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giovedì 13 agosto 2020
NEWS - Catch the FOX! Si avviano a sparire - rinominati e rivoluzionati (chiamatelo rebranding che fa figo!) - gli storici canali Fox acquisiti da Disney
Articolo tratto da "Italia Oggi"
Un colpo di spugna per il marchio Fox anche negli studi di produzione televisivi, dopo che la stessa cosa era già avvenuta in quelli cinematografici, tutti passati alla Disney nel marzo dello scorso anno. L'ultima mossa ha riguardato la 20th Century Fox Television che diventerà semplicemente 20th Television, mentre la Fox 21 Television Studios cambierà totalmente diventando Touchstone Television. Quest'ultimo è un brand noto al grande pubblico perché Disney lo ha utilizzato per molto tempo fino al 2007 per poi cambiare nome in Abc Studios. Dalle prossime stagioni dei Simpson, dei Griffin, American Dad, e di tutte le altre famose produzioni tv di questi studios, compariranno quindi i nuovi brand, un cambio epocale vista la storia di questi marchi. Soprattutto quelli cinematografici, già modificati a gennaio: la 20th Century Fox è diventata 20th Century Studios, mentre Fox Searchlight Pictures è rimasta semplicemente Searchlight Pictures. Sembra che il taglio della parola Fox fosse parte dell'accordo di vendita, una clausola voluta da Rupert Murdoch per evitare confusione soprattutto negli Usa, dove il magnate con la New Fox ha mantenuto la proprietà dei canali sportivi, di Fox News e Fox Business. D'altronde alla stessa Disney non spiacerà scostarsi da un marchio che è fortemente legato al suo proprietario e che sempre negli Usa ha un forte connotato politico. Nella Penisola già Italia Oggi aveva dato la notizia della chiusura nel novembre scorso della 20th Century Fox Italy, la casa di distribuzione cinematografica arrivata a Roma nella primavera del 1968. E recente invece l'incorporazione di Fox Networks Group Italy (l'ex Fox International Channels Italy) in The Walt Disney Company Italia: in pratica la società sotto la quale erano operati i canali televisivi è finita direttamente dentro la controllante. Si tratta in questo caso di operazioni di razionalizzazione, ma il risultato comunque è che anche nel nostro Paese il marchio Fox è quasi sparito. Restano i due canali trasmessi su Sky, Fox e Fox Crime, dopo un ridimensionamento partito sempre alla fine dello scorso anno che ha visto la chiusura di Fox Animation, Fox Comedy e questo giugno di Fox Life. Da vedere quindi se anche per questi ultimi due canali il futuro non riserverà un rebranding. L'acquisizione della 21St Century Fox da parte di Disney si è conclusa nel marzo 2019 dopo trattative durate parecchi mesi, un affare da 71,3 miliardi di dollari (62,8 miliardi di euro). Gli asset passati al gigante dell'intrattenimento americano hanno riguardato le attività di produzione cinematografica, tra le quali appunto la 20th Century Fox e Fox Searchlight Pictures e le società di produzione televisiva 20th Century Fox Television, FX Productions e Fox21. Disney aveva acquisito inoltre FX Networks, National Geographic Partners, Fox Sports Regional Networks (venduta poi per i limiti antitrust), i canali internazionali di Fox Networks, Star India e le partecipazioni in Hulu e Endemol tra le altre. Come detto nella nuova Fox Corporation Murdoch ha invece tenuti alcuni pezzi della vecchia Fox Corp. ovvero Fox News, Fox Sports e Fox Broadcasting.
Articolo tratto da "Italia Oggi"
Un colpo di spugna per il marchio Fox anche negli studi di produzione televisivi, dopo che la stessa cosa era già avvenuta in quelli cinematografici, tutti passati alla Disney nel marzo dello scorso anno. L'ultima mossa ha riguardato la 20th Century Fox Television che diventerà semplicemente 20th Television, mentre la Fox 21 Television Studios cambierà totalmente diventando Touchstone Television. Quest'ultimo è un brand noto al grande pubblico perché Disney lo ha utilizzato per molto tempo fino al 2007 per poi cambiare nome in Abc Studios. Dalle prossime stagioni dei Simpson, dei Griffin, American Dad, e di tutte le altre famose produzioni tv di questi studios, compariranno quindi i nuovi brand, un cambio epocale vista la storia di questi marchi. Soprattutto quelli cinematografici, già modificati a gennaio: la 20th Century Fox è diventata 20th Century Studios, mentre Fox Searchlight Pictures è rimasta semplicemente Searchlight Pictures. Sembra che il taglio della parola Fox fosse parte dell'accordo di vendita, una clausola voluta da Rupert Murdoch per evitare confusione soprattutto negli Usa, dove il magnate con la New Fox ha mantenuto la proprietà dei canali sportivi, di Fox News e Fox Business. D'altronde alla stessa Disney non spiacerà scostarsi da un marchio che è fortemente legato al suo proprietario e che sempre negli Usa ha un forte connotato politico. Nella Penisola già Italia Oggi aveva dato la notizia della chiusura nel novembre scorso della 20th Century Fox Italy, la casa di distribuzione cinematografica arrivata a Roma nella primavera del 1968. E recente invece l'incorporazione di Fox Networks Group Italy (l'ex Fox International Channels Italy) in The Walt Disney Company Italia: in pratica la società sotto la quale erano operati i canali televisivi è finita direttamente dentro la controllante. Si tratta in questo caso di operazioni di razionalizzazione, ma il risultato comunque è che anche nel nostro Paese il marchio Fox è quasi sparito. Restano i due canali trasmessi su Sky, Fox e Fox Crime, dopo un ridimensionamento partito sempre alla fine dello scorso anno che ha visto la chiusura di Fox Animation, Fox Comedy e questo giugno di Fox Life. Da vedere quindi se anche per questi ultimi due canali il futuro non riserverà un rebranding. L'acquisizione della 21St Century Fox da parte di Disney si è conclusa nel marzo 2019 dopo trattative durate parecchi mesi, un affare da 71,3 miliardi di dollari (62,8 miliardi di euro). Gli asset passati al gigante dell'intrattenimento americano hanno riguardato le attività di produzione cinematografica, tra le quali appunto la 20th Century Fox e Fox Searchlight Pictures e le società di produzione televisiva 20th Century Fox Television, FX Productions e Fox21. Disney aveva acquisito inoltre FX Networks, National Geographic Partners, Fox Sports Regional Networks (venduta poi per i limiti antitrust), i canali internazionali di Fox Networks, Star India e le partecipazioni in Hulu e Endemol tra le altre. Come detto nella nuova Fox Corporation Murdoch ha invece tenuti alcuni pezzi della vecchia Fox Corp. ovvero Fox News, Fox Sports e Fox Broadcasting.
venerdì 6 dicembre 2019
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
La piacevole scoperta di "Stumptown"
"Un mix intelligente di azione, indagini poliziesche e malinconica leggerezza. Stumptown, in onda su Fox, ha le carte in regola per una serata di svago che accumula citazioni e piccoli tocchi d'umorismo. La storia si apre con una Mustang in fuga sulle note di Sweet Caroline di Neil Diamond (la colonna sonora è uno dei punti di forza della serie), in un'atmosfera stile Magnum P.I. e simili. Adattamento dell'omonima serie a fumetti, Stumptown è ambientata a Portland, in Oregon, città ex industriale di cui si avvertono lo smarrimento e il lento declino; la protagonista è Dex Patios, un'investigatrice privata interpretata da Cobie Smulders; reduce dalla guerra in Afghanistan, soffre del classico stress post-traumatico ed è stata congedata dopo un'esplosione in cui ha perso l'amore della sua vita. Dipendente dall'alcol e dal gioco (si è giocata l'assegno militare d'invalidità ai dadi, le rinfacciano), ha tutti gli elementi per assumere i contorni del personaggio maledetto; sta invece alla bravura di Smulders (Robin di How I met your mother) trasformare Dex in un'eroina maldestra e incompresa che stimola empatia e immedesimazione. Costretta dai debiti a gettarsi in un caso complicato (una ragazzina scomparsa da giorni), Dex attraversa una serie di situazioni grottesche e paradossali in un'altalena di ricordi del passato e battute sarcastiche che rivelano la vera cifra della serie: un procedural atipico, giocato costantemente sul filo dell'ironia. A parte alcuni dubbi giri di trama, Stumptown è una piacevole scoperta, un esempio di intrattenimento semplice e aperto a un pubblico largo (negli Usa va in onda su Abc, corrispondente delle nostre tv generaliste). I personaggi che ruotano intorno a Dex puntellano un sistema di relazioni composito e ben articolato; tra questi spicca Grey (Jake Johnson), simpatico barman che rappresenta una chiara controparte della protagonista". (Aldo Grasso)
CORRIERE DELLA SERA
La piacevole scoperta di "Stumptown"
"Un mix intelligente di azione, indagini poliziesche e malinconica leggerezza. Stumptown, in onda su Fox, ha le carte in regola per una serata di svago che accumula citazioni e piccoli tocchi d'umorismo. La storia si apre con una Mustang in fuga sulle note di Sweet Caroline di Neil Diamond (la colonna sonora è uno dei punti di forza della serie), in un'atmosfera stile Magnum P.I. e simili. Adattamento dell'omonima serie a fumetti, Stumptown è ambientata a Portland, in Oregon, città ex industriale di cui si avvertono lo smarrimento e il lento declino; la protagonista è Dex Patios, un'investigatrice privata interpretata da Cobie Smulders; reduce dalla guerra in Afghanistan, soffre del classico stress post-traumatico ed è stata congedata dopo un'esplosione in cui ha perso l'amore della sua vita. Dipendente dall'alcol e dal gioco (si è giocata l'assegno militare d'invalidità ai dadi, le rinfacciano), ha tutti gli elementi per assumere i contorni del personaggio maledetto; sta invece alla bravura di Smulders (Robin di How I met your mother) trasformare Dex in un'eroina maldestra e incompresa che stimola empatia e immedesimazione. Costretta dai debiti a gettarsi in un caso complicato (una ragazzina scomparsa da giorni), Dex attraversa una serie di situazioni grottesche e paradossali in un'altalena di ricordi del passato e battute sarcastiche che rivelano la vera cifra della serie: un procedural atipico, giocato costantemente sul filo dell'ironia. A parte alcuni dubbi giri di trama, Stumptown è una piacevole scoperta, un esempio di intrattenimento semplice e aperto a un pubblico largo (negli Usa va in onda su Abc, corrispondente delle nostre tv generaliste). I personaggi che ruotano intorno a Dex puntellano un sistema di relazioni composito e ben articolato; tra questi spicca Grey (Jake Johnson), simpatico barman che rappresenta una chiara controparte della protagonista". (Aldo Grasso)
mercoledì 16 ottobre 2019
NEWS - La visione del Saba: "Fox punta sempre più e solo alle serie originali" (ma se sono come "Romolo+Giuly" e "Extravergine" meglio Shonda Rhimes all day long!)
Articolo+intervista tratta da "Italia Oggi"
Un deciso cambio di passo per il gruppo televisivo Fox in Italia. Ci si prende una pausa dai programmi di intrattenimento alla Contadino cerca moglie, e ci si concentra invece sulle produzioni originali cosiddette scripted sia di commedie sia di drama. E tutte, come spiega a ItaliaOggi Alessandro Saba, vice president e responsabile dei canali di intrattenimento, dell'area research e delle produzioni di Fox networks group Italy, «puntano a sviluppare progetti locali ma con un respiro internazionale. Fino ad ora Fox, in Italia, proponeva o prodotti globali, o localissimi, tipo Boris. Vogliamo, invece, intercettare quella zona di mezzo, così come ha fatto Sky che è stata pioniera con Gomorra, una serie che più locale non si potrebbe, ma esportata poi in tutto il mondo». Dopo la fusione a livello internazionale tra Fox e Disney, quelli di Sky (che appartiene invece a Comcast) non sono più parenti, «ma siamo rimasti amici», mentre con Disney, anche in Italia, «per ora rimaniamo due società distinte» nonostante nella prossima primavera inizierà il grande trasloco di Fox dalla sede romana al quartier generale milanese di Disney. E comunque «già da tempo», sottolinea Saba, «la metà del palinsesto di Fox è fatta da prodotti Disney, a partire da Grey's anatomy e da tutta la library legata a Shonda Rhimes». Insomma, il gruppo televisivo Fox, che dal 1° ottobre ha perso i canali Fox animation, Fox comedy e Nat Geo people, cui Sky non ha rinnovato il contratto, prova a trovare una nuova primavera nelle produzioni originali in Italia: e dopo la seconda stagione di Romolo+Giuly (la prima ha avuto gli ascolti più alti di ogni altro contenuto su Fox negli ultimi due anni), adesso arriva Extravergine, una commedia da 10 episodi di 30 minuti ciascuno diretta da Roberta Torre, co-prodotta da Publispei e in palinsesto su FoxLife (quindi target femminile 20-55 anni) dal 9 ottobre alle 21,15. Di qui in poi, aggiunge Saba, si andrà avanti in parallelo con produzioni originali di genere comedy (partiti i lavori su una nuova commedia al maschile), e si debutterà, invece, nel genere drama: «Stiamo collaborando con Ferzan Ozpetek a una serie ispirata al film Le fate ignoranti, e sarà pure una co-produzione turca con un episodio girato a Istanbul». Allo studio, quindi, ci sono 5-6 progetti nuovi per sviluppare una serialità di Fox made in Italy, ma che possa attraversare i confini. E anche sul genere factual, con i canali National Geographic, si punta molto a produzioni originali italiane ma di respiro internazionale: «Dopo i prodotti su Totò Riina e su Maradona, molto apprezzati all'estero, nel 2019 abbiamo realizzato il docufilm Where are you, dedicato alle storie degli immigrati sul barcone fotografato da Massimo Sestini, e il documentario sul crollo del ponte Morandi a Genova. Al momento, invece, stiamo lavorando a Ocean's breath, il respiro dell'oceano, con il tema della deforestazione in Amazzonia ma pure della morte dei coralli, partendo dal fatto che le Dolomiti, in origine, stavano sotto il mare e altro non erano che enormi montagne di coralli. Tutti progetti italiani che poi, grazie al network National Geographic, andranno nel mondo». Tornando a Extravergine, dove protagonista è Lodovica Comello, bisogna evidenziare come la nuova serie tv sia una operazione piuttosto originale nel panorama italiano: dal punto di vista visivo ricorda molto il mondo dei social, si fa un largo utilizzo degli hashtag, c'è tanto colore, i formati sono piuttosto brevi e di agevole consumo pure sui device digitali (dove Auditel ora rileva gli ascolti). Inoltre esce in tv il 9 ottobre dopo che, lo scorso 19 settembre, è già andato in libreria Extravergine, un libro-prequel sulle avventure di Dafne (il personaggio interpretato dalla Comello). E per il lancio della serie tv si sono realizzati pure appositi fumetti veicolati sul web: «Quando lavoriamo ai prodotti scripted», conclude Saba, «partiamo ovviamente dalla idea, dal quid. Poi, per?), sviluppiamo un progetto circolare: ovviamente il nostro modello di business resta la pay tv, e quindi Extravergine deve piacere in primis agli abbonati di Sky. Ma pub avere una sua vita sul digitale, è diventato un libro, potrà diventare un film. Di sicuro Extravergine ha già un suo piglio internazionale: lo vedo vicino al mondo di Almodovar, esportabile in Spagna e nei mercati latinoamericani dove peraltro la Comello è una star (per la serie Violetta di Disney channel, ndr)»
Articolo+intervista tratta da "Italia Oggi"
Un deciso cambio di passo per il gruppo televisivo Fox in Italia. Ci si prende una pausa dai programmi di intrattenimento alla Contadino cerca moglie, e ci si concentra invece sulle produzioni originali cosiddette scripted sia di commedie sia di drama. E tutte, come spiega a ItaliaOggi Alessandro Saba, vice president e responsabile dei canali di intrattenimento, dell'area research e delle produzioni di Fox networks group Italy, «puntano a sviluppare progetti locali ma con un respiro internazionale. Fino ad ora Fox, in Italia, proponeva o prodotti globali, o localissimi, tipo Boris. Vogliamo, invece, intercettare quella zona di mezzo, così come ha fatto Sky che è stata pioniera con Gomorra, una serie che più locale non si potrebbe, ma esportata poi in tutto il mondo». Dopo la fusione a livello internazionale tra Fox e Disney, quelli di Sky (che appartiene invece a Comcast) non sono più parenti, «ma siamo rimasti amici», mentre con Disney, anche in Italia, «per ora rimaniamo due società distinte» nonostante nella prossima primavera inizierà il grande trasloco di Fox dalla sede romana al quartier generale milanese di Disney. E comunque «già da tempo», sottolinea Saba, «la metà del palinsesto di Fox è fatta da prodotti Disney, a partire da Grey's anatomy e da tutta la library legata a Shonda Rhimes». Insomma, il gruppo televisivo Fox, che dal 1° ottobre ha perso i canali Fox animation, Fox comedy e Nat Geo people, cui Sky non ha rinnovato il contratto, prova a trovare una nuova primavera nelle produzioni originali in Italia: e dopo la seconda stagione di Romolo+Giuly (la prima ha avuto gli ascolti più alti di ogni altro contenuto su Fox negli ultimi due anni), adesso arriva Extravergine, una commedia da 10 episodi di 30 minuti ciascuno diretta da Roberta Torre, co-prodotta da Publispei e in palinsesto su FoxLife (quindi target femminile 20-55 anni) dal 9 ottobre alle 21,15. Di qui in poi, aggiunge Saba, si andrà avanti in parallelo con produzioni originali di genere comedy (partiti i lavori su una nuova commedia al maschile), e si debutterà, invece, nel genere drama: «Stiamo collaborando con Ferzan Ozpetek a una serie ispirata al film Le fate ignoranti, e sarà pure una co-produzione turca con un episodio girato a Istanbul». Allo studio, quindi, ci sono 5-6 progetti nuovi per sviluppare una serialità di Fox made in Italy, ma che possa attraversare i confini. E anche sul genere factual, con i canali National Geographic, si punta molto a produzioni originali italiane ma di respiro internazionale: «Dopo i prodotti su Totò Riina e su Maradona, molto apprezzati all'estero, nel 2019 abbiamo realizzato il docufilm Where are you, dedicato alle storie degli immigrati sul barcone fotografato da Massimo Sestini, e il documentario sul crollo del ponte Morandi a Genova. Al momento, invece, stiamo lavorando a Ocean's breath, il respiro dell'oceano, con il tema della deforestazione in Amazzonia ma pure della morte dei coralli, partendo dal fatto che le Dolomiti, in origine, stavano sotto il mare e altro non erano che enormi montagne di coralli. Tutti progetti italiani che poi, grazie al network National Geographic, andranno nel mondo». Tornando a Extravergine, dove protagonista è Lodovica Comello, bisogna evidenziare come la nuova serie tv sia una operazione piuttosto originale nel panorama italiano: dal punto di vista visivo ricorda molto il mondo dei social, si fa un largo utilizzo degli hashtag, c'è tanto colore, i formati sono piuttosto brevi e di agevole consumo pure sui device digitali (dove Auditel ora rileva gli ascolti). Inoltre esce in tv il 9 ottobre dopo che, lo scorso 19 settembre, è già andato in libreria Extravergine, un libro-prequel sulle avventure di Dafne (il personaggio interpretato dalla Comello). E per il lancio della serie tv si sono realizzati pure appositi fumetti veicolati sul web: «Quando lavoriamo ai prodotti scripted», conclude Saba, «partiamo ovviamente dalla idea, dal quid. Poi, per?), sviluppiamo un progetto circolare: ovviamente il nostro modello di business resta la pay tv, e quindi Extravergine deve piacere in primis agli abbonati di Sky. Ma pub avere una sua vita sul digitale, è diventato un libro, potrà diventare un film. Di sicuro Extravergine ha già un suo piglio internazionale: lo vedo vicino al mondo di Almodovar, esportabile in Spagna e nei mercati latinoamericani dove peraltro la Comello è una star (per la serie Violetta di Disney channel, ndr)»
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mercoledì 9 ottobre 2019
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
IL FOGLIO
"Extravergine", finalmente si ride con una serie italiana originale (mica come lo sciatto "Romolo+Giuly"...)
"Correva l'anno 2011. Alla Festa di Roma (allora Festival, per chi tiene alla nomenclatura) arrivò "Hysteria" di Tanya Wexler, una romantica commedia sull'invenzione del vibratore. In sintesi: i dottori vittoriani erano stanchi di curare manualmente le pazienti isteriche che arrivavano in sala d'attesa irritabili e malinconiche, e dopo il trattamento ripartivano con la faccia da "voglio anch'io quel che ha ordinato la signora". Fu così che Joseph Mortimer Granville inventb il suo prototipo vibrante, battezzandolo "Martello di Granville". Per l'occasione, all'anteprima del film, le signore ebbero in dono un vibratore di plastica rosa grande come un rossetto, con testine intercambiabili. "Extravergine" —da stasera su Fox e Fox Life, in prima serata — sfodera i suoi. Parliamo sempre di giocattoli che vibrano. Paperelle bondage, diavoletti, delfini, e su tutto un candelotto che sbuca da due piani di torta rosa confetto, con bordure color panna. Escono già carichi da uno scatolone, nella redazione di "Audrey": testata molto cool dove ogni mattina Dafne arriva dopo aver legato con multiple catene la bicicletta. Siamo a Milano, tra i nuovi grattacieli dove "friggere è vietato dal regolamento condominiale" (copyright Fausto Brizzi in "Poveri ma ricchi", una delle poche battute che nel film faceva ridere) e le case di ringhiera: luoghi e problemi che ai romani sfuggono. La ragazza recensisce libri, quindi si trova al punto più basso della catena alimentare: 646 follower, l'anticamera del licenziamento. Le paperelle e le torte vibranti arrivano dopo che Dafne mascherata da Marge Simpson ha fatto acrobazie erotiche in bagno, e il video è diventato virale, con l'hashtag #hotmarge. Non era lei, ma che importa quando invece di licenziarti ti offrono un sostanzioso aumento di stipendio e una nuova rubrica sul sesso? Anzi, scusate, l'incarico da Sex Columnist, che suona meglio e allontana il sospetto che si tratti di consigli destinati alle casalinghe di provincia. C'è un solo problema: la trentenne Dafne è vergine, a dispetto di una madre che per il difettuccio non si dà pace. I vibratori li fa provare a un'amica, che consiglia sopra ogni cosa il delfino (voto 15 su 10, molto ben messo tra il sommozzatore con tanto di pinne che si dava da fare in un film di Pedro Almodovar, e al coniglietto di "Sex and the City"). Diciamo commedia, e pensiamo alle battute. Ma la regista di "Extravergine" si chiama Roberta Torre, visionaria e fantasiosa nel mafia-musical "Tano da morire" e nel più recente "Riccardo va all'inferno" (uno Shakespeare tra malavita e ospedali psichiatrici, sempre in musica e con Massimo Ranieri). E finalmente abbiamo una serie comica italiana tutta da guardare, attenta ai dettagli, alle luci, ai colori, alla recitazione tra il tenero e il grottesco, alla colonna sonora, perfino agli stacchi tra una scena e l'altra, rosa che più rosa non si può, con bicchieri di latte o ghiaccioli-sirenetta. La vergine Lodovica Comello è bravissima come il resto del cast, e possiamo rifarci gli occhi rovinati da sciatteria e immagini miserelle (pensate a "Romolo+Giuly", per fare un esempio che rimanda agli sketch anni 80). "Cinderella nel regno del sesso" era il titolo di un vecchio film ("scritto da Charles Perrault", osavano i titoli di testa, spudorati a loro modo). Tanto vecchio che il pomo lo si andava ancora a vedere al cinema. In "Extravergine" abbiamo un'Alice nel paese del sesso (che sarà mai quella tana, giù a rincorrere il Bianconiglio, avete mai fatto mente locale?). 0 forse un'Amélie nello stesso fantastico mondo — da una capace di indugiare sulla crosticina frantumata della crème brûlée possiamo aspettarci altre cose stuzzicanti. Attorno a Dafne, la coinquilina in cerca del fidanzato perfetto, disposta a investire parecchio nell'impresa. Scarponi e sci per il montanaro, per esempio, che poi la tradisce lasciandole la pesante attrezzatura ("Come osa tradire me, che so truccarmi nel sonno, mi doveva avvertire prima, così mi organizzavo"). Lavora nel settore eticosociale-umanitario, perché "l'Africa ha bisogno di una nuova narrazione". C'è una madre impicciona, che compare sullo sfondo come ologramma, tra bolle di sapone e altro rosa, stavolta psichedelico e tendente al fucsia. Ci sono i redattori della rivista, che paiono personaggi da fumetto ma ahimè non lo sono troppo — e non ci stupiremmo se davvero qualcuno mettesse in lista la #quinoia, un mix di soia e quinoa. Il direttore sbircia dal suo stanzino, dietro le tapparelle da vecchio film americano, quando i giornalisti avevano il cappello e non riuscivano mai a centrare l'attaccapanni. Sullo schermo piovono hashtag. Entra l'uomo dei sogni, professione fotografo, che accompagna Dafne al gruppo di supporto per maniaci sessuali, dove trovare materiale per il primo articolo. Poi lui le chiede a bruciapelo: "Qual è il tuo libro preferito?", e lei sta per arrossire davvero, mentre era rimasta fredda e impavida davanti alle confessioni a luci rosse". (Mariarosa Mancuso)
IL FOGLIO"Extravergine", finalmente si ride con una serie italiana originale (mica come lo sciatto "Romolo+Giuly"...)
"Correva l'anno 2011. Alla Festa di Roma (allora Festival, per chi tiene alla nomenclatura) arrivò "Hysteria" di Tanya Wexler, una romantica commedia sull'invenzione del vibratore. In sintesi: i dottori vittoriani erano stanchi di curare manualmente le pazienti isteriche che arrivavano in sala d'attesa irritabili e malinconiche, e dopo il trattamento ripartivano con la faccia da "voglio anch'io quel che ha ordinato la signora". Fu così che Joseph Mortimer Granville inventb il suo prototipo vibrante, battezzandolo "Martello di Granville". Per l'occasione, all'anteprima del film, le signore ebbero in dono un vibratore di plastica rosa grande come un rossetto, con testine intercambiabili. "Extravergine" —da stasera su Fox e Fox Life, in prima serata — sfodera i suoi. Parliamo sempre di giocattoli che vibrano. Paperelle bondage, diavoletti, delfini, e su tutto un candelotto che sbuca da due piani di torta rosa confetto, con bordure color panna. Escono già carichi da uno scatolone, nella redazione di "Audrey": testata molto cool dove ogni mattina Dafne arriva dopo aver legato con multiple catene la bicicletta. Siamo a Milano, tra i nuovi grattacieli dove "friggere è vietato dal regolamento condominiale" (copyright Fausto Brizzi in "Poveri ma ricchi", una delle poche battute che nel film faceva ridere) e le case di ringhiera: luoghi e problemi che ai romani sfuggono. La ragazza recensisce libri, quindi si trova al punto più basso della catena alimentare: 646 follower, l'anticamera del licenziamento. Le paperelle e le torte vibranti arrivano dopo che Dafne mascherata da Marge Simpson ha fatto acrobazie erotiche in bagno, e il video è diventato virale, con l'hashtag #hotmarge. Non era lei, ma che importa quando invece di licenziarti ti offrono un sostanzioso aumento di stipendio e una nuova rubrica sul sesso? Anzi, scusate, l'incarico da Sex Columnist, che suona meglio e allontana il sospetto che si tratti di consigli destinati alle casalinghe di provincia. C'è un solo problema: la trentenne Dafne è vergine, a dispetto di una madre che per il difettuccio non si dà pace. I vibratori li fa provare a un'amica, che consiglia sopra ogni cosa il delfino (voto 15 su 10, molto ben messo tra il sommozzatore con tanto di pinne che si dava da fare in un film di Pedro Almodovar, e al coniglietto di "Sex and the City"). Diciamo commedia, e pensiamo alle battute. Ma la regista di "Extravergine" si chiama Roberta Torre, visionaria e fantasiosa nel mafia-musical "Tano da morire" e nel più recente "Riccardo va all'inferno" (uno Shakespeare tra malavita e ospedali psichiatrici, sempre in musica e con Massimo Ranieri). E finalmente abbiamo una serie comica italiana tutta da guardare, attenta ai dettagli, alle luci, ai colori, alla recitazione tra il tenero e il grottesco, alla colonna sonora, perfino agli stacchi tra una scena e l'altra, rosa che più rosa non si può, con bicchieri di latte o ghiaccioli-sirenetta. La vergine Lodovica Comello è bravissima come il resto del cast, e possiamo rifarci gli occhi rovinati da sciatteria e immagini miserelle (pensate a "Romolo+Giuly", per fare un esempio che rimanda agli sketch anni 80). "Cinderella nel regno del sesso" era il titolo di un vecchio film ("scritto da Charles Perrault", osavano i titoli di testa, spudorati a loro modo). Tanto vecchio che il pomo lo si andava ancora a vedere al cinema. In "Extravergine" abbiamo un'Alice nel paese del sesso (che sarà mai quella tana, giù a rincorrere il Bianconiglio, avete mai fatto mente locale?). 0 forse un'Amélie nello stesso fantastico mondo — da una capace di indugiare sulla crosticina frantumata della crème brûlée possiamo aspettarci altre cose stuzzicanti. Attorno a Dafne, la coinquilina in cerca del fidanzato perfetto, disposta a investire parecchio nell'impresa. Scarponi e sci per il montanaro, per esempio, che poi la tradisce lasciandole la pesante attrezzatura ("Come osa tradire me, che so truccarmi nel sonno, mi doveva avvertire prima, così mi organizzavo"). Lavora nel settore eticosociale-umanitario, perché "l'Africa ha bisogno di una nuova narrazione". C'è una madre impicciona, che compare sullo sfondo come ologramma, tra bolle di sapone e altro rosa, stavolta psichedelico e tendente al fucsia. Ci sono i redattori della rivista, che paiono personaggi da fumetto ma ahimè non lo sono troppo — e non ci stupiremmo se davvero qualcuno mettesse in lista la #quinoia, un mix di soia e quinoa. Il direttore sbircia dal suo stanzino, dietro le tapparelle da vecchio film americano, quando i giornalisti avevano il cappello e non riuscivano mai a centrare l'attaccapanni. Sullo schermo piovono hashtag. Entra l'uomo dei sogni, professione fotografo, che accompagna Dafne al gruppo di supporto per maniaci sessuali, dove trovare materiale per il primo articolo. Poi lui le chiede a bruciapelo: "Qual è il tuo libro preferito?", e lei sta per arrossire davvero, mentre era rimasta fredda e impavida davanti alle confessioni a luci rosse". (Mariarosa Mancuso)
mercoledì 8 maggio 2019
PICCOLO GRANDE SCHERMO - Un'altra serie italiana "tratta da": si riciccia sul serial "Le Fate Ignoranti"
News tratta dal "Corriere della Sera"
Diciotto anni dopo il grande successo di Le fate ignoranti, il film del regista Ferzan Ozpetek con protagonisti Stefano Accorsi e Margherita Buy, diventa una serie tv. Lo ha confermato ieri Fox Networks Group Italy, dopo l'anticipazione data dallo stesso Ozpetek da Palermo, dove ha ricevuto la laurea ad honorem e la cittadinanza onoraria. «Il film del 2001 ha conquistato il pubblico raccontando in modo originale il nuovo mondo delle relazioni — ha detto Alessandro Saba, vice president entertainment di Fox Italia —. Con il regista stiamo immaginando una serie tv che parta proprio da quel mondo e lo cali nella realta contemporanea. Una serie sull'accoglienza, sulla comunanza umanistica, sull'amicizia»
News tratta dal "Corriere della Sera"
Diciotto anni dopo il grande successo di Le fate ignoranti, il film del regista Ferzan Ozpetek con protagonisti Stefano Accorsi e Margherita Buy, diventa una serie tv. Lo ha confermato ieri Fox Networks Group Italy, dopo l'anticipazione data dallo stesso Ozpetek da Palermo, dove ha ricevuto la laurea ad honorem e la cittadinanza onoraria. «Il film del 2001 ha conquistato il pubblico raccontando in modo originale il nuovo mondo delle relazioni — ha detto Alessandro Saba, vice president entertainment di Fox Italia —. Con il regista stiamo immaginando una serie tv che parta proprio da quel mondo e lo cali nella realta contemporanea. Una serie sull'accoglienza, sulla comunanza umanistica, sull'amicizia»
lunedì 15 aprile 2019
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
AVVENIRE
"This Is Us" esempio riuscito di (buona) famiglia
"Cè una serie televisiva che ha coinvolto e commosso gli Stati Uniti e che da qualche tempo sta mettendo insieme molti appassionati anche da noi. C'è chi la segue su Fox Life, chi su Sky Go e chi sulla piattaforma on demand di Amazon. S'intitola This is us (letteralmente "Questi siamo noi"), è ideata da Dan Fogelman e racconta le vicende della famiglia Pearson tra figli naturali e adottati, bianchi e neri, sviluppandola su più livelli temporali. Si va dagli anni Ottanta, da dove la storia prende avvio, ai giorni nostri. I protagonisti sono una coppia di genitori e i loro tre figli. Storie diverse, con alcuni punti in comune, destinate tutte a intrecciarsi, mentre la continua altalena tra presente e passato, oltre a permettere qualche colpo di scena, favorisce l'analisi psicologica dei per In molti casi la televisione mette in ombra o in cattiva luce la famiglia tradizionale, ma non mancano le eccezioni interessanti sonaggi mettendo in evidenza i rapporti interpersonali, soprattutto tra figli e genitori, ma anche le insoddisfazioni peri sogni non realizzati o la ricerca di un cambiamento.
AVVENIRE
"This Is Us" esempio riuscito di (buona) famiglia
"Cè una serie televisiva che ha coinvolto e commosso gli Stati Uniti e che da qualche tempo sta mettendo insieme molti appassionati anche da noi. C'è chi la segue su Fox Life, chi su Sky Go e chi sulla piattaforma on demand di Amazon. S'intitola This is us (letteralmente "Questi siamo noi"), è ideata da Dan Fogelman e racconta le vicende della famiglia Pearson tra figli naturali e adottati, bianchi e neri, sviluppandola su più livelli temporali. Si va dagli anni Ottanta, da dove la storia prende avvio, ai giorni nostri. I protagonisti sono una coppia di genitori e i loro tre figli. Storie diverse, con alcuni punti in comune, destinate tutte a intrecciarsi, mentre la continua altalena tra presente e passato, oltre a permettere qualche colpo di scena, favorisce l'analisi psicologica dei per In molti casi la televisione mette in ombra o in cattiva luce la famiglia tradizionale, ma non mancano le eccezioni interessanti sonaggi mettendo in evidenza i rapporti interpersonali, soprattutto tra figli e genitori, ma anche le insoddisfazioni peri sogni non realizzati o la ricerca di un cambiamento.
o sfasamento temporale permette anche di aggiungere ogni volta dei tasselli che chiariscono le ragioni delle nuove dinamiche e dei nuovi equilibri che si sono venuti a creare nel corso degli anni. In altre parole, i momenti cruciali, le svolte e le scelte che hanno dato una direzione alla vita dei protagonisti in un verso anziché in un altro. Se poi sia stato giusto o sbagliato lo si valuta sulla lunga distanza pronti a rimediare. This is us è una serie realizzata con buona tecnica e intreccio coinvolgente, che ha il pregio di raccontare l'essere umano nel contesto della famiglia attraverso il matrimonio, il rapporto tra padri e figli o tra fratelli, la malattia e persino la morte. Lo fa senza sconti, raccontando la complessità della vita, con molto realismo, ma anche con molta umanità. Da una parte si può accusare un genitore di avere spezzato il sogno di un figlio. Dall'altra il figlio ammette che deve al genitore la propria forza. Nel frattempo tutti imparano a condividere gioie, perdono, coraggio e speranza, felicità e amore, guidati come nella vita reale da emozioni e sentimenti.
Evero che la tv tende a semplificare, ari durre al minimo comune denominatore i problemi, pur ingigantendoli o riducendoli a seconda delle necessità. E vero anche che non c'è in questa serie come in altre un riferimento esplicito alla trascendenza o a una morale più stringente e non mancano nemmeno elementi discutibili, ma almeno c'è la ricerca delle proprie radici, la fedeltà, l'apertura alla vita, la condivisione.Valori che se anche presentati in modo laico possono creare un humus positivo per una riflessione che può andare ben oltre la contingenza di una serie tv. Non va sottovalutato nemmeno lo spaccato sulla società americana che in qualche modo scorre sullo sfondo accennando a temi importanti come l'integrazione, i diritti civili, le ripercussioni interne delle guerre combattute fuori dai propri confini, le questioni etiche, quelle morali e quelle politiche.
Pur con tutti i limiti di una fiction televisiva, va dato atto a This is us di essere una delle non molte serie che affrontano senza particolari distorsioni il tema della famiglia. E non è un caso che negli Stati Uniti vada in onda sulla Nbc che già aveva trasmesso Parenthood dalla quale è stata esplicitamente tratta la nostra Tutto può succedere, altro caso di family drama innovativo, con una buona scrittura e un buon ritmo, che racconta le vicende di quattro fratelli (due maschi e due femmine), con i loro coniugi (in due casi), i loro figli (in tutti e quattro i casi) e i loro genitori, puntando sulla solidarietà familiare e il tentativo di dialogo tra le generazioni, ma anche sull'accettazione della gravidanza e della maternità. Anche in Tutto può succedere come in This is us è già tanto che si parta da famiglie con tre o più figli di fronte a una realtà come quella italiana in cui la media è di uno o poco più. Per cui se è vero che in molti casi la televisione a livello di fiction mette in ombra o addirittura in cattiva luce la famiglia cosiddetta (ingiustamente) tradizionale a beneficio di ben altre aggregazioni, è altrettanto vero che non mancano le eccezioni, senza andare a scomodare La famiglia Bradford della serie cult della fine degli anni Settanta e inizio Ottanta E sufficiente aggiungere, ancora come esempio, I Durrell - La mia famiglia e altri animali, al momento in onda su LaEffe. Una storia che inizia nel 1935, quando Louisa Durrell improvvisamente si trasferisce insieme ai suoi quattro figli da Bournemouth, in Inghilterra, a Corfu, in Grecia. Suo marito, Lawrence, è morto da alcuni anni e la famiglia sta attraversando un periodo difficile dal punto di vista economica Nell'isola greca, dove l'elettricità è ancora un lusso, ma la vita è molto meno costosa, i cinque trovano una nuova dimensione, mentre il piccolo di famiglia, Gerry, scopre l'amore per gli animali, che osserva nelle sue spedizioni e spesso decide di portare a casa con rocambolesche conseguenze. L'interessante della serie è l'analisi dei personaggi umani studiati quasi al pari degli animali (in senso positivo, ovviamente). A volte gli autori lo fanno con molta ironia, inventandosi anche qualche piccola perfidia da affidare alle parole e all'azione dei propri protagonisti. Non sono soltanto memorie, né soltanto osservazioni naturalistiche, bensì la storia di un paradiso terrestre e di un ragazzo che vi scorrazza instancabile, curioso di scoprire la vita, passando anche attraverso avventure, tensioni e turbamenti, ma sempre in un clima di sostanziale serenità. Una serie che descrive con l'occhio del bambino e al tempo stesso dello scienziato una famiglia disordinata e rissosa, ma felice, pronta a tutto pur di rimanere unita i sono anche le cosiddette sitcom che affrontano spesso il tema della famiglia con storie di padri, madri e figli a confronto, la maggior parte delle quali arriva dagli Stati Uniti. Tra le migliori, sempre per fare degli esempi, c'è senz'altro Speechless, che con ironica leggerezza e senza pietismi tratta anche il tema della disabilità. La serie segue le vicende della famiglia DiMeo: padre, madre e tre figli di cui il maggiore affetto da paralisi cerebrale infantile. Accettabile anche The Middle, che narra di una famiglia composita, nel carattere e non solo. Si potrebbe definire una famiglia ad altezza variabile: il padre altissimo, la madre piccoletta, un figlio quasi nano e gli altri due nella media. Anche il fisico, al pari dell'arredamento e dei colori della casa, ha un senso nel caotico gruppo familiare le cui vicende sono narrate dal punto di vista della mamma. Quella di The Middle è una comicità surreale non proprio nelle nostre corde, e il doppiaggio non aiuta, ma lo stile è sostanzialmente garbato, la famiglia gioca pur sempre un ruolo positivo e qualche sorriso, se non proprio una risata, ci scappa. Insomma, la famiglia sarà anche in crisi, ma perla tv resta una grande fonte di ispirazione: ci pesca a piene mani e a volte con buoni risultati".
Evero che la tv tende a semplificare, ari durre al minimo comune denominatore i problemi, pur ingigantendoli o riducendoli a seconda delle necessità. E vero anche che non c'è in questa serie come in altre un riferimento esplicito alla trascendenza o a una morale più stringente e non mancano nemmeno elementi discutibili, ma almeno c'è la ricerca delle proprie radici, la fedeltà, l'apertura alla vita, la condivisione.Valori che se anche presentati in modo laico possono creare un humus positivo per una riflessione che può andare ben oltre la contingenza di una serie tv. Non va sottovalutato nemmeno lo spaccato sulla società americana che in qualche modo scorre sullo sfondo accennando a temi importanti come l'integrazione, i diritti civili, le ripercussioni interne delle guerre combattute fuori dai propri confini, le questioni etiche, quelle morali e quelle politiche.
Pur con tutti i limiti di una fiction televisiva, va dato atto a This is us di essere una delle non molte serie che affrontano senza particolari distorsioni il tema della famiglia. E non è un caso che negli Stati Uniti vada in onda sulla Nbc che già aveva trasmesso Parenthood dalla quale è stata esplicitamente tratta la nostra Tutto può succedere, altro caso di family drama innovativo, con una buona scrittura e un buon ritmo, che racconta le vicende di quattro fratelli (due maschi e due femmine), con i loro coniugi (in due casi), i loro figli (in tutti e quattro i casi) e i loro genitori, puntando sulla solidarietà familiare e il tentativo di dialogo tra le generazioni, ma anche sull'accettazione della gravidanza e della maternità. Anche in Tutto può succedere come in This is us è già tanto che si parta da famiglie con tre o più figli di fronte a una realtà come quella italiana in cui la media è di uno o poco più. Per cui se è vero che in molti casi la televisione a livello di fiction mette in ombra o addirittura in cattiva luce la famiglia cosiddetta (ingiustamente) tradizionale a beneficio di ben altre aggregazioni, è altrettanto vero che non mancano le eccezioni, senza andare a scomodare La famiglia Bradford della serie cult della fine degli anni Settanta e inizio Ottanta E sufficiente aggiungere, ancora come esempio, I Durrell - La mia famiglia e altri animali, al momento in onda su LaEffe. Una storia che inizia nel 1935, quando Louisa Durrell improvvisamente si trasferisce insieme ai suoi quattro figli da Bournemouth, in Inghilterra, a Corfu, in Grecia. Suo marito, Lawrence, è morto da alcuni anni e la famiglia sta attraversando un periodo difficile dal punto di vista economica Nell'isola greca, dove l'elettricità è ancora un lusso, ma la vita è molto meno costosa, i cinque trovano una nuova dimensione, mentre il piccolo di famiglia, Gerry, scopre l'amore per gli animali, che osserva nelle sue spedizioni e spesso decide di portare a casa con rocambolesche conseguenze. L'interessante della serie è l'analisi dei personaggi umani studiati quasi al pari degli animali (in senso positivo, ovviamente). A volte gli autori lo fanno con molta ironia, inventandosi anche qualche piccola perfidia da affidare alle parole e all'azione dei propri protagonisti. Non sono soltanto memorie, né soltanto osservazioni naturalistiche, bensì la storia di un paradiso terrestre e di un ragazzo che vi scorrazza instancabile, curioso di scoprire la vita, passando anche attraverso avventure, tensioni e turbamenti, ma sempre in un clima di sostanziale serenità. Una serie che descrive con l'occhio del bambino e al tempo stesso dello scienziato una famiglia disordinata e rissosa, ma felice, pronta a tutto pur di rimanere unita i sono anche le cosiddette sitcom che affrontano spesso il tema della famiglia con storie di padri, madri e figli a confronto, la maggior parte delle quali arriva dagli Stati Uniti. Tra le migliori, sempre per fare degli esempi, c'è senz'altro Speechless, che con ironica leggerezza e senza pietismi tratta anche il tema della disabilità. La serie segue le vicende della famiglia DiMeo: padre, madre e tre figli di cui il maggiore affetto da paralisi cerebrale infantile. Accettabile anche The Middle, che narra di una famiglia composita, nel carattere e non solo. Si potrebbe definire una famiglia ad altezza variabile: il padre altissimo, la madre piccoletta, un figlio quasi nano e gli altri due nella media. Anche il fisico, al pari dell'arredamento e dei colori della casa, ha un senso nel caotico gruppo familiare le cui vicende sono narrate dal punto di vista della mamma. Quella di The Middle è una comicità surreale non proprio nelle nostre corde, e il doppiaggio non aiuta, ma lo stile è sostanzialmente garbato, la famiglia gioca pur sempre un ruolo positivo e qualche sorriso, se non proprio una risata, ci scappa. Insomma, la famiglia sarà anche in crisi, ma perla tv resta una grande fonte di ispirazione: ci pesca a piene mani e a volte con buoni risultati".
mercoledì 10 aprile 2019
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
IL FOGLIO
Occhio a "Fosse/Verdon", biografia di coppia sulla grande Broadway che non c'è più
"Bob Fosse lo conosciamo, per "Cabaret", per "Lenny" e per "All That Jazz - Lo spettacolo comincia": l'autobiografia con l'angelo della morte che aspetta il suo tributo, dopo un infarto. Gwen Verdon la conosciamo meno. Prima che cominci la litania "grandi uomini arrampicati sulle spalle di una grande donna" va chiarito che lavorava a Broadway, che fu lei la prima Roxie - l'assassina in cerca di celebrità -nel musical teatrale "Chicago". Bob Fosse lo aveva costruito sulla bravura di Gwen Verdon, come "Sweet Charity", molto liberamente tratto da "Le notti di Cabiria" di Federico Fellini. Per agevolare il delicato passaggio da Broadway a Hollywood, i produttori pretesero un'attrice e ballerina conosciuta da chi andava al cinema. La parte della "ragazza che voleva essere amata", (come suggerisce il titolo italiano del film, toccò a Shirley MacLaine. E non fu un gran successo. Speriamo che la miniserie "Fosse/Verdon" (8 episodi, dal 18 aprile su Fox Life, con pochi giorni di ritardo rispetto all'uscita americana su FX) non insista sulle amanti di lui - non c'era ballerina che gli sfuggisse - e sulle sofferenze di lei, che continuò a far coppia nelle coreografie anche quando non stavano più insieme. In tempi di #Metoo non si è mai abbastanza diffidenti. E il filone "artisti vampiri, compagne che si fanno mordere sul collo" era già stato ampiamente sfruttato. Speriamo, perché la storia da raccontare ripercorre gli anni d'oro di Broadway, dove succedevano cose più interessanti dei tradimenti (le corna succedono in tutti i luoghi di lavoro, anche tra le scrivanie). Lin-Manuel Miranda di "Hamilton" sarà il produttore esecutivo, da uno che ha saputo scrivere un musical sulla Costituzione americana e il padre fondatore che sta sul biglietto di dieci dollari aspettiamo grandi cose. Ci aspettiamo grandi cose anche da Sam Rockwell e Michelle Williams, gli attori scelti nei ruoli di Bob Fosse e Gwen Verdon. Con uso di tip tap, certo, mischiato con la danza moderna e il jazz. Segni particolari: le ginocchia a spigolo, e quel lavorio di mani che si riconosce all'istante. Gli attori americani sanno far tutto e non temono di apparire calvi. Bob Fosse si era fatto notare nel film "Kiss me Kate" (le musiche erano di Cole Porter) tratto da "La bisbetica domata" di Shakespeare. I bisticci tra Caterina e Petruccio erano raddoppiati nella trama dai litigi tra gli attori, coniugi rissosamente divorziati, mentre due gangster venuti a riscuotere un debito di gioco pretendevano un posticino sul palco (per cantare "Brush up Your Shakespeare", a quel tempo anche il recupero crediti frequentava scuole decenti). Ma appunto era calvo, aveva più possibilità dietro le quinte, come coreografo (8 Tony Award) e regista (un altro Tony Award). Gwen Verdon era già una star, quando incontrò il coreografo: fu lei a intercedere per una seconda possibilità cinematografica, dopo l'insuccesso della prima. Il film era "Cabaret", fruttò a Bob Fosse il successo e la bellezza di otto Oscar (la Palma d'oro a Cannes arriverà per "All That Jazz", a pari merito con Akira Kurosawa per "Rashomon", presidente di giuria era Kirk Douglas, cose che succedevano nel 1980). E siamo al secondo grande rischio che la miniserie ha scelto di correre: trovare due attori in grado di rendere giustizia a Liza Minnelli e al maestro di cerimonie Joel Grey. Bob Fosse ballò il tip tap al funerale dell'amico sceneggiatore Paddy Chayefsky, glielo aveva promesso e mantenne la parola. Son queste le scene che aspettiamo: le corna e le ripicche coniugali gira e rigira sono sempre le stesse". (Mariarosa Mancuso)
IL FOGLIO
Occhio a "Fosse/Verdon", biografia di coppia sulla grande Broadway che non c'è più
"Bob Fosse lo conosciamo, per "Cabaret", per "Lenny" e per "All That Jazz - Lo spettacolo comincia": l'autobiografia con l'angelo della morte che aspetta il suo tributo, dopo un infarto. Gwen Verdon la conosciamo meno. Prima che cominci la litania "grandi uomini arrampicati sulle spalle di una grande donna" va chiarito che lavorava a Broadway, che fu lei la prima Roxie - l'assassina in cerca di celebrità -nel musical teatrale "Chicago". Bob Fosse lo aveva costruito sulla bravura di Gwen Verdon, come "Sweet Charity", molto liberamente tratto da "Le notti di Cabiria" di Federico Fellini. Per agevolare il delicato passaggio da Broadway a Hollywood, i produttori pretesero un'attrice e ballerina conosciuta da chi andava al cinema. La parte della "ragazza che voleva essere amata", (come suggerisce il titolo italiano del film, toccò a Shirley MacLaine. E non fu un gran successo. Speriamo che la miniserie "Fosse/Verdon" (8 episodi, dal 18 aprile su Fox Life, con pochi giorni di ritardo rispetto all'uscita americana su FX) non insista sulle amanti di lui - non c'era ballerina che gli sfuggisse - e sulle sofferenze di lei, che continuò a far coppia nelle coreografie anche quando non stavano più insieme. In tempi di #Metoo non si è mai abbastanza diffidenti. E il filone "artisti vampiri, compagne che si fanno mordere sul collo" era già stato ampiamente sfruttato. Speriamo, perché la storia da raccontare ripercorre gli anni d'oro di Broadway, dove succedevano cose più interessanti dei tradimenti (le corna succedono in tutti i luoghi di lavoro, anche tra le scrivanie). Lin-Manuel Miranda di "Hamilton" sarà il produttore esecutivo, da uno che ha saputo scrivere un musical sulla Costituzione americana e il padre fondatore che sta sul biglietto di dieci dollari aspettiamo grandi cose. Ci aspettiamo grandi cose anche da Sam Rockwell e Michelle Williams, gli attori scelti nei ruoli di Bob Fosse e Gwen Verdon. Con uso di tip tap, certo, mischiato con la danza moderna e il jazz. Segni particolari: le ginocchia a spigolo, e quel lavorio di mani che si riconosce all'istante. Gli attori americani sanno far tutto e non temono di apparire calvi. Bob Fosse si era fatto notare nel film "Kiss me Kate" (le musiche erano di Cole Porter) tratto da "La bisbetica domata" di Shakespeare. I bisticci tra Caterina e Petruccio erano raddoppiati nella trama dai litigi tra gli attori, coniugi rissosamente divorziati, mentre due gangster venuti a riscuotere un debito di gioco pretendevano un posticino sul palco (per cantare "Brush up Your Shakespeare", a quel tempo anche il recupero crediti frequentava scuole decenti). Ma appunto era calvo, aveva più possibilità dietro le quinte, come coreografo (8 Tony Award) e regista (un altro Tony Award). Gwen Verdon era già una star, quando incontrò il coreografo: fu lei a intercedere per una seconda possibilità cinematografica, dopo l'insuccesso della prima. Il film era "Cabaret", fruttò a Bob Fosse il successo e la bellezza di otto Oscar (la Palma d'oro a Cannes arriverà per "All That Jazz", a pari merito con Akira Kurosawa per "Rashomon", presidente di giuria era Kirk Douglas, cose che succedevano nel 1980). E siamo al secondo grande rischio che la miniserie ha scelto di correre: trovare due attori in grado di rendere giustizia a Liza Minnelli e al maestro di cerimonie Joel Grey. Bob Fosse ballò il tip tap al funerale dell'amico sceneggiatore Paddy Chayefsky, glielo aveva promesso e mantenne la parola. Son queste le scene che aspettiamo: le corna e le ripicche coniugali gira e rigira sono sempre le stesse". (Mariarosa Mancuso)
sabato 23 febbraio 2019
NEWS - La caduta dell'Impero! Ultima ora: Jussie Smollett fatto fuori da "Empire"
Jussie Smollett è stato rimosso dagli ultimi due episodi della quinta stagione di «Empire». Lo ha annunciato la produzione della serie tv della Fox dopo le accuse nei confronti dell'attore di aver inscenato un attacco omofobo e razzista nei suoi confronti perché non soddisfatto del suo salario. «Abbiamo deciso — si legge in un comunicato — di eliminare il ruolo di "Jamal" degli ultimi due episodi della stagione». Smollett aveva incontrato tutto il cast subito dopo le accuse e si era scusato per l'imbarazzo creato e sottolineando di essere innocente.
Jussie Smollett è stato rimosso dagli ultimi due episodi della quinta stagione di «Empire». Lo ha annunciato la produzione della serie tv della Fox dopo le accuse nei confronti dell'attore di aver inscenato un attacco omofobo e razzista nei suoi confronti perché non soddisfatto del suo salario. «Abbiamo deciso — si legge in un comunicato — di eliminare il ruolo di "Jamal" degli ultimi due episodi della stagione». Smollett aveva incontrato tutto il cast subito dopo le accuse e si era scusato per l'imbarazzo creato e sottolineando di essere innocente.
mercoledì 20 febbraio 2019
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
AVVENIRE
"This is Us", spaccato di famiglia problematico (e buoni principi)
"Sono andati in onda lunedì scorso su Fox Life (canale 114 di Sky) il nono e il decimo episodio della terza stagione della serie statunitense This is us con al centro le vicende della famiglia Pearson tra figli naturali e adottati, bianchi e neri. Sviluppata su più livelli temporali, la serie racconta sul piano del passato di Jack e della moglie Rebecca che crescono i figli Randall, Kate e Kevin, mentre sul piano del presente i tre figli sono adulti e hanno messo su famiglia o comunque hanno le loro storie sentimentali. Randall è sposato con Beth e ha tre figlie di cui una si dichiara attratta dalle donne. Kate ha sposato Toby e ora cerca a tutti i costi di avere un figlio ricorrendo alla fecondazione artificiale. Kevin ha iniziato una convivenza con Zoe cugina di Beth, mentre cerca notizie sulla vita del padre e dello zio durante la guerra in Vietnam. Già da questo si capisce che siamo di fronte a uno spaccato sulla società americana con tutti i suoi problemi di integrazione, di diritti civili, di ripercussioni delle guerre, questioni etiche e morali, ma anche politiche. Proprio il decimo episodio vede Randall impegnato in una difficile campagna elettorale che per alcuni mesi lo distoglie dalla famiglia. Riuscirà a riconquistare le sue quattro donne la sera dell'ultimo dell'anno con una torta di mirtilli e vedendo con le figlie i film di Natale. Per di più, se anche sembrava impossibile, vince le elezioni. Sulla frase «Ho vinto!» si chiude l'episodio. In realtà, Randall ha vinto soprattutto perché ha ricompattato la famiglia. Questo è l'elemento positivo di una serie in cui non tutto, ovviamente, è da prendere come oro colato, ci mancherebbe altro, qualcosa va anche presa con le molle. Ma non è frequente nelle fiction sentire affermazioni come quelle di Randall: «Con il tempo ho capito che è più importante essere un brav'uomo che un grand'uomo», oppure: «Questa famiglia è ciò che mi rende speciale e voi quattro ciò che mi rende grande». Adesso ci sarà da capire come evolveranno alcune situazioni e come si svilupperà un terzo spazio temporale ventilato da Randall: «Mi sento come un vecchio burattino di cui mio padre da lassù tira i fili». Intanto, accontentiamoci di qualche buon principio". (Andrea Fagioli)
AVVENIRE
"This is Us", spaccato di famiglia problematico (e buoni principi)
"Sono andati in onda lunedì scorso su Fox Life (canale 114 di Sky) il nono e il decimo episodio della terza stagione della serie statunitense This is us con al centro le vicende della famiglia Pearson tra figli naturali e adottati, bianchi e neri. Sviluppata su più livelli temporali, la serie racconta sul piano del passato di Jack e della moglie Rebecca che crescono i figli Randall, Kate e Kevin, mentre sul piano del presente i tre figli sono adulti e hanno messo su famiglia o comunque hanno le loro storie sentimentali. Randall è sposato con Beth e ha tre figlie di cui una si dichiara attratta dalle donne. Kate ha sposato Toby e ora cerca a tutti i costi di avere un figlio ricorrendo alla fecondazione artificiale. Kevin ha iniziato una convivenza con Zoe cugina di Beth, mentre cerca notizie sulla vita del padre e dello zio durante la guerra in Vietnam. Già da questo si capisce che siamo di fronte a uno spaccato sulla società americana con tutti i suoi problemi di integrazione, di diritti civili, di ripercussioni delle guerre, questioni etiche e morali, ma anche politiche. Proprio il decimo episodio vede Randall impegnato in una difficile campagna elettorale che per alcuni mesi lo distoglie dalla famiglia. Riuscirà a riconquistare le sue quattro donne la sera dell'ultimo dell'anno con una torta di mirtilli e vedendo con le figlie i film di Natale. Per di più, se anche sembrava impossibile, vince le elezioni. Sulla frase «Ho vinto!» si chiude l'episodio. In realtà, Randall ha vinto soprattutto perché ha ricompattato la famiglia. Questo è l'elemento positivo di una serie in cui non tutto, ovviamente, è da prendere come oro colato, ci mancherebbe altro, qualcosa va anche presa con le molle. Ma non è frequente nelle fiction sentire affermazioni come quelle di Randall: «Con il tempo ho capito che è più importante essere un brav'uomo che un grand'uomo», oppure: «Questa famiglia è ciò che mi rende speciale e voi quattro ciò che mi rende grande». Adesso ci sarà da capire come evolveranno alcune situazioni e come si svilupperà un terzo spazio temporale ventilato da Randall: «Mi sento come un vecchio burattino di cui mio padre da lassù tira i fili». Intanto, accontentiamoci di qualche buon principio". (Andrea Fagioli)
venerdì 8 febbraio 2019
NEWS - Achtung, compagni! Fox punta a portare in Italia le serie di FX (e gli altri network non stanno a guardare)
News tratta dal "Sole 24 ore"
Anche De Agostini e Fox entrano nella partita legata alla vendita dei canali in chiaro (il 45 e il 55) che Sony (come anticipato dal Sole 24 Ore del 2 gennaio) ha messo sul mercato. Secondo indiscrezioni i più attenti sarebbero Viacom e Mediaset, mentre l'altra papabile della prima ora, Discovery, nonostante i contatti rimane più defilata. Con questi due "Lcn" che entrano in circolo in un mercato italiano della tv free che è fra i più competitivi del mondo, si creano dunque i presupposti per l'ultima possibilità di "risiko" nella tv in chiaro in Italia dopo i movimenti degli scorsi anni. Ora a entrare in gioco sono due player che nel panorama tv hanno già un loro peso. De Agostini è presente in Spagna (dove in jv con Planeta è il secondo editore con Antena3 e La Sexta, dietro a Mediaset España) e in Italia è nel free-to-air conAlpha, canale maschile a1 59 e Super!: canale 47, per bambini e ragazzi, in joint venture con Viacom. A quanto risulta al Sole 24 Ore il gruppo ha avuto contatti con Sony. Ora la situazione sarebbe comunque in stand by, senza accelerazioni sul dossier. Del resto, va detto, non c'è la corsa per due canali in una situazione di grande affollamento. Per De Agostini i rumors puntano soprattutto su un ruolo in jv con Viacom, media company considerata al primo posto per interesse al dossier per vari motivi. Innanzitutto, con la concessionaria Viacom Pubblicità e BrandSolutions raccoglie lapubblidtà dei due canali in vendita (Pop, per bambini, al 45 e CineSony al 55). E proprio nel segmento kids gli editori concorrenti hanno due canali: Rai Yoyo e Rai Gulp; Discovery ha K2 e Frisbee; Mediaset in joint venture con Turner ha Boing e Cartoonito. Viacom e DeAgostini sono invece fermi a Super!. A gestire la questione è l'headquarter europeo di Sony Pictures Entertainment, ma tutto a stretto contatto con il quartier generale worldwide di CulverCity (LosAngeles). E incontri, di recente, ci sarebbero stati anche con Fox. Ora la media company è passata nella galassia Disney; da qui il possibile interesse per la posizione 45, nell'area kids. Ma a quanto risulta al Sole 24 Ore un'ipotesi di lavoro riguarderebbe anche lo sbarco sulla tv in chiaro di National Geogmphic, edito da Fox in esclusiva su Sky. Il vincolo con la pay tv ora passata sotto il cappello di Comcast non è vissuto come uno scoglio insormontabile dal momenta che il contratto fra Fox e Sky scade a giugno e la discussione sul futuro sta per entrare nel vivo, con una Comcast intenzionata a rivedere al ribasso i contratti in essere. Non è escluso tuttavia che Fox, in caso di avanzamento sul dossier, possa voler portare in Italia brand come FX. In questo quadro, per i canali Sony, in particolare per il 55, resta vivo l'interesse di Mediaset. Che potrebbe aver interesse a spostare Italia 2. Come detto, nessuno si straccia le vesti. Ma per Mediaset la tv free è core - tanto più con il depotenziamentodi Premium - e a Cologno restano attenti sul dossier.
News tratta dal "Sole 24 ore"
Anche De Agostini e Fox entrano nella partita legata alla vendita dei canali in chiaro (il 45 e il 55) che Sony (come anticipato dal Sole 24 Ore del 2 gennaio) ha messo sul mercato. Secondo indiscrezioni i più attenti sarebbero Viacom e Mediaset, mentre l'altra papabile della prima ora, Discovery, nonostante i contatti rimane più defilata. Con questi due "Lcn" che entrano in circolo in un mercato italiano della tv free che è fra i più competitivi del mondo, si creano dunque i presupposti per l'ultima possibilità di "risiko" nella tv in chiaro in Italia dopo i movimenti degli scorsi anni. Ora a entrare in gioco sono due player che nel panorama tv hanno già un loro peso. De Agostini è presente in Spagna (dove in jv con Planeta è il secondo editore con Antena3 e La Sexta, dietro a Mediaset España) e in Italia è nel free-to-air conAlpha, canale maschile a1 59 e Super!: canale 47, per bambini e ragazzi, in joint venture con Viacom. A quanto risulta al Sole 24 Ore il gruppo ha avuto contatti con Sony. Ora la situazione sarebbe comunque in stand by, senza accelerazioni sul dossier. Del resto, va detto, non c'è la corsa per due canali in una situazione di grande affollamento. Per De Agostini i rumors puntano soprattutto su un ruolo in jv con Viacom, media company considerata al primo posto per interesse al dossier per vari motivi. Innanzitutto, con la concessionaria Viacom Pubblicità e BrandSolutions raccoglie lapubblidtà dei due canali in vendita (Pop, per bambini, al 45 e CineSony al 55). E proprio nel segmento kids gli editori concorrenti hanno due canali: Rai Yoyo e Rai Gulp; Discovery ha K2 e Frisbee; Mediaset in joint venture con Turner ha Boing e Cartoonito. Viacom e DeAgostini sono invece fermi a Super!. A gestire la questione è l'headquarter europeo di Sony Pictures Entertainment, ma tutto a stretto contatto con il quartier generale worldwide di CulverCity (LosAngeles). E incontri, di recente, ci sarebbero stati anche con Fox. Ora la media company è passata nella galassia Disney; da qui il possibile interesse per la posizione 45, nell'area kids. Ma a quanto risulta al Sole 24 Ore un'ipotesi di lavoro riguarderebbe anche lo sbarco sulla tv in chiaro di National Geogmphic, edito da Fox in esclusiva su Sky. Il vincolo con la pay tv ora passata sotto il cappello di Comcast non è vissuto come uno scoglio insormontabile dal momenta che il contratto fra Fox e Sky scade a giugno e la discussione sul futuro sta per entrare nel vivo, con una Comcast intenzionata a rivedere al ribasso i contratti in essere. Non è escluso tuttavia che Fox, in caso di avanzamento sul dossier, possa voler portare in Italia brand come FX. In questo quadro, per i canali Sony, in particolare per il 55, resta vivo l'interesse di Mediaset. Che potrebbe aver interesse a spostare Italia 2. Come detto, nessuno si straccia le vesti. Ma per Mediaset la tv free è core - tanto più con il depotenziamentodi Premium - e a Cologno restano attenti sul dossier.giovedì 7 febbraio 2019
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
"The Passage", on the road in un futuro allegorico
"Allegorie, distopie, tenerezze, horror, fantasy: è possibile affidare il futuro dell'umanità nelle mani di una bambina di dieci anni? E su questo espediente fortemente simbolico (la fine del mondo che solo la purezza dell'infanzia può salvare) che si gioca l'attacco di «The Passage», in onda su Fox. La serie, tratta dall'omonima trilogia di Justin Cronin e prodotta tra gli altri dal regista Ridley Scott, appare già dal ricco pilot come un concentrato di eventi, relazioni e piani di lettura differenti; le linee narrative si susseguono e si mescolano restituendo un'architettura complessa, ma sempre equilibrata. L'innesco della serie è tra i più classici del genere horror e dei vampire Brama: un'epidemia di un virus si è scatenata in tutto il mondo trasformando chiunque ne venga contagiato in creature simili ai vampiri. Tra questi, anche il povero Tim Fanning, un ricercatore che in Bolivia viene trasformato in vampiro. Il caso s'intreccia con il lavoro di un gruppo di scienziati del «Progetto Noah», una struttura medica che sta testando un virus che può avere conseguenze opposte sull'umanità: distruggerla o salvarla. Quando l'equipe, che sperimenta su un gruppo di detenuti e sullo stesso Fanning, decide di verificare il virus su una bambina rimasta orfana (senza legami affettivi, per cui «non mancherà a nessuno»), il compito di rintracciarla e trasferirla presso la struttura spetta all'agente federale Brad Wolgast. Ma il poliziotto decide di metterla in salvo evitando di trasformarla in carne da esperimenti, proprio mentre le cavie sottoposte al virus si trasformano in esseri assetati di sangue. C'è tanto Ridley Scott ma c'è soprattutto lo struggente legame tra i due protagonisti che, proprio come il padre e figlio de La strada di Cormac McCarthy, attraversano insieme un'America sull'orlo dell'abisso e dell'apocalisse". (Aldo Grasso)
CORRIERE DELLA SERA
"The Passage", on the road in un futuro allegorico
"Allegorie, distopie, tenerezze, horror, fantasy: è possibile affidare il futuro dell'umanità nelle mani di una bambina di dieci anni? E su questo espediente fortemente simbolico (la fine del mondo che solo la purezza dell'infanzia può salvare) che si gioca l'attacco di «The Passage», in onda su Fox. La serie, tratta dall'omonima trilogia di Justin Cronin e prodotta tra gli altri dal regista Ridley Scott, appare già dal ricco pilot come un concentrato di eventi, relazioni e piani di lettura differenti; le linee narrative si susseguono e si mescolano restituendo un'architettura complessa, ma sempre equilibrata. L'innesco della serie è tra i più classici del genere horror e dei vampire Brama: un'epidemia di un virus si è scatenata in tutto il mondo trasformando chiunque ne venga contagiato in creature simili ai vampiri. Tra questi, anche il povero Tim Fanning, un ricercatore che in Bolivia viene trasformato in vampiro. Il caso s'intreccia con il lavoro di un gruppo di scienziati del «Progetto Noah», una struttura medica che sta testando un virus che può avere conseguenze opposte sull'umanità: distruggerla o salvarla. Quando l'equipe, che sperimenta su un gruppo di detenuti e sullo stesso Fanning, decide di verificare il virus su una bambina rimasta orfana (senza legami affettivi, per cui «non mancherà a nessuno»), il compito di rintracciarla e trasferirla presso la struttura spetta all'agente federale Brad Wolgast. Ma il poliziotto decide di metterla in salvo evitando di trasformarla in carne da esperimenti, proprio mentre le cavie sottoposte al virus si trasformano in esseri assetati di sangue. C'è tanto Ridley Scott ma c'è soprattutto lo struggente legame tra i due protagonisti che, proprio come il padre e figlio de La strada di Cormac McCarthy, attraversano insieme un'America sull'orlo dell'abisso e dell'apocalisse". (Aldo Grasso)
giovedì 31 gennaio 2019
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
"This is us" 3, la grandezza della normalità: non solo cattura lo spettatore ma lo orienta
"La straordinaria grandezza della normalità. La terza stagione di This Is Us riparte da dove ci aveva lasciati, insistendo sulla Jforza dei legami familiari, sulle piccole grandi vicende che rendono speciale la vita di ciascuno (Fox Life). Le storie quotidiane della famiglia Pearson, i loro dubbi, le gioie, le incomprensioni e i turbamenti sono al centro anche del nuovo atto della serie che, come sempre, si dipana mescolando diverse linee temporali. Le vicende dei fratelli Jack (morto nella seconda stagione, ma ancora saldamente protagonista), Rebecca e Randall si susseguono tra passato e presente mettendo in luce uno spaccato di una famiglia tipica americana, ma allo stesso tempo portatrice di dinamiche potenzialmente universali in cui tanti possono riconoscersi. Ciò che rende This Is Us un caso rilevante nel panorama televisivo contemporaneo è, in primo luogo, la sua origine produttiva; negli Stati Uniti, infatti, va in onda su Nbc, uno degli storici network corrispondenti grosso modo alle nostre reti generaliste. In un'epoca in cui la serialità di qualità sta diventando sempre più materia da servizi pay e on demand (le cable americane, da un lato, Netflix e Amazon dall'altro), This Is Us, nella sua pezzatura lunga da 18 episodi, rappresenta una fortunata eccezione, un modello che l'ha portata ad essere una delle serie più viste dal pubblico statunitense nel 2018. Merito della semplicità delle storie, dell'accortezza di parlare a un pubblico generalista, della straordinaria capacità di emozionare, coinvolgere, strappare un pianto di commozione che non è mai forzato o preparato a tavolino, ma autentico, frutto di una scrittura empatica, lontana da eccessi e ricami. This Is Us non cattura semplicemente lo spettatore, ma lo orienta, lo rassicura e lo mette a nudo allo stesso tempo, con delicatezza e disincanto. Una rarità nello scenario di fiction attuale".
CORRIERE DELLA SERA
"This is us" 3, la grandezza della normalità: non solo cattura lo spettatore ma lo orienta
"La straordinaria grandezza della normalità. La terza stagione di This Is Us riparte da dove ci aveva lasciati, insistendo sulla Jforza dei legami familiari, sulle piccole grandi vicende che rendono speciale la vita di ciascuno (Fox Life). Le storie quotidiane della famiglia Pearson, i loro dubbi, le gioie, le incomprensioni e i turbamenti sono al centro anche del nuovo atto della serie che, come sempre, si dipana mescolando diverse linee temporali. Le vicende dei fratelli Jack (morto nella seconda stagione, ma ancora saldamente protagonista), Rebecca e Randall si susseguono tra passato e presente mettendo in luce uno spaccato di una famiglia tipica americana, ma allo stesso tempo portatrice di dinamiche potenzialmente universali in cui tanti possono riconoscersi. Ciò che rende This Is Us un caso rilevante nel panorama televisivo contemporaneo è, in primo luogo, la sua origine produttiva; negli Stati Uniti, infatti, va in onda su Nbc, uno degli storici network corrispondenti grosso modo alle nostre reti generaliste. In un'epoca in cui la serialità di qualità sta diventando sempre più materia da servizi pay e on demand (le cable americane, da un lato, Netflix e Amazon dall'altro), This Is Us, nella sua pezzatura lunga da 18 episodi, rappresenta una fortunata eccezione, un modello che l'ha portata ad essere una delle serie più viste dal pubblico statunitense nel 2018. Merito della semplicità delle storie, dell'accortezza di parlare a un pubblico generalista, della straordinaria capacità di emozionare, coinvolgere, strappare un pianto di commozione che non è mai forzato o preparato a tavolino, ma autentico, frutto di una scrittura empatica, lontana da eccessi e ricami. This Is Us non cattura semplicemente lo spettatore, ma lo orienta, lo rassicura e lo mette a nudo allo stesso tempo, con delicatezza e disincanto. Una rarità nello scenario di fiction attuale".
lunedì 21 gennaio 2019
NEWS - C'era una volta il predominio di Netflix. Il 2019 segna la "rivoluzione" del mercato Svod
Articolo tratto da "Corriere Economia"
"C'era una volta Netflix. La domanda è se vivrà felice e contenta? Una trama provocatoria forse, ma non così lontana dal vero. A essere in discussione non è il suo modello. Al di là delle varie critiche e polemiche sorte negli ultimi anni (come l'opportunità di far partecipare ai festival cinematografici i film prodotti da Netflix e mai usciti in sala), il modello Svod — video on demand — resta vincente. E in questo Netflix resta pioniere. Quello che molti analisti si stanno chiedendo è se questo stesso modello, proprio perché vincente, non rischi di essere, assorbito e rimodellato sul profilo di altri colossi dell'intrattenimento. Quando Netflix si è affacciata sul mercato statunitense dello streaming nel 2008, ha trovato una nicchia da conquistare. Da subito Reed Hastings, (che fondò il gruppo nel 1997 per il noleggio con consegna porta a porta di videocassette, capendo però che il futuro stava andando in un'altra direzione) impostò il business di Netflix su un doppio binario: contenuti propri e accordi con altre case e major per avere titoli allettanti nella propria libreria. Presupposto fondamentale: tanta cassa a disposizione. E infatti uno dei problemi di Netflix è sempre stato quello di far quadrare i conti tra abbonati paganti e potenza di fuoco da impiegare per produrre i propri titoli. Il quarto trimestre 2018 si è chiuso con margini operativi in calo al 5,2% dal 7,5% di 12 mesi prima proprio fino a tre volte il suo budget per il lancio di nuovi titoli. È grazie a questo equilibrio costi/abbonamenti che sono nate serie cult come House of Cards che ha fatto da volano alla crescita mondiale di Netflix. Sul piatto degli investimenti Hastings ha sempre messo cifre importanti quantificabili in 8 miliardi solo per il 2018. Cifre «irraggiungibili» per i principali competitor: Amazon Prime ha investito nel 2018 per produzioni originali circa 5 miliardi, Hbo nel 2017 ha speso 2,5 miliardi di dollari. Per quanto riguarda Apple Tv, la cifra non raggiunge i 2 miliardi. Di fronte a questi numeri, Netflix vince facile. Ma questi erano i principali rivali fino a ora. Perché negli ultimi mesi slo scenario è cambiato nel panorama dell'intrattenimento Usa, con la fusione tra AteT e Warner, quella tra Comcast e Sky e non ultima quella tra Disney e Fox.
Articolo tratto da "Corriere Economia"
"C'era una volta Netflix. La domanda è se vivrà felice e contenta? Una trama provocatoria forse, ma non così lontana dal vero. A essere in discussione non è il suo modello. Al di là delle varie critiche e polemiche sorte negli ultimi anni (come l'opportunità di far partecipare ai festival cinematografici i film prodotti da Netflix e mai usciti in sala), il modello Svod — video on demand — resta vincente. E in questo Netflix resta pioniere. Quello che molti analisti si stanno chiedendo è se questo stesso modello, proprio perché vincente, non rischi di essere, assorbito e rimodellato sul profilo di altri colossi dell'intrattenimento. Quando Netflix si è affacciata sul mercato statunitense dello streaming nel 2008, ha trovato una nicchia da conquistare. Da subito Reed Hastings, (che fondò il gruppo nel 1997 per il noleggio con consegna porta a porta di videocassette, capendo però che il futuro stava andando in un'altra direzione) impostò il business di Netflix su un doppio binario: contenuti propri e accordi con altre case e major per avere titoli allettanti nella propria libreria. Presupposto fondamentale: tanta cassa a disposizione. E infatti uno dei problemi di Netflix è sempre stato quello di far quadrare i conti tra abbonati paganti e potenza di fuoco da impiegare per produrre i propri titoli. Il quarto trimestre 2018 si è chiuso con margini operativi in calo al 5,2% dal 7,5% di 12 mesi prima proprio fino a tre volte il suo budget per il lancio di nuovi titoli. È grazie a questo equilibrio costi/abbonamenti che sono nate serie cult come House of Cards che ha fatto da volano alla crescita mondiale di Netflix. Sul piatto degli investimenti Hastings ha sempre messo cifre importanti quantificabili in 8 miliardi solo per il 2018. Cifre «irraggiungibili» per i principali competitor: Amazon Prime ha investito nel 2018 per produzioni originali circa 5 miliardi, Hbo nel 2017 ha speso 2,5 miliardi di dollari. Per quanto riguarda Apple Tv, la cifra non raggiunge i 2 miliardi. Di fronte a questi numeri, Netflix vince facile. Ma questi erano i principali rivali fino a ora. Perché negli ultimi mesi slo scenario è cambiato nel panorama dell'intrattenimento Usa, con la fusione tra AteT e Warner, quella tra Comcast e Sky e non ultima quella tra Disney e Fox.
In sostanza Netflix deve fare i conti ora con dei giganti, nelle insolite vesti di novello Davide. Secondo gli analisti di Ampere Analysis, con le due fusioni Comcast/Sky e Disney/Fox, per ogni 5 dollari investiti negli Usa in produzione di contenuti originali, due escono dalle casse dei neo colossi (uno a testa), proporzione che scende a 1 su 5 se si calcolano gli investimenti a livello globale. Come si legge nella ricerca, Disney-Fox potrà spendere fino a 22 miliardi in contenuti, 21 il tandem Comcast-Sky. Di fronte a cifre del genere, gli 8 miliardi di Netflix rischiano di impallidire. A maggior ragione se si considera che a breve vedrà ridotta del 20% la libreria di titoli dato che Disney si prepara a lanciare nei prossimi mesi la propria piattaforma streaming Disney Plus. E ormai della sua galassia, dopo l'accordo con Fox, fanno parte anche i titoli prodotti dalla Fox Searchlight Pictures molti dei quali sono nel palinsesto Netflix, ma anche i diritti per saghe cinematografiche come Star Wars o X-Man. Per non parlare dei Simpson. Con l'accordo inoltre, Disney ha aggiunto un ulteriore 3096 del capitale di Hulu (piattaforma di streaming e live tv che conta 25 milioni di abbonati) fino a ora di proprietà di Fox. Per Netflix insomma potrebbe essere un duro colpo. Ma Hastings non sta a guardare. Negli scorsi giorni ha annunciato a sorpresa una mossa in chiave anti-competitor, aumentando il costo degli abbonamenti negli Usa: quello popolare passa a 13 dollari, quello «premium» da 13,99 a 15,99. L'abbonamento base passa da 8 a 9 dollari. Prezzi comunque inferiori rispetto ai 35 dollari mensili di Hbo o ai 13 dollari di Amazon. C'è un altro nemico però per Netflix. Si chiama «saturazione del mercato». Con 58 milioni di abbonati negli Usa e 78 extra Usa, gli analisti ritengono che un ulteriore incremento significativo di utenti in patria sia poco probabile. Nell'ultimo trimestre sono saliti solo del 2% contro il +42% nel resto del mondo. Il punto sarà ora tenere la posizione senza retrocedere. Come? Continuando a investire, alla ricerca di un altro Frank Underwood".
venerdì 28 dicembre 2018
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
In "AHS: Apocalypse" tutto ritorna
"Nelle serie tv, come nel cinema, la fine del mondo è forse il migliore espediente per raccontare la selezione naturale dell'umanità, per vedere da vicino chi riuscirà a salvarsi e chi sarà costretto a soccombere e scomparire. E su questa cinica frattura che si colloca American Horror Story — The Apocalypse, l'ottava stagione della serie antologica che ha riscritto, almeno in parte, i canoni dell'horror di matrice americana (Fox). Un missile nucleare distrugge il pianeta Terra; una miliardaria di nome Coco St. Pierre Vanderbilt scappa dalla distruzione di Los Angeles insieme a poche altre persone fidate. Contemporaneamente, una misteriosa organizzazione seleziona giovani adulti destinati a sopravvivere. Una serie antologica, per definizione, si compone di stagioni diverse, slegate tra loro dal punto di vista narrativo e tenute insieme dall'adesione a un filo rosso, a un'idea; così, la fortuna di AHS è stata proprio quella di cambiare continuamente storia, ma di mantenere saldo lo schema di fondo, spesso anche i volti del cast. The Apocalypse rappresenta un cross-over tra la prima e la terza stagione (rispettivamente Murder House e Coven), di cui riprende alcuni dei personaggi più noti e riusciti. Con il pretesto dell'apocalisse, la serie ci mette di fronte all'antico dilemma delle disuguaglianze, dell'ingiustizia sociale; compito della severa Miss Venable è proprio quello di ristabilire un nuovo ordine fondato sulla gerarchia del denaro, su una distinzione, anche estetica, di classe. I viola, cioè le élite, da una parte, e i grigi, le «formiche operaie disposte a servire», dall'altra. «La tecnologia ha distrutto il mondo. I social media hanno dato l'illusione alle persone di essere uguali, ma questo non esiste più», sentenzia Miss Venable, decisa a perseguire un micro-cosmo sociale semplice nella sua brutalità. È il denaro che seleziona e divide, non le capacità o l'intelligenza. Tutto ritorna". (Aldo Grasso)
CORRIERE DELLA SERA
In "AHS: Apocalypse" tutto ritorna
"Nelle serie tv, come nel cinema, la fine del mondo è forse il migliore espediente per raccontare la selezione naturale dell'umanità, per vedere da vicino chi riuscirà a salvarsi e chi sarà costretto a soccombere e scomparire. E su questa cinica frattura che si colloca American Horror Story — The Apocalypse, l'ottava stagione della serie antologica che ha riscritto, almeno in parte, i canoni dell'horror di matrice americana (Fox). Un missile nucleare distrugge il pianeta Terra; una miliardaria di nome Coco St. Pierre Vanderbilt scappa dalla distruzione di Los Angeles insieme a poche altre persone fidate. Contemporaneamente, una misteriosa organizzazione seleziona giovani adulti destinati a sopravvivere. Una serie antologica, per definizione, si compone di stagioni diverse, slegate tra loro dal punto di vista narrativo e tenute insieme dall'adesione a un filo rosso, a un'idea; così, la fortuna di AHS è stata proprio quella di cambiare continuamente storia, ma di mantenere saldo lo schema di fondo, spesso anche i volti del cast. The Apocalypse rappresenta un cross-over tra la prima e la terza stagione (rispettivamente Murder House e Coven), di cui riprende alcuni dei personaggi più noti e riusciti. Con il pretesto dell'apocalisse, la serie ci mette di fronte all'antico dilemma delle disuguaglianze, dell'ingiustizia sociale; compito della severa Miss Venable è proprio quello di ristabilire un nuovo ordine fondato sulla gerarchia del denaro, su una distinzione, anche estetica, di classe. I viola, cioè le élite, da una parte, e i grigi, le «formiche operaie disposte a servire», dall'altra. «La tecnologia ha distrutto il mondo. I social media hanno dato l'illusione alle persone di essere uguali, ma questo non esiste più», sentenzia Miss Venable, decisa a perseguire un micro-cosmo sociale semplice nella sua brutalità. È il denaro che seleziona e divide, non le capacità o l'intelligenza. Tutto ritorna". (Aldo Grasso)
giovedì 6 dicembre 2018
NEWS - Al via "Mayans MC", spin-off di "Sons of Anarchy". E il protagonista, metà argentino e metà salvadoregno, accusa: "Obama ha privilegiato gli afroamericani e ha dimenticato i latini"
Articolo tratto da "La Stampa"
J. D. Pardo, classe 1980, americano, papà argentino e mamma di El Salvador, è il protagonista di Mayans M. C. , serie spin-off di Sons of Anarchy, in onda su Fox da stasera. Interpreta un motociclista, diviso tra il club - i Mayans del titolo - e la sua vecchia vita. «Ero emozionato quando mi hanno scelto - ha raccontato al Fox Circus, evento milanese che in tre giorni ha raccolto più di 50 mila persone —. Ma ero emozionato anche per tutta l'attesa che c'era attorno a questa serie». Sons of Anarchy, ha detto, l'ha recuperata subito prima di fare il provino: «Perché volevo conoscere il mondo e la realtà in cui queste storie sono ambientate». Per prepararsi, oltre ad imparare a guidare una Harley, ha deciso di seguire i consigli di Kurt Sutter, il creatore della serie. E cioè: evitare qualunque contatto con i club motociclistici. «Ez, il mio personaggio, è solo un aspirante, e in un certo senso rappresenta gli occhi del pubblico: deve scoprire ogni cosa di volta in volta, e le mie reazioni dovevano essere genuine». Ez è anche un ragazzo intelligente, figlio di immigrati, che è andato a Standford e che incarna il sogno americano. «Aveva una fidanzata conosciuta al liceo e sapeva quello che voleva fare nella sua vita - ha precisato Pardo -. Poi, però, a causa di un incidente, è finito in galera. Ed è su questo che volevo concentrarmi». E quindi sulla prigione e su come riesca a stravolgere le persone e il loro futuro. Una cosa che - ha insistito Pardo - non viene fatta spesso nei film e nelle serie tv. «Io, invece, volevo analizzare a fondo questo aspetto. Quando sei in galera, vivi secondo un codice. Non importa chi sei, il tuo aspetto, quello che indossi; importa solo la tua parola. È tutto quello che hai». Quello di Ez è un ruolo diverso dal solito: non è il tipico delinquente, e - come ha tenuto a dire anche Pardo - non è il tipo di lavoro che viene offerto ai latini ad Hollywood. Ed è per questo che ha sentito una certa responsabilità: «Da una parte c'è quella di non deludere le aspettative dopo Sons of Anarchy. E dall'altra c'è quella di attore. A Hollywood la comunità latina non ha molte visibilità. Ora sento il peso della posizione in cui mi trovo». Perché? «Quando Obama è diventato presidente, ha aperto molte porte per gli afro-americani. Per i latini, invece, ci sono sempre le stesse possibilità. Al cinema e in tv».
Articolo tratto da "La Stampa"
J. D. Pardo, classe 1980, americano, papà argentino e mamma di El Salvador, è il protagonista di Mayans M. C. , serie spin-off di Sons of Anarchy, in onda su Fox da stasera. Interpreta un motociclista, diviso tra il club - i Mayans del titolo - e la sua vecchia vita. «Ero emozionato quando mi hanno scelto - ha raccontato al Fox Circus, evento milanese che in tre giorni ha raccolto più di 50 mila persone —. Ma ero emozionato anche per tutta l'attesa che c'era attorno a questa serie». Sons of Anarchy, ha detto, l'ha recuperata subito prima di fare il provino: «Perché volevo conoscere il mondo e la realtà in cui queste storie sono ambientate». Per prepararsi, oltre ad imparare a guidare una Harley, ha deciso di seguire i consigli di Kurt Sutter, il creatore della serie. E cioè: evitare qualunque contatto con i club motociclistici. «Ez, il mio personaggio, è solo un aspirante, e in un certo senso rappresenta gli occhi del pubblico: deve scoprire ogni cosa di volta in volta, e le mie reazioni dovevano essere genuine». Ez è anche un ragazzo intelligente, figlio di immigrati, che è andato a Standford e che incarna il sogno americano. «Aveva una fidanzata conosciuta al liceo e sapeva quello che voleva fare nella sua vita - ha precisato Pardo -. Poi, però, a causa di un incidente, è finito in galera. Ed è su questo che volevo concentrarmi». E quindi sulla prigione e su come riesca a stravolgere le persone e il loro futuro. Una cosa che - ha insistito Pardo - non viene fatta spesso nei film e nelle serie tv. «Io, invece, volevo analizzare a fondo questo aspetto. Quando sei in galera, vivi secondo un codice. Non importa chi sei, il tuo aspetto, quello che indossi; importa solo la tua parola. È tutto quello che hai». Quello di Ez è un ruolo diverso dal solito: non è il tipico delinquente, e - come ha tenuto a dire anche Pardo - non è il tipo di lavoro che viene offerto ai latini ad Hollywood. Ed è per questo che ha sentito una certa responsabilità: «Da una parte c'è quella di non deludere le aspettative dopo Sons of Anarchy. E dall'altra c'è quella di attore. A Hollywood la comunità latina non ha molte visibilità. Ora sento il peso della posizione in cui mi trovo». Perché? «Quando Obama è diventato presidente, ha aperto molte porte per gli afro-americani. Per i latini, invece, ci sono sempre le stesse possibilità. Al cinema e in tv».
venerdì 19 ottobre 2018
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
"Magnum PI", reboot da vedere all'aperitivo dimenticando l'originale
"Il paradosso del reboot (il riavvio, il rilancio di una serie attraverso nuovi protagonisti) è che si riprende qualcosa che appartiene ancora all'immaginario diffuso («raccontala ancora» è la richiesta che i bambini fanno a ogni favola), ma che esigerebbe l'oblio dell'esperienza precedente. Dopo Hawaii Five-O e MacGyver il canale generalista americano Cbs ha sfornato il remake (rifacimento) di un altro telefilm degli anni 8o, Magnum PI (Fox, martedì, ore 21.15). La reazione di molte critiche uscite negli Usa è stata unanime: il precedente era meglio. Per forza di cose: allora c'erano la forza e l'ingenuità della prima volta. La nuova serie ricalca fedelmente le vicende andate in onda negli Usa tra il 1980 e il 1988 (da noi ha debuttato nel 1982 su Canale 5). Siamo sempre alle Hawaii, ci sono sempre le «fiammeggianti» Ferrari e la polizia locale continua a non essere proprio contenta delle indagini alternative. Il nuovo Magnum PI (Private Investigator) è anche lui ospite di uno scrittore facoltoso (ricco perché vende bestseller le cui storie di guerra sono racconti di Magnum), ma veste in maniera più sobria di Tom Selleck. L'interprete, Jay Hernandez, è di origini latine, non ha fatto la guerra del Vietnam ma è stato in Afghanistan ed è leggermente meno spavaldo del suo predecessore. Il cambiamento più significativo riguarda il personaggio di Higgins, il manager della tenuta dello scrittore Robin Masters: ora è una bella donna (Perdita Weeks) con un passato nei servizi segreti britannici. Ovviamente i rapporti fra Magnum e Higgins rappresentano una «corposa» sottotrama. Nella fedeltà all'originale — il caso si risolve sempre al termine di ogni puntata — e nell'esibizione di paesaggi esotici e festaioli, Magnum PI è la classica serie di «scarico» (da vedersi prima di cena, quasi una camera di compensazione dopo il lavoro)". (Aldo Grasso)
CORRIERE DELLA SERA
"Magnum PI", reboot da vedere all'aperitivo dimenticando l'originale
"Il paradosso del reboot (il riavvio, il rilancio di una serie attraverso nuovi protagonisti) è che si riprende qualcosa che appartiene ancora all'immaginario diffuso («raccontala ancora» è la richiesta che i bambini fanno a ogni favola), ma che esigerebbe l'oblio dell'esperienza precedente. Dopo Hawaii Five-O e MacGyver il canale generalista americano Cbs ha sfornato il remake (rifacimento) di un altro telefilm degli anni 8o, Magnum PI (Fox, martedì, ore 21.15). La reazione di molte critiche uscite negli Usa è stata unanime: il precedente era meglio. Per forza di cose: allora c'erano la forza e l'ingenuità della prima volta. La nuova serie ricalca fedelmente le vicende andate in onda negli Usa tra il 1980 e il 1988 (da noi ha debuttato nel 1982 su Canale 5). Siamo sempre alle Hawaii, ci sono sempre le «fiammeggianti» Ferrari e la polizia locale continua a non essere proprio contenta delle indagini alternative. Il nuovo Magnum PI (Private Investigator) è anche lui ospite di uno scrittore facoltoso (ricco perché vende bestseller le cui storie di guerra sono racconti di Magnum), ma veste in maniera più sobria di Tom Selleck. L'interprete, Jay Hernandez, è di origini latine, non ha fatto la guerra del Vietnam ma è stato in Afghanistan ed è leggermente meno spavaldo del suo predecessore. Il cambiamento più significativo riguarda il personaggio di Higgins, il manager della tenuta dello scrittore Robin Masters: ora è una bella donna (Perdita Weeks) con un passato nei servizi segreti britannici. Ovviamente i rapporti fra Magnum e Higgins rappresentano una «corposa» sottotrama. Nella fedeltà all'originale — il caso si risolve sempre al termine di ogni puntata — e nell'esibizione di paesaggi esotici e festaioli, Magnum PI è la classica serie di «scarico» (da vedersi prima di cena, quasi una camera di compensazione dopo il lavoro)". (Aldo Grasso)
venerdì 12 ottobre 2018
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
"Romolo+Giuly", inno alla Roma Decadence
"Non essendo romano, fino a poco tempo fa non conoscevo il Pigneto, meglio non conoscevo la «filosofia» del Pigneto. Poi mi hanno spiegato che una volta il Pigneto era una zona non tanto bella di Roma che comprendeva la «Casilina», la «Prenestina», la «Tangenziale». Poi, come ha scritto Andrea Minuz, «una borgata romana si è trasformata in una periferia industriale, poi in quartiere multietnico, poi in zona bohémien, poi in luogo di tendenza e infine in esercizio letterario nazionale su cui, prima o poi, si buttano tutti, anche se ci avvertono che "è impossibile cogliere l'essenza del Pigneto"». Questa premessa era necessaria per capire Romolo+Giuly, la miniserie in 8 episodi da 30 minuti l'uno prodotta da Fox Italia e Wildside, in onda su Fox (canale 112 di Sky). In apparenza l'eterno scontro fra Montecchi e Capuleti altro non è che lo scontro fra Roma nord (il fighettismo de' noantri del Pigneto) e Roma sud (il coattismo storico della periferia borgatara). Al posto di Romeo c'è l'insicuro Romolo Montacchi, interpretato da Alessandro D'Ambrosi (anche coautore con il regista Michele Bertini Malgarini e Giulio Carrieri), e di Giulietta, la sensibile Giuly Copulati (Beatrice Arnera). Lo spirito è quello di Boris, unico grimaldello per superare i confini territoriali del Sacro Gra (il Grande Raccordo Anulare); così sono stati ingaggiati Giorgio Mastrota, che interpreta il capo di una setta massonica il cui scopo è realizzare una Roma milanese senza romani («il milanese è perfetto per eliminare i terroni») e Fortunato Cerlino, il grande Don Pietro Savastano di Gomorra. Difficile che i mondi di Romolo e Giuly possano integrarsi, specie se lui deve farle l'esegesi di 'sti cazzi. L'unico in grado di riunire le due anime di Roma è il fantasma di Antonello Venditti con la sua poetica amorosa, risospinta da una profonda romanità! Un inno alla Roma Decadence". (Aldo Grasso)
CORRIERE DELLA SERA
"Romolo+Giuly", inno alla Roma Decadence
"Non essendo romano, fino a poco tempo fa non conoscevo il Pigneto, meglio non conoscevo la «filosofia» del Pigneto. Poi mi hanno spiegato che una volta il Pigneto era una zona non tanto bella di Roma che comprendeva la «Casilina», la «Prenestina», la «Tangenziale». Poi, come ha scritto Andrea Minuz, «una borgata romana si è trasformata in una periferia industriale, poi in quartiere multietnico, poi in zona bohémien, poi in luogo di tendenza e infine in esercizio letterario nazionale su cui, prima o poi, si buttano tutti, anche se ci avvertono che "è impossibile cogliere l'essenza del Pigneto"». Questa premessa era necessaria per capire Romolo+Giuly, la miniserie in 8 episodi da 30 minuti l'uno prodotta da Fox Italia e Wildside, in onda su Fox (canale 112 di Sky). In apparenza l'eterno scontro fra Montecchi e Capuleti altro non è che lo scontro fra Roma nord (il fighettismo de' noantri del Pigneto) e Roma sud (il coattismo storico della periferia borgatara). Al posto di Romeo c'è l'insicuro Romolo Montacchi, interpretato da Alessandro D'Ambrosi (anche coautore con il regista Michele Bertini Malgarini e Giulio Carrieri), e di Giulietta, la sensibile Giuly Copulati (Beatrice Arnera). Lo spirito è quello di Boris, unico grimaldello per superare i confini territoriali del Sacro Gra (il Grande Raccordo Anulare); così sono stati ingaggiati Giorgio Mastrota, che interpreta il capo di una setta massonica il cui scopo è realizzare una Roma milanese senza romani («il milanese è perfetto per eliminare i terroni») e Fortunato Cerlino, il grande Don Pietro Savastano di Gomorra. Difficile che i mondi di Romolo e Giuly possano integrarsi, specie se lui deve farle l'esegesi di 'sti cazzi. L'unico in grado di riunire le due anime di Roma è il fantasma di Antonello Venditti con la sua poetica amorosa, risospinta da una profonda romanità! Un inno alla Roma Decadence". (Aldo Grasso)
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martedì 9 ottobre 2018
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
IL FOGLIO
"Romolo+Giuly" fa ripiombare le serie tv italiane nel campanilismo con citazioni forzate
"Siamo moderni, giriamo le serie, ma ricaschiamo sempre nell'Italia dei campanili. Mezzo campanile: Roma nord schierata contro Roma sud (vale anche il contrario). Trascinando nella mischia William Shakespeare e soprattutto Baz Luhrmann, che nel 1996 aveva ambientato nella californiana Verona Beach il suo "Romeo+Giulietta" con Leonardo DiCaprio e Claire Danes. Gli innamorati divisi dalla rivalità familiare sono romanamente ribattezzati "Romolo+Giuly". Lui un Montacchi, ha per genitore il re della monnezza. Lei una Copulati, erede dei palazzinari che allignano al nord. La seconda metà del titolo, che allude a una guerra mondiale italiana, svela che nella vicenda entrano anche Milano e Napoli: altrettanto caricaturali, fungono da esca per gli spettatori non romani. "Romolo+Giuly" è prodotta da Fox (e su Fox va in onda, otto puntate). Con l'intenzione di ripetere il successo di `Boris", la serie che sfotteva i prodotti audiovisivi italiani scritti male e recitati peggio (la parola "fiction" andrebbe risparmiata, in questi casi: meglio il giro di parole). Ma "Boris" era a suo modo universale, le brutte sceneggiature, gli attori mediocri, i registi incapaci, le troupe svogliate si trovano dappertutto, anche dove il cinema e la tv sono migliori dei corrispettivi nostrani. Roma nord contro Roma sud resta una nicchia, di recente invenzione comica. Complice un video virale su YouTube, e un episodio pilota premiato nel 2016 al Roma Web Fest. Giocavano in casa, con spettatori che alle frasi "La breccia di Corso Francia" o "le sirene di Ponte Milvio" o "le miniere di cocaina di Vigna Clara" già ridono (chi a suo tempo spiegò che il tragico è universale, mentre il comico è geolocalizzato aveva in mente cose così). La busta con la nebbia padana potrebbe essere Totò - e già un po' allarghiamo l'orizzonte. Il regista Paolo Sorrentino, odiato a Napoli perché "La grande bellezza" l'ha girato a Roma, è tormentone cinefilo, e un po' generazionale. Totalmente generazionale è il pupazzo T'ciù, che conosce in carcere il televenditore Giorgio Mastrota (nella parte di se stesso): se non eravate davanti alla tv quando andava in onda "Bim Bum Bam", e quindi niente sapete del pupazzo Uan, lasciate ogni speranza. Si inoltrano nelle campagne padane per avere alleati, ma rifiutano di dare la caccia ai "negher" - finché pietoso non arriva il traduttore simultaneo: "Caccia ai terroni" (un avvocato di Crotone con toga e valigetta scappa inseguito dai forconi). Togli di qui e leva di là, resta la guerra tra i coatti che se vogliono andare dallo psicoanalista devono spacciarlo per personal trainer (la professione lì è fuorilegge) e i fighetti che trattano le filippine come animali domestici ("ti ho regalato un cucciolo", dice la mamma di Giuly alla figlia che va sposa, dopo aver firmato gli accordi prematrimoniali). Come da copione, tre Montacchi travestiti si infiltrano a Roma nord, dopo aver superato con l'inganno il check-point. Sullo sfondo, il Ponte della Musica, o Ponte Veltroni (di nuovo, ridono solo i romani). A una festa - nel castello dei Copulati che sopra lo stemma di famiglia ha il cartiglio "Coca Progresso Figa" - Romolo incontra Giuly, e si innamorano. Lo spettatore un po' si diverte e un po' si annoia. La trama la sappiamo - anche se qui la fanno partire dai Garibaldini. Citazioni e rimandi alla lunga sono forzati: Leonardo DiCaprio e Claire Danes amoreggiavano in piscina; Romolo sbaciucchia Giuly dietro la boccia del pesce rosso di Boris". (Mariarosa Mancuso)
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"Romolo+Giuly" fa ripiombare le serie tv italiane nel campanilismo con citazioni forzate
"Siamo moderni, giriamo le serie, ma ricaschiamo sempre nell'Italia dei campanili. Mezzo campanile: Roma nord schierata contro Roma sud (vale anche il contrario). Trascinando nella mischia William Shakespeare e soprattutto Baz Luhrmann, che nel 1996 aveva ambientato nella californiana Verona Beach il suo "Romeo+Giulietta" con Leonardo DiCaprio e Claire Danes. Gli innamorati divisi dalla rivalità familiare sono romanamente ribattezzati "Romolo+Giuly". Lui un Montacchi, ha per genitore il re della monnezza. Lei una Copulati, erede dei palazzinari che allignano al nord. La seconda metà del titolo, che allude a una guerra mondiale italiana, svela che nella vicenda entrano anche Milano e Napoli: altrettanto caricaturali, fungono da esca per gli spettatori non romani. "Romolo+Giuly" è prodotta da Fox (e su Fox va in onda, otto puntate). Con l'intenzione di ripetere il successo di `Boris", la serie che sfotteva i prodotti audiovisivi italiani scritti male e recitati peggio (la parola "fiction" andrebbe risparmiata, in questi casi: meglio il giro di parole). Ma "Boris" era a suo modo universale, le brutte sceneggiature, gli attori mediocri, i registi incapaci, le troupe svogliate si trovano dappertutto, anche dove il cinema e la tv sono migliori dei corrispettivi nostrani. Roma nord contro Roma sud resta una nicchia, di recente invenzione comica. Complice un video virale su YouTube, e un episodio pilota premiato nel 2016 al Roma Web Fest. Giocavano in casa, con spettatori che alle frasi "La breccia di Corso Francia" o "le sirene di Ponte Milvio" o "le miniere di cocaina di Vigna Clara" già ridono (chi a suo tempo spiegò che il tragico è universale, mentre il comico è geolocalizzato aveva in mente cose così). La busta con la nebbia padana potrebbe essere Totò - e già un po' allarghiamo l'orizzonte. Il regista Paolo Sorrentino, odiato a Napoli perché "La grande bellezza" l'ha girato a Roma, è tormentone cinefilo, e un po' generazionale. Totalmente generazionale è il pupazzo T'ciù, che conosce in carcere il televenditore Giorgio Mastrota (nella parte di se stesso): se non eravate davanti alla tv quando andava in onda "Bim Bum Bam", e quindi niente sapete del pupazzo Uan, lasciate ogni speranza. Si inoltrano nelle campagne padane per avere alleati, ma rifiutano di dare la caccia ai "negher" - finché pietoso non arriva il traduttore simultaneo: "Caccia ai terroni" (un avvocato di Crotone con toga e valigetta scappa inseguito dai forconi). Togli di qui e leva di là, resta la guerra tra i coatti che se vogliono andare dallo psicoanalista devono spacciarlo per personal trainer (la professione lì è fuorilegge) e i fighetti che trattano le filippine come animali domestici ("ti ho regalato un cucciolo", dice la mamma di Giuly alla figlia che va sposa, dopo aver firmato gli accordi prematrimoniali). Come da copione, tre Montacchi travestiti si infiltrano a Roma nord, dopo aver superato con l'inganno il check-point. Sullo sfondo, il Ponte della Musica, o Ponte Veltroni (di nuovo, ridono solo i romani). A una festa - nel castello dei Copulati che sopra lo stemma di famiglia ha il cartiglio "Coca Progresso Figa" - Romolo incontra Giuly, e si innamorano. Lo spettatore un po' si diverte e un po' si annoia. La trama la sappiamo - anche se qui la fanno partire dai Garibaldini. Citazioni e rimandi alla lunga sono forzati: Leonardo DiCaprio e Claire Danes amoreggiavano in piscina; Romolo sbaciucchia Giuly dietro la boccia del pesce rosso di Boris". (Mariarosa Mancuso)
domenica 7 ottobre 2018
Con #RomoloGiuly l'epitaffio di #Boris è tratto. Un bukkake di rimandi, un citarsi addosso col rischio di diventare ciechi. Non fa ridere manco con la barba di Ciavarro sotto i piedi. Fortunato Cerlino alle prese con "Ce ripigliam tutt' chell che è o nuost" (geniale!). Voto: 2⃣
— Leo Damerini (@LeoDamerini) 1 ottobre 2018
martedì 25 settembre 2018
NEWS - Achtung, compagni! Dal 30 novembre al 2 dicembre a Milano c'è "Fox Circus", 52 ore non-stop per interagire con le serie tv Fox
Dal 30 novembre al 2 dicembre a Milano arriva il FOX Circus, il grande evento organizzato da Fox Networks Group Italy che per tre giorni regalerà ai suoi fan l’esperienza di vivere e toccare con mano il mondo delle grandi serie tv di Fox, in onda sulla piattaforma Sky. Esperienze immersive e interattive, incontri, panel a tema con ospiti italiani e internazionali, première e maratone delle serie tv più amate, ma anche concerti e dj set, senza dimenticare le attività pensate per i più piccini. L’evento si svolgerà presso lo spazio The Base di Milano, Via Bergognone 34, che per l’occasione sarà trasformato in un vero e proprio “circo” con 52 ore di intrattenimento non-stop: un percorso esperienziale di oltre 3500 metri quadri aperto 24 ore su 24 che farà vivere al pubblico in modo totalmente inedito alcune delle serie più amate come The Walking Dead e Grey’s Anatomy, passando – tra le altre - per American Horror Story e naturalmente I Simpson. Esperienze interattive che permetteranno ai fan di immergersi totalmente negli universi immaginari delle serie in onda sui canali FOX, interpretando i personaggi che più amano o trovandosi nel bel mezzo di un attacco zombie, nell'ospedale psichiatrico di AHS Asylum o nella sala operatoria di Meredith Grey. Sarà lo spettacolo delle Serie TVcome non l'avete mai visto. L’ingresso al FOX Circus è gratuito e libero fino ad esaurimento posti.
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