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venerdì 17 marzo 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
In "Big Little Lies" viaggio nell'abisso dell'inganno

"Meno male che la serialità americana era finita, vittima dell'inflazione, ormai in piena crisi creativa e con forti segnali di stanchezza. Meno male che bisognava tornare alla pagina scritta... Poi arriva «Big Little Lies», non più casalinghe ma milionarie disperate, non più i sobborghi residenziali di Wisteria Lane ma l'assolata e snob Monterey, in California, un paesaggio che sembra nascere dalle dismisure sociali di chi lo abita, dai loro eccessi formali di donne che appartengono all'uppermiddle-class (Sky Atlantic, mercoledì, ore 21.15). La serie Hbo è tratta dall'omonimo romanzo di Liane Moriarty ed è stata ideata dal grande David E. Kelly (quello di «The Practice», «Ally McBeal», «LA Law»...). Tutto prende le mosse da un omicidio che si consuma durante una festa e in parallelo alla storia principale (tre amiche e madri alle prese con la vita privata e professionale) ci sono i flashforward degli interrogatori della polizia che commentano l'accaduto, quasi a rappresentare un coro da tragedia. Un coro di malignità, di invidie, di bugie, appunto. Reese Witherspoon interpreta Madeline Martha Mckenzie, ricca ma con problemi con i figli e il giovane secondo marito; Nicole Kidman è la sua amica Celeste Wright, apparentemente ben sposata e felice; e Jane Chapman è una madre single, appena arrivata in città, un elemento di disturbo, visto che il figlioletto Ziggy viene accusato di aver voluto strozzare una compagna di scuola. Ci saranno svolte inaspettate lungo il cammino ma intanto, dalle prime puntate siamo invischiati in un caotico puzzle culturale, fatto di affermazioni sociali e illusioni emotive, di paradossi e ripugnanze. Il pregio maggiore di «Big Little Lies» consiste nel tratteggiare un affresco psicologico di grande complessità capace di squarciare il lusso esibito, le ville sul mare, le famiglie da sogno per sondare l'abisso di chi, ingannato, si rallegra mestamente dell'inganno". (Aldo Grasso)

mercoledì 15 marzo 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
IL - Magazine de Il Sole 24 ore
Ecco perché "Big Little Lies" è la serie dell'anno
"Big Little Lies è come l’incidente sulla carreggiata opposta: sei sempre lì a guardarlo ma non sai perché. A ben vedere motivi ce ne sarebbero eccome, a cominciare dal livello interpretativo di un cast notevole. C’è un’intensa Nicole Kidman, madre di gemellini-Ken e moglie sbertucciata di banchiere milionario nonché formidabile performer a chiamata su Skype; un’ancor più formidabile Reese Witherspoon nella parte del personaggio che più di tutti lombrosianamente pare assomigliarle, una grintosa piccoletta dai desideri più grandi – e sconci – della propria estensione alare, un’instancabile parlatrice a tacco dodici diurno, una madre apprensiva, una moglie così. Sono madri anche la terza e quarta protagoniste femminili: la milionaria Renata (pronuncia “r’na’duu”), appena entrata nel board di PayPal e fiera proprietaria di casa scarfaceiana vista oceano e – qui un po’ meno fiera – di marito barbudo mezzo scemo del tipo che fuma di nascosto un tiro di sigaretta all’anno e si fa pure beccare; e Jane, la madre “chi vive in baracca”, costretta a tirar su da sola un ragazzetto dal volto ceruleo di nome Ziggy. Sono tutte madri perché la miniserie – sette puntate in onda su Hbo a partire dal 19 febbraio e su Sky Atlantic dal 15 marzo – si sviluppa intorno a una scuola elementare fighetta di Monterey, la prima capitale della California, già in stato di semi-abbandono negli anni 90 prima che i denari della Silicon Valley la ripopolassero ai principi del millennio. La vicenda – che è poi tratta dall’omonimo romanzo aussie di Liane Moriarty, adattato per la tv da quel David E. Kelley già ampiamente raccontato su queste pagine a partire dal recente Goliath in giù (The Practice, Ally McBeal, LA Law) – dipana da qui, dalla classe dei bimbi, per poi allargare a comprendere tutto un insieme di insta-classics montereyani: i grandi terrazzamenti privati sull’onda del Pacifico che si infrange un metro sotto, il bar sul molo per i discorsi tra ragazze post liberazione da pargolo, i capienti Suv molto ben assettati aerodinamicamente che accarezzano le curve a picco sulla scogliera che proprio qui comincia quell’increspatura che sublimerà nel resto del Pacific Northwest. C’è chi ci ha visto anche altri tic ricorrenti: il fiorire della domotica, una musica generalmente superlativa – a partire dalla sigla dove suona quel capolavoro assoluto che è Cold Little Heart di Michael Kiwanuka – e la messa in Costituzione via Kravitz (nel senso di Zoe) dell’organic/yoga/sensitive/strong moral compass. A frazionare periodicamente la pace visiva e sonora spuntano flashforward polizieschi che ci annunciano lo snodo della storia: qualcuno morirà, e sarà per via violenta. A questo punto parte il toto-truffa del chi-è-chi (truffa perché se si legge il libro eccetera), ma non è una roba trascendentale. Cioè interessa, sì, ma fino a un certo punto. Lo spettatore non fremerà dal desiderio di conoscere il tragico accadimento, tutt’altro. Infatti, lo spettatore si sorprenderà di quanto poco gli interessi chi vada giù dalla scogliera preso com’è dalle movimentate – seppur in fondo immobili – vicende di quest’America ultraliberal di servizio, che nella sfera pubblica ha fatto il proprio dovere votando come si conviene alle ultime presidenziali ma che sa perfettamente che le regole del gioco sono cambiate, e che tutto il meglio va trattenuto a sé, nell’interiorità, tra la villa e il mare".

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