L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
"The Catch", lo Shondaland che non convince
"Una
Shonda un po' di maniera, tra spy story e soap opera. The Catch narra
le avventure (e disavventure) di Alice Vaughan (Mireille Enos),
l'investigatrice privata più glamour di Los Angeles. La sua agenzia ha i
più importanti clienti della città, ma un cedimento sentimentale fa
saltare il banco.
Quando a pochi giorni dal matrimonio il suo fidanzato Benjamin Jones
(Peter Krause) scompare nel nulla senza lasciare traccia, Alice non ha
il tempo di piangere la fine di un amore: una colossale truffa rischia
di rovinarle vita e carriera (FoxLife, lunedì, ore 22). The Catch è
Shonda Rhimes (Grey's Anatomy, Scandal, Le Regole del delitto perfetto),
nel senso che nessuna serie è così marchiata e individuabile come
quelle che scrive Shonda. Lei stessa ha teorizzato la costruzione
dell'universo Shondaland: «Scrivere per la tv è totalmente diverso dallo
scrivere per il cinema. Un film è la visione diretta del suo regista,
ma il medium televisivo appartiene agli sceneggiatori: quando uno dei
miei show va in onda è esattamente come l'avevo immaginato». Anche qui
la storia principale, che ha per protagonista una donna che ricopre un
ruolo di responsabilità, non risparmia intrighi e sentimenti, colpi di
scena ed emozioni, abiti firmati e passioni travolgenti. C'è però un
indizio tecnico poco convincente: l'uso esagerato dello split screen (lo
schermo frazionato in diverse inquadrature), quasi a voler tenere
insieme più storie che rischiano di sfuggire di mano. Senza rivelare
nulla, The Catch si regge su opposizioni. Il famoso Mister X che la
Anderson/Vaughan Investigations tenta di smascherare è anche l'uomo di
cui Alice è innamorata, peraltro contraccambiata. La caccia al ladro è
anche caccia all'amore. La solare ambientazione californiana, un po'
plasticosa, stinge ogni contrasto in commedia, o quasi. E non c'è niente
di più difficile che costruire un giallo svelando sin dalla prima
puntata il garbuglio". (Aldo Grasso, 04.05.2016)
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giovedì 5 maggio 2016
lunedì 19 novembre 2012
Stracult e Stracotti - …ovvero la serie che questa settimana va su e quella che inevitabilmente va giù. Parola di Stargirl!
Alcune serie tv riescono a toccare le corde giuste, a emozionarci
e coinvolgerci a tal punto, da far sì che i personaggi diventino parte del nostro
mondo.
Altre serie tv hanno un ulteriore pregio: la capacità di spingersi oltre e
raggiungere i punti più intimi e profondi dello spettatore e instaurare con
esso un rapporto unico, destinato a durare nel tempo.
È il caso di Parenthood, la serie di Jason Katims in onda da quattro anni
sulla Nbc e stracult di questa settimana.
Non è la prima volta che parliamo dello show che ha per protagonista la famiglia Braverman, composta da attori del calibro di Lauren Graham, Peter Krause e Monica Potter, solo per citarne alcuni.
Perché sì, i protagonisti di questo family drama, meriterebbero di essere citati uno a uno, dal più piccolo Tyree Brown, al più attempato, Craig T. Nelson, passando per i giovanissimi Mae Whitman e Miles Heizer, fino a Erika Christensen o Bonnie Bedelia.
Partendo sin dall’inizio con un potenziale da far invidia ad altre pietre miliari del drama familiare, come Brothers & Sisters o Desperate Housewives per certi versi, Parenthood in questi anni è riuscito se possibile, anche a superarsi.
Ha saputo andare aldilà del romanzo narrativo corale, dando spazio gradualmente e senza mai annoiare, alle storie dei singoli, scandagliando e approfondendo la psicologia di ciascun personaggio, senza trascurarne nessuno e focalizzando l’attenzione su particolari mai banali o trascurabili, ma ogni volta fondamentali e significativi ai fini della storyline generale.
Ed è proprio questa l’arma vincente della serie di Katims, la capacità di portare in scena il quotidiano di ogni piccolo ramo della famiglia Braverman, che episodio dopo episodio, contribuisce a creare un albero solido e robusto, rappresentato da una famiglia alla quale ognuno di noi, tutto sommato, vorrebbe appartenere.
Non è la prima volta che parliamo dello show che ha per protagonista la famiglia Braverman, composta da attori del calibro di Lauren Graham, Peter Krause e Monica Potter, solo per citarne alcuni.
Perché sì, i protagonisti di questo family drama, meriterebbero di essere citati uno a uno, dal più piccolo Tyree Brown, al più attempato, Craig T. Nelson, passando per i giovanissimi Mae Whitman e Miles Heizer, fino a Erika Christensen o Bonnie Bedelia.
Partendo sin dall’inizio con un potenziale da far invidia ad altre pietre miliari del drama familiare, come Brothers & Sisters o Desperate Housewives per certi versi, Parenthood in questi anni è riuscito se possibile, anche a superarsi.
Ha saputo andare aldilà del romanzo narrativo corale, dando spazio gradualmente e senza mai annoiare, alle storie dei singoli, scandagliando e approfondendo la psicologia di ciascun personaggio, senza trascurarne nessuno e focalizzando l’attenzione su particolari mai banali o trascurabili, ma ogni volta fondamentali e significativi ai fini della storyline generale.
Ed è proprio questa l’arma vincente della serie di Katims, la capacità di portare in scena il quotidiano di ogni piccolo ramo della famiglia Braverman, che episodio dopo episodio, contribuisce a creare un albero solido e robusto, rappresentato da una famiglia alla quale ognuno di noi, tutto sommato, vorrebbe appartenere.
Ci sono poi altre serie tv che, dopo molti anni, riescono sì
ancora a emozionare, ma non come una volta.
Alcuni telefilm, nel corso degli anni, hanno perso il brio che avevano all’inizio, le storie hanno cominciato a farsi via via ripetitive e prevedibili, e le lacrime, quelle vere e sincere, riaffiorano sul volto dello spettatore solo di fronte a una delle innumerevoli tragedie nel plot.
È il caso per esempio di Grey’s Anatomy che ha inaugurato la
Alcuni telefilm, nel corso degli anni, hanno perso il brio che avevano all’inizio, le storie hanno cominciato a farsi via via ripetitive e prevedibili, e le lacrime, quelle vere e sincere, riaffiorano sul volto dello spettatore solo di fronte a una delle innumerevoli tragedie nel plot.
È il caso per esempio di Grey’s Anatomy che ha inaugurato la
la nona (e onestamente si spera ultima) stagione con una serie di
episodi dolorosi e difficili, che spesso ci hanno lasciato con un sapore amaro
in bocca e fiumi di lacrime da asciugare.
Questa prima parte di stagione ha convinto meno del solito tanto
il pubblico quanto la critica, e le scelte di Shonda Rhimes appaiono ormai
azzardate e in alcuni passaggi troppo forzate.
Troppo dolore, troppa sofferenza, così troppa da trasformarsi,
paradossalmente, in banalità.
Ciascun personaggio ha una cicatrice più o meno profonda da
rimarginare, ognuno una tragedia da superare (l’ennesima), e le lacrime, sotto
alcuni punti di vista, iniziano a diventare troppe. Siamo pur sempre di fronte
a una serie tv, e non per forza dobbiamo ridurre tutto a un cumulo di kleenex
accanto al divano. Alcune serie, dovrebbero aver la capacità di commuovere ed
emozionare non soltanto per la dipartita di un personaggio, quanto piuttosto per
quei piccoli dettagli riscontrabili anche nel nostro quotidiano, ed è proprio
qui che la Rhimes cade, dove invece Katims, riesce a meraviglia.
martedì 3 luglio 2012
L'EDICOLA DI LOU - Stralci e commenti sui telefilm tratti dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
Quella famiglia ha vinto la sfida
"Il rischio che la terza stagione di «Parenthood» dimostrasse che la serie aveva in realtà esaurito le buone idee, che il tema delle relazioni familiari e del loro complicato dispiegarsi nella vita di tutti i giorni costituiva ormai un filone esaurito era forte. La conclusione della seconda stagione aveva infatti dato qualche avvisaglia di stanca, lasciando presagire un inevitabile calo narrativo (Joi, Mediaset Premium, sabato, ore 21.15). Invece la pausa ha fatto bene al telefilm: per quello che si è potuto vedere in queste prime puntate della nuova stagione, le vicende dei Braverman continuano a catturare e coinvolgere. Certo, a tratti la serie cede a un tono troppo «soapizzato», ma il telefilm rimane sicuramente uno dei migliori family drama visti negli ultimi tempi. Il segreto della serie ideata da Jason Katims è paradossalmente proprio la sua semplicità: «Parenthood» regala quello che promette, ovvero un racconto profondo ed emotivo di cosa voglia dire essere genitore e cosa essere figlio nelle diverse fasi della vita, attraversando diverse generazioni. Il suo aspetto migliore è la capacità di tratteggiare i caratteri dei personaggi, con i loro dialoghi disordinati e sovrapposti per catturare la spontaneità del parlato, con i loro problemi «normali», e le loro reazioni spesso sbagliate alle piccole e grandi difficoltà della vita di tutti i giorni. Ciascuno dei figli della famiglia Braverman costituisce un piccolo nucleo narrativo a sé, da cui si diramano, intrecciandosi armoniosamente, tutte le diverse storie. C' è la volitiva e inquieta Sarah (Lauren Grahm), divisa tra sofferenze del passato e future speranze. C' è Adam (Peter Krause), destinato a portare sulle sue spalle il peso di tutte le responsabilità. E poi Crosby (Dax Shepard), eterno Peter Pan costretto quasi a suo malgrado a una profonda maturazione".
(Aldo Grasso, 01.07.2012)
CORRIERE DELLA SERA
Quella famiglia ha vinto la sfida
"Il rischio che la terza stagione di «Parenthood» dimostrasse che la serie aveva in realtà esaurito le buone idee, che il tema delle relazioni familiari e del loro complicato dispiegarsi nella vita di tutti i giorni costituiva ormai un filone esaurito era forte. La conclusione della seconda stagione aveva infatti dato qualche avvisaglia di stanca, lasciando presagire un inevitabile calo narrativo (Joi, Mediaset Premium, sabato, ore 21.15). Invece la pausa ha fatto bene al telefilm: per quello che si è potuto vedere in queste prime puntate della nuova stagione, le vicende dei Braverman continuano a catturare e coinvolgere. Certo, a tratti la serie cede a un tono troppo «soapizzato», ma il telefilm rimane sicuramente uno dei migliori family drama visti negli ultimi tempi. Il segreto della serie ideata da Jason Katims è paradossalmente proprio la sua semplicità: «Parenthood» regala quello che promette, ovvero un racconto profondo ed emotivo di cosa voglia dire essere genitore e cosa essere figlio nelle diverse fasi della vita, attraversando diverse generazioni. Il suo aspetto migliore è la capacità di tratteggiare i caratteri dei personaggi, con i loro dialoghi disordinati e sovrapposti per catturare la spontaneità del parlato, con i loro problemi «normali», e le loro reazioni spesso sbagliate alle piccole e grandi difficoltà della vita di tutti i giorni. Ciascuno dei figli della famiglia Braverman costituisce un piccolo nucleo narrativo a sé, da cui si diramano, intrecciandosi armoniosamente, tutte le diverse storie. C' è la volitiva e inquieta Sarah (Lauren Grahm), divisa tra sofferenze del passato e future speranze. C' è Adam (Peter Krause), destinato a portare sulle sue spalle il peso di tutte le responsabilità. E poi Crosby (Dax Shepard), eterno Peter Pan costretto quasi a suo malgrado a una profonda maturazione".
(Aldo Grasso, 01.07.2012)
sabato 7 gennaio 2012
Stracult e Stracotti …ovvero la serie che questa settimana va su e quella che inevitabilmente va giù.Parola di Stargirl!
Giunto a metà della terza stagione indenne e senza aver perso colpi, Parenthood, la serie firmata Jason Katims (Friday Night Lights) merita questa settimana un posto d’onore negli Stracult, in vista soprattutto della crisi attraversata dal family drama, Desperate Housewives docet. Stabile sugli oltre cinque milioni di spettatori, risultato ottimo per un network come la Nbc, la saga dei Braverman che conta tra i suoi protagonisti attori eccellenti come Peter Krause, Lauren Graham e Monica Potter, piace al pubblico perché racconta con delicatezza e intensità, gioie e dolori della moderna famiglia americana, dando vita a una storia corale ricca di spunti interessanti. Rilettura contemporanea dell’omonimo film diretto da Ron Howard nel 1989, Parenthood conta su una sceneggiatura forte e ben strutturata, un cast invidiabile e una regia impeccabile, elementi che uniti insieme, lo rendono una delle migliori prime time novel della tv d’oltreoceano.
In cuor mio non mi sarei mai aspettata di scriverlo, tantomeno di pensarlo, ma il momento è arrivato anche per una delle tre migliori serie realizzate negli ultimi anni: Dexter, la cui sesta stagione appena conclusa, finisce purtroppo nella categoria Stracotti. Per lo show interpretato dall’incredibile Michael C. Hall, una piccola battuta d’arresto, dovuta più che altro all’altissimo livello qualitativo cui ci ha abituato dalla prima stagione a oggi, che quest’anno è venuto meno, vuoi per la troppa carne al fuoco nelle storyline secondarie, vuoi per un killer (Colin Hanks) per nulla all’altezza di Trinity e dei suoi predecessori.
Una sceneggiatura a tratti approssimativa e a tratti confusa, non rende onore a uno dei migliori personaggi del piccolo schermo, nonostante le interessanti premesse: l’ennesimo confronto tra uomo di fede e uomo di scienza, tema già affrontato in diverse salse anche in altre serie tv, da Lost a The Walking Dead, aveva gettato le basi a una stagione introspettiva e riflessiva, risolta invece troppo velocemente.
Un anno di transizione, in cui lo stesso Hall appare sottotono e meno brillante del solito, ma ugualmente convincente nel dare voce e anima al suo personaggio che nonostante tutto riesce a risultare intenso e convincente anche in piena crisi del “sesto anno”. Armiamoci quindi di speranza e ottimismo e auguriamoci che la prossima stagione per l’ematologo più controverso della storia, possa essere quella della rinascita.
Una sceneggiatura a tratti approssimativa e a tratti confusa, non rende onore a uno dei migliori personaggi del piccolo schermo, nonostante le interessanti premesse: l’ennesimo confronto tra uomo di fede e uomo di scienza, tema già affrontato in diverse salse anche in altre serie tv, da Lost a The Walking Dead, aveva gettato le basi a una stagione introspettiva e riflessiva, risolta invece troppo velocemente.
Un anno di transizione, in cui lo stesso Hall appare sottotono e meno brillante del solito, ma ugualmente convincente nel dare voce e anima al suo personaggio che nonostante tutto riesce a risultare intenso e convincente anche in piena crisi del “sesto anno”. Armiamoci quindi di speranza e ottimismo e auguriamoci che la prossima stagione per l’ematologo più controverso della storia, possa essere quella della rinascita.
lunedì 11 luglio 2011
L'EDICOLA DI LOU - Stralci e commenti sui telefilm dai giornali italiani e stranieriCORRIERE DELLA SERA
La parabola discendente dei telefilm rappresentata da "Parenthood"
"Lo strano e ingiusto destino dei telefilm. Fino a due o tre anni fa, alcune serie americane facevano il pieno: gradimento della critica, successo di pubblico, capacità di «reggere» tranquillamente le serate (prima o seconda) della tv generalista. Poi qualcosa è cambiato. Ulteriore segnale di questo cambiamento, l'atteso risultato poco significativo di «Parenthood», la saga familiare, spin-off di un film di Ron Howard, che Canale 5 ha lanciato in prime time. Certo, siamo d'estate, fuori dalla «garanzia», gli ascolti complessivi sono più bassi, ma anche qui qualcosa è cambiato: con le nuove reti digitali e l'offerta pay sempre più aggressiva, la generalista non può perdere troppo terreno nemmeno d'estate, e forse il concetto stesso di «periodo di garanzia è superato». Fatto sta Mediaset ha avuto senz'altro coraggio: «Parenthood», col bravo Peter Krause, è una serie complessa, che tratta temi importanti come la Sindrome di Asperger. Gli spettatori delle prime due puntate sono stati 2.245.000, per uno share medio del 10,8%. Quella stessa sera la ben meno raffinata serie made in Italy del «Commissario Rex» ha meglio incontrato le richieste del pubblico, raccogliendo oltre 3 milioni e 800.000 spettatori (17,2% di share). Sebbene «Parenthood» non abbia la forza di reggere una prima serata, il profilo del pubblico è incoraggiante: un'audience femminile (13% di share), decisamente giovane (miglior share sui venti/trentenni, col 16,4% di share). Ecco perché Mediaset ha deciso di non rinunciarvi: la serie resta su Canale 5, ma in seconda serata. L'impressione complessiva è che, a fronte di contenuti che restano molto alti e raffinati, come i drama, la tv generalista italiana non abbia ancora trovato un contenitore adeguato per trasmetterli e valorizzarli".
(Aldo Grasso, 11.07.2011)
martedì 12 agosto 2008
NEWS - Morte a "Dirty Sexy Money"...Ma a chi tocca?Si dice che Greg Berlanti, produttore di "Dirty Sexy Money", stia per girare il pollice all'ingiù su un personaggio presente dall'esordio della serie. La necessità è una sorta di ricambio nel cast, per dare più vitalità alle storie. Nel far crescere i telefilm in corsa, aggiustando il tiro (e gli ascolti), Berlanti è una sorta di maestro: si veda anche quanto fatto in "Brothers&Sisters". Chi sarà il predestinato? Fa parte della famiglia dei Darling o bisogna cercare fuori...? Chiunque sia, avvisate Peter Krause di "Six Feet Under" affinchè gli dia una degna sepoltura...!
martedì 15 gennaio 2008

NEWS - Per tutte le Dynasty, da stasera nessun perda "Dirty Sexy Money"! Ma ha più palle il trans al centro della nuova serie su Fox o la mitica Alexis Carrington???(Adnkronos) - Eletta sia da 'Entertainment Weekly' che da 'Variety' come una delle migliori nuove serie dell'anno, 'Dirty sexy money' debutta stasera in prima visione assoluta in Italia su Fox (canale 110 di Sky) e sara' in onda ogni martedi' alle 21.50. Protagonisti sono il giovane avvocato idealista e altruista Nick George (Peter Krause, 'Six Feet Under', 'Sports Night') e la famiglia Darling, potentissimo clan di New York, la cui immensa e assurda ricchezza e' oscurata solo dall'eccentricita' dei suoi membri: il capofamiglia Tripp Darling (Donald Sutherland, 'M.A.S.H.', 'Una Squillo per l'Ispettore Klute', 'Novecento'), uomo potente, apparentemente affabile e ben inserito nell'ambiente politico; la moglie Letitia (Jill Clayburgh, 'Frasier', 'Ally McBeal'), annoiata e insoddisfatta, e i loro figli, che hanno una spiccata propensione a cacciarsi nei guai e a mettere in imbarazzo il patriarca. Patrick Darling (William Baldwin, 'Affari Sporchi', 'Waterfront') e' il primogenito in corsa per il Senato che, dietro a un matrimonio di facciata, nasconde un'amante transessuale; Karen Darling (Natalie Zea, 'CSI', 'The Shield') e' 'affascinante 'divorziata seriale' che sta per impalmare il quarto marito; Brian Darling (Glenn Fitzgerald) e' un reverendo protestante, padre di famiglia, cinico ed opportunista, con un figlio illegittimo che non vuole riconoscere; e infine ci sono i gemelli Juliet e Jeremy Darling, interpretati da Samaire Armstrong ('The O.C.') e Seth Gabel ('Nip/Tuck', 'CSI'), scapestrati, inconcludenti e interessati solo a spendere una fortuna in feste, abiti, gioielli e svaghi di ogni genere? Nick e' cresciuto all'ombra della potente dinastia e non ha mai voluto avere a che fare con i continui scandali e la corruzione ai quali i Darling sono da sempre associati. Per anni, e' stato compito di suo padre - avvocato di fiducia e consigliere della famiglia - risolvere i guai, assecondare le stravaganze dei Darling e proteggerne i segreti ad ogni costo. Ma la vita di Nick cambia il giorno in cui il padre muore precipitando con l'aereo della famiglia. Tripp riesce a convincerlo a prenderne il posto, offrendogli un lauto compenso e la gestione di enormi fondi da devolvere in beneficenza. E accettando di lavorare per loro, Nick potra' cercare di chiarire le circostanze ambigue in cui e' morto il padre. Riuscira' Nick a trovare il tempo per "fare del bene" al prossimo, mentre dovra' fare da avvocato, consigliere, psicologo e tuttofare per i Darling, occupandosi, 24 ore su 24, di sevizi fotografici, notti brave concluse con arresti, video compromettenti da togliere dal mercato dei tabloid, feste sfarzose sul ponte di Brooklin, amanti, complotti e figli segreti? Gli intrighi, gli eccessi, le sfarzose ambientazioni abbinati ad una sottile ed intelligente ironia, hanno portato la critica americana a definire la serie un esilarante e riuscitissimo mix tra la classica saga famigliare alla 'Dynasty' e il sofisticato racconto di una famiglia disfunzionale alla 'I Tenenbaum'. Creata da Craig Wright ('Brothers Sisters', 'Six Feet Under'), che ne e' anche il produttore esecutivo insieme a Brian Singer ('House', 'Superman', 'I Soliti Sospetti'), Greg Berlanti ('Brothers Sisters', 'Everwood') e Matthew Gross ('Day Break'), 'Dirty Sexy Money' ha avuto un ottimo riscontro di critica e buoni ascolti (circa 11 milioni di spettatori per l'esordio).
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venerdì 7 luglio 2006
NEWS - Emmy Awards, tutte le nomination: in testa "24" e "Grey's Anatomy"Si arricchisce e si completa la lista delle nomination al gran gala degli Emmy previsto per il 27 agosto. La serie di Kiefer Sutherland 24 si aggiudica la palma di serie più "nominata" con ben 12 candidature (tra cui quella di miglior telefilm drammatico) seguita da "Grey's Anatomy" con 11 e da "Will&Grace" con 10. Il canale vi cavo HBO si conferma la rete con più nomination (ben 95) anche se le sue nuove serie "Roma", "Entourage" e "Big Love" non hanno raccolto sufficiente consenso tra i giurati. Per quanto concerne attori di drama oltre al già citato Sutherland ci saranno Martin Sheen di "West Wing" e Peter Krause di "Six Feet Under", Denis Leary di "Rescue Me" e Christopher Meloni di "Law&Order: Unità Speciale". Sul versante femminile spicca invece la bella Geena Davis, protagonista dello sfortunato "Commander in Chief" oltre a Marsika Hargitay di "Law&Order: Unità Speciale", Kyra Sedgwick di "The Closer", Frances Conroy e Allison Janney dei già citati "Six Feet Under" e "West Wing". Sul versante commedia saranno Steve Carrel ("The Office") Tony Shalhoub ("Monk"), Larry David ("Curb your enthusiasm") Kevin James ("The King of Queens") e Charlie Sheen ("Due uomini e mezzo") a contendersi la palma di miglior attore. Per quel che riguarda signore e signorine la competizione è circoscritta all'oramai ex "Will&Grace" Debra Messing, la ex "Friends" Lisa Kudrow ("Comeback"), Jane Kaczmarek ("Malcolm") Stockard Channing ("Out of Practice") e Julia Louis-Dreyfus ("The new adventures of the old Christine"). Da segnalare la nomination andata al controverso Sleeper Cell (presentato in anteprima allo scorso "Telefilm Festival" di Milano) quale miglior miniserie.
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