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martedì 29 settembre 2015

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
IL FOGLIO
Se Eugenio Montale incontra "Undercover" 
Eugenio Montale ne era convinto: "Non si può essere un grande poeta bulgaro". Non significa che avesse pregiudizi contro i bulgari. Voleva dire che la poesia non sgorga dal cuoricino dello sfigato solitario come acqua sorgiva, magari dopo aver dato una guardatina al cielo stellato sopra di noi. Voleva dire che la poesia, come del resto il romanzo, ha bisogno di una tradizione e di una comunità: l'animo poetico (o narrativo) ingaggia un serio confronto con i padri e i nonni, e in certi casi soccombe. Non è affatto un male: toglie di mezzo i dilettanti, e lascia in piedi solo chi esce vittorioso dalla lotta con i grandi. Abbiamo usato in questi anni Eugenio Montale come arma per liberarci dai negati che fanno mestieri a loro inadatti. Per esempio, i registi portoghesi, a cui nessuno ancora ha spiegato che il cinema si chiama cinema perché sullo schermo qualcosa si muove. Abbiamo usato Montale per difendere il cinema americano: per molti secoli la pittura è stata italiana, e nessuno ha mai parlato di imperialismo. Perché lo dovremmo fare adesso con Hollywood? Abbiamo usato Montale per spiegare come mai in Italia i romanzi riusciti sono scarsi e parecchio odiati: la tradizione con cui confrontarsi offre perlopiù versi e prose d'arte. Date le premesse, l'annuncio di una serie tv made in Bulgaria - "Undercover", in onda su Premium Action dal 3 settembre - fa venir voglia di curiosare. Anche per le serie televisive dovrebbe valere il principio della tradizione e della bottega. Ma è pur vero che a fronte di un cinema che arranca e di "fiction" (perdonateli, così ormai chiamano le produzioni italiane) scritte male e recitate peggio, abbiamo comunque avuto, grazie soprattutto a Stefano Sollima, "Romanzo criminale" e "Gomorra". Salvo poi ricascare miseramente a fondo classifica con "1992", grande occasione persa. Come Scorsese "Undercover" ricorda "The Departed" di Martin Scorsese, che a sua volta era il remake di "Infernal Affairs" del regista di Hong Kong Andrew Lau: un poliziotto infiltrato nella mafia, un mafioso infiltrato nella polizia. Sotto copertura è l'agente l'agente speciale Martin Hristov. Da piccolo aiutava il padre nelle rapine, da grande ha un talento per la menzogna. Dieci bugie in fila, nessuna sgamata dalla macchina della verità, sono il suo esame di maturità. Segue un soggiorno a Parigi per rifinire l'addestramento, inventarsi un nuovo passato, ricomparire a Sofia come giovane e promettente criminale in cerca di lavoro. E di una clan mafioso dove infiltrarsi: da lì in poi non avrà nessuna rete di protezione. Tra un cazzotto e l'altro, deve imparare una serie di parolacce albanesi: la banda del boss Djaro fa affari con i vicini. Sorpresa: i mafiosi bulgari non vivono nelle casupole dei boss che si fanno catturare perché abbisognano di mutande pulite. Neppure nelle case sovraccariche di arredi barocchi dei camorristi Savastano. Vivono in candidi appartamenti di design con cucina a vista, dove affettano carote sul tagliere, anche loro contagiati dal virus di masterchef. Ricordano il criminale dandy visto in "In ordine di sparizione", spassoso film di Hans Petter Moland: ai sottoposti offre beveroni di verdura, e guai chi rifiuta o lascia sul tavolo il bicchiere pieno. Succedeva in Norvegia, dove si commettono omicidi a mezzo spazzaneve. Il bulgaro è ancora più avanti: un quadro di Francis Bacon appeso alla parete suggerisce facce deformate, ma con molta classe”. (Mariarosa Mancuso, “Il Foglio”)

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