L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
"The Walking Dead", la 7° stagione la peggiore e diventa caso da manuale
"Con un lungo episodio finale di mezza stagione, da noi in Italia su Fox, finisce in pausa per qualche mese The Walking Dead. La settima stagione è stata finora la peggiore sotto il profilo delle critiche, delle reazioni dei fans e inevitabilmente anche dei numeri, scesi a livello del momento nero nel 2013. La serie che fino a ieri è stato il più imprevedibile e straordinario successo degli anni Dieci, ha perso negli Usa sei milioni di spettatori in pochi episodi, più di un terzo rispetto alla prima puntata, e anche nel resto del mondo è arretrata parecchio. Una ripresa in grande stile è sempre possibile, e unottava stagione di i6 episodi è già in preparazione. Quasi undici milioni di americani che si sono riuniti ancora a fine novembre per TWD in diretta "lineare", vanno considerati comunque un'eccezione, se paragonati al milione e 800 mila del secondo telefilm nella classifica delle tv via cavo, che è pur sempre un kolossal, già amato anche dalla critica, come Westworld di HBO, o dal milione e 40o mila del più facile Shameless di Showtime. Al provvisorio finale gli autori e AMC hanno messo un titolo che si può leggere come una metafora dell'impasse televisivo della serie: Hearts Still Beating, Cuori che battono ancora. Già, è proprio il battito di TWD che sembra un po' spento, langue sotto il tallone di Negan» e scivola nel «torture porre», ha scritto Kevin Fitzpatrick di Scveencrush. A TWD non ha funzionato nemmeno il trucchetto "d'allungare il bando", ovvero di tirare avanti in termini di tempo, come fanno le tv in Italia con i programmi di punta, che è snaturante. Su questa prima parte della settima stagione di TWD, AMC s'è giocata la battaglia con episodi che vengono chiamati "Extended Run Time": dilatando le lunghezze da 60 a 70 o 80 e persino 90 minuti, si stravolge la natura stessa del racconto, saltano alcune regole di costruzione e mutano per ritmo e intensità anche i "cliffhangers", i preziosi agganci di suspense. L'altra lezione riguarda le esagerazioni del marketing, e si è vista già tutta dopo il primo episodio imperniato sul nuovo cattivo Negan, con in mano la sanguinante mazza con filo spinato, icone della sterminata campagna promozionale, rivelatasi, alla fine, controproducente. il troppo stoppia, come si dice, anche allo zombie. Snaturato dall'aspettativa eccessiva e da un salto di genere e da un allungamento di narrazione, The Walking Dead 7/I è già un caso da manuale, che la dice lunga su quanto siano da prendere sul serio — anche Mika ne sa qualcosa — il linguaggio specifico della Tv e i meccanismi della comunicazione". (Paolo Martini)
lunedì 19 dicembre 2016
PICCOLO GRANDE SCHERMO - Anche Julia Roberts si dà alle serie tv (grazie a un best-seller...)
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sabato 17 dicembre 2016
NEWS - Dopo gli scandali sessuali, Bill Cosby torna in tv tra pochi giorni (a grande richiesta)!
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venerdì 16 dicembre 2016
NEWS - Achtung, compagni! Tra 10 anni vedremo solo serie tv su internet. Il modello Netflix è diventato il mantra (e Vivendi lo sa...)
Articolo tratto da "la Repubblica"
«Guardare la serie tv o il film preferito quando si vuole e su qualsiasi schermo. Ecco il modello che sta vincendo. Il sorpasso sul palinsesto tradizionale in Italia è vicino e nel 2020 sarà un fatto in tutto il mondo». Aurelio Severino, direttore della divisione Tv e Media di Ericsson, racconta cosi la svolta. Una svolta certificata nell'ultimo rapporto sulla fruizione dei video, fra conferme e sorprese come il calo dello share di YouTube. Per le reti della multinazionale svedese passa il 40 per cento del traffico mobile del pianeta: due miliardi e mezzo di utenti. Ma l'analisi sulla tv parte da un campione rappresentativo più ristretto, "appena" un miliardo e 100 milioni di persone con 26 milioni di italiani dai 16 ai 69 anni. «Le generazioni più giovani sono già passate all'on demand, attraverso lo schermo dello smartphone», continua Severino. «Quel che mi ha colpito? Mai come quest'anno abbiamo notato un'attitudine diversa non solo per fasce di età: c'è chi guarda solo su mobile, chi usa i servizi streaming, chi guarda la tv tradizionale e chi passa dall'uno all'altra. Per restare rilevanti i network devono raggiungere tutti. Non è un'operazione semplice».
Il modello Netflix è diventato patrimonio comune: abbonamento mensile, app universale, catalogo più o meno vasto e tante produzioni originali. Ma quel che più conta è che le differenze fra colossi del Web e network cominciano ad esser sfumate. Mentre si attende l'arrivo in Italia di Amazon Prime Video nel giro di poche settimane — simile a Netflix, ma negli Usa sta trattando i diritti per trasmettere perfino lo sport — l'altro ieri Sky ha cominciato ad usare un sistema per personalizzare le pubblicità. Se abiti in una certa città, AdSmart sceglie réclame diverse rispetto a chi abita altrove. Metodo Google, che lo fa dal 2009. Netflix invece, frequentata dal 17 per cento del popolo dell'on demand (primo dato sull'Italia a un anno dal suo arrivo), ha preso a pubblicare gli episodi di alcune serie una volta alla settimana, alla vecchia maniera. YouTube? Si è messa anche lei a produrre serie e da questa estate ha stretto accordi fra gli altri con Lionsgate. Forse perché oltre i teenager non riesce ad andare. Anzi, la sua fetta di mercato cala da noi. E intanto nel 2016, su scala mondiale, il 20 per cento di chi guarda la tv su smartphone ha cominciato ad usare servizi a pagamento. Non era mai successo prima. Si vede che il telefonino non è solo il regno di youtuber come Favij e dei Live di Facebook.
«In dieci anni tutta la tv verrà distribuita attraverso Internet. Il duello non sarà più fra il "nuovo venuto dal Web e i colossi della "vecchia" televisione», commenta Andrea Rangone del Politecnico di Milano, per anni a capo dell'osservatorio Internet Media, »ma fra chi ha i contenuti migliori, serie tv in primis, per i quali noi telespettatori siamo disposti a pagare, e chi invece continuerà a trasmette gratuitamente contando solo sulla pubblicità». Che oggi è in mano ai network tradizionali: 186 miliardi di dollari contro i 17 miliardi dei video online stile YouTube. Insomma, se musica e stampa sono stati fagocitati da Silicon Valley, qui la partita è aperta. E per competere bisogna avere i cosiddetti contenuti "premium", poco importa che si chiamino Il trono di spade o in altro modo. «La domanda del secolo? Chi alla fine prevarrà», conclude Rangone. Su una cosa però non ci sono dubbi: l'offerta sta già lievitando e noi guardiamo sempre più video, soprattutto in Italia dove siamo passati da 29 ore a settimana a 36. Nel resto del mondo sono meno teledipendenti. Ma questa non è esattamente una novità.
Articolo tratto da "la Repubblica"
«Guardare la serie tv o il film preferito quando si vuole e su qualsiasi schermo. Ecco il modello che sta vincendo. Il sorpasso sul palinsesto tradizionale in Italia è vicino e nel 2020 sarà un fatto in tutto il mondo». Aurelio Severino, direttore della divisione Tv e Media di Ericsson, racconta cosi la svolta. Una svolta certificata nell'ultimo rapporto sulla fruizione dei video, fra conferme e sorprese come il calo dello share di YouTube. Per le reti della multinazionale svedese passa il 40 per cento del traffico mobile del pianeta: due miliardi e mezzo di utenti. Ma l'analisi sulla tv parte da un campione rappresentativo più ristretto, "appena" un miliardo e 100 milioni di persone con 26 milioni di italiani dai 16 ai 69 anni. «Le generazioni più giovani sono già passate all'on demand, attraverso lo schermo dello smartphone», continua Severino. «Quel che mi ha colpito? Mai come quest'anno abbiamo notato un'attitudine diversa non solo per fasce di età: c'è chi guarda solo su mobile, chi usa i servizi streaming, chi guarda la tv tradizionale e chi passa dall'uno all'altra. Per restare rilevanti i network devono raggiungere tutti. Non è un'operazione semplice».
Il modello Netflix è diventato patrimonio comune: abbonamento mensile, app universale, catalogo più o meno vasto e tante produzioni originali. Ma quel che più conta è che le differenze fra colossi del Web e network cominciano ad esser sfumate. Mentre si attende l'arrivo in Italia di Amazon Prime Video nel giro di poche settimane — simile a Netflix, ma negli Usa sta trattando i diritti per trasmettere perfino lo sport — l'altro ieri Sky ha cominciato ad usare un sistema per personalizzare le pubblicità. Se abiti in una certa città, AdSmart sceglie réclame diverse rispetto a chi abita altrove. Metodo Google, che lo fa dal 2009. Netflix invece, frequentata dal 17 per cento del popolo dell'on demand (primo dato sull'Italia a un anno dal suo arrivo), ha preso a pubblicare gli episodi di alcune serie una volta alla settimana, alla vecchia maniera. YouTube? Si è messa anche lei a produrre serie e da questa estate ha stretto accordi fra gli altri con Lionsgate. Forse perché oltre i teenager non riesce ad andare. Anzi, la sua fetta di mercato cala da noi. E intanto nel 2016, su scala mondiale, il 20 per cento di chi guarda la tv su smartphone ha cominciato ad usare servizi a pagamento. Non era mai successo prima. Si vede che il telefonino non è solo il regno di youtuber come Favij e dei Live di Facebook.
«In dieci anni tutta la tv verrà distribuita attraverso Internet. Il duello non sarà più fra il "nuovo venuto dal Web e i colossi della "vecchia" televisione», commenta Andrea Rangone del Politecnico di Milano, per anni a capo dell'osservatorio Internet Media, »ma fra chi ha i contenuti migliori, serie tv in primis, per i quali noi telespettatori siamo disposti a pagare, e chi invece continuerà a trasmette gratuitamente contando solo sulla pubblicità». Che oggi è in mano ai network tradizionali: 186 miliardi di dollari contro i 17 miliardi dei video online stile YouTube. Insomma, se musica e stampa sono stati fagocitati da Silicon Valley, qui la partita è aperta. E per competere bisogna avere i cosiddetti contenuti "premium", poco importa che si chiamino Il trono di spade o in altro modo. «La domanda del secolo? Chi alla fine prevarrà», conclude Rangone. Su una cosa però non ci sono dubbi: l'offerta sta già lievitando e noi guardiamo sempre più video, soprattutto in Italia dove siamo passati da 29 ore a settimana a 36. Nel resto del mondo sono meno teledipendenti. Ma questa non è esattamente una novità.
giovedì 15 dicembre 2016
NEWS - Auditel come il governo Gentiloni, ci prendono in giro! Che fine ha fatto la rilevazione ascolti tv su tutti i device che doveva partire in autunno 2017? "Non prima del 2018"! Ormai il 55% degli italiani preferisce contenuti on demand (che Auditel non monitora)
Articolo tratto da "Il Sole 24 ore"
Auditel si prepara alla svolta "2.0", con la misurazione delle audience su tutti i device, non solo sulla tv tradizionale. Civorrà il 2018 e quindi si tratta di una faccenda né breve né indolore in una fase in cui i second screen sta prendendo piede. I broadcaster poi - Sky su tutti, ma non solo - mostrano più di qualche sofferenza per un vestito (quello degli ascolti lineari) che sta sempre più stretto. A quanto però risulta al Sole 24 Ore, in due consigli svolti a ottobre e novembre Auditel ha posto le basi per partire con l'operazione che porterà la società a un approdo ormai necessario. Che sia una scelta non più differibile lo dice l'esperienza e lo dicono i numeri. È evidente che la visione di prodotto tv attraverso smartphone e tablet è in crescita. Nei giorni scorsi sono stati diffusi i risultati dell'annuale analisi di Ericsson - TV e Media Report 2016 - che per l'Italia fa riferimento a un campione di oltre mille persone, tra 16 e i 69 anni, rappresentativo di 26 milioni di italiani. Gli intervistati hanno una connessione a banda larga e guardano contenuti televisivi almeno una volta a settimana. Si tratta dunque di una platea che rispecchia la parte tecnologicamente più evoluta di utenti tv. Al netto di ciò i risultati sono però incontrovertibili. Uno su tutti: il 55% di intervistati dichiara infatti di preferire l'on-demand rispetto alla tv lineare, un dato aumentato rispetto al 2005 (quando era i1 45%). La macchina Auditel per la misurazi one delle audience attraverso tutti i device è così partita. Perché ciò accada i broadcaster dovranno prevedere già al segnale - che si tratti di tv o siti web o piattaforme on demand - un tag che sarà letto poi dai device nelle mani del campione. Volendo quindi semplificare al massimo gli aspetti tecnici, ad Auditel arriveranno informazioni specifiche e molto precise riguardo ai programmi visualizzati. Declinare queste informazioni in dati per età o genere sarà possibile con il nuovo campione che vedrà unire alle 5.700 famiglie del campione cambiato nell'ultimo anno (dopo lo scandalo dell'email che ha svelato il campione a ottobre 2015, portando anche a uno stop dell'attività di Auditel e impattando sul cambio di presidente) il "superpanel" con 1400 nuove famiglie. I risultati del superpanel non sono ancora pubblici e con ogni probabilità non lo saranno almeno per la prima parte del 2017. La mole di dati in arrivo dai broadcaster sarà utilizzata incrociandola con i responsi dal campione. Per sapere chi materialmente farà queste elaborazioni occorrerà però verificare l'esito di una gara fra i tre principali player di questo mercato: Nielsen, Comscore o Gfk. Potrebbe essere una sola la società incaricata, ma anche tutte e tre per singole parti. Nel frattempo è arrivato a defmizione un altro progetto che vede impegnata Auditel: la ricerca di base comune con Audiweb. L'intesa fra le due società sarebbe già stata sostanzialmente finalizzata.
mercoledì 14 dicembre 2016
NEWS - Nei migliori 25 programmi della tv italiana di tutti i tempi, secondo "Rolling Stone" in edicola, c'è anche "1992"! ("Gomorra" 2°)
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martedì 13 dicembre 2016
NEWS - Golden Globes, le nomination e le scelte di Telefilm Cult (in rosso)
Miglior serie TV drammatica
Miglior serie TV drammatica
The Crown
Game of Thrones
Stranger Things
This Is Us
Westworld
Game of Thrones
Stranger Things
This Is Us
Westworld
Miglior serie comedy o musicale
Atlanta
Black-ish
Mozart in the Jungle
Transparent
Veep
Atlanta
Black-ish
Mozart in the Jungle
Transparent
Veep
Miglior film TV o miniserie
American Crime
The Dresser
The Night Manager
The Night Of
People v. O.J. Simpson
American Crime
The Dresser
The Night Manager
The Night Of
People v. O.J. Simpson
Miglior attore in una serie TV drammatica
Rami Malek, Mr. Robot
Bob Odenkirk, Better Call Saul
Matthew Rhys, The Americans
Liev Schreiber, Ray Donovan
Billy Bob Thornton, Goliath
Rami Malek, Mr. Robot
Bob Odenkirk, Better Call Saul
Matthew Rhys, The Americans
Liev Schreiber, Ray Donovan
Billy Bob Thornton, Goliath
Miglior attore in una serie TV commedia o musicale
Anthony Anderson, Blackish
Gael Garcia Bernal, Mozart in the Jungle
Donald Glover, Atlanta
Nick Nolte, Graves
Jeffrey Tambor, Transparent
Anthony Anderson, Blackish
Gael Garcia Bernal, Mozart in the Jungle
Donald Glover, Atlanta
Nick Nolte, Graves
Jeffrey Tambor, Transparent
Miglior attore in una miniserie
Riz Ahmed, The Night Of
Bryan Cranston, All the Way
Tom Hiddleston, The Night Manager
Courtney B. Vance, The People v. O.J.: American Crime Story
John Turturro, The Night Of
Riz Ahmed, The Night Of
Bryan Cranston, All the Way
Tom Hiddleston, The Night Manager
Courtney B. Vance, The People v. O.J.: American Crime Story
John Turturro, The Night Of
Miglior attore non protagonista in una serie, film TV o miniserie
Sterling K. Brown, People v O.J. Simpson
Hugh Laurie, The Night Manager
John Lithgow, The Crown
Christian Slater, Mr. Robot
John Travolta, People v. O.J. Simpson
Sterling K. Brown, People v O.J. Simpson
Hugh Laurie, The Night Manager
John Lithgow, The Crown
Christian Slater, Mr. Robot
John Travolta, People v. O.J. Simpson
Miglior attrice in una serie TV drammatica
Caitriona Balfe, Outlander
Claire Foy, The Crown
Keri Russell, The Americans
Winona Ryder, Stranger Things
Evan Rachel Wood, Westworld
Caitriona Balfe, Outlander
Claire Foy, The Crown
Keri Russell, The Americans
Winona Ryder, Stranger Things
Evan Rachel Wood, Westworld
Miglior attrice non protagonista in una serie, film TV o miniserie
Olivia Coleman, The Night Manager
Lena Headey, Game of Thrones
Chrissy Metz, This Is Us
Mandy Moore, This Is Us
Thandie Newton, Westworld
Olivia Coleman, The Night Manager
Lena Headey, Game of Thrones
Chrissy Metz, This Is Us
Mandy Moore, This Is Us
Thandie Newton, Westworld
Miglior attrice in un film tv o miniserie
Felicity Huffman, American Crime
Riley Keough, The Girlfriend Experience
Sarah Paulson, People v. O.J. Simpson
Charlotte Rampling, London Spy
Kerry Washington, Confirmation
Felicity Huffman, American Crime
Riley Keough, The Girlfriend Experience
Sarah Paulson, People v. O.J. Simpson
Charlotte Rampling, London Spy
Kerry Washington, Confirmation
Miglior attrice in una serie tv comedy o musicale
Rachel Bloom, Crazy Ex-Girlfriend
Julia Louis-Dreyfus, Veep
Sarah Jessica Parker, Divorce
Issa Ree, Insecure
Gina Rodriguez, Jane the Virgin
Tracee Ellis Ross, black-ish
Rachel Bloom, Crazy Ex-Girlfriend
Julia Louis-Dreyfus, Veep
Sarah Jessica Parker, Divorce
Issa Ree, Insecure
Gina Rodriguez, Jane the Virgin
Tracee Ellis Ross, black-ish
lunedì 12 dicembre 2016
GOSSIP - Una delle "Pretty Little Liars" si è sposata! Scopri con chi e i dettagli della cerimonia
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domenica 11 dicembre 2016
venerdì 9 dicembre 2016
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
"This is us", la serie che tende a commuovere (ma non quanto la più spontanea "Parenthood")
"Su Fox Life è iniziata da poco 'This is Us', una nuova serie tv che in America ha fatto commuovere e discutere (lunedì ore 22.00). Al centro della storia ci sono le vite di alcuni personaggi, disseminati in varie città americane: piano piano, mentre la trama si dipana, si scopriranno tutti legati da intrecci e nodi profondi, che il racconto disvela con alcuni efficaci colpi di scena. Ci sono Jack (Milo Ventimiglia) e Rebecca (Mandy Moore), una giovane coppia in attesa di tre gemelli. E poi ci sono Kevin, Kate e Randall: ognuno di loro è mosso dall'insoddisfazione ed è in cerca di un cambiamento. Kate è una donna obesa che deve dimagrire (la grande fiction prende spunti dalla tv «ordinaria», del dimagrimento e della trasformazione), Kevin è un attore alle prime armi che vorrebbe essere considerato non solo per il suo bell'aspetto, Randall vuole chiudere i conti con il passato e trovare finalmente il suo padre biologico, che lo ha abbandonato da piccolissimo. Senza rivelare troppo della trama e dei trucchi di scrittura che Dan Fogelman, il creatore della serie, s'inventa per tenere legati fra loro questi quattro quadri narrativi principali, si può dire che «This is us» è un ritratto del matrimonio, delle relazioni tra genitori, figli e fratelli, tutto molto carico di significato. È una riflessione su un'appartenenza che definisce in profondità l'essere umano, quella alla famiglia. In America va in onda su NBC, il canale che ha trasmesso «Parenthood», una delle serie più belle degli ultimi anni, ugualmente centrata sulla famiglia: il confronto è inevitabile. Dove in «Parenthood» la scrittura per quanto raffinata riusciva sempre a sembrare spontanea nel rappresentare i sentimenti e le psicologie dei personaggi della famiglia Braverman, 'This is us' dà l'impressione a tratti di essere troppo «chirurgico», calcolato nel cercare e suscitare l'emozione e la commozione di chi guarda". (Aldo Grasso, 07.12.2016)
CORRIERE DELLA SERA
"This is us", la serie che tende a commuovere (ma non quanto la più spontanea "Parenthood")
"Su Fox Life è iniziata da poco 'This is Us', una nuova serie tv che in America ha fatto commuovere e discutere (lunedì ore 22.00). Al centro della storia ci sono le vite di alcuni personaggi, disseminati in varie città americane: piano piano, mentre la trama si dipana, si scopriranno tutti legati da intrecci e nodi profondi, che il racconto disvela con alcuni efficaci colpi di scena. Ci sono Jack (Milo Ventimiglia) e Rebecca (Mandy Moore), una giovane coppia in attesa di tre gemelli. E poi ci sono Kevin, Kate e Randall: ognuno di loro è mosso dall'insoddisfazione ed è in cerca di un cambiamento. Kate è una donna obesa che deve dimagrire (la grande fiction prende spunti dalla tv «ordinaria», del dimagrimento e della trasformazione), Kevin è un attore alle prime armi che vorrebbe essere considerato non solo per il suo bell'aspetto, Randall vuole chiudere i conti con il passato e trovare finalmente il suo padre biologico, che lo ha abbandonato da piccolissimo. Senza rivelare troppo della trama e dei trucchi di scrittura che Dan Fogelman, il creatore della serie, s'inventa per tenere legati fra loro questi quattro quadri narrativi principali, si può dire che «This is us» è un ritratto del matrimonio, delle relazioni tra genitori, figli e fratelli, tutto molto carico di significato. È una riflessione su un'appartenenza che definisce in profondità l'essere umano, quella alla famiglia. In America va in onda su NBC, il canale che ha trasmesso «Parenthood», una delle serie più belle degli ultimi anni, ugualmente centrata sulla famiglia: il confronto è inevitabile. Dove in «Parenthood» la scrittura per quanto raffinata riusciva sempre a sembrare spontanea nel rappresentare i sentimenti e le psicologie dei personaggi della famiglia Braverman, 'This is us' dà l'impressione a tratti di essere troppo «chirurgico», calcolato nel cercare e suscitare l'emozione e la commozione di chi guarda". (Aldo Grasso, 07.12.2016)
mercoledì 7 dicembre 2016
NEWS - JJ Abrams+Meryl Streep, coppia d'assi ad alto budget che nessun network vuole (per ora)
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lunedì 5 dicembre 2016
NEWS - Più che letale è Arma Fetale. Confronto da grande a piccolo schermo sulle origini della saga con Gibson-Glover (da stasera su Italia 1)
Era il 1987 quando un giovane Mel Gibson vestiva, per la prima volta, i panni del poliziotto Martin Riggs nell’action-movie “Arma Letale”. Il film consacrò definitivamente la popolarità dell’attore americano e diede vita a una saga cinematografica che diventò un vero e proprio cult. Due delle pellicole conquistarono persino una nomination agli Oscar. Ventinove anni dopo il primo film, “Lethal Weapon” diventa una serie tv che, per la prima volta, verrà trasmessa da Italia 1 quasi in contemporanea con gli Stati Uniti, da lunedì 5 dicembre in prima serata e in prima tv assoluta. In “Lethal Weapon” il giovane attore Clayne Crawford prende il posto di Mel Gibson. Per rendere la serie più attuale, Martin Riggs non è più un veterano del Vietnam, come nella pellicola originale, bensì un ex Navy Seal. Al suo fianco, è il plurinominato agli Emmy Awards, Damon Wayans, a interpretare il poliziotto più maturo e prudente Roger Murtaugh, ruolo che fu negli anni Ottanta del celebre Danny Glover. Nel cast anche la star di “Fast and Furious”Jordana Brewster nel ruolo di Maureen "Mo" Cahill, negoziatrice e terapista del dipartimento di polizia di Los Angeles. Guest star Hilarie Burton nei panni di un'investigatrice che lavora con la DEA, l'antidroga. Azione, dramma, amicizia e humour sono solo alcuni degli ingredienti della sceneggiatura firmata, tra gli altri, dall’ideatore Matt Miller, già produttore esecutivo di “Chuck” e “Forever”. Due episodi della serie sono diretti dal regista, produttore cinematografico e sceneggiatore statunitense, McG, noto per pellicole d’azione come “Charlie’s Angeles” e il sequel “Charlie's Angels - Più che mai”. In patria, i primi episodi della serie hanno ottenuto ottimi risultati d'ascolto – con una media di oltre 7 milioni di telespettatori -, tanto che la rete americana che trasmette la serie prodotta da Warner Bros ha ordinato la realizzazione di 5 puntate in più: “Lethal Weapon” ha, così, una prima stagione di 18 episodi. Per Entertainment Weekly “il pilot rappresenta tutto quello che è piaciuto della pellicola cult ‘Arma letale’ oltre a Danny Glover e Mel Gibson”. Tv Line ha invece affermato che “il cast funziona davvero, in larga parte perché Crawford è, non a caso, due volte più bravo di come probabilmente avrebbe bisogno di essere”.
Era il 1987 quando un giovane Mel Gibson vestiva, per la prima volta, i panni del poliziotto Martin Riggs nell’action-movie “Arma Letale”. Il film consacrò definitivamente la popolarità dell’attore americano e diede vita a una saga cinematografica che diventò un vero e proprio cult. Due delle pellicole conquistarono persino una nomination agli Oscar. Ventinove anni dopo il primo film, “Lethal Weapon” diventa una serie tv che, per la prima volta, verrà trasmessa da Italia 1 quasi in contemporanea con gli Stati Uniti, da lunedì 5 dicembre in prima serata e in prima tv assoluta. In “Lethal Weapon” il giovane attore Clayne Crawford prende il posto di Mel Gibson. Per rendere la serie più attuale, Martin Riggs non è più un veterano del Vietnam, come nella pellicola originale, bensì un ex Navy Seal. Al suo fianco, è il plurinominato agli Emmy Awards, Damon Wayans, a interpretare il poliziotto più maturo e prudente Roger Murtaugh, ruolo che fu negli anni Ottanta del celebre Danny Glover. Nel cast anche la star di “Fast and Furious”Jordana Brewster nel ruolo di Maureen "Mo" Cahill, negoziatrice e terapista del dipartimento di polizia di Los Angeles. Guest star Hilarie Burton nei panni di un'investigatrice che lavora con la DEA, l'antidroga. Azione, dramma, amicizia e humour sono solo alcuni degli ingredienti della sceneggiatura firmata, tra gli altri, dall’ideatore Matt Miller, già produttore esecutivo di “Chuck” e “Forever”. Due episodi della serie sono diretti dal regista, produttore cinematografico e sceneggiatore statunitense, McG, noto per pellicole d’azione come “Charlie’s Angeles” e il sequel “Charlie's Angels - Più che mai”. In patria, i primi episodi della serie hanno ottenuto ottimi risultati d'ascolto – con una media di oltre 7 milioni di telespettatori -, tanto che la rete americana che trasmette la serie prodotta da Warner Bros ha ordinato la realizzazione di 5 puntate in più: “Lethal Weapon” ha, così, una prima stagione di 18 episodi. Per Entertainment Weekly “il pilot rappresenta tutto quello che è piaciuto della pellicola cult ‘Arma letale’ oltre a Danny Glover e Mel Gibson”. Tv Line ha invece affermato che “il cast funziona davvero, in larga parte perché Crawford è, non a caso, due volte più bravo di come probabilmente avrebbe bisogno di essere”.
NEWS - Clamoroso al Cibali! Negan, un'altra stagione e mezza per rivitalizzare "The Walking Dead"
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sabato 3 dicembre 2016
PICCOLO GRANDE SCHERMO - Clamoroso al Cibali! "The Walking Dead" destinato a diventare un film!
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venerdì 2 dicembre 2016
GOSSIP - The Big Boob Theory. Kaley Cuoco: "mi sono rifatta il seno per me stessa"!
Kaley Cuoco shows off her amazing abs on the cover of Women’s Health magazine’s December 2016 issue. Here’s what the 30-year-old Big Bang Theory star had to share…
On plastic surgery: “Years ago, I had my nose done. And my boobs – best thing I ever did. Recently I had a filler in a line in my neck I’ve had since I was 12. As much as you want to love your inner self…I’m sorry, you also want to look good. I don’t think you should do it for a man or anyone else, but if it makes you feel confident, that’s amazing.”
On how horseback riding helped her through tough times: “For a month straight I would talk to my horse and just bawl. Finally I went out and the crying didn’t come. I was like ‘I think I actually got through this.”
On finding success in Hollywood: “I don’t think success comes over night. I’ve been doing this for over twenty years and it’s been a long road. If you really want it you’ve got to go for it, but that’s for anything…it takes a lot of work and a lot of drive and a lot of patience.”
Kaley Cuoco shows off her amazing abs on the cover of Women’s Health magazine’s December 2016 issue. Here’s what the 30-year-old Big Bang Theory star had to share…
On plastic surgery: “Years ago, I had my nose done. And my boobs – best thing I ever did. Recently I had a filler in a line in my neck I’ve had since I was 12. As much as you want to love your inner self…I’m sorry, you also want to look good. I don’t think you should do it for a man or anyone else, but if it makes you feel confident, that’s amazing.”
On how horseback riding helped her through tough times: “For a month straight I would talk to my horse and just bawl. Finally I went out and the crying didn’t come. I was like ‘I think I actually got through this.”
On finding success in Hollywood: “I don’t think success comes over night. I’ve been doing this for over twenty years and it’s been a long road. If you really want it you’ve got to go for it, but that’s for anything…it takes a lot of work and a lot of drive and a lot of patience.”
mercoledì 30 novembre 2016
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
In "The Night Of" tensione narrativa alle stelle
"Che angoscia! Chi volge gli occhi al fondo di un abisso è preso dalla vertigine; difficile staccarsi da un tale, terribile incantesimo. 'The Night Of' è una serie in otto episodi, una delle migliori della stagione (Sky Atlantic, venerdì, 21.15). Prodotta da Hbo, è stata scritta (alla sceneggiatura ha collaborato Richard Price) e diretta da Steve Zaillan (è lo sceneggiatore di Schindler's List). Ispirata al drama inglese «Criminal Justice» di Peter Moffat, era stata pensata per il grande James Gandolfini, scomparso nel 2013 (qui figura, comunque, come produttore esecutivo). 'The Night Of' narra la storia di Nasir Khan, detto Naz (interpretato da Riz Ahmed), uno studente universitario di origine pakistana, che vive coi suoi genitori nel Queens. Una sera, Nasir prende il taxi del padre senza il permesso per andare a una festa e dà un passaggio ad una giovane donna, Andrea, che lo scambia per il reale tassista. Dopo una notte insieme a base di sesso e droga, Nasir si risveglia trovando Andrea pugnalata a morte (un vero massacro) nell'appartamento di lei, senza il minimo ricordo di cosa sia accaduto. Incastrato dall'arma del delitto e da diverse testimonianze, più o meno casuali, Nasir si affida all'aiuto di un avvocato caduto in disgrazia, Jack Stone (interpretato da John Turturro), per dimostrare nel processo la sua innocenza. La prima puntata non lascia dubbi: Naz è innocente. Ma questo è solo il punto di partenza, un progressivo slittamento dal legal drama al racconto della durezza della vita carceraria. E l'inquietudine nasce proprio da quelle atmosfere rese immortali da Kafka: uno dei principi che regolano il lavoro della giustizia è che resta remota la possibilità di uno sbaglio. Meglio: errori se ne commettono, ma chi può dire alla fin fine che sia davvero un errore? Di qui l'angoscia, resa concreta dalla fotografia e dalla tensione narrativa". (Aldo Grasso, 27.11.2016)
CORRIERE DELLA SERA
In "The Night Of" tensione narrativa alle stelle
"Che angoscia! Chi volge gli occhi al fondo di un abisso è preso dalla vertigine; difficile staccarsi da un tale, terribile incantesimo. 'The Night Of' è una serie in otto episodi, una delle migliori della stagione (Sky Atlantic, venerdì, 21.15). Prodotta da Hbo, è stata scritta (alla sceneggiatura ha collaborato Richard Price) e diretta da Steve Zaillan (è lo sceneggiatore di Schindler's List). Ispirata al drama inglese «Criminal Justice» di Peter Moffat, era stata pensata per il grande James Gandolfini, scomparso nel 2013 (qui figura, comunque, come produttore esecutivo). 'The Night Of' narra la storia di Nasir Khan, detto Naz (interpretato da Riz Ahmed), uno studente universitario di origine pakistana, che vive coi suoi genitori nel Queens. Una sera, Nasir prende il taxi del padre senza il permesso per andare a una festa e dà un passaggio ad una giovane donna, Andrea, che lo scambia per il reale tassista. Dopo una notte insieme a base di sesso e droga, Nasir si risveglia trovando Andrea pugnalata a morte (un vero massacro) nell'appartamento di lei, senza il minimo ricordo di cosa sia accaduto. Incastrato dall'arma del delitto e da diverse testimonianze, più o meno casuali, Nasir si affida all'aiuto di un avvocato caduto in disgrazia, Jack Stone (interpretato da John Turturro), per dimostrare nel processo la sua innocenza. La prima puntata non lascia dubbi: Naz è innocente. Ma questo è solo il punto di partenza, un progressivo slittamento dal legal drama al racconto della durezza della vita carceraria. E l'inquietudine nasce proprio da quelle atmosfere rese immortali da Kafka: uno dei principi che regolano il lavoro della giustizia è che resta remota la possibilità di uno sbaglio. Meglio: errori se ne commettono, ma chi può dire alla fin fine che sia davvero un errore? Di qui l'angoscia, resa concreta dalla fotografia e dalla tensione narrativa". (Aldo Grasso, 27.11.2016)
lunedì 28 novembre 2016
Al grido internazionale di "Setting a new standard" e, in italiano, "10 minuti non ti porteranno mai così lontano", è stata presentata stamattina alla Fonderia Napoleonica di Milano - location che suggerisce imprese "rivoluzionarie" - la app Studio+, nata dalla joint venture tra TIM e Vivendi. In soldoni: serie tv originali realizzate appositamente per smartphone e tablet (ma visibili anche su pc e Mac, volendo, come da abbonati non TIM) in qualità HD sia video che audio, anche in modalità off-line in download. Inquadrature più strette, sceneggiature più dinamiche, lungo serie di 10 episodi da 10 minuti l'uno; ogni settimana una serie nuova disponibile, in 5 lingue diverse (con sottotitoli). Una piccola grande rivoluzione salutata da Dominique Delport, Presidente di Vivendi Content con "We love density" lungo "un prodotto di alta qualità ad uso esclusivo, storie affascinanti e di grande divertimento facilmente fruibili". Gli ha fatto eco Daniela Biscarini, Responsabile Multimedia Entertainment & Consumer Digital Services di TIM, secondo la quale "ormai i giovani guardano le serie tv sulla rete mobile sdraiati sul divano, accanto alla tv".
Tra le 15 serie in arrivo, battenti bandiere francese, italiana, inglese, marocchina, danese, canadese, thailandese, belga, brasiliana e americana, si spazia dall'horror al crime, dall'avventura al drama e sci-fi. Al momento non trova spazio la comedy. Titolo di punta è il thriller danese "Kill Skills": un killer francese fugge in Danimarca dopo che la figlia di un boss malavitoso israeliano è morta per overdose al fianco dell'assassino su commissione. Caterina Murino è la protagonista della francese "Deep", girata sulla vita in apnea di Sofia per ritornare a galla nella vita dopo la perdita del fratello gemello sommozzatore. Guest star Ornella Muti. Spazio anche alle rivolte degli animali in "Urban Jungle" (UK), il claustrofobico "Madame Hollywood" (Canada), il thailandese "Brutal" sullo sfondo dei combattimenti clandestini, il belga catastrofico "Amnesia", il super-eroico americano "Superhuman" e il bollente brasiliano "Red Season".
Nel comunicato stampa si legge: "L'accordo tra TIM e Studio+ sottolinea come la realizzazione di sinergie tra operatori di telecomunicazione e produttori di contenuti premium (n.d.r.: non Premium!) rappresenti il nuovo percorso per lo sviluppo di modelli inediti di intrattenimento che permetteranno di raggiungere una nuova generazione di spettatori, offrendo produzioni digitali originali e di alto livello".
L'offerta Studio+ è proposta in esclusiva ai clienti TIM a 3,99 euro al mese con il primo mese gratis.
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domenica 27 novembre 2016
GOSSIP - Stranger Covers! Una copertina per due con i volti-rivelazione della stagione
Millie Bobby Brown glances at the camera on the cover of Dazed magazine’s Winter 2016 issue, available now. Here’s what the 12-year-old Stranger Things actress and her co-star Finn Wolfhard had to share with the mag:
Millie Bobby Brown glances at the camera on the cover of Dazed magazine’s Winter 2016 issue, available now. Here’s what the 12-year-old Stranger Things actress and her co-star Finn Wolfhard had to share with the mag:
Millie, on what she would tell her character Eleven: “Don’t give up, that’s it. She’s always trying to give up, but she can’t. But maybe one day she will! You never know.”
Finn, on auditioning for the show from his bedroom: “I did it sick from bed. Just on my phone, then I emailed it. Matt and Ross [Duffer] loved it, and they made me do it again. Finally, I came to LA and met them.”
Millie, on meeting Winona Ryder: “She’s incredible, ultra-professional and a really good friend. I met her in the production office and we were all having lunch and she just came in and was like, ‘I was told that I look like you!’ We’d sneak away to her trailer to eat cheese and crackers and gossip.”
Finn, on what’d he wants to see in season two: “I’d love to see myself a little heartbroken. You know, because Elle’s been gone for a year, so I’d love to see him [have to] conquer being a little sad, a little depressed.”
venerdì 25 novembre 2016
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
There is just one more week to go until the new Gilmore Girls episodes debut on Netflix and this fun cover for Entertainment Weekly is getting us so excited! The main cast members, including Lauren Graham and Alexis Bledel, pose in Brady Bunch style photos and the result is too cute. Also featured are Rory’s three guys – Jared Padalecki, Milo Ventimiglia and Matt Czuchry – as well as Kelly Bishop, Scott Patterson, and Keiko Agena. In the issue, Lauren talks about the change of pace in season seven when a new showrunner took over and Lorelai’s signature dialogue was different. “I was in a scene in that seventh season and I thought, ‘Something feels so odd to me,’” she said. “And it was I was in a scene with two other people and I wasn’t talking. I thought, ‘I’ve never had this before.’”
mercoledì 23 novembre 2016
NEWS - Vivendi non sta a guardare e lancia serie tv in esclusiva sul mobile in accordo con Tim (Premium è avvisata!)
Articolo tratto da "Italia Oggi"
Le tensioni tra Mediaset e Vivendi non riguardano solo l'acquisizione di Premium da parte del gruppo francese. Ma anche e soprattutto, dice Marco Giordani, cfo di Mediaset, a.d. di Rti e presidente di Premium, il progetto che Mediaset aveva con Vivendi per la realizzazione di un polo produttivo di contenuti europei, di una sorta di Over the top alternativo ai vari Netfiix ecc. E in attesa che gli screzi si appianino, il gruppo Vivendi va per la sua strada e il 28 novembre presenta a Milano Studio+, il nuovo servizio di Vivendi che mette a disposizione serie fruibili esclusivamente da mobile. Studio+ sarà operativo dal 4 dicembre, tramite un abbonamento sottoscrivibile attraverso Tim, con dieci nuove serie di 5-10 minuti a episodio, prodotte esclusivamente per mobile. All'incontro del 28 novembre interverranno il responsabile contenuti di Vivendi, Dominique Delport, il ceo di Studio+ , Gilles Galaud, e Daniela Biscarini, responsabile entertainment di Tim. Intanto, ieri, Vivendi ha reso noto con una nota di aver collocato obbligazioni per un valore di 600 milioni di euro, per «beneficiare delle condizioni di mercato ancora favorevoli in un contesto volatile». L'obbligazione della durata di sette anni è stata collocata presso investitori istituzionali. Vivendi allunga così, ha precisato la stessa società francese, la durata media del suo debito obbligazionario a 4,5 anni.
Articolo tratto da "Italia Oggi"
Le tensioni tra Mediaset e Vivendi non riguardano solo l'acquisizione di Premium da parte del gruppo francese. Ma anche e soprattutto, dice Marco Giordani, cfo di Mediaset, a.d. di Rti e presidente di Premium, il progetto che Mediaset aveva con Vivendi per la realizzazione di un polo produttivo di contenuti europei, di una sorta di Over the top alternativo ai vari Netfiix ecc. E in attesa che gli screzi si appianino, il gruppo Vivendi va per la sua strada e il 28 novembre presenta a Milano Studio+, il nuovo servizio di Vivendi che mette a disposizione serie fruibili esclusivamente da mobile. Studio+ sarà operativo dal 4 dicembre, tramite un abbonamento sottoscrivibile attraverso Tim, con dieci nuove serie di 5-10 minuti a episodio, prodotte esclusivamente per mobile. All'incontro del 28 novembre interverranno il responsabile contenuti di Vivendi, Dominique Delport, il ceo di Studio+ , Gilles Galaud, e Daniela Biscarini, responsabile entertainment di Tim. Intanto, ieri, Vivendi ha reso noto con una nota di aver collocato obbligazioni per un valore di 600 milioni di euro, per «beneficiare delle condizioni di mercato ancora favorevoli in un contesto volatile». L'obbligazione della durata di sette anni è stata collocata presso investitori istituzionali. Vivendi allunga così, ha precisato la stessa società francese, la durata media del suo debito obbligazionario a 4,5 anni.
martedì 22 novembre 2016
CORRIERE DELLA SERA
"The Young Pope", una anti-serie dal compiacimento fastidioso
"Ho visto anche l'ultima puntata di «The Young Pope», non me ne sono persa una (Sky Cinema). Dovessi però dire il motivo sarei in seria difficoltà. In questi casi si ricorre alla scappatoia del guilty pleasure, quella sorta di attrazione fatale che si prova davanti alle opere sublimemente ridicole. Ma si può liquidare così una serie tanto divisiva? L'aspetto più affascinante è che uno, ogni volta, si chiede dove Paolo Sorrentino voglia andare a parare. Non è una serie, ma un'antiserie (sarà interessante osservare come verrà recepita all'estero). Non è un racconto (non c'è trama o, almeno, è flebile), ma, volutamente un antiracconto. Costruire una narrazione in dieci puntate basandosi solo sui dialoghi («The Young Pope» è un lungo film che non tiene minimamente conto degli espedienti narrativi della serialità) è opera o di un pazzo odi un genio. Per questo, i due aspetti più controversi sono il «realismo magico» di Sorrentino (altrimenti detto «sorrentinismo») e i dialoghi. Indubbiamente, a differenza di molti, Sorrentino ha uno stile raffinato e incontestabile (ci vuole coraggio, se non si è Aldo Busi, a inserire canguri nell'inquadratura o a far fumare il Santo Padre). E, tanto per fare un esempio, la sequenza in cui il Papa e i pochi astanti ascoltano un disco di Nada è un gioiello espressivo di rara efficacia. Ma Sorrentino ama rispecchiarsi in se stesso, con un compiacimento fastidioso ed esagerato che raggiunge punte acuminate di comicità involontaria. Quanto ai dialoghi, sembra che Sorrentino si diverta a creare un universo linguistico dal tepore torbido e ossessivo dove i protagonisti affrontano i massimi sistemi (Dio, l'Anticristo, la teologia, l'eterodossia, la politica, il sesso, il tradimento...) come se fossero venditori ambulanti — logorroici, petulanti e sottilmente sadici — di aforismi o citazioni colte. E vero che non tutti sono abbandonati da genitori yuppie (come Pio XIII), ma non bisogna approfittarsene". (Aldo Grasso, 21.11.2016)
domenica 20 novembre 2016
GOSSIP - Lauren Cohan fa rivoltare nella tomba il povero Glenn su "Health Magazine"!
Lauren Cohan of "The Walking Dead" shows off her amazing and toned figure, covering the December issue of Women's Health magazine. In the issue, the actress revealed how she manages to stay fit and what people may be surprised to learn about her. Cohan admitted that she does all different types of activities to get herself in shape. "I try to follow the 10,000 steps, which is not difficult if I'm busy working, and Pilates, and ballet, and dancing. Anything that I have fun doing," Cohan told the mag. "For me staying healthy is so often just about me being happy, and a workout that makes me happy. Staying invigorated trying new things. If it's outdoors, it's dancing, I'm set." According to the magazine, Cohan never imagined that she would be playing Maggie Greene in "The Walking Dead." In fact, the actress believed she would be starring in comedic roles. However, the actress has fallen in love with the show. She also stated that she loves living in Georgia (where the show is filmed), reports Women's Health. The 32-year-old admitted that what people may be surprised to know about her is that she feels happiest listening to a piano and visiting churches in the state. "The things that make me the happiest are just standing around a piano. That's one thing I like about Georgia, I feel like I've met a lot of people with really old-fashioned hobbies ... I go to a gospel church here –– I actually go to a lot of different churches here just to sing. It's been such a great experience in the south. Basically anything that involves a piano, singing, jazz, reading ... I could be in 1800 and be really happy," Cohan admitted. In the December issue which is on stands now, the actress also revealed her admiration for Tilda Swinton. "I've always just thought she is so brave and so inspiring –– trailblazing. She doesn't follow any rules and it doesn't seem that she adheres to anything in life but what her heart and soul tell her to do," Cohan said. "I think that's just always what I'd like to check in with every day –– that that's how I'm conducting myself and conducting my life."
venerdì 18 novembre 2016
NEWS - Achtung, compagni! Il più grande oscuramento di siti illegali di serie tv di settimana scorsa è solo l'inizio: la Guardia di Finanza vuole scovare i pirati del web (reato penale e multe oltre i 2000 euro) e rintracciare chi scarica e i fornitori (i provider mantengono i dati di flusso). In Francia a chi viene beccato tagliano internet come fosse un'evirazione...
Chi invece lo fa con scopi di lucro, va incontro a un procedimento che prevede la reclusione; è questa la categoria verso cui si concentrano maggiormente le azioni della Guardia di Finanza, per ridurre appunto l'afflusso di questi contenuti.
Articolo tratto da Vice.com
La scorsa settimana la Guardia di Finanza, su disposizione del gip del Tribunale di Roma, ha effettuato il più grande oscuramento congiunto di siti illegali che offrono contenuti in streaming e download. In poche ore è stato impedito l'accesso a più siti internet che nei tre anni precedenti, ma non è soltanto il numero a far pensare che ci sia stato un giro di vite significativo nella lotta alla pirateria online. Le nuove misure, infatti, cercano di risalire a ritroso la china del denaro ottenuto da questi siti per rintracciare gli individui che vi si nascondo dietro. Questo cambiamento di strategia sarà realmente in grado di mettere fine all'epoca in cui ogni singolo contenuto video era reperibile gratis online con estrema facilità? E al di là di questo, le conseguenze riguarderanno solamente i fornitori di questi servizi illegali? Cosa rischia effettivamente chi scarica un film illegalmente—e magari lo ricondivide in sistemi di peer-to-peer—o lo guarda direttamente in streaming?
Per capirlo ho contattato l'avvocato Fulvio Sarzana, esperto in diritto delle nuove tecnologie, che da anni cura un blog in cui si occupa di questi temi. Ho cercato di riassumere quello che mi ha detto in una serie di punti principali, in modo da sintetizzare la situazione della pirateria online e dei rischi reali che si corrono utilizzandola in Italia.
Innanzitutto si deve distinguere il tipo di comportamento degli utenti che utilizzano questi contenuti: "la norma approvata nel 2005 in materia, che ha introdotto sostanzialmente nel nostro ordinamento le fattispecie di downloading e uploading di materiale protetto dal diritto d'autore su internet, pone una differenza sostanziale," mi ha detto l'avvocato Sarzana. Di fatto, chi guarda film o serie tv in streaming, o compie un download per utilizzo personale e singolo, non rischia praticamente niente. E questo anche per una semplice questione pratica: "le forze dell'ordine sono principalmente concentrate nell'individuazione di coloro che offrono questi servizi—tentare di perseguire migliaia di utenti sarebbe veramente complicato—ed è quindi l'upload a rappresentare la differenza sostanziale per il rischio di essere individuati."
Visto che l'utente che compie download non risponde, se non con delle sanzioni amministrative abbastanza blande, il tipo di servizio che utilizza non fa alcuna differenza. Sia che utilizzi un sito illegale per guardare una partita di Champions in streaming, sia che scarichi la prima stagione di Narcos. Per come stanno le cose, insomma, fruire di questi contenuti senza condividerli su internet allontana realmente ogni potenziale ritorsione legale, anche se in teoria si sta comunque compiendo un illecito che prevederebbe una sanzione amministrativa. "In altri paesi, invece, come la Francia, si arriva anche a tagliare la rete internet a chi scarica".
Se è l'upload a fare la differenza, resta comunque da capire cosa rischiano tutti gli utenti che partecipano ai circuiti di peer-to-peer. In questo caso, è la finalità dell'upload a essere discriminante.
"Chi immette su sistemi di file-sharing contenuti protetti dal diritto d'autore, senza scopi di lucro, rischia una sanzione penale. Ma è una sanzione di tipo pecuniario—fino a 2065 euro—che non prevede la reclusione."
I provider che ci danno accesso a internet conservano tutti i nostri dati di navigazione, e questo teoricamente potrebbe essere un fattore importante.
"Questi dati vengono utilizzati dalle grandi major per monitorare, più o meno legalmente, il compimento di determinati comportamenti. In realtà sarebbero dati protetti dalla privacy, però si discute da tempo—senza che qualcuno abbia mai portato prove reali—sul fatto che alcune società riescano a sapere quali sono gli utenti che scaricano."
Il Caso Peppermint, da questo punto di vista, è abbastanza significativo: l'etichetta discografica tedesca nel 2006 accusò più di 3.600 utenti per aver illegalmente condiviso file su cui esercitava il diritto d'autore, con la complicità dei loro provider. Il Garante della privacy, però, stabilì l'illegalità dei dati raccolti.
Per quanto riguarda invece l'ipotetico pericolo che qualcuno utilizzi una rete wi-fi pubblica—oppure sottraendo la password a un privato—per scaricare file protetti da diritto d'autore o per gestire il proprio sito di sharing, la normativa non prevede sanzioni a carico di coloro che posseggono la linea. "La responsabilità del provider si riferisce all'hosting, e quindi colui che risponde dell'infrazione è l'utente".
Al di là della mole di siti sequestrati, quest'ultima operazione della Guardia di Finanza prevede anche un salto di qualità nel tipo di procedimento utilizzato per perseguire coloro che lucrano grazie a questi siti.
"Le Forze dell'Ordine vogliono innanzitutto riuscire a identificare chi opera dietro questi siti grazie ai flussi di denaro, e dimostrare che spesso questi individui si trovano in Italia. Per poi contestargli una serie di reati congiunti."
Questo tipo di provvedimenti potrebbe insomma portare alla fine del meccanismo secondo il quale un sito sequestrato viene riaperto dopo poche ore utilizzando un altro url, perché finalmente si arriverebbe a individuare i responsabili. Con l'inasprimento delle conseguenze, poi, ci sarebbe probabilmente una diminuzione netta dell'offerta. In realtà, però, non si può essere così netti nel decretare l'imminente morte del fenomeno.
Secondo Sarzana, però, lo sviluppo della questione coinvolge anche altre dinamiche. "Uno dei problemi reali che alimenta la pirateria online, però, rimane intatto: ovvero l'inadeguatezza dei servizi legali. Se non cambieranno questi servizi—rendendoli cioè più accessibili, funzionali, ed economici—sarà difficile arginare totalmente il fenomeno."giovedì 17 novembre 2016
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
LA STAMPA
Con "Westworld" conta più l'atmosfera che il resto
"L'ultimo giocattolo della tv si spinge in una zona d'ombra difficile da decifrare. Westworld, ambiziosa serie della Hbo in onda in contemporanea negli Stati Uniti e in Italia, porta nel titolo, «Dove tutto è concesso», le istruzioni per l'uso. Solo che la mappa è molto meno chiara di quanto possa sembrare. L'elaborato parco dei divertimenti a tema western si trasforma ogni dieci minuti in un bagno di sangue festeggiato con stupri e violenze. E il limite non esiste perché tutta questa brutalità, venata di vago romanticismo e interrotta solo da lunghe occhiate languide, non si sfoga contro degli esseri umani ma contro delle sofisticate macchine. Quindi, appunto, vale tutto. Molti personaggi non fanno che ripeterlo ad amici più timidi: «E disegnato apposta per farti divertire, lasciati andare, non è reale» ed è pure girato per non essere mai neanche vagamente verosimile. Non esiste nemmeno una realtà contemporanea da contrapporre alla mattanza del vecchio west, si vedono solo gli uomini che vivono dietro al parco e lo controllano e nulla si sa dell'epoca e del luogo in cui si muovono. Gli androidi dalle sembianze perfettamente umane stanno quasi tutto il tempo nudi, in officina, dove una serie di programmatori psicologi, tutti fuori controllo, impartiscono ordini surreali del tipo: «Togli la parte emotiva». E poi cancellano ogni giornata dalla memoria dei cyborg. È un fumetto e la responsabilità non trova radici, scivola, perde di senso. Eppure la domanda di fondo torna: ma davvero avrebbe senso pagare quasi 40 mila euro al giorno per poi sparare a tutto quello che si muove e violentare quel che resta in piedi? Preoccupati che il quesito contagi l'audience, gli attori iniziano a rivelare trame e dettagli per chiarire che nulla è gratuito e del resto pure il copione rispecchia l'idea perché segue letteralmente il percorso di un labirinto che appare fra le mani di diversi ospiti. Trovare un senso nel disegno della fiction avrebbe poco senso: da Twin Peaks a Lost ormai si è capito che conta l'atmosfera, l'idea di fondo. L'evoluzione della storia non è poi così importante in molta parte delle serie contemporanee. Però, in una scenografia dove il fondale cambia, le intenzioni pure, i protagonisti si perdono e le menti dietro il progetto sono logorate dai segreti, dare un peso a quel che è giusto diventa complicatissimo. Il padre del baccanale, interpretato da Anthony Hopkins, non aiuta. Tanto memo il visitatore seriale con la faccia di Ed Harris e nemmeno un nome a disposizione. Per sciogliere qualche nodo e capire se il fascino supera l'imbarazzo o viceversa bisogna andare alle radici dell'idea. Westworld è figlio di una visione più arcaica già diventata film nel 1973 grazie alla regia di Michael Crichton che ha scritto il soggetto originale. La realizzazione non lo aveva soddisfatto e in realtà lui si era tolto lo sfizio di un parco degenerato con JurassicPark, diciassette anni dopo. Gli avevano proposto un remake di Westworld, ha rifiutato. II primo a cui hanno offerto la direzione del remake è stato Quentin Tarantino e pure lui ha deciso di stare alla larga. Più raffinati diventavano i mezzi e più rischioso si faceva il programma. C'erano tutti gli elementi del fiasco e invece la serie ha successo. Esordio sopra le aspettative, nessun rimpianto per Game of Thrones, che ha creato persino casi di inspiegabile dipendenza, seconda stagione più o meno concordata nonostante i costi. Il giocattolone perverso funziona, il sangue finto è catartico, peccato che alla quinta puntata ormai sia chiaro che le intelligenze artificiali hanno imparato pure a provare emozioni e anche quando vengono resettate mantengono psichedelici ricordi. Quindi prenderle a pistolettate e trascinarle per i capelli torna a essere un reato. Non proprio, la sceneggiatura ci risparmia il voyerismo illecito. Gli ospiti non sanno che le macchine stanno assimilando sentimenti, se la godono. Con quel che costa il soggiorno. Il pubblico è adulto e consenziente ed è lo stesso che chatta on line raccontando frottole in cambio di sesso virtuale. Il senso di colpa per quel che non è reale lo ha perso almeno da una generazione". (Giulia Zonca, 31.10.2016)
LA STAMPA
Con "Westworld" conta più l'atmosfera che il resto
"L'ultimo giocattolo della tv si spinge in una zona d'ombra difficile da decifrare. Westworld, ambiziosa serie della Hbo in onda in contemporanea negli Stati Uniti e in Italia, porta nel titolo, «Dove tutto è concesso», le istruzioni per l'uso. Solo che la mappa è molto meno chiara di quanto possa sembrare. L'elaborato parco dei divertimenti a tema western si trasforma ogni dieci minuti in un bagno di sangue festeggiato con stupri e violenze. E il limite non esiste perché tutta questa brutalità, venata di vago romanticismo e interrotta solo da lunghe occhiate languide, non si sfoga contro degli esseri umani ma contro delle sofisticate macchine. Quindi, appunto, vale tutto. Molti personaggi non fanno che ripeterlo ad amici più timidi: «E disegnato apposta per farti divertire, lasciati andare, non è reale» ed è pure girato per non essere mai neanche vagamente verosimile. Non esiste nemmeno una realtà contemporanea da contrapporre alla mattanza del vecchio west, si vedono solo gli uomini che vivono dietro al parco e lo controllano e nulla si sa dell'epoca e del luogo in cui si muovono. Gli androidi dalle sembianze perfettamente umane stanno quasi tutto il tempo nudi, in officina, dove una serie di programmatori psicologi, tutti fuori controllo, impartiscono ordini surreali del tipo: «Togli la parte emotiva». E poi cancellano ogni giornata dalla memoria dei cyborg. È un fumetto e la responsabilità non trova radici, scivola, perde di senso. Eppure la domanda di fondo torna: ma davvero avrebbe senso pagare quasi 40 mila euro al giorno per poi sparare a tutto quello che si muove e violentare quel che resta in piedi? Preoccupati che il quesito contagi l'audience, gli attori iniziano a rivelare trame e dettagli per chiarire che nulla è gratuito e del resto pure il copione rispecchia l'idea perché segue letteralmente il percorso di un labirinto che appare fra le mani di diversi ospiti. Trovare un senso nel disegno della fiction avrebbe poco senso: da Twin Peaks a Lost ormai si è capito che conta l'atmosfera, l'idea di fondo. L'evoluzione della storia non è poi così importante in molta parte delle serie contemporanee. Però, in una scenografia dove il fondale cambia, le intenzioni pure, i protagonisti si perdono e le menti dietro il progetto sono logorate dai segreti, dare un peso a quel che è giusto diventa complicatissimo. Il padre del baccanale, interpretato da Anthony Hopkins, non aiuta. Tanto memo il visitatore seriale con la faccia di Ed Harris e nemmeno un nome a disposizione. Per sciogliere qualche nodo e capire se il fascino supera l'imbarazzo o viceversa bisogna andare alle radici dell'idea. Westworld è figlio di una visione più arcaica già diventata film nel 1973 grazie alla regia di Michael Crichton che ha scritto il soggetto originale. La realizzazione non lo aveva soddisfatto e in realtà lui si era tolto lo sfizio di un parco degenerato con JurassicPark, diciassette anni dopo. Gli avevano proposto un remake di Westworld, ha rifiutato. II primo a cui hanno offerto la direzione del remake è stato Quentin Tarantino e pure lui ha deciso di stare alla larga. Più raffinati diventavano i mezzi e più rischioso si faceva il programma. C'erano tutti gli elementi del fiasco e invece la serie ha successo. Esordio sopra le aspettative, nessun rimpianto per Game of Thrones, che ha creato persino casi di inspiegabile dipendenza, seconda stagione più o meno concordata nonostante i costi. Il giocattolone perverso funziona, il sangue finto è catartico, peccato che alla quinta puntata ormai sia chiaro che le intelligenze artificiali hanno imparato pure a provare emozioni e anche quando vengono resettate mantengono psichedelici ricordi. Quindi prenderle a pistolettate e trascinarle per i capelli torna a essere un reato. Non proprio, la sceneggiatura ci risparmia il voyerismo illecito. Gli ospiti non sanno che le macchine stanno assimilando sentimenti, se la godono. Con quel che costa il soggiorno. Il pubblico è adulto e consenziente ed è lo stesso che chatta on line raccontando frottole in cambio di sesso virtuale. Il senso di colpa per quel che non è reale lo ha perso almeno da una generazione". (Giulia Zonca, 31.10.2016)
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martedì 15 novembre 2016
lunedì 14 novembre 2016
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
"Game of Silence", il primo adattamento Usa di una serie turca
"Quattro ragazzini (Jackson, Gil, Shawn e Boots), cresciuti nel sobborgo di Brennan, vicino a Houston, trascorrono insieme le loro estati: è il 1988, e in seguito a un incidente fatto con un'auto che non avrebbero dovuto guidare, le loro vite cambieranno per sempre. Quasi trent'anni dopo, Jackson (David Lyons) è un avvocato di successo a Houston, che sta per sposarsi e diventare socio del suo studio legale. Ed ecco che all'improvviso quel passato ritorna, con Gil (Michael Raymond-James) e Shawn (Larenz Tate) che chiedono il suo aiuto per far uscire Boots (Derek Phillips) dal carcere. «Game of Silence» (Premium Stories, mercoledì, ore 21.10) è il racconto del lento riemergere, per Jackson, di brutti ricordi che sembravano sepolti ma in realtà erano lì sotto la superficie, del dolore e della violenza vissuti da adolescenti, della ricerca tardiva di vendetta. Accompagnati dalla voce fuori campo, scopriamo così che dopo l'incidente i 4 ragazzini sono stati mandati, «come agnelli al massacro», nell'istituto penale minorile di Quitman, un luogo infernale dove la legge è sospesa, gli abusi all'ordine del giorno, il traffico di droga e gli intrecci con la politica tutt'altro che chiari. In una continua sovrapposizione di piani, tra passato e presente, rivediamo quei fatti negli occhi e nelle azioni degli adulti, alla ricerca di una giustizia che richiederà altra fatica, altri segreti e altra violenza. Al di là della fattura della serie, che alterna parti di maniera e scene capaci di costruire vera tensione, «Game of Silence» è il primo adattamento americano di una serie originale turca, «Suskunlar». Come racconta uno speciale di Link. Idee per la tv, la Turchia è un distretto sempre più rilevante nei mercati W globali, forte nell'esportazione di fiction, e il remake per un network americano è stato un atto simbolico forte. Anche se è durato solo il tempo di una stagione". (Aldo Grasso, 21.10.2016)
CORRIERE DELLA SERA
"Game of Silence", il primo adattamento Usa di una serie turca
"Quattro ragazzini (Jackson, Gil, Shawn e Boots), cresciuti nel sobborgo di Brennan, vicino a Houston, trascorrono insieme le loro estati: è il 1988, e in seguito a un incidente fatto con un'auto che non avrebbero dovuto guidare, le loro vite cambieranno per sempre. Quasi trent'anni dopo, Jackson (David Lyons) è un avvocato di successo a Houston, che sta per sposarsi e diventare socio del suo studio legale. Ed ecco che all'improvviso quel passato ritorna, con Gil (Michael Raymond-James) e Shawn (Larenz Tate) che chiedono il suo aiuto per far uscire Boots (Derek Phillips) dal carcere. «Game of Silence» (Premium Stories, mercoledì, ore 21.10) è il racconto del lento riemergere, per Jackson, di brutti ricordi che sembravano sepolti ma in realtà erano lì sotto la superficie, del dolore e della violenza vissuti da adolescenti, della ricerca tardiva di vendetta. Accompagnati dalla voce fuori campo, scopriamo così che dopo l'incidente i 4 ragazzini sono stati mandati, «come agnelli al massacro», nell'istituto penale minorile di Quitman, un luogo infernale dove la legge è sospesa, gli abusi all'ordine del giorno, il traffico di droga e gli intrecci con la politica tutt'altro che chiari. In una continua sovrapposizione di piani, tra passato e presente, rivediamo quei fatti negli occhi e nelle azioni degli adulti, alla ricerca di una giustizia che richiederà altra fatica, altri segreti e altra violenza. Al di là della fattura della serie, che alterna parti di maniera e scene capaci di costruire vera tensione, «Game of Silence» è il primo adattamento americano di una serie originale turca, «Suskunlar». Come racconta uno speciale di Link. Idee per la tv, la Turchia è un distretto sempre più rilevante nei mercati W globali, forte nell'esportazione di fiction, e il remake per un network americano è stato un atto simbolico forte. Anche se è durato solo il tempo di una stagione". (Aldo Grasso, 21.10.2016)
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