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lunedì 9 aprile 2018

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
"Trust" vola tra riferimenti alti e cadute soap
"La notte del 10 luglio 1973 scompare a Roma John Paul Getty III, nipote del ricchissimo petroliere inglese. John Paul ha 16 Janni, è un ragazzo con i capelli lunghi e l'aspetto trasandato. I giornali dell'epoca lo descrivono come un hippie che frequenta nightclub e manifestazioni di sinistra. Per guadagnarsi da vivere, vende per strada piccoli gioielli, dipinti creati da lui e fa la comparsa a Cinecittà. E un caso che per cinque mesi rimane sulle prime pagine di tutti i giornali italiani e culmina in un gesto macabro: i rapitori tagliano l'orecchio destro dell'ostaggio e lo inviano a un giornale per convincere la famiglia a pagare il riscatto. II nonno del giovane è ricchissimo, si dice che potrebbe pagare le tasse degli ultimi dieci anni di tutti gli italiani. I suoi averi sono valutati 1.000 miliardi di lire e il patrimonio delle sue compagnie petrolifere è di 3.000 miliardi. Creata da Simon Beaufoy, Danny Boyle e Christian Colson (i tre di The Millionaire), la serie Trust. Il rapimento ripercorre queste vicende nei toni della saga familiare, tra riferimenti alti (non può mancare Shakespeare) e cadute soap (giusto pensare a Dallas e a Dynasty, ma non a una storia rappresentata «in maniera barocca e volutamente volgare come fosse una telenovela anni Settanta», come goffamente è stato scritto). A dirigere i primi tre episodi lo stesso Danny Boyle, mentre la regia di uno degli episodi ambientati nel nostro Paese è stata affidata a Emanuele Crialese (Sky Atlantic, mercoledì, 21.15). Tra lezioni di old economy ed esercitazioni bunga bunga ante litteram, il «vecchio» Donald Sutherland si dimostra in grande forma: «I Getty e la regina d'Inghilterra non hanno mai contante». Curiosamente, Trust esce a pochi mesi di distanza da Tutti i soldi del mondo di Ridley Scott basato sulla medesima vicenda, con Christopher Plummer ingaggiato all'ultimo per sostituire Kevin Spacey". (Aldo Grasso)

mercoledì 20 giugno 2012

L'EDICOLA DI LOU - Stralci e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

RIVISTA STUDIO
Il ritorno di "Dallas" in una tv cambiata
"Sono stata cresciuta da una madre che chiamava “il villone in stile Dallas” certe case nuove con troppi portici e steccati bianchi, ma chiamava “Dynasty” tutti i vestiti che non le piacevano. Non aveva mai guardato un singolo episodio di nessuno dei due.
La dice lunga sulla nostra memoria, autentica o immaginaria, il fatto che si possa ancora capitalizzare sul nome di un prodotto di trent’anni fa, quasi scomparso negli ultimi venti.
Tornato in TV con l’aura dorata del back with more delicious drama, il dramma seriale Dallas è stato ricostruito su una premessa che oggi può suonare curiosa: è una continuazione diretta del vecchio show, con alcuni attori chiamati a riprendere i loro personaggi e volti nuovi a interpretare figli, nipoti, ultime mogli. Messi insieme formano la famiglia Ewing, un clan di texani diventati ricchi con il petrolio (l’ispirazione, secondo i primi sceneggiatori, era Il Gigante). La storia viene fatta ripartire da due cugini – eredi dei due protagonisti di un tempo, Bobby e J.R. – che litigano per questioni di primogenitura sul ranch Southfork: uno ci ha trovato il petrolio, l’altro cerca fonti di energia alternative; nella contesa vengono attirati i rispettivi padri, e tutti ricominciano ad azzuffarsi. Continua.
(Parentesi: il nuovo Dallas – Dallas Figlio? – arriverà su Canale 5 in autunno, ma negli Stati Uniti va su TNT, una rete a pagamento senza una forte identità a parte il trasmettere fiction a casaccio. Cosa ci ho visto, io, negli anni? The Closer due volte, le repliche di Law & Order forse.)
Dallas Padre andava in onda la sera, e non credo nessuno si sia mai illuso sulla quantità di uomini soli che sarebbero stati sedotti dagli Ewing, ma di certo si poneva come una fonte di  intrattenimento per donne che di giorno lavoravano fuori o dentro casa. L’idea – forse – era di adattare la formula delle soap operas alla fascia “adulta”, alzando la posta dei conflitti, investendo più denaro nella produzione, ma sconvolgendo la regola d’oro delle soap: non deve succedere mai niente. La soap opera è storia orale riferita da chi, lì, non c’era. Il night-time drama, come Dallas o il suo emulatore Dynasty, è un testo dove accadono cose grottesche a un ritmo ridicolo e con un’intensità omicida: un supercut di qualcosa che impiegherebbe anni a realizzarsi in tempo reale. Come The Wicker Man in 5 minuti.
Serviva una chiave, però. Un tratto comune a questi eccessi.
La chiave di Dallas era l’eredità.
Mettendo in scena i foschi segreti di gente ricca, offriva la stessa consolazione reazionaria che si prova davanti alle one hit wonder (i soldi non danno la felicità) – molto significativo che il messaggio sia riproposto oggi senza ritocchi. Però, col pubblico, cercava anche un legame più profondo. E questo rimane. Non ci si appassiona a Dallas perché il miliardario ha sposato la sorella sbagliata, ma perché l’avidità e i debiti sono una cosa che tutti conoscono, perché tante situazioni patrimoniali erano e sono riflessi in piccolissimo di quello che succede in Texas, o possono essere percepite come tali. (Padri che preferiscono un figlio all’altro, proprietà intoccabili o non divise per anni, occasionale utilizzo della frase «Zia aveva detto che la spilla la dava a me».) E ancora: i personaggi agiscono in nome di grane irrisolte che risalgono a due generazioni prima (verosimile) e da varie pulsioni distruttive, ma intanto dicono «la famiglia è importante» e «la nonna avrebbe voluto così». Ostentano un codice d’onore da vecchio gentiluomo del Sud – «qui si fa tutto con una stretta di mano…» – mentre ordinano furti con scasso a casa dei parenti intimi. Alla fine è questo che piace, perché viene sentito come una specie di verità. Lo dimostra il fatto che trent’anni fa il personaggio concepito come protagonista – Pam, moglie del fratello buono Bobby e avatar ideale dello spettatore – passò in secondo piano, a favore del cattivo carismatico J.R., simbolo vivente di tutta la baracca, antesignano di Montgomery Burns e degno di ricevere la visita del Diavolo nell’ultimo episodio.
(Vi prego, guardate il petroliere faccia a faccia con IL DIAVOLO che lo invita garbatamente a suicidarsi. Questo esiste.)
Dallas è un vero prodotto del pre-Internet, perché è totalmente destituito di ironia. Non è recitato e montato per consentire un “secondo livello” a uno spettatore che si considera smaliziato. Va preso alla lettera. Sarebbe ancora possibile avere un Dallas viewing party, una cena organizzata intorno alla visione della puntata. Ma negli anni ’80 il viewing party non consisteva nel trovarsi a mangiare/bere e prendere per il culo una serie TV: la gara di frecciatine che oggi mi sembra passi su Twitter, e che negli anni ’90 si cristallizzava nella formula tutti a vedere Melrose Place a casa di Stefano tanto poi si va al pub. (Questa frase è una macchina del tempo.) Non a caso, i night-time dramas degli anni Zero la buttavano subito sull’autoironia, sulla strizzata d’occhio – il tipico cinismo di chi ti vende una roba brutta spacciandotela per consapevole, come se il frullatore tramasse ai tuoi danni – mentre intorno al deridere la TV “troppo melodrammatica” si costruivano comunità, forum, prodotti di successo. (Il portale Television Without Pity nacque come sito amatoriale “contro” la serie per adolescenti Dawson’s Creek.)
Ieri come oggi, Dallas non contiene alcun secondo livello: Dallas contiene solo se stesso. Dallas vuole bene a Dallas.
A questo punto, cosa si può ottenere dai primi nuovi episodi di un prodotto così antico? A parte una manciata di one-liner scandite dal Vecchio, che riprende le redini della situazione a colpi di «i tribunali sono per i deboli di cuore», io ho avuto non una ma due donne imbroglione truffatrici (la seconda però ha già mostrato segni di coscienza), la parola “birthright” (diritto di nascita) pronunciata tre volte, e un depresso catatonico chiuso in ospedale che si riscuote tutto allegro, pianta una coltellata in faccia al legittimo erede e lo congeda con «blood is thicker than water… and oil is thicker than both». (E come la tradurranno questa? Io spingo per “figlio, ecco il sangue nero della terra”.)
Però.
A mia madre piaceva anche dire “Dallas e Dynasty”, come sinonimo di “fare una sceneggiata”. Errore frequente, assimilare l’originale e la copia, però dietro c’erano spinte molto diverse. Dynasty era stato voluto da Aaron Spelling, il patrono della jiggle TV, e la memoria ne trattiene solo alcune tracce: l’esibizione del lusso, le donne che si tirano schiaffoni, la presenza di una anti-eroina quarantenne, Alexis Carrington Colby, e il nome più comune per chiamare quel personaggio, “la perfida Alexis”. (Secondo me era la serie lasciata intravedere in Il raccolto.) Nonostante il successo di pubblico, Dynasty restò sempre il cugino zoppo, l’arricchito di guerra. Non sentite parlare di alcun remake, oggi, mentre sul come rifare Dallas se ne è parlato a lungo, prima di arrivare a questa incarnazione.
Considerando che scrivo da una casa senza ADSL, nella valle emiliana da cui la mia famiglia è strisciata fuori meno di cent’anni fa dopo secoli passati esprimendosi a grugniti e occhiacci, in un centro abitato dove i lupi si avvicinano ogni inverno di più ai giardini sul retro, io sono lo spettatore ideale di Dallas 2012. Speriamo che piova".
(Violetta Bellocchio, 18.06.2012)

mercoledì 16 settembre 2009

L'EDICOLA DI LOU - Stralci e commenti sui telefilm dai giornali italiani e stranieri

LATE SHOW
E' più facile che un cammello...
"State seguendo le elezioni iraniane? La vittoria di Mahmoud Ahmadinejad ha sollevato pesanti proteste. Milioni di persone sono scese in piazza a Teheran in segno di dissenso...La situazione era talmente critica, che il leader supremo iraniano è intervenuto in diretta televisiva, oscurando la serie TV più seguita in Iran: "How I Met Your Camel" (Come ho conosciuto il tuo cammello)".
(David Letterman, 22.06.2009)

CORRIERE DELLA SERA
Flop "90210", senza l'aura "Beverly Hills"
"Il più celebre codice postale della serialità americana, «90210», è diventato il terzo spin off tratto da «Beverly Hills, 90210» dopo «Melrose Place» e «Models Inc.». Ideato da Rob Thomas racconta le vicende quotidiane della famiglia Wilson (padre, madre, figlia e figlio adottivo), trasferitasi da poco a Beverly Hills, California, dopo che il capofamiglia, Harrison, ha accettato l' incarico di preside del West Beverly High. Accanto a loro, della vecchia serie ritroveremo Kelly Taylor (Jenny Garth) ora consulente scolastico della West Beverly High, Brenda Walsh (una Shannen Doherty ormai donna fatta) divenuta nel frattempo attrice di teatro e Nat, il proprietario del Pich Pit. Anche «Beverly Hills 90210», creato da Darren Star, raccontava le vicende di un' altra famiglia, la Walsh, trasferitasi per il lavoro del padre dalla provinciale Minneapolis in uno dei quartieri più prestigiosi di Los Angeles (Joi, Mediaset Premium, striscia quotidiana). La visione comparata delle due serie, resa possibile dalla convergenza dell' attuale offerta televisiva, è piena di sorprese. Dopo circa vent' anni, la prima cosa che colpisce è il cambio di ritmo: sequenze più brevi, dialoghi più serrati. Il classico «teen», sull' esempio di «Gossip girl» strizza l' occhio alla soap. La qualità fotografica è più accurata, però... Però manca quell'aura che faceva di «Beverly Hills» il luogo ideale della riflessione adolescenziale. Manca la figurazione del «gruppo», la cui coesione è basata su un profondo legame di amicizia e un forte senso di appartenenza generazionale. Perciò, pur esistendo dei personaggi principali, era il gruppo dei pari, con dinamiche interne, il centro della rappresentazione, e costituiva una vera famiglia parallela rispetto al nucleo familiare. Solo così si spiega lo scarso successo ottenuto da «90210»".
(Aldo Grasso, 18.06.2009)

IL GIORNALE
Dynasty politica: la lezione di Alexis

"Noi americani siamo molto più easy nel dire le cose come stanno. Non capisco i vostri conflitti politici interni. Da noi una volta che vince un presidente, anche se tu non lo hai votato, ogni singolo americano lo appoggia e ci crede. Non tutti certo, ma la maggior parte. Il vostro Paese mi affascina per altre ragioni. Capri, Portofino e Venezia".
(Jackie Collins, 09.07.2009)

LA REPUBBLICA
Obama, l'America che cambia
"Obama rappresenta l'America in modo differente e ha sopperito agli otto anni precedenti. Ha aperto le braccia a culture diverse. Obama ha un grande onere e, anche se non sempre sono d'accordo con lui, trovo che sia intelligente e affascinante".
(Justin Chambers, 09.07.2009)

LA REPUBBLICA
Clooney, onore al merito tv
"Tutti dobbiamo qualcosa a George Clooney. E' stato uno dei primi a fare il grande salto dalla tv al cinema. Merito del suo talento, ma una cosa è certa: ha migliorato enormemente la qualità della tv negli ultimi 15 anni".
(Eric Dane, 09.07.2009)

LA STAMPA
Castelli in aria
"Che in una fiction ci sia un personaggio bergamasco, altoatesino, tedesco, comunque lo sentiremo parlare in romanesco. E' una cosa insopportabile. Dà fastidio, non tanto per una questione localistica o campanilistica, ma è chiaro che il linguaggio è parte essenziale dei personaggi".
(Roberto Castelli, 14.07.2009)

ANSA
Castelli di sabbia
"L'accento romano? Castelli se ne faccia una ragione".
(Gianni Alemanno, 15.07.2009)

GIOIA
Gli spoiler? Degni di punizioni corporali
"Gli americani, che le cose di spettacolo le prendono abbastanza sul serio da disturbarsi a creare per esse delle specifiche linguistiche, lo chiamano spoiler. È il gesto di rovinare la sorpresa svelando il finale alle poverine che vorrebbero goderselo. Su un giornale americano un articolo così non sarebbe mai uscito, prima dell'uscita del film; qualche settimana dopo, a film ancora nelle sale, magari sì, ma preceduto dall'avviso «segue spoiler», partendo dal principio che la maggioranza l'abbia ormai visto, e per gli altri basti un avvertimento che li inviti a voltarsi dall'altra parte. Eppure, almeno lì, non basta. Un paio d'anni fa, il settimanale Entertainment weekly dedicò un titolo in copertina a due personaggi che erano morti nella puntata di Lost andata in onda la settimana prima sulla Abc. Le lettere di protesta erano indignate: non era forse degnodi rispetto chi, quella puntata, l'aveva registrata e doveva ancoravederla? In Italia, per i prodotti importati, il problema dei diversi tempi di fruizione si moltiplica: quando si può parlare degli sviluppidi trama di Desperate Housewives? Il lunedì, quando noi altre teppiste vediamo la puntata andata in onda la domenica negli Usa e scaricata da Internet? Un mese dopo, quando la stessa puntata va in onda su FoxLife e la vedono le italiane abbonate a Sky? Sei mesi o un anno dopo, quando infine la trasmette Rai2? Mai? Me lo chiedo perché l'altro giorno mi sono ritrovata a discutere della gravità dello svelare gli snodi di trama di West Wing, una serie chiusa nel 2006, e che ormai è andata in onda su Sky, e sul digitale terrestre, e su Rete4 e insomma se una West Wing non l'ha visto fin qui evidentemente non le interessa, no? No. Comunque, svelare i colpi discena è un atto degno di punizioni corporali. Mi è venuto il sospetto che lo spoiler sui telefilm non cada mai in prescrizione, e che quindi ci siano regole diverse, per la tv, da quelle valide per i film. Almeno:che io ricordi, ai tempi di Francamente me ne infischio, nessuno accusò Celentano di avere spoilerato, a chi non l'avesse ancora visto, il finale di Via col vento".
(Guia Soncini, 18.07.2009)

martedì 15 gennaio 2008

NEWS - Per tutte le Dynasty, da stasera nessun perda "Dirty Sexy Money"! Ma ha più palle il trans al centro della nuova serie su Fox o la mitica Alexis Carrington???
(Adnkronos) - Eletta sia da 'Entertainment Weekly' che da 'Variety' come una delle migliori nuove serie dell'anno, 'Dirty sexy money' debutta stasera in prima visione assoluta in Italia su Fox (canale 110 di Sky) e sara' in onda ogni martedi' alle 21.50. Protagonisti sono il giovane avvocato idealista e altruista Nick George (Peter Krause, 'Six Feet Under', 'Sports Night') e la famiglia Darling, potentissimo clan di New York, la cui immensa e assurda ricchezza e' oscurata solo dall'eccentricita' dei suoi membri: il capofamiglia Tripp Darling (Donald Sutherland, 'M.A.S.H.', 'Una Squillo per l'Ispettore Klute', 'Novecento'), uomo potente, apparentemente affabile e ben inserito nell'ambiente politico; la moglie Letitia (Jill Clayburgh, 'Frasier', 'Ally McBeal'), annoiata e insoddisfatta, e i loro figli, che hanno una spiccata propensione a cacciarsi nei guai e a mettere in imbarazzo il patriarca. Patrick Darling (William Baldwin, 'Affari Sporchi', 'Waterfront') e' il primogenito in corsa per il Senato che, dietro a un matrimonio di facciata, nasconde un'amante transessuale; Karen Darling (Natalie Zea, 'CSI', 'The Shield') e' 'affascinante 'divorziata seriale' che sta per impalmare il quarto marito; Brian Darling (Glenn Fitzgerald) e' un reverendo protestante, padre di famiglia, cinico ed opportunista, con un figlio illegittimo che non vuole riconoscere; e infine ci sono i gemelli Juliet e Jeremy Darling, interpretati da Samaire Armstrong ('The O.C.') e Seth Gabel ('Nip/Tuck', 'CSI'), scapestrati, inconcludenti e interessati solo a spendere una fortuna in feste, abiti, gioielli e svaghi di ogni genere? Nick e' cresciuto all'ombra della potente dinastia e non ha mai voluto avere a che fare con i continui scandali e la corruzione ai quali i Darling sono da sempre associati. Per anni, e' stato compito di suo padre - avvocato di fiducia e consigliere della famiglia - risolvere i guai, assecondare le stravaganze dei Darling e proteggerne i segreti ad ogni costo. Ma la vita di Nick cambia il giorno in cui il padre muore precipitando con l'aereo della famiglia. Tripp riesce a convincerlo a prenderne il posto, offrendogli un lauto compenso e la gestione di enormi fondi da devolvere in beneficenza. E accettando di lavorare per loro, Nick potra' cercare di chiarire le circostanze ambigue in cui e' morto il padre. Riuscira' Nick a trovare il tempo per "fare del bene" al prossimo, mentre dovra' fare da avvocato, consigliere, psicologo e tuttofare per i Darling, occupandosi, 24 ore su 24, di sevizi fotografici, notti brave concluse con arresti, video compromettenti da togliere dal mercato dei tabloid, feste sfarzose sul ponte di Brooklin, amanti, complotti e figli segreti? Gli intrighi, gli eccessi, le sfarzose ambientazioni abbinati ad una sottile ed intelligente ironia, hanno portato la critica americana a definire la serie un esilarante e riuscitissimo mix tra la classica saga famigliare alla 'Dynasty' e il sofisticato racconto di una famiglia disfunzionale alla 'I Tenenbaum'. Creata da Craig Wright ('Brothers Sisters', 'Six Feet Under'), che ne e' anche il produttore esecutivo insieme a Brian Singer ('House', 'Superman', 'I Soliti Sospetti'), Greg Berlanti ('Brothers Sisters', 'Everwood') e Matthew Gross ('Day Break'), 'Dirty Sexy Money' ha avuto un ottimo riscontro di critica e buoni ascolti (circa 11 milioni di spettatori per l'esordio).

venerdì 13 ottobre 2006

NEWS - John Forsythe, l'indimenticato Blake Carrington di "Dynasty", operato di tumore al colon
(Adnkronos) - L’attore statunitense John Forsythe, 88 anni, ex star della fortunata serie degli anni 80’ ‘Dynasty’, in cui interpretava il ruolo di Blake Carrington, è stato sottoposto ad un trattamento per il cancro al colon. Il portavoce dell’attore, Harlan Boll, ha dichiarato che Forsythe, il quale ha anche dato voce all’enigmatico Charlie nella serie ‘Charlie’s Angel’s’’, si e’ sottoposto alla terapia antitumorale in un ospedale di Los Angeles dopo che, nel mese scorso, gli e’ stata diagnosticata la malattia. “John appare ottimista e i medici credono che potra’ tornare a casa questo fine settimana”, ha detto Boll. Forsythe aveva ottenuto in tre occasioni la nomination agli ‘Emmy’ per la sua interpretazione nella soap, premio che tuttavia non e’ mai riuscito a conquistare. In compenso, per la sua interpretazione in ‘Dinasty’ vinse due volte il Golden Globe. La sua carriera come attore era iniziata nel 1943 con ‘L’Ostaggio’’ e la sua fimografia include apparizioni nei film del mitico Alfred Hitchcock come ‘La congiura degli Innocenti’ e ‘Topaz’.

sabato 24 giugno 2006

NEWS - Ultima ora, è morto Aaron Spelling, il papà dei telefilm. Ha firmato cult come "Starsky&Hutch", "Charlie's Angels", "Beverly Hills", "Love Boat"...
(AGI/AFP/REUTERS) - Washington, 24 giu. - L'uomo che ha rivoluzionato il mondo dei telefilm e' morto. Aaron Spelling, il piu' prolifico produttore della storia e al quale si devono pietre miliari dell'intrattenimento televisivo come 'Starsky e Hutch', 'Dynasty' e 'Charlie's Angels', si e' spento a 83 anni nella sua casa di Beverly Hills. Lo scorso fine settimana era stato ricoverato per un ictus. Per la tv, Aaron Spelling e' l'uomo dei record. Piu' di cinquemila ore di programmi televisivi, 300 ore di film-tv e una decine di film gli sono valsi l'iscrizione nel Guinnes dei primati. Per non parlare della sua casa, considerata la piu' grande della California: 123 stanze costruite su rulli (per reggere alle scosse sismiche), un intero piano per gli armadi e uno studio dedicato solo alla preparazione di pacchetti regalo. Ma la vita stessa di Spelling appartiene alla mitologia americana. Nato in Texas da una famiglia di immigrati ebrei russo-polacchi poveri in canna, quando aveva otto anni Aaron fu costretto a casa da un crollo nervoso causato dalle continue angherie razziste dei compagni di classe. Un periodo in cui - ha raccontato nella sua autobiografia - si dedico' con passione alla lettura di quei romanzi d'amore che hanno profondamente influenzato il suo lavoro. Prima di entrare nel mondo dello spettacolo, Spelling conobbe la guerra: tra il 1942 e il 1945 servi' nell'aviazione e si guadagno' una croce di bronzo e il 'Purple Heart', la decorazione dei feriti in combattimento. I primi passi nel mondo del cinema furono davanti alla macchina da presa: Hollywood gli assegnava parti di cattivo o di perdente come nel western tv 'Gunsmoke' del 1953. Ma un perdente Spelling non lo era davvero. Dieci anni piu' tardi capi' che il suo posto era lontano dalla cinepresa, li' dove tv e cinema venivano pensati e scritti. Il suo primo successo come autore fu la serie tv su un ricchissimo detective, 'Burkes' Law', che gli permise di sbarcare alla 'Abc' dove presto i suoi programmi finirono per dominare il palinsesto. Al punto che nell'ambiente l'emittente oggi di proprieta' della Disney veniva chiamata 'Aaron Broadcasting Company'. Tra la fine degli anni '60 e la meta' degli anni '80 vennero trionfi come 'Charlie's Angels', 'Cuore e batticuore', 'Starsky e Hutch', 'Love Boat', 'Fantasy Island' e la supersoap 'Dynasty'. Tutte serie con un unico denominatore comune: personaggi ricchi - o quanto meno belli - appartenenti a un mondo lontano mille miglia dalla realta' e straordinariamente privi di spessore. Un'accusa che gli venne spesso mossa dai critici e alla quale Spelling rispose producendo la serie drammatica 'Family' che vinse quattro premi Emmy. Dopo un breve periodo di calo alla fine degli anni '80, Spelling decise di puntare sui teenager e costrui' un successo come 'Beverly Hills 90210' in cui fece recitare anche la figlia, Tori, divenuta una star nei panni della virginale Donna. Sull'onda del successo dei giovani-belli-ricchi del quartiere piu' esclusivo di Los Angeles nacque poi 'Melrose Place'. Anche la vita privata di Spelling e' ricca di aneddoti. In pochi, ad esempio, ricordano che la sua prima moglie - sposata nel 1953 - fu Carolyn Jones, divenuta poi la sensuale Morticia della serie 'La famiglia Addams'. Il matrimonio duro' una decina d'anni e nel 1968, Spelling sposo' Candy, dalla quale ebbe Tori e Randy - oggi 27enne interprete di 'Sunset Beach' - e che gli era accanto alle 18,25 di venerdi', quando la mente piu' prolifica della tv ha smesso di creare.

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Lick it or Leave it!

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