NEWS - A banda armata! Nel crogiuolo di interessi e sviluppo della banda larga ci si mette anche il Governo (Renzi in primis). Analisi delle parti coinvolte, dei rispettivi rendiconti e degli ostacoli da abbattere
Articolo di
Stefano Cingolani su "
Il Foglio"
Che cosa può fare Vodafone per l'Italia?". Quando
Matteo Renzi ha
sentito queste parole uscire come farfalle policrome dalle labbra di
Vittorio Colao, s'è convinto che era il momento di dare un colpo
d'acceleratore. Finora aveva ascoltato solo rampogne, ramanzine,
lamentele e proteste. Tanti no, non si può, o al massimo dei forse. Mai
una disponibilità così completa. Il capo del governo aveva invitato a
pranzo il big boss di
Vodafone, gesto inusuale per un presidente del
consiglio che si alimenta a pizze come faceva Bill Clinton ai bei tempi,
prima di Monica Lewinsky. Da cosa nasce cosa e martedì scorso Colao
parlando a Londra ha annunciato: "
Vogliamo essere attori della partita
sulla banda larga". Larga? Di più,
extralarge, o magari addirittura
extra extra. Venghino, venghino alla fiera delle telecomunicazioni:
Matteo Renzi ha esteso gli inviti, ormai ci sono più bancarelle che
all'Expo:
Telecom Italia, Vivendi, Mediaset,
Sky, la Rai, Cassa depositi e prestiti, Fondo strategico italiano,
Metroweb, Terna, Ferrovie dello stato, Acea, A2A, la russa Wind (con
Infostrada ha la seconda rete telefonica fissa) che si sta per fondere
con la cinese Hutchison Whampoa (3G), Enel arrivata per ultima, ma certo
non la meno importante e quello che molti considerano il vero asso
nella manica: l'inglese Vodafone, guidata da un italiano che piace
molto, anche perché è il manager tricolore che ha la posizione più
elevata nel giro degli affari globali, cioè
Vittorio Colao. Sembra
un
caos creativo,
anche se è meno caotico di quel che si possa immaginare.
Perché da una parte c'è un triangolo magico formato da
Vincent Bolloré,
Rupert Murdoch e Silvio Berlusconi, al
cui ortocentro si colloca
Telecom Italia. Dalla parte opposta tutti gli
altri per ora in ordine sparso, ma in via di aggregazione grazie alla
regia di Palazzo Chigi. A meno che qualcuno non faccia il salto della
trincea, cosa sempre possibile nel bizzarro gioco della banda XXL. Tutto
comincia in Telecom Italia, anche se la storia non è destinata a finire
lì. Tra poco più di una settimana il gruppo francese
Vivendi di cui
Vincent Bolloré è presidente e principale azionista (con il 14,5 per
cento), avrà fisicamente in mano l'8,3 per cento dei diritti di voto di
Telecom Italia ereditati vendendo a Telefonica la compagnia brasiliana
Gvt. La partecipazione grazie alla quale si sostituisce agli spagnoli,
se l'è trovata un po' per caso, ma l'uomo d'affari bretone conosce bene
l'Italia dove è ormai un personaggio di primo piano: entrato in
Mediobanca nel 2001 e poi nelle Assicurazioni Generali, oggi è il
principale socio della banca d'affari fondata da Enrico Cuccia, alla
pari con Unicredit. Proprio dalle stanze di via Filodrammatici è venuto
l'input a usare la leva di Telecom Italia per un progetto più ampio che
arriva fino a
Mediaset. Gli analisti della banca scrivono che "
Mediaset
rappresenta una interessante opzione strategica per Vivendi (che tra
l'altro controlla Canal Plus, ndr.), infatti consentirebbe ai francesi
di entrare nel mercato dei contenuti italiano o spagnolo con un accordo
in contanti o carta contro carta senza spendere troppo". Dunque, si
stanno già facendo i conti, non siamo solo alle beate intenzioni.
Bolloré ha detto di voler costruire un gruppo nei media in grado di
sfidare il tedesco Bertelsmann. Quanto alla tv di
Silvio Berlusconi, potrebbe avere un socio strategico che la faccia uscire dallo stallo.
Tra Berlusconi
e Bolloré ci sono ottimi rapporti mediati da Tarak Ben Ammar, il quale è
al centro di un vero e proprio trivio: siede infatti nei consigli di
amministrazione di Vivendi, di Mediobanca e di Telecom Italia. Ma una
operazione del genere ha un potente impatto politico (sono società
private, tuttavia in questo campo il regolatore pubblico è più potente
dell'azionista). Perché mai, dunque, il governo dovrebbe consentirla?
Non esiste, almeno ufficialmente, un Nazareno degli affari. A questo
punto entra in campo Telecom Italia. La merce di scambio, infatti,
potrebbe essere la partecipazione senza se e senza ma al progetto banda
extralarge al quale Renzi tiene in modo particolare, come bandiera della
modernizzazione e segno del proprio attivismo decisionista.
Ben Ammar
precisa che Mediaset non è in vendita e
Telecom deve distribuire non produrre contenuti. Ma l'obiettivo in
questo momento è costringere Telecom a far cadere la strenua difesa
della propria posizione dominante nella rete fissa. Poi tutto sarà in
movimento. Per avviare un motore che si è bloccato dopo molte false
partenze (secondo alcuni si era già ingrippato nel 1997, quando è stata
mal privatizzata Telecom Italia)
il governo ha in mano una società
piccola, ma avanguardista come Metroweb creata da Fastweb e dall'azienda
elettrica milanese, che possiede l'unica ampia rete a fibra ottica oggi
esistente (concentrata a Milano) ed è controllata dalla Cassa depositi e
prestiti presieduta da
Franco Bassanini e amministrata da
Giovanni
Gorno Tempini. Il governo ha proposto a Telecom di mettersi insieme,
però l'ex monopolista telefonico vuole la maggioranza che Bassanini non
intende cedere. Su questo
ostacolo, davvero non da poco, si sta fermi da
tempo. Ma
il pie' veloce Renzi è stanco di aspettare, anche perché, nel
frattempo, gli altri giocatori si muovono. Se
Mediaset
si è lanciata all'assalto delle torri di trasmissione Rai, allora nulla
è più al sicuro. La stessa
Telecom annuncia con gesto di sfida che
vuole cablare da sola 400 comuni spiazzando la concorrenza e irritando
ancor più Bassanini.
Palazzo Chigi le prova tutte. Tira fuori un
provvedimento legislativo che obbliga di passare alla
fibra ottica entro
il 2020. Apriti cielo. In questo modo l'intera rete in rame che Telecom
possiede e ha difeso con le unghie e con i denti, non vale più nulla.
Sarebbe meglio svenderla ai romeni. L'azienda mette all'opera tutte le
sue armi e schiera
in prima fila il Corriere della Sera contro
"l'esproprio statalista". Il progetto viene ritoccato, edulcorato, però
l'obiettivo resta. E i vertici del gruppo telefonico cominciano a capire
che una battaglia di pura resistenza è destinata a fallire. Anche
perché nel frattempo spunta l'
Enel portando con sé una lunghissima
catena di distribuzione. Gli uffici dell'amministratore delegato
Francesco Starace, il 14 aprile inviano all'Agcom una missiva in cui si
sottolinea che "Enel possiede una infrastruttura esistente, costituita
da reti di tipo aereo e cabine di distribuzione in grado di ospitare
cavi in fibra ottica". Grazie a una
recente normativa infatti il cavo
della banda larga potrà essere "steso" anche sui tralicci elettrici con
la cosiddetta "posa aerea". Una opzione che supera le difficoltà degli
scavi e ne riduce i costi. Ma soprattutto consente di raggiungere - come
si sottolinea nella lettera all'Agcom - le zone di montagna e le
campagne più isolate (i cosiddetti Cluster C e D), oltre a collegare
direttamente gli edifici e gli appartamenti con la tecnologia FTTB
(fiber to the building) e FTTH (fiber to the home). Per le grandi aree
urbane (Cluster A e B) Enel punta ad accordi con alcune delle
municipalizzate che detengono la rete elettrica (visto che
in sette
città, come Roma, Milano, Torino e Genova non è presente), ma anche
con
Metroweb. Un ritorno al telefono come ai tempi di Tatò quando possedeva
Infostrada e Wind? No, è la risposta, "
il contributo di Enel sarà
sinergico con le reti già esistenti". Chi paga? La società ha provveduto
alla sostituzione dei tradizionali contatori elettromeccanici con
quelli elettronici che consentono la lettura dei consumi in tempo reale e
la gestione a distanza dei contratti. Secondo dati ufficiali, sono 32
milioni i contatori elettrici della clientela al dettaglio. Ma ulteriori
investimenti e sostituzioni potrebbero essere legati alla posa della
fibra ottica nell'ambito del progetto da 6,5 miliardi illustrato per
sommi capi dal governo.
Enel ha ancora 38 miliardi di debiti sul
groppone (su 76 miliardi di ricavi) e cerca di ridurli vendendo le
partecipazioni all'estero, in Slovenia o nella stessa Spagna dove ha già
collocato sul mercato il 22 per cento dell'azienda elettrica Endesa. Le
disponibilità di cassa, dunque, sono limitate mentre al contrario
Vivendi e Vodafone sono molto liquide. E chi guida la danza? Ciascuno
comanda sulla propria rete? O esiste un centro della complessa
ragnatela?
L'idea del governo è di affidare alla Cdp questo ruolo
attraverso una società ad hoc alla quale partecipino tutti gli
operatori. Come nel gioco dell'oca, torniamo alla casella di partenza,
cioè là dove eravamo una decina di anni fa, quando si discuteva di
creare una società che mettesse insieme quel che hanno in mano gli
operatori nel fisso e nel mobile, scorporando da Telecom Italia la rete
in rame e dagli altri i ripetitori dei telefonini. Il tavolo, al quale
partecipavano tanti (troppi) commensali, saltò di fronte alle due
domande cruciali: chi comanda e chi paga.
Franco Bernabè gestiva una
Telecom oberata di debiti e paralizzata da Telefonica (un azionista
passivo, anche se il più rilevante), quindi scelse di tenere per sé
l'asset materiale più importante e di maggior valore, la rete in rame.
Quanto valga il vasto agglomerato di file e cabine non è chiaro. Si è
detto "almeno 15 miliardi", ma Bassanini ha messo in discussione le
cifre scritte nei bilanci di Telecom allarmando persino la Consob.
Una
cosa è certa: oggi in Italia senza quella rete non si va da nessuna
parte.
L'Enel da sola non è in grado di cambiare il campo di gioco,
anche se è uno sfidante di rilievo, tanto che Giuseppe Recchi,
presidente di Telecom, mercoledì scorso, durante l'assemblea degli
azionisti, ha fatto un'avance proponendo di "lavorare insieme, unire le
forze". Le aziende elettriche possono depositare i cavi e portarli fino
ai contatori, ma a girare la chiavetta è sempre chi offre il servizio. E
qui arriva il pezzo da novanta: Colao. Vittorio, nomen omen, con il suo
metro e 92 centimetri, sta ritto su una montagna di denaro: 130
miliardi di dollari pagati da Verizon per il 45 per cento posseduto da
Vodafone nella compagnia telefonica. In cinque anni dal suo arrivo al
comando, ha arricchito gli azionisti che si spartiscono qualcosa come 60
miliardi di dollari (lui l'anno scorso ha guadagnato 3,4 milioni di
sterline). Nato a Brescia nel 1961, da ragazzo sognava una carriera
militare. Il padre, del resto, era un carabiniere, e Vittorio per un
breve periodo ha fatto l'ufficiale nell'Arma. La madre, invece, è
nobile, la contessa Pellizzari di San Girolamo, chiamata Popi dagli
intimi. Dopo l'immancabile Bocconi, il master a Harvard e un passaggio
all'Eni, ecco McKinsey che lascia impronte indelebili nei suoi pupilli
che oggi, anche grazie a Yoram Gutgeld stanno rimpolpando le fila delle
teste d'uovo renziane. La prova del fuoco, dopo spostamenti vari, tra i
quali
Mondadori quando era direttore
Corrado Passera (altro McKinsey boy), è in Omnitel, la mutazione di
Olivetti realizzata da Carlo De Benedetti con Elserino Piol. La società
esplode con i telefonini, viene venduta a Mannesmann al massimo del suo
valore, e poi passa a Vodafone. Proprio Colao è l'artefice
dell'operazione che gli assicura un posto di riguardo nel gruppo
britannico, dopo una infelice parentesi alla Rcs dove si mise contro una
parte degli azionisti, Paolo Mieli e i giornalisti dei quali diceva che
"sono un investimento da mettere a miglior reddito". Un'uscita tanto
snob quanto ingenua. Non che l'universo mediatico e politico non
attragga anche
Colao. Un giorno ha confessato a un amico che il suo
sogno è fare il ministro degli Esteri italiano.
Renzi lo ha corteggiato a
lungo. Per lui pensava all'Eni, certo che non avrebbe accettato nulla
di meno. Adesso la stessa Vodafone sta cercando una nuova dimensione. E
il futuro corre non sulle onde sonore, ma sul filo. Anche le nuove
applicazioni o la tv sul telefonino richiedono un salto nella velocità
di trasmissione con tecnologie legate alle reti, all'insegna di una
sempre maggiore convergenza tra fisso e mobile, tra materiale e
immateriale. Insomma, ci vuole un contenitore più capiente per
trasportare contenuti più pesanti e variegati. Dopo l'uscita
dall'America, è l'America a voler entrare in Vodafone. Zio Sam indossa
le vesti di
John Malone, tra i pionieri della tv via cavo e oggi uno dei
maggiori operatori con Liberty Global, presente in 12 paesi. Si parla
con sempre maggiore insistenza di una megafusione europea e l'ultima
intervista del magnate all'agenzia Bloomberg ha riacceso la fantasia
degli operatori di borsa che già gustano un succulento boccone. Cosa
farebbe Colao in questo caso? Resta con una posizione diversa? O torna,
buon profeta in patria, magari alla guida del grande progetto al quale
Renzi tiene tanto e che riporterebbe l'Italia in quella posizione
rilevante nelle telecomunicazioni, via via appannata e poi perduta negli
ultimi quindici anni. Renzi, dunque, si è messo una nuova freccia in
faretra. Può usarla o tenerla di riserva, può andare a segno o fuori
bersaglio, però a questo punto non è più lui con le spalle al muro.
Banda larga, tv via cavo, Colao, Malone.
Minacce serie per il futuro di
Telecom Italia e anche per il ruolo che Vivendi vuole interpretare.
Bolloré non starà a guardare.
Nei giorni scorsi si è limitato a sondare
gli azionisti e ha messo in allerta l'amico Tarak. Poi è partito per la
California, là dove si danno le carte per il grande gioco. Finora ha
detto che in Telecom vuole restare come socio di riferimento, si tratta
di un investimento industriale e non di breve periodo. Eppure Vivendi
sta uscendo dalla telefonia, possibile che faccia eccezione per
l'Italia? Ecco perché prende quota l'idea che sia piuttosto una merce
nell'albergo del libero scambio. Al ritorno da Los Angeles forse Bolloré
manderà segnali più chiari. Non ha molto tempo.
E' in arrivo Netflix
che vuol produrre una serie tipo "House of Cards" in Italia come già ha
fatto in Francia, e sta arroventando il clima.
Colao ne è innamorato.
Sky la teme e ha rafforzato i legami con Telecom accantonando il
progetto di fusione con Mediaset Premium
che avrebbe incontrato troppi ostacoli da parte dei regolatori sia a
Roma sia a Bruxelles. Già la sola intesa commerciale sui campionati di
calcio ha scatenato reazioni agguerrite e l'immancabile magistratura. Il
ballo Excelsior, insomma, è cominciato.