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venerdì 24 luglio 2015

NEWS - Tutti a Como sabato sera! C'é la maratona "Twin Peaks", brividi cult per sfuggire dal caldo. "Fu la prima serie a unire marketing e sostanza"

Articolo tratto da "La Repubblica"
Alberi mossi dal vento, una provincia torbida e dalla natura selvaggia, omicidi misteriosi, personaggi con segreti indicibili resi ancor più mostruosi da inquadrature sghembe e luci seppia, lunghi silenzi, forse la cosa più angosciante. Quando uscì I segreti di Twin Peaks, serie tv di David Lynch, fu una bomba: il cinema irrompeva nellatv e modificava per sempre il linguaggio della fiction, con effetti che si possono vedere ancora adesso. Parliamo di un quarto di secolo fa (primo episodio 8 gennaio 1991), ma le vicende di Twin Peaks, cittadina al confine col Canada simile a mille altre non solo degli Usa, sono ancora ben conosciute. Non solo da chi le vide allora su Canale 5, ma anche da chi si è poi affidato a cofanetti dvd e file scaricati da Internet. Un'alternativa c'è però domani sera: al Lake Como Film Festival gli 8 episodi cruciali della serie (cornposta di 30 puntate) sono proiettati di fila, in una maratona notturna che parte alle 21.30. «Ottima idea, resta una visione geniale e che ci racconta molto della tv attuale. Però qualcosa chi non c'era allora non potrà capirlo», dice Leo Damerini, autore con Fabrizio Margaria del Dizionario dei telefilm, edito da Garzanti, e direttore del Telefilm Festival ( «che presto ripartirà, ma lontano da Milano e dalla Lombardia»). Cosa sfuggirà allo spettatore di questa maratona? Semplice, il clima di allora. «I segreti di Twin Peaks fu il primo grande esempio di marketing applicato alla tv. Il battage pubblicitario diventò un tormentone, con le famosa domanda-slogan "chi ha ucciso Laura Palmer?". E - in epoca ben lontana da chat, internet e social network - si creò un evento: una serie tv diventava qualcosa di intrigante e curioso, il prodotto in sé contava ancor più del fatto che il regista fosse famoso, anche perché ai tempi Lynch lo era relativamente. Per cui ogni dettaglio fu studiato con attenzione, penso alle videocassette che arrivavano dagli Stati Uniti solo pochi giorni prima della messa in onda, o il diario di Laura Palmer allegato a puntate da Tv Sorrisi e canzoni». Naturalmente non fu solo questione di marketing. Il telefilm aveva grandissima sostanza, «solo che non era la sostanza che ci si aspettava. Era un mistery, ma in fondo chi avesse davvero ucciso la giovane Laura diventava man mano meno importante nella narrazione. Anzi, era forse il punto debole della trama. E col tempo venivano fuori dettagli, bozzetti umani, sottotrame, storie di società segrete, sesso clandestino, droga, e molto altro. La scommessa vinta di Lynch fu prendere il pubblico dei Peccatori di Peyton Place, delle serie tv poliziesche e del cinema. E ci riuscì. Al punto che il secondo ciclo è un puro antipasto del suo cinema, penso a un titolo come Mullholland drive di anni dopo: nel cinema non bisogna entrare nella trama, ma nel senso della visione, che è tutta un'altra cosa». E quanto a senso della visione, il telefilm offriva di tutto: «Citazioni continue, inquadrature deformanti, colori che colpivano l'occhio. Più una colonna sonora che, a parte l'indimenticabile tema di Angelo Badalamenti, miscelava un tema diverso per ogni personaggio e silenzi che diventavano un filo narrativo. Tutte cose in teoria antitelevisive e che invece erano uno spettacolo perfetto». Una filosofia che è percolata anche in tante altre serie tv, «e in questo senso I segreti di Twin peaks ha fatto scuola: si parla di qualcosa di specifico, ma in realtà si racconta tutt'altro fra sotto-trame, citazioni e pretesti. Penso ai Soprano, E.R. e West Wing, che solo in apparenza trattano di mafia, sanità e politica. Anche se, dovendo indicare gli eredi più diretti di questa fiction, direi Fargo, True detective e The Killing, tutte serie di pay e non a caso, perché sono quelle che si possono concedere sperimentazioni. Mentre allora Lynch produsse per la Abc, una tv gratuita e generalista, e anche in questo fu dirompente». Ma proprio per tutto quello che è restato da allora, un ragazzino di adesso riuscirebbe ancora a essere sorpreso dai Segreti di Twin peaks? «Io penso di sì. Proprio perché se ne è parlato molto negli anni, i giovani ci si accostano come una cosa di culto. E che parla ancora il linguaggio di oggi».

DOVE E QUANDO: Como, Arena teatro sociale, sabato 25 luglio, ore 21.30 . Ingresso 8 euro (spaghettata notturna a 5 euro). Tel. 031.303492
PICCOLO GRANDE SCHERMO - Da Re della Strada a Re Artù! Hunnam tira fuori lo spadone su "EW" 
Charlie Hunnam of Sons of Anarchy is smoldering in this first look at his character King Arthur on the cover of EW magazine’s latest issue! “He’s a little bit rough around the edges, but he’s basically a survivor. He’s a hustler,” the 35-year-old actor told the mag. “He’s a street kid. There’s definitely a harder edge to him than people would imagine. It’s sort of classic Guy Ritchie stuff”. “I think where the pitfall has often been is trying to make King Arthur bland and nice, and nice and bland,” director Guy Ritchie added. “The two qualities make rather compatible bed companions. Unfortunately, they’re not interesting to watch. Luke Skywalker was always the most uninteresting character in Star Wars because he’s the good guy. Good guys are boring.”
Knights of the Roundtable: King Arthur will hit theaters on July 22, 2016. For more from King Arthur, visit EW.com.

giovedì 23 luglio 2015

NEWS - Telecom una e trina. Ecco gli accordi che l'azienda interseca con Sky, Mediaset e Netflix: monopolio tecnologico pressochè totale sui prossimi contenuti tv

Articolo di Edoardo Segantini per "Corriere Economia"
Piano di sviluppo, quotazione di Inwit, accordi per l'offerta di contenuti pregiati. Telecom Italia, secondo le «voci di dentro», sta provando a rialzare la testa. Nei prossimi tre anni, secondo i piani, l'azienda investirà quattro miliardi di euro in Brasile e dieci in Italia, tre dei quali per lo sviluppo della rete in fibra ottica. II tema è stato ed è al centro di polemiche, in parte scaturite dal piano governativo per la banda ultralarga che, in una prima versione, sottovalutava le alternative tecnologiche alla fibra, basate sul potenziamento del cavo coassiale di rame. Non si tratta di una polemica «tecnica» ma di una critica più profonda, che sembra mettere in discussione la stessa logica aziendale — investire dove conviene — e auspicare il ritorno dello Stato nell'azionariato dell'operatore storico. Dietro la cortina delle dichiarazioni, il dibattito verte insomma sul fatto se la Cassa depositi e prestiti (Cdp) debba diventare socia e con quale ruolo. L'ex presidente Franco Bassanini accusa Telecom di investire troppo poco nella rete ottica fino alle case, il presidente di Telecom Giuseppe Recchi e l'amministratore delegato Marco Patuano replicano che gli investimenti stanziati sono più che sufficienti per rispondere alla domanda di mercato. L'interrogativo, comunque, rimane: è giusto che lo Stato, via Cdp, rientri nella società ex monopolista, da cui uscì (malamente) nel 1997? Per fare che cosa? E con quali poteri? Quesiti non irrilevanti, visto che, con una quota di capitale ipotizzabile nel 10 per Previsti 4 miliardi di investimenti in Brasile e 10 in Italia, 3 per la fibra ottica cento, la Cassa non avrebbe comunque il peso sufficiente per obbligare la società a investire in iniziative senza un prevedibile, adeguato ritorno. Altre domande ruotano intorno alla figura del nuovo azionista di riferimento con il 15 per cento, Vincent Bolloré, il cui avvento mette fine a un altro sogno telecomiano (secondo i più cattivi «telecomico»): il sogno della public compam. Convergenza francese l I patron di Vivendi — potente nella natia Francia ma, diversamente dagli spagnoli di Telefonica, molto ben piazzato anche nel sistema di potere made in Italy — sta muovendo le sue pedine per accreditarsi come socio industriale e di lungo periodo. Secondo il top management di Tele-com, Bolloré apportera un'esperienza mediatica preziosa e del tutto coerente con il disegno di trasformare l'azienda in un hub per la distribuzione dei contenuti televisivi premium. Intervenendo alla presentazione di un tempestivo ebook sul finanziere bretone («II nuovo re dei media europei», di Fiorina Capozzi), il massmediologo Augusto Preta, che di Vivendi è stato a lungo consulente, dice che la sua principale abilità è quella di prendere in mano progetti mal combinati e di trasformarli in imprese vincenti. Vedremo. Di certo Vivendi ha una sua pay tv, Canal Plus, una major musicale, Universal, e una piattaforma di video, Daily-motion e potrà alimentare l'offerta di Telecom Italia. Quest'ultima, peraltro, sulla strada dei contenuti è già avviata: nell'aprile scorso ha firmato un contratto con Sky e si appresta a chiudere con Mediaset entro l'estate e con Netflix in autunno. Tutte offerte destinate a clienti con banda ultralarga, cioè superiore ai 30 mega. Diversamente da Sky, che ha sviluppato un proprio decoder, l'azienda del Biscione si appoggerà alla piattaforma TimVision. Così, prevedibilmente, farà anche Netflix, con cui sono in corso trattative sul catalogo delle serie tv (tipo House of Cards). L'avvicinamento al mondo dei contenuti, che vede impegnati anche altri operatori come Vodafone, rappresenta il vero contrattacco delle telco nella ricerca di nuove fonti di valore. La famosa «convergenza». Da tempo gli operatori televisivi e di telecomunicazioni la preparano, ma oggi è una realtà, spinta dalla più forte delle motivazioni: la paura. II timore di perdere nuovo terreno a favore di Google e degli Over the top, i nuovi monopoli del web. Se la rivoluzione non è un pranzo di gala, neppure la convergenza lo sarà. Sarà un fenomeno dirompente. Da cui derivano nuove sfide per tutti, regolatori compresi. È giusto, ad esempio, mantenere la cosiddetta «asimmetria regolatoria» che, fino a ora, ha favorito gli Over the top rispetto agli operatori telefonici? Bisogna togliere vincoli ai secondi o aggiungerne ai primi? Fermandosi al presente, gli accordi come quelli di Telecom e di Vodafone non sono in esclusiva, e non dovrebbero creare problemi di concorrenza e danneggiare i clienti, che semmai vedranno aumentare le possibilità di scelta. Le stesse Authority dovranno probabilmente adeguarsi, da un punto di vista organizzativo, al nuovo mercato convergente: quello che qualcuno chiama il «mercato dell'attenzione».

martedì 21 luglio 2015

NEWS - Fermi tutti! Kirkman ha bene in mente come finirà "The Walking Dead" (è già una notizia, viste le ultime stagioni...): "non ci sarà un cataclisma, ma si andrà avanti fino a che gli zombie saranno spazzati via".  "Potrebbe non esserci una spiegazione di come tutto ha avuto inizio" (altrimenti "Fear TWD" che lo faceva a fare?). Poi la minaccia peggiore di qualsiasi virus: "la serie potrebbe durare 10 o 12 stagioni!" 

Post tratto da "Uproxx"
Fans of zombie films are no doubt familiar with the standard zombie film ending, popularized in George Romero’s Night of the Living Dead trilogy: Eventually, the zombies overrun the planet and everyone dies. Sometimes, in zombie films, the zombies are wiped out, there are a few survivors, and they ride off into the sunset.
Robert Kirkman’s original conception for The Walking Dead, in fact, was in response to how zombie films typically ended, as he told Marc Maron in a recent WTF podcast. “They never solve it. At the end of every movie, they’re like ‘The world is covered in zombies, and we’re out of time, so see ya later!”.
George Romero famously doesn’t care for The Walking Dead, saying of it that “it’s a soap opera with a zombie occasionally.” Conversely, Kirkman created The Walking Dead in response to the disappointment he felt at the end of Romero’s zombie flicks. He wanted to know what happens after the end. “How do you continue to find food and shelter and protect loved ones for years and years and deal with the fall of civilization?” Kirkman wanted to know. “How does that affect you? The weak people get strong, and the strong people get weak, and people become insane.”
But The Walking Dead eventually has to end. It may not be anytime soon — Kirkman has suggested the series could run 10 or 12 or more seasons — but the show eventually has to come to a close. And how would Robert Kirkman like The Walking Dead to end?

Not in a cataclysmic event, as we’ve come to expect from the zombie genre. Rather, he’d like it to continue until the walkers are wiped out. “The goal… I hope The Walking Dead goes on long enough that at the end, everyone is like, ‘Good thing we took care of those zombies!'”
“People talk about how The Walking Dead is bleak, and if you take a certain cross-section of the story, then yeah. Horrible. People have their loved ones eaten and they have a horrible time. But I see the story from beginning to end, over many many years about humanity overcoming this insurmountable apocalyptic situation.”
Kirkman may never reveal the origins of the zombie virus, as he’s mentioned in the past, but it’s good to know that he does have an ending in mind, and even better to know that it is a hopeful one in which some of his characters — LIKE DARYL DIXON, RIGHT? — endure and survive.
Don’t expect that to come anytime soon, although Kirkman doesn’t want the series to run forever. “Let’s all be honest. season 16? I’m not even going to be watching this show. I’ll be on a boat. Oh, [season 17]? I don’t care! I’ve transcended television.”
He also joked that more spin-offs aren’t out of the question. “We’re doing [Fear the Walking Dead], and I’m sure that, if it does well, we’ll do The Walking Dead: China eventually. [And then] The Walking Dead: SVU.”

lunedì 20 luglio 2015

NEWS - Netflix si getta nella (m)Ischia! Lo sbarco in Italia parte dall'isola partenopea: "le nostre prime due serie saranno una messicana e una brasiliana. House of Cards e Orange? Puntiamo a riprendercele!" 
(ANSA) - ISCHIA (NA) - Cominciare con un dvd in una busta rossa da recapitare porta a porta agli abbonati americani, era il 1999, e arrivare oggi a coprire con un servizio di streaming di serie e documentari 60 paesi nel mondo con investimenti produttivi in 17 paesi, avendo quasi 66 milioni di utenti e 5 miliardi di dollari di budget per il 2016 con un 20% da investire nelle produzioni locali: una parabola velocissima e gia' premiata, come testimonia l'ultim'ora delle 34 nomination agli Emmy. A raccontare questo nuovo che avanza e' Mr. Netflix, Ted Sarandos che ha scelto Ischia Global Fest per la prima uscita pubblica in Italia, particolarmente importante poiche' il 16 ottobre il servizio arrivera' anche nel nostro paese. Alla villa La Colombaia, che fu di Luchino Visconti, ad ascoltarlo sono arrivati in tanti, il presidente dei produttori Apt Marco Follini, Stefano Balassone dell'Anica, il dg cinema del Mibact Nicola Borrelli e altri produttori come Matilde Bernabei della Lux Vide, Marco Chimenz di Cattleya e soprattutto Iginio Straffi della Rainbow, unico italiano ad avere da tempo un rapporto consolidato con Netflix per le sue Winx ed altro. Quanto costera' abbonarsi? "L'equivalente in euro di 7-9 dollari - sotto i 7 euro - come accade in tutti gli altri paesi in cui siamo presenti", risponde all'ANSA il capo di un'impresa che sta rivoluzionando il sistema. C'e' attesa, curiosita' e anche qualche apprensione, cosa risponde a chi teme l'invasione? "La domanda e' ricorrente in ogni paese in cui attiviamo il servizio, la prima reazione e' di terrore o meglio di confusione. Netflix e' un'opportunita', siamo qui non per distruggere il sistema italiano ma per partecipare facendolo crescere e contribuendo alla produzione, il che significa lavoro per gli italiani. Questi i numeri: gli abbonati guardano Netflix in media due ore al giorno per 10 miliardi di ore prodotte guardate nel mondo. All'inizio si pensa che il pubblico abbandoni la tv ma non accade questo, Netflix e' altro. A cambiare e' solo la quantita' e varieta' dell'offerta", spiega. Qual e' il modello Netflix? "Prevede l'acquisizione di diritti di trasmissione di contenuti audiovisivi di produzione locale e avere e proprie co-produzioni. Percentuali e tempi variano e dipendono dalla risposta di ciascun paese. In Francia dopo due mesi abbiamo subito attivato una co-produzione, Marsiglia, ad alto budget e con Depardieu nel cast, in altri paesi invece solo dopo 3 anni e' capitato di attivare le coproduzioni. Ad agosto debuttiamo con due serie nuove: la prima serie in lingua spagnola, la messicana Club de Cuervos sul calcio, e la brasiliana Narcos su Pablo Escobar. In Italia abbiamo l'accordo con Rainbow e vorremmo avere ulteriori licenze prima del debutto di ottobre", ha risposto senza dare titoli (la serie Cattleya su Mafia Capitale e' una proposta di cui si parla). In Italia si attendeva Netflix da tempo, ma l'infrastruttura e' la nota dolente, cos'e' cambiato ora? "Diciamo che e' un atto di fiducia. L'Italia ha un potenziale narrativo enorme e pensiamo che il problema della banda larga si possa risolvere in tempi brevi", dice all'ANSA Sarandos, senza accennare all'eventuale accordo con Telecom che pure potrebbe essere imminente. Due delle serie che hanno fatto la fortuna di Netflix nel mondo, House of Cards e Orange is the new black, sono trasmesse con successo, la prima su Sky la seconda su Mediaset Premium. Si vedranno sulla nuova piattaforma on demand? "In 2-3 settimane contiamo di fare il punto. E' chiaro che puntiamo a riprenderci i nostri prodotti come e' ovvio una volta arrivati in Italia".  Quali generi e quali formati per il mercato italiano? "A noi interessano i contenuti e la massima qualita' senza rigidita' di generi e formati. Abbiamo documentari, come Chef Table che va in onda in tutto il mondo ed e' il programma di cucina a piu' alto budget mai prodotto, e poi commedie, dramma, animazione". Il local con Netflix diventa global e magari va in onda in contemporanea mondiale, con quali regole? "A noi interessano proposte che raccontino i territori superando le barriere linguistiche. Siamo diffidenti rispetto alle produzioni cosiddette internazionali girate magari in lingua inglese per accontentare il mercato estero. E' la potenza della narrazione che deve fare la differenza e diventare brand. Prendiamo Gomorra, italiano anzi napoletano, brand affermatissimo anche all'estero grazie a qualita' eccellente e  alto livello narrativo. Ma ci sono anche eccezioni: Marco Polo, di cui stiamo cominciando la seconda stagione, una produzione da 800 persone, girata tra Venezia, Malesia, Kazakistan in 27 lingue". Aprirete societa' in Italia? "Netflix e' una societa' americana. In Europa con sede ad Amsterdam c'e' una nostra entita' europea. Localmente invece usiamo piccoli uffici per marketing e pubbliche relazioni. I nostri contatti sono solo con i produttori indipendenti locali, non chiederemo ad esempio accesso agli incentivi ministeriali. Quanto agli investimenti non c'e' una cifra precisa destinata all'Italia: dipendera' dal numero degli abbonati che faremo qui e dall'audience globale che i contenuti italiani riusciranno a fare".
NEWS - Cosby-gate, "basta che dormano"! L'ex "Robinson" ammise già in passato le relazioni e i pagamenti per coprire tutto: sedava le vittime e poi ne abusava mentre ronfavano
(ANSA) - NEW YORK - Bill Cosby in passato ammise di aver avuto relazioni sessuali con almeno cinque donne che aveva sedato e che poi pago' per cercare di nascondere i fatti alla moglie e al mondo intero. Lo scandalo dell'attore afroamericano - che ha finito per indignare anche il presidente americano Barack Obama - si arricchisce dunque di nuovi particolari. Quelli svelati dal New York Times che e' venuto in possesso di una deposizione rilasciata da Cosby dieci anni fa. L'attore - 78 anni, famosissimo nel mondo per sitcom "I Robinson" e considerato uno dei padri delle moderne serie tv - fu ascoltato nell'ambito di una causa intentata nei suoi confronti da Andrea Constand, una dipendente della Temple University di Philadelphia ed una delle decine di donne che hanno accusato il comico di abusi e violenza sessuali. Cosby - secondo quanto riporta il Times - nel corso della sua deposizione ammise di aver ottenuto almeno sette ricette mediche per poter acquistare le confezioni di un potente sedativo. Ricette prescritte da un medico di Los Angeles e apparentemente motivate dalla necessita' di lenire i dolori provocati dal mal di schiena. In realta' quei sedativi servivano per addormentare la donne con cui poi Cosby aveva rapporti sessuali. Rapporti che - si difendeva gia' allora l'attore - erano comunque del tutto consensuali, con le sue partner che avrebbero accettato quello che nelle carte viene definito il "sex and drug-taking". Furono almeno cinque le donne menzionate nella deposizione di Cosby, con cui ammise di aver avuto rapporti in cinque citta' diverse degli Stati Uniti, consumati o in alberghi o in alcune delle residenze dell'attore.    Complessivamente sono piu' di 25 le donne che hanno denunciato di essere state violentate da Cosby negli ultimi 40 anni. Ultimamente a chi gli chiedeva di commentare la vicenda, il presidente Obama ha risposto amareggiato: "Se dai della droga di nascosto a qualcuno e poi abusi sessualmente su di lui o di lei senza il suo consenso, questo e' stupro. E in America e in nessun altro Paese civilizzato - ha aggiunto - si puo' tollerare la violenza sessuale".

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