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venerdì 27 luglio 2018

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
LA STAMPA
"The Chi" a metà tra "Atlanta" e "The Wire"
"The Chi, in onda dal 15 luglio su Fox Italia, è la serie tv creata da Lena Waithe, scrittrice, produttrice e attrice americana che agli Emmy Awards dell'anno scorso ha fatto la storia per essere stata la prima donna nera a vincere il premio per la miglior sceneggiatura di una comedy con il suo episodio, intitolato «Thanksgiving», in Master of None 2. È una bella serie, a metà tra The Wire, con questi toni sempre un po' neorealisti, e Atlanta, la creatura di Donald Glover. È ambientata a Chicago, racconta la comunità nera, e lo fa in un modo preciso, quasi documentaristico, tra pregiudizi, eventi comicamente surreali, spaccio di droga e storie di ragazzi. Ha dei momenti tesissimi, terribili per la loro verità. Altri, più leggeri e dosati, sono amalgamati perfettamente con tutto il resto. Non ha senso parlare di uno o più protagonisti, perché in The Chi c'è molto più di questo. C'è uno sguardo attento a una società particolare e a una città, ai più giovani e ai loro problemi, ai neri e a quello che - ogni giorno, ogni ora - devono subire. Nessuna retorica da romanzo rosa. Dura e cruda, come un pugno allo stomaco". (Gianmaria Tammaro)

martedì 14 febbraio 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

RIVISTA STUDIO
L'eredità di "Girls"
Quando Glamour US ha dedicato la sua copertina di febbraio alle quattro ragazze di Girls per celebrarne l’ultima stagione (appena iniziata su Hbo), in quel mondo microscopico che è il Twitter italiano ne è nata una piccola, piuttosto sciatta, polemica, riflesso di quella più ampia che si è scatenata in lingua anglofona. Su quella copertina ci sono Lena Dunham, Allison Williams, Jemima Kirke e Zosia Mamet issate su quattro paia di monumentali zeppe Marc Jacobs, le stesse che in sfilata avevano un tono molto più gotico e decisamente meno zuccheroso. La foto è di quelle patinate da rivista femminile (e non di moda, perché esiste una differenza che è bene rimarcare) e i commenti si sono accaniti, tanto per cambiare, sul corpo di Dunham, come sempre dall’aprile del 2012, quando abbiamo conosciuto Hannah Horvath per la prima volta. Quella cellulite sulle gambe è forse quanto di più tangibile abbia prodotto il femminismo social di noi Millennial negli ultimi anni: un giornale che al posto della solita ragazza copertina, quella bianca, sorridente e/o ammiccante e sempre in forma, ne sceglie una sempre bianca, un po’ sovrappeso, con indosso un paio di pantaloncini che non nascondono le imperfezioni che le cosce delle donne possono avere, e sceglie di ritoccarla ovunque tranne che lì.
Il lancio della cover è coinciso con una presa di posizione da parte della redazione, che ha tenuto a ribadire come quel numero fosse stato interamente prodotto da donne: le ragazze della copertina, insomma, non erano le uniche a essere celebrate. Per quanto apprezzabile fosse l’intenzione, però, si è parlato inevitabilmente e soprattutto di quella cellulite, e di quanta poca giustizia rendesse all’intero movimento, e di come ne fossimo tutti in qualche modo scontenti, intanto perché la foto non era poi così esteticamente rilevante – e qui la rivista di moda fa la differenza, vedi come da AnOther Magazine avevano lavorato con la Primavera Estate 2014 di Rick Owens – e poi perché, ancora una volta, quella era la cellulite di Lena Dunham. Ma non avevamo finito di discutere del suo corpo? D’altronde, da quando la serie da lei scritta insieme a Jennifer Konner è arrivata sui piccoli schermi di tutto il mondo, non abbiamo fatto altro che parlare di quel corpo, tra chi lo osannava come rivoluzionario nel suo essere difforme e chi teneva invece a sottolinearne la normalità (perché di ragazze così in giro ce ne sono tante, basta prendere la metropolitana di una grande città, è che non sono rappresentate, non sono tutte mica come Charlize Theron, ma neanche come Emma Stone o Dakota Johnson, e lo sbaglio è tutto lì).
Come la stessa Dunham ha più volte dichiarato durante le interviste, l’attenzione nei confronti del suo aspetto fisico ha finito per sorprendere anche lei, che pure ha fatto del corpo il suo primo, e più veritiero, mezzo espressivo. Ha scritto Manhola Dargis nel commiato a sei voci del New York Times a Girls, «Ogni volta che il personaggio di Dunham, Hannah, mangia degli spaghetti o si spoglia di fronte alla telecamera, parla o fa sesso (…) è un momento di particolare rilevanza. In quei momenti, sta ridefinendo la bellezza femminile e il valore di una donna. Le donne possono avere moltissime forme, taglie e colori, ma non si direbbe a guardare i prodotti dell’arte o quelli della cultura pop, che per lungo tempo hanno venerato un certo di tipo di donne e relegato tutte le altre – e in particolare le donne di colore – ai margini o all’invisibilità». Un lascito innegabile di Girls sarà allora proprio questo: farci discutere accanitamente di corpi delle donne, sbatterceli in faccia così come sono, a volte sodi, a volte meno, quasi fastidiosi perché “realistici”, come le ormai celebri scene di sesso.
Glamour US February 2017 2
La stessa discussione sulla non diversità e l’egocentrismo così bianco delle protagoniste, è la diretta conseguenza e dimostrazione di questo discorso. Sì, Lena Dunham, ragazza prodigio figlia di artisti, è tanto bianca quanto il mondo che ha immaginato per le sue ragazze, una New York dove d’improvviso le radici più esotiche sembrano essere quelle inglesi di Jessa (Jemima Kirke) e dove i ragazzi neri, che compaiono di sfuggita solo nella seconda stagione come prima risposta alle critiche, sono anche repubblicani. Se è vero il principio secondo cui si può fare arte soprattutto con ciò che si conosce bene, a posteriori possiamo riconoscere un certo accanimento (pari almeno all’iniziale coro di lodi sperticate) nei confronti di Lena Dunham, la cui crescita artistica è avvenuta tutta sotto i riflettori, come quella di una baby star dal vezzo intellettuale. Hanno certamente contribuito al linciaggio social – che l’ha portata negli anni ad abbandonare Twitter e a ridurre drasticamente la sua attività su Instagram – alcuni suoi atteggiamenti poco digeribili, ma anche una pericolosa fusione fra il suo Io reale e quello fittizio, fra Lena e Hannah, che molto spesso hanno finito, agli occhi dello scrutinio pubblico, per confondersi e sciogliersi l’uno nell’altro.
Eppure una è un personaggio, il più delle volte odioso e costruito apposta per farci riflettere sull’inconsistenza narcisistica di una generazione – la nostra – e l’altra, ci piaccia o meno, è una donna vera. In principio è stata la piuttosto deludente autobiografia Not that kind of girl (Random House, 2014), quella del contratto milionario, ad attirarle l’odio di una foltissima schiera di commentatori seriali; più recentemente, sono arrivati alcuni suoi interventi in forma di attivismo offuscati da una quasi dolorosa inconsapevolezza del proprio ruolo sociale. Come quando ha dichiarato, con la più candida intenzione di denunciare l’importanza del programma Planned Parenthood, che avrebbe voluto aver subito lei stessa un aborto per sapere cosa si prova, o quando ha attribuito la sua drastica perdita di peso alla vittoria di Donald Trump: ma che davvero, Lena? Il suo femminismo e lo stesso suo concetto di attivismo, che tanto ci erano piaciuti quando nel 2015 ha lanciato la sua newsletter a tema donne, Lenny’s Letter – ispiratrice di moltissimi progetti che oggi nascono a tema girl power! che neanche le Spice Girls – sono diventati un’altra cosa.
Il matricidio, d’altronde, è più che compiuto, e cose migliori della serie scritta da Dunham ci sono già, basta pensare a FleabagBroad City o Master of None fra gli altri. Eppure sono cose che senza Girls non sarebbero esistite, così come quest’ultimo, a sua volta, non sarebbe potuta succedere senza Carrie Bradshaw e Sex and the City, da cui pure si discosta moltissimo. Anzi, la sua influenza è tutta lì e seppure, alla fine, non è stata la voce della sua generazione, certamente ha contribuito a fare in modo che altre voci – voci diverse, finora inascoltate e inclusive per davvero – venissero ascoltate per la prima volta, come sottolinea Jonathan Bernstein sul Guardian. Se penso a una scena di Girls che in qualche modo mi lega allo show e che credo lo dipinga bene anche a distanza di sei stagioni, è quella che conclude il terzo episodio della prima stagione, “All adventurous women do”, quando Hannah balla su “Dancing On My Own” di Robyn dopo aver realizzato – finalmente – che il suo ex era gay. All’inizio della scena, Hannah sceglie le parole per esprimere su Twitter quello che sta provando e cancella più volte la frase, prima di pubblicarne una che può capire solo lei e che di certo non contribuirà ad aumentare il suo seguito, che in quel momento ammonta a un poco onorevole ventisei follower. Eppure, sente il bisogno di scrivere qualcosa: in quei pochi secondi di ansia social è concentrato lo show che meglio ha parlato negli ultimi anni di scrittura, freelance e aspiranti letterati-giornalisti, e ansia del futuro in generale, senza mai darci una risposta rassicurante, mentre il ballo finale con la pure odiosa Marnie (Allison Williams) ci regala uno di quei momenti a metà fra la disperazione e l’assurdità che molte amiche condividono, magari senza colonna sonora. (Silvia Schirinzi)

mercoledì 13 aprile 2016

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
"Love", la serie di Apatow tra alti e bassi
"L’amore ai tempi di Netflix. La serie «Love», una nuova produzione originale della piattaforma di streaming, racconta lungo il corso di dieci episodi tra cinismo e buoni sentimenti, tra sarcasmo e dolcezza, la storia d’amore di Mickey e Gus. Due anime in pena, due trentenni molto ego riferiti che s’incontrano nel momento in cui entrambi sono cumuli di macerie sentimentali, appena scaricati dai rispettivi partner. I due non potrebbero essere più diversi, sembrerebbero male assortiti ma all’improvviso scatta l’amore, forse per colmare due solitudini, due simili disagi esistenziali, forse perché le loro stranezze in fondo si bilanciano. Diciamo subito che «Love» parla d’amore ma non è una commedia romantica, o meglio lo è secondo i canoni del cinema indipendente americano che hanno ormai valicato i confini dei film per estendersi a molte serie tv, da «Girls» a «Master of None» o «You’re the Worst». Il riferimento a «Girls» non è casuale perché anche la serie di Netflix è una creatura dello sceneggiatore e produttore Judd Apatow, già firma di molte commedie di Hollywood, che ha scritto «Love» con Paul Rust, anche interprete del protagonista maschile (quanto di più lontano dall’immaginario da «fidanzato della porta accanto») e un’altra sceneggiatrice di «Girls». Sullo sfondo c’è Los Angeles e non mancano i riferimenti «meta» all’industria dell’intrattenimento. La serie inizia con un passo lento e non cattura da subito, bisogna avere pazienza e seguire il procedere degli episodi per seguire con più empatia le vicende della volitiva Mickey e del timido Gus, entrambi spesso preda della loro immaturità. Complessivamente l’esperimento è riuscito a metà: molte chicche preziose di scrittura e interpretazione (come il personaggio della star bambina a cui Gus fa da insegnante privato sul set) si perdono in un racconto che procede tra molti alti e bassi, a volte avviluppato su se stesso". (Aldo Grasso, 12.04.2016)

giovedì 21 gennaio 2016

NEWS - Clamoroso al Cibali! Nel 2016 Netflix spenderà 6 bilioni di dollari in contenuti tv. La metà per le spille presidenziali di Frank Underwood?

News tratta da "Uproxx"
No one outside of Netflix HQ knows exactly how many people are watching House of Cards, or Master of None, or Unbreakable Kimmy Schmidt, especially not NBC, but it’s a lot. Or at least enough that Netflix, which used to be best known for those ubiquitous red envelopes that you still haven’t mailed back, can spend $6 billion on “content”. In 2016 alone.
That is, in this reporter’s opinion, a lot of money.
[Chief content officer Ted Sarandos] noted the company will have 600 hours of original programming in 2016 and disclosed this year’s budget: “We’re going to spend in 2016 about $5 billion dollars on content on a [profit and loss] basis, which means about $6 billion in cash.” That number includes content acquisition and original programming. (Via)
That is, in this reporter’s opinion, a lot of original programming. But Sarandos doesn’t believe in the #TooMuchTV debate. “We don’t think there’s too much TV,” he said (see?), “and if there is too much TV, someone else is going to have to slow down, because we have big plans for 2016 and beyond.”
But where is that $6 billion going? A few ideas:
-Jewelry emblazoned with “FU” (House of Cards)
-Motorcycle-jumping-off lessons (Wet Hot American Summer)
-Full-time employee who’s only responsibility is to say, “No, we don’t know when Arrested Development is coming back” (Arrested Development)
-Drugs (Narcos)

venerdì 15 gennaio 2016

NEWS - Un "Mr. Robot" per NBC! Il network ossessionato dagli ascolti di Netflix, cerca un esperto informatico che gli sveli il segreto

News tratta da "Vulture"
You know how sometimes, after a breakup, you stalk your ex's Instagram photos to see if she's got a new man? And you know how, after that, you'll keep finding ways to drive past her house to see if there's another car in her driveway? And you know how, other times, you'll hire a PI to trail her every movement? That's how NBC feels about Netflix's ratings, which the streaming giant infamously keeps under wraps. The network is so obsessed with finding out just how many people are watching Netflix shows that it hired a tech company to use audio recognition software to get viewership estimates for a handful of streaming shows, and then announced its findings onstage Wednesday during a presentation at the TCAs. If these results are true — which, we assume, Netflix will say they aren't — Jessica Jones saw an average audience of 4.8 million viewers per episode, which according to these numbers makes it roughly as popular as American Crime; Narcos landed at 3.2 million per episode, a little less than Sleepy Hollow; and Master of None came in with an even 3 million, near Last Man on Earth. (Amazon's Man in the High Castle reportedly had 2.1 million viewers per episode, about the same as Truth Be Told.) Again, it's unclear how seriously we should take these numbers, but, regardless, this is possibly the shadiest thing we've ever seen.

martedì 5 gennaio 2016

LA VITA E' UNA COSA SERIAL - Sono strane e anche serial. Viaggio tra le "strambe" delle serie tv (a cominciare dalla "friend" capofila Phoebe)

Articolo di Arnaldo Greco per "Rivista Studio"
Quando ho visto Lisa Kudrow sul palco assieme a Taylor Swift per cantare Smelly cat (“Gatto Rognoso”) ho capito che la rivincita era completata. Non che la cosa non fosse chiara già da un pezzo, ma quell’immagine la rendeva palese. Ciò che resta maggiormente di Friends è Phoebe Buffay. Il resto vivacchia, resiste come eco, come ricordo, al massimo come citazione. Ma di Phoebe è zeppa la televisione di oggi. Si girano un bel po’ di sit-com classiche in cui si continua a usare l’amico strambo come contorno – il tizio con la sensibilità fuori dal mondo che non ha pudore a dire ai protagonisti che il re è nudo ogni puntata, perché fa ridere – ma non mi capita mai di vedere una delle serie tv che “fanno parlare”, quelle che prendono i premi, senza la certezza che a un certo punto uno dei protagonisti mi faccia pensare “pure qui un’altra Phoebe Buffay”.
Durante le oltre duecento puntate di Friends, il bilanciamento tra i vari personaggi non è mai cambiato. Poteva capitare che a uno dei sei protagonisti nascesse un figlio, morisse un parente o perdesse il lavoro, ma gli altri cinque non potevano fare da comprimari. Avevano la loro trama. Striminzita o secondaria nei termini del coinvolgimento emotivo degli spettatori, non come spazio. A Ross nasceva il primo figlio, Joey assisteva al parto di una ragazza madre appena conosciuta, Rachel flirtava con un dottore, Phoebe faceva da paciere tra Ross e la nuova compagna della moglie, etc. Era, però, altrettanto chiaro che il centro dell’azione fosse il salotto di Monica e Rachel (poi Chandler), al massimo l’abitazione di fronte o il locale sotto casa. Tutto orbitava lì attorno. Ci si allontanava un po’, a turno, ma si ritornava sempre lì. L’orbita più distante è sempre stata quella di Phoebe, persino negli episodi in cui abitava in quella casa. Là cercava il saltuario calore della famiglia mentre gli altri, chi più chi meno, cercavano un luogo fisso dove evitare la propria. A volte perfino in maniera un po’ forzata. Tant’è vero che chiunque almeno una volta ha pensato: “Perché è amica di queste persone?”.
Per farla breve ho sempre avuto l’impressione che Phoebe fosse la più sacrificabile tra i sei. Non che non fosse simpatica – era anzi la preferita di molti fan – e spesso risultava essere la cosa migliore di un episodio, ma il suo apporto allo sviluppo della storia, sulla lunga durata, era praticamente nullo (per esempio non troverà la conclusione della “sua” vicenda, unica tra tutti e sei, nell’ultimo episodio. Si sposerà a metà dell’ultima serie mentre tutti gli altri cambieranno la propria vita nelle ultime scene). Abbiamo sempre avuto l’impressione che avesse tanto da dire e niente di raccontabile. Ci piaceva la sua alienità, ma poi ci interessava di più che Ross e Rachel si mettessero assieme o che Monica e Chandler si comportassero da persone serie. O che tutti trovassero un lavoro vero. O che lo trovassero il più tardi possibile in modo da continuare a cazzeggiare.
Avevo torto. Perché oggi delle vite delle Monica e delle Rachel non ci interessa quasi niente. Da quanto tempo non vediamo una serie con un personaggio ordinario come Monica Geller protagonista non lo so neanche. Guardereste una serie su una ragazza maniaca della pulizia che vuole fare la cuoca? La cuoca ancora ancora, ma facciamo che intanto è incinta perché il fratello le ha chiesto di impiantare nel suo utero il figlio che vorrebbe avere con l’anziana professoressa di scuola con cui è fuggito (cosa davvero successa a Phoebe). Una serie su una figlia di buona famiglia che vuole provare a farcela da sola a New York e fa la cameriera in attesa che le si presenti un’occasione? Siamo seri. È troppo poco. Facciamo che uno spirito è migrato in lei così che possa alternare espressioni proprie a esclamazioni dello spirito (altra cosa successa in Friends). O che la mamma s’è suicidata ma – attenzione – lei crede che il suo spirito sia trasmigrato in un gatto (successo anche questo, ovviamente). Ecco che il pitch già suonerebbe più attuale.
Se non vestisse come un personaggio di un film del Sundance in uno sketch del Saturday Night Live non ne guarderemmo neanche il pilota. Ora, non è che voglia sopravvalutare Friends o Phoebe oltre quanto già meritino, dopotutto negli stessi anni dello show cresceva il Sundance che è il vero mandante morale del “quirky”, geniale definizione di qualcosa che sa essere “strano e carino” al tempo stesso (non a caso nell’Urban dictionary “Phoebe” risulta come primo esempio della definizione di “quirky”). Ma Phoebe è stata fondamentale per abituare al quirky quelli che poi avrebbero adorato Dharma & Greg, Miranda July, Little Miss Sunshine, eccetera.
Phoebe ha anche avuto l’obbligato difetto della stanchezza del personaggio: alla nona stagione potevano pure decidere che avrebbe raccolto chewing-gum dai marciapiedi per fare qualcosa per la pace nel mondo (no, questo non l’hanno fatto davvero), ma così ha anche sdoganato quella stanchezza che ci fa passivamente accettare qualsiasi stramberia all’insegna dell’ormai vale tutto. Che dal mio punto di vista è il grande difetto di, per esempio, Unbreakable Kimmy Schmidt, qui messo giù bene in un inaspettato autodafé.

O Transparent, in cui da contorno a Maura che vive il vero conflitto, per cui siamo curiosi di vedere gli episodi, dobbiamo sorbirci le bizzarre avventure senza capo né coda dei tre figli e fingere di credere davvero che una risposta come questa che segue alla domanda «Che cosa mangi?» sia spiazzante o rivelatoria di qualcosa e non solo quirky. (Nota bene: stiamo usando quirky senza alcun significato dispregiativo).
Potrei trovare analoghi esempi pure in Modern Family o in The Last Man on Earth o Parks and Recreation (quasi tutti show che guardo avidamente, intendiamoci, l’intrattenimento davvero scarso è altrove) ma soprattutto Girls che, per me, è l’apoteosi del Phoebismo. Tra le quattro protagoniste ci sono almeno tre Phoebe e nessuna Monica. A malapena una Rachel, cioè Marnie. Le altre: Shoshanna è evidentemente una Phoebe rimasta sotto qualche acido, Hannah è una Phoebe che deve ancora rinunciare all’idea che per stare bene devi combinare qualcosa nella vita e perfino Jessa è chiaramente una Phoebe a cui è stato brutalmente sradicato ogni senso dell’umorismo. Anche perché, dopotutto, noi sappiamo perfettamente come sarebbe una Phoebe senza senso dell’umorismo. Ogni tanto, in Friends, faceva capolino Ursula, la sorella gemella “cattiva” di Friends. Che non era solo una parodia delle gemelle cattive delle telenovelas, ma anche una parodia di Phoebe stessa. Ed ecco qui una scena: ditemi se non è uguale a Jessa, perfino nell’espressione.
Ovviamente per non cadere negli stereotipi c’è anche un quirky maschile. Per rimanere sempre in tema Girls.
O, ancora meglio, Master of None.

Non ho citato tutti questi show per accusarli di limitarsi al “quirky” (tranne forse UKS, quello è solo quirky e basta), ma perché a mio parere personaggi che richiedono una sospensione dell’incredulità perfino superiore a quella richiesta dai Fantastici 4 diventano meno efficaci – è il loro limite – quando l’ambizione sarebbe, oltre a intrattenere, anche quella di raccontare cose “significative”. Da un po’ di anni a queste parte usiamo “superficiale” anche come complimento. Ne capisco il senso. Ma è altrettanto vero che certi show possono essere superficiali e basta, senza alcuna nuova accezione.
Al momento c’è, però, in onda un personaggio che a suo modo rappresenta già una presa in giro del quirky ed è Peggy Blumquist, interpretata da Kirsten Dunst nella seconda stagione di Fargo.
Perché mentre la naiveté dei personaggi citati finora è l’espediente per farla franca sempre e comunque, in qualsiasi situazione, episodio dopo episodio, per Peggy è una condanna (no spoiler, non ho ancora idea di come prosegua la serie mentre scrivo, basta un episodio per comprendere quanto sia una condanna a prescindere dallo sviluppo). La sua stramberia la mette in pericolo, la costringe a mentire, la fa impazzire. È perfettamente in linea con la serie: le storie di Fargo sono piene di stupidi. Ma se il marito è più simile agli stupidi della prima stagione, stupidi evangelici, del tipo “beati i poveri di spirito perché di essi è il regno dei cieli”, la stupidità di Peggy, invece, è negativa. È un quirky antipatico. Che sia, però, l’anticipo di una nuova tendenza è forse più una speranza che una possibilità.

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