Visualizzazione post con etichetta Matteo Renzi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Matteo Renzi. Mostra tutti i post

martedì 24 aprile 2018

NEWS - Scandaloso al Cibali! "I Medici" hanno ricevuto la sovvenzione di 4 milioni di euro dal governo Renzi (attraverso il Ministero dei Beni Culturali di Dario Franceschini), con tanto di delibera ad hoc più unica che rara 

News tratta da "Il Fatto Quotidiano"
Le riprese sono in corso in queste settimane e la messa in onda è prevista per il prossimo autunno. Si tratta della seconda serie de I Medici, la fiction sulla signoria fiorentina la cui prima stagione, 4 serate trasmesse nel 2016 (8 episodi da 50 minuti l'uno), è stata un grande successo di pubblico. Coprodotta dalla Rai e realizzata da Lux Vide, è stata venduta in oltre cento Paesi. La serie è stata co-finanziata da Viale Mazzini con 8,3 milioni di euro nel 2014 (prima serie) e 11 milioni nel 2016 (seconda serie). Il piano 2018 di Eleonora Andreatta (direttrice di Raifiction) dovrebbe prevederne altri 11 per la terza. E fin qui tutto normale. A essere insolito è un aiutino da 4 milioni di euro ricevuto dallo Stato. Si parte con una delibera del Cipe (il Comitato interministeriale di programmazione economica) che il 23 dicembre 2015, all'interno degli interventi del FSC (Fondo di sviluppo e coesione), concede 11 milioni e 50 mila euro alla Regione Toscana "per il finanziamento del programma di interventi a sostegno dell'industria audiovisiva localizzata nel territorio della regione, nell'ambito del progetto Sensi contemporanei", si legge. Uno stanziamento stipulato attraverso il ministero dei Beni culturali di Dario Franceschini: 9,5 milioni per il 2016; 1,05 milioni per il 2017; 500 mila euro per il 2018. L'anomalia sta in quei 4 milioni destinati espressamente alla realizzazione de I Medici: "Per il sostegno alla produzione audiovisiva sono stanziati 5,430 milioni, di cui 4 milioni per il co-finanziamento della produzione di una fiction televisiva dedicata alla storia della famiglia Medici di Firenze", recita la delibera che porta la firma dell'allora premier, Matteo Renzi, e del sottosegretario con delega al Cipe, Luca Lotti. Tutto lecito, anche se è davvero insolito che il titolo della serie venga espressamente citato in una delibera del governo. Il Cipe, però, in questo caso non ha fatto altro che prendere atto di una richiesta del ministero seguita a una legge regionale del 30 marzo 2015. La Toscana ha chiesto di destinare quei soldi al progetto, il Mibact ha avallato la richiesta e il Cipe ha erogato i fondi: "Quando la richiesta arriva sul nostro tavolo, i giochi sono fatti, possiamo solo prenderne atto. Poi sta alla Corte dei conti rilevare eventuali irregolarità, che in questo caso non ci sono", spiegano dal Cipe. Andiamo, dunque, a Firenze. "Un ruolo rilevante dell'intero programma è riservato alla realizzazione della serie sul Rinascimento e famiglia Medici, progetto a cui la società Lux Vide sta lavorando da anni, riuscendo a farlo includere nel piano di produzione di Rai fiction con un finanziamento Rai pari a 8 milioni e 300 mila euro, ai quali si aggiungono i 4 milioni previsti dalla presente proposta", si legge nella relazione tecnica della Regione Toscana.

Ribadiamo, tutto regolare. Ma1'interrogativo è: perché una serie tv già finanziata in maniera considerevole dalla Rai, con oltre 30 milioni per tre stagioni, deve ricevere altri 4 milioni da Palazzo Chigi (anche se attraverso l'utilizzo di fondi regionali)? Il Cipe, infatti, non sovvenziona direttamente serie tv. L'unico caso è stato Agrodolce, la serie siciliana voluta da Giovanni Minoli, andata in onda nel 2008 e nel 2009 e poi stoppata, con la revoca di fondi pubblici per 24 milioni. Le Regioni, invece, hanno anche questa funzione ma il processo di erogazione è più complesso e avviene quasi sempre tramite bandi. Il finanziamento a I Medici, insomma, sembra un bel regalo alla Lux Vide, la società di produzione fondata dall'ex direttore generale della Rai (scomparso nel 2016) e guidata da due suoi figli, Matilde (moglie di Giovanni Minoli, ancora lui) e Luca. Peraltro nell'agosto 2015, cioè poco prima della delibera Cipe, era arrivato a Palazzo Chigi come vicesegretario generale, e proprio dal Mibact, Salvo Nastasi, rampante manager pubblico che è il marito di Giulia Minoli, figlia di Giovanni Minoli e Matilde Bernabei. Lux Vide è una delle più importanti e potenti case di produzione italiane, una di quelle che più lavora permamma Rai, per cui produce, tra gli altri, Don Matteo, Sotto copertura, Un passo dal cielo, Che Dio ci aiuti. La prima stagione de I Medici narra le vicende di Lorenzo e Cosimo de' Medici e in Italia è stata vista da oltre 7 milioni di telespettatori, con una media del 27% di share su Raiuno. Nel cast, stellare, c'è pure Dustin Hoffman. "Regione e Cipe si sono dimostrati buoni imprenditori, dando una mano a un prodotto che ha fatto conoscere la Toscana e il Rinascimento italiano nel mondo. Per avere quei soldi siamo stati sottoposti a 5 audit. I 4 milioni sono spalmati sulle tre serie, quindi 1,3 milioni a stagione", spiega l'ad Luca Bernabei. Che poi aggiunge: "Per realizzare la prima serie abbiamo recuperato 12 milioni in Italia e 12 all'estero. Abbiamo girato solo in Toscana portando un indotto considerevole e generando un aumento del turismo del 10-15%". In autunno, dunque, partirà la seconda serie. Viale Mazzini e Lux Vide sperano di confermare, o superare, il successo del 2016.

martedì 20 settembre 2016

NEWS - Clamoroso al Cibali! Il capitano Kirk (Shatner) alla Festa dell'Unità di Bologna si fa pagare 80 euro per una foto insieme (!!!), 160 euro per fargli domande in prima fila. E' la spending review dei Renziani-Vulcaniani...?

Articolo tratto da "La Repubblica"
'Spazio, ultima frontiera. Eccovi i viaggi dell'astronave Enterprise durante la sua missione quinquennale, diretta all'esplorazione di nuovi mondi, alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà, fino ad arrivare coraggiosamente dove nessun uomo è mai giunto prima'. Cominciavano così le puntate di Star Trek, sulle immagini dell'astronave guidata dal capitano James Tiberius Kirk che volava tra le galassie. William Shatner, il capitano Kirk appunto, senza l'Enterprise è atterrato alla Festa dell'Unità di Bologna per tre giorni d'incontri con gli appassionati fan della serie televisiva, che quest'anno festeggia il cinquantennale, e con i militanti Pd della festa. E arrivato dove nessun attore americano era arrivato prima: nel bel mezzo della festa del Partito Democratico per farsi fotografare con i fan, firmare autografi, presentare se stesso e la sua storia E solo chi non conoece Star Trek può pensare che il capitano sia fuori luogo. Shatner è stato il protagonista della prima, originale, serie televisiva, dal 1966 al 1969, poi ha vestito i panni del capitano in molti film, ma è per le puntate storiche degli anni Sessanta che è entrato nella leggenda, perché in quella serie, con le sue scenografie di cartapesta, con i modellini delle astronavi, gli effetti speciali fatti con poche cose, gli alieni vestiti in fogge quantomai bizzarre, si respirava l'aria degli anni Sessanta, fatta di pace, amore e musica, di sogni e visioni, di pacifismo e innovazione, della voglia di cambiare il mondo come di quella di esplorarne altri. 

Era una serie straordinariamente ottimista, libertaria, antirazzista, induriva, era la saga della conoscenza e dell'accettazione del diverso, dell'altro, dell'alieno, perfetta insomma per una festa di un partito che di nome fa "Democratico'. Shatner ha fatto altre cose nella sua lunga carriera d'attore, ma per moli, per tutti, è ancora il Capitano Kirk, e quel molti che hanno fatto la fila a Bologna non sono venuti a incontrare l'attore ma il Capitano, sono venuti da tutta Italia per avere una foto, un  ricordo, l'autografo di un personaggio che ha incarnato sul piccolo schermo il sogno di un mondo migliore, di un futuro migliore. «Quando abbiamo iniziato eravamo un gruppo di giovani visionari con una passione sconfinata quella per il futuro», ha detto Shatner ai giornalisti. «Ci nutrivamo di amore per la tecnologia, e avevamo costantemente lo sguardo rivolto altrove, ll dove solo la fantasia poteva arrivare'. I fan di Star Trek sono ancora così, pensano che 'ci sia vita su Marte' corna cantava David Bowie, si lasciano volentieri portare altrove da un film o da una storia di fantascienza ma sanno che c'è sempre un altrove da cercare anche su questo pianeta E amano andare a una Festa che, come ha capito Shatner, è straordinariamente popolare: "Mi sono sentito subito a casa, l'ambiente è familiare. Appena messo piede tra gli stand ho avvertito un'incredibile somiglianza tra questo appuntamento e le feste della contea, avvenimenti molto popolari in America grandi raduni dove arriva gente da tutta l'area per stare insieme, mangiare, divertirsi, esprimere opinioni. Proprio come succede qui..". Gli appassionati hanno partecipato allo show di Shatner—un botta e risposta con l'attore —pagando da 120 euro fino a 160euro, per la prima fila, 80 euro per una foto con lui, 60 per il solo autografo. E' la spending review vulcaniana, bellezza. 

mercoledì 8 luglio 2015

NEWS - Clamoroso al Cibalix! Netflix vuole una serie su Mafia Capitale e la commissiona a Cattleya di "Gomorra" e "Romanzo Criminale" (Sky). Murdoch su tutte le furie...?
Articolo di Carlo Tecce per "Il Fatto Quotidiano"
La tv online che arriva in Italia a ottobre ha un mega-progetto con Cattleya (quelli di "Gomorra") per una fiction su malavita e politica (stile Mafia Capitale). Furibondi i rivali. La serie italiana di Netflix accende il duello con Sky e C. Contesa su Viale Mazzini. Gli americani vogliono l'esclusiva su Internet per i film di Rai Cinema: Murdoch reagisce. E il governo darà una mano alle emittenti italiane. What is Mafia Capitale? Ancora non sanno districarsi fra Massimo Carminati, Salvatore Buzzi, le coop rosse, ma gli americani di Netflix sanno inventare prodotti globali. Perché Netflix è la prima televisione globale, che poi non è neppure una televisione. Netflix trasmette soltanto online, e quindi ovunque. Non ha palinsesto, non ha telegiornali, non fa né pallone né varietà, ma fattura 5,5 miliardi di dollari. Entro la fine di ottobre debutta in Italia, periferia di un impero — assieme a Portogallo e Spagna — che arruola già 62 milioni di clienti (stime) in 50 Paesi. 
What is Mafia Capitale? Così Riccardo Tozzi, presidente di Cattleya, l'aziendaitaliana che ha forgiato Gomorra, ha raccontato agli americani, più stupiti che ignari, l'inchiesta che ha scavato tra il mondo di mezzo, il mondo di sotto e il mondo di sopra: mazzette, delinquenti e politica. E sono gli stessi ingredienti adoperati per miscelare la serie Marseille con Gégé national, Gérard Depardieu, per servire ai francesi una pietanza tipica di Netflix, lacucina di House of cards,per citare un fenomeno internazionale. I dirigenti americani hanno contattato Cattleya per ragionare sul progetto da vetrina da almeno 20 milioni di dollari per una decina di puntate: un assaggio, nient'altro. E poi uno spavento, forse circoscritto oppure traumatico, chissà, per i padroni del mercato, Mediaset e Sky Italia. Tozzi conferma le trattative con Netflix (ci sono idee anche sul Vaticano), ma smentisce la furibonda reazione dei committenti tradizionali di Cattleya. Ora non è mica una profanazione presumere un fastidio di Mediasete C. se Tozzi porge agli invasori americani la testa creativa di Cattleya. Qui comanda il denaro, e il denaro sufficiente a Netflix — una società fondata da Reed Hastings e Marc Randolph per il noleggio di cassette e giochini — per piallare la concorrenza italiana equivale a un mucchietto di spiccioli. A chi celebra l'avvento degli americani con lo spirito critico di un azionista, però, sfugge un aspetto: la presunta moda Netflix è poco adatta al conservatore pubblico italiano. E poi esiste un aspetto più intrinseco del piano di Netflix: a Roma e dintorni ci ficcano una bandierina di un planisfero che ammirano dagli uffici di Los Gatos, contea di SantaClara, California; non sbattono contro l'inettitudine tecnologica italiana o contro le barricate che per istinto erigono Berlusconi e Murdoch. Vero: la connessione necessaria per guardare uno streaming di Netflix è modesta. Falso: una dignitosa connessione è a disposizione degli italiani. "Il nostro Paese ha sempre una posizione di arretratezza per la banda larga fissa. A fronte di una infrastruttura in linea con la media europea, il livello di penetrazione si presenta più basso, con il 51 per cento delle famiglie rispetto a una media europea del 70". Autore Marcello Cardani, garante dell'Autorità per le Comunicazione, relazione al Parlamento. Assorbite le premesse e sgonfiate le attese, va specificato che il margine di guadagno degli americani in Italia è molto basso, ma il rischio di danni per Mediaset e Sky Italia, sul fronte pubblico a pagamento, è più alto. E per una volta, forse, è meno rilevante la cifra editoriale degli attori in campo, ciascuno con le proprie eccellenze e le proprie carenze. Una caratteristica rinomata di Netflix è un algoritmo che studia il cliente, lo inghiotte e lo spedisce nel tortuoso archivio di 100 milioni di ore di serie tv originali (o d'epoca), lungometraggi, documentari e spettacoli. Poi c'è la comodità per l'utente: può sospendere o interrompere il rapporto senza penali occulte, può accedere a Netflix a casa, al mare, in viaggio, anche all'estero. Questa formula può drenare numerosi italiani che potranno sperimentare Netflix per un mese senza pagare un euro, ma inserendo la carta di credito, ovvio, che spesso è peggio di un anello nuziale. Con un anno di anticipo, Cologno Monzese ha sfoderato Infinity e la multinazionale di Murdoch ha lanciato Sky Online. Per Netflix l'ingresso in Italia è più accidentato che altrove: Mediaset ha l'esclusiva con Universal e Time Warner, e Sky ha un'offerta ampia di serie tv inclusa persino House of Cards. Per illustrare le differenze fra Infinity del Biscione e Netflix del magnate Hastings va rievocata una battuta di Pier Silvio Berlusconi: "Li abbiamo esaminati, seguiti e copiati". Con in ballo la contesa con Sky sul calcio, Mediaset è un po' passiva con Netflix, ma non distratta. È contento Fedele Confalonieri perché Netflix pagherà la percentuale Iva in Italia, nonostante la sede europea sia in Olanda. E Fidèl deve ringraziare il governo italiano che ha sostenuto la causa durante il semestre guidato da Matteo Renzi. In tema di televisioni, il fiorentino è sempre attivo. Confalonieri sarà ancora più soddisfatto quando scoprirà l'esito del tavolo di lavoro fra i ministeri per lo Sviluppo economia e Beni culturali che potrebbe agevolare la fabbrica televisiva italiana con una sforbiciata di tasse. Come consuetudine, l'opera di contrasto di Murdoch è più aggressiva, non è un uomo abituato a pareggiare. Darren Nielson, il direttore europeo per gli acquisti di Netflix, non riesce a chiudere l'accordo con Viale Mazzini per comprare i diritti per il secondo passaggio online (il primo è sul satellite di Sky) dei film distribuiti e finanziati da Rai Cinema. Gli emissari di Murdoch, per ridurre la cantina di Netflix, vogliono tutto. O minacciano di non prendere niente.

lunedì 25 maggio 2015

NEWS - A banda armata! Nel crogiuolo di interessi e sviluppo della banda larga ci si mette anche il Governo (Renzi in primis). Analisi delle parti coinvolte, dei rispettivi rendiconti e degli ostacoli da abbattere
Articolo di Stefano Cingolani su "Il Foglio"
Che cosa può fare Vodafone per l'Italia?". Quando Matteo Renzi ha sentito queste parole uscire come farfalle policrome dalle labbra di Vittorio Colao, s'è convinto che era il momento di dare un colpo d'acceleratore. Finora aveva ascoltato solo rampogne, ramanzine, lamentele e proteste. Tanti no, non si può, o al massimo dei forse. Mai una disponibilità così completa. Il capo del governo aveva invitato a pranzo il big boss di Vodafone, gesto inusuale per un presidente del consiglio che si alimenta a pizze come faceva Bill Clinton ai bei tempi, prima di Monica Lewinsky. Da cosa nasce cosa e martedì scorso Colao parlando a Londra ha annunciato: "Vogliamo essere attori della partita sulla banda larga". Larga? Di più, extralarge, o magari addirittura extra extra. Venghino, venghino alla fiera delle telecomunicazioni: Matteo Renzi ha esteso gli inviti, ormai ci sono più bancarelle che all'Expo: Telecom Italia, Vivendi, Mediaset, Sky, la Rai, Cassa depositi e prestiti, Fondo strategico italiano, Metroweb, Terna, Ferrovie dello stato, Acea, A2A, la russa Wind (con Infostrada ha la seconda rete telefonica fissa) che si sta per fondere con la cinese Hutchison Whampoa (3G), Enel arrivata per ultima, ma certo non la meno importante e quello che molti considerano il vero asso nella manica: l'inglese Vodafone, guidata da un italiano che piace molto, anche perché è il manager tricolore che ha la posizione più elevata nel giro degli affari globali, cioè Vittorio Colao. Sembra un caos creativo, anche se è meno caotico di quel che si possa immaginare.
Perché da una parte c'è un triangolo magico formato da Vincent Bolloré, Rupert Murdoch e Silvio Berlusconi, al cui ortocentro si colloca Telecom Italia. Dalla parte opposta tutti gli altri per ora in ordine sparso, ma in via di aggregazione grazie alla regia di Palazzo Chigi. A meno che qualcuno non faccia il salto della trincea, cosa sempre possibile nel bizzarro gioco della banda XXL. Tutto comincia in Telecom Italia, anche se la storia non è destinata a finire lì. Tra poco più di una settimana il gruppo francese Vivendi di cui Vincent Bolloré è presidente e principale azionista (con il 14,5 per cento), avrà fisicamente in mano l'8,3 per cento dei diritti di voto di Telecom Italia ereditati vendendo a Telefonica la compagnia brasiliana Gvt. La partecipazione grazie alla quale si sostituisce agli spagnoli, se l'è trovata un po' per caso, ma l'uomo d'affari bretone conosce bene l'Italia dove è ormai un personaggio di primo piano: entrato in Mediobanca nel 2001 e poi nelle Assicurazioni Generali, oggi è il principale socio della banca d'affari fondata da Enrico Cuccia, alla pari con Unicredit. Proprio dalle stanze di via Filodrammatici è venuto l'input a usare la leva di Telecom Italia per un progetto più ampio che arriva fino a Mediaset. Gli analisti della banca scrivono che "Mediaset rappresenta una interessante opzione strategica per Vivendi (che tra l'altro controlla Canal Plus, ndr.), infatti consentirebbe ai francesi di entrare nel mercato dei contenuti italiano o spagnolo con un accordo in contanti o carta contro carta senza spendere troppo". Dunque, si stanno già facendo i conti, non siamo solo alle beate intenzioni.
Bolloré ha detto di voler costruire un gruppo nei media in grado di sfidare il tedesco Bertelsmann. Quanto alla tv di Silvio Berlusconi, potrebbe avere un socio strategico che la faccia uscire dallo stallo. Tra Berlusconi e Bolloré ci sono ottimi rapporti mediati da Tarak Ben Ammar, il quale è al centro di un vero e proprio trivio: siede infatti nei consigli di amministrazione di Vivendi, di Mediobanca e di Telecom Italia. Ma una operazione del genere ha un potente impatto politico (sono società private, tuttavia in questo campo il regolatore pubblico è più potente dell'azionista). Perché mai, dunque, il governo dovrebbe consentirla? Non esiste, almeno ufficialmente, un Nazareno degli affari. A questo punto entra in campo Telecom Italia. La merce di scambio, infatti, potrebbe essere la partecipazione senza se e senza ma al progetto banda extralarge al quale Renzi tiene in modo particolare, come bandiera della modernizzazione e segno del proprio attivismo decisionista. Ben Ammar precisa che Mediaset non è in vendita e Telecom deve distribuire non produrre contenuti. Ma l'obiettivo in questo momento è costringere Telecom a far cadere la strenua difesa della propria posizione dominante nella rete fissa. Poi tutto sarà in movimento. Per avviare un motore che si è bloccato dopo molte false partenze (secondo alcuni si era già ingrippato nel 1997, quando è stata mal privatizzata Telecom Italia) il governo ha in mano una società piccola, ma avanguardista come Metroweb creata da Fastweb e dall'azienda elettrica milanese, che possiede l'unica ampia rete a fibra ottica oggi esistente (concentrata a Milano) ed è controllata dalla Cassa depositi e prestiti presieduta da Franco Bassanini e amministrata da Giovanni Gorno Tempini. Il governo ha proposto a Telecom di mettersi insieme, però l'ex monopolista telefonico vuole la maggioranza che Bassanini non intende cedere. Su questo ostacolo, davvero non da poco, si sta fermi da tempo. Ma il pie' veloce Renzi è stanco di aspettare, anche perché, nel frattempo, gli altri giocatori si muovono. Se Mediaset si è lanciata all'assalto delle torri di trasmissione Rai, allora nulla è più al sicuro. La stessa Telecom annuncia con gesto di sfida che vuole cablare da sola 400 comuni spiazzando la concorrenza e irritando ancor più Bassanini. Palazzo Chigi le prova tutte. Tira fuori un provvedimento legislativo che obbliga di passare alla fibra ottica entro il 2020. Apriti cielo. In questo modo l'intera rete in rame che Telecom possiede e ha difeso con le unghie e con i denti, non vale più nulla. Sarebbe meglio svenderla ai romeni. L'azienda mette all'opera tutte le sue armi e schiera in prima fila il Corriere della Sera contro "l'esproprio statalista". Il progetto viene ritoccato, edulcorato, però l'obiettivo resta. E i vertici del gruppo telefonico cominciano a capire che una battaglia di pura resistenza è destinata a fallire. Anche perché nel frattempo spunta l'Enel portando con sé una lunghissima catena di distribuzione. Gli uffici dell'amministratore delegato Francesco Starace, il 14 aprile inviano all'Agcom una missiva in cui si sottolinea che "Enel possiede una infrastruttura esistente, costituita da reti di tipo aereo e cabine di distribuzione in grado di ospitare cavi in fibra ottica". Grazie a una recente normativa infatti il cavo della banda larga potrà essere "steso" anche sui tralicci elettrici con la cosiddetta "posa aerea". Una opzione che supera le difficoltà degli scavi e ne riduce i costi. Ma soprattutto consente di raggiungere - come si sottolinea nella lettera all'Agcom - le zone di montagna e le campagne più isolate (i cosiddetti Cluster C e D), oltre a collegare direttamente gli edifici e gli appartamenti con la tecnologia FTTB (fiber to the building) e FTTH (fiber to the home). Per le grandi aree urbane (Cluster A e B) Enel punta ad accordi con alcune delle municipalizzate che detengono la rete elettrica (visto che in sette città, come Roma, Milano, Torino e Genova non è presente), ma anche con Metroweb. Un ritorno al telefono come ai tempi di Tatò quando possedeva Infostrada e Wind? No, è la risposta, "il contributo di Enel sarà sinergico con le reti già esistenti". Chi paga? La società ha provveduto alla sostituzione dei tradizionali contatori elettromeccanici con quelli elettronici che consentono la lettura dei consumi in tempo reale e la gestione a distanza dei contratti. Secondo dati ufficiali, sono 32 milioni i contatori elettrici della clientela al dettaglio. Ma ulteriori investimenti e sostituzioni potrebbero essere legati alla posa della fibra ottica nell'ambito del progetto da 6,5 miliardi illustrato per sommi capi dal governo. Enel ha ancora 38 miliardi di debiti sul groppone (su 76 miliardi di ricavi) e cerca di ridurli vendendo le partecipazioni all'estero, in Slovenia o nella stessa Spagna dove ha già collocato sul mercato il 22 per cento dell'azienda elettrica Endesa. Le disponibilità di cassa, dunque, sono limitate mentre al contrario Vivendi e Vodafone sono molto liquide. E chi guida la danza? Ciascuno comanda sulla propria rete? O esiste un centro della complessa ragnatela? L'idea del governo è di affidare alla Cdp questo ruolo attraverso una società ad hoc alla quale partecipino tutti gli operatori. Come nel gioco dell'oca, torniamo alla casella di partenza, cioè là dove eravamo una decina di anni fa, quando si discuteva di creare una società che mettesse insieme quel che hanno in mano gli operatori nel fisso e nel mobile, scorporando da Telecom Italia la rete in rame e dagli altri i ripetitori dei telefonini. Il tavolo, al quale partecipavano tanti (troppi) commensali, saltò di fronte alle due domande cruciali: chi comanda e chi paga. Franco Bernabè gestiva una Telecom oberata di debiti e paralizzata da Telefonica (un azionista passivo, anche se il più rilevante), quindi scelse di tenere per sé l'asset materiale più importante e di maggior valore, la rete in rame. Quanto valga il vasto agglomerato di file e cabine non è chiaro. Si è detto "almeno 15 miliardi", ma Bassanini ha messo in discussione le cifre scritte nei bilanci di Telecom allarmando persino la Consob. Una cosa è certa: oggi in Italia senza quella rete non si va da nessuna parte. L'Enel da sola non è in grado di cambiare il campo di gioco, anche se è uno sfidante di rilievo, tanto che Giuseppe Recchi, presidente di Telecom, mercoledì scorso, durante l'assemblea degli azionisti, ha fatto un'avance proponendo di "lavorare insieme, unire le forze". Le aziende elettriche possono depositare i cavi e portarli fino ai contatori, ma a girare la chiavetta è sempre chi offre il servizio. E qui arriva il pezzo da novanta: Colao. Vittorio, nomen omen, con il suo metro e 92 centimetri, sta ritto su una montagna di denaro: 130 miliardi di dollari pagati da Verizon per il 45 per cento posseduto da Vodafone nella compagnia telefonica. In cinque anni dal suo arrivo al comando, ha arricchito gli azionisti che si spartiscono qualcosa come 60 miliardi di dollari (lui l'anno scorso ha guadagnato 3,4 milioni di sterline). Nato a Brescia nel 1961, da ragazzo sognava una carriera militare. Il padre, del resto, era un carabiniere, e Vittorio per un breve periodo ha fatto l'ufficiale nell'Arma. La madre, invece, è nobile, la contessa Pellizzari di San Girolamo, chiamata Popi dagli intimi. Dopo l'immancabile Bocconi, il master a Harvard e un passaggio all'Eni, ecco McKinsey che lascia impronte indelebili nei suoi pupilli che oggi, anche grazie a Yoram Gutgeld stanno rimpolpando le fila delle teste d'uovo renziane. La prova del fuoco, dopo spostamenti vari, tra i quali Mondadori quando era direttore Corrado Passera (altro McKinsey boy), è in Omnitel, la mutazione di Olivetti realizzata da Carlo De Benedetti con Elserino Piol. La società esplode con i telefonini, viene venduta a Mannesmann al massimo del suo valore, e poi passa a Vodafone. Proprio Colao è l'artefice dell'operazione che gli assicura un posto di riguardo nel gruppo britannico, dopo una infelice parentesi alla Rcs dove si mise contro una parte degli azionisti, Paolo Mieli e i giornalisti dei quali diceva che "sono un investimento da mettere a miglior reddito". Un'uscita tanto snob quanto ingenua. Non che l'universo mediatico e politico non attragga anche Colao. Un giorno ha confessato a un amico che il suo sogno è fare il ministro degli Esteri italiano. Renzi lo ha corteggiato a lungo. Per lui pensava all'Eni, certo che non avrebbe accettato nulla di meno. Adesso la stessa Vodafone sta cercando una nuova dimensione. E il futuro corre non sulle onde sonore, ma sul filo. Anche le nuove applicazioni o la tv sul telefonino richiedono un salto nella velocità di trasmissione con tecnologie legate alle reti, all'insegna di una sempre maggiore convergenza tra fisso e mobile, tra materiale e immateriale. Insomma, ci vuole un contenitore più capiente per trasportare contenuti più pesanti e variegati. Dopo l'uscita dall'America, è l'America a voler entrare in Vodafone. Zio Sam indossa le vesti di John Malone, tra i pionieri della tv via cavo e oggi uno dei maggiori operatori con Liberty Global, presente in 12 paesi. Si parla con sempre maggiore insistenza di una megafusione europea e l'ultima intervista del magnate all'agenzia Bloomberg ha riacceso la fantasia degli operatori di borsa che già gustano un succulento boccone. Cosa farebbe Colao in questo caso? Resta con una posizione diversa? O torna, buon profeta in patria, magari alla guida del grande progetto al quale Renzi tiene tanto e che riporterebbe l'Italia in quella posizione rilevante nelle telecomunicazioni, via via appannata e poi perduta negli ultimi quindici anni. Renzi, dunque, si è messo una nuova freccia in faretra. Può usarla o tenerla di riserva, può andare a segno o fuori bersaglio, però a questo punto non è più lui con le spalle al muro. Banda larga, tv via cavo, Colao, Malone. Minacce serie per il futuro di Telecom Italia e anche per il ruolo che Vivendi vuole interpretare. Bolloré non starà a guardare.
Nei giorni scorsi si è limitato a sondare gli azionisti e ha messo in allerta l'amico Tarak. Poi è partito per la California, là dove si danno le carte per il grande gioco. Finora ha detto che in Telecom vuole restare come socio di riferimento, si tratta di un investimento industriale e non di breve periodo. Eppure Vivendi sta uscendo dalla telefonia, possibile che faccia eccezione per l'Italia? Ecco perché prende quota l'idea che sia piuttosto una merce nell'albergo del libero scambio. Al ritorno da Los Angeles forse Bolloré manderà segnali più chiari. Non ha molto tempo. E' in arrivo Netflix che vuol produrre una serie tipo "House of Cards" in Italia come già ha fatto in Francia, e sta arroventando il clima. Colao ne è innamorato. Sky la teme e ha rafforzato i legami con Telecom accantonando il progetto di fusione con Mediaset Premium che avrebbe incontrato troppi ostacoli da parte dei regolatori sia a Roma sia a Bruxelles. Già la sola intesa commerciale sui campionati di calcio ha scatenato reazioni agguerrite e l'immancabile magistratura. Il ballo Excelsior, insomma, è cominciato.

lunedì 4 maggio 2015

giovedì 12 giugno 2014

NEWS - E comunque Fonzie-Renzie ha gli #happydays nel cuore (e negli hashtag)

"Il trivial game + divertente dell'anno" (Lucca Comics)

"Il trivial game + divertente dell'anno" (Lucca Comics)
Il GIOCO DEI TELEFILM di Leopoldo Damerini e Fabrizio Margaria, nei migliori negozi di giocattoli: un viaggio lungo 750 domande divise per epoche e difficoltà. Sfida i tuoi amici/parenti/partner/amanti e diventa Telefilm Master. Disegni originali by Silver. Regolamento di Luca Borsa. E' un gioco Ghenos Games. http://www.facebook.com/GiocoDeiTelefilm. https://twitter.com/GiocoTelefilm

Lick it or Leave it!

Lick it or Leave it!