NEWS - LaF sempre più "British"! Il network della Feltrinelli sigla un accordo con BBC e ITV per trasmettere serial inglesi DOC
News tratta da "Italia Oggi"
Effe Tv, la media company di Feltrinelli con il canale laF (Sky 135), ha siglato una serie di accordi per l'Italia con Bbc Studios, Itv Studios Global Entertainment, Endemol Shine ed Entertainment One (eOne). Gli accordi riguardano sei nuove serie tratte da classici e bestseller della narrativa mondiale: Cardinal, In The Dark, I misteri di Pemberley, La guerra dei mondi e le terze stagioni di Victoria e de I Durrell - La mia famiglia e altri animali. «Siamo soddisfatti e orgogliosi», ha spiegato Riccardo Chiattelli, direttore di laF, «di avere arricchito il nostro palinsesto con tante nuove serie di qualità tratte dai libri e di essere i primi a portarle in Italia, come già avvenuto in passato con serie ormai cult come il Maigret di Rowan Atkinson, Guerra e pace, Poldark, Vanity Fair - La fiera delle vanità, Apple Tree Yard - In un vicolo cielo, L'ispettore Wallander, Omicidi tra i fiordi - I gialli di Camilla Läckberg, Fred Vargas: Crime Collection, Borgen e tante altre».
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giovedì 15 novembre 2018
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martedì 19 dicembre 2017
NEWS - Achtung, compagni! Arriva il Natale e "le vie del Signore sono infinite"...occhio alla serie danese "Herrens Vejie" che mette in discussione la religione e ogni puntata è incentrata su un comandamento
Articolo tratto da "Avvenire"
"Il Cristianesimo qui non esiste più, ma perché si possa parlare di riaverlo bisogna spezzare il cuore di un poeta, e quel poeta sono io», scrive Seren Kierkegaard nel suo diario nel 1850. Nel qui dell'ora attuale, nella sua «piccola e irreligiosa Danimarca» che celebra il cinquecentenario luterano, da fine settembre una nuova serie televisiva dai temi squisitamente kierkegaardiani ha tenuto migliaia di spettatori incollati allo schermo per dieci domeniche: il suo creatore è lo stesso Adam Price, ateo regista di Borgen - Il potere (trasmessa in Italia da LaEffe tra 2013 e 2014), che dagli intrighi di palazzo stavolta si confronta con i grandi interrogativi dell'esistenza. La seconda stagione, già girata, verrà trasmessa il prossimo autunno, mentre in Francia saranno entrambe distribuite nel corso del 2018 con il titolo non pienamente indovinato di Ride upon the Storm. Herrens Veje - in italiano "Le vie del Signore" - ha per protagonista la famiglia Krogh, protestante da 250 anni: Johannes, pastore in lizza per diventare vescovo di Copenaghen, in tormentato dialogo con il crocifisso; la moglie Elisabeth, insegnante di letteratura alle prese con varie prove di coraggio; il figlio maggiore Christian, interessante Caino che alla teologia ha preferito studi di economia per rivalsa; e il figlio minore August, Abele in balia del dissidio tra colpa e innocenza, anch'egli pastore come il padre, ma via via senza una chiesa, non facendo lui parte di quella che Kierkegaard avrebbe definito «la cristianità stabilita». Il primo episodio si apre con un filmato amatoriale datato giugno 1995: August riprende con una telecamera un finto funerale officiato da Christian. 11 bambino sale di corsa le scale e trova il nonno, anch'egli pastore, che prega un qualcuno che non si vede di donargli una lingua tramite cui raggiungerlo, una via da percorrere affinché lo si trovi. Di quel delirio che ha visto - gli intima Johannes trovandolo spaventatissimo - non dovrà parlare con nessuno, perché non c'è niente di cui avere paura. Sono le stesse parole, e la stessa scena, con cui la decima puntata si chiude: una spirale che ruota attorno ad avvenimenti che accadono e su cui, spesso, si preferisce tacere. «L'uomo moderno ha bisogno di pensare o di sentire qualcosa che non si può misurare. La musica del caso. La poesia dell'istante. Il desiderio di chi si ama. L'affetto per un figlio. O l'aiuto che ricevi, all'improvviso, quando perdi qualsiasi certezza. In tutto questo io credo, e secondo questo credo io vivo la mia vita», recita Johannes a un dibattito a cui partecipa come candidato vescovo. A elezione avvenuta, lo si ritrova ad ubriacarsi pregando il Padre Nostro, attaccato alla bottiglia e alla perpetua. Una riflessione ponderata investe tutto, dalla Chiesa luteranapresentata a mo' di azienda che chiama i suoi fedeli ignari «consumatori» - ai concetti di segreto, colpa, silenzio demoniaco, rabbia, angoscia, disperazione, responsabilità, compassione, scelta, volontà. Parolechiave tutte kierkegaardiane, così come le vie del Signore percorribili, stadi sul cammino di una vita al cospetto e all'altezza di se stessa. Ogni episodio è lo svolgimento di un comandamento. Di sapore nietzschiano un commento pungente avanzato a Johannes dalla moglie, che quel cuore lo spezza dicendo: «Quando tu parli delle "tue" chiese, sono ancora le case di Dio?»".
Articolo tratto da "Avvenire"
"Il Cristianesimo qui non esiste più, ma perché si possa parlare di riaverlo bisogna spezzare il cuore di un poeta, e quel poeta sono io», scrive Seren Kierkegaard nel suo diario nel 1850. Nel qui dell'ora attuale, nella sua «piccola e irreligiosa Danimarca» che celebra il cinquecentenario luterano, da fine settembre una nuova serie televisiva dai temi squisitamente kierkegaardiani ha tenuto migliaia di spettatori incollati allo schermo per dieci domeniche: il suo creatore è lo stesso Adam Price, ateo regista di Borgen - Il potere (trasmessa in Italia da LaEffe tra 2013 e 2014), che dagli intrighi di palazzo stavolta si confronta con i grandi interrogativi dell'esistenza. La seconda stagione, già girata, verrà trasmessa il prossimo autunno, mentre in Francia saranno entrambe distribuite nel corso del 2018 con il titolo non pienamente indovinato di Ride upon the Storm. Herrens Veje - in italiano "Le vie del Signore" - ha per protagonista la famiglia Krogh, protestante da 250 anni: Johannes, pastore in lizza per diventare vescovo di Copenaghen, in tormentato dialogo con il crocifisso; la moglie Elisabeth, insegnante di letteratura alle prese con varie prove di coraggio; il figlio maggiore Christian, interessante Caino che alla teologia ha preferito studi di economia per rivalsa; e il figlio minore August, Abele in balia del dissidio tra colpa e innocenza, anch'egli pastore come il padre, ma via via senza una chiesa, non facendo lui parte di quella che Kierkegaard avrebbe definito «la cristianità stabilita». Il primo episodio si apre con un filmato amatoriale datato giugno 1995: August riprende con una telecamera un finto funerale officiato da Christian. 11 bambino sale di corsa le scale e trova il nonno, anch'egli pastore, che prega un qualcuno che non si vede di donargli una lingua tramite cui raggiungerlo, una via da percorrere affinché lo si trovi. Di quel delirio che ha visto - gli intima Johannes trovandolo spaventatissimo - non dovrà parlare con nessuno, perché non c'è niente di cui avere paura. Sono le stesse parole, e la stessa scena, con cui la decima puntata si chiude: una spirale che ruota attorno ad avvenimenti che accadono e su cui, spesso, si preferisce tacere. «L'uomo moderno ha bisogno di pensare o di sentire qualcosa che non si può misurare. La musica del caso. La poesia dell'istante. Il desiderio di chi si ama. L'affetto per un figlio. O l'aiuto che ricevi, all'improvviso, quando perdi qualsiasi certezza. In tutto questo io credo, e secondo questo credo io vivo la mia vita», recita Johannes a un dibattito a cui partecipa come candidato vescovo. A elezione avvenuta, lo si ritrova ad ubriacarsi pregando il Padre Nostro, attaccato alla bottiglia e alla perpetua. Una riflessione ponderata investe tutto, dalla Chiesa luteranapresentata a mo' di azienda che chiama i suoi fedeli ignari «consumatori» - ai concetti di segreto, colpa, silenzio demoniaco, rabbia, angoscia, disperazione, responsabilità, compassione, scelta, volontà. Parolechiave tutte kierkegaardiane, così come le vie del Signore percorribili, stadi sul cammino di una vita al cospetto e all'altezza di se stessa. Ogni episodio è lo svolgimento di un comandamento. Di sapore nietzschiano un commento pungente avanzato a Johannes dalla moglie, che quel cuore lo spezza dicendo: «Quando tu parli delle "tue" chiese, sono ancora le case di Dio?»".
venerdì 8 aprile 2016
NEWS - Risiko Tv! Bollorè sbarca in Italia col matrimonio Vivendi+Mediaset Premium pensando a mini-serie tv europee ad hoc per smartphone e tablet (obiettivo: riavvicinare la gioventù perduta del piccolo schermo e sfidare Netflix)
Articolo tratto da "Italia Oggi"
La casa di produzione paneuropea anti-Netflix che Vincent Bolloré vuole creare sta già nascendo. Arriverà presto in Italia, forse dal prossimo autunno. Nei giorni scorsi, infatti, Canal Plus ha esteso la sua rete di partecipazioni sul Vecchio continente e, mentre l'attenzione pubblica è concentrata sulla convocazione dei cda di Mediaset della famiglia Berlusconi e di Vivendi per il matrimonio tra le pay tv Mediaset Premium e Canal Plus, il finanziere bretone ne ha approfittato per entrare nel capitale dello studio spagnolo Bambu Producciones. In contemporanea, ha acquisito in Gran Bretagna quote di Urban Myth e Sunny march tv. Oltre che sul fronte della produzione di contenuti originali, poi, Bolloré (in Italia al 24,9% di Telecom Italia guidata dal nuovo a.d. Flavio Cattaneo) si è mosso anche sul fronte della distribuzione di titoli con il lancio di Studio+, applicazione per portare serie televisive su smartphone e tablet in sei lingue diverse, italiano in testa. Collegando quindi case di produzione, pay tv e operatori delle tic, si capisce meglio la portata delle parole di Didier Lupfer, presidente di Studiocanal, a Cannes durante la fiera-mercato dei contenuti tv Mip: «siamo completamente aperti a un allargamento del nostro network. Italia compresa, se questo sarà possibile». Non è un caso se Bolloré ha acquistato il 33% di Bambu Producciones (con la possibilità di salire a una quota di maggioranza), visto che la casa di produzione è già partner della Netflix di Reed Hastings e ha lavorato con la Bbc. A proposito di Gran Bretagna, invece, Urban Myth ha firmato serie come Misfits e Vivendi ne ha comprato il 20%, come nel caso di Sunny march tv che ha prodotto titoli tra cui il lungometraggio Imitation game e la serie Sherlock. Secondo la stessa Studiocanal a Cannes, la società genera il 60% del suo business nel cinema e il 15% nella tv. Ma l'intenzione è portare il piccolo schermo a quota 25%. La casa di produzione possiede già lo studio britannico Red, il tedesco Tandem, ha inaugurato nell'Europa del Nord Sam, realtà creata con gli autori della serie Borgen. Insomma, Canal ha già disposto propri centri di produzione ai quattro punti cardinali della Ue. Del gruppo Vivendi fa parte ed è infatti stata chiamata in causa Universal music mentre Studiocanal sta coinvolgendo i principali operatori delle telecomunicazioni per promuovere le sue serie tv, pensate ognuna in dieci episodi di dieci minuti l'uno. Obiettivo (all'estero come in Italia dove opera Telecom): fidelizzare i giovani, la generazione mobile con cellulari sempre alla mano, grazie a puntate che si possono iniziare a vedere aspettando l'autobus e durano giusto il tempo di un breve spostamento coi mezzi pubblici. In rampa di lancio ci sono 25 produzioni che spaziano dal genere horror a quello più di azione. Il costo medio di una fiction è di circa un milione di euro, meno di quanto richiede una serie per il piccolo schermo. Il telespettatore potrà scegliere se pagare «qualche euro» a puntata, ha spiegato alla Mip di Cannes Dominique Delport, presidente di Vivendi Content, oppure se scegliere «un'offerta telefonica che comprenda le nostre serie». Europa e Italia ma non solo, sempre secondo Delport, i nuovi contenuti Vivendi raggiungeranno anche i mercati russo, dell'America latina e del Brasile. Senza dimenticare l'Africa perché, ha concluso Delport citando Bolloré, «un miliardo di persone stanno per uscire dalla povertà e avranno bisogno di cultura e intrattenimento».
Articolo tratto da "Italia Oggi"
La casa di produzione paneuropea anti-Netflix che Vincent Bolloré vuole creare sta già nascendo. Arriverà presto in Italia, forse dal prossimo autunno. Nei giorni scorsi, infatti, Canal Plus ha esteso la sua rete di partecipazioni sul Vecchio continente e, mentre l'attenzione pubblica è concentrata sulla convocazione dei cda di Mediaset della famiglia Berlusconi e di Vivendi per il matrimonio tra le pay tv Mediaset Premium e Canal Plus, il finanziere bretone ne ha approfittato per entrare nel capitale dello studio spagnolo Bambu Producciones. In contemporanea, ha acquisito in Gran Bretagna quote di Urban Myth e Sunny march tv. Oltre che sul fronte della produzione di contenuti originali, poi, Bolloré (in Italia al 24,9% di Telecom Italia guidata dal nuovo a.d. Flavio Cattaneo) si è mosso anche sul fronte della distribuzione di titoli con il lancio di Studio+, applicazione per portare serie televisive su smartphone e tablet in sei lingue diverse, italiano in testa. Collegando quindi case di produzione, pay tv e operatori delle tic, si capisce meglio la portata delle parole di Didier Lupfer, presidente di Studiocanal, a Cannes durante la fiera-mercato dei contenuti tv Mip: «siamo completamente aperti a un allargamento del nostro network. Italia compresa, se questo sarà possibile». Non è un caso se Bolloré ha acquistato il 33% di Bambu Producciones (con la possibilità di salire a una quota di maggioranza), visto che la casa di produzione è già partner della Netflix di Reed Hastings e ha lavorato con la Bbc. A proposito di Gran Bretagna, invece, Urban Myth ha firmato serie come Misfits e Vivendi ne ha comprato il 20%, come nel caso di Sunny march tv che ha prodotto titoli tra cui il lungometraggio Imitation game e la serie Sherlock. Secondo la stessa Studiocanal a Cannes, la società genera il 60% del suo business nel cinema e il 15% nella tv. Ma l'intenzione è portare il piccolo schermo a quota 25%. La casa di produzione possiede già lo studio britannico Red, il tedesco Tandem, ha inaugurato nell'Europa del Nord Sam, realtà creata con gli autori della serie Borgen. Insomma, Canal ha già disposto propri centri di produzione ai quattro punti cardinali della Ue. Del gruppo Vivendi fa parte ed è infatti stata chiamata in causa Universal music mentre Studiocanal sta coinvolgendo i principali operatori delle telecomunicazioni per promuovere le sue serie tv, pensate ognuna in dieci episodi di dieci minuti l'uno. Obiettivo (all'estero come in Italia dove opera Telecom): fidelizzare i giovani, la generazione mobile con cellulari sempre alla mano, grazie a puntate che si possono iniziare a vedere aspettando l'autobus e durano giusto il tempo di un breve spostamento coi mezzi pubblici. In rampa di lancio ci sono 25 produzioni che spaziano dal genere horror a quello più di azione. Il costo medio di una fiction è di circa un milione di euro, meno di quanto richiede una serie per il piccolo schermo. Il telespettatore potrà scegliere se pagare «qualche euro» a puntata, ha spiegato alla Mip di Cannes Dominique Delport, presidente di Vivendi Content, oppure se scegliere «un'offerta telefonica che comprenda le nostre serie». Europa e Italia ma non solo, sempre secondo Delport, i nuovi contenuti Vivendi raggiungeranno anche i mercati russo, dell'America latina e del Brasile. Senza dimenticare l'Africa perché, ha concluso Delport citando Bolloré, «un miliardo di persone stanno per uscire dalla povertà e avranno bisogno di cultura e intrattenimento».
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