martedì 21 giugno 2016
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
"Rosewood", tendenza afroamericana anche nei crime
"'Rosewood' è la nuova serie poliziesca partita su Fox Crime (il venerdi alle 21.00). Il dottor Beaumont Rosewood (l'attore Morris Chestnut) è uno dei più brillanti patologi di Miami. Quando la polizia si trova di fronte a casi apparentemente irrisolvibili richiede la sua consulenza: grazie alle più sofisticate attrezzature tecnologiche presenti nel suo studio e soprattutto grazie al suo intuito infallibile, i corpi delle vittime di presunti omicidi diventano fondamentali indizi da decifrare. Ogni minimo segno che la vita ha lasciato sul corpo umano diventa per Rosewood una chiave per spiegarne la morte. Il fascino della serie si gioca su sue piani: da un lato, la ricostruzione dei casi di omicidio attraverso il lavoro del patologo. I riferimenti non troppo nascosti sono quelli delle scene del crimine analizzate dagli esperti di «CSI», dello studio delle tracce di sangue fatto da Dexter, persino della logica deduttiva usata dal Dottor House per guarire i pazienti affetti dalle malattie più rare. Dall'altro il personaggio di Rosewood, un uomo dal carattere brillante, ottimista e amante della vita, parecchio egocentrico (è uno che si definisce "il Beethoven dei patologi") ed eccellente nel suo lavoro: il suo stretto rapporto con la morte, che analizza tutti i giorni, è forse dovuto a un complesso problema cardiaco che presenta dall'infanzia e che minaccia di ucciderlo da un momento all'altro. Quando la detective Annalise Villa si trasferisce a Miami e inizia a collaborare con Rosewood, è presto chiaro che il rapporto non sarà solo di tipo professionale. Sia l'interprete principale, sia molti comprimari di «Rosewood» sono afroamericani: è una tendenza vista negli USA anche con altre serie di successo, da «Empire» a quelle firmate da Shonda Rhimes («Scandal», «Le regole del delitto perfetto»), capaci di rappresentare professionisti affermati e di successo non solo provenienti dal mondo WASP". (Aldo Grasso, 20.06.2016)
CORRIERE DELLA SERA
"Rosewood", tendenza afroamericana anche nei crime
"'Rosewood' è la nuova serie poliziesca partita su Fox Crime (il venerdi alle 21.00). Il dottor Beaumont Rosewood (l'attore Morris Chestnut) è uno dei più brillanti patologi di Miami. Quando la polizia si trova di fronte a casi apparentemente irrisolvibili richiede la sua consulenza: grazie alle più sofisticate attrezzature tecnologiche presenti nel suo studio e soprattutto grazie al suo intuito infallibile, i corpi delle vittime di presunti omicidi diventano fondamentali indizi da decifrare. Ogni minimo segno che la vita ha lasciato sul corpo umano diventa per Rosewood una chiave per spiegarne la morte. Il fascino della serie si gioca su sue piani: da un lato, la ricostruzione dei casi di omicidio attraverso il lavoro del patologo. I riferimenti non troppo nascosti sono quelli delle scene del crimine analizzate dagli esperti di «CSI», dello studio delle tracce di sangue fatto da Dexter, persino della logica deduttiva usata dal Dottor House per guarire i pazienti affetti dalle malattie più rare. Dall'altro il personaggio di Rosewood, un uomo dal carattere brillante, ottimista e amante della vita, parecchio egocentrico (è uno che si definisce "il Beethoven dei patologi") ed eccellente nel suo lavoro: il suo stretto rapporto con la morte, che analizza tutti i giorni, è forse dovuto a un complesso problema cardiaco che presenta dall'infanzia e che minaccia di ucciderlo da un momento all'altro. Quando la detective Annalise Villa si trasferisce a Miami e inizia a collaborare con Rosewood, è presto chiaro che il rapporto non sarà solo di tipo professionale. Sia l'interprete principale, sia molti comprimari di «Rosewood» sono afroamericani: è una tendenza vista negli USA anche con altre serie di successo, da «Empire» a quelle firmate da Shonda Rhimes («Scandal», «Le regole del delitto perfetto»), capaci di rappresentare professionisti affermati e di successo non solo provenienti dal mondo WASP". (Aldo Grasso, 20.06.2016)
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lunedì 20 giugno 2016
NEWS - Netflix fa meno paura: previsioni crescita mercato Svod, +100% quest'anno ma poi rallenty fino al 10% nel 2020
Articolo tratto da "Affari&Finanza"
Il ciclone Netflix spazzerà via la vecchia tv: sì, forse un domani. O forse dopodomani. Ma per ora pare che Rai, Mediaset, Sky, Cairo e tutti quelli che stanno investendo in nuovi canali, pay o in chiaro, da Discovery a Viacom (e nuovi arrivi sono attesi a breve) possano dormire sonni, magari non proprio tranquilli ma non certo tormentati dall'incubo di milioni e milioni di spettatori in fuga verso la streaming tv di Reed Hastings. Il tranquillante si trova nei numeri del rapporto di Pricewaterhouse Cooper "Global Entertainment e Media Outlook 2016-20" pubblicato la scorsa settimana. Nel capitolo sull'Italia snocciola le previsioni sulla crescita del mercato Svod, ossia la streaming tv con abbonamento fisso mensile. Dove operano Netflix e anche Infinity di Mediaset, Tim Vision e Sky Online. Secondo PwC il comparto quest'anno crescerà del 100%. Ma rallenterà subito. La crescita sarà del 24% nel 2018, del 18% nel 2019 e sotto il 10% nel 2020, quando il valore di mercato si attesterà sui 126 milioni di dollari.
Articolo tratto da "Affari&Finanza"
Il ciclone Netflix spazzerà via la vecchia tv: sì, forse un domani. O forse dopodomani. Ma per ora pare che Rai, Mediaset, Sky, Cairo e tutti quelli che stanno investendo in nuovi canali, pay o in chiaro, da Discovery a Viacom (e nuovi arrivi sono attesi a breve) possano dormire sonni, magari non proprio tranquilli ma non certo tormentati dall'incubo di milioni e milioni di spettatori in fuga verso la streaming tv di Reed Hastings. Il tranquillante si trova nei numeri del rapporto di Pricewaterhouse Cooper "Global Entertainment e Media Outlook 2016-20" pubblicato la scorsa settimana. Nel capitolo sull'Italia snocciola le previsioni sulla crescita del mercato Svod, ossia la streaming tv con abbonamento fisso mensile. Dove operano Netflix e anche Infinity di Mediaset, Tim Vision e Sky Online. Secondo PwC il comparto quest'anno crescerà del 100%. Ma rallenterà subito. La crescita sarà del 24% nel 2018, del 18% nel 2019 e sotto il 10% nel 2020, quando il valore di mercato si attesterà sui 126 milioni di dollari.
martedì 14 giugno 2016
Lady Gaga of “American Horror Story: Hotel” and Jamie Lee Curtis of “Scream Queens” are arguably some of the most famous new faces on TV. But fame isn’t all it’s cracked up to be — at least not for Curtis, who told Gaga during their conversation for the fourth season of Variety and PBS’ “Actors on Actors” series, that it’s “isolating”. The duo also discussed Curtis’ blockbuster film “True Lies,” “The Jinx” and working with “American Horror Story” creator Ryan Murphy.
Vedi il video qui: http://video-cdn.variety.com/previews/y43twW2O-plsZnDJi.
lunedì 13 giugno 2016
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
LA STAMPA
"Peaky Blinders", cult inglese d'inizio Novecento dove i cattivi sono i buoni
"E' il 2013 quando sulla BBC fa il suo esordio Peaky Blinders: porta la firma di Steven Knight, già regista di Locke, penna tra le più raffinate dello scenario inglese; la storia che racconta è quella di un gruppo di gangster vecchio stampo, metà british e metà zingari, veterani della Grande Guerra e con l'obiettivo di diventare ricchi. Il successo è quasi immediato: Peaky Blinders viene riconfermata per una seconda e per una terza stagione e, solo pochi giorni fa, per una quarta e una quinta. Oggi è una delle serie televisive - in Italia disponibile su Netflix - più interessanti non solo nel panorama inglese, ma pure in quello internazionale: la crescente qualità, puntata dopo puntata, e un cast di caratteristi - primo tra tutti Cillian Murphy - ne ha fatto in brevissimo tempo un cult. Il merito, inutile dirlo, è di Knight: che ha saputo ricostruire un mondo, quello dei primi anni del Novecento, e una città, la Birmingham industrializzata; e che ha messo insieme, in un unico racconto, alcuni dei temi più interessanti e controversi (la criminalità londinese, il comunismo, i servizi segreti; complotti ed oscurantismo di inizio secolo) della storia del Regno Unito. I protagonisti sono criminali: picchiatori feroci, armati di lame e revolver. Il loro capo, Thomas Shelby, interpretato da Murphy, è un soldato e uno stratega; ha sempre un piano e in ogni stagione punta sempre più in alto: da Birmingham a Londra, dalle scommesse clandestine agli affari legali. I suoi più stretti collaboratori sono i suoi fratelli. La sua guida, sua zia. Si innamora, soffre, perde. Poi si rialza, vince; e meglio ancora: si vendica. Come tante altre serie, anche Peaky Blinders racconta il male - e, soprattutto, la bestialità umana. Ma attenzione: i cattivi, qui, sono i buoni; alla fine della prima stagione non riuscirete a fare a meno di tifare per i criminali, di odiare la Corona e i suoi rappresentanti - Sam Neill, volto storico della televisione e del cinema inglese, è il maggiore Chester Campbell, oppressore dell'Ira e sbirro integerrimo - e di credere che giusto e sbagliato siano due concetti piuttosto relativi nella loro assolutezza. Sullo sfondo: i fumi industriali, i canali inquinati, le grandi costruzioni di mattoni rossi, i pub e i figli d'Inghilterra martoriati e storditi dalla tragedia della guerra. In primo piano, accompagnati dalla musica dei Nick Cave e The Bad Seeds (la loro Red Right Hand fa da opening ad ogni episodio), modernissimi Robin Hood che non esitano ad uccidere innocenti pur di guadagnare: per sé stessi prima che per i poveri".
(Gianmaria Tammaro, 09.06.2016)
LA STAMPA
"Peaky Blinders", cult inglese d'inizio Novecento dove i cattivi sono i buoni
"E' il 2013 quando sulla BBC fa il suo esordio Peaky Blinders: porta la firma di Steven Knight, già regista di Locke, penna tra le più raffinate dello scenario inglese; la storia che racconta è quella di un gruppo di gangster vecchio stampo, metà british e metà zingari, veterani della Grande Guerra e con l'obiettivo di diventare ricchi. Il successo è quasi immediato: Peaky Blinders viene riconfermata per una seconda e per una terza stagione e, solo pochi giorni fa, per una quarta e una quinta. Oggi è una delle serie televisive - in Italia disponibile su Netflix - più interessanti non solo nel panorama inglese, ma pure in quello internazionale: la crescente qualità, puntata dopo puntata, e un cast di caratteristi - primo tra tutti Cillian Murphy - ne ha fatto in brevissimo tempo un cult. Il merito, inutile dirlo, è di Knight: che ha saputo ricostruire un mondo, quello dei primi anni del Novecento, e una città, la Birmingham industrializzata; e che ha messo insieme, in un unico racconto, alcuni dei temi più interessanti e controversi (la criminalità londinese, il comunismo, i servizi segreti; complotti ed oscurantismo di inizio secolo) della storia del Regno Unito. I protagonisti sono criminali: picchiatori feroci, armati di lame e revolver. Il loro capo, Thomas Shelby, interpretato da Murphy, è un soldato e uno stratega; ha sempre un piano e in ogni stagione punta sempre più in alto: da Birmingham a Londra, dalle scommesse clandestine agli affari legali. I suoi più stretti collaboratori sono i suoi fratelli. La sua guida, sua zia. Si innamora, soffre, perde. Poi si rialza, vince; e meglio ancora: si vendica. Come tante altre serie, anche Peaky Blinders racconta il male - e, soprattutto, la bestialità umana. Ma attenzione: i cattivi, qui, sono i buoni; alla fine della prima stagione non riuscirete a fare a meno di tifare per i criminali, di odiare la Corona e i suoi rappresentanti - Sam Neill, volto storico della televisione e del cinema inglese, è il maggiore Chester Campbell, oppressore dell'Ira e sbirro integerrimo - e di credere che giusto e sbagliato siano due concetti piuttosto relativi nella loro assolutezza. Sullo sfondo: i fumi industriali, i canali inquinati, le grandi costruzioni di mattoni rossi, i pub e i figli d'Inghilterra martoriati e storditi dalla tragedia della guerra. In primo piano, accompagnati dalla musica dei Nick Cave e The Bad Seeds (la loro Red Right Hand fa da opening ad ogni episodio), modernissimi Robin Hood che non esitano ad uccidere innocenti pur di guadagnare: per sé stessi prima che per i poveri".
(Gianmaria Tammaro, 09.06.2016)
domenica 12 giugno 2016
GOSSIP - Doccia bollente! Shay Mitchell di "PLL" sotto gli spruzzi con Nick Jonas nel di lui video "Under You"
Nick Jonas will never get over Shay Mitchell – not after their steamy “Under You” music video. After teasing fans with footage of his hot-and-heavy affair with the Pretty Little Liars star, Jonas dropped the full video on Tidal Friday.
“You know I couldn’t drop a new album without a new video too,” Jonas wrote on Instagram to mark the release. The “Under You” video shows the singer driving through the rain to see Mitchell before angrily trashing her room. The two then have a tantalizing make-up session in the shower.
Mitchell told Teen Vogue she came off a stunt-heavy shoot for Pretty Little Liars shortly before filming the music video. “They had to keep coming into the shower to cover up the bruises because I was bruised all over,” she said. “So I go from Emily, to, you know, Nick’s girl in this video.”
The video for “Under You,” off of Jonas’ album Last Year Was Complicated, is available now to watch on Tidal.
Nick Jonas will never get over Shay Mitchell – not after their steamy “Under You” music video. After teasing fans with footage of his hot-and-heavy affair with the Pretty Little Liars star, Jonas dropped the full video on Tidal Friday.
“You know I couldn’t drop a new album without a new video too,” Jonas wrote on Instagram to mark the release. The “Under You” video shows the singer driving through the rain to see Mitchell before angrily trashing her room. The two then have a tantalizing make-up session in the shower.
Mitchell told Teen Vogue she came off a stunt-heavy shoot for Pretty Little Liars shortly before filming the music video. “They had to keep coming into the shower to cover up the bruises because I was bruised all over,” she said. “So I go from Emily, to, you know, Nick’s girl in this video.”
The video for “Under You,” off of Jonas’ album Last Year Was Complicated, is available now to watch on Tidal.
sabato 11 giugno 2016
PICCOLO GRANDE SCHERMO - Il film di "Battlestar Galactica" ha trovato la penna (al femminile)
News tratta da "Uproxx"
That long-promised Battlestar Galactica movie is taking a big step towards finally happening. Universal confirmed today via Variety that the writer of HBO’s Westworld, Lisa Joy, has been selected to pen the script for the upcoming big-screen adaptation of the acclaimed sci-fi franchise. And while it hasn’t been made official yet, the rumor is that they’re eyeing Francis Lawrence, director of the controversial Constantine film and decidedly less-controversial Hunger Games films, to direct.
Battlestar debuted on television in 1978 and spawned countless spinoffs across various mediums, including books, television, comics, and more. However, its recent popularity is largely due to the 2004 reboot of the show, one of the first great explicitly post-9/11 American television shows. Eschewing the original’s camp for intense political drama and philosophical commentary on what it means to be human, the show enjoyed a four-season run and critical acclaim, even if its finale ended up proving to be one of the most polarizing last episodes of all time.
X-Men franchise director Bryan Singer had been attached to direct the film previously, but is no longer associated with the production. Given the recent reception of his latest film, X-Men: Apocalypse, this could be a good thing. Lawrence’s Hunger Games films (he directed all but the first in the series) are critically acclaimed, especially the second installment, Catching Fire. With solid experience in directing dystopian science fiction, Lawrence will likely be a great fit for Battlestar‘s big franchise debut when it finally arrives.
News tratta da "Uproxx"
That long-promised Battlestar Galactica movie is taking a big step towards finally happening. Universal confirmed today via Variety that the writer of HBO’s Westworld, Lisa Joy, has been selected to pen the script for the upcoming big-screen adaptation of the acclaimed sci-fi franchise. And while it hasn’t been made official yet, the rumor is that they’re eyeing Francis Lawrence, director of the controversial Constantine film and decidedly less-controversial Hunger Games films, to direct.
Battlestar debuted on television in 1978 and spawned countless spinoffs across various mediums, including books, television, comics, and more. However, its recent popularity is largely due to the 2004 reboot of the show, one of the first great explicitly post-9/11 American television shows. Eschewing the original’s camp for intense political drama and philosophical commentary on what it means to be human, the show enjoyed a four-season run and critical acclaim, even if its finale ended up proving to be one of the most polarizing last episodes of all time.
X-Men franchise director Bryan Singer had been attached to direct the film previously, but is no longer associated with the production. Given the recent reception of his latest film, X-Men: Apocalypse, this could be a good thing. Lawrence’s Hunger Games films (he directed all but the first in the series) are critically acclaimed, especially the second installment, Catching Fire. With solid experience in directing dystopian science fiction, Lawrence will likely be a great fit for Battlestar‘s big franchise debut when it finally arrives.
venerdì 10 giugno 2016
Articolo di Alessandro Gnocchi su "Il Giornale"
Notte tra lunedì e martedì, ore 24 e 30 circa. Gli insonni che hanno aperto l'applicazione di Netflix, la TV in streaming (visibile con abbonamento su computer, smartphone, tablet) si sono trovati davanti al paese di Bengodi. Nella schermata iniziale ecco apparire come per incanto una raffica delle migliori serie TV attualmente trasmesse da altre piattaforme. Si sarà chiesto il cliente assonnato di Netflix: sogno o son desto? Era desto. E ha potuto aggiungere alla propria playlist: Aquarius, American Horror Story, The Walking Dead, Homeland, Falling Skies, Blacklist, House of Cards, Teen Wolf. II meglio del meglio, del passato e del presente. Tutte serie oggi in onda su Sky, specie sui canali Fox, con un notevole gradimento del pubblico. Ma c'erano anche le novità originali ed esclusive di Netflix, non ancora diffuse come, ad esempio, la seconda stagione integrale di Dal tramonto all'alba, la serie d'ispirazione tarantinesca realizzata da Robert Rodriguez, già destinata al mercato italiano, ma non ancora uscita. Roba da stare svegli una settimana di fila per vedere almeno l'«indispensabile». Finito il quale ci sarebbero comunque le centinaia di film anch'essi apparsi nella notte magica. Pellicole non disponibili per l'utente italiano, spesso in lingua originale. Insomma, deve essere successo qualcosa forse per errore è finito on line il catalogo delle novità insieme a «brandelli» di quello americano. Torniamo alle serie: tutte le stagioni in lingua italiana, con riassunti puntata per puntata. Dopo circa un'ora di ricerche, gli insonni, ormai elettrizzati, avranno magari deciso di guardarsi le ultime tre stagioni di Falling Skies, iniziando subito e prendendo un paio di giorni di ferie. Un po' di fantascienza, prodotta da Steven Spielberg, sembrava adatta dopo la scoperta stellare. Pronti, via. Netflix si arena. Compare il messa o: il contenuto al momento non è disponibile, riprova più tardi o scegline un altro. Sotto un codice numerico che segnala problemi di accesso all'archivio. Chiudere o non chiudere? Cancellare e ricaricare l'applicazione o riprovare nella speranza che si sblocchi? Nell'incertezza, si chiude, si disinstalla, si riparte. Alla riapertura, è svanito l'incantesimo. Eccoci di nuovo di fronte al solito Netflix italiano, con i consueti contenuti. Quelli nuovi, che avevano fatto esultare gli utenti, sono scomparsi. Evaporati, anzi: rinchiusi, nei meandri dell'archivio inaccessibile. Non resta che andare a dormire colmi di rammarico. A questo punto, però, la mattina seguente, viene la curiosità. Di preciso, perché Netflix ha pronta per la pubblicazione metà catalogo delle serie TV in onda su Sky, la metà interessante, tra l'altro? Cosa bolle in pentola? La spiegazione tecnica sta nel fatto che nell'archivio di altri Paesi quelle serie sono disponibili e sono già predisposte in diverse lingue, italiano incluso, sottotitolate o meno. Ma quello apparso nella notte magica si direbbe, almeno in parte, proprio l'archivio italiano, come lascia supporre la presenza degli originali Netflix non ancora rilasciati (neppure altrove) ma già annunciati nel nostro Paese. Interpellati i responsabili di Netflix in Europa rispondono di «non aver riscontrato particolari anomalie» e che comunque queste serie potranno essere visibili in Italia quando saranno ridiscussi i diritti di trasmissione di ognuna. Del resto è un periodo di riposizionamento, alleanze, fusioni e innovazioni tecnologiche, come spiega l'altro articolo in questa pagina. E se gli insonni avessero assistito per errore al primo capitolo della futura guerra per la Tv in streaming, che si combatterà proprio sulle serie? Ci vorrebbe un mago per saperlo. Oppure un errore notturno.
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Vivendi
giovedì 9 giugno 2016
NEWS - Netflix all'europea: la nuova Premium produrrà dalla nuova stagione 10 serie tv originali "di alta qualità". Possibile sede in Germania (meno tasse)
Articolo tratto da "Il Sole 24 ore"
Si stringono i tempi per la nascita di un Netflix europeo. È almeno quanto sostiene il quotidiano francese «Le Figaro», secondo il quale il progetto potrebbe vedere la luce entro la fine dell'anno, con una piattaforma di video a richiesta in abbonamento (Svod) che avrebbe sede in Germania. A lanciare l'iniziativa di cui si è già parlato al momento dell'accordo con Mediaset sarebbe Vivendi, il gigante dell'entertainment guidato da Vincent Bolloré, principale azionista di Telecom Italia. Assieme, appunto, a Mediaset e forse agli spagnoli di Telefonica. I Paesi interessati, almeno in un primo tempo, sarebbero Germania, Francia, Italia e Spagna. Dal quartier generale di Vivendi non arriva altro se non il solito «no comment». Anche se fannonotare che forse è un po' presto per parlare concretamente di simili progetti, visto che l'operazione Mediaset è ancora in attesa del via libera delle autorità competenti, il quale non dovrebbe arrivare prima di fine settembre. Forse è presto per parlarne, ma certo l'idea è sul tappeto da tempo. Non solo da parte di Vivendi. Il problema, sostiene «Le Figaro», è evitare che la sede sia in Francia. Dove gli obblighi legati al finanziamento del cinema francese e alle quote di trasmissione di produzioni «made in France» rendono l'operazione più complessa e costosa. Perché in effetti non scegliere allora la Germania, dove Vivendi è già attiva nella Svod con Watchever. Quanto alla platea di utenti, si partirebbe dai 3oomila abbonati di quest'ultima, i 55omila circa di CanalPlay (sempre Vivendi) in Francia, i 600mila di Infmity (Mediaset) in Italia E magari anche il milione di Yomvi (Movistar , del gruppo Telefonica, di cui Vivendi ha l'1%) in Spagna. Certo siamo ancora lontani dai numeri di Netflix, ma sarebbe una importante base di partenza, che consentirebbe di immaginare la produzione di una decina di serie originali di alta qualità (e quindi ad alto costo) all'anno. D'altronde Vivendi sta già investendo pesantemente nell'acquisizione di quote di partecipazione in molte società di produzione europee.
Articolo tratto da "Il Sole 24 ore"
Si stringono i tempi per la nascita di un Netflix europeo. È almeno quanto sostiene il quotidiano francese «Le Figaro», secondo il quale il progetto potrebbe vedere la luce entro la fine dell'anno, con una piattaforma di video a richiesta in abbonamento (Svod) che avrebbe sede in Germania. A lanciare l'iniziativa di cui si è già parlato al momento dell'accordo con Mediaset sarebbe Vivendi, il gigante dell'entertainment guidato da Vincent Bolloré, principale azionista di Telecom Italia. Assieme, appunto, a Mediaset e forse agli spagnoli di Telefonica. I Paesi interessati, almeno in un primo tempo, sarebbero Germania, Francia, Italia e Spagna. Dal quartier generale di Vivendi non arriva altro se non il solito «no comment». Anche se fannonotare che forse è un po' presto per parlare concretamente di simili progetti, visto che l'operazione Mediaset è ancora in attesa del via libera delle autorità competenti, il quale non dovrebbe arrivare prima di fine settembre. Forse è presto per parlarne, ma certo l'idea è sul tappeto da tempo. Non solo da parte di Vivendi. Il problema, sostiene «Le Figaro», è evitare che la sede sia in Francia. Dove gli obblighi legati al finanziamento del cinema francese e alle quote di trasmissione di produzioni «made in France» rendono l'operazione più complessa e costosa. Perché in effetti non scegliere allora la Germania, dove Vivendi è già attiva nella Svod con Watchever. Quanto alla platea di utenti, si partirebbe dai 3oomila abbonati di quest'ultima, i 55omila circa di CanalPlay (sempre Vivendi) in Francia, i 600mila di Infmity (Mediaset) in Italia E magari anche il milione di Yomvi (Movistar , del gruppo Telefonica, di cui Vivendi ha l'1%) in Spagna. Certo siamo ancora lontani dai numeri di Netflix, ma sarebbe una importante base di partenza, che consentirebbe di immaginare la produzione di una decina di serie originali di alta qualità (e quindi ad alto costo) all'anno. D'altronde Vivendi sta già investendo pesantemente nell'acquisizione di quote di partecipazione in molte società di produzione europee.
La cosa piú bella del pilot di #Outcast é nella sigla finale. #TheCure #AShortTermEffect #Kirkmanstaisereno #ildiavolofalapentolamanon...
— Leo Damerini (@LeoDamerini) 6 giugno 2016
martedì 7 giugno 2016
NEWS - "I personaggi LGBT lottano due volte, per l'amore e contro i pregiudizi". La "Lexa Pledge" conquista l'attenzione del "Corriere della Sera"
Articolo tratto dal "Corriere della Sera"
La televisione spesso si rivela per quella che è: uno specchio. E lo stesso fanno i numeri: leggerli non fa che restituire un’immagine molto chiara. Sono 18 mila i personaggi eterosessuali che compaiono nelle serie tv, appena 383 invece quelli appartenenti alla comunità Lgtb: e di questi ben 156 sono stati uccisi. Una sproporzione. Confermata anche da altre percentuali: l’89% delle serie tv non ha personaggi omo o bisessuali. E nell’11% rimanente solo il 16% delle storie si è concluso con un lieto fine. Ma qualcosa si muove e ora sotto la spinta della ribellione di molti fan, autori e produttori hanno promosso una raccolta firme (riuniti nel gruppo «Lgtb Fans Deserve Better», ossia meritano il meglio) stanchi di vedere la morte di personaggi televisivi gay e chiedono — con tanto di appello in un video che ricostruisce i numeri di questa discriminazione — che i personaggi che rappresentano la comunità Lgtb vengano trattati con più rispetto. Hanno redatto anche un impegno scritto in 7 punti il cui scopo è quello che «la comunità queer sia equamente rappresentata in tv». La goccia che ha fatto traboccare il vaso (e chi vuole evitare spoiler su The 100 non continui a leggere) è stata la morte di Lexa, la lesbica interpretata da Alycia Debnam-Carey nella serie che in Italia va in onda su Premium Action (la terza stagione inedita da settembre). Lexa era un personaggio chiave, fatto sparire di scena come è accaduto nel tempo a storici protagonisti paladini dei diritti arcobaleno: Marissa (Mischa Barton) in The O.C., Tara (Amber Benson) in Buffy l’ammazzavampiri, Tricia (Madeline Brewer) in Orange Is the New Black, Denise (Merritt Wever) in The Walking Dead.
Certo la prossima polemica sembra già vicina (e qui invece non legga chi vuole evitare spoiler su Grey’s Anatomy):
la dottoressa lesbica Callie Torres (interpretata da Sara Ramirez)
sembra pronta a lasciare dopo 10 anni la serie ideata da Shonda Rhimes.
La dodicesima stagione vedrà infatti la sua uscita (come, non si sa
ancora). L’attrice si prenderà una pausa (dunque in futuro potrebbe
anche tornare) e all’origine della scelta c’è prosaicamente il fatto che
le parti non hanno chiuso un nuovo accordo in vista della scadenza del
contratto a giugno. In questo caso ragioni economiche, di fatto un’altra
storia senza lieto fine.
Articolo tratto dal "Corriere della Sera"
La televisione spesso si rivela per quella che è: uno specchio. E lo stesso fanno i numeri: leggerli non fa che restituire un’immagine molto chiara. Sono 18 mila i personaggi eterosessuali che compaiono nelle serie tv, appena 383 invece quelli appartenenti alla comunità Lgtb: e di questi ben 156 sono stati uccisi. Una sproporzione. Confermata anche da altre percentuali: l’89% delle serie tv non ha personaggi omo o bisessuali. E nell’11% rimanente solo il 16% delle storie si è concluso con un lieto fine. Ma qualcosa si muove e ora sotto la spinta della ribellione di molti fan, autori e produttori hanno promosso una raccolta firme (riuniti nel gruppo «Lgtb Fans Deserve Better», ossia meritano il meglio) stanchi di vedere la morte di personaggi televisivi gay e chiedono — con tanto di appello in un video che ricostruisce i numeri di questa discriminazione — che i personaggi che rappresentano la comunità Lgtb vengano trattati con più rispetto. Hanno redatto anche un impegno scritto in 7 punti il cui scopo è quello che «la comunità queer sia equamente rappresentata in tv». La goccia che ha fatto traboccare il vaso (e chi vuole evitare spoiler su The 100 non continui a leggere) è stata la morte di Lexa, la lesbica interpretata da Alycia Debnam-Carey nella serie che in Italia va in onda su Premium Action (la terza stagione inedita da settembre). Lexa era un personaggio chiave, fatto sparire di scena come è accaduto nel tempo a storici protagonisti paladini dei diritti arcobaleno: Marissa (Mischa Barton) in The O.C., Tara (Amber Benson) in Buffy l’ammazzavampiri, Tricia (Madeline Brewer) in Orange Is the New Black, Denise (Merritt Wever) in The Walking Dead.
Negli Stati Uniti la questione è diventata tema di dibattito. Tanto che il creatore di The 100 Jason
Rothenberg ha dovuto fare pubblica ammenda: «Non c’è mai un’unanimità
nelle scelte degli sceneggiatori di una serie. Ognuno sottopone la
propria, ma poi tocca a me scegliere. Nel mondo del nostro telefilm
nessuno è al sicuro e ogni personaggio, anche se apprezzato, può morire,
in qualsiasi momento. Ci sono diverse ragioni per cui questa puntata è
stata pensata in questo modo: pratiche (un’attrice lasciava lo show
perché impegnata anche in Fear the Walking Dead),
creative (è una storia sulla reincarnazione) e tematiche (è uno show
sulla sopravvivenza). Nonostante le mie ragioni, scrivo e produco
televisione per il mondo reale, dove esistono luoghi comuni negativi. E
mi dispiace molto per non essermene pienamente reso conto. Sapendo ciò
che so ora, la morte di Lexa sarebbe stata messa in scena diversamente».
Leo Damerini, autore del Dizionario dei Telefilm
(Garzanti), dà una lettura del fenomeno: «In generale i personaggi Lgtb
devono lottare due volte: per il loro amore personale e contro i
pregiudizi sociali. Hanno relazioni più tormentate, e spesso soccombono.
C’è una visone sadica e molto pratica in questo da parte degli
sceneggiatori americani: i loro tormenti appassionano il doppio, portano
i telespettatori ad affezionarsi più rapidamente, sull’onda dei recenti
movimenti che inneggiano alla parità, per poi celebrare funerali che
diventano eventi epocali, perdite che colpiscono nel profondo. Perché
non si perdono solo personaggi, ma più spesso bandiere e simboli».
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lunedì 6 giugno 2016
NEWS - Diavolo d'un Kirkman! Dopo gli zombie di "TWD" lancia i demoni di "Outcast" (da stasera). "Nelle mie storie cerco l'umanità tra gli orrori quotidiani"
Intervista a Robert Kirkman tratta da "La Repubblica"
Degli angeli ciascuno è tremendo scriveva Rainer Maria Rilke nelle Elegie Duinesi. Figuriamoci i diavoli. Non risparmia nulla a riguardo la nuova serie di Robert Kirkman, Outcast, tratta come già The walking dead da un suo fumetto di grande successo: negli Usa il primo numero di Outcast ha venduto oltre centomila copie. Esempi unici di comics che in tempi brevissimi riescono ad arrivare sullo schermo e da lì diventare, è il caso di The walking dead. la serie più vista nella fascia d'età 18-49, con una media di 11 milioni di telespettatori a puntata. Outcast potrebbe persino superarla. Di certo nella prima puntata in onda stasera su Fox (canale 112 di Sky) in contemporanea con 129 paesi, non manca niente: voci inquietanti, levitazioni, testate contro il muro e un bambino ( posseduto) che viene preso a pugni, ma li restituisce anche, e con grande efficacia. Robert Kirkman da Los Angeles ci ha raccontato gli orrori che ci attendono.
Qual è il film più spaventoso che le sia mai capitato di vedere?
«Beh, forse è una cosa un po' strana ma direi che è stato 'La casa'. So che probabilmente non è il miglior film della storia e che se lo guardassi adesso probabilmente mi farebbe ridere ma quando lo vidi avevo solo dieci anni. I miei genitori avevano affittato il vhs ed erano convinti che fossi a dormire, invece io attirato dalle urla mi ero alzato e stavo dietro di loro che erano seduti sul divano... Non ho potuto dormire per settimane".
Per molti il film più spaventoso della storia è stato "L'esorcista". E adesso lei è in procinto di farci vedere proprio una nuova serie Tv, "Outcast", dedicata alla possessione demoniaca...
"Volevo fare una storia sull'esorcismo e sulla possessione perché mi sembrava che fosse ricca di tematiche. Naturalmente 'L'esorcista' ha rappresentato la pietra di paragone, ma io volevo fare qualcosa di mai visto prima».
Come già sa chi ha iniziato a leggere il fumetto che in Italia è arrivato all'ottava puntata...
«Si e no: come per The walking dead, fumetto e serie tv sono diversi. Sono due media differenti e certe cose impossibili per il fumetto funzionano benissimo per la tv...".
Lei ha creato un tipo di fruizione nuova nell'horror: dialoghi di qualità e analisi approfondita della natura umana...
"Tutti noi lottiamo. I protagonisti delle mie storie hanno a che fare con i nostri stessi problemi e credo sia proprio questo ciò che rende credibile l'incredibile. Questa quotidianità cerca di persistere anche tra gli orrori e credo che sia proprio questo che definisce la nostra "umanità".
Lei è un ottimista o un pessimista?
"Non saprei...Credo un po' di entrambi. Sono un ottimista nella vita familiaree un pessimista per quanto riguarda l'economia".
Crede nel demonio?
"Non lo so: lascio le porte aperte...Credo ci siano dei fenomeni con cui la gente ha a che fare che non sono del tutto spiegabili...".
George Romero considerava gli zombi dei suoi film una metafora contro il consumismo. Anche le sue opere si possono leggere in modo politico?
"Mi interessa raccontare storie che tengano la gente inchiodata. Questo non significa che non ci siano aspetti leggibili in maniera politica ma io non intendo essere predicatorio: la gente è libera di leggerle come vuole».
Che cos'è un "Outcast", un "Reietto" nella traduzione italiana, per lei?
"È una condizione che ha a che fare con una serie di cose brutte che possono capitare a tutti, volontarie e involontarie che portano una persona ad allontanarsi dalla comunità: è quello che capita al protagonista di Outcast, accusato di aver picchiato la moglie anche se si scoprirà che non è esattamente così...".
Non le piacciono gli eroi tutto di un pezzo...
«Le persone reali non sono tutte di un pezzo: hanno delle cadute ma possono rialzarsi, è come se il protagonista, Kyle Barnes, iniziasse un viaggio con lo scopo di combattere i demoni: ci riuscirà o no? L'importante è il viaggio e le cose che lo rendono interessante sono gli errori che si compiono..
"The walking dead" nasconde una lotta per sopravvivere. In questo difficile momento economico lei pensa che in America sia difficile riuscirci?
"Per un sacco di persone lo è e credo che questo sia il motivo per cui sia così popolare. Le cose stanno andando male e c'è una vera lotta oggi per riuscire a pagare l'affitto. The walking dead mostra anche l'incredibile capacità degli uomini di reagire alle avversità...".
Quando lei ha iniziato a fare fumetti l'ha tenuto nascosto alla sua famiglia...
"Si mi sono licenziato dal lavoro e non l'ho detto fino a che non sono riuscito a guadagnare abbastanza per vivere. Non volevo che i miei genitori si preoccupassero e quindi sì, ho mentito ma con le migliori intenzioni".
Cosa dice la sua famiglia del suo successo?
"I miei figli e mia moglie sono contenti ma lei non legge fumetti e non guarda serie tv».
Prima zombie, poi demoni. Dopo "Outcast" arriveranno i vampiri?
"(ride) Non lo so. In realtà credo che la prossima cosa che farò sarà qualcosa di completamente differente da tutto quello che ho fatto fino a questo momento...".
Intervista a Robert Kirkman tratta da "La Repubblica"
Degli angeli ciascuno è tremendo scriveva Rainer Maria Rilke nelle Elegie Duinesi. Figuriamoci i diavoli. Non risparmia nulla a riguardo la nuova serie di Robert Kirkman, Outcast, tratta come già The walking dead da un suo fumetto di grande successo: negli Usa il primo numero di Outcast ha venduto oltre centomila copie. Esempi unici di comics che in tempi brevissimi riescono ad arrivare sullo schermo e da lì diventare, è il caso di The walking dead. la serie più vista nella fascia d'età 18-49, con una media di 11 milioni di telespettatori a puntata. Outcast potrebbe persino superarla. Di certo nella prima puntata in onda stasera su Fox (canale 112 di Sky) in contemporanea con 129 paesi, non manca niente: voci inquietanti, levitazioni, testate contro il muro e un bambino ( posseduto) che viene preso a pugni, ma li restituisce anche, e con grande efficacia. Robert Kirkman da Los Angeles ci ha raccontato gli orrori che ci attendono.
Qual è il film più spaventoso che le sia mai capitato di vedere?
«Beh, forse è una cosa un po' strana ma direi che è stato 'La casa'. So che probabilmente non è il miglior film della storia e che se lo guardassi adesso probabilmente mi farebbe ridere ma quando lo vidi avevo solo dieci anni. I miei genitori avevano affittato il vhs ed erano convinti che fossi a dormire, invece io attirato dalle urla mi ero alzato e stavo dietro di loro che erano seduti sul divano... Non ho potuto dormire per settimane".
Per molti il film più spaventoso della storia è stato "L'esorcista". E adesso lei è in procinto di farci vedere proprio una nuova serie Tv, "Outcast", dedicata alla possessione demoniaca...
"Volevo fare una storia sull'esorcismo e sulla possessione perché mi sembrava che fosse ricca di tematiche. Naturalmente 'L'esorcista' ha rappresentato la pietra di paragone, ma io volevo fare qualcosa di mai visto prima».
Come già sa chi ha iniziato a leggere il fumetto che in Italia è arrivato all'ottava puntata...
«Si e no: come per The walking dead, fumetto e serie tv sono diversi. Sono due media differenti e certe cose impossibili per il fumetto funzionano benissimo per la tv...".
Lei ha creato un tipo di fruizione nuova nell'horror: dialoghi di qualità e analisi approfondita della natura umana...
"Tutti noi lottiamo. I protagonisti delle mie storie hanno a che fare con i nostri stessi problemi e credo sia proprio questo ciò che rende credibile l'incredibile. Questa quotidianità cerca di persistere anche tra gli orrori e credo che sia proprio questo che definisce la nostra "umanità".
Lei è un ottimista o un pessimista?
"Non saprei...Credo un po' di entrambi. Sono un ottimista nella vita familiaree un pessimista per quanto riguarda l'economia".
Crede nel demonio?
"Non lo so: lascio le porte aperte...Credo ci siano dei fenomeni con cui la gente ha a che fare che non sono del tutto spiegabili...".
George Romero considerava gli zombi dei suoi film una metafora contro il consumismo. Anche le sue opere si possono leggere in modo politico?
"Mi interessa raccontare storie che tengano la gente inchiodata. Questo non significa che non ci siano aspetti leggibili in maniera politica ma io non intendo essere predicatorio: la gente è libera di leggerle come vuole».
Che cos'è un "Outcast", un "Reietto" nella traduzione italiana, per lei?
"È una condizione che ha a che fare con una serie di cose brutte che possono capitare a tutti, volontarie e involontarie che portano una persona ad allontanarsi dalla comunità: è quello che capita al protagonista di Outcast, accusato di aver picchiato la moglie anche se si scoprirà che non è esattamente così...".
Non le piacciono gli eroi tutto di un pezzo...
«Le persone reali non sono tutte di un pezzo: hanno delle cadute ma possono rialzarsi, è come se il protagonista, Kyle Barnes, iniziasse un viaggio con lo scopo di combattere i demoni: ci riuscirà o no? L'importante è il viaggio e le cose che lo rendono interessante sono gli errori che si compiono..
"The walking dead" nasconde una lotta per sopravvivere. In questo difficile momento economico lei pensa che in America sia difficile riuscirci?
"Per un sacco di persone lo è e credo che questo sia il motivo per cui sia così popolare. Le cose stanno andando male e c'è una vera lotta oggi per riuscire a pagare l'affitto. The walking dead mostra anche l'incredibile capacità degli uomini di reagire alle avversità...".
Quando lei ha iniziato a fare fumetti l'ha tenuto nascosto alla sua famiglia...
"Si mi sono licenziato dal lavoro e non l'ho detto fino a che non sono riuscito a guadagnare abbastanza per vivere. Non volevo che i miei genitori si preoccupassero e quindi sì, ho mentito ma con le migliori intenzioni".
Cosa dice la sua famiglia del suo successo?
"I miei figli e mia moglie sono contenti ma lei non legge fumetti e non guarda serie tv».
Prima zombie, poi demoni. Dopo "Outcast" arriveranno i vampiri?
"(ride) Non lo so. In realtà credo che la prossima cosa che farò sarà qualcosa di completamente differente da tutto quello che ho fatto fino a questo momento...".
sabato 4 giugno 2016
GOSSIP - Tendenza transgender. Anche Maisie Williams di "GOT" come Shay Mitchell di "PLL": "ho un fidanzato adesso, ma mi innamoro delle personalità più che del sesso delle persone"...
Maisie Williams leaps up into the air in these fun inside images from her May 2016 cover on Nylon magazine. The 18-year-old Game of Thrones actress covers the Young Hollywood issue, and opens up about her fears about Hollywood, her boyfriend and more. Check it:
On her fears around Hollywood: “Honestly, this industry frightens me—it scares me seeing people who are evil…No, not evil. But seeing people change. Seeing what this industry has done to me, and then having to pull it? all back again. I am very happy with who I am, and people always say, ‘Don’t change,’ but no one ever intentionally changes. It is frightening.”
On not labeling her sexuality: “I’ve never sat up and thought about my sexuality for hours. It’s like what Shailene Woodley said: ‘I fall in love with personalities and not people or genders.’ I have no problem with anyone who would want to be labeled, but I also think that it is no one’s business.”
On her boyfriend: “I have a boyfriend. I met him at school. He’s really sweet…I feel like I’m in love right now, but I don’t know what I am going to feel like down the line. That’s why I am kind of closed-minded about marriage—I don’t even know if I want to get married”.
Maisie Williams leaps up into the air in these fun inside images from her May 2016 cover on Nylon magazine. The 18-year-old Game of Thrones actress covers the Young Hollywood issue, and opens up about her fears about Hollywood, her boyfriend and more. Check it:
On her fears around Hollywood: “Honestly, this industry frightens me—it scares me seeing people who are evil…No, not evil. But seeing people change. Seeing what this industry has done to me, and then having to pull it? all back again. I am very happy with who I am, and people always say, ‘Don’t change,’ but no one ever intentionally changes. It is frightening.”
On not labeling her sexuality: “I’ve never sat up and thought about my sexuality for hours. It’s like what Shailene Woodley said: ‘I fall in love with personalities and not people or genders.’ I have no problem with anyone who would want to be labeled, but I also think that it is no one’s business.”
On her boyfriend: “I have a boyfriend. I met him at school. He’s really sweet…I feel like I’m in love right now, but I don’t know what I am going to feel like down the line. That’s why I am kind of closed-minded about marriage—I don’t even know if I want to get married”.
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giovedì 2 giugno 2016
GOSSIP - Lexa a puntino! Alycia Debnam Carey su "Vogue" (Australia) fa il salto della cangura: "E pensare che per 'The 100' avevo firmato per solo 6 episodi...Non avevo aspettative su Lexa"
On how she memorises a script…
“You don’t really learn them as a full script. Usually with something like The 100, because you’re working so much and everyday and they’ll change the drafts quite quickly, we’ll go through maybe like 12 different versions of the same scene over a week. So there is no point in learning it on a Tuesday when on a Thursday it might be completely different. So your best bet is to learn it Wednesday night, however that’s when the process as an actor comes in to play, by doing the work beforehand, so if you’ve got the weekend off you go through the script and cut it out, dissect out, and figure out what you’re actually really doing, so that when it comes to learning it’s easier. My short-term memory has gotten so much better but it means I forget things a lot quicker!”
On how it compares to working on a film…
“Film is a lot different. You have the whole script in its entirety and you have a couple of weeks to learn different scenes, really go over them and rehearse them so when you get to them they’re more fleshed out. But TV shows are harder.”
On the long hours…
“They are very, very very long. It’s not always the working itself but the travel time and getting ready. Once you add all that on it’s a lot longer but then if you go over time by half an hour or an hour, you can find yourself having worked for 15 hours. A 12 hour day is standard, but once it adds up you’re exhausted.”
On differences between working on The 100 versus Fear the Walking Dead…
The Hundred gave me this platform I never expected. I didn’t expect the character to become anything. I was originally only signed up to do six episodes and then it just sort of become this whole story and journey which was an amazing character, a great journey so that has been incredible and I didn’t expect anything out of it. Fear the Walking Dead has been amazing though because I’ve been there from the beginning and that’s a whole different sense of familiarity and family and connection with people.
On whether she watches any of her television shows…
“No, never! I’ve always been on a plane. There was actually one time where I was doing bits and pieces for both shows so I was flying back from LA to Vancouver every where. The 100 is in Vancouver.”
On whether or not she knows what’s happening to her characters…
“You just don’t sometimes!”
On how she memorises a script…“You don’t really learn them as a full script. Usually with something like The 100, because you’re working so much and everyday and they’ll change the drafts quite quickly, we’ll go through maybe like 12 different versions of the same scene over a week. So there is no point in learning it on a Tuesday when on a Thursday it might be completely different. So your best bet is to learn it Wednesday night, however that’s when the process as an actor comes in to play, by doing the work beforehand, so if you’ve got the weekend off you go through the script and cut it out, dissect out, and figure out what you’re actually really doing, so that when it comes to learning it’s easier. My short-term memory has gotten so much better but it means I forget things a lot quicker!”
On how it compares to working on a film…
“Film is a lot different. You have the whole script in its entirety and you have a couple of weeks to learn different scenes, really go over them and rehearse them so when you get to them they’re more fleshed out. But TV shows are harder.”
On the long hours…
“They are very, very very long. It’s not always the working itself but the travel time and getting ready. Once you add all that on it’s a lot longer but then if you go over time by half an hour or an hour, you can find yourself having worked for 15 hours. A 12 hour day is standard, but once it adds up you’re exhausted.”
On differences between working on The 100 versus Fear the Walking Dead…
The Hundred gave me this platform I never expected. I didn’t expect the character to become anything. I was originally only signed up to do six episodes and then it just sort of become this whole story and journey which was an amazing character, a great journey so that has been incredible and I didn’t expect anything out of it. Fear the Walking Dead has been amazing though because I’ve been there from the beginning and that’s a whole different sense of familiarity and family and connection with people.
On whether she watches any of her television shows…
“No, never! I’ve always been on a plane. There was actually one time where I was doing bits and pieces for both shows so I was flying back from LA to Vancouver every where. The 100 is in Vancouver.”
On whether or not she knows what’s happening to her characters…
“You just don’t sometimes!”
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Emmys Embraces Digital Series With Short-Form Category Additions.https://t.co/6iOe3uxKHQ via @variety
— Leo Damerini (@LeoDamerini) 1 giugno 2016
martedì 31 maggio 2016
NEWS - Ecco perchè "Game of Thrones" è la serie tv di cui parlano tutti. Molto più del noioso, seppur popolare, "The Walking Dead", dove non succede mai niente...
Articolo di Josh Kurp su "Uproxx"
“So, what do you do for a living?”.
It’s a question you get on first dates, during lunch breaks, at the doctor’s office. I heard it earlier this week, while waiting in line for a drink. “I create #content” was too sarcastic of an answer, so I went with, “I write about television.” The response, especially lately, usually goes one of two ways: “Tell me a show I should be watching” (my current answer is You’re the Worst or BoJack Horseman, because I love making people laugh, then depressing the hell out of them), or, “I’ve been watching Game of Thrones, and…” It’s never “I’m watching The Big Bang Theory, and…” (I’d probably walk away), or “I’m watching House of Cards, and…” It’s almost always Game of Thrones, because Game of Thrones is the only show everyone watches.
Okay, that’s not literally true — “The Door” was “only” seen by 7.89 million people, although that’s the highest non-premiere or –finale episode in the show’s history — but it sure seems like it. Look at the way the Hodor reveal took over Twitter, and Facebook, and the whole internet. It even permeated into scary real life. I got the “What do you do for a living?” question from a bartender, who after I gave my answer, went down the “show I should be watching” route. I replied, and, completely unprompted, he asked me, “Do you watch Game of Thrones?” I do. “I don’t, not since season one. I don’t have the time. But I heard something big happened last night.” We then spent the next five minutes talking about a series he hadn’t seen in five years. (Don’t worry, there was no one waiting for a drink behind me.) There is no other show on right now that dominates small talk like Game of Thrones.
Back in the 1990s, this wasn’t the case. Friends, Seinfeld, E.R. — these were the water cooler shows, the ones that Gary from marketing and Linda from shipping and receiving, and a staggering 25 million other people, would come into the office the next day quoting. (It was even more dramatic in the 1970s. All in the Family averaged 34 million viewers in 1971-72 — there were only 207 million people living in the U.S.) Eventually, these conversations moved online, with some exceptions. Lost was a dream come true for your cubicle mate, and a nightmare for you, who had to listen to her insane theories. Breaking Bad was a critical darling that turned into a national sensation. Mad Men and The Sopranos inspired cocktail parties and raucous Italian dinners, thrown by people who misinterpreted Mad Men and The Sopranos. But all those shows are now gone, as is the idea of a “water cooler show.”
We’re more engaged with television than ever, but that engagement takes place on social media, or in comment sections, not in real life. There’s simply too much TV (#TooMuchTV) for everyone to keep up with everything worth keeping up on. But for 10 weeks of the year, on Sunday nights at 9 p.m. EST, millions of TVs and laptops are tuned to HBO or HBO Go. Game of Thrones is a show obsessed with death, but it’s keeping TV small talk alive.
Articolo di Josh Kurp su "Uproxx"
“So, what do you do for a living?”.
It’s a question you get on first dates, during lunch breaks, at the doctor’s office. I heard it earlier this week, while waiting in line for a drink. “I create #content” was too sarcastic of an answer, so I went with, “I write about television.” The response, especially lately, usually goes one of two ways: “Tell me a show I should be watching” (my current answer is You’re the Worst or BoJack Horseman, because I love making people laugh, then depressing the hell out of them), or, “I’ve been watching Game of Thrones, and…” It’s never “I’m watching The Big Bang Theory, and…” (I’d probably walk away), or “I’m watching House of Cards, and…” It’s almost always Game of Thrones, because Game of Thrones is the only show everyone watches.
Okay, that’s not literally true — “The Door” was “only” seen by 7.89 million people, although that’s the highest non-premiere or –finale episode in the show’s history — but it sure seems like it. Look at the way the Hodor reveal took over Twitter, and Facebook, and the whole internet. It even permeated into scary real life. I got the “What do you do for a living?” question from a bartender, who after I gave my answer, went down the “show I should be watching” route. I replied, and, completely unprompted, he asked me, “Do you watch Game of Thrones?” I do. “I don’t, not since season one. I don’t have the time. But I heard something big happened last night.” We then spent the next five minutes talking about a series he hadn’t seen in five years. (Don’t worry, there was no one waiting for a drink behind me.) There is no other show on right now that dominates small talk like Game of Thrones.
Back in the 1990s, this wasn’t the case. Friends, Seinfeld, E.R. — these were the water cooler shows, the ones that Gary from marketing and Linda from shipping and receiving, and a staggering 25 million other people, would come into the office the next day quoting. (It was even more dramatic in the 1970s. All in the Family averaged 34 million viewers in 1971-72 — there were only 207 million people living in the U.S.) Eventually, these conversations moved online, with some exceptions. Lost was a dream come true for your cubicle mate, and a nightmare for you, who had to listen to her insane theories. Breaking Bad was a critical darling that turned into a national sensation. Mad Men and The Sopranos inspired cocktail parties and raucous Italian dinners, thrown by people who misinterpreted Mad Men and The Sopranos. But all those shows are now gone, as is the idea of a “water cooler show.”
Here’s Boardwalk Empire‘s Terence Winter, speaking to the New York Times:
Why Game of Thrones, though, and not, say, The Walking Dead? AMC’s zombie series is the biggest thing on television. It surely has to count. Well, yes and no. It’s extremely popular, but, based on conversations I’ve had with friends and strangers alike, it seems like a lot of people, including Alan Sepinwall, have quit The Walking Dead. And that was before the Negan cliffhanger. It’s too slow, it’s too boring, nothing ever happens. These are all common complaints, most of which I disagree with. But the reason The Walking Dead doesn’t count as a small talk show is because there’s really nothing to talk about. The fun of watching Game of Thrones is guessing where the show is going, wondering who’s going to end up on the Iron Throne, or debating whether the writers “should have done that.” (Okay, the extracurricular controversies aren’t exactly “fun,” but they do provide fodder for think pieces and podcast arguments.) It’s tougher to come up with Walking Dead theories, outside of, “I think [blank] was killed by Negan. Here’s why.” The whole point of the series is that there is no point — the characters aren’t looking for a cure; they’re just going to keep killing walkers until AMC says no more.
It always blows my mind when you think of the water cooler moments of our childhood, where everybody knows the same reference, say, in All In the Family or I Love Lucy and The Honeymooners. Literally, you can count on every adult of that era understanding what, “Pow, right in the kisser,” means. Now, because of the niche quality viewing, you’ve got, at least on cable shows, a much smaller amount of people who don’t have that. It’s going to be interesting to see 40 years from now if there’s going to be little groups of people who know references to certain shows; whereas before, everyone knew the same songs, the same jokes, the same routines.The one exception: Game of Thrones. It commands next-day conversations, it gives people who otherwise have nothing in common something to dissect, and it’s just about the only show most people watch the night it airs (largely for fear of spoilers). That’s an impressive feat, considering DVRs, streaming services, and DVDs and Blu-rays have effectively destroyed the communal experience of watching “live” TV. I don’t worry about having 10 episodes of New Girl on my DVR, because I know people have 12 episodes on theirs. Time slots barely matter anymore. This is not a bad thing. Do you want to go back to a time when you had to leave a party early to catch an all-new Friends? But it’s still nice that one “must get home” show exists.
Why Game of Thrones, though, and not, say, The Walking Dead? AMC’s zombie series is the biggest thing on television. It surely has to count. Well, yes and no. It’s extremely popular, but, based on conversations I’ve had with friends and strangers alike, it seems like a lot of people, including Alan Sepinwall, have quit The Walking Dead. And that was before the Negan cliffhanger. It’s too slow, it’s too boring, nothing ever happens. These are all common complaints, most of which I disagree with. But the reason The Walking Dead doesn’t count as a small talk show is because there’s really nothing to talk about. The fun of watching Game of Thrones is guessing where the show is going, wondering who’s going to end up on the Iron Throne, or debating whether the writers “should have done that.” (Okay, the extracurricular controversies aren’t exactly “fun,” but they do provide fodder for think pieces and podcast arguments.) It’s tougher to come up with Walking Dead theories, outside of, “I think [blank] was killed by Negan. Here’s why.” The whole point of the series is that there is no point — the characters aren’t looking for a cure; they’re just going to keep killing walkers until AMC says no more.
As for other potential small talk shows:
–House of Cards, Orange Is the New Black, and Daredevil, while occasionally thrilling, are all on Netflix, meaning you can watch them at your pace. It could take months. Which reminds me, I need to finish Daredevil season two…
–Mr. Robot, The Americans, Rectify, and Fargo
are four of the best shows on television. They’re also only watched by
the small number of people who regularly tweet about how they’re four of
the best shows on television.
–Better Call Saul is set in the same universe as Breaking Bad, but it doesn’t have the same sense of urgency. Plus, the tone’s more comedic, and unlike Walter White, who fans were torn on whether he should live or die in the finale, we know Saul Goodman, er, Jimmy McGill makes it.
–True Detective was a “small talk” show in season one. It was a disaster in season two. (Homeland also lost a lot of its cache since season one.)
–Fear the Walking Dead? Yeah, no.
Game of Thrones
is really the only show that fits every criteria — it’s like No
One/Arya’s list, when (not if, but when) she kills Cersei, Gregor, and
Walder Frey. Is it popular? Check. Do viewers watch it live? Check. Do
people have loud opinions about it? Check. Does it beg for theories?
Check. Is there outside text for fans to annoyingly say, “Well, in the
books…”? Check. Is it immediately quotable, so that the guy who still
occasionally breaks out a “my wife” can update his material with “I drink, and I know things”? Check.–House of Cards, Orange Is the New Black, and Daredevil, while occasionally thrilling, are all on Netflix, meaning you can watch them at your pace. It could take months. Which reminds me, I need to finish Daredevil season two…
–Mr. Robot, The Americans, Rectify, and Fargo
are four of the best shows on television. They’re also only watched by
the small number of people who regularly tweet about how they’re four of
the best shows on television.–Better Call Saul is set in the same universe as Breaking Bad, but it doesn’t have the same sense of urgency. Plus, the tone’s more comedic, and unlike Walter White, who fans were torn on whether he should live or die in the finale, we know Saul Goodman, er, Jimmy McGill makes it.
–True Detective was a “small talk” show in season one. It was a disaster in season two. (Homeland also lost a lot of its cache since season one.)
–Fear the Walking Dead? Yeah, no.
We’re more engaged with television than ever, but that engagement takes place on social media, or in comment sections, not in real life. There’s simply too much TV (#TooMuchTV) for everyone to keep up with everything worth keeping up on. But for 10 weeks of the year, on Sunday nights at 9 p.m. EST, millions of TVs and laptops are tuned to HBO or HBO Go. Game of Thrones is a show obsessed with death, but it’s keeping TV small talk alive.
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lunedì 30 maggio 2016
NEWS - Rivoluzione, compagni! Da luglio al via al rilevamento Auditel anche su tablet, smartphone, pc e visioni in differita. Il campione si allarga a oltre 15 mila famiglie dopo l'Auditel-gate di ottobre. Le categorie di pubblico indicizzate hanno però nomi da film porno: "donne doppio ruolo", "signore aperte", "uomini solidi", "resistenti", "sognanti", "donne insoddisfatte", "ragazzi evolutivi". E poi il non plus ultra: l'"anziano da osteria"!
Articolo tratto da "Il Messaggero"
Articolo tratto da "Il Messaggero"
Il superpanel è pronto a partire: da luglio Auditel
comincerà a misurare gli ascolti con un campione allargato a 15 mila e
700 famiglie dotate del people meter, il congegno di nuova generazione
che rileva gli ascolti globali, vale a dire tutte le modalità di
fruizione del prodotto televisivo, tv tradizionale, satellitare,
digitale, pc, smartphone, tablet più il time shifted viewing, cioè la
visione dei programmi in differita (vale a dire registrati, per esempio
con My Sky) che secondo indagini recenti è un sistema utilizzato da
circa il 36 per cento degli italiani (in Europa siamo al 50 per cento). Come
dire: la stagione che si sta concludendo sarà l' ultima misurata in
modo classico. Una riposta necessaria all'evoluzione dell'
intrattenimento casalingo con l' entrata in gioco di nuove piattaforme
(basta pensare a Netflix e simili) e la crescente atomizzazione delle
modalità di visione. Come cambieranno i numeri? Difficile stabilirlo: la
Nielsen, che per conto di Auditel è la società che misura i
comportamenti del nostro pubblico, si troverà a dover elaborare una
quantità di dati assai complessa.
A cominciare da quello più mobile dei tablet e degli smartphone che,
assieme al pc, secondo uno studio europeo rappresentano quasi il 3 per
cento, cioè una fetta già corposa dell'utenza. Insomma, il rinnovamento
è obbligato dal tumultuoso avvicendarsi di novità nel settore a cui si
sono aggiunte le forti polemiche nate ad ottobre con la pubblicazione
erronea dei componenti del panel (che portò anche a una sospensione
della pubblicazione degli ascolti). Sono passati trent' anni da quando Auditel entrò in funzione, decretando
in pratica l' esistenza del duopolio Rai-Mediaset. Era il dicembre dell
86 e il primo campione era composto da appena 600 famiglie. Due anni
dopo erano 2420, nel 97 diventarono 5000. Ma, in questi ultimi dieci
anni, l'evoluzione dell' offerta è stata tale che anche i meno propensi
(leggi Mediaset) si sono convinti ad accettare la necessità di
fotografare il radicale cambiamento che c'è stato e che, in qualche
modo, è già contenuto anche nei rilevamenti dell' attuale sistema. Lo dicono i numeri complessivi che misurano l' ascolto quotidiano:
evidenziano da una parte una frammentazione crescente dell'ascolto e
dall'altra variazioni sensibili della platea televisiva complessiva:
così, da gennaio di quest' anno ad aprile il primetime ha perso quasi 2
milioni di spettatori, scendendo da 27 milioni e 635 mila spettatori a
25 milioni e 989 mila, mentre il dato dell'intera giornata ha mostrato
una flessione di 1,3 milioni. I nuovi rilevamenti cominceranno ad affluire in estate, ma prima di
diventare pubblici saranno sottoposti a una serie di verifiche. Per la
verità i test sono già in corso, con il campione sottoposto al viewing
behaviour, al controllo del comportamento e diviso, a uso degli
inserzionisti pubblicitari televisivi (che sono poi i destinatari
fondamentali dell'indagine) in profili psicografici divisi secondo
queste curiose categorie: sognanti, ragazzi evolutivi, pre-elite
progettuale, donne doppio ruolo, elite femminile, elite maschile,
protagonisti, lavoratore d'assalto, lavoro e svago, frizzanti, solide,
resistenti, signore aperte, maschio preculturale, signore equilibrato,
anziano da osteria, insoddisfatte, pacate, non classificabile.
Il nuovo Auditel, formato dai diecimila nuovi utenti
che si sommeranno agli esistenti 5700 (che sono stati già completamente
sostituiti, dopo l'incidente di ottobre), sarà monitorato da quasi 29
mila meter di ultima generazione, i GTAM lite, e sarà, dunque,
funzionante dall' avvio della prossima stagione. Per
la nuova organizzazione le emittenti pagheranno ad Auditel circa due
milioni in più di euro (i 18 milioni del 2015 infatti diventeranno 19,8
nel 2016, con una ripartizione in base alle percentuali di audience di
ciascun network associato). Per l'incidente dell'ottobre scorso la
società Nielsen ha pagato un indennizzo di 957 mila euro e ha dovuto
rifare l'intero campione a proprie spese. Per il futuro Auditel si è
cautelata contrattualmente riservandosi di rescindere il contratto con
Nielsen Italia, che vale appunto 20 milioni di euro all'anno.
venerdì 27 maggio 2016
NEWS - Matrimonio telefonato: Telecom porta all'altare Google per far crescere TimVision nella tv on demand
Articolo tratto da "Il Sole 24 ore"
Fare
un salto di qualità e guadagnare posizioni in un mercato – quello
della tv on demand – sempre più affollato ma sempre più vivace. Per far
questo Telecom si è scelta un compagno di viaggio non da poco: quella
Google che con Youtube da tempo fa sentire la pressione sul mercato tv
con i video free online e che nel 2017 partirà con un servizio tv online
a pagamento: YouTube Unplugged. L’accordo fra Telecom e Big G ha per
oggetto il nuovo decoder Timvision con sistema operativo Android Tv. In
Europa l’ex monopolista tricolore è stato preceduto solo dalla francese
Bouygues. A ogni modo l’azienda guidata dal presidente Giuseppe Recchi e
dall’ad Flavio Cattaneo è fra le prime al mondo a mettere sul mercato
un decoder Android Tv nato dalla collaborazione con Google. La
presentazione ai dealer è avvenuta nei giorni scorsi, durante l’annuale
convention della divisione consumer. Già da oggi è invece attesa la
comunicazione ufficiale di una partnership che ha dato vita a un device
ma che promette di dare il la anche anche a nuove possibilità di
mercato. Sarà in commercio dal 15 giugno ed è “4K ready”. Nuovo decoder
vuol dire nuovo
hardware in cui rientra anche un telecomando con microfono, il “vocal assistant”, per la ricerca di programmi e notizie. Basterà insomma pronunciare il termine “meteo”, per fare un esempio, per vedere comparire sullo schermo programmi tv, app e siti internet che parlano di meteo, un po’ come succede con le ricerche online su smartphone e tablet. Nuovo decoder però vuol dire anche una nuova interfaccia. E quindi: vetrina unica di contenuti video con proposizione di programmi più adatti al cliente. Qui si troverà l’offerta Timvision, ma anche quella dei partner visto che Telecom ha voluto puntare su una piattaforma aperta in modo da non escludere gli altri, da Mediaset Premium, a Netflix agli altri disposti a salire a bordo. L’interfaccia permetterà di visualizzare anche lo store di Google (video, notizie e, cosa tutt’altro che trascurabile, i giochi), oltre ad app o a Youtube. L’ex monopolista punta a rafforzarsi nel mercato tv ma anche a fare di Timvision una leva per aumentare le attivazioni in fibra cato tv on demand da una parte; dall’altra parte fare di Timvision sempre di più una leva per nuove attivazioni in fibra, «perché questo è il core business dell’azienda, al quale noi, con la nostra proposta e i nostri contenuti, siamo funzionali», spiega Daniela Biscarini, responsabile multimedia entertainment di Telecom. Sul primo punto la piattaforma on demand, basandosi su un modello a sottoscrizione (Svod), si trova a competere su un
mercato in cui in Italia sono presenti Netflix, Infinity
(Mediaset), Skyonline, Chili Tv e Wuaki.tv (che però hanno un modello
Tvod, in cui si paga solo per quel che si vede) e per certi versi anche
Google Play o Apple tv.
«Nell’ultimo anno – precisa Biscarini – abbiamo avuto più di un milione di clienti abilitati e più di 600mila attivi, con una crescita annua del 130% fra gli utilizzatori». In questo quadro in cui alla visione lineare si sta accostando una sempre maggiore visione on demand la possibilità di trasformare la tv di casa in una smart tv – e qui si parla di tutte le tv dotate di porta Hdmi, quindi non solo delle nuovissime – diventa un vantaggio competitivo, come un plus, che finora in realtà è emerso poco, è il traffico dati incluso per i video in mobilità. L’accordo Tim-Google ha come obiettivo evidente anche quella di aumentare la base clienti nella banda ultralarga. Su questo versante Telecom ha la leadership quanto a coperture (1.127 comuni) ed è seconda per quota di mercato (46% di Fastweb contro il 38% di Telecom Italia, il 15% di Vodafone e l’1% di Wind, secondo elaborazioni su dati degli operatori a fine 2015). Il nuovo decoder Timvision funzionerà solo su linea Tim. Risultato: per sfruttare le varie potenzialità, compreso il 4K, si cercherà di spingere sulle attivazioni in fibra.
Articolo tratto da "Il Sole 24 ore"
hardware in cui rientra anche un telecomando con microfono, il “vocal assistant”, per la ricerca di programmi e notizie. Basterà insomma pronunciare il termine “meteo”, per fare un esempio, per vedere comparire sullo schermo programmi tv, app e siti internet che parlano di meteo, un po’ come succede con le ricerche online su smartphone e tablet. Nuovo decoder però vuol dire anche una nuova interfaccia. E quindi: vetrina unica di contenuti video con proposizione di programmi più adatti al cliente. Qui si troverà l’offerta Timvision, ma anche quella dei partner visto che Telecom ha voluto puntare su una piattaforma aperta in modo da non escludere gli altri, da Mediaset Premium, a Netflix agli altri disposti a salire a bordo. L’interfaccia permetterà di visualizzare anche lo store di Google (video, notizie e, cosa tutt’altro che trascurabile, i giochi), oltre ad app o a Youtube. L’ex monopolista punta a rafforzarsi nel mercato tv ma anche a fare di Timvision una leva per aumentare le attivazioni in fibra cato tv on demand da una parte; dall’altra parte fare di Timvision sempre di più una leva per nuove attivazioni in fibra, «perché questo è il core business dell’azienda, al quale noi, con la nostra proposta e i nostri contenuti, siamo funzionali», spiega Daniela Biscarini, responsabile multimedia entertainment di Telecom. Sul primo punto la piattaforma on demand, basandosi su un modello a sottoscrizione (Svod), si trova a competere su un
«Nell’ultimo anno – precisa Biscarini – abbiamo avuto più di un milione di clienti abilitati e più di 600mila attivi, con una crescita annua del 130% fra gli utilizzatori». In questo quadro in cui alla visione lineare si sta accostando una sempre maggiore visione on demand la possibilità di trasformare la tv di casa in una smart tv – e qui si parla di tutte le tv dotate di porta Hdmi, quindi non solo delle nuovissime – diventa un vantaggio competitivo, come un plus, che finora in realtà è emerso poco, è il traffico dati incluso per i video in mobilità. L’accordo Tim-Google ha come obiettivo evidente anche quella di aumentare la base clienti nella banda ultralarga. Su questo versante Telecom ha la leadership quanto a coperture (1.127 comuni) ed è seconda per quota di mercato (46% di Fastweb contro il 38% di Telecom Italia, il 15% di Vodafone e l’1% di Wind, secondo elaborazioni su dati degli operatori a fine 2015). Il nuovo decoder Timvision funzionerà solo su linea Tim. Risultato: per sfruttare le varie potenzialità, compreso il 4K, si cercherà di spingere sulle attivazioni in fibra.
giovedì 26 maggio 2016
PICCOLO GRANDE SCHERMO - Priyanka Chopra-zzemolina se la tira! "Io nuova Bond girl? Voglio essere 007!". Se vabbhe, intanto fai "Baywatch" vah...
News tratta da "Entertainment Weekly"
Even before the premiere of Spectre in November, rumors were swirling about who might be the next person to play 007 — or one of the spy’s many love interests. One of the names that’s been bandied about is Quantico star Priyanka Chopra, but in a new interview with Complex for the magazine’s latest cover story, she revealed that she has no interest in being considered for a role as a Bond girl.
“I get that all the time,” she told Complex. “But f— that — I wanna be Bond.”
In the wide-ranging interview, Chopra also said that she’s excited for her part in the upcoming Baywatch movie, adding that her role as the bad guy was originally written for a man.
Chopra stars as the icy Victoria Leeds in Baywatch (out May 19, 2017) alongside Dwayne Johnson and Zac Efron, and earlier this year, Chopra spoke to EW about her villainous ambitions on the Oscars red carpet. “I wanted to play a bad guy for a really long time,” she said at the time. “And I’m doing that in Baywatch, so I’m excited.”
News tratta da "Entertainment Weekly"
Even before the premiere of Spectre in November, rumors were swirling about who might be the next person to play 007 — or one of the spy’s many love interests. One of the names that’s been bandied about is Quantico star Priyanka Chopra, but in a new interview with Complex for the magazine’s latest cover story, she revealed that she has no interest in being considered for a role as a Bond girl.
“I get that all the time,” she told Complex. “But f— that — I wanna be Bond.”
In the wide-ranging interview, Chopra also said that she’s excited for her part in the upcoming Baywatch movie, adding that her role as the bad guy was originally written for a man.
Chopra stars as the icy Victoria Leeds in Baywatch (out May 19, 2017) alongside Dwayne Johnson and Zac Efron, and earlier this year, Chopra spoke to EW about her villainous ambitions on the Oscars red carpet. “I wanted to play a bad guy for a really long time,” she said at the time. “And I’m doing that in Baywatch, so I’m excited.”
mercoledì 25 maggio 2016
TELEFILM ART - Foto, grafica e visioni al confine con la Pop Art
It's Bond. Jane Bond.— Gillian Anderson (@GillianA) 21 maggio 2016
Thanks for all the votes! (And sorry, don't know who made poster but I love it!) #NextBond pic.twitter.com/f8GC4ZuFgL
News: #Netflix, #AmazonPrime Face Content, Investment Quotas in #Europe.https://t.co/elq0OKwcAk via @variety
— Leo Damerini (@LeoDamerini) 25 maggio 2016
martedì 24 maggio 2016
NEWS - Lexa forever! Rivolta degli sceneggiatori e comunità LGBTQ per le scomparse premature dei personaggi gay
Articolo tratto da Mic.com
Articolo tratto da Mic.com
Amid a year of television in which LGBTQ characters have been killed off in
several series, fans and critics alike have had enough of the senseless
deaths. They deserve better. That was the motivation for YouTuber fearlessummer,
who compiled together the many tragic deaths of gay characters on TV
and film — not only from this year, but from several years of the
repeated trope.
The video was prompted by the controversial death of Lexa, a lesbian character played by Alycia Debnam-Carey, in the CW's The 100, according to the YouTube video's description. Lexa begins the montage, but it includes several characters from other series and films, including Tara (Amber Benson) in Buffy the Vampire Slayer, Tricia (Madeline Brewer) in Orange Is the New Black and Laurel Hester (Julianne Moore) in Freeheld. Along with the many gay characters, the video features voiceover from fellow Youtuber Moog Ferlita, who expressed their own disappointment in Lexa's death.
While it is an indicting and oft-repeated issue, the good news is some
people in the industry are listening. In April, several TV writers and
producers signed the "Lexa Pledge,"
which includes seven principles they pledge to adhere to with regard to
LGBTQ characters on TV. Most importantly, that included promising not
to kill off gay characters simply to further the plot of a straight
one.
Still, while the "Lexa Pledge" is a good start, TV series and films are
going to have to demonstrate these tenants in action before we can
formally label any progress ma. If not, such heart-wrenching montages
could be all the more frequent — and rightfully so.
lunedì 23 maggio 2016
GOSSIP - Il (vero) mistero di "Blindspot": Sullivan Stapleton è fidanzato o no?
Di origini
australiane, Sullivan Stapleton,
protagonista maschile di “Blindspot”
(Italia 1), si è fatto conoscere
negli ultimi anni per la serie “Strike Back” e, al cinema, al fianco di Ryan
Gosling e Sean Penn in “Gangster Squad”, oltre ad aver interpretato il leader
di “300-L’alba di un impero”. In passato era comparso in tv in “Satisfaction” (su Premium Stories la 2° stagione inedita). Nonostante la sua
riservatezza da australiano poco incline ai riflettori dei gossip, il 14 maggio
scorso l’imprescindibile “Australian Sun Times” ha spifferato che l’attore sarebbe alla ricerca dell’anello
di fidanzamento per una non meglio precisata fidanzata e che sarebbe stato
visto in giro per gioiellerie (senza accennare di quale città). Il 20 maggio la
notizia è stata smentita, senza però citare la fonte della smentita stessa e
senza precisare se l’attore sia attualmente fidanzato e/o alla ricerca
dell’anello. Insomma, un mistero da tuatuare addosso a Jane Doe!
Ci sono piú #crossover in giro che ausiliari del traffico degni di #ahshotel.
— Leo Damerini (@LeoDamerini) 19 maggio 2016
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"Il trivial game + divertente dell'anno" (Lucca Comics)
Il GIOCO DEI TELEFILM di Leopoldo Damerini e Fabrizio Margaria, nei migliori negozi di giocattoli: un viaggio lungo 750 domande divise per epoche e difficoltà. Sfida i tuoi amici/parenti/partner/amanti e diventa Telefilm Master. Disegni originali by Silver. Regolamento di Luca Borsa. E' un gioco Ghenos Games. http://www.facebook.com/GiocoDeiTelefilm. https://twitter.com/GiocoTelefilm
Lick it or Leave it!













































