giovedì 9 febbraio 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

IL FOGLIO
Basta un foulard per innamorarsi di "Legion"
"Giusto contrappasso, visti il sussiego e la serietà — oltre alla quantità — con cui arrivano sugli schermi. D'accordo, c'è stato un momento in cui i vendicatori mascherati raccontavano qualcosa del mondo, e un altro in cui i registi sfoderavano idee brillanti. Tempo scaduto: appena arriva qualcosa di originale, per esempio il mercenario parolaio "Deadpool" di Tim Miller, spunta una candidatura ai Golden Globe. L'ultimo Batman è un pupazzetto Lego (nel film "Lego Batman" di Chris McKay, esce giovedì prossimo). Vive in rancorosa solitudine mangiando aragosta e sfoggiando gli addominali (nove, l'uomo pipistrello ne ha uno più del dovuto). Superman organizza feste nel suo nascondiglio e non lo invita mai. Affidata alle cure di Noah Hawley — showrunner della serie "Fargo": finora due stagioni che rendono omaggio ai fratelli Coen con grande originalità — la metamorfosi del supereroe chiamato Legion è ancora più clamorosa. La serie è partita negli Usa (per gli spettatori italiani sarà su Fox dal 13 febbraio). Il protagonista è imparentato con gli X-Men: suo padre Charles Xavier, colui che nell'universo Marvel riunisce e protegge i mutanti, lo ha avuto in Israele da una sopravvissuta all'Olocausto. Tutti i supereroi sono ebrei, non solo le supereroine Masada e Sabra — lo sostiene Simcha Weinstein nel suo saggio "Up Up and Oy Vey: How Jewish History, Culture and Values Shaped The Comic Book Superhero". Legion è più ebreo degli altri. Vi diranno "Personalità multipla", e vi verrà la voglia di scappare (come è venuta a noi, anche perché eravamo reduci, con danni, dal "Split" di M. Night Shyamalan). Restate, almeno fino a quando compare il Clockworks Psichiatric Hospital. "A Clockworks Orange" — un'arancia a orologeria — era il titolo del romanzo scritto nel 1962 da Anthony Burgess (lo scrittore ha sempre odiato "Arancia meccanica", il film diretto Stanley Kubrick dieci anni dopo). Segno che Noah Hawley non ha visto solo serie tv, e neppure soltanto film dei fratelli Coen. Segno che l'orizzonte si allarga — perlomeno — ai condizionamenti e al libero arbitrio. Legion nasce con il nome di David Haller. Lo vediamo nelle prime scene moccioso in culla e poi bambinetto e poi adolescente, mentre cominciano a manifestarsi i superpoteri che ne faranno un reietto e un ricercato. L'ospedale psichiatrico fornisce ai ricoverati felpe arancione Guantanamo (solo un po' sbiadito, devono essere i troppi lavaggi). Ritroviamo la classica scena manicomiale, gente catatonica o agitatissima attorno al nuovo paziente, in un'edizione a metà tra l'hipster e il retrò. Ammiriamo il lavoro dello scenografo, del direttore della fotografia, del costumista che spengono i colori e li illividiscono (i supereroi di solito hanno tute fiammanti in colori saturi). Il giovane David ha già capito come funziona il Comma 22 psichiatrico: "Se dico sto bene' pensano che sono matto; se dico sono matto' aumentano il dosaggio delle medicine". I supereroi hanno di solito il volto mascherato. Qui godiamo ogni sfumatura sul volto di Dan Stevens (era Matthew in "Downton Abbey": lasciò la serie perché voleva provare ruoli diversi, lo fecero morire in un incidente d'auto), già candidato al titolo di schizofrenico più sexy mai visto su uno schermo. Soprattutto quando si innamora di Syd (di cognome le hanno messo Barrett, come il fondatore dei Pink Floyd che lasciò nel 1968 il gruppo perché fuori di testa). Lei non vuole essere toccata. Si tengono per mano afferrando le estremità dello stesso foulard. Basta per innamorarsi della serie". (Mariarosa Mancuso)

martedì 7 febbraio 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
"Roadies", sfortunata storia per iniziati del backstage
"Durante i preparativi per il concerto della Staton-House Band, Kelly Ann annuncia alla squadra che lascerà il lavoro per andare a frequentare una scuola di cinema a New York. Reg, un consulente finanziario mandato dalla direzione, creerà terrore. Mentre comunica un po' goffamente ai ragazzi che sono necessari tagli alle spese, Kelly Ann lo attacca pesantemente. Intanto Bill e Shell battibeccano di continuo, come fanno certi innamorati. Questi alcuni spunti narrativi di una serie che prometteva molto, ma che non è riuscita a mantenere le tante attese. Sto parlando di 'Roadies' creata da Cameron Crowe (il suo 'Almost Famous' resta un capolavoro) e coprodotta con un altro mito, J.J. Abrams. Purtroppo gli ascolti sono stati poco lusinghieri e Showtime ha deciso di cancellare dopo una sola stagione la comedy-drama (Premium Stories, lunedì, 21.15). Un vero peccato, forse la serie è per iniziati, scritta per chi ama la musica «dal di dentro». Roadies racconta il backstage di un tour musicale attraverso l'intreccio di storie personali. I «roadies» sono gli addetti al lavori, quelli che da noi portano sul retro della t-shirt la scritta staff: percorrono migliaia di km all'anno, in perenne trasloco da una città all'altra, devono in poco tempo montare palco e attrezzature sonore, spesso sono costretti a sopportarsi (non è gente facile), specie quando il «posto di lavoro» diventa una seconda famiglia. Eppure il pilot, Life is a Carnival, è interessante, sorretto anche da una colonna sonora molto sofisticata. Il lavoro frenetico, la precarietà, la strada, una vita in perenne fuga. A Kelly Ann, Cameron Crowe ha assegnato il compito più impegnativo: incarnare la «filosofia» dei roadies. Da cinefila, ha preparato un piccolo film dove ha raccolto le scene più famose della storia del cinema che hanno per soggetto una fuga. Come diceva Jimi Hendrix, «se sono libero è perché sono sempre in fuga»". (Aldo Grasso)

lunedì 6 febbraio 2017

NEWS - Gone "Girls"! Addio alla serie tv cult dove "la gente fatica a distinguere i personaggi e le attrici che li interpretano" (Lena Dunham dixit)
The cast of Girls gets dressed up ahead of the final season in this new cover story for The Hollywood Reporter.
Stars Lena DunhamAllison WilliamsJemima KirkeAdam DriverZosia MametAlex Karpovsky, and Andrew Rannells opened up to the mag:
Lena on Adam: ”Look, Adam is something unusual that Hollywood was waiting for, and he has ‘movie star’ written all over his face in both an old-fashioned and a modern way. But I do think that — and I experience it, too — it can be harder for people to separate female TV characters from the actors playing them.
Allison on not wanting to do nudity: “So instead, they bent me over a counter with someone’s face to my butt. [Marnie's music partner and love interest Desi performs analingus during season four.] It’s funny because my character actually had the vast majority of sex on the show, but it just doesn’t stick to me. People are like,’ ‘So you’ve never had sex in the show, have you?’ I’m like, what do I have to do? I’ve literally had someone in my butt.”‘(Laughs.) And with that scene, the headlines were all, ‘Brian Williams’ daughter gets her salad tossed.’ Well, no, not to reveal too much, but that is definitely not something I’m interested in, and it’s definitely never happened to me in real life. But the media often decides when to believe us as characters and when to just portray us as ourselves.
Adam on getting cast: “I was doing a play at the time, so I was feeling very self-righteous. I thought that that was what I should be doing, and TV was for evil people, and I didn’t want to be part of any system or corporation. (Laughs.) But because it was HBO, it seemed different. And then the writing was so good, and I thought it would be fun to play someone who does these things that are morally questionable.”

venerdì 3 febbraio 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
Con "Le Bureau" spy-story tesa e stringente

"Il titolo francese della serie «Le Bureau des Légendes» evoca un particolare ufficio della Dsge francese (Direction générale de la sécurité extérieure, la Cia francese) composto da agenti cui viene assegnata una falsa identità e che per lungo tempo vivono in Paesi stranieri con l'obiettivo di trovare fonti affidabili. Basata su testimonianze reali di ex spie francesi e ispirato a eventi contemporanei, la serie racconta la storia di un uomo, Guillaume «Malotru» Debailly (interpretato da Mathieu Kassovitz) funzionario dell'intelligence che torna a Parigi dopo sei anni vissuti a Damasco sotto copertura (Sky Atlantic, lunedì, ore 21.15). Con «Le Bureau — Sotto Copertura», anche i francesi scoprono il fascino della lunga serialità. Con un budget ridotto rispetto agli americani, ma con tutte le caratteristiche produttive che l'impresa richiede: ruolo dello showrunner, sceneggiatura internazionale (piccolo particolare: sui computer si vedono le scritte in inglese: un colpo al cuore allo sciovinismo d'Oltralpe), estrema accuratezza della ricostruzione e della recitazione. Per la cronaca, in Francia siamo già alla seconda stagione. Non so francamente quanto regga il paragone con «Homeland», ma anche qui l'intreccio fra la psicologia dei protagonisti e la spy story è il nucleo centrale attorno a cui ruota tutta la narrazione. Al suo rientro a Parigi, «Malotru» si trova a dover fare i conti con la normalità, con il suo passato (un passato abitato da una figlia e da un'ex moglie), soprattutto con il suo presente (l'inserimento nell'ufficio e la relazione con una bella e sfuggente amante siriana). La parte più interessante è proprio questa. Abituato a vivere sotto copertura, sotto mentite spoglie (la sindrome dell'infiltrato), Guillaume «Malotru» fatica a ritrovare la propria identità, a spogliarsi di una sorta di «legge dell'onnipotenza». Il racconto è teso, ricco e stringente insieme". (Aldo Grasso)

giovedì 2 febbraio 2017

PICCOLO GRANDE SCHERMO - Twin Pic(s)ture! Per il nuovo "Twin Peaks" meglio ripassare la pellicola-prequel sottovalutata "Fuoco, cammina con me!"

News tratta da TvLine
Twin Peaks: Fire Walk With Me, the tepidly received 1992 movie prequel to the cult classic ABC series, is set to air on Showtime Wednesday, March 1, at 8/7c — perhaps offering a tiny hint of what’s at stake when the 18-episode Twin Peaks revival hits the premium cabler later this spring.

Appearing at the Television Critics Association winter press tour last month, perhaps the most that series auteur David Lynch “revealed” about the super-secret follow-up is that Fire Walk With Me may be required reading of sorts. Detailing as it does “the story of Laura Palmer’s last seven days,” the entertainingly cryptic Lynch acknowledged that the prequel movie is “very much important for this.”
Coupled with the first two seasons of Twin Peaks, which are already available on Showtime’s assorted platforms, Fire Walk With Me affords subscribers the change to binge the entirety of the original series ahead of the new episodes’ arrival on Sunday, May 21.
As previously reported, the Twin Peaks revival kicks off that Sunday at 9 pm with the first two hours; immediately afterwards, Showtime subscribers will have access to the third and fourth parts. The following Sunday, May 28, Showtime will air Episodes 3 and 4 back-to-back.

mercoledì 1 febbraio 2017

NEWS - Spazio, ultimo trailer! Il nuovo promo di "Star Trek: Discovery" è un omaggio-link con le serie precedenti

News tratta da Comingsoon.net

CBS All Access has debuted a new Star Trek: Discovery promo that announces the start of production and gives you a first-hand look at the new captain’s chair. Check it out below!
The cast includes Sonequa Martin-Green (The Walking Dead) as the show’s central Lieutenant Commander, with Doug Jones (Pan’s Labyrinth) as Lt. Saru and Anthony Rapp (Rent) as Lt. Stamets. Michelle Yeoh, meanwhile, is playing Captain Georgiou, in command of another Starfleet vessel. James Frain (Orphan Black) will play Salek, father of Mister Spock. The Klingon cast includes Juilliard-trained actress Mary Chieffo, Penny Dreadful‘s Shazad Latif and Chris Obi, who also stars on Bryan Fuller‘s upcoming STARZ series, American Gods.

martedì 31 gennaio 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
LA STAMPA
"Taboo", cinismo estremo déjà vu
"Nella televisione inglese ci sono alcune storie, alcune idee, che ritornano sempre: l'800 pre-vittoriano, per esempio, oppure un protagonista geniale à la Sherlock Holmes; o anche il tema sempreverde della vendetta. In Taboo, la serie tv creata da Tom Hardy e Steven Knight (Peaky Blinders, Locke), questi elementi ci sono tutti. Il protagonista, James Keziah Delaney, è un ex-caporale della Compagnia delle Indie, figliol prodigo e straordinario avventuriero, interpretato da un Tom Hardy massiccio e tenebroso, i capelli rasati, la barba rada e il viso sfregiato. James torna a casa dopo aver saputo che suo padre sta male. Il viaggio dall'Africa - dove si trovava - al Regno Unito, pero, è più lungo del previsto, e James non riesce a incontrare il genitore prima che sia troppo tardi. Incontra, invece, la sorellastra Zilpha Geary, interpretata da Oona Chaplin, e Stuart Strange, il nuovo comandante della Compagnia delle Indie, faccia e voce di Jonathan Pryce. Di Zilpha, James è chiaramente infatuato: il primo momento in cui sono soli tornano a galla ricordi e antiche passioni. Con Stuart, invece, James ha un altro tipo di rapporto: quando era giovane ed era arruolato nella marina, era il suo comandante. E i colpi di scena non finiscono qui. Alla linearità di una narrazione prevedibile, infatti, in Taboo è stato preferito un racconto più sincopato, con i suoi alti e i suoi bassi, che trova i suoi punti di forza nei lunghi primi piani di Tom Hardy, o nelle inquadrature quasi statiche dei due registi, Kristoffer Nyholm e Anders Engstrom. La sceneggiatura è costruita rigidamente, lasciando poco spazio all'improvvisazione ambientale e alle parole. La recitazione dello stesso Tom Hardy soffre di troppa fisicità: il suo James, benché uomo geniale e molto simile al succitato Sherlock Holmes, o all'Heathcliff di Cime Tempestose, spesso si limita a grugnire, o a irrigidirsi o a minacciare il suo interlocutore. Ecco, se Taboo ha un problema è proprio questo: l'eccessiva arroganza del protagonista, che ricorda troppo, e troppo da vicino, quella di altri personaggi televisivi che in questi anni hanno fatto fortuna con il loro cinismo estremo. Il reparto tecnico, e quindi la messa in scena, la fotografia, le scelte di scenografia e quelle, pure apprezzabilissime, dei costumi (per una volta, è un Ottocento vero, sporco e infangato), è - insieme ad Hardy, protagonista dell'intero show - l'aspetto decisamente più interessante di Taboo". (Gianmaria Tammaro)

domenica 29 gennaio 2017

GOSSIP - Clamoroso al Cibali! Mischa Barton di "The OC" internata per segni di squilibrio appena uscita dall'ospedale rivela: "mi hanno messo una droga nel cocktail! Attente donne a chi frequentate!". I vicini l'hanno vista vagare con addosso solo una camicetta e una cravatta urlando che sua madre è una strega e il mondo stava per finire...
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sabato 28 gennaio 2017

giovedì 26 gennaio 2017

LA VITA E' UNA COSA SERIAL - Addio a Mary Tyler Moore, la regina delle comedy. E' stata l'apripista per "Sex and The City", "Desperate Housewives", "Ally McBeal"...
Diciamocelo, senza di lei Carrie Bradshaw di 'Sex and the City' sarebbe nata più tardi. E anche la più spregiudicata Samantha Jones. Le 'Desperate Housewives' sono andate a ripetizione da lei, così come 'Ally McBeal' le deve molto dei suoi tic e manie a puntate. La scomparsa di Mary Tyler Moore, regina delle comedy come solo Lucille Ball, lascia nel contempo un vuoto e molte eredi. Seriali, s'intende. Vincitrice di ben 6 Emmy Awards, oltre che candidata all'Oscar per il film "Gente comune" di Robert Redford, Moore ha lasciato il segno nella tv americana (e non solo) grazie alla sit-come intitolata in suo onore, 'Mary Tyler Moore Show', in onda dal 1970. Sì, perché era lei l'istrionica attrice che dava vita alla rivoluzionaria protagonista proto-femminista senza sapere di esserlo - e per questo insicura quanto sussultante di orgoglio - perennemente single insoddisfatta a Minneapolis. Mary Richards lavorava come assistente produttore al telegiornale di una rete privata frequentata da gente strana (un gelido produttore, un nevrotico redattore, un meteorologo fuori di testa, tra gli altri). Ma era lei, Moore-Richards, a dettare tempi e battute. I riflettori erano tutti suoi, tant'è che l'attrice oltre ad esserne interprete, firmava la sit-com vincitrice di 29 Emmy Awards (di cui 6 a lei) con la sua casa di produzione, la MTM (iniziali del suo nome). Quando la CBS accettò di mandarla in onda dovette firmare un contratto in cui si lasciava piena indipendenza alla Moore (e al marito Grant Tinker, co-intestatario della casa di produzione) sull'ideazione, sceneggiature, scelta del cast (solo attori sconosciuti) e sul budget. Se la bibbia tv Usa 'Entertainment Weekly' ha eletto 'MTMS' quale 'show di prima serata più importante della storia della tv americana' lo si deve al fatto che Mary Richards è diventata un'icona indimenticabile, ancor oggi imitata e inimitabile. Non più giovanissima, si trovava ad affrontare la vita da sola in un mondo che alle donne concedeva ben poco (un tema ricorrente della tv anni '70); il suo atteggiamento era fiducioso, ottimista, gentile, accomodante, disponibile; il suo unico desiderio era non contraddire gli altri, non creare complicazioni, adattarsi; diceva di essere 'una che prima di andare dal parrucchiere si fa lo shampoo'; da un lato era come l'uomo avrebbe voluto la donna dopo il trauma del femminismo, dall'altro accettava l'indipendenza che la società le imponeva e si sforzava di farla diventare parte del proprio carattere. Combattuta come pochi personaggi femminili fino ad allora, Mary viveva sulla propria pelle le contraddizioni del periodo. La sua figura non era propriamente comica. 'Il mio forte non è essere buffa', diceva Mary Richards, 'è reagire in modo buffo alle cose che mi stanno attorno'. Un episodio della serie è stato scelto come il migliore di tutti i tempi in una Top 100 redatta dal popolare 'Tv Guide': nella puntata si deve commemorare la morte di un clown che faceva show per la tv; né il produttore che il redattore colleghi di Richards riescono a trattenersi dal fare battute sarcastiche e macabre sulla sua morte (il clown era travestito da nocciolina ed era stato schiacciato da un elefante), con grande imbarazzo di Mary; durante il funerale, tuttavia, è proprio quest'ultima che si mette istericamente a ridere; il prete la consola dicendo che probabilmente era proprio così che il pagliaccio avrebbe voluto essere ricordato; a questo punto Mary scoppia in un piano irrefrenabile…Addio Mary, convinti che lassù un clown travestito da arachide ti allieterà la dipartita. (Leo Damerini)

mercoledì 25 gennaio 2017

NEWS - Breaking Good! Aaron Paul sarà di nuovo Jesse Pinkman nella 3° stagione di "Better Call Saul"!

News tratta da TvLine
Say it with us now, Breaking Bad fans: Yeah, bitch! Based on a clip from Tuesday’s Ellen, it seems like there’s a good chance Jesse Pinkman will show his face in the third season of Bad‘s prequel, Better Call Saul. “God, I hope so,” Bad star Aaron Paul responds when host Ellen DeGeneres asks him whether the feckless drug dealer will ever show up on the spinoff. “Maybe I already shot it. We just — or they just — wrapped the [latest] season.” Because Saul mostly takes place before the events of Breaking Bad, Pinkman — who was recently out of high school in the original series — might be too young to show up anywhere except for the series’ flashforwards, where Saul is known as “Gene” and is working at a Cinnabon. And if that’s true, then we’ll get an update on what happened after Jesse chose not to kill his mentor/tormentor Walter White and then escaped the meth lab where he was being held against his will. If Jesse surfaces on the series, he’ll join several other Bad characters who’ve made Saul appearances, including Tuco (Raymond Cruz), Hector (Mark Margolis), Krazy-8 (Max Arciniega) and the recently announced Gus (Giancarlo Esposito), who’ll grace the upcoming third season.

martedì 24 gennaio 2017

PICCOLO GRANDE SCHERMO - Kristen Bell, chi te l'ha fatto fare (a parte il dio Denaro)? Il trailer del film di "CHiPs" è un altro rovina-cult: diventa comedy (alla stessa stregua della pellicola di "Starsky&Hutch"). C'è poco da ridere...

lunedì 23 gennaio 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
"Atlanta", tra denuncia e umorismo tagliente
"Atlanta non è solo la citta delle pesche, di Via col Vento («After all, tomorrow is another day»), delle Olimpiadi del 1996 ma è anche, a quanto pare, il cuore pulsante della scena hip hop americana. Così almeno racconta «Atlanta» la serie creata da Donald Glover, che ne è anche protagonista (Fox, canale 112 di Sky, giovedì, ore 23). In 10 episodi da 25 minuti, seguiamo le vicende di un rapper indipendente (Alfred, in arte Paper Boi) che vende droga per campare e finanziarsi, e di suo cugino Earn (Glover) che vorrebbe fargli da manager, senza troppo successo. Tra l'altro, i suoi genitori non lo vogliono più vedere e anche con la compagna non se la passa tanto bene. C'è un terzo personaggio, Darius, braccio destro del rapper ma costantemente «fumato» e inaffidabile. A far emergere la speranza dai sobborghi della città in cui vengono ambientate le storie dei giovani ragazzi è proprio l'hip hop, visto come l'unica via di fuga per le maggiori comunità afroamericane del Paese. Lo scenario in cui si muovono i protagonisti sono le cosiddette trap house, case semi-abbandonate o occupate abusivamente adibite alla produzione o smercio di droghe in un intricato labirinto di piccoli vicoli, ideali per le attività illegali. La serie è interessante perché mescola generi diversi. In apparenza sembra quasi un'opera di denuncia (miseria, degrado, razzismo, brutalità delle forze dell'ordine...), ma i dialoghi sono così surreali e pieni di humour da contraddire ogni intento di denuncia. Gli americani chiamano questa commistione «dramedy», la fusione tra drama e comedy, un registro molto difficile da praticare. E un umorismo tagliente quello di Donald Glover, sotteso in ogni inquadratura come uno strumento di interpretazione insostituibile, con il quale ci si può destreggiare anche fra le miserie della vita. Dopotutto, ad Atlanta, domani è sempre un altro giorno". (Aldo Grasso)

domenica 22 gennaio 2017

GOSSIP - Lena Dunham in procinto dell'addio a "Girls": "non rifarei una serie con 4 donne bianche!"
Lena Dunham takes the cover of Nylon magazine’s February 2017 issue.
Here’s what the 30-year-old Girls actress had to share with the mag:
On what she’d change about Girls: “I wouldn’t do another show that starred four white girls…When I wrote the pilot I was 23…I was not trying to write the experience of somebody I didn’t know, and not trying to stick a black girl in without understanding the nuance of what her experience of hipster Brooklyn was.”
On Donald Trump: “It’s going to be interesting promoting this show right after Trump is inaugurated. The final season definitely tackles some topics that are complicated and wouldn’t be beloved by the incoming administration. Hopefully it’ll bring up important conversations, and not just become the worst Twitter abuse storm in history—or it will.”
On public criticism: “I used to think the worst thing in the world could be for someone to have a thought about you that you didn’t have yourself. Now I’m like, ‘Have at it, guys!’”
For more from Lena, visit Nylon.com.

venerdì 20 gennaio 2017

NEWS - Netflix, la resa dei conti: 93,8 milioni di abbonati nel mondo, utili pari a 186 milioni di dollari ma business in perdita fuori dagli Usa (maxi-investimento di 6 miliardi di dollari nel 2017)

Articolo tratto da "Italia Oggi"
Ciascuno dei 3.500 dipendenti di Netflix vale ricavi per quasi 2,4 milioni di euro all'anno. E anche in questa correlazione, che conferma il basso utilizzo di capitale umano (a Sky Italia, per esempio, ciascun dipendente vale 750 mila euro di ricavi all'anno), sta uno dei punti di forza dell'azienda americana di streaming online a pagamento che ha nel mondo, e non in una sola nazione, il suo mercato. Ha chiuso il 2016 con ricavi complessivi pari a 8,830 miliardi di dollari (8,324 mld di euro), 30,2% sul 2015, un risultato operativo di 379 milioni di dollari (24,2%) e utili pari a 186 milioni di dollari (175,3 min di euro). Complessivamente Netflix ha 93,8 milioni di abbonati nel mondo, di cui 49,4 milioni negli Usa (10,5% sul 2015) e 44,3 milioni negli altri paesi (47,6% sul 2015). A livello di ricavi, circa 5,1 miliardi di dollari (4,8 mld di euro) arrivano dagli abbonati Usa (il business è parecchio profittevole, con un primo margine positivo per 1,8 miliardi di dollari), circa 3,2 miliardi di dollari (3 miliardi di euro) dagli abbonati fuori dagli Stati Uniti (business ancora in perdita, con un primo margine di contribuzione negativo per 308 milioni di dollari), e 542 milioni di dollari dal noleggio e vendita di dvd (il business da cui Netflix è nata), anch'esso ancora molto profittevole (279 min di dollari di primo margine).

Nel 2017 il gruppo si prepara a un investimento monstre da 6 miliardi di dollari (5,65 mld di euro) nella produzione di nuovi contenuti, dopo i 4,7 mld di euro investiti nel 2016. E nel portfolio di Netflix ci sono serie come The Crown, Stranger Things, Luke Cage, Black Mirror, Gilmore girls, The OA, Trollhunters, oltre ai classici Orange is the new black, Narcos o House of cards, le cui riprese della quinta stagione inizieranno nel secondo trimestre 2017.
Quanto a investimenti in contenuti locali, il gruppo di streaming tv a pagamento ha appena siglato un accordo a lungo termine con la casa di produzione Red Chillies entertainment dell'attore indiano Shah Rukh Khan, considerato la più grande star mondiale del cinema e i cui film e produzioni, da qui in poi, saranno esclusive Netflix. Mai come ora la società fondata e presieduta da Reed Hastings è fiduciosa che, a dieci anni di distanza dal debutto nella tv in streaming a pagamento, sia proprio il consumo di video sul web il business del futuro in grado di soppiantare la classica tv lineare: «Amazon Prime Video di recente si è sviluppata molto, ricalcando sostanzialmente la nostra presenza nei mercati mondiali», spiegano da Netflix, «mentre il consumo di video è sempre maggiore, in termini di minuti, su YouTube e inizia a decollare pure su Facebook. La stessa Apple, in base ad alcune indiscrezioni, dovrebbe aggiungere i video ai suoi servizi musicali, mentre le tv satellitari, un po' in tutto il mondo, si stanno specializzando pure nel business della distribuzione multi-channel di video su Internet. Ci sono poi operatori nuovi come Molotov tv in Francia o Hulu che stanno realizzando una loro interfaccia nativa digitale per pacchetti legati invece ai network tv classici. I quali, peraltro, iniziano a privilegiare il web alla tv lineare per il debutto di serie o programmi. Per esempio la Cbs sta producendo la serie Star Trek esclusivamente per la sua piattaforma di video on demand in abbonamento, mentre la Bbc ha già annunciato alcune nuove stagioni di serie tv che saranno disponibili prima in streaming on demand e solo successivamente sulla tv lineare. Hbo, probabilmente, farà la stessa cosa»

giovedì 19 gennaio 2017

NEWS - "Mr. Robot" su Sky? La nuova Premium come Airbnb: canali in affitto su altre piattaforme (come Fox). Nuova filosofia low-cost: basta calcio, De Filippi e D'Urso on demand per fare cassa all'insegna del soprav-Vivendi 
News tratta da "Italia Oggi"
Nel piano 2017-2020 presentato ieri a Londra, i vertici di Mediaset ribadiscono, in sostanza, che il core business del gruppo è e sarà assolutamente legato alla tv free e ai video in chiaro nel mondo digitale, con una struttura di ricavi nella quale rimarrà decisiva la raccolta pubblicitaria. La pay tv, che negli ultimi tempi ha avuto impatti molto pesanti sui bilanci del Biscione (perdite attorno ai 200 min di euro nel 2016), sarà invece un business molto ridimensionato. Mediaset rimarrà editore di canali pay non sportivi, che però verranno anche ceduti a terzi, da Sky alle offerte a pagamento delle società telefoniche. La piattaforma del digitale terrestre, inoltre, sarà aperta ad altri editori (tipo Discovery) interessati ad accedere, con una semplice mossa, a un parco di 2 milioni di abbonati, 4 milioni di card prepagate e 6 milioni di device (dalle smartcam ai decoder, passando per le app di Premium già installate nelle smart tv). I diritti tv dello sport, e in particolare del calcio, invece non saranno più una stella polare di Premium: si parteciperà alle aste, ma senza fare pazzie (ergo: difficilmente si vinceranno pacchetti pay). D'altronde non è casuale che il piano Mediaset preveda per il 2020, proprio per effetto del nuovo ruolo della pay tv, un miglioramento dell'ebit (risultato operativo) di 200 milioni di euro. Miglioramento che si potrà ottenere semplicemente risparmiando i 220 milioni di euro all'anno che Mediaset ha pagato per i diritti tv della Champions league di calcio nel triennio 2015-2018, e che, dalla stagione 2018-2019, potrebbe non pagare più. Insomma, una Premium più leggera e low cost. Aveva un senso fare forti investimenti nel 2008, quando si doveva frenare l'ascesa di Sky Italia. Ora la pay tv satellitare è stabile da qualche anno, e allora spendere così tanto per i diritti tv non è più una priorità per Cologno Monzese. Detto questo, il piano Mediaset fissa per il 2020 un miglioramento complessivo dell'ebit pari a 468 milioni di euro. Circa 90 milioni di ebit in più arriveranno dalla crescita della quota Mediaset del mercato pubblicitario italiano, che passerà dall'attuale 37,4% al 39-39,5% nel 2020. Altri 45 milioni di ebit in più saranno realizzati nel business dei contenuti, con ottimizzazioni e nuovi investimenti redditizi. Dieci milioni di ebit aggiuntivi verranno dalle attività sul mondo radiofonico. E altri 123 milioni dalla nuova organizzazione del gruppo, con un piano che, tuttavia, non prevede esuberi. Tutti questi addendi, sommati ai 200 milioni di ebit in più della pay tv, danno, appunto, come risultato finale i 468 milioni aggiuntivi di risultato operativo 2020. La voce di ricavi più importante resterà, come detto, quella legata alla raccolta pubblicitaria, che per Mediaset si è chiusa col dicembre 2016 in crescita del 4,1% sullo stesso mese dei 2015. Il gruppo di Cologno Monzese (guidato dal vicepresidente e a.d. Pier Silvio Berlusconi), al momento, nella tv controlla il 32% di share e il 56,3% degli investimenti pubblicitari; sul digital ha già 22 milioni di user al mese e il 7,8% della raccolta; sulla radio il 22% di audience e il 20% della torta pubblicitaria. Oltre alla leadership nel classico mercato della tv in chiaro, Mediaset, da qui al 2020, punta molto al pro-grammatic e alla pubblicità indirizzabile a target precisi su smart tv, pc, tablet e smartphone. «Nel 2018», spiegano gli uomini del Biscione, «Auditel lancerà la misurazione della total audience, con un panel molto ampio di 15 mila famiglie. In questo modo si potrà valutare l'effettiva audience generata dai contenuti Mediaset, lineari e non lineari, sui vari device». Già nel 2016 su 100 euro di ricavi pubblicitari totali del programmatic, circa 20 arrivavano da contenuti non lineari. E poiché il non lineare prenderà sempre più piede, secondo le previsioni del Biscione, con questa modalità precisa e profilata, si potranno aumentare i prezzi di listino del 15-20%. Inoltre, con la pubblicità «indirizzabile», ovvero offerta solo a certi target attraverso smart tv, pc, tablet e smartphone, i prezzi di listino potranno crescere del 10-15%. In un combinato disposto che, da solo, porterà a un aumento dell'1,2-1,4% sul totale dei ricavi pubblicitari. Il business della radio, invece, nel periodo, dovrebbe avere un incremento dei ricavi pubblicitari del 15-20%. E proprio in questo comparto Radio 105 ha appena potenziato il suo segnale comprando frequenze a Parma e provincia, Agrigento, Catania e provincia, Treviso, Venezia, Padova, e in provincia di Bergamo. La pubblicità è importante. Ma c'è anche la produzione di contenuti originali per la tv in chiaro e locali, su cui il Biscione spingerà molto. Soprattutto perché, come fa notare lo stesso documento presentato a Londra, la Champions league di calcio vale 6 punti di share in meno rispetto a programmi come Amici o Ciao Darwin, e vale meno della metà in termini di grp. Si avvieranno pure co-produzioni con Mediaset España su una serie tv; ci sono ipotesi di alleanze con altri broadcaster per prodotti scripted locali; Mediaset, invece, si terrà lontana da mega produzioni internazionali rischiose e a forte intensità di capitale. Sul digitale, infine, Mediaset si concentra sul mercato dei video gratuiti finanziati dalla pubblicità, ed entro il 2017, come già anticipato da ItaliaOggi, verrà lanciata una nuova piattaforma Avod (advertising video on demand), con una user experience simile alla piattaforma Svod (video on demand pagando un abbonamento) di Infinity, e che avrà grossi benefici dalla partnership con Studio 71. Piace questa metafora: la piattaforma Avod come una sorta di Spotify; la piattaforma del digitale terrestre di Premium come una specie di Airbnb.

mercoledì 18 gennaio 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

LA STAMPA
Ultime battute per "Girls", ecco perchè ci mancherà
"Ci voleva Lena Dunham, enfant prodige della scrittura e della regia, perché la normalità - che parola stupenda - dell'essere donna arrivasse a migliaia e migliaia (e anche di più, forse) di persone. Se Girls, la serie tv che ha creato, scritto e - qualche volta - diretto per Hbo, ci mancherà (e ci mancherà, non dubitatene) è anche per questo: per l'onestà, talvolta estrema, con cui ha saputo raccontare il mondo e, in particolare, New York e i suoi abitanti. Hannah, la protagonista, interpretata dalla stessa Dunham, è un'aspirante scrittrice; ha tre carissime amiche, una vita sessuale travagliata e soffre di depressione. Sembra il profilo perfetto per il personaggio di uno show televisivo, e invece è molto più di questo: è reale. Lo spettatore tende a provare empatia per Hannah (anche se è così particolare, e viziata e assurda); e segue la sua storia non solo per noia, ma perché è curioso, perché ci si riconosce. Certo, anche Girls ha avuto i suoi problemi (accuse di razzismo e elitarismo) ma ha mantenuto nel corso degli anni un andamento (quasi) crescente, dove ogni personaggio ha avuto la sua parte e la sua dignità. La rivoluzione che la Dunham e le sue Girls hanno iniziato è una rivoluzione mediatica, a tutto tondo. Titolo: chi sono le donne e che cosa vogliono. Durante le sue cinque stagioni (dal 12 febbraio su Hbo andrà in onda la sesta e ultima), Girls è cambiata: ha raccontato prima un aspetto, poi un altro della vita delle sue protagoniste; ha messo a fuoco, con incredibile lucidità, il maschilismo - che non è solo un atteggiamento degli uomini ma un'idea che appartiene anche alle donne - e la latitanza di una classe di intellettuali. Il merito è della Dunham, ovviamente: suo, della visione disincantata che ha del mondo e del coraggio che ha dimostrato nel sapersi confessare". (Gianmaria Tammaro

martedì 17 gennaio 2017

NEWS - Clamoroso al Cibali! Via libera allo spin-off di "Game of Thrones": sarà un prequel!

News tratta da Slashfilm.com
Casely Bloys spoke with Entertainment Weekly, where he said that a theoretical Game of Thrones spin-off would probably be a prequel:
A prequel feels like it has less pressure on it [than a spin-off]. [Author George R.R. Martin’s history of Westeros] gives you areas in which to say to a writer, “If you were going to do this, then go flesh it out,” and we’ll see what comes back. But I don’t feel any pressure that we have to have something.
If you put HBO’s original programming president Casey Bloys in the same room as a bunch of entertainment journalists, two questions are bound to come up: how many episodes will be in the final season of Game of Thrones and will there be a spin-off series, possibly set in a different era of Westerosi history? Bloys addressed both questions during the Television Critics Association press tour.
While Bloys did talk about other shows, including the possibility of more The Night Of and the Deadwood movie David Milch is supposedly writing, let’s focus in on this quote (via Variety), where he says that a Game of Thrones spin-off is far from set in stone, but yes, they are talking about it:
All I can say is that we’re exploring it. We don’t have any scripts, we’re not even close to saying “Oh let’s do this.” But it’s a big enough property that we would be foolish not to explore it. It’s a really rich world. We’d be foolish not to look at it.
Every time I write about possible Game of Thrones spin-offs, I tend to bring up George R.R. Martin’s Tales of Dunk and Egg novellas, which take place 90 years before the events of the novels/series and follow a wandering hedge knight and his young squire who leave behind…let’s just say unlikely legacies. And I bring them up for good reason: they’re excellent as standalone stories but remarkable when viewed in context of the larger timeline, when the long shadows these characters leave can be fully examined. If there’s a spin-off series, I imagine this would be HBO’s go-to source for more stories, although I certainly wouldn’t be opposed to another series set during Robert’s Rebellion, where younger version of Ned Stark, Tywin Lannister, and Robert Baratheon could have key roles.
Meanwhile, Bloys was unable to shed any light (“We are talking about it”) on how many episodes will be in the show’s eighth and final season. We do know that the seventh, which is expected to premiere this summer, will consist of only seven episodes, three less than usual. It’s been suggested that the final season will be only six episodes long, but with other people involved in the production suggesting that we have 15 hours of show left, we have to wonder if we’ll be getting shorter seasons but longer episodes or even some kind of super-sized series finale.
In any case, we can expect the final hours to kill off just about everybody, which is the Game of Thrones way.

lunedì 16 gennaio 2017

NEWS - Ufficio telefilm sottovalutati. Da stasera "Le Bureau" con Kassovitz, l'"Homeland" francese post Bataclan e Charlie Hebdo

Articolo tratto dal "Corriere della Sera"
E' la risposta francese a Homeland, la serie tv che ha messo a nudo le inquietudini del presente raccontando di un prigioniero di guerra americano che si converte all'Islam e una volta tornato in patria lavora al servizio di Al Qaeda. Le Bureau - Sotto copertura fa un passo di lato (c'è meno azione), ma anche uno in avanti perché è basata su testimonianze reali di ex spie francesi e ispirata a eventi contemporanei. Il protagonista è Mathieu Kassovitz, conosciuto per i suoi ruoli in Amélie e Munich e come regista che fulminò Cannes con L'odio sugli scontri nelle banlieue di Parigi. «E una serie tv molto ben documentata — spiega l'attore 49enne —: è la prima volta che il pubblico ha la possibilità di capire come funziona il sistema dietro le quinte, meglio di quanto possano aver fatto serie anche molto belle come Homeland. Le Bureau è molto accurata sulle questioni di geopolitica e su come lavorano i servizi segreti. È qualcosa di diverso rispetto a quello a cui siamo abituati». Ormai è la realtà che anticipa la finzione: «Charlie Hebdo e il Bataclan hanno avuto luogo mentre giravamo, ed entrambe le volte ci siamo ritrovati la mattina seguente, guardandoci l'un l'altro, a recitare scene che erano vicine alla situazione reale. È per questo che la serie è convincente: il pubblico si ritrova in qualcosa che è molto vicino a quello che vede al telegiornale». Le Bureau - Sotto copertura parte stasera con 10 episodi ogni lunedì alle 21.15 su Sky Atlantic. In Francia è stata un successo, celebrata da Le Monde per l'accuratezza della ricostruzione politica, mentre Le Nouvel Observateur l'ha paragonata a Mad Men per l'intreccio minuzioso tra le dinamiche di lavoro e quelle personali. Malotru, il personaggio interpretato Kassovitz, è un equilibrista della menzogna, anche nella vita privata non riesce sa non agire sotto copertura. È un funzionario dell'intelligence che torna a Parigi dopo sei anni come agente sotto falsa identità in Siria. Diviso tra l'amore e la fedeltà, abituato a vivere nella bugia, Malotru deve affrontare la sfida di ritornare alla vita normale, di riprendere le relazioni con la ex moglie, la figlia, i colleghi, di rientrare nella sua vecchia e reale identità. «Cerca sempre di nascondere la sua personalità, nemmeno io so ancora chi è esattamente, devo ancora capirlo. È un uomo con un'etica, ma talvolta la sua etica personale va contro gli ordini che deve eseguire. Il suo lavoro è mentire e quando inizi a mentire devi continuare a farlo, non c'è uscita: chi ti sta vicino avrà sempre il dubbio se dici la verità o stai mentendo».

sabato 14 gennaio 2017

venerdì 13 gennaio 2017

NEWS - "Pensate se Italia e Francia collaborassero per creare serie tv...": Arnaud de Puyfontaine, CEO di Vivendi, scrive a "La Repubblica" motivando le mosse dei francesi con Mediaset

Lettera di Arnaud de Puyfontaine pubblicata da "La Repubblica"

Caro Direttore, In questi ultimi mesi sono state scritte molte cose sul gruppo Vivendi. Alcune esatte altre meno, ma tutte hanno contribuito ad alimentare un acceso dibattito in Italia. In qualità di Ceo di Vivendi, ho deciso di intervenire in prima persona per ristabilire qualche verità sull'azione positiva svolta da Vivendi in Italia. Azione che in alcuni casi è stata fraintesa o male interpretata. Tanto che alcuni hanno sintetizzato i nostri sforzi come opachi, speculativi o dettati da sete di conquista, suscitando in questo modo ostilità o sfiducia. E' esattamente il contrario. Siamo in Italia per realizzare un progetto ambizioso, di lungo termine, costruito su ciò che l'Italia e la Francia hanno in comune: la vicinanza della loro tradizione latina. L'Italia, poi, ha molto da offrire cultura, storia, esperienza, talento, professionalità, creatività, bellezza. In altre parole, voglio sottolineare che è proprio l'italianità al centro del nostro progetto. In particolare, pensiamo che essa sia una risorsa formidabile per generare crescita sia in Italia, sia in Francia. Ecco perché vogliamo dare più importanza e valore all'italianità delle aziende di cui siamo azionisti, consolidando le loro radici. Un modo per farlo è quello di dare un contesto europeo alla loro azione. Raggiungere una dimensione europea è un'opportunità unica per cogliere al meglio le sfide che offre un mondo ormai globalizzato.
Una delle caratteristiche riconosciute all'Italia in tutto il mondo è la sua elevata capacità imprenditoriale. Proprio per questo vogliamo fare leva su questo atout per rafforzare gli scambi tra i nostri due Paesi, la cui vicinanza è una realtà e rappresenta un significativo potenziale da valorizzare.
Il nostro approccio non è per nulla opportunistico ma finalizzato a rafforzare l'unicità, l'eccellenza e la competenza delle aziende italiane, combinandole con le peculiarità di altri Paesi europei, come la Francia o la Spagna. Si tratta di un progetto ambizioso ed equilibrato, che però ha bisogno di adesione e sostegno. I miei recenti contatti con il governo italiano, le istituzioni, le autorità di mercato, gli azionisti, i dipendenti, hanno un unico obiettivo: creare quella fiducia indispensabile, per portare avanti con successo un tale progetto. Spesso il confronto è stato acceso, ma io sono sempre stato attento affinché avvenisse in modo trasparente e nel rigoroso rispetto delle leggi e delle regole del mercato. A questo proposito, mi fa piacere evidenziare e riconoscere le qualità di accoglienza e di ascolto delle istituzioni italiane. È importante sdrammatizzare i toni del dibattito ed evitare inutili caricature. Nel 2015, la Francia ha investito in Italia 46 miliardi di euro. A sua volta, la Francia è stata il principale destinatario degli investimenti italiani. Un trend positivo, che dovrebbe essere valutato come un arricchimento e un'opportunità di crescita per tutti. Vivendi ha dichiarato fin dall'inizio qual è il suo progetto: costruire e dar vita a un grande polo dell'Europa meridionale, che prevede di creare una ampia convergenza tra contenuti e telecomunicazioni. Francia, Italia e Spagna sono i tre principali Paesi da cui partire. Rafforzandosi in Sud Europa, Vivendi sta scommettendo sulla cultura europea per far fronte alla concorrenza sempre più agguerrita dei colossi anglosassoni, americani e cinesi.
È in questa logica e per centrare questi obiettivi che Vivendi ha investito negli ultimi due anni in Italia, prima in Telecom Italia e successivamente in Mediaset. Non è stato un percorso facile. Tutt'altro. Ma fino ad ora la nostra strategia, la nostra esperienza, le sinergie e le energie profuse hanno pagato, con risultati positivi per il mercato italiano delle Tic e per i suoi utenti. In effetti, dopo una fase difficile, oggi Telecom Italia è sulla buona strada. Merito del suo presidente Giuseppe Recchi e del nuovo amministratore delegato Flavio Cattaneo che hanno saputo voltare pagina dotando l'azienda di una nuova struttura organizzativa e mettendo a punto una missione al passo coi tempi e con le sfide che si profilano all'orizzonte. Si tratta di una strategia che è stata messa in campo di recente, ma che già in questi mesi, e ancor più nei prossimi darà degli ottimi frutti. Con beneficio di tutti i cittadini italiani che potranno usufruire di una infrastruttura sempre più moderna ed efficiente, in particolare attraverso gli investimenti dedicati alla banda larga. Vivendi ha scelto di puntare sui contenuti e sulla convergenza con gli operatori di telecomunicazioni per creare valore. Il nostro gruppo è uno dei leader mondiali nei contenuti e continua a rafforzarsi con investimenti mirati in aziende di punta del settore. Si tratta di un gruppo diversificato-pay tv con Canal Plus, musica con Universal Music Group, film e serie con StudioCanal, videogames con Gameloft -presente in tutto il mondo e con un giro d'affari di circa 11 miliardi euro. E' per questo che siamo interessati a un'alleanza con Mediaset, un'azienda con una forte notorietà, ricca di professionalità e di potenziali sinergie con Vivendi. Basti pensare quali risultati si potrebbero raggiungere se Francia e Italia collaborassero nel campo del cinema e delle serie televisive. Nonostante le difficoltà per trovare un terreno comune con Mediaset, non abbiamo abbandonato il nostro progetto iniziale finalizzato alla creazione di un grande gruppo dell'Europa meridionale in cui convergano contenuti e tic, di cui Mediaset rimane, secondo noi, uno dei pilastri. È per questo, chenel novembre 2016, abbiamo deciso di investire direttamente in Mediaset, diventandone il secondo azionista.
Noi siamo, ci tengo a ribadirlo, soci industriali che desiderano apportare il loro contributo al progetto paneuropeo che abbiamo deciso di sviluppare. La nostra azione è di lungo termine ed è trasparente. Questo, il senso delle mie dichiarazioni al Governo italiano e alla Consob. Non voglio qui entrare nel merito delle voci e delle indiscrezioni di mercato che circolano in continuazione. Desidero però ribadire il mio totale impegno nel difendere la validità del nostro progetto e nel ristabilire fiducia e serenità. Sono convinto che tutte le parti interessate ne trarranno dei benefici, l'Italia in primis. Questi sono i fatti e questi sono i nostri progetti.
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

giovedì 12 gennaio 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
"Haters Back Off", comedy sugli egotici del web
"Nel nuovo glossario di parole rese celebri dal web c'è anche hater, letteralmente l'odiatore accanito, colui che sui social disprezza e critica in modo distruttivo e insistente un personaggio celebre, un tipo di musica, una serie o un film, e via così. L'hater può spesso trasformarsi in un parente prossimo del webete, geniale invenzione terminologica di Enrico Mentana. «Haters Back Off» è una nuova serie comica originale in otto puntate di Netflix. Al centro del racconto c'è proprio il tema della celebrità online e dell'accanimento degli «odiatorb : il clima è molto surreale e grottesco perché la protagonista è Miranda Sing, un personaggio d'invenzione creato da Colleen Baallinger, un comica americana che dal 2008 porta avanti, in un canale YouTube e in molti spettacoli dal vivo, una divertente satira sulle celebrità della rete, un divismo che può toccare a chiunque perché la rete nella sua orizzontalità ha annullato le tradizionali formule di costruzione della fama. Miranda è una ragazza senza alcun talento ma con una grande considerazione di se e uno spirito fortemente narcisistico: come molti, tenta la strada del successo caricando video amatoriali su You Tube in cui si esibisce in sgangherate prove di canto, con il sogno di moltiplicare esponenzialmente le sue visualizzazioni e «diventare virale». A volte i meccanismi che trasformano il trash in tormentone sono misteriosi, ma nel caso di Miranda il miracolo non accade. Vorrebbe essere una star di YouTube, vorrebbe avere degli hater, che attesterebbero il suo successo, ma quello che le riesce è solamente imbarazzare la sorella più sveglia, Emily, e creare preoccupazioni alla madre un po' fusa, Bethany. Oltre a essere una parodia dei personaggi egotici e incapaci che affollano il web, la serie gioca anche sui toni della commedia familiare, raccontando una famiglia disfunzionale alle prese con la ricerca della celebrità". (Aldo Grasso

mercoledì 11 gennaio 2017

SGUARDO FETISH - Mr. Dior! Rami Malek ingaggiato nella nuova campagna cult della griffe francese
Dior Homme just released its Summer 2017 campaign and it features some big stars like Mr. Robot‘s Rami MalekThe campaign was shot by Willy Vanderperre and styled by Oliver Rizzo in the studio and the streets of Paris, France.


"Il trivial game + divertente dell'anno" (Lucca Comics)

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Il GIOCO DEI TELEFILM di Leopoldo Damerini e Fabrizio Margaria, nei migliori negozi di giocattoli: un viaggio lungo 750 domande divise per epoche e difficoltà. Sfida i tuoi amici/parenti/partner/amanti e diventa Telefilm Master. Disegni originali by Silver. Regolamento di Luca Borsa. E' un gioco Ghenos Games. http://www.facebook.com/GiocoDeiTelefilm. https://twitter.com/GiocoTelefilm

Lick it or Leave it!

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