Visualizzazione post con etichetta In Treatment. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta In Treatment. Mostra tutti i post
martedì 30 aprile 2019
NEWS - Er Pupone sul serial! Se HBO gira un telefilm su Belushi, Sky mette in cantiere una serie tv su Totti! (Adani guest star e Ilary Blasi nei panni di se stessa?)
News tratta da "La Gazzetta dello Sport"
Metti una sera a cena in una elegante casa del centro di Roma. Metti che ad un certo punto uno dei commensali si alzi, si metta al pianoforte e gli altri comincino a ridere (e non certo perché suoni male, anzi). Metti che dopo una serata del genere un progetto cominci a prendere forma più strutturata. Ecco, prendete tutti insieme questi elementi, shakerateli e avrete un'idea del magico mondo in cui ormai galleggiano Francesco Totti e sua moglie llary. L'anfitrione della serata, infatti, era Pietro Valsecchi, uno dei più celebri produttori internazionali e proprio per questo mentore di uno dei maggiori talenti del cinema italiano contemporaneo, cioè quel Luca Pasquale Medici, al secolo dell'intrattenimento meglio noto come Checco Zalone. E allora avete capito: al pianoforte quella sera c'era proprio lui. I1 piatto forte, però, deve ancora arrivare. Dopo una lunga trattativa, infatti, è virtualmente concluso l'acquisto dei diritti della fortunata autobiografia, «Un campione», edita da Rizzoli e scritta insieme a Paolo Condò. Partendo da questo libro, infatti, da mesi si sta pensando di strutturare un prodotto intorno alla vita dell'ex stella della Roma. Ad occuparsi dell'operazione sarà la Wildside, la casa di produzione fondata nel 2009, guidata da Lorenzo Mieli e Paolo Gianani. Ma naturalmente anche la famiglia Valsecchi sarà della partita, con Virginia, attrice e produttrice, oltre che figlia di Pietro, cioè il padrone di casa di quella splendida serata d'autunno in cui il progetto ha cominciato a prendere forma. In questi mesi, le ipotesi su come costruire il prodotto sono oscillate dalla serie tv al film vero e proprio, ma a essere vincente sembra proprio che sarà la prima ipotesi, con Sky partner dell'avventura. Dopo aver accarezzato l'idea di rivolgersi a più registi (come accadrà per la serie su Maradona, ad esempio), per la storia di Totti ci sarà un'unica mano dietro la macchina da presa, anche se tutte le scelte devono essere ancora fatte. A cominciare dal casting, naturalmente. Le prime indiscrezioni parlano di un protagonista principale — quello che impersonerà Totti — relativamente sconosciuto al grande pubblico, mentre nei ruoli secondari si vorrebbe invece attori celebri. Comunque è ancora tutto da definire. La cosa certa è che la Wildside — produttrice di celebri serie tv (da «The young Pope» a «In Treatment») — intende lanciare la sfida a uno dei luoghi comuni nel mondo del cinema (ormai anche domestico), ovvero che le opere che trattano anche di calcio non sempre hanno successo. Totti, però, potrebbe essere speciale anche in questo. E chissà che tra Pallone d'Oro e Oscar, in fondo, non ci sia poi un'enorme differenza.
News tratta da "La Gazzetta dello Sport"
Metti una sera a cena in una elegante casa del centro di Roma. Metti che ad un certo punto uno dei commensali si alzi, si metta al pianoforte e gli altri comincino a ridere (e non certo perché suoni male, anzi). Metti che dopo una serata del genere un progetto cominci a prendere forma più strutturata. Ecco, prendete tutti insieme questi elementi, shakerateli e avrete un'idea del magico mondo in cui ormai galleggiano Francesco Totti e sua moglie llary. L'anfitrione della serata, infatti, era Pietro Valsecchi, uno dei più celebri produttori internazionali e proprio per questo mentore di uno dei maggiori talenti del cinema italiano contemporaneo, cioè quel Luca Pasquale Medici, al secolo dell'intrattenimento meglio noto come Checco Zalone. E allora avete capito: al pianoforte quella sera c'era proprio lui. I1 piatto forte, però, deve ancora arrivare. Dopo una lunga trattativa, infatti, è virtualmente concluso l'acquisto dei diritti della fortunata autobiografia, «Un campione», edita da Rizzoli e scritta insieme a Paolo Condò. Partendo da questo libro, infatti, da mesi si sta pensando di strutturare un prodotto intorno alla vita dell'ex stella della Roma. Ad occuparsi dell'operazione sarà la Wildside, la casa di produzione fondata nel 2009, guidata da Lorenzo Mieli e Paolo Gianani. Ma naturalmente anche la famiglia Valsecchi sarà della partita, con Virginia, attrice e produttrice, oltre che figlia di Pietro, cioè il padrone di casa di quella splendida serata d'autunno in cui il progetto ha cominciato a prendere forma. In questi mesi, le ipotesi su come costruire il prodotto sono oscillate dalla serie tv al film vero e proprio, ma a essere vincente sembra proprio che sarà la prima ipotesi, con Sky partner dell'avventura. Dopo aver accarezzato l'idea di rivolgersi a più registi (come accadrà per la serie su Maradona, ad esempio), per la storia di Totti ci sarà un'unica mano dietro la macchina da presa, anche se tutte le scelte devono essere ancora fatte. A cominciare dal casting, naturalmente. Le prime indiscrezioni parlano di un protagonista principale — quello che impersonerà Totti — relativamente sconosciuto al grande pubblico, mentre nei ruoli secondari si vorrebbe invece attori celebri. Comunque è ancora tutto da definire. La cosa certa è che la Wildside — produttrice di celebri serie tv (da «The young Pope» a «In Treatment») — intende lanciare la sfida a uno dei luoghi comuni nel mondo del cinema (ormai anche domestico), ovvero che le opere che trattano anche di calcio non sempre hanno successo. Totti, però, potrebbe essere speciale anche in questo. E chissà che tra Pallone d'Oro e Oscar, in fondo, non ci sia poi un'enorme differenza.
giovedì 27 settembre 2018
NEWS - Ultima ora! Mussolini sul serial: "M. Il figlio del secolo" di Scurati diventerà una serie tv per Wildside ("The Young Pope", "Il Miracolo")
News tratta da LaStampa.it
Wildside ha acquisito i diritti del romanzo «M. Il figlio del secolo» di Antonio Scurati (edito da Bompiani), attualmente ai vertici delle classifiche dei libri più venduti in Italia. La casa di produzione di Lorenzo Mieli e Mario Gianani (In Treatment, 1992, 1993, La Mafia uccide solo d’estate, The Young Pope, Il Miracolo, L’amica geniale) trasformerà il libro - che racconta il fascismo come un romanzo, dall’interno, senza filtro politico e ideologico - in una serie televisiva. Si tratta di «un romanzo, sì, ma un romanzo in cui d’inventato non c’è nulla. Al contrario, ogni singolo accadimento, personaggio, dialogo o discorso è storicamente documentato o autorevolmente testimoniato da più di una fonte. È la storia dell’Italia tra il 1919 e il 1925, dalla fondazione dei Fasci italiani di combattimento al delitto Matteotti, la storia di un Paese che si consegna alla dittatura, la storia di un uomo che rinasce molte volte dalle proprie ceneri. La storia della Storia che ci ha resi quello che siamo».
News tratta da LaStampa.it
Etichette:
1992,
1993,
Antonio Scurati,
Il Miracolo,
In Treatment,
L'amica geniale,
Lorenzo Mieli,
M. Il figlio del secolo,
Mario Gianani,
network,
NEWS,
The Young Pope,
Wildside
martedì 14 novembre 2017
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
"False Flag", nuovo lampo della creatività israeliana
"Non so se siamo davvero di fronte a un nuovo «Homeland», so con certezza che «False Flag» è uno di quei racconti che ti afferrano per la gola, tirandoti fatalmente dentro al thriller (Fox, canale di Sky). Sulla mappa dell'industria tv mondiale, accanto ai soliti mercati, occupano uno spazio sempre più importante alcuni distretti produttivi emergenti. Fra i più dinamici c'è certamente Israele, basti pensare a titoli come «Hatufim» («Homeland» in versione Usa), «Be Tipul» («In Treatment» nelle varie versioni) e ora «False Flag», la serie creata da Amit Cohen e distribuita in molti paesi nella sua forma originale. La creatività israeliana è figlia di una società dinamica, che ama le novità e rifugge l'inerzia in tutti i campi, non solo in quello tecnologico. Come afferma Hagal Levi, creatore di «In Treatment»: «Israele è una nazione senza tradizioni, un paese giovane, non come l'Europa e persino l'America. La tradizione spesso comporta l'esistenza di regole, ma se vuoi emergere l'assenza di regole è un vantaggio» (Link. Idee per la tv, n . 21, giugno 2017). «False Flag» s'ispira a un fatto di cronaca, la vicenda di Mahmoud Al-Mabhouh, colonnello di Hamas che nel 2010 venne ucciso a Dubai da un gruppo di agenti del Mossad che viaggiavano con identità rubate a cittadini israeliani con doppia nazionalità. La tensione non è solo di tipo narrativo: siamo nel pieno della crisi mediorientale, in mezzo al conflitto tra Israele e Palestina. Una mattina, radio e televisioni annunciano, mostrando le loro foto, che cinque cittadini israeliani sono sospettati di aver progettato e orchestrato un rapimento, ovvero il sequestro del Ministro iraniano della difesa avvenuto a Mosca il 15 aprile 2005. Sia il Mossad che lo Shin Bet (il servizio di intelligence per gli affari interni) cominciano a torchiare i protagonisti per scoprire quanto queste persone, apparentemente ignare, siano vittime o colpevoli. Niente spoiler, grazie". (Aldo Grasso)
CORRIERE DELLA SERA
"False Flag", nuovo lampo della creatività israeliana
"Non so se siamo davvero di fronte a un nuovo «Homeland», so con certezza che «False Flag» è uno di quei racconti che ti afferrano per la gola, tirandoti fatalmente dentro al thriller (Fox, canale di Sky). Sulla mappa dell'industria tv mondiale, accanto ai soliti mercati, occupano uno spazio sempre più importante alcuni distretti produttivi emergenti. Fra i più dinamici c'è certamente Israele, basti pensare a titoli come «Hatufim» («Homeland» in versione Usa), «Be Tipul» («In Treatment» nelle varie versioni) e ora «False Flag», la serie creata da Amit Cohen e distribuita in molti paesi nella sua forma originale. La creatività israeliana è figlia di una società dinamica, che ama le novità e rifugge l'inerzia in tutti i campi, non solo in quello tecnologico. Come afferma Hagal Levi, creatore di «In Treatment»: «Israele è una nazione senza tradizioni, un paese giovane, non come l'Europa e persino l'America. La tradizione spesso comporta l'esistenza di regole, ma se vuoi emergere l'assenza di regole è un vantaggio» (Link. Idee per la tv, n . 21, giugno 2017). «False Flag» s'ispira a un fatto di cronaca, la vicenda di Mahmoud Al-Mabhouh, colonnello di Hamas che nel 2010 venne ucciso a Dubai da un gruppo di agenti del Mossad che viaggiavano con identità rubate a cittadini israeliani con doppia nazionalità. La tensione non è solo di tipo narrativo: siamo nel pieno della crisi mediorientale, in mezzo al conflitto tra Israele e Palestina. Una mattina, radio e televisioni annunciano, mostrando le loro foto, che cinque cittadini israeliani sono sospettati di aver progettato e orchestrato un rapimento, ovvero il sequestro del Ministro iraniano della difesa avvenuto a Mosca il 15 aprile 2005. Sia il Mossad che lo Shin Bet (il servizio di intelligence per gli affari interni) cominciano a torchiare i protagonisti per scoprire quanto queste persone, apparentemente ignare, siano vittime o colpevoli. Niente spoiler, grazie". (Aldo Grasso)
sabato 1 luglio 2017
NEWS - Naomi Watts debutta in "Gypsy" su Netflix e afferma: "il mio personaggio, tra panico e distruzione, ricorda Betty di Mulholland Drive di Lynch. E a quest'ultimo devo tutto..."
Intervista tratta da "La Repubblica"
Intervista tratta da "La Repubblica"
Dal poster di Gypsy Naomi Watts incarna i colori pastello del volto di Betty in Mulholland Drive. La biondina scesa all'aeroporto di L.A. per diventare una stella nel film di David Lynch ha preso un'altra strada. Una nuova identità. Nella serie creata da Lisa Rubin, ora disponibile su Netflix, Naomi è Jean Holloway, terapeuta di Manhattan sposata con un avvocato (Billy Crudup), madre di una bambina. La loro casa dei sogni si trova in Connecticut ed è piena di cabine armadio ma a Jean i cartelli stradali e il caffè della mattina cominciano a dar noia. Così inventa un alter ego, Diane — giornalista single, "zingara" della psiche — che usa per manipolare i pazienti. Tra flirt, lesbismo e bourbon, nel mirino di Jean entrano un barista ossessivo-compulsivo e la sua ex. «È un personaggio vicino a Betty di Mulholland Drive», ci racconta la Watts, abito floreale coi boccioli cremisi, in un hotel di Nolita. «Dopo quasi vent' anni dal film di Lynch a cui devo gran parte della mia carriera da attrice, mi interessa esplorare il tema della dualità, del chi siamo quando nessuno ci vede e ci ascolta. Jean/Diane comincia a intessere rapporti pericolosi con le persone in cura. Parecchie donne della mia età arrivano a un punto in cui tutto appare "abbastanza". Un marito, dei figli, un bicchiere di vino... Poi subentrano panico ed autodistruzione». 48 anni, due nomination all'Oscar, Naomi guarda alla separazione dal marito (Liev Schreiber, un altro borderline in tv con Ray Donovan) e dice: «Sto attenta a tutto quello che perdo per strada, alle persone che lascio indietro e potrei non trovare più. Non mi spaventa invecchiare, però. Non volto le spalle al tempo». Qualche rimpianto? «Poteva esserlo The Ring, il remake horror del nipponico Ringu di Hideo Nakata. Quando il mio agente chiamò per propormelo gli dissi di no inizialmente e che sarebbe stato un fiasco. Chi poteva immaginare quel successo... Mio figlio più piccolo è un patito del terrore. Cerco di tenerlo alla larga dai mostri ma quando gli chiedono quale sia il film più spaventoso di tutti i tempi, lui, fiero, risponde: The Ring! Conosce la trama a memoria pur non avendolo visto per intero».
Secondo il New York Times, la perdizione di Naomi Watts in Gypsy somiglia a un mix di serie gettonate come The Affair, In Treatment e Big Little Lies ma senza nuance. Eppure, nel pedigree di Gypsy, compare un altro elemento caldo: la regista e produttrice esecutiva Sam Taylor-Johnson, già al timone di Cinquanta sfumature di grigio (circa mezzo miliardo di dollari d'incasso ). A David Lynch la legano un certo gusto estetico e la meditazione trascendentale; i suoi modelli sono Jane Campion e Kathryn Bigelow. Abbandonata dai genitori, è diventata un'esponente del movimento degli Young British Artists e ha composto un video ritratto di David Beckham per la National Portrait Gallery, insieme a un lavoro chiamato Crying Men che includeva Paul Newman e Robin Williams. «Jean Holloway non è l'equivalente di Anastasia Steele, protagonista del romanzo erotico di E. L. James», dice la regista con accanto il marito, la star Aaron Johnson, per cui ha perso la testa quando lui aveva diciott'anni e lei 42. «Naomi interpreta una donna forte, indipendente, dotata di un proprio senso del potere. La vita periferica e la famiglia se la mangiano viva. È tempo per Jean di godersi il sesso». «La serie è un ammonimento. Per liberare le fantasie più torbide c'è un prezzo da pagare» continua Watts. «Sedete comodi, guardate me, ma non mettevi nei guai. Io faccio da cavia». Il viaggio nell'identità di una donna, a cui non basta avere tutto ciò che desidera, ha conquistato Naomi: «Il mio mestiere è pura caccia di identità. Girare Gypsy con un team composto da sole donne, nella città dove abito con i miei figli, New York, è stato fantastico. Al pari della parte che mi ha offerto Lynch in Twin Peaks—Il ritorno. Sono la moglie di un uomo che ha l'aspetto dell'Agente Cooper ma potrebbe non esserlo. Mi piace andare a trovare David a casa, vederlo fumare, ascoltare le sue idee mentre dipinge. Siamo rimasti in contatto dal primo film insieme e abbiamo ancora tanto da dirci».
Secondo il New York Times, la perdizione di Naomi Watts in Gypsy somiglia a un mix di serie gettonate come The Affair, In Treatment e Big Little Lies ma senza nuance. Eppure, nel pedigree di Gypsy, compare un altro elemento caldo: la regista e produttrice esecutiva Sam Taylor-Johnson, già al timone di Cinquanta sfumature di grigio (circa mezzo miliardo di dollari d'incasso ). A David Lynch la legano un certo gusto estetico e la meditazione trascendentale; i suoi modelli sono Jane Campion e Kathryn Bigelow. Abbandonata dai genitori, è diventata un'esponente del movimento degli Young British Artists e ha composto un video ritratto di David Beckham per la National Portrait Gallery, insieme a un lavoro chiamato Crying Men che includeva Paul Newman e Robin Williams. «Jean Holloway non è l'equivalente di Anastasia Steele, protagonista del romanzo erotico di E. L. James», dice la regista con accanto il marito, la star Aaron Johnson, per cui ha perso la testa quando lui aveva diciott'anni e lei 42. «Naomi interpreta una donna forte, indipendente, dotata di un proprio senso del potere. La vita periferica e la famiglia se la mangiano viva. È tempo per Jean di godersi il sesso». «La serie è un ammonimento. Per liberare le fantasie più torbide c'è un prezzo da pagare» continua Watts. «Sedete comodi, guardate me, ma non mettevi nei guai. Io faccio da cavia». Il viaggio nell'identità di una donna, a cui non basta avere tutto ciò che desidera, ha conquistato Naomi: «Il mio mestiere è pura caccia di identità. Girare Gypsy con un team composto da sole donne, nella città dove abito con i miei figli, New York, è stato fantastico. Al pari della parte che mi ha offerto Lynch in Twin Peaks—Il ritorno. Sono la moglie di un uomo che ha l'aspetto dell'Agente Cooper ma potrebbe non esserlo. Mi piace andare a trovare David a casa, vederlo fumare, ascoltare le sue idee mentre dipinge. Siamo rimasti in contatto dal primo film insieme e abbiamo ancora tanto da dirci».
Etichette:
Big Little Lies,
Billy Crudup,
David Lynch,
Gypsy,
In Treatment,
lesbo,
Naomi Watts,
NEWS,
PICCOLO GRANDE SCHERMO,
Ray Donovan,
The Affair,
Twin Peaks
giovedì 22 settembre 2016
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
Con "The Affair" il tradimento è un omicidio diviso in due
"La serie tratta di un affair, una relazione extraconiugale osservata da una doppia prospettiva: quella di Alison Lockhart (Ruth Wilson), una cameriera trentenne di una tavola calda di Montauk, località degli Hamptons (il posto chic delle vacanze newyorkesi), e quella di Noah Solloway (Dominic West), professore di Lettere di una scuola pubblica di Brooklyn, aspirante scrittore con figli problematici (Sky Atlantic, mercoledì, 21.15). Ideata da Sarah Treem e Hagai Levi, già noti per «In Treatment», «The Affair» si è subito imposta per la struttura narrativa, spezzata in due sulla base dei punti di vista e dei resoconti dei due amanti, che offrono visioni diverse sugli stessi accadimenti: un omicidio, avvenuto ai tempi della loro relazione, che funge da sottotrama. È una tecnica narrativa conosciuta con il nome di Rashomon effect (dal film del 1950 di Akira Kurosawa dove s ’intrecciano quattro versioni dello stesso avvenimento) e non di rado usata al cinema (basti pensare a Gone Girl, 2014). Memoria divergente. I risvolti e le conseguenze psicologiche della storia tra Noah e Alison vengono raccontati da due punti di vista differenti. Entrambi, a loro modo, sono infelici e insoddisfatti e un senso di angoscia pervade tutta la storia. Chi mente e chi è sincero? Nel ricordo cambiano le sfumature, i vestiti, lo sguardo sugli altri personaggi della storia (la moglie di Noah è molto più affascinante e positi va nella memoria di Alison, mentre è spesso un’insopportabile snob viziata nell’immagine che ne ha il marito). Un dettaglio trascurato nella versione dell’uno diventa elemento inverante in quella dell’altro: un bacio o il testo di un sms cambiano valore a seconda di chi li ricorda, l’innocenza si trasforma in malizia, l’erotismo in romanticismo, l’eroismo in pavidità, l’emozione in freddo calcolo. La somma di «verità soggettive» riesce ad avvicinarsi alla presunta oggettività delle indagini?". (Aldo Grasso, 17.09.2016)
CORRIERE DELLA SERA
Con "The Affair" il tradimento è un omicidio diviso in due
"La serie tratta di un affair, una relazione extraconiugale osservata da una doppia prospettiva: quella di Alison Lockhart (Ruth Wilson), una cameriera trentenne di una tavola calda di Montauk, località degli Hamptons (il posto chic delle vacanze newyorkesi), e quella di Noah Solloway (Dominic West), professore di Lettere di una scuola pubblica di Brooklyn, aspirante scrittore con figli problematici (Sky Atlantic, mercoledì, 21.15). Ideata da Sarah Treem e Hagai Levi, già noti per «In Treatment», «The Affair» si è subito imposta per la struttura narrativa, spezzata in due sulla base dei punti di vista e dei resoconti dei due amanti, che offrono visioni diverse sugli stessi accadimenti: un omicidio, avvenuto ai tempi della loro relazione, che funge da sottotrama. È una tecnica narrativa conosciuta con il nome di Rashomon effect (dal film del 1950 di Akira Kurosawa dove s ’intrecciano quattro versioni dello stesso avvenimento) e non di rado usata al cinema (basti pensare a Gone Girl, 2014). Memoria divergente. I risvolti e le conseguenze psicologiche della storia tra Noah e Alison vengono raccontati da due punti di vista differenti. Entrambi, a loro modo, sono infelici e insoddisfatti e un senso di angoscia pervade tutta la storia. Chi mente e chi è sincero? Nel ricordo cambiano le sfumature, i vestiti, lo sguardo sugli altri personaggi della storia (la moglie di Noah è molto più affascinante e positi va nella memoria di Alison, mentre è spesso un’insopportabile snob viziata nell’immagine che ne ha il marito). Un dettaglio trascurato nella versione dell’uno diventa elemento inverante in quella dell’altro: un bacio o il testo di un sms cambiano valore a seconda di chi li ricorda, l’innocenza si trasforma in malizia, l’erotismo in romanticismo, l’eroismo in pavidità, l’emozione in freddo calcolo. La somma di «verità soggettive» riesce ad avvicinarsi alla presunta oggettività delle indagini?". (Aldo Grasso, 17.09.2016)
mercoledì 7 settembre 2016
NEWS - Affair for two! Debutta finalmente in Italia stasera su Sky Atlantic "The Affair", storia di un delitto diviso in due
E' la serie che ha rivoluzionato la struttura narrativa del racconto televisivo. Vincitrice di 3 Golden Globe, passionale, intrigante, misteriosa, con un cast stellare, arriva finalmente in Italia in anteprima su Sky Atlantic, "The Affair-Una relazione pericolosa", in prima tv da stasera 7 settembre, ogni mercoledì alle 21.15. Ideata da Sarah Treem e Hagai Levi, già noti per "In Treatment", la serie si è imposta all'attenzione del pubblico internazionale per l'alto livello di produzione, la regia ricercata e ambiziosa, gli attori straordinari. Ma soprattutto per la struttura narrativa, spezzata in due sulla base dei punti di vista e dei resoconti dei due amanti, che offrono visioni diverse sugli stessi accadimenti: un omicidio, avvenuto ai tempi della loro relazione, che funge da sottotrama thriller. Il cast è composto da Ruth Wilson, Golden Globe 2015 come migliore attrice protagonista; Maura Tierney (l'infermiera Abby Lockhart in E.R.-Medici in prima linea), Golden Globe 2016 come migliore attrice non protagonista; Joshua Jackson (PaceyWitter in Dawson's Creek); Dominic West (The Wire, Chicago, Mona Lisa Smile, The Forgotten). Tutti riescono nella non facile impresa di interpretare quasi due personaggi diversi nelle due versioni della storia che di volta in volta vengono raccontate. "The Affair" si è inoltre aggiudicata il Golden Globe come miglior serie drammatica nel 2015. La scrittura eccellente mescola ingredienti distanti tra loro (vita familiare, relazione amorosa, i due punti di vista, la componente thriller. La serie è ambientata negli Hamptons, a Long Island, il luogo dove i ricchi newyorkesi trascorrono i propri weekend e le vacanze. Lo sfondo ideale, il luogo dove è ambientato il Grande Gatsby di Scott Fitzgerald, per trasmettere il senso di libertà e trasgressione tipico di una vacanza, ma anche la precarietà, come se non potesse esserci una vita vera ma solo una sua deviazione momentanea.
E' la serie che ha rivoluzionato la struttura narrativa del racconto televisivo. Vincitrice di 3 Golden Globe, passionale, intrigante, misteriosa, con un cast stellare, arriva finalmente in Italia in anteprima su Sky Atlantic, "The Affair-Una relazione pericolosa", in prima tv da stasera 7 settembre, ogni mercoledì alle 21.15. Ideata da Sarah Treem e Hagai Levi, già noti per "In Treatment", la serie si è imposta all'attenzione del pubblico internazionale per l'alto livello di produzione, la regia ricercata e ambiziosa, gli attori straordinari. Ma soprattutto per la struttura narrativa, spezzata in due sulla base dei punti di vista e dei resoconti dei due amanti, che offrono visioni diverse sugli stessi accadimenti: un omicidio, avvenuto ai tempi della loro relazione, che funge da sottotrama thriller. Il cast è composto da Ruth Wilson, Golden Globe 2015 come migliore attrice protagonista; Maura Tierney (l'infermiera Abby Lockhart in E.R.-Medici in prima linea), Golden Globe 2016 come migliore attrice non protagonista; Joshua Jackson (PaceyWitter in Dawson's Creek); Dominic West (The Wire, Chicago, Mona Lisa Smile, The Forgotten). Tutti riescono nella non facile impresa di interpretare quasi due personaggi diversi nelle due versioni della storia che di volta in volta vengono raccontate. "The Affair" si è inoltre aggiudicata il Golden Globe come miglior serie drammatica nel 2015. La scrittura eccellente mescola ingredienti distanti tra loro (vita familiare, relazione amorosa, i due punti di vista, la componente thriller. La serie è ambientata negli Hamptons, a Long Island, il luogo dove i ricchi newyorkesi trascorrono i propri weekend e le vacanze. Lo sfondo ideale, il luogo dove è ambientato il Grande Gatsby di Scott Fitzgerald, per trasmettere il senso di libertà e trasgressione tipico di una vacanza, ma anche la precarietà, come se non potesse esserci una vita vera ma solo una sua deviazione momentanea.
NoahSolloway (Dominic West) e Alison
Lockhart (Ruth Wilson) instaurano una relazione extraconiugale dopo essersi
incontrati nella località turistica di Montauk, negli Hamptons. Noah è un
insegnante di New York che ha pubblicato un romanzo, e sta cercando di scrivere
un secondo libro. È felicemente sposato con quattro figli, ma risente del
carisma del ricco suocero, scrittore di successo. Alison è una giovane
cameriera nativa di Montauk che sta cercando di tenere in piedi la sua vita e
il suo matrimonio dopo la tragica morte del figlio. I risvolti e le conseguenze
psicologiche della storia tra Noah e Alison vengono raccontati da due punti di
vista differenti, quello maschile e quello femminile, durante un interrogatorio
per scoprire l'autore di un omicidio avvenuto proprio negli anni del loro amore.
mercoledì 3 febbraio 2016
NEWS - Fermi tutti! Un milione di italiani guarda le serie tv in streaming... E molti altri le scaricano illegalmente!
Articolo di Gianmaria Tammaro su "La Stampa"
Da una parte c'è la televisione: quella che abbiamo imparato a conoscere, l'intrattenimento a portata di telecomando, palinsesti che fanno a gara tra di loro, e un condimento - salatissimo - di pubblicità. Dall'altra c'è Internet. E un nuovo modo di intrattenere. Un mercato che non abbiamo ancora capito come interpretare. Negli ultimi due anni, il pubblico che al piccolo schermo preferisce lo streaming (il flusso via web senza che i dati vengano scaricati su un computer) o l'on demand (programmi a richiesta e a pagamento sempre disponibili) è cresciuto. Poco, se confrontato con i numeri delle generaliste (Don Matteo, in prima serata, raggiunge circa 7 milioni di persone). Molto, se teniamo conto del fatto che non è mai stato uno dei punti di riferimento di produttori e investitori. E che di un pubblico «online» non si è mai parlato. Prima d'ora. In due anni è cambiata la connessione e la diffusione del mezzo Internet, e sono intervenuti nuovi protagonisti. Non più solo Rai, con la sua sezione Replay. È arrivato Netflix e prima ancora TimVision (circa 400 mila abbonati a oggi) ha avviato il suo servizio di streaming. Quindi è toccato a Infinity. E con loro Sky. Si stima - stando agli ultimi dati - che a guardare film e serie tv in streaming sia più di un milione di persone. La verità, però, è un'altra ed è evidente a tutti: c'è un bacino di utenza che, ancora oggi, non viene soddisfatto. C'è ancora chi - per una questione di costi, praticamente superata oramai, e per una questione di contenuti - preferisce vedere tutto illegalmente. E queste persone non si possono contare: non c'è tracciabilità che tenga. Chiunque possiede una connessione Internet - e nel 2014, secondo l'Istat, ad avere un accesso alla Rete erano il 64% delle famiglie italiane - può accedere a piattaforme di streaming.
II dato interessante, quindi, diventa un altro: la capacità effettiva che hanno i grandi protagonisti della scena italiana di intercettare questo pubblico e di farlo passare allo streaming e alla visione on demand legale. Di ridurre questo divario, abbassando i costi e aumentando l'offerta di prodotti «visionabili». Tra i più bravi, c'è sicuramente Sky. E lo dicono i dati. II più importante, uno degli ultimi diffusi dalla televisione di Rupert Murdoch, riguarda la seconda stagione di In Treatment, una serie non pensata per lo streamer o lo spettatore occasionale, che scarica le puntate per vederle in un altro momento, ma che è riuscita comunque a ottenere risultati incredibili: oltre 2 milioni di download (a partire dallo scorso 23 novembre) e un quinto posto di tutto rispetto tra le serie tv di Sky Atlantic più viste in streaming (e ci sono titoli come Gomorra, The Walking Dead e Elementary). Il successo di In Treatment 2 ci dice una cosa: il pubblico sta cambiando e anche la televisione deve, volente o no, cambiare. Ci dice che i gusti sono diversi. E che ora bisogna puntare su un intrattenimento più di qualità - non di nicchia, attenzione - che tenga conto degli interessi e delle passioni di una fetta di pubblico che, magari, la televisione non l'ha mai vista (anche se, con almeno 80 milioni di televisori in giro, è difficile). I servizi online diventano fondamentali. Allo stesso modo, quelli on demand. E più che parlare del successo - vero o presunto è ancora opinabile vista la mancanza di dati ufficiali - di Netflix, è importante sottolineare la crescita dei suoi competitor come Sky: In Treatment 2 è la dimostrazione che un altro tipo di intrattenimento si può e deve fare (aspettiamo la terza stagione, adesso), e che ci sono i numeri che giustificano la scelta di un simile investimento. La televisione, quella che abbiamo imparato a conoscere, non è più sola: è iniziata l'era dello streaming e dell'on demand.
Articolo di Gianmaria Tammaro su "La Stampa"
Da una parte c'è la televisione: quella che abbiamo imparato a conoscere, l'intrattenimento a portata di telecomando, palinsesti che fanno a gara tra di loro, e un condimento - salatissimo - di pubblicità. Dall'altra c'è Internet. E un nuovo modo di intrattenere. Un mercato che non abbiamo ancora capito come interpretare. Negli ultimi due anni, il pubblico che al piccolo schermo preferisce lo streaming (il flusso via web senza che i dati vengano scaricati su un computer) o l'on demand (programmi a richiesta e a pagamento sempre disponibili) è cresciuto. Poco, se confrontato con i numeri delle generaliste (Don Matteo, in prima serata, raggiunge circa 7 milioni di persone). Molto, se teniamo conto del fatto che non è mai stato uno dei punti di riferimento di produttori e investitori. E che di un pubblico «online» non si è mai parlato. Prima d'ora. In due anni è cambiata la connessione e la diffusione del mezzo Internet, e sono intervenuti nuovi protagonisti. Non più solo Rai, con la sua sezione Replay. È arrivato Netflix e prima ancora TimVision (circa 400 mila abbonati a oggi) ha avviato il suo servizio di streaming. Quindi è toccato a Infinity. E con loro Sky. Si stima - stando agli ultimi dati - che a guardare film e serie tv in streaming sia più di un milione di persone. La verità, però, è un'altra ed è evidente a tutti: c'è un bacino di utenza che, ancora oggi, non viene soddisfatto. C'è ancora chi - per una questione di costi, praticamente superata oramai, e per una questione di contenuti - preferisce vedere tutto illegalmente. E queste persone non si possono contare: non c'è tracciabilità che tenga. Chiunque possiede una connessione Internet - e nel 2014, secondo l'Istat, ad avere un accesso alla Rete erano il 64% delle famiglie italiane - può accedere a piattaforme di streaming.
II dato interessante, quindi, diventa un altro: la capacità effettiva che hanno i grandi protagonisti della scena italiana di intercettare questo pubblico e di farlo passare allo streaming e alla visione on demand legale. Di ridurre questo divario, abbassando i costi e aumentando l'offerta di prodotti «visionabili». Tra i più bravi, c'è sicuramente Sky. E lo dicono i dati. II più importante, uno degli ultimi diffusi dalla televisione di Rupert Murdoch, riguarda la seconda stagione di In Treatment, una serie non pensata per lo streamer o lo spettatore occasionale, che scarica le puntate per vederle in un altro momento, ma che è riuscita comunque a ottenere risultati incredibili: oltre 2 milioni di download (a partire dallo scorso 23 novembre) e un quinto posto di tutto rispetto tra le serie tv di Sky Atlantic più viste in streaming (e ci sono titoli come Gomorra, The Walking Dead e Elementary). Il successo di In Treatment 2 ci dice una cosa: il pubblico sta cambiando e anche la televisione deve, volente o no, cambiare. Ci dice che i gusti sono diversi. E che ora bisogna puntare su un intrattenimento più di qualità - non di nicchia, attenzione - che tenga conto degli interessi e delle passioni di una fetta di pubblico che, magari, la televisione non l'ha mai vista (anche se, con almeno 80 milioni di televisori in giro, è difficile). I servizi online diventano fondamentali. Allo stesso modo, quelli on demand. E più che parlare del successo - vero o presunto è ancora opinabile vista la mancanza di dati ufficiali - di Netflix, è importante sottolineare la crescita dei suoi competitor come Sky: In Treatment 2 è la dimostrazione che un altro tipo di intrattenimento si può e deve fare (aspettiamo la terza stagione, adesso), e che ci sono i numeri che giustificano la scelta di un simile investimento. La televisione, quella che abbiamo imparato a conoscere, non è più sola: è iniziata l'era dello streaming e dell'on demand.
venerdì 3 ottobre 2014
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media nazionali e stranieri
RIVISTA STUDIO
E se le serie tv fossero un tantino sopravvalutate?
"Non parlare mai di sesso, politica e religione.
Non parlare mai di sesso, politica, religione e serie tv.
È il nuovo galateo, e non vale solo con gli sconosciuti.
L’altra sera a cena da amici ho osato dire che True Detective (comincia da noi su Sky Atlantic questo venerdì, dopo dieci mesi di torrent e streaming selvaggi) è un thriller un po’ convenzionale: il padrone di casa non voleva servirmi il dolce. Un passo indietro. Mi dicono da anni: tu sei tipo da cinema, non da serie Tv. Sarà. Ma True Detective è un film o un telefilm? E Top of the Lake? The Honourable Woman? Pure la serialità lunga: House of Cards non è un film? E Orange Is the New Black? E [piazzate un titolo qualsiasi, andrà bene in ogni caso]. Insomma, c’è differenza, oggi, tra cinema e televisione?
Parlerò da profano, da autarchico, da spettatore che – tra una nuova serie forse figa o forse no (ci vogliono almeno tre-quattro puntate per capirlo) e l’ennesima boiata cinematografica (per così dire) con Cameron Diaz – sceglierà ancora di buttare un occhio alla seconda, in streaming nella finestra accanto al suo documento Word. Non sempre, non più.
«Adesso però non cominciare a parlar male di Hbo o Netflix, non è proprio il caso», mi dice un’amica invitata come me a quella cena in cui non volevano servirmi il dolce. Non era (non è) mia intenzione, anche se nessuno mi credeva. È che oggi dire che la vecchia Hbo, quella che s’è inventata tutto, quella dei Soprano e di Sex and the City, mi sembra lontana; dire che l’autoconvincimento collettivo generato dal benedetto hype è il dato a cui gran parte del pubblico si ferma prima ancora della fruizione del prodotto stesso; dire che in giro si vedono troppe cose spacciate per stratosfericissime e in realtà pretestuose (The Leftovers: il pacco di Justin Theroux con la serie attorno); ecco, oggi dire tutto questo è diventato decisamente impopolare.
Come in quello sketch del Saturday Night Live con Andrew Garfield che lascia intendere “Beyoncé non mi fa impazzire” e gli ufficiali della Beygency, Nuova Inquisizione col compito di epurare i non adepti al culto collettivo della popstar, vanno a prelevarlo direttamente a casa.
«I toni drammatici che stanno accompagnando la pre-produzione della seconda stagione di True Detective hanno raggiunto livelli impensabili pure per gli standard di Hbo», ha scritto qualche giorno fa Variety all’annuncio dei nuovi protagonisti (Colin Farrell e Vince Vaughn, per i tre che ancora non lo sanno). La parte femminile principale è stata per settimane la più contesa a Hollywood (sempre per quei tre che ancora non lo sanno: l’ha spuntata Rachel McAdams). Per quanto mi riguarda, per True Detective 2 avrebbero potuto pure scritturare Martufello e Er Patata (che comunque, buttali via): in quella frase c’era comunque tutto.
Il benchmark ineguagliabile – e infatti ineguagliato – diventato da anni egemonia culturale. Hbo ha dettato la linea, gli altri seguono più o meno pedissequamente. Quel che conta è essere nel flusso inarrestabile dell’hype, appunto.
C’è una data a cui in molti fanno risalire la definitiva supremazia della televisione sul cinema. Era il maggio del 2012 quando James Wolcott di Vanity Fair scrisse (queste le parole con cui lo riprende oggi): «La Tv – inizialmente derisa come una scatola idiota – […] è creativamente maturata e si è fatta le ossa, mettendo il cinema al tappeto della cultura popolare. [Il cinema vede] i franchise dei blockbuster estivi farsi avanti in legioni da Comic-Con, mentre i più piccoli, coraggiosi e depressi titoli indie […] tengono accese le candele nelle sparute parrocchie della cinefilia. [Le serie Tv], amplificate da Twitter e Facebook, hanno trasfigurato gli spettatori e trasformato i critici in evangelici. Per profondità e dinamiche psicologiche dei personaggi, svolte narrative ingegnose, sequenze che lasciano a bocca aperta, […] la Tv ha superato i film, lasciandoli a giocare coi loro robottoni». Quest’anno, Wolcott è tornato sul luogo del delitto, chiedendosi: «Potrei forse essermi sbagliato?». La sua posizione cambia, pur restando gattopardescamente identica: «[La Tv corre] il rischio di diventare troppo consapevole delle sue possibilità di produrre “arte”. […] Se i principali show-runner si arrendono a illusioni di grandeur ancora più radicali, il mezzo potrebbe iniziare a pietrificarsi per eccessiva pretenziosità: […] è la sindrome di Terrence Malick».
Chissà se a lui glielo avranno servito, il dolce. Poi, lo so, io sono
da anni il primo a contraddire se stesso. All’ultima Mostra del Cinema
(ripeto: del Cinema) di Venezia s’è visto Olive Kitteridge
(a novembre su Hbo, sul nostro Sky Atlantic a gennaio 2015), miniserie
in quattro puntate tratta dal capolavoro di Elizabeth Strout, diretta
dalla Lisa Cholodenko di I ragazzi stanno bene, protagonisti i
favolosi Frances McDormand, Richard Jenkins e Bill Murray. Era meglio
del 90% di cinema (così come siamo abituati a definirlo) visto al Lido
in dieci giorni. Era Cinema a tutti gli effetti, difatti, ma presentato
fuori concorso, perché di Televisione si trattava e la cosa deve aver
mandato in tilt i selezionatori – italiani: l’anno scorso al Festival di
Cannes c’era in concorso il bellissimo Behind the Candelabra,
Tv-movie sulla vita di Liberace diretto da Steven Soderbergh e prodotto
e trasmesso da Hbo; del resto già undici anni fa, sempre a Cannes,
persino La meglio gioventù, che non era esattamente roba Hbo, vinse la sezione Un certain regard. I precedenti ci sono, basta saper cogliere la contemporaneità, bella o brutta che sia. Un passo avanti.
La speranza, da spettatore italiano che vede gli sceneggiatori del
momento (risate del pubblico) firmare serie anacronistiche come Un’altra vita
con Vanessa Incontrada e Loretta Goggi, in onda in queste settimane su
RaiUno, è che la nostra Sky attuale faccia da noi quello che Hbo ha
fatto negli Stati Uniti negli anni ’90. Forse ce la facciamo, a cambiare
due-cose-due del linguaggio cinematografico.
Oggi da noi soltanto in televisione si ricomincia a scommettere sul cinema di genere di alta qualità (Gomorra – La serie) e su film drammatici che cercano di sganciarsi dalle solite due camere e tinello (In Treatment di Saverio Costanzo, per quanto sia un format già esistente e il suo regista Saverio Costanzo resti ancora uno dei pochi più bravi a esprimersi nel classico formato cinema). Tra poco si vedrà il grande romanzo popolare su Tangentopoli 1992, diretto da Giuseppe Gagliardi, l’anno prossimo arriverà The Young Pope di Paolo Sorrentino, che sulla carta pare decisamente più interessante dei fenicotteri sulla terrazza di Jep Gambardella. Proviamoci. Io ci credo, l’ho detto. E non solo perché sogno cene future in cui nessuno vorrà negarmi il tiramisù". (Mattia Carzaniga)
RIVISTA STUDIO
E se le serie tv fossero un tantino sopravvalutate?
"Non parlare mai di sesso, politica e religione.
Non parlare mai di sesso, politica, religione e serie tv.
È il nuovo galateo, e non vale solo con gli sconosciuti.
L’altra sera a cena da amici ho osato dire che True Detective (comincia da noi su Sky Atlantic questo venerdì, dopo dieci mesi di torrent e streaming selvaggi) è un thriller un po’ convenzionale: il padrone di casa non voleva servirmi il dolce. Un passo indietro. Mi dicono da anni: tu sei tipo da cinema, non da serie Tv. Sarà. Ma True Detective è un film o un telefilm? E Top of the Lake? The Honourable Woman? Pure la serialità lunga: House of Cards non è un film? E Orange Is the New Black? E [piazzate un titolo qualsiasi, andrà bene in ogni caso]. Insomma, c’è differenza, oggi, tra cinema e televisione?
Parlerò da profano, da autarchico, da spettatore che – tra una nuova serie forse figa o forse no (ci vogliono almeno tre-quattro puntate per capirlo) e l’ennesima boiata cinematografica (per così dire) con Cameron Diaz – sceglierà ancora di buttare un occhio alla seconda, in streaming nella finestra accanto al suo documento Word. Non sempre, non più.
«Adesso però non cominciare a parlar male di Hbo o Netflix, non è proprio il caso», mi dice un’amica invitata come me a quella cena in cui non volevano servirmi il dolce. Non era (non è) mia intenzione, anche se nessuno mi credeva. È che oggi dire che la vecchia Hbo, quella che s’è inventata tutto, quella dei Soprano e di Sex and the City, mi sembra lontana; dire che l’autoconvincimento collettivo generato dal benedetto hype è il dato a cui gran parte del pubblico si ferma prima ancora della fruizione del prodotto stesso; dire che in giro si vedono troppe cose spacciate per stratosfericissime e in realtà pretestuose (The Leftovers: il pacco di Justin Theroux con la serie attorno); ecco, oggi dire tutto questo è diventato decisamente impopolare.
Come in quello sketch del Saturday Night Live con Andrew Garfield che lascia intendere “Beyoncé non mi fa impazzire” e gli ufficiali della Beygency, Nuova Inquisizione col compito di epurare i non adepti al culto collettivo della popstar, vanno a prelevarlo direttamente a casa.
«I toni drammatici che stanno accompagnando la pre-produzione della seconda stagione di True Detective hanno raggiunto livelli impensabili pure per gli standard di Hbo», ha scritto qualche giorno fa Variety all’annuncio dei nuovi protagonisti (Colin Farrell e Vince Vaughn, per i tre che ancora non lo sanno). La parte femminile principale è stata per settimane la più contesa a Hollywood (sempre per quei tre che ancora non lo sanno: l’ha spuntata Rachel McAdams). Per quanto mi riguarda, per True Detective 2 avrebbero potuto pure scritturare Martufello e Er Patata (che comunque, buttali via): in quella frase c’era comunque tutto.
Il benchmark ineguagliabile – e infatti ineguagliato – diventato da anni egemonia culturale. Hbo ha dettato la linea, gli altri seguono più o meno pedissequamente. Quel che conta è essere nel flusso inarrestabile dell’hype, appunto.
C’è una data a cui in molti fanno risalire la definitiva supremazia della televisione sul cinema. Era il maggio del 2012 quando James Wolcott di Vanity Fair scrisse (queste le parole con cui lo riprende oggi): «La Tv – inizialmente derisa come una scatola idiota – […] è creativamente maturata e si è fatta le ossa, mettendo il cinema al tappeto della cultura popolare. [Il cinema vede] i franchise dei blockbuster estivi farsi avanti in legioni da Comic-Con, mentre i più piccoli, coraggiosi e depressi titoli indie […] tengono accese le candele nelle sparute parrocchie della cinefilia. [Le serie Tv], amplificate da Twitter e Facebook, hanno trasfigurato gli spettatori e trasformato i critici in evangelici. Per profondità e dinamiche psicologiche dei personaggi, svolte narrative ingegnose, sequenze che lasciano a bocca aperta, […] la Tv ha superato i film, lasciandoli a giocare coi loro robottoni». Quest’anno, Wolcott è tornato sul luogo del delitto, chiedendosi: «Potrei forse essermi sbagliato?». La sua posizione cambia, pur restando gattopardescamente identica: «[La Tv corre] il rischio di diventare troppo consapevole delle sue possibilità di produrre “arte”. […] Se i principali show-runner si arrendono a illusioni di grandeur ancora più radicali, il mezzo potrebbe iniziare a pietrificarsi per eccessiva pretenziosità: […] è la sindrome di Terrence Malick».
Chissà se a lui glielo avranno servito, il dolce. Poi, lo so, io sono
da anni il primo a contraddire se stesso. All’ultima Mostra del Cinema
(ripeto: del Cinema) di Venezia s’è visto Olive Kitteridge
(a novembre su Hbo, sul nostro Sky Atlantic a gennaio 2015), miniserie
in quattro puntate tratta dal capolavoro di Elizabeth Strout, diretta
dalla Lisa Cholodenko di I ragazzi stanno bene, protagonisti i
favolosi Frances McDormand, Richard Jenkins e Bill Murray. Era meglio
del 90% di cinema (così come siamo abituati a definirlo) visto al Lido
in dieci giorni. Era Cinema a tutti gli effetti, difatti, ma presentato
fuori concorso, perché di Televisione si trattava e la cosa deve aver
mandato in tilt i selezionatori – italiani: l’anno scorso al Festival di
Cannes c’era in concorso il bellissimo Behind the Candelabra,
Tv-movie sulla vita di Liberace diretto da Steven Soderbergh e prodotto
e trasmesso da Hbo; del resto già undici anni fa, sempre a Cannes,
persino La meglio gioventù, che non era esattamente roba Hbo, vinse la sezione Un certain regard. I precedenti ci sono, basta saper cogliere la contemporaneità, bella o brutta che sia. Un passo avanti.
La speranza, da spettatore italiano che vede gli sceneggiatori del
momento (risate del pubblico) firmare serie anacronistiche come Un’altra vita
con Vanessa Incontrada e Loretta Goggi, in onda in queste settimane su
RaiUno, è che la nostra Sky attuale faccia da noi quello che Hbo ha
fatto negli Stati Uniti negli anni ’90. Forse ce la facciamo, a cambiare
due-cose-due del linguaggio cinematografico.Oggi da noi soltanto in televisione si ricomincia a scommettere sul cinema di genere di alta qualità (Gomorra – La serie) e su film drammatici che cercano di sganciarsi dalle solite due camere e tinello (In Treatment di Saverio Costanzo, per quanto sia un format già esistente e il suo regista Saverio Costanzo resti ancora uno dei pochi più bravi a esprimersi nel classico formato cinema). Tra poco si vedrà il grande romanzo popolare su Tangentopoli 1992, diretto da Giuseppe Gagliardi, l’anno prossimo arriverà The Young Pope di Paolo Sorrentino, che sulla carta pare decisamente più interessante dei fenicotteri sulla terrazza di Jep Gambardella. Proviamoci. Io ci credo, l’ho detto. E non solo perché sogno cene future in cui nessuno vorrà negarmi il tiramisù". (Mattia Carzaniga)
Etichette:
1992,
Colin Farrell,
Gomorra-La Serie,
House of Cards,
In Treatment,
L'EDICOLA DI LOU,
network,
Orange is the new Black,
Rachel McAdams,
Top of the lake,
True Detective,
Vince Vaughn
giovedì 4 aprile 2013
Tutti a #Modena sabato proximo: alla fiera #PLAY si gioca col #GIOCOdeiTELEFILM (gadget seriali esclusivi in palio!) facebook.com/events/3526512…
— Gioco dei Telefilm ® (@GiocoTelefilm) 02 aprile 2013
Più di 1000 iscritti all'Accademia dei Telefilm discutono ogni giorno di #serietv su ultime puntate e news seriali...facebook.com/groups/1808642…
— AccademiaTelefilm (@AcademyTelefilm) 04 aprile 2013
#IlFattoQuotidiano: "la versione italiana del celebre serial statunitense #InTreatment non rifulge x originalità". Era made in Israele,baby.
— Leo Damerini (@LeoDamerini) 04 aprile 2013
lunedì 5 marzo 2012
L'EDICOLA DI LOU - Stralci e commenti sui telefilm tratti dai giornali italiani e stranieriCORRIERE DELLA SERA
"Homeland", la CIA e il presente Usa
"I telefilm americani sanno spesso nascondere dietro racconti di finzione le pulsioni e i conflitti irrisolti del nostro tempo, sono sempre più ansiosi di raccontare il presente, quasi spaventati di non essere anche loro in diretta, come il flusso delle notizie televisive, convinti che dare una forma all’informe dell’emergenza, specie se drammatica, sia la loro missione principale. Anche «Homeland», la nuova produzione del canale via cavo Showtime, la «casa» di «Dexter», «Weeds», «Californication », sembra seguire questa ispirazione (Fox, lunedì, ore 21.50). Carrie Mathison (Claire Danes) è un’ufficiale della Cia molto devota alla sua professione, impegnata con valore in pericolose missioni sul campo in Medioriente. Quando il marine Nicholas Brody (Damian Lewis), detenuto ormai da molti anni da Al-Qaeda come prigioniero di guerra, viene liberato da un’incursione Usa e fa ritorno a casa, Carrie è l’unica a dubitare di lui: la Cia e i suoi superiori lo esibiscono alla nazione come eroe di guerra, ma qualcosa non torna e il sospetto è che Brody abbia rinnegato l’America per entrare a far parte di una cellula dormiente dell’organizzazione terroristica. Anche Carrie però ha i suoi segreti, e i suoi metodi di indagine hanno poco di ortodosso. Niente è come sembra e il racconto si inerpica tra i temi forti della fiducia, del tradimento, della sorveglianza. «Homeland» è ispirata a una serie israeliana, «Hatufim» (come già era avvenuto per «In Treatment»), ed è stata molto acclamata da pubblico e critica negli Stati Uniti. Certo, le interpretazioni dei protagonisti, da Claire Danes a Damian Lewis sono superlative. Il tema poi è molto importante e rappresenta una ferita aperta della storia americana recente: i riferimenti a episodi controversi sono numerosi, dal Patriot Act alle torture somministrate ai prigionieri di guerra".
(Aldo Grasso, 29.02.2012)
martedì 14 settembre 2010
L'EDICOLA DI LOU - Stralci e commenti sulle serie tv dai giornali italiani e stranieriLA REPUBBLICA
"Mad Men"&Co.: quando la tv supera il cinema
"Fabbrica di disinformazione e omologazione, maestra di maleducazione e cattivo gusto, impegnata a trascinare sempre più in basso un pubblico che si vuole ipnotizzato e passivo, la televisione ha eccitato all' improvviso i colti, gli snob, i filosofi, gli storici, gli architetti, i sociologi, gli studiosi di comunicazione, gli antitelevisivi, i sapienti di ogni genere, con un serial memorabile arrivato alla sua quarta stagione e appena premiato con l'Emmy Award per la miglior serie drammatica: Mad Men scritto da Matthew Weiner, il genio autore dei Soprano. Epoca fine anni ' 50-' 60, città New York, luogo un ufficio di Madison Avenue, la strada delle agenzie pubblicitarie, storie quelle dei suoi dirigenti e impiegati e segretarie e mogli e amanti e figli; carriere, rivalità, campagne riuscite e perdute, ambizioni, frustrazioni, nevrosi, corna, divorzi, riconciliazioni, infarti, passato inconfessabile, segreti, perdizioni, tradimenti. Presidenti americani Eisenhower, Kennedy, Nixon. elegante e siderale mensile francese Cahiers du cinéma ha dedicato alla serie definita "magnifica", un editoriale firmato dal direttore Stéphane Delorme, più un lungo articolo elogiativo e la copertina con il volto della protagonista, l' attrice January Jones di incantevole bellezza, una specie di nuova Grace Kelly, più torbida che solare, con quella sigaretta tra le dita, in un gesto di provocante, muta femminilità, che le donne di oggi hanno dimenticato. Scrive Delorme che Hollywood sta vivendo una crisi di ispirazione senza precedenti dopo aver prodotto affreschi ambiziosi come Il padrino: «Oggi è la televisione a raccontare l' America contemporanea, è un serial come Mad Men, che presenta sotto le immagini anni ' 60 il riflesso mascherato della nostra epoca». Il cinema d' autore arranca nelle difficoltà finanziarie, di creatività e di mercato, sta invece nascendo finalmente una travolgente televisione d' autore; non la soap opera, non il drammone storico, non il santino biografico, non la trasposizione letteraria, non la buffonata: ma un prodotto nuovo, originale, strettamente televisivo, che non ha più bisogno di ispirarsi al cinema o di esserne gregario, ma ha trovato tempi, contenuti, scrittura ed estetica tutti suoi. Negli Stati Uniti naturalmente, non in Italia, dove l' asservimento Rai-Mediaset alla politica, alla pubblicità, ai raccomandati, ai labbroni rifatti delle show-girls, e la sparizione dei tanti talenti che l' abitavano, condannano la nostra televisione all' horror della banalità quotidiana e alla fuga dell' audience. È da anni che le serie americane hanno cominciato a puntare sull' intelligenza, l' originalità, la ricerca, soprattutto il rischio, creando nuovi sceneggiatori geniali e attori dallo speciale talento televisivo, diversi da quelli del cinema; da Lost a Six Feet Under, da I Soprano a The Wire, da In Treatment a 24. Sex and the city, nato dalla televisione e poi sfruttato anche dal cinema, mettendo a confronto i due mezzi, ha dimostrato l' assoluta superiorità della travolgente serie rispetto ai due brutti film. Per ora, Mad Men resta una serie insuperata per umanità, profondità, estetica, colpi di scena: in Italia, trasmesse fino ad ora solo su Sky, dal canale Cult, ne abbiamo viste tre serie in 39 puntate, in autunno dovrebbe cominciare la quarta, adesso in onda negli Stati Uniti. L' incanto che colpisce tutti, soprattutto gli spettatori italiani, è che quando si evocano gli anni ' 60, si pensa soprattutto al ' 68, alla rivolta giovanile, al femminismo, alle scuole occupate, ai cortei, ai gonnelloni, agli zoccoli, alla kefia, all' autocoscienza, agli scontri con la polizia. Mad Men ci parla degli altri anni ' 60, i primi del decennio, quando negli Stati Uniti imperava ancora la mistica della femminilità, l' omosessualità era reato quindi clandestina, i neri erano ancora del tutto discriminati. E sono proprio quegli anni ' 60, reazionari, crudeli, oppressivi e ipocriti, che oggi paiono invidiabili, un tempo di eleganza e ordine, di donne cotonate e imbustate e sottomesse, di uomini di successo sempre col cappello, di classi sociali separate tra privilegio ed esclusione. In nessun film recente, neppure in quelli più riusciti come Revolutionary Road di Sam Mendes o A single man di Tom Ford, quegli anni sono così vivi come in Mad Men, non solo negli ambienti, negli oggetti, nel trucco, negli abiti, nei luoghi e nei gesti, ma anche nei sentimenti, nei comportamenti, nei rapporti tra le persone. Negli uffici le donne sono dattilografe e segretarie, una sola riesce a farsi strada come dirigente, mai presa sul serio e rinunciando a una vita privata: gli unici neri che si vedono sono cameriere o inservienti, i mariti vincenti hanno mogli che escono da università prestigiose ma relegate in casa, nel paradiso dei lavori domestici secondo quella mistica della femminilità che verrà poi denunciata da Betty Friedan. Tutti bevono aperitivi o whisky ad ogni occasione, tutti fumano continuamente, tutti, in ufficio o altrove, appena possono scopano. Pare un tempo invidiabile per libertà, nessuno si pone limiti che non siano di ipocrisia moralistica, nessuno pensa al colesterolo, all' ambiente, e mai come in quegli anni la femminilità è esplosiva, vistosa eppure casta: come quella di Joan, la rossa tuttofare dell' ufficio, con i fianchi larghi, la vita sottilee il seno a punta come quello di Lana Turner, che il suo capo sposato si prende sul divano. Betty (January Jones) è invece la bellissima elegantissima, fortunata moglie di gran classe di Don Draper, il creativo dell' azienda: nella sua bella casa, coi suoi bei bambini che le danno fastidioe nulla da fare se non aspettare truccata il ritorno del marito e ribellarsi alla sua inquietudine e disperazione innamorandosi di un altro. Don, il protagonista (un nuovo straordinario Cary Grant, l' affascinante Jon Hamm, poliziotto in The Town di Ben Affleck), ha un torbido passato che deve nascondere, come nasconde tutta la sua vita erotica sino alla perversione, di amante in amante, come occulta la sua depressione e infelicità in tempi in cui solo il successo era accettabile, in cui un uomo fragile era impensabile. L' accuratezza dell' immagine in Mad Men è esemplare, mai caricaturale, mai esasperata: i completi da uomo di buon taglio ma non aderenti, il fazzoletto nel taschino, il nodo stretto alla cravatta, i guanti per guidare l' automobile, il portasigarette piatto, i graziosi abiti a corolla delle signore, i guantini bianchi immancabili, il tennis come simbolo di emancipazione, l' equitazione per esibire ricchezza; arredamenti oggi orridi, tendaggi con le frange, portaceneri di cristallo colorato, poltrone di velluto, cucine texane, enormi frigoriferi. Se esiste ancora un pubblico, anche in Italia, per l' archeologico Beautiful, sempre più dissennato e polveroso, cresce ormai la necessità, per la televisione, di conquistare quei milioni di persone che la rifiutano pretendendo un intrattenimento che risponda alle loro curiosità culturali. I film che si sono visti alla Mostra del cinema di Venezia che chiude stasera, sono per la maggior parte di buon livello, ma non si è visto un solo capolavoro: toccherà alla televisione, alla fiction, dopo Mad Men, riempire quel vuoto?".
(Natalia Aspesi, 12.09.2010)
lunedì 15 febbraio 2010
L'EDICOLA DI LOU - Stralci e commenti dai giornali sui telefilm dai giornali italiani e stranieriTV BLOG
Lavoro lost, lavoro ritrovato
“Stavo lavorando alla terza stagione di Alias quando Lloyd Braun (a capo della Abc tra il 2002 ed il 2004, ndr) mi chiese di scrivere un pilot su dei sopravvissuti ad un disastro aereo. Nel giro di una settimana ci fu il via libera alle riprese. Mi sono incontrato con Damon Lindelof lunedì, andammo subito d’accordo e preparammo una traccia con gli allora autori e produttori di ‘Alias’ Jesse Alexander e Jeff Pinkner. Sabato, Lloyd ci diede l’ok. Fu uno sforzo assurdo, ed 11 settimane e mezzo dopo avevamo realizzato l’episodio pilota. Durante una delle prime riunioni, ricevetti una chiamata da Steven Spielberg, Tom Cruise e Paula Wagner (patner nelle produzioni di Cruise, ndr.). Dissi ‘Cosa?!?’ Non aveva senso. Mi sembrava di essere in una puntata di ‘Punk’d’. Mi chiesero se avessi voluto scrivere ‘La guerra dei mondi’. Conoscevo Spielberg da qualche anno, ma ogni volta che lo incontravo era come un’esperienza extracorporale, e vederlo seduto su un divano insieme a Cruise lo rendeva più assurdo. Fu un bell’incontro, io Tom ci trovammo subito, ed alla fine il mio assistente gli regalo le prime due stagioni di ‘Alias’. Non ho potuto fare ‘La guerra dei mondi’ perché stavo girando il pilot di ‘Lost’. Mi sentivo come se stessi ammazzando la mia carriera: stavo lavorando ad un pilot di cui non avevo neanche una sceneggiatura, mentre avrei potuto essere con Spielberg e Cruise. Stavamo girando l’ultima scena del pilot, che per noi era quella in cui i naufraghi sentono la trasmissione della Rousseau e Charlie dice “Ragazzi, dove siamo?”. Si stava facendo buio ed avevamo perso la luce, e dovemmo interrompere le riprese. Non potevo sentirmi più frustato quando il mio assistente mi disse ‘J.J., c’è Tom Cruise al telefono’, Mi girai verso gli altri e dissi ‘Scusate. Tom Cruise mi chiama!’. Pare che avesse visto le prime due stagioni di ‘Alias’ e che ne fosse rimasto entusiasta, e mi voleva vedere una volta che fossi tornato a Los Angeles. In quel periodo stava lavorando alla realizzazione di ‘Mission: Impossibile: 3’ e pensavo volesse vedermi per propormi qualcosa, ma non fu così. Mi invitò ad un concerto, ma non potei andare, allora mi chiese di rivederlo. Sembrava volesse chiedermi un appuntamento. Così lo invitai alla mia festa di compleanno, e diventammo amici. Un giorno mi chiamò il mio agente e mi chiese ‘Sei a conoscenza delle voci che girano?’ ed io ‘Quali voci?’ ‘Tom vuole che tu sia il regista di ‘Mission: Impossible 3’. Non aveva senso…”.
(J.J. Abrams, 30.12.2009)
CORRIERE DELLA SERA
Fenomeno "Glee", magico e surreale
"«Glee» è davvero una cosa speciale. Merita di essere seguita. A Natale, Fox (canale 110 di Sky) ha proposto l'episodio pilota della serie diretta da Ryan Murphy. «Glee» è ambientato alla McKinley High School di Lima, Ohio, dove tutto ruota attorno ai giocatori di football e alle cheerleader. Una situazione che non piace all' insegnante di spagnolo Will Schuester (Matthew Morrison) che vuole riportare in auge il Glee Club, un' attività extrascolastica dove si studia canto, ballo e musica, discipline che alla McKinley vengono considerate da sfigati. Tramite un espediente illecito, Schuester obbligherà il quarterback della squadra Finn Hudson (Cory Monteith) a entrare nel Glee Club, assieme alle cantanti Rachel Berry (Lea Michele) e Mercedes Jones (Amber Riley), al soprano Kurt Hummel (Chris Colfer), al chitarrista sulla sedia a rotelle Artie Abrams (Kevin McHale) e alla balbuziente Tina Cohen-Chang (Jenna Ushkovitz). «Glee» ha preso «High school musical» e l' ha trasformato in una storia per adulti, non rinunciando ai «problemi» tipici del liceo (la coscienza di sé, la droga, le incertezze sessuali, etc), ma aggiungendovi un aspetto surreale e magico, lontano dalla quotidianità. La trama è poco realista, come fosse il racconto di un ragazzo che ascolta un iPod «on shuffle» e interiorizza le canzoni legandole per «temi». Per questo i dialoghi sono molto serrati, da musical, costruiti sui cliché della teen comedy e possono anche permettersi il gusto di prendere in giro le questioni razziali o altri temi scottanti, sfuggendo alle regole del politicamente corretto. «Glee» significa «sensazione di gioia», «entusiasmo immotivato», «cieco ottimismo», «abbandono» (proprio quello che manca alle scuole italiane)".
(Aldo Grasso, 27.12.2009)
TV SORRISI E CANZONI
“Kings”, originalità trasposta
“7+ all’originalità del telefilm ‘Kings’ di Joi: la storia del re Davide trasposta ai giorni nostri intrecciando notazioni realistiche e clima da favola, immagini accurate e facce nuove”.
(Mirella Poggialini, 22.12.2009)
IL SOLE 24 ORE
La tv che cambia
“Nel 2009 i possessori di decoder per il digitale terrestre hanno superato quelli con decoder per la tv satellitare, sia free sia pay. Secondo Auditel oggi sono 10,7 milioni le famiglie in grado di sintonizzarsi sul digitale terrestre; 4,5 milioni gli abbonati alla tv satellitare 2,2 milioni le famiglie con parabola satellitare senza abbonamento pay”.
(Francesco Siliato, 04.01.2010)
PRIMA COMUNICAZIONE
Tecniche di programmazione
“Per le serie americane, decidiamo caso per caso se trasmetterle prima sulla pay o sulla free, in base a valutazioni sui risultati, il target, il formato, la disponibilità del prodotto, ma teniamo anche conto di aspetti più generali tipo l’andamento della stagione. Se poi una serie è irrinunciabile per una rete, penso a ‘Dr. House’ per Canale 5, non si discute nemmeno. Insomma, non c’è una regola fissa, cerchiamo di trovare un equilibrio tra le esigenze di tutti”.
(Federico Di Chio, Direttore Mediaset Premium, dicembre 2009)
VARIETY
Il clone che soffia sul…collar
“Non c’è più nulla di nuovo sotto il sole. ’White Collar’ ricicla fin troppo ‘It takes a thief’ (n.d.r.: ‘Operazione Ladro’), accentuando il taglio high-tech e puntando sull’alchimia perfetta tra Matt Bomer e Tim DeKay”.
(Brian Lowry, 19.12.2009)
Lavoro lost, lavoro ritrovato
“Stavo lavorando alla terza stagione di Alias quando Lloyd Braun (a capo della Abc tra il 2002 ed il 2004, ndr) mi chiese di scrivere un pilot su dei sopravvissuti ad un disastro aereo. Nel giro di una settimana ci fu il via libera alle riprese. Mi sono incontrato con Damon Lindelof lunedì, andammo subito d’accordo e preparammo una traccia con gli allora autori e produttori di ‘Alias’ Jesse Alexander e Jeff Pinkner. Sabato, Lloyd ci diede l’ok. Fu uno sforzo assurdo, ed 11 settimane e mezzo dopo avevamo realizzato l’episodio pilota. Durante una delle prime riunioni, ricevetti una chiamata da Steven Spielberg, Tom Cruise e Paula Wagner (patner nelle produzioni di Cruise, ndr.). Dissi ‘Cosa?!?’ Non aveva senso. Mi sembrava di essere in una puntata di ‘Punk’d’. Mi chiesero se avessi voluto scrivere ‘La guerra dei mondi’. Conoscevo Spielberg da qualche anno, ma ogni volta che lo incontravo era come un’esperienza extracorporale, e vederlo seduto su un divano insieme a Cruise lo rendeva più assurdo. Fu un bell’incontro, io Tom ci trovammo subito, ed alla fine il mio assistente gli regalo le prime due stagioni di ‘Alias’. Non ho potuto fare ‘La guerra dei mondi’ perché stavo girando il pilot di ‘Lost’. Mi sentivo come se stessi ammazzando la mia carriera: stavo lavorando ad un pilot di cui non avevo neanche una sceneggiatura, mentre avrei potuto essere con Spielberg e Cruise. Stavamo girando l’ultima scena del pilot, che per noi era quella in cui i naufraghi sentono la trasmissione della Rousseau e Charlie dice “Ragazzi, dove siamo?”. Si stava facendo buio ed avevamo perso la luce, e dovemmo interrompere le riprese. Non potevo sentirmi più frustato quando il mio assistente mi disse ‘J.J., c’è Tom Cruise al telefono’, Mi girai verso gli altri e dissi ‘Scusate. Tom Cruise mi chiama!’. Pare che avesse visto le prime due stagioni di ‘Alias’ e che ne fosse rimasto entusiasta, e mi voleva vedere una volta che fossi tornato a Los Angeles. In quel periodo stava lavorando alla realizzazione di ‘Mission: Impossibile: 3’ e pensavo volesse vedermi per propormi qualcosa, ma non fu così. Mi invitò ad un concerto, ma non potei andare, allora mi chiese di rivederlo. Sembrava volesse chiedermi un appuntamento. Così lo invitai alla mia festa di compleanno, e diventammo amici. Un giorno mi chiamò il mio agente e mi chiese ‘Sei a conoscenza delle voci che girano?’ ed io ‘Quali voci?’ ‘Tom vuole che tu sia il regista di ‘Mission: Impossible 3’. Non aveva senso…”.
(J.J. Abrams, 30.12.2009)
CORRIERE DELLA SERA
Fenomeno "Glee", magico e surreale
"«Glee» è davvero una cosa speciale. Merita di essere seguita. A Natale, Fox (canale 110 di Sky) ha proposto l'episodio pilota della serie diretta da Ryan Murphy. «Glee» è ambientato alla McKinley High School di Lima, Ohio, dove tutto ruota attorno ai giocatori di football e alle cheerleader. Una situazione che non piace all' insegnante di spagnolo Will Schuester (Matthew Morrison) che vuole riportare in auge il Glee Club, un' attività extrascolastica dove si studia canto, ballo e musica, discipline che alla McKinley vengono considerate da sfigati. Tramite un espediente illecito, Schuester obbligherà il quarterback della squadra Finn Hudson (Cory Monteith) a entrare nel Glee Club, assieme alle cantanti Rachel Berry (Lea Michele) e Mercedes Jones (Amber Riley), al soprano Kurt Hummel (Chris Colfer), al chitarrista sulla sedia a rotelle Artie Abrams (Kevin McHale) e alla balbuziente Tina Cohen-Chang (Jenna Ushkovitz). «Glee» ha preso «High school musical» e l' ha trasformato in una storia per adulti, non rinunciando ai «problemi» tipici del liceo (la coscienza di sé, la droga, le incertezze sessuali, etc), ma aggiungendovi un aspetto surreale e magico, lontano dalla quotidianità. La trama è poco realista, come fosse il racconto di un ragazzo che ascolta un iPod «on shuffle» e interiorizza le canzoni legandole per «temi». Per questo i dialoghi sono molto serrati, da musical, costruiti sui cliché della teen comedy e possono anche permettersi il gusto di prendere in giro le questioni razziali o altri temi scottanti, sfuggendo alle regole del politicamente corretto. «Glee» significa «sensazione di gioia», «entusiasmo immotivato», «cieco ottimismo», «abbandono» (proprio quello che manca alle scuole italiane)".
(Aldo Grasso, 27.12.2009)
TV SORRISI E CANZONI
“Kings”, originalità trasposta
“7+ all’originalità del telefilm ‘Kings’ di Joi: la storia del re Davide trasposta ai giorni nostri intrecciando notazioni realistiche e clima da favola, immagini accurate e facce nuove”.
(Mirella Poggialini, 22.12.2009)
IL SOLE 24 ORE
La tv che cambia
“Nel 2009 i possessori di decoder per il digitale terrestre hanno superato quelli con decoder per la tv satellitare, sia free sia pay. Secondo Auditel oggi sono 10,7 milioni le famiglie in grado di sintonizzarsi sul digitale terrestre; 4,5 milioni gli abbonati alla tv satellitare 2,2 milioni le famiglie con parabola satellitare senza abbonamento pay”.
(Francesco Siliato, 04.01.2010)
PRIMA COMUNICAZIONE
Tecniche di programmazione
“Per le serie americane, decidiamo caso per caso se trasmetterle prima sulla pay o sulla free, in base a valutazioni sui risultati, il target, il formato, la disponibilità del prodotto, ma teniamo anche conto di aspetti più generali tipo l’andamento della stagione. Se poi una serie è irrinunciabile per una rete, penso a ‘Dr. House’ per Canale 5, non si discute nemmeno. Insomma, non c’è una regola fissa, cerchiamo di trovare un equilibrio tra le esigenze di tutti”.
(Federico Di Chio, Direttore Mediaset Premium, dicembre 2009)
VARIETY
Il clone che soffia sul…collar
“Non c’è più nulla di nuovo sotto il sole. ’White Collar’ ricicla fin troppo ‘It takes a thief’ (n.d.r.: ‘Operazione Ladro’), accentuando il taglio high-tech e puntando sull’alchimia perfetta tra Matt Bomer e Tim DeKay”.
(Brian Lowry, 19.12.2009)
IL GIORNALE
E’ l’ora dei Psycho-serial
“Nulla è più misterioso ed affascinante della mente umana. Sarà che quasi ogni giorno si ha notizia di qualche scoperta nel campo delle nueroscienze. Sarà che il ricorso alla psicoterapia è sempre più diffuso. Sarà che qualche concetto base della disciplina inventata da Freud (‘complesso di Edipo’, ‘rimozione’, ‘proiezione’) è ormai entrato nella cultura popolare. Fatto sta che in tv proliferano le serie basate sulla psicologia. ‘The Mentalist”, ‘Psych’, ‘Mental’, ‘Lie to me’, ‘In Treatment’ e adesso ‘Nurse Jackie’…”.
(Vincenzo Pricolo, 11.01.2010)
E’ l’ora dei Psycho-serial
“Nulla è più misterioso ed affascinante della mente umana. Sarà che quasi ogni giorno si ha notizia di qualche scoperta nel campo delle nueroscienze. Sarà che il ricorso alla psicoterapia è sempre più diffuso. Sarà che qualche concetto base della disciplina inventata da Freud (‘complesso di Edipo’, ‘rimozione’, ‘proiezione’) è ormai entrato nella cultura popolare. Fatto sta che in tv proliferano le serie basate sulla psicologia. ‘The Mentalist”, ‘Psych’, ‘Mental’, ‘Lie to me’, ‘In Treatment’ e adesso ‘Nurse Jackie’…”.
(Vincenzo Pricolo, 11.01.2010)
Etichette:
Aldo Grasso,
Auditel,
Dr. House,
Glee,
In Treatment,
J.J. Abrams,
Kings,
L'EDICOLA DI LOU,
Lie to Me,
Lost,
Mental,
Nurse Jackie,
Psych,
The Mentalist,
White Collar
sabato 7 novembre 2009
NEWS - Telefilm TRANSformer! HBO al lavoro su serie che racconta il cambio di sesso da donna a uomoNon ditelo a Marrazzo. Sarà un caso, ma i trans vanno forte in tv, non solo in Italia. Tutti li vogliono ospiti (in Italia), tutti li vogliono raccontare (in America). E così il prestigioso canale ad alta qualità tv HBO (trampolino di serie cult come "I Soprano" e "Sex and The City") ha varato il progetto seriale denominato "T", ovvero la storia di una donna che vuol diventare uomo. "T" starebbe per Transgender e la sceneggiatura è stata affidata alla premiata coppia Amy Epstein e Dan Futterman, già dietro le quinte di un altro successo apprezzatisimmo di HBO qual è "In Treatment" e del discusso "Tell Me You Love Me", affresco intimistico sui rapporti di coppia in crisi non senza nudità integrali in bell'evidenza e scene di sesso che qualche critico ha giudicato "fin troppo veritiere". Già in passato, nel 2003, HBO aveva toccato il tema della trasformazione di sesso nel film tv "Normal", questa volta con un uomo che decideva di diventare donna, con protagonisti Jessica Lange e Tom Wilkinson. Ira Glass e Alissa Shipp firmeranno da produttori esecutivi la serie che si ispira ad un programma radiofonico ("This American Life") del quale Glass era produttore e che raccontava i cambi di sesso, e l'universo trans, senza troppi peli sulla lingua e senza alcun pregiudizio. Al momento non è filtrata alcuna notizia sul cast di una delle serie che si preannuncia tra le più scandalose e attese del 2010.
lunedì 11 maggio 2009
TELEFILM FESTIVAL 2009 - Chiusa con successo la settima edizione del TF. "Dr. House" si conferma il telefilm più amato, "Mental" e "The Mentalist" i più visti della kermesse, i critici premiano "In Treatment" e "Californication". Bagni di folla per "Patty" e Michael Weatherly. Prossimo anno probabile focus sui registi di cinema che si sono cimentati nelle serie tv. E nonostante tutto, il Comune di Milano non si è fatto vedere...(Moratti, Exponiti e dicci cosa ne pensi del TF!!!)(ANSA) - MILANO, 10 MAG - Si chiude fra novita' e conferme la settima edizione del Telefilm Festival che incorona per il terzo anno consecutivo "Dr House" come serie preferita della stagione, ma evidenzia anche il ritorno, nelle preferenze del pubblico, dell'investigazione basata sull'intuito, rispetto a quella scientifica. Dopo tanti anni di predominio delle indagini in stile "CSI", sono infatti "Mental" e "The Mentalist" le due serie piu' seguite nei quattro giorni di manifestazione che terminano questa sera a Milano. A sostegno di questa tendenza giunge anche il premio assegnato dai critici televisivi che ha visto un ex-equo per "In Treatment" e "Californication". Le diagnosi di "Dr House" precedono nel sondaggio effettuato fra i lettori di Tv Sorrisi e Canzoni i sopravvissuti di "Lost" e i colleghi in camice bianco di "Grey's Anatomy". Al quarto posto si collocano le "Desperate Housewives", seguite dal serial killer
"Dexter", mentre esce dalla top 20 Csi scena del crimine e si colloca solo decimo lo spin-off "Csi Miami". L'edizione 2009 del Telefilm Festival ha fatto registrare il tutto esaurito ai molteplici incontri e bagni di folla per gli ospiti, fra cui Laura Esquivel, la giovane protagonista de "Il mondo di Patty", e Michael Weatherly di "NCIS". Pur non essendo ancora disponibili i dati ufficiali, la rassegna ''ha avuto con ogni probabilita' il 15% di presenze in piu' rispetto allo scorso anno, grazie anche all'introduzione dello spazio Telefilm Kids dedicato ai bambini'' ha detto il direttore artistico Leopoldo Damerini. Visto il successo, si pensa gia' all'edizione 2010 del Festival che quest'anno ha presentato 80 serie, di cui 21 inedite: ''Vorremmo realizzare una retrospettiva sui grandi registi di serie televisive, con ospiti importanti che rendano piu' forte il connubio fra televisione e cinema'' ha spiegato Damerini. Un'edizione fortunata, ma dal retrogusto amaro per il mancato sostegno da parte delle istituzioni che ha convinto gli organizzatori a lanciare un appello al sindaco Letizia Moratti: ''Vorremmo capire in tempi brevi la posizione pubblica del Comune, altrimenti penseremo a trasferirci in un'altra citta' - ha sostenuto Damerini nel corso della conferenza stampa conclusiva -. Siamo stati abbandonati, nonostante i ripetuti inviti all'assessore Alan Rizzi, e vogliamo sapere se questa manifestazione interessa''.''A tutt'oggi non abbiamo indicazione del budget messo a disposizione da Palazzo Marino, mentre stiamo ancora aspettando di ricevere i soldi promessi lo scorso anno - ha continuato il direttore artistico -. Non pretendiamo delle sovvenzioni a prescindere, ma solo di capire qual e' il nostro interlocutore, prima di pensare a spostarci in citta' piu' amichevoli come
Bologna''.
"Dexter", mentre esce dalla top 20 Csi scena del crimine e si colloca solo decimo lo spin-off "Csi Miami". L'edizione 2009 del Telefilm Festival ha fatto registrare il tutto esaurito ai molteplici incontri e bagni di folla per gli ospiti, fra cui Laura Esquivel, la giovane protagonista de "Il mondo di Patty", e Michael Weatherly di "NCIS". Pur non essendo ancora disponibili i dati ufficiali, la rassegna ''ha avuto con ogni probabilita' il 15% di presenze in piu' rispetto allo scorso anno, grazie anche all'introduzione dello spazio Telefilm Kids dedicato ai bambini'' ha detto il direttore artistico Leopoldo Damerini. Visto il successo, si pensa gia' all'edizione 2010 del Festival che quest'anno ha presentato 80 serie, di cui 21 inedite: ''Vorremmo realizzare una retrospettiva sui grandi registi di serie televisive, con ospiti importanti che rendano piu' forte il connubio fra televisione e cinema'' ha spiegato Damerini. Un'edizione fortunata, ma dal retrogusto amaro per il mancato sostegno da parte delle istituzioni che ha convinto gli organizzatori a lanciare un appello al sindaco Letizia Moratti: ''Vorremmo capire in tempi brevi la posizione pubblica del Comune, altrimenti penseremo a trasferirci in un'altra citta' - ha sostenuto Damerini nel corso della conferenza stampa conclusiva -. Siamo stati abbandonati, nonostante i ripetuti inviti all'assessore Alan Rizzi, e vogliamo sapere se questa manifestazione interessa''.''A tutt'oggi non abbiamo indicazione del budget messo a disposizione da Palazzo Marino, mentre stiamo ancora aspettando di ricevere i soldi promessi lo scorso anno - ha continuato il direttore artistico -. Non pretendiamo delle sovvenzioni a prescindere, ma solo di capire qual e' il nostro interlocutore, prima di pensare a spostarci in citta' piu' amichevoli come
Bologna''.
Etichette:
Californication,
Dr. House,
Il mondo di Patty,
In Treatment,
Laura Esquivel,
Leo Damerini,
Mental,
Michael Weatherly,
Telefilm Festival 2009,
Telefilm Kids,
The Mentalist,
Tv Sorrisi e Canzoni
giovedì 11 dicembre 2008
NEWS - Parole sante! I telefilm USA salvati dalla tv via cavo (il "mad man" Matthew Weiner dixit)(ANSA) - ROMA, 10 DIC - La fiction americana salvata dalle tv cavo: Matthew Weiner, tra gli sceneggiatori della serie culto "I Soprano", autore e creatore della serie "Mad Men", a Roma in questi giorni, racconta la riscossa Usa dei telefilm di nuovo protagonisti dei palinsesti, anche italiani, come ai vecchi tempi di "Dallas" e "Dynasty". La seconda stagione di "Mad Men" serie rivelazione del 2008, vincitrice di 2 golden globe 2007 e ben 6 Emmy award 2008 andra' in onda su Cult (canale 142 di Sky) dal 28 dicembre. Con "Mad Men", la serie ambientata nel mondo dei pubblicitari di Madison Avenue nell'era d'oro degli anni '60, con una ricostruzione d'ambienti superba, Weiner ha conquistato il record di aver realizzato la prima serie trasmessa da una basic cable tv (la piccola Amc) a conquistare l'Emmy, l'oscar del settore. ''Meno soldi, piu' liberta' di espressione, scrittura accurata e autori intelligenti come executive producer'', ha detto all'ANSA, Weiner svelando alcuni dei segreti che hanno fatto l'eccellenza dei telefilm Usa. ''Nelle tv generaliste americane, i grandi network Nbc, Cbs, Abc i telefilm devono accontentare un vasto pubblico e seguire tante regole, ad esempio si possono mostrare scene violente, ma non una madre che allatta al seno perche' sarebbe sconveniente. Ecco cosi' che quando l'Hbo, la tv cavo a pagamento nel decennio scorso ha cominciato a produrre serie piu' libere nel linguaggio e nei temi, come 'Sex and the city', 'I Soprano' - ha aggiunto Weiner - 'Six feet under', 'The Shield', 'Closer', 'In Treatment', seguito da Showtime, Tnt, il telespettatore ne ha decretato il successo. Sono produzioni 'di nicchia', il cui livello qualitativo e' molto alto, ma sono riuscite a conquistare i mercati anche internazionali. Hbo e le basic cable (abbonamenti piu' economici, tv piu' piccole, ma inserzioni pubblicitarie, ndr) stanno alla tv Usa come i film indipendenti alle produzioni degli studios hollywoodiani''. "Mad Men", mettendo in scena il conflitto anche morale nel mondo della pubblicita', un mondo competitivo e spesso senza scrupoli, e' ambientato negli anni '60 ma sembra parlare dell'America di oggi. ''Non si tratta di evasioni dalla realta', l'intrattenimento e' emozione e come scrittore regista produttore sceneggiatore - ha aggiunge Weiner - cerco di non essere superficiale ecco perche' questa serie, che pure e' stata realizzata prima del grande disastro finanziario, sembra scritta oggi: parla dell'american business, di moralita' nell'economia''. Al centro, nella seconda serie che comincia il giorno di S. Valentino del '62, il contrasto 'etico' tra i metodi del protagonista latin lover Don Draper (John Hamm), creative director di un'agenzia pubblicitaria e quelli di Duck Phillips (Mark Moses), direttore marketing. Background della serie, rivela Weiner anche le teorie filosofiche dell'oggettivismo di Ayn Rand, nei cui romanzi c'e' una difesa del capitalismo. In attesa di debuttare come regista al cinema, Weiner si dedichera' alla terza stagione di "Mad Men", ma da buon business americano non lo conferma ufficialmente non avendo ancora in tasca il contratto. Quanto ai "Soprano", per Weiner che ne e' stato uno degli autori ''e' un'occasione persa per l'Italia averlo rifiutato pregiudizialmente''.
giovedì 18 settembre 2008
Il transfert di una anestesista, l’ostilità di un reduce di guerra, l’autolesionismo di una ginnasta, i problemi di una coppia e la crisi di mezza età di un affermato professionista. Una seduta psicanalitica al giorno per cinque casi differenti, dal lunedì al venerdì. Protagonista un attore d’eccezione: Gabriel Byrne ("I soliti sospetti", "P.S. I love you", "La Fiera della Vanità"). Questo è "In Treatment", la nuova serie targata HBO proposta da Cult (canale 142 di Sky) in prima visione assoluta in Italia. Innovativa per contenuti, la serie accompagna, passo dopo passo, lo spettatore attraverso le storie e le sedute di 5 pazienti e del loro psicoterapeuta. L’appuntamento è su Cult ogni giorno dal lunedì al venerdì alle 21.00 a partire dal 22 settembre. Per chi non può attendere fino a lunedì, domenica 21 settembre è invece la volta di una speciale anteprima: una “maratona” lunga cinque episodi a partire dalle 22.30, con la prima seduta di tutti i pazienti. Lo psicoterapeuta Paul Weston (Gabriel Byrne) è in apparenza uomo realizzato ma in realtà in bilico tra questioni di etica professionale e problemi personali. Paul incontra i suoi pazienti un giorno a settimana, mentre il quinto giorno, il venerdì, è lui stesso a confrontarsi con la propria terapista, Gina Toll (Dianne Wiest). Gina è stata il supervisore di Paul, ma un litigio ha interrotto bruscamente i loro rapporti. Sebbene in pensione, accetta di riceverlo un giorno a settimana ma durante le sedute i vecchi rancori non tardano ad emergere.
Il pubblico segue, giorno dopo giorno e seduta dopo seduta, la terapia di ogni personaggio: il lunedì è la volta di Laura (Melissa George, "Alias") una giovane anestesista con problemi di cuore che si è invaghita di Paul. Il martedì segue Alex (Blair Underwod, "Sex and the City", "Dirty Sexy Money"), pilota della Marina che ha partecipato alla guerra in Iraq e che dopo un attacco di cuore ha deciso di andare in analisi, e che ha un atteggiamento diffidente e di continua sfida nei confronti di Paul e dei suoi metodi. Il mercoledì Sophie (Mia Wasikova), una ginnasta adolescente che ha avuto un grave incidente ed è costretta a frequentare lo studio di Paul per provare alla sua assicurazione che non si è trattato di un inconsapevole atto autolesionista. Il giovedì è il giorno di Jake (Josh Charles, "Six Degrees") e Amy (Embeth Davidtz) marito e moglie, lui autore di canzoni, lei donna in carriera: vanno in terapia insieme per trovare una soluzione ai loro conflitti. Prodotta dalla HBO e diretta e riadattata Rodrigo Garcia ("Big Love", "Six Feet Under" e "Tell me you love me"), figlio del premio nobel per la letteratura Gabriel Garcia Marquez. "In Treatment"è tratta dalla serie israeliana "BeTipul". Definita la più importante serie drammatica mai prodotta in Israele, è diventata in patria un fenomeno sociale e televisivo, osannata dai critici per i dialoghi raffinati e pungenti. La HBO ha creduto in questo format e dopo 5 episodi “sperimentali” di "In Treatment" ha dato il via libera agli altri 38 che costituiscono la prima stagione. La serie, in corsa con tre nomination agli Emmy Awards 2008, vedrà in autunno l’inizio delle riprese della seconda stagione.
Il pubblico segue, giorno dopo giorno e seduta dopo seduta, la terapia di ogni personaggio: il lunedì è la volta di Laura (Melissa George, "Alias") una giovane anestesista con problemi di cuore che si è invaghita di Paul. Il martedì segue Alex (Blair Underwod, "Sex and the City", "Dirty Sexy Money"), pilota della Marina che ha partecipato alla guerra in Iraq e che dopo un attacco di cuore ha deciso di andare in analisi, e che ha un atteggiamento diffidente e di continua sfida nei confronti di Paul e dei suoi metodi. Il mercoledì Sophie (Mia Wasikova), una ginnasta adolescente che ha avuto un grave incidente ed è costretta a frequentare lo studio di Paul per provare alla sua assicurazione che non si è trattato di un inconsapevole atto autolesionista. Il giovedì è il giorno di Jake (Josh Charles, "Six Degrees") e Amy (Embeth Davidtz) marito e moglie, lui autore di canzoni, lei donna in carriera: vanno in terapia insieme per trovare una soluzione ai loro conflitti. Prodotta dalla HBO e diretta e riadattata Rodrigo Garcia ("Big Love", "Six Feet Under" e "Tell me you love me"), figlio del premio nobel per la letteratura Gabriel Garcia Marquez. "In Treatment"è tratta dalla serie israeliana "BeTipul". Definita la più importante serie drammatica mai prodotta in Israele, è diventata in patria un fenomeno sociale e televisivo, osannata dai critici per i dialoghi raffinati e pungenti. La HBO ha creduto in questo format e dopo 5 episodi “sperimentali” di "In Treatment" ha dato il via libera agli altri 38 che costituiscono la prima stagione. La serie, in corsa con tre nomination agli Emmy Awards 2008, vedrà in autunno l’inizio delle riprese della seconda stagione.
Iscriviti a:
Post (Atom)
"Il trivial game + divertente dell'anno" (Lucca Comics)
Il GIOCO DEI TELEFILM di Leopoldo Damerini e Fabrizio Margaria, nei migliori negozi di giocattoli: un viaggio lungo 750 domande divise per epoche e difficoltà. Sfida i tuoi amici/parenti/partner/amanti e diventa Telefilm Master. Disegni originali by Silver. Regolamento di Luca Borsa. E' un gioco Ghenos Games. http://www.facebook.com/GiocoDeiTelefilm. https://twitter.com/GiocoTelefilm
Lick it or Leave it!











