sabato 1 aprile 2017

PICCOLO GRANDE SCHERMO - Charlie Hunnam vuol fà Indiana Jones! Il protagonista di "SOA" in un film ambientato nella foresta amazzonica
Charlie Hunnam is featured on a new poster for his upcoming film The Lost City of Z and he sure is looking hot as an explorer! The 36-year-old actor stars alongside Robert PattinsonSienna Miller, and Tom Holland in the new film, set to hit theaters in limited release on April 14 and nationwide on April 21. The Lost City of Z tells the incredible true story of British explorer Percy Fawcett (Hunnam), who journeys into the Amazon at the dawn of the 20th century and discovers evidence of a previously unknown, advanced civilization that may have once inhabited the region. Despite being ridiculed by the scientific establishment who regard indigenous populations as “savages,” the determined Fawcett – supported by his devoted wife (Miller), son (Holland) and aide-de-camp (Pattinson) – returns time and again to his beloved jungle in an attempt to prove his case, culminating in his mysterious disappearance in 1925.

venerdì 31 marzo 2017

GOSSIP - Rihanna Fap! La scena della doccia della popstar in "(Mastur)Bates Motel"

giovedì 30 marzo 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media nazionali e internazionali


TWITTER-JAM - I migliori tweet seriali del circondario

mercoledì 29 marzo 2017

GOSSIP - Clamoroso al Cibali! Galeotta fu "Supergirl": Melissa Benoist e Chris Wood se la intendono non solo sul set!

News tratta da "Just Jared"
Rumors have been swirling for weeks that Melissa Benoist and Chris Wood are dating and they have seemingly confirmed their relationship! The 28-year-old actress and the 28-year-old actor, who both star on The CW’s Supergirl, were spotted kissing passionately at the beach in Cancun this week and there are photos to prove it. Melissa and Chris film the series up in Vancouver, Canada and they have been seen walking each other’s dogs on several occasions this month. Melissa filed for divorce from her husband Blake Jenner back in December and it was reported that Chris split from his girlfriend Hanna Mangan-Lawrence in January.

martedì 28 marzo 2017

NEWS - Disney, allarme Netflix! Per combattere il crollo di ascolti dovuto alla concorrenza lancia la comedy-shock "Andi Mack", dove un'adolescente si confida con quella che crede sia sua sorella ma in realtà è sua madre

Articolo tratto da "Il Fatto Quotidiano"

Quando gli indici d'ascolto sono apparsi sullo schermo, Gary Marsh presidente mondiale di Disney Channel, ha fatto un salto sulla sedia. I dati Nielsen di qualche settimana fa indicavano un meno 18 per cento di spettatori tra i bambini dai 2 agli 11 anni rispetto al febbraio del 2016. Un crollo verticale, che racconta di una migrazione in massa dei nuovi teenager, sempre più precoci e sempre più in cerca di prodotti che possano rispecchiarli, verso canali come Netflix - giudicata assai più cool - oppure YouTube. Che Netflix faccia molta paura lo ha ammesso anche Robert A. Iger, amministratore delegato Disney, che durante l'ultima conferenza con gli analisti dell'industria ha ricondotto i bassi indici di ascolto alla proliferazione di canali sulla piattaforma streaming, ma soprattutto all'avvitamento su se stesso di Disney Channel. Per fortuna Gary Marsh ha un asso nella manica, che spera funzioni per invertire la tendenza. Si chiama "Andi Mack", è un comedy drama che esordirà il 7 aprile e la sua trama è decisamente lontana dalle tipiche sit come dei canali Disney, storie di adolescenti maghetti e variopinte famigliole, condite da demenziali risate di sottofondo. Qui, invece, la nonna di Andi - l'esordiente Peyton Elisabeth Lee, un'anticonformista teenager dai tratti asiatici, capelli corti e i denti un po' storti - ha fatto credere alla nipote che Bex sia la sua sorella grande, e non sua madre. Un segreto che tiene viva la suspense, come gli episodi di vita scolastica di Andi, estremamente veri, e le sue storie sentimentali, dove si affaccia, inevitabilmente, il sesso. Ma le novità stanno anche nel modo di girare: basta interni soffocanti e assurde camerette adolescenziali viola e rosa. Le scene sono girate soprattutto in esterno, per dare più spazio al mondo reale. La storia si sviluppa in un'intera stagione e i personaggi sono pensati per essere convincenti e autentici. La nascita di "Andi Mack" l'ha raccontata qualche giorno fa il New York Times. Era il 2015 e Gary Marsh, intuendo la catastrofe incombente, aveva convocato la sceneggiatrice Terri Minsky per un pranzo di lavoro. Già nel 2001 Minsky, autrice tra l'altro di numerosi episodi di "Sex and the City", aveva creato per Disney Channel la sitcom di successo "Lizzie McGuire", 2,3 milioni di spettatori per episodio. Questa volta, però, più di dieci anni dopo, la sfida era più grande, proprio perché i ragazzini, colpa di una pubertà sempre più precoce (age compression), sono radicalmente cambiati e sempre più affamati di autenticità. Così, a sostare di fronte a sit com Disney come "Best Friends Whenever", storia di due teenager che possono viaggiare nel tempo, o "Liv and Maddie", le gemelline una chic l'altra sportiva, sono sempre più bambini piccoli, mentre i teenager veri e propri si sono spostati su altri lidi. Per Disney la soluzione del problema non era facile: horror e sesso sono banditi, ma c'era la necessità, ha spiegato sempre al New York Times Gary Marsh, di "storie che contino, che abbiano a che fare con questioni complesse, che siano emozionanti, ragionate e lunghe, che colpiscano alla pancia". La trama di "Andi Mack", nata - spiega la Minsky - leggendo un articolo sulla vita di Jack Nicholson, che a quarant'anni ha scoperto che la donna che credeva sua sorella era invece sua madre, è una di quelle che può funzionare. Marsh ha sottolineato naturalmente, per rassicurare i genitori, che "Andi Mack" è stato scritto in modo rispettoso dell'età, grazie a consulenti del National Campaign to Prevent Teen and Unplanned Pregnancy. E Minsky ha puntualizzato: "Non spiegheremo certo come nascono i bambini, ma al tempo stesso non possiamo assicurare che il sesso non sarà sfiorato, perché parliamo di parecchie cose".
I commenti alla prima puntata - messa in onda sui canali web Disney e non - sembrano confermare che l'obiettivo del programma, quello di raccontare la "vita vera", è stato centrato. Per molti, però, la serie è giudicata troppo adulta per Disney Channel, mentre alcune mamme raccontano di frastornati bambini dai 6 ai 12 anni, "troppo grandi per Disney Junior com'era, non grandi abbastanza per questo prodotto". Ma allora cosa fare, dare ai ragazzini prematuri prodotti sempre più "adultizzati", magari ben fatti ma pur sempre troppo veri, o lasciarli annoiare davanti a fiction più infantili, banali ma innocue? Per un'azienda che vede gli indici d'ascolto andare in picchiata la soluzione è obbligata. Per i genitori che ogni giorno si trovano d i fronte a questo dilemma, purtroppo, un po' meno.

lunedì 27 marzo 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
"Iron Fist", più che una serie è un prequel alla reunion super-eroica Netflix
"Nella stagione del trionfo dell'antieroe, ci sono alcune serie tv che ancora si esercitano sulla figura dell'eroe, o meglio del super eroe. Da quando Netflix ha siglato un importante accordo con il marchio Marvel, la piattaforma ha rilasciato quattro serie ispirate ad alcuni dei personaggi più amati dell'universo narrativo dei celebri fumetti (già riversato in molti film), con l'idea di farli riunire tutti in una mini-serie prevista per la fine del 2017. 'Iron Fist' è l'ultima in ordine di tempo e racconta di un personaggio che, nei fumetti, esiste sin dagli anni 'io: i'accogllenza, almeno negli USA, è stata piuttosto tiepida. E questa è già una notizia, trattandosi di una serie di Netflix, che mette grossi investimenti nelle sue produzioni per garantirsi sempre un livello eccellente in tutti gli aspetti, dai cast, alla regia e la sceneggiatura e aveva finora quasi sempre convinto con i suoi prodotti originali. Danny Rand, il giovane figlio di un multimilionario, fa ritorno a New York dopo essere stato creduto morto in un incidente aereo capitato alla sua famiglia quando era bambino. Sappiamo poco della sua vita negli anni recenti, si ripresenta trasandato come un homeless e con inaspettate abilità nelle arti marziali, che superano di gran lunga quelle possibili per gli esseri umani. Vuole saperne di più sull'incidente capitato alla sua famiglia e capire se il socio in affari del padre, con i suoi due figli, ha avuto un ruolo in quelle vicende. Nel frattempo incontra l'esperta di arti marziali Colleen Wing e la serie prende la piega di molti film di genere legati a queste discipline. L'impressione è che «Iron Fist» non debba tanto essere considerata una serie autonoma, quanto più una specie di prequel per la prossima reunion dei quattro supereroi Netflix. Certo, una serie come «Jessica Jones» aveva mostrato ben altra tensione narrativa e profondità psicologica nel racconto dei personaggi". (Aldo Grasso)

mercoledì 22 marzo 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
"The OA", serie che non decolla e non arriva
"Nelle ultime settimane si è molto parlato di una serie originale di Netflix intitolata «The OA», creata da Zal Batmanglij e Brit Marling, che ne sono anche rispettivamente regista e attrice protagonista. Prairie Johnson (Marling) è scomparsa da sette anni quando riappare in circostanze poco chiare e riabbraccia finalmente i suoi genitori adottivi: la sorpresa è grande perché prima di sparire era cieca mentre dopo il ritrovamento vede perfettamente. Dove ha passato tutto quel tempo? Chi o cosa le ha procurato le inquietanti cicatrici che ha su tutto il corpo? Perché insiste a farsi chiamare OA? Le stranezze aumentano quando Praire si decide a svelare la sua storia a un gruppo di quattro liceali, ciascuno con un alto livello di problematicità: il suo racconto parte da lontano ed è una storia difficile da credere, che riporta a un'infanzia vissuta in Russia, a incidenti brutali, a fatti paranormali ed esperimenti scientifici estremi. L'episodio pilota dura settanta minuti e lascia lo spettatore con una strana sensazione spiazzante data da continui cambi di piano e di promessa narrativa: quello che inizialmente sembra partire come un crime si trasforma presto in un racconto vicino al filone del paranormale (che Netflix ha già coltivato con produzioni come «Sense 8» e l'acclamata «Stranger Things»), per poi assumere anche i tratti del dramma tipico del cinema indipendente, mondo da cui provengono i creatori della serie. Sicuramente la fiction si presenta con molte pretese e difficilmente potrebbe funzionare fuori dall'ambiente protetto di Netflix, perché la complessità della trama e la sua struttura richiedono necessariamente una visione «a maratona». Il personaggio di Praire è intrigante e i misteri che la circondano tengono alta l'attenzione nell'aspettativa di una spiegazione convincente, che però tra svolte mistiche e altri artifici narrativi (come quello del narratore inaffidabile), purtroppo non arriva". (Aldo Grasso)

martedì 21 marzo 2017

NEWS - "Sono il primo personaggio genderqueer delle serie tv e datemi del...'Loro'!": Asia Kate Dillon interpreta l'analitica Taylor in "Billions"

Articolo tratto dal "Corriere della Sera"

Salve, sono Taylor. Vorrei che si rivolgesse a me con il pronome "loro"». Poche parole per una rivoluzione: Taylor Mason è il primo personaggio genderqueer della tv. Stagista di Bobby Axelrod nella seconda stagione di Billions, la serie con Damian Lewis e Paul Giamatti ispirata alle scorribande di Wall Street, in onda su Sky Atlantic il lunedì sera. L'identità genderqueer è quella di chi non si riconosce nel binarismo di genere uomo/donna. Come l'attrice che interpreta Taylor, Asia Kate Dillon, già vista in Orange Is the New Black nel ruolo della suprematista bianca Brandy. «Wall Street è tra le istituzioni più refrattarie ai cambiamenti», spiega il co-creatore e produttore esecutivo Brian Koppelman. «Abbiamo pensato d'introdurre un personaggio fuori dagli schemi». Una svolta, dopo gli eccessi di machismo della prima stagione. Androgina nell'aspetto, Taylor è persona analitica, e intelligentissima; la sua scala di valori diversa dal classico operatore di un hedge fund. Attira presto l'attenzione di Axe, che le affiderà responsabilità sempre maggiori. «Hai un punto di vista unico», le dice. «E un grande vantaggio». Gli sceneggiatori sono bravi a non cadere nei cliché. Taylor non è definita dalla lotta per farsi accettare, ma già inserita nel contesto. Sono i colleghi, casomai, a dover fare lo sforzo. Inciampano coi pronomi, Axe li corregge con nonchalance. Si smontano preconcetti sciocchi e altri più profondi. «Perché pensi che sia vegan?», chiede Taylor al sodale Mafee (Dan Soder) nel primo episodio. E quello, stupito: «Non lo sei?». Più tardi, al torneo di poker, Todd Krakow (Danny Strong), nemico di Axe, la insulta bollandola «quella cosa re». Lei si rifarà battendolo. Funzione del personaggio Taylor è quella di agire da contrasto, sottolineando così il machismo di Wall Street affinché gli spettatori non vi si assuefacciano. E se non tutte le persone genderqueer preferiscono i pronomi plurali, Dillon dice che il ruolo di Taylor l'ha aiutata a scoprire se stessa. «Quando, prima ancora di ottenere la parte, ho letto nella descrizione, "sesso femminile, genere non-binario", ho capito. Già un palo d'anni fa avevo rinunciato al pronome "lei", preferendo semplicemente Asia. Ma non sapevo ancora che esistesse una terminologia per ciò che sono. Magari ci fosse stato alla tv un personaggio come Taylor quand'ero ragazzina». Oggi, le «nuove» identità di genere sono più rappresentate sul piccolo schermo, anche da giovanissimi. Se nella terza stagione di Transparent, appena conclusa su Sky Atlantic, l'attrice trans Sophia Grace Gianna era, in un flashback, un pre-adolescente Mort (la protagonista Maura, Jeffrey Tambor) alla scoperta della propria identità, nella nuova stagione di Modern Family, in onda su Fox in prima serata, c'è un bambino transgender: Tom, l'attore trans di otto anni Jackson Millarker. Succede nell'episodio A Stereotypical Day, dove Cameron e Mitchell, genitori gay di Lily, permettono alla figlia d'invitare a casa il nuovo amico trans, e un incidente spingerà tutti a una maggiore tolleranza. «Questo è Jackson, viene da Atlanta e il caso vuole che sia transgender, ha scritto in un post di Facebook Ryan Case, tecnica del montaggio e regista dell'episodio. «Uno dei tanti motivi per cui amo far parte di questa serie».

lunedì 20 marzo 2017

NEWS - Clamoroso al Cibali! Si fa meno sesso? Colpa delle serie tv in streaming!
News tratta da "GQ"
Gli americani fanno meno sesso e i responsabili sarebbero le serie tv e i social. Lo dicono gli studiosi. E se stesse succedendo anche a noi in Italia? Un nuovo studio, pubblicato di recente sulla rivista “Archives of Sexual Behavior”, ha dimostrato il gap generazionale in materia di sesso: nel 1990, gli americani in media facevano sesso da circa 60 a 65 volte l’anno; nel 2014, la frequenza è calata a circa 53 volte l’anno. Perfino i Millennials e i giovani della Generazione Z (noti anche come iGen, Post-Millennials, Centennials, o Plurals, cioè la generazione nata dopo i Millennials, tra la seconda metà degli anni ’90 e il 2010) fanno meno sesso rispetto a qualsiasi generazione precedente. Gli over 70 invece ci danno dentro più di tutti. Si potrebbe ipotizzare che la diminuzione delle attività sessuali sia legato alla solitudine, al fatto che in tanti non hanno una relazione stabile. In parte è vero, perché la percentuale di americani single tra i 18 e i 29 anni è aumentato al 64% nel 2014, dal 48% nel 2005. Però, la situazione si fa drammatica proprio tra le coppie sposate o conviventi: nel 2014 hanno fatto sesso in media 56 volte l’anno, mentre nel 1989 la media si aggirava sulle 67 l’anno. Che il sesso faccia bene, e tanto, la scienza lo dice e lo dimostra spesso. Allora, com’è possibile che venga così trascurato? Soprattutto, cosa fanno le persone, anziché fare sesso? Questa volta, i ricercatori non danno la colpa all’eccesso di lavoro o ai porno. Non è del tutto chiaro perché la gente faccia così poco sesso. Secondo i ricercatori, un motivo potrebbe essere, almeno per i trentenni, un calo generico delle felicità. Ma molti più ricercatori individuano la causa nei cambiamenti culturali che sono accaduti negli ultimi 20 anni – cioè, l’ascesa dei social network e delle serie tv in streaming. In poche parole, gli americani fanno poco sesso perché preferiscono Facebook e Netflix – cosa che suona familiare anche da noi. A sostenere questa tesi c’è Mark Regnerus, professore associato di sociologia presso l’Università del Texas a Austin, e autore del libro in prossima uscita “Cheap Sex: The Transformation of Men, Marriage, and Monogamy”, in cui sottolinea quanto sia facile vedere coppie a cena attaccate ognuno al proprio smartphone e quanto questo di certo abbia conseguenze anche sulla vita sessuale della coppia. Vent’anni fa, il sociologo di Harvard John Stilgoe iniziava così il suo libro Outside lies magic (La magia è lì fuori, ndr): “Uscite subito fuori”. Precorrendo i tempi, invitava le persone a lasciarsi andare a passeggiate e interazioni con l’ambiente, per una maggiore felicità, come si spiega su The Guardian. Poi è arrivato Facebook, Netflix e la vita e il sesso hanno perso interesse. Siamo ancora in tempo, però.

domenica 19 marzo 2017

GOSSIP - Dopo "TWD" Emily Kinney è risorta! (Ok lo era già, serialmente parlando, in "Conviction", ma su "Imagista" "convince" di più...)
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sabato 18 marzo 2017

GOSSIP - "Starsky&Hutch" per sempre! La favola bella dei due interpreti del poliziesco cult, ancora insieme nelle sofferenze

Articolo tratto dal "Corriere della Sera"

"Erano i poliziotti più simpatici della tv anni Settanta e sgommavano sulle strade della California. Oggi Starsky (Paul Michael Glaser) e Hutch (David Soul) hanno 73 anni, ma sono rimasti amici. Fratelli, dicono loro: così amici che la loro foto a Liverpool per una convention di fan risulta emozionante. Hutch sulla sedia a rotelle, Starsky a spingerlo. In Inghilterra I due attori 70enni erano insieme a Liverpool invitati a una convention di fan. I capelli di Starsky sono ancora ricci come una volta, ma grigi e un po' radi. Il ciuffo biondo di Hutch non c'è più, ma dei tempi belli gli è rimasto almeno il giubbetto scamosciato anche se è costretto sulla sedia a rotelle ed è sparito sotto il peso degli anni e delle medicine anche il sorriso smargiasso che riservava ai testimoni bugiardi come alle ragazze carine di Bay City. Quando i due poliziotti più simpatici della tv Anni 7o sgommavano per le strade della California sulla loro Ford Gran Torino rossa con la striscia bianca e ai ragazzini d'America — e del resto del mondo, la serie fu un sorprendente successo globale — sembrava dal salotto di casa di sentire l'odore di quei pneumatici sull'asfalto. Oggi Starsky e Hutch hanno 73 anni e non sono più quelli di una volta ma neanche noi lo siamo: l'ultimo episodio del loro telefilm è andato in onda nella primavera del 1979, ma sono rimasti amici o, come dicono loro, «fratelli». Ecco perché la foto degli attori Paul Michael Glaser (Starsky) e David Soul (Hutch) a Liverpool per una convention di fan è così emozionante per chi ricorda le loro avventure. Il loro fascino è arrivato nell'era di Internet anche se sulle tv a alta definizione 4K di oggi risulta parecchio sgranato e con l'audio mono un po' gracchiante. In Italia «Starsky e Hutch» debuttarono nel 1979, sulla Rai, quando in America il telefilm era praticamente finito ma qui non lo sapeva nessuno (altri tempi, analogici), e furono molto amati dal pubblico nei bui Anni 70 dominati da una parte dal sanguinario Ispettore Callaghan e dall'altra da Serpico che lottava contro poliziotti corrotti più cattivi dei criminali senza divisa. Starsky e Hutch erano due poliziotti un po' hippie, simpatici e democratici, che non amavano sparare ma preferivano gli inseguimenti in auto e a piedi, e al limite ai cattivi rifilavano qualche sganassone invece di una pistolettata. Due poliziotti-amici che — nel mondo del telefilm era l'assoluta normalità ma in quei tempi fu una rivoluzione — prendevano ordini da un nero, il burbero ma buono (e goloso) capitano Dobey al quale nascondevano gli amati bomboloni. Glaser e Soul in questi quarant'anni: hanno visto il loro telefilm diventare un cult, hanno doppiato i loro personaggi per un videogioco e hanno visto il remake cinematografico di qualche anno fa, con Ben Stiller-Starsky e Owen Wilson-Hutch arrivare nelle sale e uscirne senza far innamorare nessuno: perché, molto semplicemente, si vedeva che loro due erano due amici che sul set si divertivano, Stiller e Wilson erano due attori famosi che recitavano un copione prima di andare a casa ognuno per conto suo. A Liverpool, con Hutch in sedia a rotelle e Starsky a spingerlo, c'era anche Huggy Bear, l'informatore al quale chiedevano sempre una mano: l'attore Antonio Fargas che di Glaser e Soul è rimasto amico, tre moschettieri di un successo di tanto tempo fa (i ragazzi americani conoscono un altro Fargas, Justin: ex giocatore di football, figlio di Antonio). Chi, in questi anni, ha seguito sui giornali e su Internet la carriera dei tre amici — non hanno più avuto un successo così, ma di trionfo, come diceva sempre Orson Welles che dell'ingratitudine di Hollywood se ne intendeva, «ne basta solo uno» per essere ricordati — sa che Soul, che da qualche anno vive in Inghilterra, è malato ma la sorte più terribile è toccata all'amico: Paul Michael Glaser ha visto la prima moglie, la dolcissima Elizabeth, morire nel 1994 per l'Aids contratto nel 1981 da una trasfusione effettuata durante il parto della piccola Ariel, che venne infettata durante l'allattamento e morì a soli sette anni. Chi ha visto tanti episodi di «Starsky e Hutch» fatica a indicare il più bello ma per quello più commovente è facile: un sicario spara alla fidanzata di Starsky e lei, prima di morire, lascia a Hutch il suo orsacchiotto: «Prenditi cura di lui, e diStarsky».

venerdì 17 marzo 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
In "Big Little Lies" viaggio nell'abisso dell'inganno

"Meno male che la serialità americana era finita, vittima dell'inflazione, ormai in piena crisi creativa e con forti segnali di stanchezza. Meno male che bisognava tornare alla pagina scritta... Poi arriva «Big Little Lies», non più casalinghe ma milionarie disperate, non più i sobborghi residenziali di Wisteria Lane ma l'assolata e snob Monterey, in California, un paesaggio che sembra nascere dalle dismisure sociali di chi lo abita, dai loro eccessi formali di donne che appartengono all'uppermiddle-class (Sky Atlantic, mercoledì, ore 21.15). La serie Hbo è tratta dall'omonimo romanzo di Liane Moriarty ed è stata ideata dal grande David E. Kelly (quello di «The Practice», «Ally McBeal», «LA Law»...). Tutto prende le mosse da un omicidio che si consuma durante una festa e in parallelo alla storia principale (tre amiche e madri alle prese con la vita privata e professionale) ci sono i flashforward degli interrogatori della polizia che commentano l'accaduto, quasi a rappresentare un coro da tragedia. Un coro di malignità, di invidie, di bugie, appunto. Reese Witherspoon interpreta Madeline Martha Mckenzie, ricca ma con problemi con i figli e il giovane secondo marito; Nicole Kidman è la sua amica Celeste Wright, apparentemente ben sposata e felice; e Jane Chapman è una madre single, appena arrivata in città, un elemento di disturbo, visto che il figlioletto Ziggy viene accusato di aver voluto strozzare una compagna di scuola. Ci saranno svolte inaspettate lungo il cammino ma intanto, dalle prime puntate siamo invischiati in un caotico puzzle culturale, fatto di affermazioni sociali e illusioni emotive, di paradossi e ripugnanze. Il pregio maggiore di «Big Little Lies» consiste nel tratteggiare un affresco psicologico di grande complessità capace di squarciare il lusso esibito, le ville sul mare, le famiglie da sogno per sondare l'abisso di chi, ingannato, si rallegra mestamente dell'inganno". (Aldo Grasso)

giovedì 16 marzo 2017

NEWS - Silenzio in sala! Il compositore di "Game of Thrones" ha suonato le musiche della serie al Madison Square Garden (visto il successo, toccherà a quelle di "Westworld", sempre da lui composte?)

News tratta da "Vulture"
For the biggest Game of Thrones fans, televised episodes just aren’t enough — especially when it comes to the show’s music. Viewers might hear a snippet of a piece that could be a full song, and scenes might return to certain musical themes, but it’s rarer to hear a number all the way through. Composer Ramin Djawadi’s solution? He decided to launch a live concert tour, which touched down at Madison Square Garden last Tuesday, providing a musical portal from New York to the Seven Kingdoms. “I feel like we have so much going on,” Djawadi told Vulture before the show. “We have all this movement and color, and you’ll be like, ‘Oh, wait! What’s happening on the left? What’s happening on the right?’ Because it will be happening all around you.” He wasn’t exaggerating: Red leaves shed from weirwood trees that grow out of the stage; confetti falls from the ceiling, lit from behind to look like a drifting snowstorm; and smoke and fire shoot out of pyrotechnics rigs at different angles and colors, like reddish-orange for dragon fire or green for wildfire. Scenes from the show play on tiered screens, encompassing each particular character’s theme. And then there’s the music itself — played by a full orchestra, sung by a choir and soloists, with expanded arrangements and lyrics that are somehow more vivid, more tense, more heart-wrenching, and recontextualized quite a few famous Thrones moments, especially the deaths of beloved characters. (Hodor!) “There are certainly a lot of spoilers,” Djawadi laughed. “This is a crash course.” While an eight-piece band remains the same for every stop on the tour, Djawadi refreshes the show in each city with a new orchestra and choir, using local musicians, which requires extra rehearsal time. Some of the other tweaks he made along the way were to nix a screen that was supposed to come down all the way to a runway stage and separate the audience like the Wall, as well as keeping the soloists on the move between different satellite stages. “It’s physically exhausting,” he said. “But it looks so cool when we use the whole space.” Although the tour has a few weeks left to go, Djawadi is already dreaming up a sequel to follow season seven, as well as the possibility of launching a live concert tour for the other HBO show he composes, Westworld“A lot of people have said, ‘Do a Westworld tour!’” he said. “I definitely have ideas, because we could do a whole concert from just the first season. The player piano plays such a huge role in that one, so it’s a must-have as a centerpiece. And imagine the possibilities for guest stars! I would love it if anyone like Radiohead or Trent Reznor wanted to be involved. It would be such a blast.”
NEWS - Amate le serie tv? State in Campan(i)a! Un campus universitario a Fisciano (Salerno) vi spiega i linguaggi e i consumi della serialità

News tratta da "Il Mattino"
Tutto è serialità. Siamo invasi, affascinati, sedotti e(alla fine della serie) abbandonati. Totalmente immersi in un processo di creatività e narrazione audiovisiva che sembra ogni cosa sfiorare e ogni cosa reinventare. In principio furono gli sceneggiati televisivi, poi giunse l'epopea infinita delle soap opera, le generazionali sit-com fino ad arrivare al nostro contemporaneo dove il processo seriale è di grande forza e diffusione, tanto da influenzare perfino il cinema. «I linguaggi utilizzati sono all'insegnadiunapotente innovazione. E la costruzione dell'immaginario seriale è magico intreccio: televisivi e post-televisivi siamo intinti in un cortocircuito inesauribile di trame, visioni, azzardo», spiega Alfonso Amendola. Il prof di Sociologia degli audiovisivi sperimentali all'università di Salerno è l'anima, con Linda Barone e Maurizio Calbi, del convegno internazionale, promosso da Unknown Pleasures, «To be continued. Il dispositivo seriale tra narrazioni, linguaggi, traduzioni e consumi» in agenda da oggi a domani (10-18) al Campus di Fisciano. Per molti la vera dimensione seriale ha inizio con «Ai confini della realtà» per altri con «Star Trek». Quel che è evidente è che ogni serie è storia a sé. Dal circuito spazio-temporale di «Lost» all'effetto nostalgia di «Stranger things»; dal visionario «Westworld» all'epico «Trono di spade». E, ancora, i medical drama, le commedie, lo straordinario capitolo made in Italy di «Boris», «Romanzo criminale», «Gomorra» e «The Young Pope». Nella cultura seriale c'è ditutto di più, in una riuscita miscela di tradizione, sperimentazione, innovazione e convenzionalità. Ne parleranno 30 relatori, riflettendo anche sul radicale cambiamento socio-culturale in atto, le nuove professionalità, le problematiche legate alla linguistica, le dinamiche di ricezione, il rapporto tra autorialità e consumo di massa. Lectio magistralis di Jordi Ballo (università Pompeu Fabra di Barcellona) e Douglas Lanier (università del New Hampshire) sulla centralità di William Shakespeare nel fiabesco seriale contemporaneo.

"Il trivial game + divertente dell'anno" (Lucca Comics)

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Il GIOCO DEI TELEFILM di Leopoldo Damerini e Fabrizio Margaria, nei migliori negozi di giocattoli: un viaggio lungo 750 domande divise per epoche e difficoltà. Sfida i tuoi amici/parenti/partner/amanti e diventa Telefilm Master. Disegni originali by Silver. Regolamento di Luca Borsa. E' un gioco Ghenos Games. http://www.facebook.com/GiocoDeiTelefilm. https://twitter.com/GiocoTelefilm

Lick it or Leave it!

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