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mercoledì 8 ottobre 2014

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
"True Detective": oltre la serie, un evento mentale
"«It's not TV, it's HBO». Ancora una volta il marchio della più conosciuta tv via cavo non tradisce e «True Detective» ha tutti i caratteri di ciò che si manifesta innanzitutto come evento mentale, non importa se libro o film o serie tv. Di solito, il crime tenta di spingere lo spettatore in un mondo snebbiato in cui gli accertamenti diventano, insieme, prove inconfutabili e riparazioni; qui succede il contrario. I delitti del temibile serial killer sono secondari di fronte a un'altra indagine introspettiva ben più profonda: i due detective si interrogano a vicenda, lottando contro i loro demoni. Alla fine il mistero non riguarda l'assassino ma chi gli dà la caccia (Sky Atlantic, venerdì, 21.10). I due detective Rust Cohle (Matthew McConaughey) e Martin Hart (Woody Harrelson) vengono richiamati dalla squadra omicidi della Louisiana nel 2012 per un caso che avevano affrontato nel 1995: si tratta di dare la caccia a un killer seriale che uccide giovani donne con rituali satanici. Questo sbalzo temporale imprime un formidabile andamento narrativo che ci permette di entrare nella vita dei due poliziotti attraverso lo schema classico della costruzione in abisso; l'uno, Martin, più pragmatico (ma anche lui ha i suoi bei fantasmi, a cominciare dal bere) e l'altro, Rust, un pessimista cosmico che «poteva litigare con il cielo se non gli piaceva il tono di blu». La serie è stata scritta da Nic Pizzolato, che ha curato scene e dialoghi; non di rado nella sceneggiatura c'è compiacimento letterario e pretenziosità. La regia dei primi otto episodi è di Cary Fukunaga. In America si lavora già alla seconda stagione. Al posto di Fukunaga ci sarà Justin Lin mentre i due detective saranno interpretati da Vince Vaughn e Colin Farrell". (Aldo Grasso, 04.10.2014)

venerdì 3 ottobre 2014

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media nazionali e stranieri

RIVISTA STUDIO
E se le serie tv fossero un tantino sopravvalutate?
"Non parlare mai di sesso, politica e religione.
Non parlare mai di sesso, politica, religione e serie tv.
È il nuovo galateo, e non vale solo con gli sconosciuti.
L’altra sera a cena da amici ho osato dire che True Detective (comincia da noi su Sky Atlantic questo venerdì, dopo dieci mesi di torrent e streaming selvaggi) è un thriller un po’ convenzionale: il padrone di casa non voleva servirmi il dolce. Un passo indietro. Mi dicono da anni: tu sei tipo da cinema, non da serie Tv. Sarà. Ma True Detective è un film o un telefilm? E Top of the Lake? The Honourable Woman? Pure la serialità lunga: House of Cards non è un film? E Orange Is the New Black? E [piazzate un titolo qualsiasi, andrà bene in ogni caso]. Insomma, c’è differenza, oggi, tra cinema e televisione?
Parlerò da profano, da autarchico, da spettatore che – tra una nuova serie forse figa o forse no (ci vogliono almeno tre-quattro puntate per capirlo) e l’ennesima boiata cinematografica (per così dire) con Cameron Diaz – sceglierà ancora di buttare un occhio alla seconda, in streaming nella finestra accanto al suo documento Word. Non sempre, non più.
«Adesso però non cominciare a parlar male di Hbo o Netflix, non è proprio il caso», mi dice un’amica invitata come me a quella cena in cui non volevano servirmi il dolce. Non era (non è) mia intenzione, anche se nessuno mi credeva. È che oggi dire che la vecchia Hbo, quella che s’è inventata tutto, quella dei Soprano e di Sex and the City, mi sembra lontana; dire che l’autoconvincimento collettivo generato dal benedetto hype è il dato a cui gran parte del pubblico si ferma prima ancora della fruizione del prodotto stesso; dire che in giro si vedono troppe cose spacciate per stratosfericissime e in realtà pretestuose (The Leftovers: il pacco di Justin Theroux con la serie attorno); ecco, oggi dire tutto questo è diventato decisamente impopolare.

Come in quello sketch del Saturday Night Live con Andrew Garfield che lascia intendere “Beyoncé non mi fa impazzire” e gli ufficiali della Beygency, Nuova Inquisizione col compito di epurare i non adepti al culto collettivo della popstar, vanno a prelevarlo direttamente a casa.
«I toni drammatici che stanno accompagnando la pre-produzione della seconda stagione di True Detective hanno raggiunto livelli impensabili pure per gli standard di Hbo», ha scritto qualche giorno fa Variety all’annuncio dei nuovi protagonisti (Colin Farrell e Vince Vaughn, per i tre che ancora non lo sanno). La parte femminile principale è stata per settimane la più contesa a Hollywood (sempre per quei tre che ancora non lo sanno: l’ha spuntata Rachel McAdams). Per quanto mi riguarda, per True Detective 2 avrebbero potuto pure scritturare Martufello e Er Patata (che comunque, buttali via): in quella frase c’era comunque tutto.
Il benchmark ineguagliabile – e infatti ineguagliato – diventato da anni egemonia culturale. Hbo ha dettato la linea, gli altri seguono più o meno pedissequamente. Quel che conta è essere nel flusso inarrestabile dell’hype, appunto.
C’è una data a cui in molti fanno risalire la definitiva supremazia della televisione sul cinema. Era il maggio del 2012 quando James Wolcott di Vanity Fair scrisse (queste le parole con cui lo riprende oggi): «La Tv – inizialmente derisa come una scatola idiota – […] è creativamente maturata e si è fatta le ossa, mettendo il cinema al tappeto della cultura popolare. [Il cinema vede] i franchise dei blockbuster estivi farsi avanti in legioni da Comic-Con, mentre i più piccoli, coraggiosi e depressi titoli indie […] tengono accese le candele nelle sparute parrocchie della cinefilia. [Le serie Tv], amplificate da Twitter e Facebook, hanno trasfigurato gli spettatori e trasformato i critici in evangelici. Per profondità e dinamiche psicologiche dei personaggi, svolte narrative ingegnose, sequenze che lasciano a bocca aperta, […] la Tv ha superato i film, lasciandoli a giocare coi loro robottoni». Quest’anno, Wolcott è tornato sul luogo del delitto, chiedendosi: «Potrei forse essermi sbagliato?». La sua posizione cambia, pur restando gattopardescamente identica: «[La Tv corre] il rischio di diventare troppo consapevole delle sue possibilità di produrre “arte”. […] Se i principali show-runner si arrendono a illusioni di grandeur ancora più radicali, il mezzo potrebbe iniziare a pietrificarsi per eccessiva pretenziosità: […] è la sindrome di Terrence Malick».
Chissà se a lui glielo avranno servito, il dolce. Poi, lo so, io sono da anni il primo a contraddire se stesso. All’ultima Mostra del Cinema (ripeto: del Cinema) di Venezia s’è visto Olive Kitteridge (a novembre su Hbo, sul nostro Sky Atlantic a gennaio 2015), miniserie in quattro puntate tratta dal capolavoro di Elizabeth Strout, diretta dalla Lisa Cholodenko di I ragazzi stanno bene, protagonisti i favolosi Frances McDormand, Richard Jenkins e Bill Murray. Era meglio del 90% di cinema (così come siamo abituati a definirlo) visto al Lido in dieci giorni. Era Cinema a tutti gli effetti, difatti, ma presentato fuori concorso, perché di Televisione si trattava e la cosa deve aver mandato in tilt i selezionatori – italiani: l’anno scorso al Festival di Cannes c’era in concorso il bellissimo Behind the Candelabra, Tv-movie sulla vita di Liberace diretto da Steven Soderbergh e prodotto e trasmesso da Hbo; del resto già undici anni fa, sempre a Cannes, persino La meglio gioventù, che non era esattamente roba Hbo, vinse la sezione Un certain regard. I precedenti ci sono, basta saper cogliere la contemporaneità, bella o brutta che sia. Un passo avanti.
La speranza, da spettatore italiano che vede gli sceneggiatori del momento (risate del pubblico) firmare serie anacronistiche come Un’altra vita con Vanessa Incontrada e Loretta Goggi, in onda in queste settimane su RaiUno, è che la nostra Sky attuale faccia da noi quello che Hbo ha fatto negli Stati Uniti negli anni ’90. Forse ce la facciamo, a cambiare due-cose-due del linguaggio cinematografico.
Oggi da noi soltanto in televisione si ricomincia a scommettere sul cinema di genere di alta qualità (Gomorra – La serie) e su film drammatici che cercano di sganciarsi dalle solite due camere e tinello (In Treatment di Saverio Costanzo, per quanto sia un format già esistente e il suo regista Saverio Costanzo resti ancora uno dei pochi più bravi a esprimersi nel classico formato cinema). Tra poco si vedrà il grande romanzo popolare su Tangentopoli 1992, diretto da Giuseppe Gagliardi, l’anno prossimo arriverà The Young Pope di Paolo Sorrentino, che sulla carta pare decisamente più interessante dei fenicotteri sulla terrazza di Jep Gambardella. Proviamoci. Io ci credo, l’ho detto. E non solo perché sogno cene future in cui nessuno vorrà negarmi il tiramisù". (Mattia Carzaniga)

venerdì 31 marzo 2006

NEWS - Vince Vaughn si propone per essere 'Magnum P.I.' al cinema
(ANSA) - ROMA, 31 MAR - Per il film 'Magnum P.I.', tratto dalla mitica serie del 1980, l'attore Vince Vaughn si e' aggiunto alla lista dei pretendenti al ruolo che fu di Tom Selleck. La versione cinematografica della serie cult ha un copione firmato da Rawson Marshall Thurber, autore che ha gia' lavorato con Vaughn in 'Palle al balzo'. La serie raccontava di Thomas Sullivan Magnum, investigatore che va a spasso in bermuda alle Hawaii alla guida di una Ferrari Testarossa, alla ricerca di un compagno d'armi scomparso da tempo. Ora Vaughn sembra aver scalzato dalle preferenze George Clooney, il quale ha annunciato in settimana di voler girare "Ocean's 13" e forse definitivamente fuori gara per il posto in...bermuda.

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