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lunedì 1 aprile 2019

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
"Gomorra" 4, la consacrazione della serie tv italiana più riuscita del decennio
"'Ciro è muorto. L'ha fatto per proteggere a me, a noi. Ora simmo soli». Le prime parole di Genni Savastano nella quarta stagione di Gomorra segnano uno spartiacque nella serie italiana più riuscita dell'ultimo decennio (Sky Atlantic). La prima senza Ciro Di Marzio (salvo colpi di scena!) e con Marco D'Amore passato alla regia (quinto e sesto episodio); la prima in cui Genny pare davvero intenzionato a un salto di qualità, nella vita privata come negli affari, lasciandosi alle spalle metodi e crudeltà di un passato ingombrante (ma per quanto, realmente?); la prima con Patrizia, interpretata da una sempre più straordinaria Cristiana Dell'Anna, finalmente regina di Secondigliano. La forza di un prodotto come Gomorra sta nell'avere creato e consolidato un brand; basta un'inquadratura, una battuta, un silenzio prolungato e inquietante del boss di turno, un frammento di colonna sonora dei Mokadelic per entrare facilmente in sintonia con trame e linee narrative sempre più complesse. I primi episodi, diretti da Francesca Comencini, sembrano scontare una lentezza eccessiva per inquadrare nuovi personaggi, dinamiche inedite, location diversificate (la campagna intorno a Napoli, ma anche Bologna, l'Emilia). La famiglia dei Levante, lontani parenti di donna Imma, è la prima novità che incontriamo; un microcosmo ancorato a regole e metodi del passato, brutali e patriarcali, con i quali Genny entra in contatto come una sorta di contrappasso della sua nuova presunta vita. Si spara di meno ma ciò non significa che ci sia meno violenza. Gomorra 4 è cupo, cinico, senza spazio alcuno per la redenzione. II clima quasi sospeso dei primi episodi, con Sangueblu, Azzurra e altri indubbi protagonisti ancora lasciati sullo sfondo, prepara il terreno alla seconda parte, che a partire dagli episodi diretti da D'Amore sembra trovare la sua definitiva consacrazione". (Aldo Grasso)

venerdì 12 ottobre 2018

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
"Romolo+Giuly", inno alla Roma Decadence
"Non essendo romano, fino a poco tempo fa non conoscevo il Pigneto, meglio non conoscevo la «filosofia» del Pigneto. Poi mi hanno spiegato che una volta il Pigneto era una zona non tanto bella di Roma che comprendeva la «Casilina», la «Prenestina», la «Tangenziale». Poi, come ha scritto Andrea Minuz, «una borgata romana si è trasformata in una periferia industriale, poi in quartiere multietnico, poi in zona bohémien, poi in luogo di tendenza e infine in esercizio letterario nazionale su cui, prima o poi, si buttano tutti, anche se ci avvertono che "è impossibile cogliere l'essenza del Pigneto"». Questa premessa era necessaria per capire Romolo+Giuly, la miniserie in 8 episodi da 30 minuti l'uno prodotta da Fox Italia e Wildside, in onda su Fox (canale 112 di Sky). In apparenza l'eterno scontro fra Montecchi e Capuleti altro non è che lo scontro fra Roma nord (il fighettismo de' noantri del Pigneto) e Roma sud (il coattismo storico della periferia borgatara). Al posto di Romeo c'è l'insicuro Romolo Montacchi, interpretato da Alessandro D'Ambrosi (anche coautore con il regista Michele Bertini Malgarini e Giulio Carrieri), e di Giulietta, la sensibile Giuly Copulati (Beatrice Arnera). Lo spirito è quello di Boris, unico grimaldello per superare i confini territoriali del Sacro Gra (il Grande Raccordo Anulare); così sono stati ingaggiati Giorgio Mastrota, che interpreta il capo di una setta massonica il cui scopo è realizzare una Roma milanese senza romani («il milanese è perfetto per eliminare i terroni») e Fortunato Cerlino, il grande Don Pietro Savastano di Gomorra. Difficile che i mondi di Romolo e Giuly possano integrarsi, specie se lui deve farle l'esegesi di 'sti cazzi. L'unico in grado di riunire le due anime di Roma è il fantasma di Antonello Venditti con la sua poetica amorosa, risospinta da una profonda romanità! Un inno alla Roma Decadence". (Aldo Grasso)

domenica 7 ottobre 2018

venerdì 5 ottobre 2018

NEWS - Ultima ora! Amazon debutterà nel 2019 con una serie tv italiana autoprodotta (dagli autori di "Gomorra")

News tratta da "La Stampa"
A breve Amazon Prime lavorerà anche in Italia. «Stiamo creando un trama originale, di cui potremo dire di più solo l'anno prossimo, con due scrittori di incredibile talento, tra i migliori in Italia, Leonardo Fasoli e Maddalena Ravagli, autori di Gomorra, con cui abbiamo lavorato già in ZeroZeroZero», serie basata sul libro di Roberto Saviano e co-prodotta con Sky, Canal+. «Ci è piaciuto molto lavorare con loro e lo show che stiamo mettendo a punto è il prossimo passo della nostra relazione».

giovedì 9 agosto 2018

NEWS - Anteprima! Do you know "Gomorra"? La quarta stagione espatria a Londra e si ispira al clan dei Polverino. Possibile sbarco al cinema nella primavera 2019 "con più di due episodi"

Articolo tratto da "Il Mattino"
Dopo l'ingresso dell'Alleanza voluta da Genny Savastano (Salvatore Esposito) nella seconda stagione, di Sangue Blu e Company nella terza, anche la quarta tranche di «Gomorra» vedrà protagonista una nuova fazione sul fronte del Sistema: si tratta di parenti del boss di Secondigliano che si legherà a loro per affari criminali. La nuova famiglia è ispirata ai Polverino, clan camorristico di Marano fortemente legato ai Nuvoletta, che resta radicato nell'area flegrea anche a dispetto di arresti, sequestri e condanne. Così ispirata che nella sceneggiatura i camorristi erano originariamente chiamati i «Polvere», poi la produzione ha deciso di cambiar lo ro cognome, perché troppo somigliante all'originale. Patrizia Santoro (Cristiana Dell'Anna), ormai al fianco di Genny dopo la morte di Pietro Savastano, troverà un nuovo amore proprio in questo clan, mettendo a rischio equilibri fragili e armati. Genny, intanto, dopo aver perso alleati, moglie e figlio, sarà costretto a scappare a Londra, dove cercherà nuovamente di internazionalizzare i suoi traffici, aprendo una finestra sulla realtà della corruzione finanziaria londinese e del riciclaggio del denaro sporco, di cui lo stesso Roberto Saviano, in passato, ha parlato al parlamento britannico. Portare Genny fuori da Napoli, stavolta, assumerà un significato diverso: quando andò in Honduras alla ricerca di nuove strade per il traffico della droga ne tornò cambiato, più forte e determinano, pronto per il ruolo di boss. Stavolta dovrà prendere decisioni difficili per pro- teggere la famiglia, svelando la sua emotività, ma anche dubbi e crepe nella ferocia camorristica, peraltro già intraviste nella serie precedente in Ciro l'Immortale. Lui, Marco D'Amore, ritornerà: morto come criminale nella fiction, ha vestito i panni di regista di alcune delle dodici puntate della quarta serie, insieme a Francesca Comencini e Claudio Cupellini. Eppure Salvatore Esposito sui social scherza: «Come andrà a finire tra Gennaro Savastano, Patrizia, Sangue blu, Valerio e i fratelli Capaccio, ultimi superstiti della squadra dei confederati? Ma soprattutto... Ciro è morto davvero oppure no? #Nunsapitchevaspett». Domande anche sul destino di Patrizia che, dopo l'omicidio di Scianèl (Cristina Donadio), ha postato delle fotografie con delle strane cicatrici che potrebbero lasciar pensare a una sua scomparsa dal set. Il produttore Riccardo Tozzi risponde in un'intervista a «Deadline»: «Nessuno è al sicuro. E stata una decisione consapevole fin dall'inizio per rendere tutto credibile. E come una tragedia greca». Se l'inizio di tutto ha avuto il suo cuore a Secondigliano, se la terza serie ha guardato alle paranze dei bambini ed è entrata nel centro storico partenopeo, stavolta le sceneggiature ci portano anche in altri snodi nevralgici della narrazione criminale campana, guardando alla provincia casertana, da Castel Volturno a Villa Literno. Si gira fino a novembre, anche in pieno agosto, con un contratto che vincola gli attori a non abbronzarsi e che li costringe a indossare giacche di pelle e Arresto e fuga del boss don Pietro La prima serie di «Gomorra» ha il cuore a Secondigliano, dove comanda don Pietro Savastano: arrestato per caso, la sua evasione sarà un capolavoro maglioni, calzini e cappelli, mentre il caldo rende l'aria irrespirabile. Obbligati a mantenere il silenzio, non possono pubblicare neanche una foto o una dichiarazione che possa lasciare intendere qualcosa sulla nuova serie. Si gira di notte e di giorno, dopo le riprese a Londra e a Bologna, è la volta di Napoli, tra le strade del centro storico dove Sangue Blu (Arturo Muselli) e Valerio (Lori De Luna) cercano L'Immortale. Nella seconda serie don Pietro ordina a Genny di uccidere Ciro, ma il figlio non eseguirà l'ordine e, alla fine, armerà l'amico: Savastano senior muore sulla tomba di donna lmma. La quarta stagione andrà in onda nella primavera del 2019 e si comincia già a immaginare di portarla di nuovo sul grande schermo, dopo il successo della proiezione delle prime due puntate della terza serie al cinema, anzi Andrea Scrosati di Sky Italia dichiara: «Penso che dovremmo essere più aggressivi e andare oltre i due episodi».

venerdì 13 aprile 2018

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
IL FOGLIO
"Il Cacciatore", modello seriale da esportazione che vince Cannes
"Non chiamatela fiction, per carità. Non chiamatela fiction: gli sceneggiatori, i registi, gli attori e i produttori hanno fatto del loro meglio per prendere le distanze. E non confondersi con la caterva di prodotti audiovisivi che sembrano fatti apposta per offrire materiale alla serie "Boris" (peraltro, l'unico esperimento riuscito di sit-com italiana, prima di "La linea verticale" diretto da Mattia Torre con Valerio Mastandrea). Non chiamatela fiction, per ripagare gli sforzi e per un motivo anche più nobile: solo in Italia — santino dopo santino, storia edificante dopo storia edificante — siamo riusciti a umiliare una nobile parola che altrove distingue le storie inventate dalle storie che non lo sono. Senza impegnarsi minimamente sulla qualità delle medesime. "La fiction è sugli stereotipi, la serie è sull'umanità", annuncia l'attore Francesco Montanari, appunto il "Cacciatore di mafiosi" (era il titolo dell'autobiografia di Alfonso Sabella, il magistrato del pool antimafia servito da traccia per il personaggio di Saverio Barone). Per interposti produttori, sceneggiatori e registi — le dodici puntate sono dirette da Stefano Lodovichi e Davide Marengo, premiato con il Flaiano nel 2011 per la terza stagione di "Boris", e al cinema applaudito per "Notturno bus"—vuol dire che "Il cacciatore" guarda a modelli internazionali. Oltre che alle serie italiane da esportazione: da "Romanzo criminale" (Francesco Montanari era il Libanese) a "Gomorra" e "Suburra". Viene citato Dante, in dialetto siciliano — il commissario Montalbano ha fornito un corso accelerato, neanche l'ombra dei sottotitoli — già nella prima puntata (la "selva oscura" va assai di moda, serve anche per il titolo dell'ultimo romanzo di Nicole Krauss, ex signora Jonathan Safran Foer, appena uscito da Guanda). Siamo nel 1993, dopo le stragi di Capaci e di Via d'Amelio, morto Giovanni Falcone e morto Paolo Borsellino. Chi già vorrebbe obiettare — "ma sempre mafia?" — prenda atto che le storie mafiose stanno all'Italia come il western sta agli Stati Uniti: una miniera inesauribile, troppo ricca per lasciarla sfruttare solo dai registi americani con il cognome italiano. "La piovra" ha aperto la strada, e l'ha lastricata di repliche. "Il cacciatore" va in onda su RaiDue dal 14 marzo scorso (con anteprima online su Raiplay, modalità già sperimentata con "La linea verticale"). Sulla via dell'esportazione, si è guadagnata la vittoria in concorso a Canneseries, prima edizione del Festival francese dedicato alle serie, dal 4 all'11 aprile. Sulla via del successo critico, viene celebrata da un articolo sul Post di Luca Sofri e uno su Wired. Non la chiameremo "fiction" (badando bene a non farci sentire fuori dall'Italia, dove la parola resta nobile). Abbiamo notato la fotografia non sciatta, le scritte in sovrimpressione che chiariscono allo spettatore chi è Giovanni Brusca e chi Leoluca Bagarella, e a quanto ammonta lo score dei rispettivi omicidi. Abbiamo notato il barile di acido, la violenza in montaggio alternato, l'autista Paolo Briguglia che deve mantenere la famiglia e altri lavori per chi è stato in galera non ce ne sono, il giovane che prova a fregarsene delle regole imposte dalla vecchia guardia, il magazzino-mattatoio. Alla voce "umanità contro stereotipi" arriva qualche interno bagnato di luce calda, con famiglia mafiosa che si scambia tenerezze (si pub far meglio). Da parte sua, il cacciatore di mafiosi è sempre rigido e compreso nella sua missione da compiere. Anche quando, da copione, dovrebbe scherzare". (Mariarosa Mancuso)

mercoledì 27 dicembre 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
"Gomorra" 3, l'esaltazione del "bromance" e della "subcultura"
"La terza stagione di Gomorra è terminata pochi giorni fa con un finale straziante, una spietata resa dei conti tra Genny Savastano e il suo luogotenente Ciro consumata su uno yacht in mezzo al mare; Napoli bellissima e brutale che li osserva muta sullo sfondo. Due personaggi votati all'abisso, due destini ugualmente tragici compiuti in forma diversa: lo scontro finale è l'esito di un rapporto fondato su sentimenti contradditori, odio, amore, invidia, ammirazione. Una conferma che la serie non è solo un livido ritratto del modus operandi criminale della camorra e dei suoi affiliati, ma è anche un racconto complesso di relazioni, emozioni primordiali, condizioni umane. Questo è il suo bello, ma è anche l'aspetto che ha suscitato un coro di polemiche: se i personaggi non sono solo stereotipi di «cattivi» ma diventano esseri umani a tutto tondo, le psicologie finemente ritagliate, il fascino del racconto aumenta e la strada interpretativa più facile (e sterile) diventa quella di accusare la serie di essere diseducativa, di esaltare i criminali, com'è già successo ad altri capolavori tv (vedi le polemiche sui Soprano e la rappresentazione negativa degli italoamericani). Ma non sarà invece che rappresentare il male serve a capirlo? Osservata nel suo complesso, tutta la terza stagione della serie è una riflessione sull'essere orfano e sul raccogliere l'eredità paterna, nelle gerarchie di Secondigliano e a Forcella, con San Gennaro che vigila su un gruppo di giovani camorristi mascherati da hipster (il sociologo Hebdige parlerebbe di «subcultura»). Se fossimo in una serie Usa si potrebbe parlare di «bromance», di quel profondo rapporto non romantico che si crea tra uomini (da brother, fratello). Lo vediamo tra Ciro e Gennaro, tra Enzo «sangue blu» e Valerio, ancora tra Enzo e Ciro. «Chine è fratm»: dopo aver ucciso i padri, simbolicamente e materialmente, ci si riscopre fratelli". (Aldo Grasso)

giovedì 21 dicembre 2017

SONDAGGI - Arriva l'atteso finale di "Gomorra" 3. Il doppio dibattito/sondaggio è aperto: è fantasia o realtà? Ok programmazione di 2 puntate a settimana o meglio una o, addirittura, il box completo subito per "stare senza pensieri"? 


mercoledì 13 dicembre 2017

NEWS - Fermi tutti! "Gomorra" è un atto di denuncia realistico (e quindi a rischio emulazione) o fantasy privo di fondamento (e quindi inattaccabile dalle censure e dalle critiche)? Il dibattito è aperto
Articolo di Giovanni Belardelli sul "Corriere della Sera"
"Con l'arrivo in tv della terza serie di Gomorra sono tornate le polemiche. La fiction — si è detto — fornisce una rappresentazione indulgente se non addirittura positiva della camorra, con il rischio di indurre i giovani all'emulazione. A questa o altre critiche si è risposto evocando il pericolo della censura (un po' a sproposito, direi, perché criticare e censurare sono cose diversissime), secondo uno schema di discussione a ruoli fissi già sperimentato in passato. Eppure il successo internazionale di Gomorra dovrebbe indurre a porre la questione in modo meno superficiale. Anzitutto, sgombriamo il campo da un falso problema, la mancata presenza di protagonisti positivi, che non si può pretendere da una fiction come Gomorra, che si fonda sul presupposto di una rappresentazione crudamente realistica del male. Ma il problema è proprio questo: siamo sicuri che la rappresentazione della camorra fornita dalla serie tv (per il libro di Saviano o il film di Garrone il discorso sarebbe diverso) sia realistica? O non è vero piuttosto che la vita concreta del camorrista è più squallida di quanto non appaia dalle puntate di Gomorra? Quella del camorrista è la vita di uno che non può neppure andarsi a prendere un gelato o portare i figli a fare un bagno al mare, è un'esistenza disgraziata, ha osservato Salvatore Striano, aspirante camorrista da ragazzino e poi diventato attore e scrittore di successo. La rappresentazione fornita dalla fiction, invece, è quella di vite «fino all'ultimo respiro», veloci e violente come un videogioco; è una rappresentazione che rischia di far diventare Ciro l'Immortale e Genny Savastano, oltretutto impersonati da due attori bravissimi, dei modelli per tanti ragazzini napoletani e non solo. La rappresentazione della realtà fornita da Gomorra è inverosimile anche per un altro aspetto: la completa assenza di qualunque figura o istituzione riconducibile allo Stato. A un cittadino qualunque può capitare d'essere fermato per un controllo o anche soltanto di vedere un poliziotto camminare per strada. Nel mondo di Gomorra no: si può andare più volte in auto da Roma a Napoli con la assoluta certezza di non fare incontri del genere; si può trasportare qualche chilo di droga o un cadavere nell'auto sapendo che nessuno ci fermerà mai. La geografia urbana di Gomorra è abitata infatti solo da camorristi. In una delle puntate della nuova serie si vede — fatto quasi incredibile — un'aula di tribunale. Ma è impossibile ricordare qualunque particolare sulla corte: la scena serviva solo a mostrare per qualche secondo una testimone che ritrattava, indotta da minacce e denaro, l'accusa di omicidio formulata contro la camorrista Scianel. Lo Stato qui compare per un attimo, il minimo indispensabile ai fini del meccanismo narrativo di una vicenda che si svolge — proprio a causa di questa totale assenza — non nel mondo reale, sia pure reinventato come avviene in ogni fiction, ma in un mondo largamente immaginario. Un mondo dominato soltanto dal crimine e dalla guerra, con alleanze tra gruppi camorristici che continuamente si disfano e si formano; senza che nessuna autorità non dico intervenga a contrastare questa situazione, ma neppure tenga aperta, con la sua esistenza, questa possibilità. Una simile condizione di totale assenza dello Stato configurerebbe un mondo fantasy più che la realtà; non fosse che questo mondo, invece che essere collocato in qualche Terra di Mezzo o in qualche staterello immaginario come per le operette di un tempo, assume poi la concretissima ambientazione di Napoli o di Secondigliano. Ma dunque, se le cose stanno così, se Gomorra non fornisce una rappresentazione effettiva, per quanto crudele, della realtà, viene meno anche ciò che i suoi ideatori e realizzatori continuamente rivendicano: cioè il fatto che la serie rappresenti un «fortissimo atto di denuncia», come ha dichiarato Marco D'Amore/Ciro l'Immortale a questo giornale. Peraltro sarebbe anche legittimo qualche dubbio sul fatto che rappresentare crudamente e senza un qualche distacco critico la realtà possa mai costituire un atto di denuncia. In che senso potrebbe essere considerata una denuncia della pedofilia una serie tv che raccontasse, dall'interno e senza alcun personaggio positivo, le vicende di un gruppo di «turisti sessuali» in Thailandia? Dopodiché, certo, Gomorra è un successo internazionale. Ma che in tanti Paesi ritengano che questa sia una rappresentazione realistica dell'Italia o di una sua parte è qualcosa che forse dovrebbe farci riflettere.

martedì 21 novembre 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
E "Gomorra" diventa un'imperdibile resa dei conti delle insicurezze
"A volte anche il Male soffre di una sorta di disperazione, di tristezza diurna, ancora più vile e abietta perché incapace di misurarsi con la potenza delle tenebre. Don Pietro Savastano è morto e attorno al suo cadavere si consuma la cerimonia della spartizione delle spoglie. Il figlio putativo Ciro (Marco D'Amore) è costretto a fuggire, trascinandosi dietro il fantasma della figlia assassinata, il figlio vero, Genny (Salvatore Esposito) è più Caino di Caino, ma dovrà vedersela con il suocero, tornato dal carcere. Dopo anni di guerre, le piazze di spaccio sono ora presidiate dalle forze dell'ordine e non rendono più come un tempo: i boss di Secondigliano devono cercare nuovi sbocchi. Non è più la droga il mercato principale, ma quello disumano dei posti di lavoro o quello degli appalti. La terza stagione di «Gomorra» è un formidabile affresco di cupezza, di orfanità, di resa dei conti (Sky Atlantic, venerdì, 21.15). Se nelle prime due stagioni, la malavita era in fase espansiva (l'odio sognante: si uccideva per allargare il mercato), qui la morte è figlia di trappole, di doppi giochi, di ricatti. I personaggi sono rischiarati dalla luce del crepuscolo e, paradossalmente, diventano più riflessivi, più insicuri: «Se ho imparato una cosa — dice Genny — è che della famiglia non mi posso più fidare». Il pregio maggiore di «Gomorra 3», la serie diretta da Claudio Cupellini e Francesca Comencini, scritta da Leonardo Fasoli, Maddalena Ravagli, Ludovica Rampoldi, è il sapersi offrire come autopsia di una criminalità organizzata ripiegata su se stessa. Per questo la scrittura (la fotografia è di altissima qualità) si esalta nel raccontare il disastro incombente, ma più ancora nel pedinare i protagonisti che corrono verso il disastro. Bisogna essere molto bravi a descrivere la lebbra della società. Intanto le donne, Scianel (Cristina Donadio) e Patrizia (Cristiana Dell'Anna), diventano spietatezza fatale... (Aldo Grasso)

mercoledì 15 novembre 2017

PICCOLO GRANDE SCHERMO - "Gomorra" fa boom al cinema! In attesa del debutto in tv della 3° stagione, l'anteprima riempie le sale
Prima ancora della messa in onda televisiva, la terza stagione di “Gomorra” fa già segnare un vero e proprio record: hanno debuttato ieri in 325 sale cinematografiche i primi episodi della nuova stagione della produzione originale Sky e ieri, secondo i dati Cinetel, sono stati la prima scelta del pubblico, superando tutti i film presenti in sala raccogliendo un incasso nel primo giorno al cinema di 261.841 euro con 29.569 spettatori e una media copia di 894 euro. Dati straordinari se si considera l'operazione totalmente inedita e innovativa, che crea un nuovo modello distributivo: è la prima volta infatti che una serie debutta in anteprima al cinema a pochissimi giorni dalla messa in onda sulla pay-TV dimostrando che un titolo come “Gomorra – La serie” ha la forza per diventare un evento per gli appassionati che vogliono vivere anche l’esperienza sul grande schermo.

Andrea Scrosati, Executive Vice President Programming di Sky Italia, ha commentato: «Questo risultato, di un prodotto che va in sala tre giorni prima di andare in onda sulla pay-TV, va molto oltre al dato in sé. Dimostra che i modelli distributivi tradizionali possono e devono essere messi in discussione e riformati, che il mercato e soprattutto il pubblico lo sta già facendo e che per l'industria c'è una straordinaria occasione di rinnovamento, basta volerla cogliere».

Nicola Maccanico, Amministratore Delegato di Vision Distribution, ha commentato: «L’anteprima di Gomorra al cinema con il suo straordinario successo di pubblico conferma un principio fondante della nostra industria: al cinema vince chi sa proporre grandi storie ed emozioni. Vision è nata con l’obiettivo di evolvere ed innovare il cinema italiano e questo risultato conferma la solidità dei nostri propositi e del nostro progetto. Il futuro può cominciare.»

Anche oggi i primi episodi della terza stagione di “Gomorra” saranno in 325 sale cinematografiche italiane grazie a Vision Distribution e da venerdì 17 novembre la serie sarà in prima tv esclusiva su Sky Atlantic HD, ogni venerdì alle 21.15, disponibile anche su Sky On Demand.

Stasera il cast di Gomorra saluterà il pubblico in sala. A Roma Salvatore Esposito e Loris De Luna saranno all’Adriano alle 20,30 e al The Space Cinema Magliana alle 22; a Milano Cristina Donadio e Cristiana Dell’Anna saranno alle 21 al cinema Colosseo; Arturo Muselli e Fabio De Caro saranno all’UCI Centro Campania di Marcianise alle 22.

lunedì 16 ottobre 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

"Rivista Studio"
Perché "Suburra" non piace a tutti?
"In poco più di una settimana, Netflix ha sconquassato il mondo della serialità italiana, dico serialità perché lì la parola fiction è vietata. Fino ad ora. Adesso ci si trova Don Matteo e altra roba di produzione Rai, e sui social è venuto giù un pieno: non paghiamo 9,99 euro al mese (la tariffa aumenterà) per vedere Terence Hill in HD! È il grande equivoco di una piattaforma digitale nata a fortissima caratterizzazione social: per molti utenti non dev’essere un network che offre contenuti a una platea sempre più vasta (se no uno il network cosa lo apre a fare), ma un luogo di riconoscibilità individuale, dove ognuno deve trovare ciò che parla solo a lui. Da qui viene anche la frase che ultimamente si sente ripetere più spesso: «Su Netflix non c’è niente». Esaurite in poche sere le due-tre cose che interessano a te, il resto è come se non esistesse. Ma si aprirebbe un discorso troppo lungo. Torniamo alla settimana decisiva di cui sopra. È appena esplosa la bomba Don Matteo ed ecco che arriva Suburra, la prima serie italiana che Netflix ha proprio deciso di produrre, pensa te. All’ultima Mostra di Venezia, dove sono stati presentati i primi due episodi, si è assistito al primo caso di oggetto non identificato, fatto da cinematografari romani ma pensato per un bacino che si spinge ben oltre Roma Nord: i numeri di Netflix dicono più di 100 milioni di abbonati nel mondo. Faceva un certo effetto ricevere comunicati stampa dove leggevi nomi come Claudia Gerini e Michele Placido da parte di grossi PR internazionali. I giornalisti italiani in cerca dei soliti amici da buffet ci sono rimasti malissimo: e mo come facciamo? Con chi parliamo? La serie è piaciuta. Agli italiani, che sentivano l’attenzione della stampa internazionale, non si può vivere del resto di solo Sorrentino. E pure agli stranieri, che hanno ritrovato nel nuovo prodotto l’unico cinema (e Tv) ultimamente esportato oltre confine: Romanzo criminale, Gomorra e, sì, Sorrentino. Ora che Suburra è a disposizione di tutti, a certi critici incrociati alla festa veneziana non piace più (l’open bar gentilmente offerto da Netflix è ormai un lontano ricordo), la stampa storce un po’ il naso, sul pubblico non esistono dati di share, si intuiscono reazioni opposte ma è giusto così, il tempo di guardarla in pochi giorni e poi il solito ritornello: «Su Netflix non c’è niente». Il dato interessante è un altro. Per la sua prima produzione italiana, Netflix ha puntato sul nuovo immaginario che ormai riconosciamo (e in cui ci riconosciamo) anche noialtri: Suburra sembra Romanzo criminale, sì; sembra Gomorra, sì. E grazie al cazzo (scusate). Stavolta Stefano Sollima non figura tra i registi, stava girando il sequel di Sicario di Denis Villeneuve, a sua volta impegnato con quel piccolo film che è Blade Runner 2049: non mi sembra una cattiva promozione per nessuno dei due. Ma è proprio con Sollima, autore principale delle versioni televisive di Romanzo criminale e Gomorra, che è partita questa idea di nuovo racconto popolare, pop e paraculo, locale e globale, con «dramatic instinct and visual verve» (dalla recensione di Screen a Suburra il film). Poi è venuto l’imprescindibile innesto sorrentiniano, nella prima sequenza della serie c’è ovviamente un prete, non ce ne libereremo mai, ma ormai siamo persino disposti ad accettarlo. Racconto popolare, dicevo. I miei amici di Facebook si lamentano delle didascalie “Roma centro” sopra le inquadrature del cupolone di San Pietro: certo, c’avete ragione, ma forse non sono messe a caso. Né sono messi a caso gli spiegoni di Mafia Capitale for dummies, i siparietti coatti a Ostia Lido per chi Ostia Lido non sa cosa sia, le coincidenze forzate tra ammore e malavita, tra borgatari e vescovi, tra consiglieri comunali e tesorieri vaticani. Non sono un fan né di Suburra né di House of Cards, per dire, ma di quest’ultima siete arrivati alla quinta stagione senza lamentarvi troppo, e dire che era diventato inguardabile già all’inizio della seconda. Vi anticipo: non sto mettendo a confronto Alessandro Borghi con Kevin Spacey. È che siamo così, dolcemente esterofili: quando guardiamo le cose nostre non ci va bene mai, vogliono avere ragione sia quelli che «c’è troppa poca monnezza per essere Roma» sia quelli che «dà una pessima immagine del nostro Paese», (ancora) non va bene Don Matteo ma non va bene manco una cosa girata meglio, scritta meglio, recitata meglio (io vedo un casting semplice semplice come quello dei tre protagonisti Borghi-Ferrara-Valdarnini e mi sembra comunque miracoloso) e che però vuole continuare ad essere popolare, appunto. No: il vostro sogno è passare da Don Matteo a The Wire nel giro di una stagione, anzi mezza, una stagione intera è troppo. Poi c’è un altro problema. E cioè che il racconto popolare ce lo scriviamo da soli tutti i giorni da anni, dunque la finzione, seppur verosimile, ci lascia sempre e comunque insoddisfatti. Con un sindaco (pardon: una sindaca) come Virginia Raggi che scrive tutti i giorni sceneggiature degne di un film di Dino Risi, quelle delle serie non saranno mai all’altezza. Lo capisco, succede anche a me. Eravamo l’unico Paese al mondo in cui gli stand-up dell’attualità politica andavano più veloci del loro possibile adattamento cinematografico, meno male che oggi di là è arrivato Trump. Di fronte a Virgy contro l’Atac, per citare giusto uno dei format di maggior successo, nessuno showrunner potrà mai inventare qualcosa di meglio". (Mattia Carzaniga)

martedì 10 ottobre 2017

NEWS - Clamoroso al Cibali! 'Gomorra' e 'Suburra' parlano inglese: la società che li produce, Cattleya, comprata dagli inglesi di 'Downton Abbey'. Leggi QUI

giovedì 14 settembre 2017

NEWS - "I fantasmi ritornano": il nuovo trailer di "Gomorra" 3° stagione!
Rilasciato il primo trailer della terza e attesissima stagione di Gomorra – La Serie. La clip è disponibile al link: https://we.tl/0d1ZsTcpoz. Genny, Ciro, Scianèl, Patrizia e gli altri torneranno dal 17 novembre, quando i nuovi episodi della produzione originale Sky farà il suo debutto su Sky Atlantic HD.
"I re cadono, i fantasmi ritornano, la guerra ricomincia": dal trailer ufficiale emerge un mosaico di alleanze inedito. Tutti dovranno fare i conti col vuoto di potere che si è venuto a creare al termine della seconda stagione della serie. Con la scomparsa del boss Pietro Savastano cambierà tutto: oltre ai superstiti, infatti, sulla scena della criminalità napoletana si affacceranno nuovi e temibili attori. Assisteremo a nuovi scontri, inattesi ritorni e pericolose allenze, in un equilibrio tutto da trovare fra vecchi e nuovi clan.

mercoledì 13 settembre 2017

NEWS - Chi fa da sè fa per Sky. Per la nuova stagione aumentano le auto-produzioni (quella di Ammaniti in primis), a contorno di molti ritorni e tra le novità spicca "The Deuce" con James Franco
Le grandi produzioni originali Sky sono partite ieri sera su Sky Atlantic, con Tin Star, la serie drama con Tim Roth – ospite all’Upfront di Sky a Milano - che veste i panni di un detective inglese. Dal 17 novembre arriva l’attesissimo terzo capitolo di Gomorra – La Serie, un successo mondiale, venduto in 190 Paesi, che ha portato alla ribalta internazionale la qualità della produzione italiana e attori emergenti, e ha rivoluzionato la serialità televisiva. Nel corso della stagione debutteranno anche Babylon Berlin, ambientata a Berlino negli anni ‘20, Britannia, le nuove storie de I Delitti del Barlume con le novità Stefano Fresi e Corrado Guzzanti nel cast. In primavera sarà poi la volta di altre due grandi produzioni originali italiane: Il Miracolo, con il debutto alla regia di Niccolò Ammaniti, e Sui Generi, la nuova serie di Maccio Capatonda. Al via i nuovi progetti: Zero Zero Zero tratta dal libro di Roberto Saviano e Django, la prima serie western targata Sky. Arriva anche Deep State, la prima produzione originale europea del gruppo Fox.
In totale saranno ben 108, tra cui i migliori titoli HBO e Showtime in esclusiva, le serie tv in prima visione su Sky Atlantic, i canali Fox e gli altri canali partner di Sky. Dopo il clamoroso successo de Il Trono di Spade, arrivano tra le altre le nuove stagioni di Westworld, Shannara, The Affair, Billions, Grey’s Anatomy, American Crime Story: The assassination of Gianni Versace con Penelope Cruz, The Walking Dead e Homeland. Debuttano quelli che promettono di essere i prossimi cult: da Marvel’s Inhumans su Fox a The Deuce con James Franco e Maggie Gyllenhaall su Sky Atlantic. Su National Geographic torna Genius, dedicato alla straordinaria vita di Pablo Picasso interpretato da Antonio Banderas, e arriva una storia di guerra con Long Road Home. 
Con oltre 100 serie sempre disponibili, Sky Box Sets è la library più ricca delle storie più amate. Da questa stagione è inclusa nell’abbonamento di tutti i clienti. 
È una stagione di grandi contenuti e novità da vedere dove e quando si vuole con Sky On Demand e Sky Go, anche offline con Sky Go Plus. In attesa della vera rivoluzione: Sky Q, che segnerà un nuovo punto di svolta nel percorso di innovazione di Sky. Un’esperienza di visione che coinvolgerà i nostri abbonati in modo sorprendente, con un’interfaccia intuitiva che li accompagnerà su tutti gli schermi connessi, suggerendo anche i contenuti più affini ai loro gusti. Con Sky Q arriverà anche l’Ultra HD, il nuovo standard della qualità in tv.

giovedì 16 marzo 2017

NEWS - Amate le serie tv? State in Campan(i)a! Un campus universitario a Fisciano (Salerno) vi spiega i linguaggi e i consumi della serialità

News tratta da "Il Mattino"
Tutto è serialità. Siamo invasi, affascinati, sedotti e(alla fine della serie) abbandonati. Totalmente immersi in un processo di creatività e narrazione audiovisiva che sembra ogni cosa sfiorare e ogni cosa reinventare. In principio furono gli sceneggiati televisivi, poi giunse l'epopea infinita delle soap opera, le generazionali sit-com fino ad arrivare al nostro contemporaneo dove il processo seriale è di grande forza e diffusione, tanto da influenzare perfino il cinema. «I linguaggi utilizzati sono all'insegnadiunapotente innovazione. E la costruzione dell'immaginario seriale è magico intreccio: televisivi e post-televisivi siamo intinti in un cortocircuito inesauribile di trame, visioni, azzardo», spiega Alfonso Amendola. Il prof di Sociologia degli audiovisivi sperimentali all'università di Salerno è l'anima, con Linda Barone e Maurizio Calbi, del convegno internazionale, promosso da Unknown Pleasures, «To be continued. Il dispositivo seriale tra narrazioni, linguaggi, traduzioni e consumi» in agenda da oggi a domani (10-18) al Campus di Fisciano. Per molti la vera dimensione seriale ha inizio con «Ai confini della realtà» per altri con «Star Trek». Quel che è evidente è che ogni serie è storia a sé. Dal circuito spazio-temporale di «Lost» all'effetto nostalgia di «Stranger things»; dal visionario «Westworld» all'epico «Trono di spade». E, ancora, i medical drama, le commedie, lo straordinario capitolo made in Italy di «Boris», «Romanzo criminale», «Gomorra» e «The Young Pope». Nella cultura seriale c'è ditutto di più, in una riuscita miscela di tradizione, sperimentazione, innovazione e convenzionalità. Ne parleranno 30 relatori, riflettendo anche sul radicale cambiamento socio-culturale in atto, le nuove professionalità, le problematiche legate alla linguistica, le dinamiche di ricezione, il rapporto tra autorialità e consumo di massa. Lectio magistralis di Jordi Ballo (università Pompeu Fabra di Barcellona) e Douglas Lanier (università del New Hampshire) sulla centralità di William Shakespeare nel fiabesco seriale contemporaneo.

mercoledì 14 dicembre 2016

NEWS - Nei migliori 25 programmi della tv italiana di tutti i tempi, secondo "Rolling Stone" in edicola,  c'è anche "1992"! ("Gomorra" 2°)
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lunedì 8 agosto 2016

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

AVVENIRE
Serie tv e Religione: un rapporto controverso che non fa fede 
"Del controverso rapporto tra serie tv e religione c'è da qualche settimana stampata nella mente di molti telespettatori un'immagine simbolo. È nella parte conclusiva di Gomorra 2, quando Malammore, sicario di fiducia del boss Pietro Savastano, bacia il Crocifisso che porta al collo e poi spara a sangue freddo alla piccola figlia di Ciro Di Marzio. Terrorizzata, la bambina si rannicchia nel sedile posteriore dell'auto. È un'esecuzione spietata nel nome, o quantomeno nella "giustificazione , per assurdo, di Colui che ha dato la vita per la salvezza degli altri. La serie ispirata ai romanzi di Roberto Saviano è piena di simboli religiosi. Lo stesso finale, dopo l'uccisione della ragazzina, avviene con la vendetta di Ciro all'interno del cimitero dove Pietro si è recato per parlare (letteralmente) alla moglie morta. In questi uomini spietati c'è dunque il culto e il ri-spetto dei morti. Pietro, infatti, è andato nella cappella di famiglia per spiegare alla consorte defunta che non ce la fa più a vivere da solo e quindi chiede una sorta di permesso al riaccompagnarsi con un'altra donna. Poco dopo, invece, è costretto ad accettare la morte. Lo farà con dignità, togliendosi gli occhiali e pronunciando la frase: «A' finè ro' juomo sta tutta ca'». Criminalità e quotidianità, anche religiosa, vanno di pari passa I camorristi hanno le case piene di immagini sacre di fronte alle quali si fanno il segno della croce. A tavola non si fuma e si dice la preghiera prima di iniziare a mangiare. In questo senso Gomorra, più che strumentalizzare la religione, cerca di rappresentare un ambiente reale le cui caratteristiche si capiscono bene da quanto narrato dal gesuita padre FabrizioValletti, superiore della comunità di Scampia e responsabile dell'omonimo progetto. «Percorrendo le strade del quartiere si potrebbe pensare - racconta Valletti - che la popolazione viva una diffusa religiosità. In ogni raggruppamento di palazzi si incontrano edicole sacre o sculture con tanto di tempietto sovrastante. Anche nei cortili, negli androni, nei pianerottoli è un susseguirsi di immagini, di altarini, illuminati e sempre decorati con fiori. Se si considera che la maggior parte di queste immagini sacre è stata posta per iniziati-va delle famiglie che controllano le piazze dello spaccio, viene da pensare che ci sia un legame fra la cultura della camorra e questa ostentazione di pietà religiosa». Padre Valletti la individua nell'ipotesi di una «conti-nuità simbolica fra l'affermazione del "pro-tettore" malavitoso e la richiesta di protezione divina». Fatto sta che «la religione impre-gna la camorra»: «Gli uomini d'onore dei clan reinterpretano il messaggio cristiano a loro modo, così che questo, nella loro personalissima concezione, non possa essere considerato in contraddizione con l'attività camorrista». In poche parole «il clan che finalizza le proprie azioni al vantaggio di tutti gli affiliati considera il bene cristiano rispettato e perseguito dall'organizzazione». Rapporto controverso evidente, che la serie televisiva di Gomorra ripropone più che interpretare. 

Non è così per altre serie, soprattutto per quelle straniere. Ma anche per altre italiane. Un piccolo, ma significativo esempio, ci viene dal recente Dov'èMario? con Corrado Guzzanti. In questo caso la religione è irrisa con lo sketch volgare sulla suora protagonista della pubblicità dell'ipotetico medicinale Scurè o con la badante di Mario che tira fuori dalla borsa la statuina di una Madonna e la moglie di Mario che spiega come in quella casa non siano molto religiosi, ma se alla donna avesse fatto piacere avrebbero messo un Crocifisso nella sua camera. «Solo Lei - replica la badante
riferendosi alla statua della Madonna-, Lui non lo reggo!». Battuta vicina al blasfemo come peraltro accade, dall'altra parte dell'Oceano, con Jane the virgin dove, fatta salva tutta l'ironia che si vuole, la statua della Madonna canta in chiesa insieme al coro invitando la giovane protagonista a tenere le gambe chiuse e dove la madre di Jane, quando scopre che la figlia è incinta pur essendo vergine, si inginocchia e recita una sorta di Ave Maria con sinonimi più che discutibili. Restando sulle serie americane, ci imbattiamo spesso in quelle che hanno in sé elementi religiosi o pseudo tali come II trono di spade e Dominion. Quest'ultima con tanto di guerra tra due schiere di angeli e l'attesa di un nuovo messia. In entrambi i casi siamo di fronte a uno sorta di fantascienza più portata all'agnosticismo e all'ateismo. Le religioni del futuro sono generalmente
appannaggio di un gruppo dominante che le sfrutta per mantenere il potere. Discorso diverso invece per serie come l'apocalittica (ma non in senso biblico) The walking dead, che è seguita a Lost, o più ancora Outcast con i suoi indemoniati e i conseguenti esorcismi. Anche se qui non c'è il prete cattolico de L'esorcista, bensì un pastore evangelista del West Virginia, fermamente convinto che occorra combattere la dura battaglia contro le forze demoniache nonostante lui non sia proprio un esempio positivo. Indemoniati a sfare an-che nel sanguinolento Penny dreadful, che però è più una generica storia dell'orrore ambientata nella Londra Vittoriana. Da noi deve ancora arrivare The Path, serie televisiva statunitense incentrata sugli appartenenti a un presunto movimento religioso chiamato Meyerismo. Ma anche in questo caso dietro a riti, regole e preghiere si nascondono oscuri segreti. Ed è appunto uno degli elementi che caratterizza molte serie tv: la religione intesa come mistero con la "m" minuscola, come occasione per mettere in scena soprattutto il male. A volte, invece, la fede è un'opzione tra le altre. In ogni caso, la rappresentazione della religione nelle serie televisive (e non solo) è quasi sempre parziale. Se ne coglie, nel bene e nel male, un aspetto. Gli approcci sono diversificati e spesso la cultura religiosa degli autori è scarsa". (Andrea Fagioli, 13.07.2016)

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