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lunedì 9 luglio 2018

NEWS - Melrose place! Non ci sono più le mezze stagioni seriali: Sky investe anche nella calda stagione sfornando la co-produzione (mica un prodotto d'acquisto!) "Patrick Melrose" con un Cumberbatch "supremo"
Una prova d’attore “suprema” (The Guardian), in quello che per Benedict Cumberbatch è “il ruolo della vita” (Rolling Stone). "Patrick Melrose", dal 9 luglio alle 21.15 su Sky Atlantic – e disponibile anche su Sky On Demand – è la nuova, osannata produzione Showtime e Sky tratta dalla saga de I Melrose, il ciclo di racconti semi autobiografici di Edward St Aubyn (edito in Italia da Neri Pozza, che per l’occasione lancia per la prima volta l’edizione integrale che contiene tutti e cinque i romanzi: Non importa, Cattive notizie, Speranza, Latte materno, Lieto fine), e firmata da David Nicholls (Un giorno, Le domande di Brian), che della serie è anche creatore. Ogni episodio della serie costituisce un adattamento di un volume diverso all'interno del ciclo. Accanto a Cumberbatch (Doctor Strange, Sherlock, The Imitation Game) che veste i panni del protagonista, anche Hugo Weaving (Matrix, Il Signore degli Anelli, Captain America – Il primo Vendicatore) e la candidata all’Oscar Jennifer Jason Leigh (L’uomo senza sonno, Il matrimonio di mia sorella, The Hateful Eight), che interpretano i genitori di Patrick, David e Eleanor Melrose. Le cinque puntate della serie tv sono ambientate ognuna in una decade diversa della travagliata vita di Patrick Melrose, un tossicodipendente che si trova a dover fare i conti con l'improvvisa perdita del padre, protagonista dei ricordi più traumatici della sua infanzia. Ciò farà riemergere i demoni di un passato che sperava sepolto per sempre e costringerà Patrick, sempre più instabile e fuori controllo, a cercare un motivo per tornare a vivere. Il Guardian descrive la serie come “un Amleto sull’eroina”, la drammatica storia di un uomo alle prese con una dipendenza che trae origine dalla terribile – seppur privilegiata - infanzia vissuta nel sud della Francia, con un padre (Hugo Weaving) che abusava di lui e una madre (Jennifer Jason Leigh) che, succube del marito e persa fra alcol e rimpianti, non si avvedeva di nulla e lasciava Patrick in balia del padre e dei suoi indicibili eccessi. Dagli anni ‘60 in Francia alle notti psichedeliche della New York degli anni ’80, raccontate facendo ricorso a massicce dosi di black humor, fino alla Gran Bretagna dei primi anni 2000, la storia ci mostrerà il protagonista, in fuga dai ricordi e irrimediabilmente perso nella sua dipendenza, cercare una via per la redenzione anche agli occhi di una moglie più volte tradita e dei due figli, per provare a riconquistare quella voglia di vivere che gli era stata portata via quando era solo un bambino. Dietro la macchina da presa Edward Berger, già regista della serie Deutschland 83, che ha deciso di rendere unica ogni puntata declinando i toni della fotografia sulla base della decade della vita di Patrick Melrose raccontata. Oltre a vestire gli impegnativi panni del protagonista, Benedict Cumberbatch figura anche come produttore esecutivo della serie assieme a Helen Flint, Adam Ackland, Rachael Horovitz e Michael Jackson. Nel cast, accanto a Benedict Cumberbatch, Hugo Weaving e Jennifer Jason Leigh, Anna Madeley (The Crown) interpreta la moglie di Patrick, Mary, Prasanna Puwanarajah (11 settembre – Tragedia annunciata, Diana – La storia segreta di Lady D) è il migliore amico del protagonista Johnny Hall, mentre Jessica Raine (Robin Hood, The Woman in Black, Fortitude) ricopre il ruolo dell’amante di Patrick, Julia. Nel cast anche Indira Varma (Il Trono di Spade, Exodus – Dei e re) che interpreta Anne Moore, un’amica della famiglia Melrose che cercherà di aiutare, senza riuscirci, il giovane Patrick, e Allison Williams (Scappa – Get Out, Girls) nei panni di Marianne, vecchia amica dei tempi dell’università che Patrick rincontrerà a New York. Blythe Danner (Will & Grace, Ti presento i miei), due Emmy e un Tony Award all’attivo, sarà invece Nancy, la zia del tormentato protagonista.

mercoledì 22 febbraio 2017

GOSSIP - Blonde ambition Allison! La Williams di "Girls" si fa bionda platino come il comandante Straker di "Ufo" per "Allure" con la fantasia di diventare una "bomba sexy"
Allison Williams debuts a hot new look on the cover of Allure magazine’s March 2017 issue.
Here’s what the 28-year-old Girls star had to share with the mag:
On her new look: “Maybe I’ll become this gorgeous bombshell vixen. Or maybe I’ll still just be the adult-spelling-bee spirit I’ve always been. I bet people won’t recognize me, and that’s gonna be a fun reveal with my friends.”
On how she feels after being a blonde: “I like it! Especially this blonde—it feels like it is just a new twist on the same old me. It’s just hair! But it’s fun.

martedì 14 febbraio 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

RIVISTA STUDIO
L'eredità di "Girls"
Quando Glamour US ha dedicato la sua copertina di febbraio alle quattro ragazze di Girls per celebrarne l’ultima stagione (appena iniziata su Hbo), in quel mondo microscopico che è il Twitter italiano ne è nata una piccola, piuttosto sciatta, polemica, riflesso di quella più ampia che si è scatenata in lingua anglofona. Su quella copertina ci sono Lena Dunham, Allison Williams, Jemima Kirke e Zosia Mamet issate su quattro paia di monumentali zeppe Marc Jacobs, le stesse che in sfilata avevano un tono molto più gotico e decisamente meno zuccheroso. La foto è di quelle patinate da rivista femminile (e non di moda, perché esiste una differenza che è bene rimarcare) e i commenti si sono accaniti, tanto per cambiare, sul corpo di Dunham, come sempre dall’aprile del 2012, quando abbiamo conosciuto Hannah Horvath per la prima volta. Quella cellulite sulle gambe è forse quanto di più tangibile abbia prodotto il femminismo social di noi Millennial negli ultimi anni: un giornale che al posto della solita ragazza copertina, quella bianca, sorridente e/o ammiccante e sempre in forma, ne sceglie una sempre bianca, un po’ sovrappeso, con indosso un paio di pantaloncini che non nascondono le imperfezioni che le cosce delle donne possono avere, e sceglie di ritoccarla ovunque tranne che lì.
Il lancio della cover è coinciso con una presa di posizione da parte della redazione, che ha tenuto a ribadire come quel numero fosse stato interamente prodotto da donne: le ragazze della copertina, insomma, non erano le uniche a essere celebrate. Per quanto apprezzabile fosse l’intenzione, però, si è parlato inevitabilmente e soprattutto di quella cellulite, e di quanta poca giustizia rendesse all’intero movimento, e di come ne fossimo tutti in qualche modo scontenti, intanto perché la foto non era poi così esteticamente rilevante – e qui la rivista di moda fa la differenza, vedi come da AnOther Magazine avevano lavorato con la Primavera Estate 2014 di Rick Owens – e poi perché, ancora una volta, quella era la cellulite di Lena Dunham. Ma non avevamo finito di discutere del suo corpo? D’altronde, da quando la serie da lei scritta insieme a Jennifer Konner è arrivata sui piccoli schermi di tutto il mondo, non abbiamo fatto altro che parlare di quel corpo, tra chi lo osannava come rivoluzionario nel suo essere difforme e chi teneva invece a sottolinearne la normalità (perché di ragazze così in giro ce ne sono tante, basta prendere la metropolitana di una grande città, è che non sono rappresentate, non sono tutte mica come Charlize Theron, ma neanche come Emma Stone o Dakota Johnson, e lo sbaglio è tutto lì).
Come la stessa Dunham ha più volte dichiarato durante le interviste, l’attenzione nei confronti del suo aspetto fisico ha finito per sorprendere anche lei, che pure ha fatto del corpo il suo primo, e più veritiero, mezzo espressivo. Ha scritto Manhola Dargis nel commiato a sei voci del New York Times a Girls, «Ogni volta che il personaggio di Dunham, Hannah, mangia degli spaghetti o si spoglia di fronte alla telecamera, parla o fa sesso (…) è un momento di particolare rilevanza. In quei momenti, sta ridefinendo la bellezza femminile e il valore di una donna. Le donne possono avere moltissime forme, taglie e colori, ma non si direbbe a guardare i prodotti dell’arte o quelli della cultura pop, che per lungo tempo hanno venerato un certo di tipo di donne e relegato tutte le altre – e in particolare le donne di colore – ai margini o all’invisibilità». Un lascito innegabile di Girls sarà allora proprio questo: farci discutere accanitamente di corpi delle donne, sbatterceli in faccia così come sono, a volte sodi, a volte meno, quasi fastidiosi perché “realistici”, come le ormai celebri scene di sesso.
Glamour US February 2017 2
La stessa discussione sulla non diversità e l’egocentrismo così bianco delle protagoniste, è la diretta conseguenza e dimostrazione di questo discorso. Sì, Lena Dunham, ragazza prodigio figlia di artisti, è tanto bianca quanto il mondo che ha immaginato per le sue ragazze, una New York dove d’improvviso le radici più esotiche sembrano essere quelle inglesi di Jessa (Jemima Kirke) e dove i ragazzi neri, che compaiono di sfuggita solo nella seconda stagione come prima risposta alle critiche, sono anche repubblicani. Se è vero il principio secondo cui si può fare arte soprattutto con ciò che si conosce bene, a posteriori possiamo riconoscere un certo accanimento (pari almeno all’iniziale coro di lodi sperticate) nei confronti di Lena Dunham, la cui crescita artistica è avvenuta tutta sotto i riflettori, come quella di una baby star dal vezzo intellettuale. Hanno certamente contribuito al linciaggio social – che l’ha portata negli anni ad abbandonare Twitter e a ridurre drasticamente la sua attività su Instagram – alcuni suoi atteggiamenti poco digeribili, ma anche una pericolosa fusione fra il suo Io reale e quello fittizio, fra Lena e Hannah, che molto spesso hanno finito, agli occhi dello scrutinio pubblico, per confondersi e sciogliersi l’uno nell’altro.
Eppure una è un personaggio, il più delle volte odioso e costruito apposta per farci riflettere sull’inconsistenza narcisistica di una generazione – la nostra – e l’altra, ci piaccia o meno, è una donna vera. In principio è stata la piuttosto deludente autobiografia Not that kind of girl (Random House, 2014), quella del contratto milionario, ad attirarle l’odio di una foltissima schiera di commentatori seriali; più recentemente, sono arrivati alcuni suoi interventi in forma di attivismo offuscati da una quasi dolorosa inconsapevolezza del proprio ruolo sociale. Come quando ha dichiarato, con la più candida intenzione di denunciare l’importanza del programma Planned Parenthood, che avrebbe voluto aver subito lei stessa un aborto per sapere cosa si prova, o quando ha attribuito la sua drastica perdita di peso alla vittoria di Donald Trump: ma che davvero, Lena? Il suo femminismo e lo stesso suo concetto di attivismo, che tanto ci erano piaciuti quando nel 2015 ha lanciato la sua newsletter a tema donne, Lenny’s Letter – ispiratrice di moltissimi progetti che oggi nascono a tema girl power! che neanche le Spice Girls – sono diventati un’altra cosa.
Il matricidio, d’altronde, è più che compiuto, e cose migliori della serie scritta da Dunham ci sono già, basta pensare a Fleabag, Broad City o Master of None fra gli altri. Eppure sono cose che senza Girls non sarebbero esistite, così come quest’ultimo, a sua volta, non sarebbe potuta succedere senza Carrie Bradshaw e Sex and the City, da cui pure si discosta moltissimo. Anzi, la sua influenza è tutta lì e seppure, alla fine, non è stata la voce della sua generazione, certamente ha contribuito a fare in modo che altre voci – voci diverse, finora inascoltate e inclusive per davvero – venissero ascoltate per la prima volta, come sottolinea Jonathan Bernstein sul Guardian. Se penso a una scena di Girls che in qualche modo mi lega allo show e che credo lo dipinga bene anche a distanza di sei stagioni, è quella che conclude il terzo episodio della prima stagione, “All adventurous women do”, quando Hannah balla su “Dancing On My Own” di Robyn dopo aver realizzato – finalmente – che il suo ex era gay. All’inizio della scena, Hannah sceglie le parole per esprimere su Twitter quello che sta provando e cancella più volte la frase, prima di pubblicarne una che può capire solo lei e che di certo non contribuirà ad aumentare il suo seguito, che in quel momento ammonta a un poco onorevole ventisei follower. Eppure, sente il bisogno di scrivere qualcosa: in quei pochi secondi di ansia social è concentrato lo show che meglio ha parlato negli ultimi anni di scrittura, freelance e aspiranti letterati-giornalisti, e ansia del futuro in generale, senza mai darci una risposta rassicurante, mentre il ballo finale con la pure odiosa Marnie (Allison Williams) ci regala uno di quei momenti a metà fra la disperazione e l’assurdità che molte amiche condividono, magari senza colonna sonora. (Silvia Schirinzi)

lunedì 6 febbraio 2017

NEWS - Gone "Girls"! Addio alla serie tv cult dove "la gente fatica a distinguere i personaggi e le attrici che li interpretano" (Lena Dunham dixit)
The cast of Girls gets dressed up ahead of the final season in this new cover story for The Hollywood Reporter.
Stars Lena Dunham, Allison Williams, Jemima Kirke, Adam Driver, Zosia Mamet, Alex Karpovsky, and Andrew Rannells opened up to the mag:
Lena on Adam: ”Look, Adam is something unusual that Hollywood was waiting for, and he has ‘movie star’ written all over his face in both an old-fashioned and a modern way. But I do think that — and I experience it, too — it can be harder for people to separate female TV characters from the actors playing them.
Allison on not wanting to do nudity: “So instead, they bent me over a counter with someone’s face to my butt. [Marnie's music partner and love interest Desi performs analingus during season four.] It’s funny because my character actually had the vast majority of sex on the show, but it just doesn’t stick to me. People are like,’ ‘So you’ve never had sex in the show, have you?’ I’m like, what do I have to do? I’ve literally had someone in my butt.”‘(Laughs.) And with that scene, the headlines were all, ‘Brian Williams’ daughter gets her salad tossed.’ Well, no, not to reveal too much, but that is definitely not something I’m interested in, and it’s definitely never happened to me in real life. But the media often decides when to believe us as characters and when to just portray us as ourselves.
Adam on getting cast: “I was doing a play at the time, so I was feeling very self-righteous. I thought that that was what I should be doing, and TV was for evil people, and I didn’t want to be part of any system or corporation. (Laughs.) But because it was HBO, it seemed different. And then the writing was so good, and I thought it would be fun to play someone who does these things that are morally questionable.”

giovedì 24 luglio 2014

GOSSIP - Essere telefilmiche non è più il Maxim del sexy! E' finita l'era della supremazia delle attrici seriali nella "Top 100" delle più attraenti del pianeta (solo Zooey Deschanel nelle prime 10: 'annamo bene!). Totalmente ignorata Naya Rivera (ma c'è la Michele!)
Qualche anno fa, quando Jessica Alba e Eva Longoria erano ancora tra noi (telefilmici), rispettivamente in "Dark Angel" e "Desperate Housewives", le attrici seriali guidavano la truppa in poppa delle 100 donne più  affascinanti del pianeta, lista stilata maniacalmente ogni anno da "Maxim". Nella nuova classifica, attesa come e più del Mondiale dagli smanettoni di tutti e cinque i continenti, per dire, nella Top Ten delle più sexy compare solo un'attrice telefilmica, tra l'altro una vera e propria sorpresa tra le tante bellezze in lizza: Zooey Deschanel di "New Girl"! Costei occupa il 6° posto, battendo la già citata (ormai ex telefilmica) Jessica Alba (all'8°) o la futura protagonista seriale (ancorchè top-model/cantante/partygirl) Cara Delevingne (solo 10°!). L'ex "desperate" Eva Longoria - ora produttrice seriale - sfila alla 13° posizione - seguita dalla nata-coi-telefilm Olivia Wilde al 14°. Laura Vandervoort ("Smallville", "V", "Bitten") è al 17°, solo 20esima Kaley Cuoco di "TBBT" (!!!), Hayden Panettiere ("Nashville") al 26°, Sophia Bush ("OTH", "Chicago PD") è 30esima e supera Lea Michele di "Glee", 31° (da rilevare l'assenza totale della sua collega-rivale di serie Naya Rivera!). Le mai dome Alyssa Milano e Jennifer Love Hewitt si rincorrono rispettivamente da "milf" al 34° e 35° posto. Lauren Cohan di "TWD" è solo 41°, Emilia Clarke si accontenta del 49° posto (si dovrà spogliare di più in "GOT" per entrare tre le prime 40?), Stana Katic di "Castle" si deve accontentare della 50esima piazza, seguita da Emily VanCamp di "Revenge" (51°), Jordana Brewster di "Dallas" (52°), Nina Dobrev di "TVD" (53°) e Sofia Vergara di "Modern Family" (solo 54°! la sorpresa negativa più eclatante, tra i nomi telefilmici in declassamento...). Morena Baccarin di "Homeland" è staccata al 57° posto, Summer Glau naviga al 63° precedendo di un posto Melissa Rauch di "TBBT" (una delle poche sorprese new-entry). La tanto celebrata Kerry Washington di "Scandal" è "solo" 65esima. L'iper-sexy anche quando respira Sarah Shahi ("Person of Interest") non va oltre il 67° piazzamento. Allison Willliams di "Girls" meritava di più del 77° posto, Anna Paquin di "True Blood" scivola al 78°, Alexandra Daddario è al 80° nonostante "True Detective". Che sia una classifica un pò così lo si capisce arrivando all'88° posto, dove campeggia A.J. Cook di "Criminal Minds": chiunque consideri l'attrice tra le 100 donne più sexy del pianeta dovrebbe finire massacrato da uno dei serial-killer al centro del telefilm che la vede protagonista. La "gostrippata" Taylor Momsen è nelle retrovie (91°) nonostante il nude-look imperante da cantante. Chiudono in bellezza Lili Simmons di "Banshee" al 97° posto - è stata preferita alla collega di set Ivana Milicevic - e Caity Lotz di "Arrow" (99°).

Vedi la TOP 100 delle più sexy secondo "Maxim":
http://www.maxim.com/hot100/2014

mercoledì 10 ottobre 2012

L'EDICOLA DI LOU - Stralci e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri


HUFFINGTON POST
Fate largo, via le Manolo! Da stasera arrivano le "Girls" anti Carrie-armate in chiaro!
"E' stato bello, bellissimo, mi è quasi piaciuto...". Il sesso a vent'anni riserva delle sorprese: può essere un'esperienza frustrante, mediocre, solitaria e spenta. Ce lo raccontano al meglio le protagoniste di 'Girls', dramedy in dieci episodi targato Hbo, incensato dalla critica ma lasciato inspiegabilmente a bocca asciutta agli ultimi Emmy. Per mettere subito le cose in chiaro, non c'entra niente con Sex and the City, è lontano anni luce da Sex and the City, non è ispirato a Sex and the City. Questa serie in prima visione su Mtv dal 10 ottobre vive di vita propria in un'altra galassia rispetto alle seppur straordinarie quarantenni arrampicate sulle Manolo Blanik. Perché le quattro vite che si intrecciano nella serie partorita e interpretata da Lena Dunham, ragazza prodigio classe 1986 (che ha già siglato nel suo curriculum un cortometraggio, 'Dealing', web series satiriche 'Delusional' 'Downtown Divas' e 'Tight Shots', un film vero e proprio, 'Creative Nonfiction' un secondo lungometraggio, 'Tiny Furniture'), ha un nucleo di crudo cinismo, di inaspettato realismo e di sincera ironia che riesce a stupire laddove Sex and the City non era riuscito ad arrivare. Nonostante, sulla carta, le analogie sembrino persino troppe. Serie rigorosamente al femminile, ambientata a New York, quattro psicologie differenti, amicizia sbattuta in primo piano e confessioni in bagno. Come dire, le ragazze sono tornate, giovani, carine e disoccupate. Eppure le quattro ventenni che condividono una vita di precarietà ordinaria, di sesso mal fatto, masturbazioni solitarie e umilianti approcci senza futuro, si aggirano in un universo grottesco in cui i locali esclusivi della Grande Mela non si vedono neppure dalle vetrine. In tempi di crisi la domanda che aleggia sui letti sfatti e le lenzuola macchiate è 'cosa succederà domani'. Così questa generazione di "bamboccioni", cresciuta a fast food e ad assegni di papà si ritrova raccontata da una penna capace di demolire stereotipi a colpi di accetta per scavare fino al ritratto nudo e crudo. Hannah (la stessa, immaginifica Lena Dunham, con la sua faccetta di gomma le sue gonnelline beige, le sue camicette troppo strette, i suoi chili di troppo semplicemente irresistibili), è una scrittrice potenziale accarezzata da un ego sin troppo ingombrante, a cui i genitori tagliano i fondi nella prima inquadratura della serie. Marnie (Allison Williams), laccata e puntuale, riesce ad essere invisibile nonostante una bellezza invadente. Jessa (Jemima Kirke), è una seduttrice bohemien, ma i suoi look estremi, e la sua esperienza a tutto campo non le impediscono di affrontate una vita fallimentare fatta di rapporti rubati durante il turno da baby sitter. E Shoshanna (Zosia Mamet), cugina e compagna di stanza di Jessa, 22 anni, condannata da una serie di circostanze malsane ad essere inesorabilmente vergine. Il gruppo è questo, dove l'amicizia è tale in quanto viene tradita, le storie sono storie perché finiscono, l'amore è spesso solo una parola, la felicità è più vicina a quella raccontata da Todd Solondz in 'Happiness' che a quella di Frank Capra. E così, tra cinismo e perle di saggezza (varrebbe la pena seguirla almeno per il personaggio di Adam, fidanzato aspirante attore off di Hannah), tra genitori che rischiano l'infarto sotto la doccia per un ritorno agli entusiasmi giovanili, tra approcci malriusciti e droghe di scarsa qualità, si ride tantissimo. Con un sottile nodo alla gola, un senso di fastidio per quella sgradevole somiglianza alla vita vera che le serie tv tenterebbero di allontanare. (Beatrice Dondi, 09.10.2012)

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