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martedì 11 dicembre 2018
LA VITA E' UNA COSA SERIAL - Ecco perché le coppie di adolescenti di "Baby" e "L'amica geniale" sono cult (e un fil rouge le unisce fino ad oggi)
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venerdì 8 giugno 2018
LA VITA E' UNA COSA SERIAL - Vent'anni di "Sex and the City": ma è ancora vivo il suo mito? Ha retto al passare di due decenni?
Articolo tratto da "La Stampa"
"La domanda più scomoda quando si tratta di prodotti di intrattenimento: ha retto il passare del tempo? Ha lasciato in eredità qualcosa in più dell'aver reso famosi marchi come Manolo Blahnik e Christian Louboutin? Il 6 giugno si sono compiuti 20 anni esatti dalla messa in onda di Sex and The City, la serie che ha raccontato per la prima volta quanto fosse normale per le donne trentenni rimanere single, pensare alla carriera, uscire con le amiche, godersi anni di sano divertimento e di sesso spensierato. Vibratori, incontri a tre, romanticismo, matrimonio, amicizia, cancro al seno, infertilità: non c'è argomento che le quattro protagoniste - Carrie, Miranda, Samantha e Charlotte - non abbiano affrontato, dettando toni e argomenti che avrebbero occupato gran parte della televisione femminile del futuro. E non c'è dubbio che la serie abbia raccontato le tendenze (non solo sessuali) con un occhio così puntuale per i gusti veloci dei newyorkesi da sembrare profetico: il Meatpacking quartiere in ascesa, la fuga della classe media a Brooklyn, Pastis e Balthazar ristoranti di riferimento.
Articolo tratto da "La Stampa"
"La domanda più scomoda quando si tratta di prodotti di intrattenimento: ha retto il passare del tempo? Ha lasciato in eredità qualcosa in più dell'aver reso famosi marchi come Manolo Blahnik e Christian Louboutin? Il 6 giugno si sono compiuti 20 anni esatti dalla messa in onda di Sex and The City, la serie che ha raccontato per la prima volta quanto fosse normale per le donne trentenni rimanere single, pensare alla carriera, uscire con le amiche, godersi anni di sano divertimento e di sesso spensierato. Vibratori, incontri a tre, romanticismo, matrimonio, amicizia, cancro al seno, infertilità: non c'è argomento che le quattro protagoniste - Carrie, Miranda, Samantha e Charlotte - non abbiano affrontato, dettando toni e argomenti che avrebbero occupato gran parte della televisione femminile del futuro. E non c'è dubbio che la serie abbia raccontato le tendenze (non solo sessuali) con un occhio così puntuale per i gusti veloci dei newyorkesi da sembrare profetico: il Meatpacking quartiere in ascesa, la fuga della classe media a Brooklyn, Pastis e Balthazar ristoranti di riferimento.
Un'epoca che non esiste più Sex and The City ha raccontato meglio di chiunque altro un'epoca. Il problema è che quell'epoca non esiste più. Per le femministe di oggi lo show è troppo consumistico (in una famosa puntata Carrie calcola che la sua collezione di scarpe vale 40 mila dollari, il deposito per il mutuo del suo appartamento) e troppo legato a valori effimeri che stonano con la società in crisi in cui viviamo. È anche molto, troppo bianco: a parte l'apparizione di un medico afro americano, fidanzato brevemente con Miranda, c'è una drammatica mancanza di diversità. La stessa Sarah Jessica Parker - oltre che protagonista, produttore esecutivo per tutte e sei le stagioni - in una recente intervista ha ammesso che, oggi, una delle quattro dovrebbe essere per forza afro americana. Cynthia Nixon, che nello show interpreta l'avvocato Miranda, la più femminista delle quattro, e che oggi è candidata al ruolo di Governatore di New York, ha ammesso di essere stata disturbata dal troppo consumismo: «Quando ho rivisto la scena in cui Mr Big fa costruire una gigantesca cabina armadio per fare felice Carrie mi sono chiesta se sia questo il messaggio che vogliamo trasmettere». Persino Candace Bushnell, la giornalista autrice della column da cui è tratta la serie, in un'intervista al Guardian ha dichiarato: «Nella vita reale Carrie e Big non sarebbero tornati insieme». Un sentimento condiviso da quelle fan che nel matrimonio finale hanno visto tradite le premesse iniziali: sei stagioni a dire che alle donne non servono gli uomini per essere felici e realizzate per poi finire con la più disneyana delle favole? A dispetto di queste dissonanze, è però vero che Sex and The City gode ancora di un successo clamoroso, testimoniato all'interesse per un possibile terzo film (i primi due hanno incassato rispettivamente 415 e 294 milioni) e per il numero di account Instagram dedicati alla serie, alle sue frasi famose, agli abiti delle protagoniste, e seguiti da centinaia di migliaia di follower. In uno dei più seguiti le frasi delle protagoniste vengono analizzate secondo la iper sensibilità odierna per cui quando Carrie dice di indossare una collana d'oro «come una del ghetto» le si commenta ironicamente che è una frase che non tiene conto dei suoi privilegi di donna bianca. La fashion editor che lo gestisce, Chelsea Fairless, dice: «È vero, lo show è troppo bianco, troppo materialistico e non abbastanza serio, ma sono stanca anche solo a pensare allo sforzo che mi ci vorrebbe per boicottarlo, e preferisco usare quelle energie per combattere il patriarcato». (Simona Siri)
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venerdì 29 settembre 2017
LA VITA E' UNA COSA SERIAL - Achtung, compagni! Una proposta di legge di Dario Franceschini vuole eliminare di fatto le serie tv americane dai palinsesti italiani!
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sabato 18 marzo 2017
GOSSIP - "Starsky&Hutch" per sempre! La favola bella dei due interpreti del poliziesco cult, ancora insieme nelle sofferenze
Articolo tratto dal "Corriere della Sera"
Articolo tratto dal "Corriere della Sera"
"Erano i poliziotti più simpatici della tv anni Settanta e sgommavano sulle strade della California. Oggi Starsky (Paul Michael Glaser) e Hutch (David Soul) hanno 73 anni, ma sono rimasti amici. Fratelli, dicono loro: così amici che la loro foto a Liverpool per una convention di fan risulta emozionante. Hutch sulla sedia a rotelle, Starsky a spingerlo. In Inghilterra I due attori 70enni erano insieme a Liverpool invitati a una convention di fan. I capelli di Starsky sono ancora ricci come una volta, ma grigi e un po' radi. Il ciuffo biondo di Hutch non c'è più, ma dei tempi belli gli è rimasto almeno il giubbetto scamosciato anche se è costretto sulla sedia a rotelle ed è sparito sotto il peso degli anni e delle medicine anche il sorriso smargiasso che riservava ai testimoni bugiardi come alle ragazze carine di Bay City. Quando i due poliziotti più simpatici della tv Anni 7o sgommavano per le strade della California sulla loro Ford Gran Torino rossa con la striscia bianca e ai ragazzini d'America — e del resto del mondo, la serie fu un sorprendente successo globale — sembrava dal salotto di casa di sentire l'odore di quei pneumatici sull'asfalto. Oggi Starsky e Hutch hanno 73 anni e non sono più quelli di una volta ma neanche noi lo siamo: l'ultimo episodio del loro telefilm è andato in onda nella primavera del 1979, ma sono rimasti amici o, come dicono loro, «fratelli». Ecco perché la foto degli attori Paul Michael Glaser (Starsky) e David Soul (Hutch) a Liverpool per una convention di fan è così emozionante per chi ricorda le loro avventure. Il loro fascino è arrivato nell'era di Internet anche se sulle tv a alta definizione 4K di oggi risulta parecchio sgranato e con l'audio mono un po' gracchiante. In Italia «Starsky e Hutch» debuttarono nel 1979, sulla Rai, quando in America il telefilm era praticamente finito ma qui non lo sapeva nessuno (altri tempi, analogici), e furono molto amati dal pubblico nei bui Anni 70 dominati da una parte dal sanguinario Ispettore Callaghan e dall'altra da Serpico che lottava contro poliziotti corrotti più cattivi dei criminali senza divisa. Starsky e Hutch erano due poliziotti un po' hippie, simpatici e democratici, che non amavano sparare ma preferivano gli inseguimenti in auto e a piedi, e al limite ai cattivi rifilavano qualche sganassone invece di una pistolettata. Due poliziotti-amici che — nel mondo del telefilm era l'assoluta normalità ma in quei tempi fu una rivoluzione — prendevano ordini da un nero, il burbero ma buono (e goloso) capitano Dobey al quale nascondevano gli amati bomboloni. Glaser e Soul in questi quarant'anni: hanno visto il loro telefilm diventare un cult, hanno doppiato i loro personaggi per un videogioco e hanno visto il remake cinematografico di qualche anno fa, con Ben Stiller-Starsky e Owen Wilson-Hutch arrivare nelle sale e uscirne senza far innamorare nessuno: perché, molto semplicemente, si vedeva che loro due erano due amici che sul set si divertivano, Stiller e Wilson erano due attori famosi che recitavano un copione prima di andare a casa ognuno per conto suo. A Liverpool, con Hutch in sedia a rotelle e Starsky a spingerlo, c'era anche Huggy Bear, l'informatore al quale chiedevano sempre una mano: l'attore Antonio Fargas che di Glaser e Soul è rimasto amico, tre moschettieri di un successo di tanto tempo fa (i ragazzi americani conoscono un altro Fargas, Justin: ex giocatore di football, figlio di Antonio). Chi, in questi anni, ha seguito sui giornali e su Internet la carriera dei tre amici — non hanno più avuto un successo così, ma di trionfo, come diceva sempre Orson Welles che dell'ingratitudine di Hollywood se ne intendeva, «ne basta solo uno» per essere ricordati — sa che Soul, che da qualche anno vive in Inghilterra, è malato ma la sorte più terribile è toccata all'amico: Paul Michael Glaser ha visto la prima moglie, la dolcissima Elizabeth, morire nel 1994 per l'Aids contratto nel 1981 da una trasfusione effettuata durante il parto della piccola Ariel, che venne infettata durante l'allattamento e morì a soli sette anni. Chi ha visto tanti episodi di «Starsky e Hutch» fatica a indicare il più bello ma per quello più commovente è facile: un sicario spara alla fidanzata di Starsky e lei, prima di morire, lascia a Hutch il suo orsacchiotto: «Prenditi cura di lui, e diStarsky».
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giovedì 26 gennaio 2017
LA VITA E' UNA COSA SERIAL - Addio a Mary Tyler Moore, la regina delle comedy. E' stata l'apripista per "Sex and The City", "Desperate Housewives", "Ally McBeal"...
Diciamocelo, senza di lei Carrie Bradshaw di 'Sex and the City' sarebbe nata più tardi. E anche la più spregiudicata Samantha Jones. Le 'Desperate Housewives' sono andate a ripetizione da lei, così come 'Ally McBeal' le deve molto dei suoi tic e manie a puntate. La scomparsa di Mary Tyler Moore, regina delle comedy come solo Lucille Ball, lascia nel contempo un vuoto e molte eredi. Seriali, s'intende. Vincitrice di ben 6 Emmy Awards, oltre che candidata all'Oscar per il film "Gente comune" di Robert Redford, Moore ha lasciato il segno nella tv americana (e non solo) grazie alla sit-come intitolata in suo onore, 'Mary Tyler Moore Show', in onda dal 1970. Sì, perché era lei l'istrionica attrice che dava vita alla rivoluzionaria protagonista proto-femminista senza sapere di esserlo - e per questo insicura quanto sussultante di orgoglio - perennemente single insoddisfatta a Minneapolis. Mary Richards lavorava come assistente produttore al telegiornale di una rete privata frequentata da gente strana (un gelido produttore, un nevrotico redattore, un meteorologo fuori di testa, tra gli altri). Ma era lei, Moore-Richards, a dettare tempi e battute. I riflettori erano tutti suoi, tant'è che l'attrice oltre ad esserne interprete, firmava la sit-com vincitrice di 29 Emmy Awards (di cui 6 a lei) con la sua casa di produzione, la MTM (iniziali del suo nome). Quando la CBS accettò di mandarla in onda dovette firmare un contratto in cui si lasciava piena indipendenza alla Moore (e al marito Grant Tinker, co-intestatario della casa di produzione) sull'ideazione, sceneggiature, scelta del cast (solo attori sconosciuti) e sul budget. Se la bibbia tv Usa 'Entertainment Weekly' ha eletto 'MTMS' quale 'show di prima serata più importante della storia della tv americana' lo si deve al fatto che Mary Richards è diventata un'icona indimenticabile, ancor oggi imitata e inimitabile. Non più giovanissima, si trovava ad affrontare la vita da sola in un mondo che alle donne concedeva ben poco (un tema ricorrente della tv anni '70); il suo atteggiamento era fiducioso, ottimista, gentile, accomodante, disponibile; il suo unico desiderio era non contraddire gli altri, non creare complicazioni, adattarsi; diceva di essere 'una che prima di andare dal parrucchiere si fa lo shampoo'; da un lato era come l'uomo avrebbe voluto la donna dopo il trauma del femminismo, dall'altro accettava l'indipendenza che la società le imponeva e si sforzava di farla diventare parte del proprio carattere. Combattuta come pochi personaggi femminili fino ad allora, Mary viveva sulla propria pelle le contraddizioni del periodo. La sua figura non era propriamente comica. 'Il mio forte non è essere buffa', diceva Mary Richards, 'è reagire in modo buffo alle cose che mi stanno attorno'. Un episodio della serie è stato scelto come il migliore di tutti i tempi in una Top 100 redatta dal popolare 'Tv Guide': nella puntata si deve commemorare la morte di un clown che faceva show per la tv; né il produttore che il redattore colleghi di Richards riescono a trattenersi dal fare battute sarcastiche e macabre sulla sua morte (il clown era travestito da nocciolina ed era stato schiacciato da un elefante), con grande imbarazzo di Mary; durante il funerale, tuttavia, è proprio quest'ultima che si mette istericamente a ridere; il prete la consola dicendo che probabilmente era proprio così che il pagliaccio avrebbe voluto essere ricordato; a questo punto Mary scoppia in un piano irrefrenabile…Addio Mary, convinti che lassù un clown travestito da arachide ti allieterà la dipartita. (Leo Damerini)
Diciamocelo, senza di lei Carrie Bradshaw di 'Sex and the City' sarebbe nata più tardi. E anche la più spregiudicata Samantha Jones. Le 'Desperate Housewives' sono andate a ripetizione da lei, così come 'Ally McBeal' le deve molto dei suoi tic e manie a puntate. La scomparsa di Mary Tyler Moore, regina delle comedy come solo Lucille Ball, lascia nel contempo un vuoto e molte eredi. Seriali, s'intende. Vincitrice di ben 6 Emmy Awards, oltre che candidata all'Oscar per il film "Gente comune" di Robert Redford, Moore ha lasciato il segno nella tv americana (e non solo) grazie alla sit-come intitolata in suo onore, 'Mary Tyler Moore Show', in onda dal 1970. Sì, perché era lei l'istrionica attrice che dava vita alla rivoluzionaria protagonista proto-femminista senza sapere di esserlo - e per questo insicura quanto sussultante di orgoglio - perennemente single insoddisfatta a Minneapolis. Mary Richards lavorava come assistente produttore al telegiornale di una rete privata frequentata da gente strana (un gelido produttore, un nevrotico redattore, un meteorologo fuori di testa, tra gli altri). Ma era lei, Moore-Richards, a dettare tempi e battute. I riflettori erano tutti suoi, tant'è che l'attrice oltre ad esserne interprete, firmava la sit-com vincitrice di 29 Emmy Awards (di cui 6 a lei) con la sua casa di produzione, la MTM (iniziali del suo nome). Quando la CBS accettò di mandarla in onda dovette firmare un contratto in cui si lasciava piena indipendenza alla Moore (e al marito Grant Tinker, co-intestatario della casa di produzione) sull'ideazione, sceneggiature, scelta del cast (solo attori sconosciuti) e sul budget. Se la bibbia tv Usa 'Entertainment Weekly' ha eletto 'MTMS' quale 'show di prima serata più importante della storia della tv americana' lo si deve al fatto che Mary Richards è diventata un'icona indimenticabile, ancor oggi imitata e inimitabile. Non più giovanissima, si trovava ad affrontare la vita da sola in un mondo che alle donne concedeva ben poco (un tema ricorrente della tv anni '70); il suo atteggiamento era fiducioso, ottimista, gentile, accomodante, disponibile; il suo unico desiderio era non contraddire gli altri, non creare complicazioni, adattarsi; diceva di essere 'una che prima di andare dal parrucchiere si fa lo shampoo'; da un lato era come l'uomo avrebbe voluto la donna dopo il trauma del femminismo, dall'altro accettava l'indipendenza che la società le imponeva e si sforzava di farla diventare parte del proprio carattere. Combattuta come pochi personaggi femminili fino ad allora, Mary viveva sulla propria pelle le contraddizioni del periodo. La sua figura non era propriamente comica. 'Il mio forte non è essere buffa', diceva Mary Richards, 'è reagire in modo buffo alle cose che mi stanno attorno'. Un episodio della serie è stato scelto come il migliore di tutti i tempi in una Top 100 redatta dal popolare 'Tv Guide': nella puntata si deve commemorare la morte di un clown che faceva show per la tv; né il produttore che il redattore colleghi di Richards riescono a trattenersi dal fare battute sarcastiche e macabre sulla sua morte (il clown era travestito da nocciolina ed era stato schiacciato da un elefante), con grande imbarazzo di Mary; durante il funerale, tuttavia, è proprio quest'ultima che si mette istericamente a ridere; il prete la consola dicendo che probabilmente era proprio così che il pagliaccio avrebbe voluto essere ricordato; a questo punto Mary scoppia in un piano irrefrenabile…Addio Mary, convinti che lassù un clown travestito da arachide ti allieterà la dipartita. (Leo Damerini)
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martedì 5 gennaio 2016
LA VITA E' UNA COSA SERIAL - Sono strane e anche serial. Viaggio tra le "strambe" delle serie tv (a cominciare dalla "friend" capofila Phoebe)
Articolo di Arnaldo Greco per "Rivista Studio"
Quando ho visto Lisa Kudrow sul palco assieme a Taylor Swift per cantare Smelly cat (“Gatto Rognoso”) ho capito che la rivincita era completata. Non che la cosa non fosse chiara già da un pezzo, ma quell’immagine la rendeva palese. Ciò che resta maggiormente di Friends è Phoebe Buffay. Il resto vivacchia, resiste come eco, come ricordo, al massimo come citazione. Ma di Phoebe è zeppa la televisione di oggi. Si girano un bel po’ di sit-com classiche in cui si continua a usare l’amico strambo come contorno – il tizio con la sensibilità fuori dal mondo che non ha pudore a dire ai protagonisti che il re è nudo ogni puntata, perché fa ridere – ma non mi capita mai di vedere una delle serie tv che “fanno parlare”, quelle che prendono i premi, senza la certezza che a un certo punto uno dei protagonisti mi faccia pensare “pure qui un’altra Phoebe Buffay”.
Durante le oltre duecento puntate di Friends, il bilanciamento tra i vari personaggi non è mai cambiato. Poteva capitare che a uno dei sei protagonisti nascesse un figlio, morisse un parente o perdesse il lavoro, ma gli altri cinque non potevano fare da comprimari. Avevano la loro trama. Striminzita o secondaria nei termini del coinvolgimento emotivo degli spettatori, non come spazio. A Ross nasceva il primo figlio, Joey assisteva al parto di una ragazza madre appena conosciuta, Rachel flirtava con un dottore, Phoebe faceva da paciere tra Ross e la nuova compagna della moglie, etc. Era, però, altrettanto chiaro che il centro dell’azione fosse il salotto di Monica e Rachel (poi Chandler), al massimo l’abitazione di fronte o il locale sotto casa. Tutto orbitava lì attorno. Ci si allontanava un po’, a turno, ma si ritornava sempre lì. L’orbita più distante è sempre stata quella di Phoebe, persino negli episodi in cui abitava in quella casa. Là cercava il saltuario calore della famiglia mentre gli altri, chi più chi meno, cercavano un luogo fisso dove evitare la propria. A volte perfino in maniera un po’ forzata. Tant’è vero che chiunque almeno una volta ha pensato: “Perché è amica di queste persone?”.
Per farla breve ho sempre avuto l’impressione che Phoebe fosse la più sacrificabile tra i sei. Non che non fosse simpatica – era anzi la preferita di molti fan – e spesso risultava essere la cosa migliore di un episodio, ma il suo apporto allo sviluppo della storia, sulla lunga durata, era praticamente nullo (per esempio non troverà la conclusione della “sua” vicenda, unica tra tutti e sei, nell’ultimo episodio. Si sposerà a metà dell’ultima serie mentre tutti gli altri cambieranno la propria vita nelle ultime scene). Abbiamo sempre avuto l’impressione che avesse tanto da dire e niente di raccontabile. Ci piaceva la sua alienità, ma poi ci interessava di più che Ross e Rachel si mettessero assieme o che Monica e Chandler si comportassero da persone serie. O che tutti trovassero un lavoro vero. O che lo trovassero il più tardi possibile in modo da continuare a cazzeggiare.
Avevo torto. Perché oggi delle vite delle Monica e delle Rachel non ci interessa quasi niente. Da quanto tempo non vediamo una serie con un personaggio ordinario come Monica Geller protagonista non lo so neanche. Guardereste una serie su una ragazza maniaca della pulizia che vuole fare la cuoca? La cuoca ancora ancora, ma facciamo che intanto è incinta perché il fratello le ha chiesto di impiantare nel suo utero il figlio che vorrebbe avere con l’anziana professoressa di scuola con cui è fuggito (cosa davvero successa a Phoebe). Una serie su una figlia di buona famiglia che vuole provare a farcela da sola a New York e fa la cameriera in attesa che le si presenti un’occasione? Siamo seri. È troppo poco. Facciamo che uno spirito è migrato in lei così che possa alternare espressioni proprie a esclamazioni dello spirito (altra cosa successa in Friends). O che la mamma s’è suicidata ma – attenzione – lei crede che il suo spirito sia trasmigrato in un gatto (successo anche questo, ovviamente). Ecco che il pitch già suonerebbe più attuale.
Se non vestisse come un personaggio di un film del Sundance in uno sketch del Saturday Night Live non ne guarderemmo neanche il pilota. Ora, non è che voglia sopravvalutare Friends o Phoebe oltre quanto già meritino, dopotutto negli stessi anni dello show cresceva il Sundance che è il vero mandante morale del “quirky”, geniale definizione di qualcosa che sa essere “strano e carino” al tempo stesso (non a caso nell’Urban dictionary “Phoebe” risulta come primo esempio della definizione di “quirky”). Ma Phoebe è stata fondamentale per abituare al quirky quelli che poi avrebbero adorato Dharma & Greg, Miranda July, Little Miss Sunshine, eccetera.
Phoebe ha anche avuto l’obbligato difetto della stanchezza del personaggio: alla nona stagione potevano pure decidere che avrebbe raccolto chewing-gum dai marciapiedi per fare qualcosa per la pace nel mondo (no, questo non l’hanno fatto davvero), ma così ha anche sdoganato quella stanchezza che ci fa passivamente accettare qualsiasi stramberia all’insegna dell’ormai vale tutto. Che dal mio punto di vista è il grande difetto di, per esempio, Unbreakable Kimmy Schmidt, qui messo giù bene in un inaspettato autodafé.
O Transparent, in cui da contorno a Maura che vive il vero conflitto, per cui siamo curiosi di vedere gli episodi, dobbiamo sorbirci le bizzarre avventure senza capo né coda dei tre figli e fingere di credere davvero che una risposta come questa che segue alla domanda «Che cosa mangi?» sia spiazzante o rivelatoria di qualcosa e non solo quirky. (Nota bene: stiamo usando quirky senza alcun significato dispregiativo).
Potrei trovare analoghi esempi pure in Modern Family o in The Last Man on Earth o Parks and Recreation (quasi tutti show che guardo avidamente, intendiamoci, l’intrattenimento davvero scarso è altrove) ma soprattutto Girls che, per me, è l’apoteosi del Phoebismo. Tra le quattro protagoniste ci sono almeno tre Phoebe e nessuna Monica. A malapena una Rachel, cioè Marnie. Le altre: Shoshanna è evidentemente una Phoebe rimasta sotto qualche acido, Hannah è una Phoebe che deve ancora rinunciare all’idea che per stare bene devi combinare qualcosa nella vita e perfino Jessa è chiaramente una Phoebe a cui è stato brutalmente sradicato ogni senso dell’umorismo. Anche perché, dopotutto, noi sappiamo perfettamente come sarebbe una Phoebe senza senso dell’umorismo. Ogni tanto, in Friends, faceva capolino Ursula, la sorella gemella “cattiva” di Friends. Che non era solo una parodia delle gemelle cattive delle telenovelas, ma anche una parodia di Phoebe stessa. Ed ecco qui una scena: ditemi se non è uguale a Jessa, perfino nell’espressione.
Ovviamente per non cadere negli stereotipi c’è anche un quirky maschile. Per rimanere sempre in tema Girls.
O, ancora meglio, Master of None.
Non ho citato tutti questi show per accusarli di limitarsi al “quirky” (tranne forse UKS, quello è solo quirky e basta), ma perché a mio parere personaggi che richiedono una sospensione dell’incredulità perfino superiore a quella richiesta dai Fantastici 4 diventano meno efficaci – è il loro limite – quando l’ambizione sarebbe, oltre a intrattenere, anche quella di raccontare cose “significative”. Da un po’ di anni a queste parte usiamo “superficiale” anche come complimento. Ne capisco il senso. Ma è altrettanto vero che certi show possono essere superficiali e basta, senza alcuna nuova accezione.
Al momento c’è, però, in onda un personaggio che a suo modo rappresenta già una presa in giro del quirky ed è Peggy Blumquist, interpretata da Kirsten Dunst nella seconda stagione di Fargo.
Perché mentre la naiveté dei personaggi citati finora è l’espediente per farla franca sempre e comunque, in qualsiasi situazione, episodio dopo episodio, per Peggy è una condanna (no spoiler, non ho ancora idea di come prosegua la serie mentre scrivo, basta un episodio per comprendere quanto sia una condanna a prescindere dallo sviluppo). La sua stramberia la mette in pericolo, la costringe a mentire, la fa impazzire. È perfettamente in linea con la serie: le storie di Fargo sono piene di stupidi. Ma se il marito è più simile agli stupidi della prima stagione, stupidi evangelici, del tipo “beati i poveri di spirito perché di essi è il regno dei cieli”, la stupidità di Peggy, invece, è negativa. È un quirky antipatico. Che sia, però, l’anticipo di una nuova tendenza è forse più una speranza che una possibilità.
Articolo di Arnaldo Greco per "Rivista Studio"
Quando ho visto Lisa Kudrow sul palco assieme a Taylor Swift per cantare Smelly cat (“Gatto Rognoso”) ho capito che la rivincita era completata. Non che la cosa non fosse chiara già da un pezzo, ma quell’immagine la rendeva palese. Ciò che resta maggiormente di Friends è Phoebe Buffay. Il resto vivacchia, resiste come eco, come ricordo, al massimo come citazione. Ma di Phoebe è zeppa la televisione di oggi. Si girano un bel po’ di sit-com classiche in cui si continua a usare l’amico strambo come contorno – il tizio con la sensibilità fuori dal mondo che non ha pudore a dire ai protagonisti che il re è nudo ogni puntata, perché fa ridere – ma non mi capita mai di vedere una delle serie tv che “fanno parlare”, quelle che prendono i premi, senza la certezza che a un certo punto uno dei protagonisti mi faccia pensare “pure qui un’altra Phoebe Buffay”.
Durante le oltre duecento puntate di Friends, il bilanciamento tra i vari personaggi non è mai cambiato. Poteva capitare che a uno dei sei protagonisti nascesse un figlio, morisse un parente o perdesse il lavoro, ma gli altri cinque non potevano fare da comprimari. Avevano la loro trama. Striminzita o secondaria nei termini del coinvolgimento emotivo degli spettatori, non come spazio. A Ross nasceva il primo figlio, Joey assisteva al parto di una ragazza madre appena conosciuta, Rachel flirtava con un dottore, Phoebe faceva da paciere tra Ross e la nuova compagna della moglie, etc. Era, però, altrettanto chiaro che il centro dell’azione fosse il salotto di Monica e Rachel (poi Chandler), al massimo l’abitazione di fronte o il locale sotto casa. Tutto orbitava lì attorno. Ci si allontanava un po’, a turno, ma si ritornava sempre lì. L’orbita più distante è sempre stata quella di Phoebe, persino negli episodi in cui abitava in quella casa. Là cercava il saltuario calore della famiglia mentre gli altri, chi più chi meno, cercavano un luogo fisso dove evitare la propria. A volte perfino in maniera un po’ forzata. Tant’è vero che chiunque almeno una volta ha pensato: “Perché è amica di queste persone?”.
Per farla breve ho sempre avuto l’impressione che Phoebe fosse la più sacrificabile tra i sei. Non che non fosse simpatica – era anzi la preferita di molti fan – e spesso risultava essere la cosa migliore di un episodio, ma il suo apporto allo sviluppo della storia, sulla lunga durata, era praticamente nullo (per esempio non troverà la conclusione della “sua” vicenda, unica tra tutti e sei, nell’ultimo episodio. Si sposerà a metà dell’ultima serie mentre tutti gli altri cambieranno la propria vita nelle ultime scene). Abbiamo sempre avuto l’impressione che avesse tanto da dire e niente di raccontabile. Ci piaceva la sua alienità, ma poi ci interessava di più che Ross e Rachel si mettessero assieme o che Monica e Chandler si comportassero da persone serie. O che tutti trovassero un lavoro vero. O che lo trovassero il più tardi possibile in modo da continuare a cazzeggiare.
Avevo torto. Perché oggi delle vite delle Monica e delle Rachel non ci interessa quasi niente. Da quanto tempo non vediamo una serie con un personaggio ordinario come Monica Geller protagonista non lo so neanche. Guardereste una serie su una ragazza maniaca della pulizia che vuole fare la cuoca? La cuoca ancora ancora, ma facciamo che intanto è incinta perché il fratello le ha chiesto di impiantare nel suo utero il figlio che vorrebbe avere con l’anziana professoressa di scuola con cui è fuggito (cosa davvero successa a Phoebe). Una serie su una figlia di buona famiglia che vuole provare a farcela da sola a New York e fa la cameriera in attesa che le si presenti un’occasione? Siamo seri. È troppo poco. Facciamo che uno spirito è migrato in lei così che possa alternare espressioni proprie a esclamazioni dello spirito (altra cosa successa in Friends). O che la mamma s’è suicidata ma – attenzione – lei crede che il suo spirito sia trasmigrato in un gatto (successo anche questo, ovviamente). Ecco che il pitch già suonerebbe più attuale.
Se non vestisse come un personaggio di un film del Sundance in uno sketch del Saturday Night Live non ne guarderemmo neanche il pilota. Ora, non è che voglia sopravvalutare Friends o Phoebe oltre quanto già meritino, dopotutto negli stessi anni dello show cresceva il Sundance che è il vero mandante morale del “quirky”, geniale definizione di qualcosa che sa essere “strano e carino” al tempo stesso (non a caso nell’Urban dictionary “Phoebe” risulta come primo esempio della definizione di “quirky”). Ma Phoebe è stata fondamentale per abituare al quirky quelli che poi avrebbero adorato Dharma & Greg, Miranda July, Little Miss Sunshine, eccetera.
Phoebe ha anche avuto l’obbligato difetto della stanchezza del personaggio: alla nona stagione potevano pure decidere che avrebbe raccolto chewing-gum dai marciapiedi per fare qualcosa per la pace nel mondo (no, questo non l’hanno fatto davvero), ma così ha anche sdoganato quella stanchezza che ci fa passivamente accettare qualsiasi stramberia all’insegna dell’ormai vale tutto. Che dal mio punto di vista è il grande difetto di, per esempio, Unbreakable Kimmy Schmidt, qui messo giù bene in un inaspettato autodafé.
O Transparent, in cui da contorno a Maura che vive il vero conflitto, per cui siamo curiosi di vedere gli episodi, dobbiamo sorbirci le bizzarre avventure senza capo né coda dei tre figli e fingere di credere davvero che una risposta come questa che segue alla domanda «Che cosa mangi?» sia spiazzante o rivelatoria di qualcosa e non solo quirky. (Nota bene: stiamo usando quirky senza alcun significato dispregiativo).
Potrei trovare analoghi esempi pure in Modern Family o in The Last Man on Earth o Parks and Recreation (quasi tutti show che guardo avidamente, intendiamoci, l’intrattenimento davvero scarso è altrove) ma soprattutto Girls che, per me, è l’apoteosi del Phoebismo. Tra le quattro protagoniste ci sono almeno tre Phoebe e nessuna Monica. A malapena una Rachel, cioè Marnie. Le altre: Shoshanna è evidentemente una Phoebe rimasta sotto qualche acido, Hannah è una Phoebe che deve ancora rinunciare all’idea che per stare bene devi combinare qualcosa nella vita e perfino Jessa è chiaramente una Phoebe a cui è stato brutalmente sradicato ogni senso dell’umorismo. Anche perché, dopotutto, noi sappiamo perfettamente come sarebbe una Phoebe senza senso dell’umorismo. Ogni tanto, in Friends, faceva capolino Ursula, la sorella gemella “cattiva” di Friends. Che non era solo una parodia delle gemelle cattive delle telenovelas, ma anche una parodia di Phoebe stessa. Ed ecco qui una scena: ditemi se non è uguale a Jessa, perfino nell’espressione.
Ovviamente per non cadere negli stereotipi c’è anche un quirky maschile. Per rimanere sempre in tema Girls.
O, ancora meglio, Master of None.
Non ho citato tutti questi show per accusarli di limitarsi al “quirky” (tranne forse UKS, quello è solo quirky e basta), ma perché a mio parere personaggi che richiedono una sospensione dell’incredulità perfino superiore a quella richiesta dai Fantastici 4 diventano meno efficaci – è il loro limite – quando l’ambizione sarebbe, oltre a intrattenere, anche quella di raccontare cose “significative”. Da un po’ di anni a queste parte usiamo “superficiale” anche come complimento. Ne capisco il senso. Ma è altrettanto vero che certi show possono essere superficiali e basta, senza alcuna nuova accezione.
Al momento c’è, però, in onda un personaggio che a suo modo rappresenta già una presa in giro del quirky ed è Peggy Blumquist, interpretata da Kirsten Dunst nella seconda stagione di Fargo.
Perché mentre la naiveté dei personaggi citati finora è l’espediente per farla franca sempre e comunque, in qualsiasi situazione, episodio dopo episodio, per Peggy è una condanna (no spoiler, non ho ancora idea di come prosegua la serie mentre scrivo, basta un episodio per comprendere quanto sia una condanna a prescindere dallo sviluppo). La sua stramberia la mette in pericolo, la costringe a mentire, la fa impazzire. È perfettamente in linea con la serie: le storie di Fargo sono piene di stupidi. Ma se il marito è più simile agli stupidi della prima stagione, stupidi evangelici, del tipo “beati i poveri di spirito perché di essi è il regno dei cieli”, la stupidità di Peggy, invece, è negativa. È un quirky antipatico. Che sia, però, l’anticipo di una nuova tendenza è forse più una speranza che una possibilità.
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venerdì 9 gennaio 2015
NEWS - Clamoroso al Cibali! "Seinfeld" diventa materia di studio per analizzare "disordini psichici"!
News tratta da "Time"
News tratta da "Time"
Aspiring doctors now have an excuse to binge-watch Seinfeld.
At Rutgers Robert Wood Johnson Medical School in New
Brunswick, N.J., psychiatry professor Anthony Tobia is teaching third
and fourth-year medical students in the hospital’s psychiatric rotation
about psychiatric disorders through the hit TV show’s eccentric
characters — an exercise dubbed “Psy-feld,” NJ.com reports. The students are required to watch two repeat episodes of
the show a week on TBS and come to class ready to discuss the
psychopathology “demonstrated” in each one. As Tobia told NJ.com,
“When you get these friends together the dynamic is such that it literally creates a plot: Jerry’s obsessive compulsive traits combined with Kramer’s schizoid traits, with Elaine’s inability to forge meaningful relationships and with George being egocentric.”
It reminds us of the Seinfeld episode
in which Kramer (Michael Richards) acted out the symptoms of gonorrhea
so medical students could practice their diagnostic skills:
giovedì 8 gennaio 2015
lunedì 12 maggio 2014
LA VITA E' UNA COSA SERIAL - Naya, pre-self-vaci da tutti i ma(ia)li!
Senza essere maschilisti: a volte il biondo dà alla testa. Da quando Naya Rivera si è fatta bionda, mal gliene coglie. Si è lasciata (o è stata mollata) dal fidanzato rapper, le addebitano ogni male, sarebbe fonte di screzi con la collega Lea Michele e, soprattutto, filtrano voci di suoi licenziamenti in ogni dove. Da "Glee" come dalla casa discografica: entrambi (non) prontamente smentiti. Ma quel che più conta, in una società-selfie come la nostra, non sono le dichiarazioni ufficiali o i comunicati stampa di smentita a tracciare il solco, quanto le foto che lei posta su Instagram. Quelle denotano la sua personalità, la sua vita, il suo modo di porsi, soprattutto se l'account reca il suo nome e cognome. E allora se l'interprete di Santana si lancia in scatti #selfie audaci dove mostra rotondità proprie (non importa se siano attaccate al petto o al fondo schiena) viene da chiedersi, più che il motivo, se la neo tinta pilifera color maionese non abbia inciso in qualche modo nel nuovo corso "tutti contro Naya". Una che che dal festival di Giffoni è passata nel giro di un anno al festival delle gaffe al motto di Lorelai Lee-Marilyn Monroe in "Gli Uomini preferiscono le bionde" (1953): "Divento intelligente, quando mi serve. Ma al più degli uomini non piace". (Leo Damerini)
Senza essere maschilisti: a volte il biondo dà alla testa. Da quando Naya Rivera si è fatta bionda, mal gliene coglie. Si è lasciata (o è stata mollata) dal fidanzato rapper, le addebitano ogni male, sarebbe fonte di screzi con la collega Lea Michele e, soprattutto, filtrano voci di suoi licenziamenti in ogni dove. Da "Glee" come dalla casa discografica: entrambi (non) prontamente smentiti. Ma quel che più conta, in una società-selfie come la nostra, non sono le dichiarazioni ufficiali o i comunicati stampa di smentita a tracciare il solco, quanto le foto che lei posta su Instagram. Quelle denotano la sua personalità, la sua vita, il suo modo di porsi, soprattutto se l'account reca il suo nome e cognome. E allora se l'interprete di Santana si lancia in scatti #selfie audaci dove mostra rotondità proprie (non importa se siano attaccate al petto o al fondo schiena) viene da chiedersi, più che il motivo, se la neo tinta pilifera color maionese non abbia inciso in qualche modo nel nuovo corso "tutti contro Naya". Una che che dal festival di Giffoni è passata nel giro di un anno al festival delle gaffe al motto di Lorelai Lee-Marilyn Monroe in "Gli Uomini preferiscono le bionde" (1953): "Divento intelligente, quando mi serve. Ma al più degli uomini non piace". (Leo Damerini)
giovedì 12 dicembre 2013
LA VITA E' UNA COSA SERIAL - Forconi come i Gallagher! La nuova locandina di "Shameless" inneggia alla rivolta...
Il movimento e la protesta dei “Forconi” non sono una realtà solo italiana.
Il movimento e la protesta dei “Forconi” non sono una realtà solo italiana.
Sfocerà presto in America nella nuova
stagione della serie tv “Shameless”,
in onda dal 10 gennaio Oltreoceano e dal 7
aprile su Joi di Mediaset Premium.
Già la
locandina della quarta stagione parla chiaro.
La famiglia
protagonista, i Gallagher, è a capo di una protesta dove campeggiano sullo
sfondo due bandiere americane. La protagonista Fiona (Emmy Rossum) sfoga la sua rabbia in un urlo che appare liberatorio.
Lo slogan che sovrasta l’immagine è oltremodo emblematico: “This
ain’t Tea Party” (“Questo non è un Tea Party”).
Il riferimento è al movimento nato negli
Usa nel 2009 che ha raccolto le proteste contro la legge di stabilità del 2008 di
Bush e la legge di recupero e reinvestimento del 2009, oltre che contro la
riforma sanitaria di Obama. Lo stesso acronimo del movimento –TEA – significa Taxed
Enough Already (Già Abbastanza Tassati).
Nella locandina di “Shameless”
si notano altresì due molotov pronte al lancio. Che la protesta diventi una
rivolta? La nuova stagione di una delle serie tv che meglio ha raccontato la
crisi economica all’interno di un nucleo familiare già di per sé borderline,
saprà dare la risposta. Almeno quanto la realtà.
giovedì 19 settembre 2013
LA VITA E' UNA COSA SERIAL - Tutti Mads per la Danimarca: Mikkelsen, serie tv, Von Trier e Refn, design...Danish uber alles!
Altro che marcio, in Danimarca c’è fermento.
Mads Mikkelsen di “Hannibal” (anteprima assoluta su Italia 1 da settembre in prima
serata) è solo l’ultimo volto della new wave danese che scorre trasversale dal
piccolo al grande schermo, dal design alla cucina, dallo sport alla musica.
Proprio Mikkelsen si è fatto conoscere agli albori della sua
carriera in una serie tv, la poliziesca “Rejseholdet”
(2000), primo sussulto di un piccolo schermo danese che ha fatto scuola anche
in America. Solo negli ultimi anni ha regalato “Forbrydelsen” (diventato “The Killing” in Usa) e “Bron” (“The Bridge” il titolo della
trasposizione americana ambientata al confine con il Messico, mentre
l’originale stazionava tra Danimarca e Svezia).
Sulla bandiera del cinema
sventola l’effige di Lars Von Trier,
regista geniale e provocatorio fino al suo imminente “Nimphomaniac”, tra le
pellicole più attese degli ultimi anni. Sulle orme di Von Trier si colloca
l’emergente Nicolas Winding Refn,
dietro la cinepresa del film-rivelazione “Drive” nonché di “Pusher”, sua
opera-prima underground salita all’onore del culto dove compariva proprio
Mikkelsen.
Tra gli attori, ha origini danesi Viggo Mortensen, richiesto da cineasti del calibro di David
Cronenberg, Jane Campion e Gus Van Sant.
Nello sport emerge a colpi di rovescio la tennista Caroline Wozniacki, già numero 1 della
classifica WTA, mentre la nazionale femminile di calcio ha da poco raggiunto a
sorpresa le semifinale degli Europei organizzati in Svezia. L'altro giorno il Copenhagen ha fatto vedere i sorci rossi alla Juve in Champions League...
La musica, oltre alla vittoria della Danimarca all’ultima edizione di “Eurovision” grazie all’ugola di Emmelie De Forest, vanta il nome del Dj Trentemøller, tra i più popolari al mondo nelle consolle di musica elettronica.
La patria del LEGO, di Normann Copenaghen e Bang&Olufsen ha sempre puntato a un design bello da vedere ma anche dotato di quella praticità che gli scandinavi predicano senza sosta. Va sempre più di moda in Europa, Italia compresa, la “Christiania Bike”, la tradizionale bicicletta dotata di carrellino davanti, ottima per trasportare bambini, animali, amici, la spesa e pure la posta. Inventata negli anni 80, è tornata in auge in tempi di crisi economica dove la macchina è meglio usarla con parsimonia.
In cucina, se non siete abituati all’aringa marinata anche a colazione, segnatevi il nome dello chef a cinque stelle René Redzepi, patron di quel “Noma” di Copenhagen da due anni al vertice di The World’s 50 Best Restaurants, una classifica che in prestigio internazionale sta superando la paludata Michelin, più “borghese” e ampollosa. Già sulla copertina di “Time”, Redzepi si professa “sacerdote degli ingredienti boreali”, ovvero muschio, bacche e tuberi come se piovessero abbinati al pesce nordico, in piatti che lo chef danese twitta poi sul social per i suoi sempre più numerosi followers.
La moda dell’ultima generazione può contare sul nome di Henrik Vibskov, capofila del “New Nordic Movement” che predica lo
stile non solo negli abiti, ma trasversalmente nell’interior design e gli
accessori. L’ecletticità di Vibskov gli permette anche di spaziare in campo
musicale, collaborando da batterista con Trentemøller di cui sopra.
Terra di top-model dai tempi di Helena Christensen – la quale attualmente si è reinventata
fotografa di successo, compresi gli autoscatti nuda e in gran forma a 44 anni –
la Danimarca sfila in passerella con la sempre più richiesta Freja Beha Erichsen, 23enne nota per
l’aspetto androgino lungo un corpo da infarto contraddistinto da 13 tatuaggi e
un piercing sul capezzolo sinistro.
Leo Damerini
lunedì 22 aprile 2013

LA VITA E' UNA COSA SERIAL - Se anche Beppe Grillo entra nel Tardis...
La vicenda ha del fantascientifico se non fosse tragica. Partiamo dai fatti. Sabato 20 aprile si consuma l'ennesima votazione Presidenziale che porta alfine alla riconferma pressochè congiunta dell'highlander Giorgio Napolitano. Fuori, in piazza, a Montecitorio, una folla di più di grillini che di altri rivendica la scelta di Rodotà, colui che anni fa, in nome del diritto alla privacy voleva imbavagliare il diritto di cronaca (memorabile la sua lotta contro i "fuori onda" di "Striscia la notizia", soprattutto se riguardanti politici in auge). La scelta di MacLeod Napolitano scatena l'insurrezione. Beppe Grillo, da Udine, lancia strali di presunto "golpe" e minaccia di calare a Roma. Qui inizia la tragedia, e non riguarda la politica o gli schieramenti. Dapprima gli organi d'informazione annunciano l'arrivo del Beppe furioso a Roma verso le 19.00. L'annuncio di Grillo da Udine, con tanto di hashtag arringa-folla #tuttiaRoma, è postato alle 16.25 sul suo blog. Lo stesso leader del Movimento 5 Stelle chiosa che arriverà in camper. Bastano due conti, anche al più sprovveduto giornalista, per capire che, a meno che Grillo non abbia acquistato una versione 2.0 del Tardis, è praticamente impossibile che riesca a essere a Montecitorio per le 19.00. Sul sito della Michelin, per dire, nel percorso più breve Udine-Roma (via Bologna), ci vogliono 6 ore e 51 minuti. Metti una sosta in autogrill per sbaffarsi un Fattoria e svuotare le olive, 7 ore nette. In macchina: in camper qualcosa di più, magari. E sempre entro i limiti di velocità (vuoi mai che Grillo si faccia dare una multa in una circostanza simile!). Tant'è che dopo qualche minuto, Sky in testa annuncia che l'arrivo sarebbe stato posticipato alle 21.00 (che si sia rinunciato al Fattoria per un veloce passaggio da McDrive???). Nessuno controlla i termini dell''impossibile viaggio spazio-temporale, privilegiando piuttosto la possibile minaccia di violenze in piazza che non ci saranno mai. Doctor GrillWho annuncia più tardi che a Roma arriverà di notte. Di stare tutti calmi. Così sarà. Meglio Tardis che mai. (Leo Damerini)
giovedì 7 febbraio 2013
LA
VITA E' UNA COSA SERIAL - "The Following", tre motivi per cui è già
cult (alla faccia di chi dice sia dejavu)
La
critica negativa più letta e sentita riguardo "The Following", la
serie più attesa e pompata del 2013, è "deja vu". Ma è davvero così?
Siamo (siete) davvero sicuri? Non è che Joe Carroll vi ha fatto visita durante
la notte e vi ha indotto il maquillage che lo contraddistingue in nome di Edgar
Allan Poe? Perchè la prima vittima della serie ha un nome e cognome: Jerry
Bruckheimer. Conosciuto in tutti i distretti di polizia con il soprannome di
"Copy Cat", ha iniziato a perpetrare i suoi crime in fotocopia dal 2000 in poi passando dai vari
"CSI" a "Cold Case" e "Senza Traccia", per poi
venir acciuffato da quella Scientifica che aveva meritoriamente portato alla
ribalta. L'ultimo cross-over tra "CSI" padre e il figlioccio
"CSI: NY", in onda ieri sera negli States, è il definitivo de
profundis.
"The
Following" ha invece un nuovo DNA. Ce lo ha detto Grissom prima di
appendere il luminal al chiodo. Certo, filtrato dal cinema, un Hannibal 2.0, ma
nuovo. Difficilmente il genere crime potrà essere come prima. Ha spostato la
soglia (anche thriller) più in là.
Se
non bastasse, almeno un tris di elementi risaltano inediti per la serialità gialla.
La deriva social (network) che scatena i followers del serial killer
protagonista, che nell'ottica di Kevin Williamson, uno che mangia
metalinguaggio a colazione, sa e saprà portarci verso simbolismi (e anche
critiche) dei new media, del pericolo on line, del terrore che non corre più
sul filo (come nel film omonimo del 1948, inteso come quello del telefono a
cornetta), ma sulla chiavetta USB e wireless.
La
seconda rappresentazione di culto è il triangolo, un pallino dell'autore fin da
"Dawson's Creek" e poi anche nel contemporaneo "The Vampire
Diaries": il detective e il serial killer condividono la stessa donna. Mai
successo (almeno in tv). Un gioco nel gioco dove Williamson sguazza come un
principe, ancor più che nei continui rimandi letterari che delineano il plot
centrale.
Infine
l'elemento più straniante: che i seguaci di Carroll si nascondano in massa in
coloro che frequentiamo quotidianamente (pure nella polizia!), quel "non
fidarti di nessuno" che avevamo conosciuto in altri generi (Sci-Fi in primis) e mai social (di società), in
una sorta di isteria collettiva che quasi quasi ci fa più spavento di tutto.
(Leo
Damerini)
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lunedì 24 settembre 2012
LA VITA E' UNA COSA SERIAL - Emmy Awards, c'eravamo tanto Ob(amati)! Il Presidente benedice i tronfi trionfi annunciati dei suoi "Modern Family" e "Homeland". "Girls" solo foglia di fico (o meglio di fica). Scandalo evidente "AHS" nelle mini-serie per il via libera a "Homeland" nei Drama
Emmy Awards sempre più come i Telegatti. I trionfi (annunciati) di "Modern Family" e "Homeland", le due serie più "sponsorizzate" da Barack Obama, la dicono lunga. Siamo sotto elezioni, del resto, e il pegno all'America del Presidente del brand New Deal bisogna pagarlo - in attesa di vedere il responso alle urne - anche in termini di statuette. Un tripudio per la sit-com che meglio rappresenta l'America liberal che più liberal non si può, nonchè per la serie che, con gli sviluppi internazionali di questi giorni, appare come la risposta più significativa e attuale alle minacce oltreconfine. In questo contesto appare ancor più scandalosa la nomination nelle "Mini-Serie" di "American Horror Story" per spianare il terreno a "Homeland" nei Drama e il "contentino" (dovuto) a Jessica Lange. Inevitabile anche, in quest'ottica, l'arrivederci all'anno prossimo per "Girls", unica vera novità tra le nomination di quest'anno (con "AHS"), probabilmente più meritevole del ritrito "Modern Family" in perdita di forza propulsiva. Era solo una foglia di fico. Anzi, di fica.
(Leo Damerini)
Migliore Serie (Comedy)
The Big Bang Theory
Curb Your Enthusiasm
Girls
Modern Family
30 Rock
Veep
Migliore Attore Protagonista (Comedy)
Alec Baldwin per 30 Rock
Don Cheadle per House of Lies
Louis C.K. per Louie
Jon Cryer per Due uomini e mezzo
Larry David per Curb Your Enthusiasm
Jim Parsons per The Big Bang Theory
Migliore Attrice Protagonista (Comedy)
Zooey Deschanel per New Girl
Lena Dunham per Girls
Edie Falco per Nurse Jackie
Tina Fey per 30 Rock
Julia Louis-Dreyfus per Veep
Melissa McCarthy per Mike & Molly
Amy Poehler per Parks and Recreation
Migliore Attore Non Protagonista (Comedy)
Ty Burrell per Modern Family
Jesse Tyler Ferguson per Modern Family
Max Greenfield per New Girl
Bill Hader per Saturday Night Live
Ed O'Neill per Modern Family
Eric Stonestreet per Modern Family
Migliore Attrice Non Protagonista (Comedy)
Mayim Bialik per The Big Bang Theory
Julie Bowen per Modern Family
Kathryn Joosten per Desperate housewives - I segreti di Wisteria Lane
Sofía Vergara per Modern Family
Merritt Wever per Nurse Jackie
Kristen Wiig per Saturday Night Live
Migliore Serie (Drama)
Boardwalk Empire
Breaking Bad
Downtown Abbey
Il trono di spade
Homeland – Caccia alla spia
Mad Men
Migliore Attore Protagonista (Drama)
Hugh Bonneville per Downton Abbey
Steve Buscemi per Boardwalk Empire
Bryan Cranston per Breaking Bad
Michael C. Hall per Dexter
Jon Hamm per Mad Men
Damian Lewis per Homeland - Caccia alla spia
Migliore Attrice Protagonista (Drama)
Kathy Bates per Harry's Law
Glenn Close per Damages
Claire Danes per Homeland - Caccia alla spia
Michelle Dockery per Downton Abbey
Julianna Margulies per The Good Wife
Elisabeth Moss per Mad Men
Migliore Attore Non Protagonista (Drama)
Jim Carter per Downton Abbey
Brendan Coyle per Downton Abbey
Peter Dinklage per Il trono di spade
Giancarlo Esposito per Breaking Bad
Jared Harris per Mad Men
Aaron Paul per Breaking Bad
Migliore Attrice Non Protagonista (Drama)
Christine Baranski per The Good Wife
Joanne Froggatt per Downton Abbey
Anna Gunn per Breaking Bad
Christina Hendricks per Mad Men
Archie Panjabi per The Good Wife
Maggie Smith per Downton Abbey
Migliore Miniserie o Film TV
American Horror Story
Game Change
Hatfields & McCoys
Hemingway & Gellhorn
Luther
Sherlock
Migliore Attrice Non Protagonista (Miniserie o Film TV)
Frances Conroy per American Horror Story
Judy Davis per Page Eight
Jessica Lange per American Horror Story
Sarah Paulson per Game Change
Mare Winningham per Hatfields & McCoys
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