saper pensare ai pubblici e non più al pubblico, e solo la Rai, che è così sotto tiro da parte del nuovo premier, può e deve cominciare la trasformazione editoriale verso la nuova tv. Non possiamo restare un altro anno in attesa del miracolo del super-panel". (Paolo Martini)
TV SETTE (inserto del "Corriere della Sera")
Super panel o super-pena? Il ritardo dell'Auditel nel monitorare gli appassionati di serie tv
"L'Auditel ha deciso di voltare pagina e di provare a fotografare meglio il comportamento reale degli italiani davanti alla tv. Basterà a farci finalmente vedere tutto il meglio delle serie, invece del solito vecchio menù delle grandi reti? La televisione italiana non è vecchia solo per il profilo del pubblico e per le proposte editoriali. Mentre la scena mondiale subisce l'ultima radicale trasformazione, con gli Stati Uniti che sono entrati già nell'epoca della "televisione dopo la televisione", grazie all'arrembante sfida dei servizi online guidata da Netflix, in Italia siamo ancora allo scontro mediale generalista arbitrato dall'Auditel. Invece di coltivare una propria identità precisa, quasi tutti i canali mirano al pubblico indifferenziato così come viene rappresentato dai cinquemila e 600 "meter" in funzione, ovvero dagli apparecchietti dell'Auditel che registrano il comportamento dei telespettatori. Ora finalmente, per le rilevazioni ufficiali dell'ascolto televisivo, si comincia a parlare almeno di "super-panel". E' stato infatti appena varato un congruo aumento del numero di famiglie e di spettatori campione da monitorare, ma nessuno conosce i tempi tecnici effettivi con cui verrano quasi triplicati i meter. L'Auditel parla di un anno, ma intanto per esempio Sky ha già annunciato di procedere a nuove rilevazioni in proprio da contrapporre a quelle del duopolio Mediaset-Rai che ancora domina il mercato. Di certo lo hanno capito anche i muri che le classifiche d'ascolto non sono più adeguate - se mai lo sono state - a un panorama dove ormai si contano quasi quattrocento canali televisivi. Come
campione di base, poi, sono davvero niente 5mila e 666 meter per indagare il comportamento d'ascolto di una popolazione di 57 milioni e rotti (tanti sono gli italiani sopra i 4 anni), che si trasforma in più di ventisette milioni di spettatori televisivi nel prime-time, senza considerare la quantità di persone che ormai seguono la tv e le serie tv attraverso i pc, gli smartphone e altri devices. In queste settimane possiamo finalmente vedere la mini-serie Top of the Lake che è valsa il Golden Globe all'attrice Elisabeth Moss, la bravissima Peggy coprotagonista di Mad Men, eppure nessuno in Italia è ancora riuscito a far vedere in santa pace ai telespettatori tutto Mad Men. La domanda da porsi oggi è se sarebbe bastato il super-panel Auditel per non veder mortificato, con la scusa dei bassi ascolti, dai programmatori di Sky e della Rai - per non dire di Mediaset e La 7 che l'hanno proprio ignorato - uno dei telefilm americani che più hanno segnato la moda degli ultimi anni. Gli esempi potrebbero continuare: Mtv è cresciuta negli ascolti da quando spinge sui trash-show, e di conseguenza ha abbandonato un gioiello come Girls. E' chiaro che occorre un salto di mentalità, bisogna saper pensare ai pubblici e non più al pubblico, e solo la Rai, che è così sotto tiro da parte del nuovo premier, può e deve cominciare la trasformazione editoriale verso la nuova tv. Non possiamo restare un altro anno in attesa del miracolo del super-panel". (Paolo Martini)
mercoledì 21 marzo 2012
L'EDICOLA DI LOU - Stralci e commenti sui telefilm dai giornali italiani e stranieriLA STAMPA
"Mad Men", l'attesa è finita
"La grande attesa dei Mad Men maniaci è finita. Dopo un ritardo dovuto alle contrattazioni fra la rete e il creatore della serie Matthew Weiner, il 25 marzo sul canale tv americano Amc arriva la quinta stagione, e chi si sentiva orfano dal 17 ottobre 2010 potrà smetterla di ingannare il tempo con un placebo come 'Downton Abbey'. Riecco Don Draper (Jon Hamm), la sua ex moglie Betty sosia di Grace Kelly (January Jones) e quella nuova, Megan (Jessica Paré), passata repentinamente dallo status segretariale a quello coniugale. Riecco i pubblicitari di Madison Avenue stretti fra carrierismo e terrore di perdere i clienti, e le loro colleghe in gonne a matita e reggiseni Maidenform. Riecco, soprattutto, gli scintillanti Anni Sessanta dei lunch con tre Martini e delle sigarette fumate a catena (sul set sostituite con innocue paglie da erboristeria), riprodotti fino all’ultima insalatiera di ceramica dagli scenografi in quello stile che ormai si chiama retro-modern. Quanto all’impazienza dei fan italiani, per ora non arrivano anticipazioni precise; ma è lecito pensare che non passerà molto prima che la quinta serie sia trasmessa anche da noi.Per capire quanto gli Stati Uniti di Obama si siano infatuati di Mad Men (13 Emmy e 4 Golden Globe nel palmarès) basti dire che “Newsweek” versione Tina Brown ha dedicato al loro «ritorno in ufficio» non una semplice storia di copertina, ma un intero numero, grafica e pagine pubblicitarie comprese. Dove si trattano argomenti e personaggi di cinquant’anni fa come l’eccidio di My Lai, l’anchorman Walter Cronkite o i trip all’acido lisergico. Ma soprattutto si celebra il culto di un’epoca che a chi ha l’età di Matthew Weiner, «cresciuto a forza di Mash e di Happy Days , e con l’incubo dell’Aids» può sembrare una fantastica età dell’oro. Che si trattasse invece di un’era di travaglio e di passaggio, dove chi non era maschio, bianco ed eterosessuale faceva una gran fatica a trovarsi un posto al sole, è tema non eluso dagli sceneggiatori. Come dimostrano soprattutto le figure femminili, riprodotte con squisita introspezione psicologica: Joan, per esempio, l’ape regina fra le segretarie dell’agenzia (l’attrice è la iperstatuaria Christina Hendricks), di spaventosa efficienza professionale ma di totale sudditanza agli uomini; o Peggy Olson (Elisabeth Moss), la ragazza più intelligente dell’ufficio, che ha sacrificato la propria vita privata alla carriera e manco si era accorta di essere incinta (il bambino, va da sé, l’ha poi dato in adozione).Alla fine della quarta serie, abbiamo lasciato Draper distrutto professionalmente e in preda all’alcol, però fidanzato con la segretaria Megan, che tanto bene sa comportarsi con i suoi bambini. La sua prima moglie si è risposata con il faccendiere politico Henry Francis. Non è felice, ma a chi gli ha chiesto se si metterà a leggere Betty Friedan e scoprirà il femminismo, Matthew Weiner ha risposto «che forse troverà l’illuminazione da qualche altra parte».Accontentatevi perché è praticamente l’unica anticipazione concessa su quel che succederà nei prossimi 13 episodi. Resta da capire che cosa succederà dell’agenzia Sterling Cooper Draper Pryce, schienata dall’abbandono del fondamentale cliente Lucky Strike, e se il Grande Segreto di Draper (che in realtà si chiama Dick Whitman, è figlio di una prostituta e ha rubato l’identità a un commilitone caduto durante la guerra di Corea) verrà pubblicamente a galla. Nel frattempo, Joan avrà un figlio che non è del giovane marito dottore, partito per il Vietnam, ma del suo amante Roger Sterling, e Peggy dovrà ancora combattere con chi crede che abbia fatto carriera perché è andata a letto con Don Draper: circostanza che, per altro, non si è mai verificata.Promette molto bene il personaggio di Sally Draper, figlia di, ormai arrivata all’età delle prime cotte e dei primi concerti dei Beatles; anche se ha creato inquietudine un certo servizio fotografico per cui la sua interprete a malapena tredicenne, Kiernan Shipka, ha posato truccata e con i tacchi".
(Egle Santolini, 21.03.2012)
lunedì 21 novembre 2011
NEWS - Tg Telefilm: Ashley Greene entra nel cast di "Pan Am" da guest-star, le rosse dei telefilm conquistano il piccolo schermo Usa
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venerdì 15 aprile 2011

NEWS - Sarà pure January (Jones) ma fa sempre più caldo...La bionda protagonista di "Mad Men" rivela che Betty Draper non sarebbe mai dovuta esistere La sempre più lanciata January Jones, che con la sua classe e fredda sensualità sembra sempre più superare in "curva" la collega di set Christina Hendricks, ha rivelato al mensile in "W Magazine", il quale le dedica una mitologica copertina, che il personaggio di Betty Draper in "Mad Men" non sarebbe mai dovuto esistere. Anzi, in origine la Jones fece il provino per il personaggio di Peggy, che poi andò a Elisabeth Moss. "Non c'era alcuna Betty nella puntata-pilota. L'ideatore Matthew Weiner non aveva alcuna intenzione di rivelare la vita privata di Don Draper...la notte dopo avermi vista, Matthew scrisse due scene in cui faceva capolino Betty e mi promise verbalmente che il personaggio sarebbe cresciuto...Io gli credetti e così accettai il ruolo".
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