martedì 19 aprile 2016
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
"Supergirl", introspezione teen con super-poteri
"Supereroi, e ancora supereroi. L'immaginario contemporaneo, al cinema come in televisione, non sembra più fare a meno di personaggi dagli abiti sgargianti e dai poteri eccezionali, in costante lotta contro un male che mette a rischio le persone comuni, le citta, il pianeta intero. L'eroe uguale ma diverso da tutti noi, i miti fondativi, le incertezze e le difficoltà fino all'inevitabile vittoria finale contro il nemico riescono a mettere in luce le contraddizioni e le inquietudini del nostro tempo, a livello individuale come a quello sociale, proprio mentre ci intrattengono e ci rassicurano. E probabilmente questa la ragione del radicato successo delle varie riletture degli universi narrativi di Marvel e DC Comics. E sono questi i temi anche di «Supergirl», serie che espande il mondo DC proponendo una parafrasi, in chiave femminile, del mito di Superman (Premium Action, sabato, alle 21.10). Kara Zor-El, prima della distruzione di Kripton, è spedita sulla terra a proteggere il cuginetto, appunto Super-man: qualcosa però va storto, e sarà lei ad arrivare sulla Terra molti anni dopo il previsto, in un mondo dove già l'uomo d'acciaio protegge Metropolis. Kara allora segue tutta la trafila: è adottata da una famiglia di National City, i Danvers, ha una sorella che la protegge, Alex (Chyler Leigh), lavora in un grande gruppo editoriale al servizio dell'ambiziosa Cat Grant (Calista Flockhart, già protagonista di «Ally McBeal»). Scritta da Ali Adler, Andrew Kreisberg e Greg Berlanti (che dopo «Brothers and Sisters» e «Dirty Sexy Money» si è buttato sui supereroi, firmando «Arrow», «Flash» e «Blindspot»), la serie comincia quando Kara Danvers comincia a fare i conti con i suoi poteri e la sua identità, uscendo allo scoperto e attirando su di sé le attenzioni di numerosi villain. Ed è l'introspezione del teen drama, insieme a qualche accenno di commedia, a rendere la serie qualcosa di più di un semplice doppione". (Aldo Grasso, 13.04.2016)
CORRIERE DELLA SERA
"Supergirl", introspezione teen con super-poteri
"Supereroi, e ancora supereroi. L'immaginario contemporaneo, al cinema come in televisione, non sembra più fare a meno di personaggi dagli abiti sgargianti e dai poteri eccezionali, in costante lotta contro un male che mette a rischio le persone comuni, le citta, il pianeta intero. L'eroe uguale ma diverso da tutti noi, i miti fondativi, le incertezze e le difficoltà fino all'inevitabile vittoria finale contro il nemico riescono a mettere in luce le contraddizioni e le inquietudini del nostro tempo, a livello individuale come a quello sociale, proprio mentre ci intrattengono e ci rassicurano. E probabilmente questa la ragione del radicato successo delle varie riletture degli universi narrativi di Marvel e DC Comics. E sono questi i temi anche di «Supergirl», serie che espande il mondo DC proponendo una parafrasi, in chiave femminile, del mito di Superman (Premium Action, sabato, alle 21.10). Kara Zor-El, prima della distruzione di Kripton, è spedita sulla terra a proteggere il cuginetto, appunto Super-man: qualcosa però va storto, e sarà lei ad arrivare sulla Terra molti anni dopo il previsto, in un mondo dove già l'uomo d'acciaio protegge Metropolis. Kara allora segue tutta la trafila: è adottata da una famiglia di National City, i Danvers, ha una sorella che la protegge, Alex (Chyler Leigh), lavora in un grande gruppo editoriale al servizio dell'ambiziosa Cat Grant (Calista Flockhart, già protagonista di «Ally McBeal»). Scritta da Ali Adler, Andrew Kreisberg e Greg Berlanti (che dopo «Brothers and Sisters» e «Dirty Sexy Money» si è buttato sui supereroi, firmando «Arrow», «Flash» e «Blindspot»), la serie comincia quando Kara Danvers comincia a fare i conti con i suoi poteri e la sua identità, uscendo allo scoperto e attirando su di sé le attenzioni di numerosi villain. Ed è l'introspezione del teen drama, insieme a qualche accenno di commedia, a rendere la serie qualcosa di più di un semplice doppione". (Aldo Grasso, 13.04.2016)
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lunedì 18 aprile 2016
GOSSIP - "Non ci sono cazzi!": Emilia Clarke a sorpresa sulla mancanza di inquadrature di organi maschili in "Game of Thrones" ("vorrei inquadrature ravvicinate sui peni dei ragazzi...")
Emilia
Clarke looks fabulous and fierce on the cover of Glamour
magazine’s May 2016 issue.
Here’s what the 29-year-old Game of Thrones
star had to share with the mag:
On the controversial Game
of Thrones rape scene: “Yes. Well, Daenerys and Khal
Drogo’s arranged marriage, and the customary rape that followed—ask George
R.R. Martin why he did that, ’cause that’s on him. But I thought
the consensual sex she has thereafter was genius. She is physically saying,
‘You can’t rape me again. I’m going to be in control and show you something
you’ve never seen before.’ At the heart of it, we’re telling a story; you need
that part of the story to feel empathy for Daenerys. You see her attacked by
her brother, raped by her husband, and then going, ‘F—k all of you, I’m gonna
rule the world.’ That’s where we are now.”
On nudity in GoT
and why fans didn’t see Jason
Momoa in the buff: “Oh, I did. I saw his member,
but it was covered in a pink fluffy sock. Showing it would make people feel
bad. It’s too fabulous. No, I don’t know why. But I’d like to bring your memory
back to Mr. Michiel Huisman [Khaleesi’s love
interest in seasons four and five] and I copulating for the first time, which
began with me saying, ‘Take off your clothes,’ and then you got to see his
perfect bottom.”
On how she’d like to write Game
of Thrones fan fiction: “I want to see Daenerys and
her three dragons share the throne. Eat goat they’ve barbecued. And bring back
all the pretty boys, get them to take their trousers down, and be like, ‘I’m
now the queen of everything! I’d like close-ups of all the boys’ pen*ses,
please.’.
domenica 17 aprile 2016
NEWS - Il video della ragazza nuda e tatuata che esce da un borsone in pieno centro a Milano come nella scena iniziale di "Blindspot"
www.blindspot.italia1.com
www.blindspot.italia1.com
venerdì 15 aprile 2016
NEWS - Ragazza nuda e tatuata esce da un borsone in pieno centro a Milano e si fa largo tra la
folla incuriosita: riproposta la scena iniziale della serie tv record di
ascolti “Blindspot” in arrivo su Italia
1 a maggio
Ieri intorno alle ore
17.30, in pieno centro a Milano, in Corso Vittorio Emanuele all’angolo di San
Pietro all’Orto, è stata notata una voluminosa borsa grigia apparentemente
abbandonata. Alcune persone, rivelatesi in seguito comparse, hanno fatto
capannello intorno al borsone che, improvvisamente, ha iniziato ad animarsi.
Una guarda giurata – anch’essa complice della scena orchestrata in precedenza –
ha chiesto rinforzi e ha chiesto ai curiosi di stare indietro. A quel punto dalla
borsa è uscita una ragazza apparentemente nuda e completamente tatuata che ha
iniziato a guardarsi attorno con un certo smarrimento. Aiutata dalle guardie
giurate, la misteriosa ragazza si è fatta largo tra la folla sempre più
numerosa che la immortalava con gli smartphone, raggiungendo Piazza San Babila,
dove si è accasciata prima di essere caricata in un’auto e portata via tra la
sorpresa dei curiosi. Si è trattata della
riproposizione della scena iniziale di “Blindspot”,
la serie tv record di ascolti (oltre 15 milioni di spettatori raggiunti in
America) che Italia 1 manderà in onda a maggio in prima serata. In originale, nel
serial la scena è avvenuta nel bel mezzo di Times Square a New York. Essendo
priva di memoria, la donna ritrovata nel borsone newyorkese ha assunto il nome
di Jane Doe (interpretata dall’attrice Jaimie
Alexander) - l’appellativo dato a coloro che perdono coscienza della
propria identità - rivelando che ognuno dei tatuaggi sulla sua pelle nasconde
un mistero da risolvere. Le foto della trovata pubblicitaria sono state twittate per l'occasione da Martin Gero, l'ideatore del serial americano.
#blindspotitalia1
Amazing promotional event in Italy! #BlindspotItalia1. All new #Blindspot this Monday at 10/9c on @NBC! https://t.co/lZpJCjRm5o— Martin Gero (@martingero) 14 aprile 2016
giovedì 14 aprile 2016
NEWS - Netflix, niente numeri ufficiali sugli abbonati in Italia ma la "tv su misura" è il modello da seguire. "Oggi le serie tv si adattano ai nostri ritmi e ai nostri schermi" (Reed Hastings dixit)
Articolo tratto da "La Repubblica"
"Ai nostri figli non verrà mai in mente di chiedere: cosa c'è stasera in tv? Quel mondo è finito". Reed Hastings, gran capo di Netflix, tenta di scrivere così l'epitaffio della televisione tradizionale. Lo fa fra le vetrate alte dieci metri e le putrelle di ferro di La Cité du cinéma di Luc Besson, periferia nord di Parigi, davanti a centinaia di giornalisti. Il colosso di Los Gatos, in California, qui ha ribadito e aggiornato i suoi numeri: 75 milioni di abbonati e la presenza in 190 paesi quando erano poco più di cinquanta a fine 2015. Manca solo la Cina, ma è questione di tempo, oltre a Corea del Nord e Siria. Una marcia trionfale dello streaming. Non si sa quante siano effettivamente le sottoscrizioni a pagamento, si parte da 7,99 euro al mese, e quelle che usufruiscono del mese gratuito di prova. A gennaio, da stime attendibili, in Italia il numero di registrazioni al servizio era di circa 280 mila dopo due mesi dal lancio. Delle quali però "solo" 110 mila circa si erano trasformate in abbonamenti. Pochi, secondo Pier Silvio Berlusconi. Eppure da allora sono già diventati 250 mila. Aggiungendo Sky Online, Infinity di Mediaset e TimVision si arriva a circa a un milione e 250 mila spettatori per lo streaming. Ed è probabile, anzi certo, che fra sei mesi la situazione sarà completamente diversa. Che sia l'unica tv del futuro è dubbio, di sicuro è un modello che sta costringendo tutti ad adottare contromisure, come dimostra l'accordo Mediaset-Vivendi per far nascere a settembre il primo colosso europeo - anzi "latino' come lo definisce Vincent Bolloré - del settore. Ed è anche la tv tecnologicamente più avanzata, facile da usare o, come spiega Hastings, "su misura". «L'operazione Vivendi-Mediaset non ci spaventa», commenta serafico. «In America, dove in tanti competono, c'è spazio per tutti. E fa piacere che da voi alcuni protagonisti del mondo televisivo (il riferimento è a Pier Silvio Berlusconi, ndr) perdano tempo a parlare di Netflix. La realtà è che abbiamo avuto partenze difficili, in Brasile ad esempio, ma non è il caso dell'Italia». Non fornisce numeri esatti, ma ribadisce la previsione: in sette anni saranno in un terzo delle nostre case. «Vhs e dvd sono state la prima forma di televisione on demand», dice Hastings ricordando gli esordi dell'azienda nel 1997, quando per dieci anni non fece altro che affittare e spedire dvd. «Ma quella di oggi è una tv che si adatta ai nostri ritmi, agli schermi che usiamo, puoi fermare la visione e riprenderla quando e dove vuoi. Grazie al modo di guardare delle persone, riusciamo a sapere cosa serve e come migliorare in continuazione». Pubblicano le puntate delle serie tutte assieme perché per loro sono come un libro: lo leggi quando vuoi e per quanto tempo preferisci. Potendo scegliere in un catalogo ampio, ma non infinito, che stando alle stime vale negli Stati Uniti 1100 show televisivi e 4500 film, mentre in Italia si parla di 126 serie e 1000 film. Altrove, fra Africa e Asia, i numeri scendono ancora e non di poco. Mediamente però, fanno notare qui a Parigi, la maggior parte delle persone guarda fra i 40 e i 50 titoli in un catalogo che ne offre migliaia. Una delle pietre di volta, si è detto spesso in passato, sono le
serie e film originali e il fatto di renderle disponibili subito. II 10 marzo la seconda stagione di Daredevil è apparsa nel catalogo dei 190 paesi dove Netflix è presente. E pensare che tre anni fa non produceva ancora nulla ma si limitava a trattare i contenuti di altri. Oggi alterna successi globali come House of Cards a serie locali come Marseille con Gerard Depardieu, che verrà pubblicata il 5 maggio. Oltre a film come Special Correspondents (esce il 29 di questo mese), firmato da Ricky Gervais, "padre' della serie cult The Office. Che sul palco di Parigi ha parlato «di una tv per tutti senza più cornpromessi e palinsesti decisi dall'alto». Frasi di circostanza, per carità, ma pronunciate da chi ha passato anni e anni alla Bbc. In tutto sono 35 titoli originali, che il prossimo anno saranno 70, e fra questi ci dovrebbe essere anche Suburra realizzato in Italia. Ma la chiave non è più solo produttiva. C'è anche e soprattutto l'idea di una tv che quasi si indossa benché abbia per la prima volta una dimensione globale. E che unisce modelli di business differenti. E se Netflix dichiara di non voler confrontarsi con il mercato delle news e dello sport, la concorrenza inizia a guardarsi intorno. La Apple sta realizzando un serial con Dr. Dre e un altro con Will.i.am sul mondo della musica e su quello delle app. Due aree strategiche per Tim Cook e compagni. L'altro colosso americano dalle mire planetarie, che come Apple ha radici profonde altro, è quello di Jeff Bezos. Roy Price, a capo degli Amazon Studios, dipinge infatti uno scenario più complesso, per certi versi azzardato, di quello di Hastings. «Abbiamo iniziato nel 2013 partendo dagli Stati Uniti per poi raggiungere l'Inghilterra, la Germania, l'Austria, il Giappone e l'Italia che per noi è un mercato molto importante», ha raccontato a Perugia, dove lo abbiamo incontrato al Festival Internazionale del Giornalismo, alludendo al prossimo arrivo nel nostro Paese. «Anche noi produciamo le nostre serie, da Transparent a The man in the high castle (da La svastica sul sole di Philip Dick, ndr), fino al progetto firmato da Woody Allen. E anche noi abbiamo iniziato a produrre film. Tutti si vogliono distinguere, per non avere lo stesso catalogo. Un processo inevitabile. Ma quello che gli altri non hanno, cominciando da Netflix, è un sistema di spedizione e consegna puntuale». Viene detta come una battuta, ma è molto di più. Prime, il servizio di Amazon da 99 dollari l'anno, 6 un ecosistema. Negli Usa dà accesso allo streaming video e a quello musicale, ai servizi cloud per le foto, alle spedizioni gratuite dal negozio di Jeff Bezos comprese quelle consegnate a un'ora dall'ordinee quelle dai ristoranti. E dà accesso anche alle promozioni speciali legate alla moda. Tutti servizi ritagliati sui singoli utenti e sui loro gusti. «A proposito di moda», prosegue Price, «da qualche tempo trasmettiamo in diretta eventi di moda e gli spettatori possono comprare i capi che vedono sfilare. Ma è solo un esempio di quel che potremmo fare in futuro». Vengono citate le chat legate alle trasmissioni su Twitch, che Amazon ha cormprato per poco meno di un miliardo di dollari, la tv online dove vengono trasmessi dal vivo eventi legati a quel mondo tanto amato da milioni di millennials che va sotto il nome di e-sport. E quando gli si chiede se intendono sfruttare quella tecnologia per trasmettere come farà Twitter anche gli eventi sportivi tradizionali - ultimo baluardo della tv vecchio stile - la risposta e chiara: «Per noi al centro ci sono i clienti e quel che a loro importa. Non è un mistero che lo sport in diretta piaccia a tanti». Anche questo è un epitaffio. E rischia di essere quello definitivo.
Articolo tratto da "La Repubblica"
"Ai nostri figli non verrà mai in mente di chiedere: cosa c'è stasera in tv? Quel mondo è finito". Reed Hastings, gran capo di Netflix, tenta di scrivere così l'epitaffio della televisione tradizionale. Lo fa fra le vetrate alte dieci metri e le putrelle di ferro di La Cité du cinéma di Luc Besson, periferia nord di Parigi, davanti a centinaia di giornalisti. Il colosso di Los Gatos, in California, qui ha ribadito e aggiornato i suoi numeri: 75 milioni di abbonati e la presenza in 190 paesi quando erano poco più di cinquanta a fine 2015. Manca solo la Cina, ma è questione di tempo, oltre a Corea del Nord e Siria. Una marcia trionfale dello streaming. Non si sa quante siano effettivamente le sottoscrizioni a pagamento, si parte da 7,99 euro al mese, e quelle che usufruiscono del mese gratuito di prova. A gennaio, da stime attendibili, in Italia il numero di registrazioni al servizio era di circa 280 mila dopo due mesi dal lancio. Delle quali però "solo" 110 mila circa si erano trasformate in abbonamenti. Pochi, secondo Pier Silvio Berlusconi. Eppure da allora sono già diventati 250 mila. Aggiungendo Sky Online, Infinity di Mediaset e TimVision si arriva a circa a un milione e 250 mila spettatori per lo streaming. Ed è probabile, anzi certo, che fra sei mesi la situazione sarà completamente diversa. Che sia l'unica tv del futuro è dubbio, di sicuro è un modello che sta costringendo tutti ad adottare contromisure, come dimostra l'accordo Mediaset-Vivendi per far nascere a settembre il primo colosso europeo - anzi "latino' come lo definisce Vincent Bolloré - del settore. Ed è anche la tv tecnologicamente più avanzata, facile da usare o, come spiega Hastings, "su misura". «L'operazione Vivendi-Mediaset non ci spaventa», commenta serafico. «In America, dove in tanti competono, c'è spazio per tutti. E fa piacere che da voi alcuni protagonisti del mondo televisivo (il riferimento è a Pier Silvio Berlusconi, ndr) perdano tempo a parlare di Netflix. La realtà è che abbiamo avuto partenze difficili, in Brasile ad esempio, ma non è il caso dell'Italia». Non fornisce numeri esatti, ma ribadisce la previsione: in sette anni saranno in un terzo delle nostre case. «Vhs e dvd sono state la prima forma di televisione on demand», dice Hastings ricordando gli esordi dell'azienda nel 1997, quando per dieci anni non fece altro che affittare e spedire dvd. «Ma quella di oggi è una tv che si adatta ai nostri ritmi, agli schermi che usiamo, puoi fermare la visione e riprenderla quando e dove vuoi. Grazie al modo di guardare delle persone, riusciamo a sapere cosa serve e come migliorare in continuazione». Pubblicano le puntate delle serie tutte assieme perché per loro sono come un libro: lo leggi quando vuoi e per quanto tempo preferisci. Potendo scegliere in un catalogo ampio, ma non infinito, che stando alle stime vale negli Stati Uniti 1100 show televisivi e 4500 film, mentre in Italia si parla di 126 serie e 1000 film. Altrove, fra Africa e Asia, i numeri scendono ancora e non di poco. Mediamente però, fanno notare qui a Parigi, la maggior parte delle persone guarda fra i 40 e i 50 titoli in un catalogo che ne offre migliaia. Una delle pietre di volta, si è detto spesso in passato, sono le
serie e film originali e il fatto di renderle disponibili subito. II 10 marzo la seconda stagione di Daredevil è apparsa nel catalogo dei 190 paesi dove Netflix è presente. E pensare che tre anni fa non produceva ancora nulla ma si limitava a trattare i contenuti di altri. Oggi alterna successi globali come House of Cards a serie locali come Marseille con Gerard Depardieu, che verrà pubblicata il 5 maggio. Oltre a film come Special Correspondents (esce il 29 di questo mese), firmato da Ricky Gervais, "padre' della serie cult The Office. Che sul palco di Parigi ha parlato «di una tv per tutti senza più cornpromessi e palinsesti decisi dall'alto». Frasi di circostanza, per carità, ma pronunciate da chi ha passato anni e anni alla Bbc. In tutto sono 35 titoli originali, che il prossimo anno saranno 70, e fra questi ci dovrebbe essere anche Suburra realizzato in Italia. Ma la chiave non è più solo produttiva. C'è anche e soprattutto l'idea di una tv che quasi si indossa benché abbia per la prima volta una dimensione globale. E che unisce modelli di business differenti. E se Netflix dichiara di non voler confrontarsi con il mercato delle news e dello sport, la concorrenza inizia a guardarsi intorno. La Apple sta realizzando un serial con Dr. Dre e un altro con Will.i.am sul mondo della musica e su quello delle app. Due aree strategiche per Tim Cook e compagni. L'altro colosso americano dalle mire planetarie, che come Apple ha radici profonde altro, è quello di Jeff Bezos. Roy Price, a capo degli Amazon Studios, dipinge infatti uno scenario più complesso, per certi versi azzardato, di quello di Hastings. «Abbiamo iniziato nel 2013 partendo dagli Stati Uniti per poi raggiungere l'Inghilterra, la Germania, l'Austria, il Giappone e l'Italia che per noi è un mercato molto importante», ha raccontato a Perugia, dove lo abbiamo incontrato al Festival Internazionale del Giornalismo, alludendo al prossimo arrivo nel nostro Paese. «Anche noi produciamo le nostre serie, da Transparent a The man in the high castle (da La svastica sul sole di Philip Dick, ndr), fino al progetto firmato da Woody Allen. E anche noi abbiamo iniziato a produrre film. Tutti si vogliono distinguere, per non avere lo stesso catalogo. Un processo inevitabile. Ma quello che gli altri non hanno, cominciando da Netflix, è un sistema di spedizione e consegna puntuale». Viene detta come una battuta, ma è molto di più. Prime, il servizio di Amazon da 99 dollari l'anno, 6 un ecosistema. Negli Usa dà accesso allo streaming video e a quello musicale, ai servizi cloud per le foto, alle spedizioni gratuite dal negozio di Jeff Bezos comprese quelle consegnate a un'ora dall'ordinee quelle dai ristoranti. E dà accesso anche alle promozioni speciali legate alla moda. Tutti servizi ritagliati sui singoli utenti e sui loro gusti. «A proposito di moda», prosegue Price, «da qualche tempo trasmettiamo in diretta eventi di moda e gli spettatori possono comprare i capi che vedono sfilare. Ma è solo un esempio di quel che potremmo fare in futuro». Vengono citate le chat legate alle trasmissioni su Twitch, che Amazon ha cormprato per poco meno di un miliardo di dollari, la tv online dove vengono trasmessi dal vivo eventi legati a quel mondo tanto amato da milioni di millennials che va sotto il nome di e-sport. E quando gli si chiede se intendono sfruttare quella tecnologia per trasmettere come farà Twitter anche gli eventi sportivi tradizionali - ultimo baluardo della tv vecchio stile - la risposta e chiara: «Per noi al centro ci sono i clienti e quel che a loro importa. Non è un mistero che lo sport in diretta piaccia a tanti». Anche questo è un epitaffio. E rischia di essere quello definitivo.
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mercoledì 13 aprile 2016
L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
"Love", la serie di Apatow tra alti e bassi
"L’amore ai tempi di Netflix. La serie «Love», una nuova produzione originale della piattaforma di streaming, racconta lungo il corso di dieci episodi tra cinismo e buoni sentimenti, tra sarcasmo e dolcezza, la storia d’amore di Mickey e Gus. Due anime in pena, due trentenni molto ego riferiti che s’incontrano nel momento in cui entrambi sono cumuli di macerie sentimentali, appena scaricati dai rispettivi partner. I due non potrebbero essere più diversi, sembrerebbero male assortiti ma all’improvviso scatta l’amore, forse per colmare due solitudini, due simili disagi esistenziali, forse perché le loro stranezze in fondo si bilanciano. Diciamo subito che «Love» parla d’amore ma non è una commedia romantica, o meglio lo è secondo i canoni del cinema indipendente americano che hanno ormai valicato i confini dei film per estendersi a molte serie tv, da «Girls» a «Master of None» o «You’re the Worst». Il riferimento a «Girls» non è casuale perché anche la serie di Netflix è una creatura dello sceneggiatore e produttore Judd Apatow, già firma di molte commedie di Hollywood, che ha scritto «Love» con Paul Rust, anche interprete del protagonista maschile (quanto di più lontano dall’immaginario da «fidanzato della porta accanto») e un’altra sceneggiatrice di «Girls». Sullo sfondo c’è Los Angeles e non mancano i riferimenti «meta» all’industria dell’intrattenimento. La serie inizia con un passo lento e non cattura da subito, bisogna avere pazienza e seguire il procedere degli episodi per seguire con più empatia le vicende della volitiva Mickey e del timido Gus, entrambi spesso preda della loro immaturità. Complessivamente l’esperimento è riuscito a metà: molte chicche preziose di scrittura e interpretazione (come il personaggio della star bambina a cui Gus fa da insegnante privato sul set) si perdono in un racconto che procede tra molti alti e bassi, a volte avviluppato su se stesso". (Aldo Grasso, 12.04.2016)
CORRIERE DELLA SERA
"Love", la serie di Apatow tra alti e bassi
"L’amore ai tempi di Netflix. La serie «Love», una nuova produzione originale della piattaforma di streaming, racconta lungo il corso di dieci episodi tra cinismo e buoni sentimenti, tra sarcasmo e dolcezza, la storia d’amore di Mickey e Gus. Due anime in pena, due trentenni molto ego riferiti che s’incontrano nel momento in cui entrambi sono cumuli di macerie sentimentali, appena scaricati dai rispettivi partner. I due non potrebbero essere più diversi, sembrerebbero male assortiti ma all’improvviso scatta l’amore, forse per colmare due solitudini, due simili disagi esistenziali, forse perché le loro stranezze in fondo si bilanciano. Diciamo subito che «Love» parla d’amore ma non è una commedia romantica, o meglio lo è secondo i canoni del cinema indipendente americano che hanno ormai valicato i confini dei film per estendersi a molte serie tv, da «Girls» a «Master of None» o «You’re the Worst». Il riferimento a «Girls» non è casuale perché anche la serie di Netflix è una creatura dello sceneggiatore e produttore Judd Apatow, già firma di molte commedie di Hollywood, che ha scritto «Love» con Paul Rust, anche interprete del protagonista maschile (quanto di più lontano dall’immaginario da «fidanzato della porta accanto») e un’altra sceneggiatrice di «Girls». Sullo sfondo c’è Los Angeles e non mancano i riferimenti «meta» all’industria dell’intrattenimento. La serie inizia con un passo lento e non cattura da subito, bisogna avere pazienza e seguire il procedere degli episodi per seguire con più empatia le vicende della volitiva Mickey e del timido Gus, entrambi spesso preda della loro immaturità. Complessivamente l’esperimento è riuscito a metà: molte chicche preziose di scrittura e interpretazione (come il personaggio della star bambina a cui Gus fa da insegnante privato sul set) si perdono in un racconto che procede tra molti alti e bassi, a volte avviluppato su se stesso". (Aldo Grasso, 12.04.2016)
martedì 12 aprile 2016
NEWS - Guerra tv senza frontiere nell'Europa latina! Da settembre fuochi d'artificio a tutto campo dopo l'allenaza Vivendi-Premium che punta anche alle serie autoprodotte con standard americani (anche con star Usa)
Articolo tratto da "La Stampa"
Film e serie televisive in stile Usa. Ma anche le fiction più adatte all’Europa del Sud, con puntate più lunghe, che gli americani non producono. E c’è perfino l’ambizione di coinvolgere star a stelle e strisce. A tutto questo punta il tandem Vivendi-Mediaset con il suo Netflix europeo (a Vincent Bolloré piace tantissimo chiamarlo «latino»). Una piattaforma di contenut i on dem and e disponibile online, proprio come Netflix, dovrebbe nascere già in settembre e potrebbe da subito coinvolgere Telefonica in Spagna. Oltre a questo mercato, comunque, e alla Francia e all’Italia, Bolloré e Berlusconi puntano alla Germania. Si darà vita a un’unica società produttiva di contenuti, da rendere disponibili sulla piattaforma. Non solo: come indicato dal quotidiano le «Figaro», Vivendi e Mediaset sarebbero in trattative con alcune major americane, in particolare Fox e Warner, così da inserirle nella società. Ma per produrre cosa? Come indica una fonte vicina al dossier, «sono tre tipi di prodotti: i film, europei ma con standard americani e anche con star Usa, come Brad Pitt o Kevin Spacey. Poi le serie tv, con un numero elevato di puntate (una quarantina) ed episodi sui 40 minuti di durata. Infine, le fiction con una decina di puntate, ognuna lunga fino a due ore». Sono quelle sul modello di «Montalbano» o di «Task Force», novità di Mediaset con Raul Bova. Tra serie e fiction, ne potrebbero essere già messe in cantiere una decina da qui a 4-5 anni. La prima tappa, mettere sulla piattaforma di vendita dei contenuti, è abbastanza facile e non richiede grossi investimenti. Bisogna innanzitutto accorpare le attività simili dei nuovi partner. Vivendi ha CanalPlay in Francia e Whatchever in Germania. Da sottolineare: CanalPlay va male. Ha perso negli ultimi mesi circa 300 mila abbonati, scendendo sotto i 600 mila, anche per la concorrenza di Netflix. Sempre per la distribuzione di contenuti on demand su Internet, Mediaset dispone di Infinity in Italia. Poi in Spagna Telefonica (Vivendi ha l’1% del capitale di questo gruppo) ha creato Yomvi, che è una filiale di Movistar+, la pay tv dell’operatore telefonico. Tutte queste società per il momento possono contare (mettendo dentro anche Yomvi di Telefonica) su appena 2,5 milioni di abbonati. Insomma, poca cosa rispetto ai 75 di Netflix (32 fuori dagli Usa). Ma l’obiettivo è mettere il piede sull’acceleratore, attingendo a nche al bacino degli utenti delle pay tv di Vivendi, Mediaset e in più di Telefonica (12 milio ni in tutto ). Sul fronte della produzione, Vivendi e Mediaset, che è presente in Spagna mediante il 41% di Telecinco, metterebbero insieme le loro risorse. Si assocerebbero poi i media di Telefonica e forse, come abbiamo visto, una major americana. Inoltre, in quest’ottica vanno considerati certi recenti investimenti di Vivendi. La sua filiale StudioCanal ha preso delle partecipazioni nella spagnola Bambu Productions, famosa per le serie Velvet e Grand Hotel. E anche in due società inglesi del settore, Urban Myth Films e Sunny March Tv. Infine, Vivendi ha acquisito il 26% di Banijay, numero tre mondiale della produzione audiovisiva. Sì, Bolloré stava preparando il colpo da tempo.
Articolo tratto da "La Stampa"
Film e serie televisive in stile Usa. Ma anche le fiction più adatte all’Europa del Sud, con puntate più lunghe, che gli americani non producono. E c’è perfino l’ambizione di coinvolgere star a stelle e strisce. A tutto questo punta il tandem Vivendi-Mediaset con il suo Netflix europeo (a Vincent Bolloré piace tantissimo chiamarlo «latino»). Una piattaforma di contenut i on dem and e disponibile online, proprio come Netflix, dovrebbe nascere già in settembre e potrebbe da subito coinvolgere Telefonica in Spagna. Oltre a questo mercato, comunque, e alla Francia e all’Italia, Bolloré e Berlusconi puntano alla Germania. Si darà vita a un’unica società produttiva di contenuti, da rendere disponibili sulla piattaforma. Non solo: come indicato dal quotidiano le «Figaro», Vivendi e Mediaset sarebbero in trattative con alcune major americane, in particolare Fox e Warner, così da inserirle nella società. Ma per produrre cosa? Come indica una fonte vicina al dossier, «sono tre tipi di prodotti: i film, europei ma con standard americani e anche con star Usa, come Brad Pitt o Kevin Spacey. Poi le serie tv, con un numero elevato di puntate (una quarantina) ed episodi sui 40 minuti di durata. Infine, le fiction con una decina di puntate, ognuna lunga fino a due ore». Sono quelle sul modello di «Montalbano» o di «Task Force», novità di Mediaset con Raul Bova. Tra serie e fiction, ne potrebbero essere già messe in cantiere una decina da qui a 4-5 anni. La prima tappa, mettere sulla piattaforma di vendita dei contenuti, è abbastanza facile e non richiede grossi investimenti. Bisogna innanzitutto accorpare le attività simili dei nuovi partner. Vivendi ha CanalPlay in Francia e Whatchever in Germania. Da sottolineare: CanalPlay va male. Ha perso negli ultimi mesi circa 300 mila abbonati, scendendo sotto i 600 mila, anche per la concorrenza di Netflix. Sempre per la distribuzione di contenuti on demand su Internet, Mediaset dispone di Infinity in Italia. Poi in Spagna Telefonica (Vivendi ha l’1% del capitale di questo gruppo) ha creato Yomvi, che è una filiale di Movistar+, la pay tv dell’operatore telefonico. Tutte queste società per il momento possono contare (mettendo dentro anche Yomvi di Telefonica) su appena 2,5 milioni di abbonati. Insomma, poca cosa rispetto ai 75 di Netflix (32 fuori dagli Usa). Ma l’obiettivo è mettere il piede sull’acceleratore, attingendo a nche al bacino degli utenti delle pay tv di Vivendi, Mediaset e in più di Telefonica (12 milio ni in tutto ). Sul fronte della produzione, Vivendi e Mediaset, che è presente in Spagna mediante il 41% di Telecinco, metterebbero insieme le loro risorse. Si assocerebbero poi i media di Telefonica e forse, come abbiamo visto, una major americana. Inoltre, in quest’ottica vanno considerati certi recenti investimenti di Vivendi. La sua filiale StudioCanal ha preso delle partecipazioni nella spagnola Bambu Productions, famosa per le serie Velvet e Grand Hotel. E anche in due società inglesi del settore, Urban Myth Films e Sunny March Tv. Infine, Vivendi ha acquisito il 26% di Banijay, numero tre mondiale della produzione audiovisiva. Sì, Bolloré stava preparando il colpo da tempo.
lunedì 11 aprile 2016
NEWS - The Infinity Experience. Da oggi disponibile in contemporanea Usa tutta "The Girlfriend Experience" di Soderbergh
Attesa e discussa da mesi in tutto il mondo, The Girlfriend Experience è la nuova Serie
TV di STARZ ispirata all’omonimo film del regista Steven Soderbergh, che ha anche prodotto la serie. Ideata, scritta e diretta
dai registi indipendenti Lodge Kerrigan e Amy Seimetz, la protagonista è la bellissima Riley Keough, nota al grande pubblico sia per la sue apparizioni in Mad Max: Fury Road e Magic Mike, sia
per aver posato per Tommy Hilfiger, Dolce
& Gabbana, Christian Dior e Miu
Miu, ma soprattutto per la sua stretta parentela con Elvis e Priscilla Presley (è la nipote di Elvis!).
Finalmente, in contemporanea con la messa in onda negli States, arriva in
Italia: dall’11 aprile il cofanetto completo della serie, di 13
episodi, sarà disponibile in esclusiva su Infinity,
anche in lingua originale e in Super HD. Oltre al produttore, ai registi e al notevole cast, la vera
forza di The Girlfriend Experience è la trama. Al centro, la storia coinvolgente di Christine Reade, una studentessa al secondo anno di legge all'Università di
Chicago alle prese con un praticantato presso il prestigioso studio legale
Kirkland & Allen. Christine dà il massimo sul lavoro per guadagnarsi
l’attenzione e la stima dei colleghi, fino a quando la sua collega
universitaria Avery Suhr (Kate Lyn Sheil),
la introduce nello scintillante e
affascinante mondo delle escort. Attratta
dalla possibilità di guadagnare moltissimi soldi in breve tempo, Christine
inizia a vivere una doppia vita, diventando quasi una confidente per alcuni dei
clienti del servizio di accompagnatrici di lusso, chiamato appunto “Girlfriend Experience”. Christine scoprirà ben presto di essersi impigliata in
una rete complessa
fatta d’intrighi e tradimenti. Tutt’altra cosa rispetto alla sua precedente
vita serena e tranquilla nella periferia di Philadelphia. Come dichiarato dallo stesso Steven Soderbergh, la serie prende una direzione indipendente e
completamente diversa rispetto all’omonimo film da lui diretto nel 2009, con un
nuovo interessante personaggio e una nuova storia intrigante ed estremamente
appassionante. Come lui stesso ha dichiarato: “prendiamo
il titolo e ricominciamo da capo”.
Anche sotto il piano prettamente stilistico, la serie prende le distanze dal
film anche sotto il punto di vista delle produzione. Lodge Kerrigan, uno dei due autori e registi
della serie, ha più volte affermato di aver voluto sviluppare il concept in
maniera del tutto differente rispetto a Soderbergh, fidandosi molto del suo
istinto filmico sul set. The Girlfriend Experience, infatti, è stato girato quasi tutto in esterna, con il
chiaro scopo di sfruttare al massimo la luce naturale del sole, così da
ricreare un effetto assolutamente realistico nel girato. Finalmente, una serie tv cerca di rompere gli schemi finora
imposti delle logiche commerciali, con una trama coraggiosa e ambiziosa, e un
approccio unico e inedito per il tipo di format proposto. The Girlfriend Experience è una serie che si propone di sondare per la prima
volta la vera natura e i segreti che si celano dietro a un certo tipo di
relazioni interpersonali, ridefinendo del tutto il modo in cui solitamente
approcciamo rapporti del genere, insoliti, ma sempre più frequenti. Quello che
emerge è la voglia di dimostrare quanto siano reali e attuali le “doppie
vite” di moltissime giovani donne, smontando del tutto il classico stereotipo
della prostituzione, dove le “squillo” sono
costrette a vivere in condizioni di sfruttamento o a subire danni emotivi. Con
The Girlfriend Experience il mondo delle escort viene rivalutato ed emancipato.
È una pura questione d’affari e il sesso è solo una piccola parte della
prestazione. Dietro c’è tutto un mondo da scoprire…e Christine Reade sarà la guida. L’appuntamento con le sue
intriganti vicende è fissato dall’11 aprile: in Italia sarà disponibile la stagione completa, in contemporanea con gli Usa, solo su Infinity.domenica 10 aprile 2016
venerdì 8 aprile 2016
NEWS - Risiko Tv! Bollorè sbarca in Italia col matrimonio Vivendi+Mediaset Premium pensando a mini-serie tv europee ad hoc per smartphone e tablet (obiettivo: riavvicinare la gioventù perduta del piccolo schermo e sfidare Netflix)
Articolo tratto da "Italia Oggi"
La casa di produzione paneuropea anti-Netflix che Vincent Bolloré vuole creare sta già nascendo. Arriverà presto in Italia, forse dal prossimo autunno. Nei giorni scorsi, infatti, Canal Plus ha esteso la sua rete di partecipazioni sul Vecchio continente e, mentre l'attenzione pubblica è concentrata sulla convocazione dei cda di Mediaset della famiglia Berlusconi e di Vivendi per il matrimonio tra le pay tv Mediaset Premium e Canal Plus, il finanziere bretone ne ha approfittato per entrare nel capitale dello studio spagnolo Bambu Producciones. In contemporanea, ha acquisito in Gran Bretagna quote di Urban Myth e Sunny march tv. Oltre che sul fronte della produzione di contenuti originali, poi, Bolloré (in Italia al 24,9% di Telecom Italia guidata dal nuovo a.d. Flavio Cattaneo) si è mosso anche sul fronte della distribuzione di titoli con il lancio di Studio+, applicazione per portare serie televisive su smartphone e tablet in sei lingue diverse, italiano in testa. Collegando quindi case di produzione, pay tv e operatori delle tic, si capisce meglio la portata delle parole di Didier Lupfer, presidente di Studiocanal, a Cannes durante la fiera-mercato dei contenuti tv Mip: «siamo completamente aperti a un allargamento del nostro network. Italia compresa, se questo sarà possibile». Non è un caso se Bolloré ha acquistato il 33% di Bambu Producciones (con la possibilità di salire a una quota di maggioranza), visto che la casa di produzione è già partner della Netflix di Reed Hastings e ha lavorato con la Bbc. A proposito di Gran Bretagna, invece, Urban Myth ha firmato serie come Misfits e Vivendi ne ha comprato il 20%, come nel caso di Sunny march tv che ha prodotto titoli tra cui il lungometraggio Imitation game e la serie Sherlock. Secondo la stessa Studiocanal a Cannes, la società genera il 60% del suo business nel cinema e il 15% nella tv. Ma l'intenzione è portare il piccolo schermo a quota 25%. La casa di produzione possiede già lo studio britannico Red, il tedesco Tandem, ha inaugurato nell'Europa del Nord Sam, realtà creata con gli autori della serie Borgen. Insomma, Canal ha già disposto propri centri di produzione ai quattro punti cardinali della Ue. Del gruppo Vivendi fa parte ed è infatti stata chiamata in causa Universal music mentre Studiocanal sta coinvolgendo i principali operatori delle telecomunicazioni per promuovere le sue serie tv, pensate ognuna in dieci episodi di dieci minuti l'uno. Obiettivo (all'estero come in Italia dove opera Telecom): fidelizzare i giovani, la generazione mobile con cellulari sempre alla mano, grazie a puntate che si possono iniziare a vedere aspettando l'autobus e durano giusto il tempo di un breve spostamento coi mezzi pubblici. In rampa di lancio ci sono 25 produzioni che spaziano dal genere horror a quello più di azione. Il costo medio di una fiction è di circa un milione di euro, meno di quanto richiede una serie per il piccolo schermo. Il telespettatore potrà scegliere se pagare «qualche euro» a puntata, ha spiegato alla Mip di Cannes Dominique Delport, presidente di Vivendi Content, oppure se scegliere «un'offerta telefonica che comprenda le nostre serie». Europa e Italia ma non solo, sempre secondo Delport, i nuovi contenuti Vivendi raggiungeranno anche i mercati russo, dell'America latina e del Brasile. Senza dimenticare l'Africa perché, ha concluso Delport citando Bolloré, «un miliardo di persone stanno per uscire dalla povertà e avranno bisogno di cultura e intrattenimento».
Articolo tratto da "Italia Oggi"
La casa di produzione paneuropea anti-Netflix che Vincent Bolloré vuole creare sta già nascendo. Arriverà presto in Italia, forse dal prossimo autunno. Nei giorni scorsi, infatti, Canal Plus ha esteso la sua rete di partecipazioni sul Vecchio continente e, mentre l'attenzione pubblica è concentrata sulla convocazione dei cda di Mediaset della famiglia Berlusconi e di Vivendi per il matrimonio tra le pay tv Mediaset Premium e Canal Plus, il finanziere bretone ne ha approfittato per entrare nel capitale dello studio spagnolo Bambu Producciones. In contemporanea, ha acquisito in Gran Bretagna quote di Urban Myth e Sunny march tv. Oltre che sul fronte della produzione di contenuti originali, poi, Bolloré (in Italia al 24,9% di Telecom Italia guidata dal nuovo a.d. Flavio Cattaneo) si è mosso anche sul fronte della distribuzione di titoli con il lancio di Studio+, applicazione per portare serie televisive su smartphone e tablet in sei lingue diverse, italiano in testa. Collegando quindi case di produzione, pay tv e operatori delle tic, si capisce meglio la portata delle parole di Didier Lupfer, presidente di Studiocanal, a Cannes durante la fiera-mercato dei contenuti tv Mip: «siamo completamente aperti a un allargamento del nostro network. Italia compresa, se questo sarà possibile». Non è un caso se Bolloré ha acquistato il 33% di Bambu Producciones (con la possibilità di salire a una quota di maggioranza), visto che la casa di produzione è già partner della Netflix di Reed Hastings e ha lavorato con la Bbc. A proposito di Gran Bretagna, invece, Urban Myth ha firmato serie come Misfits e Vivendi ne ha comprato il 20%, come nel caso di Sunny march tv che ha prodotto titoli tra cui il lungometraggio Imitation game e la serie Sherlock. Secondo la stessa Studiocanal a Cannes, la società genera il 60% del suo business nel cinema e il 15% nella tv. Ma l'intenzione è portare il piccolo schermo a quota 25%. La casa di produzione possiede già lo studio britannico Red, il tedesco Tandem, ha inaugurato nell'Europa del Nord Sam, realtà creata con gli autori della serie Borgen. Insomma, Canal ha già disposto propri centri di produzione ai quattro punti cardinali della Ue. Del gruppo Vivendi fa parte ed è infatti stata chiamata in causa Universal music mentre Studiocanal sta coinvolgendo i principali operatori delle telecomunicazioni per promuovere le sue serie tv, pensate ognuna in dieci episodi di dieci minuti l'uno. Obiettivo (all'estero come in Italia dove opera Telecom): fidelizzare i giovani, la generazione mobile con cellulari sempre alla mano, grazie a puntate che si possono iniziare a vedere aspettando l'autobus e durano giusto il tempo di un breve spostamento coi mezzi pubblici. In rampa di lancio ci sono 25 produzioni che spaziano dal genere horror a quello più di azione. Il costo medio di una fiction è di circa un milione di euro, meno di quanto richiede una serie per il piccolo schermo. Il telespettatore potrà scegliere se pagare «qualche euro» a puntata, ha spiegato alla Mip di Cannes Dominique Delport, presidente di Vivendi Content, oppure se scegliere «un'offerta telefonica che comprenda le nostre serie». Europa e Italia ma non solo, sempre secondo Delport, i nuovi contenuti Vivendi raggiungeranno anche i mercati russo, dell'America latina e del Brasile. Senza dimenticare l'Africa perché, ha concluso Delport citando Bolloré, «un miliardo di persone stanno per uscire dalla povertà e avranno bisogno di cultura e intrattenimento».
giovedì 7 aprile 2016
NEWS - Clamoroso al Cibali! Neanche gli attori di "TWD" sanno chi ci sarà e non ci sarà la prossima stagione!
News tratta da "TMZ"
Even the stars of "The Walking Dead" don't know who got offed in Sunday's season finale.
Steven Ogg -- who plays the main Saviour on the show -- swears ignorance. The question ... do you believe him? We know bad guy and Saviour leader Negan killed off one of the main characters, but the scene cuts to black before revealing the victim. The Internet's leading theory ... nobody knows who died because showrunners haven't decided. If true, they would have shot multiple endings.
If you think you know Ogg from somewhere else -- he's the voice of Trevor in Grand Theft Auto V.
News tratta da "TMZ"
Even the stars of "The Walking Dead" don't know who got offed in Sunday's season finale.
Steven Ogg -- who plays the main Saviour on the show -- swears ignorance. The question ... do you believe him? We know bad guy and Saviour leader Negan killed off one of the main characters, but the scene cuts to black before revealing the victim. The Internet's leading theory ... nobody knows who died because showrunners haven't decided. If true, they would have shot multiple endings.
If you think you know Ogg from somewhere else -- he's the voice of Trevor in Grand Theft Auto V.
mercoledì 6 aprile 2016
Clamoroso al Cibali!
— TelefilmCult (@TelefilmCult) 6 aprile 2016
I fans di #TWD inizano petizione x una puntata in più oltre il cliffhanger-shock.https://t.co/WrKaVjpRXk via @UPROXX
GOSSIP - "Scandal" in copertina! La Washington furiosa per i ritocchi di "Adweek" sulla cover che la rendono irriconoscibile: "ormai siamo una società di ritoccatori di foto!"
Kerry
Washington is speaking out after she was photoshopped on the cover
of Adweek‘s
latest issue to a point where she was unrecognizable.
“So…You know me. I’m not one to be quiet about a
magazine cover. I always celebrate it when a respected publication invites me
to grace their pages. It’s an honor. And a privilege. And ADWEEK is no exception,” the 39-year-old Scandal
actress wrote on Instagram. “I love ADWEEK. It’s a publication I
appreciate. And learn from. I’ve long followed them on Twitter. And when they
invited me to do a cover, I was excited and thrilled. And the truth is, I’m
still excited.”
“I’m proud of the article. And I like some of the
inside images a great deal. But, I have to be honest…I was taken aback by the
cover,” Kerry added. “Look, I’m no stranger to Photoshopping.
It happens a lot. In a way, we have become a society of picture adjusters – who
doesn’t love a filter?!? And I don’t always take these adjustments to task but
I have had the opportunity to address the impact of my altered image in the
past and I think it’s a valuable conversation.”
“Yesterday, however, I just felt weary. It felt
strange to look at a picture of myself that is so different from what I look
like when I look in the mirror. It’s an unfortunate feeling,” she continued.
“That being said. You all have been very kind and
supportive. Also, as I’ve said, I’m very proud of the article.”
“There are a few things we discussed in the interview
that were left out. Things that are important to me (like: the importance of
strong professional support and my awesome professional team) and I’ve been
thinking about how to discuss those things with anyone who is interested, in an
alternate forum. But until then… Grab this week’s ADWEEK. Read it. I hope you
enjoy it. And thank you for being patient with me while I figured out how to
post this in a way that felt both celebratory and honest. XOXOXOX.”
James Cooper, the editorial
director of Adweek, released a statement saying: “Kerry Washington is
a class act . We are honored to have her grace our pages. To clarify, we made
minimal adjustments, solely for the cover’s design needs. We meant no
disrespect, quite the opposite. We are glad she is enthusiastic about the piece
and appreciate her honest comments.”
martedì 5 aprile 2016
NEWS - Le serie tv sempre più on demand anche in Italia (il 36% degli italiani), al 41% dei contenuti preferiti Vod. Il 67% predilige questa modalità per il binge-watching
Articolo tratto da "Affari&Finanza"
Sta cambiando il modo di vedere i programmi televisivi - si sta parlando soprattutto a li-veno globale - e le persone ricorrono sempre più al "video on demand - Vod" per decidere cosa guardare e quando farlo. Secondo l'indagine Video on demand, condotta da Nielsen coinvolgendo 30mila intervistati in 61 paesi, tra cui l'Italia, esiste una fetta ormai consistente di popolazione che si rivolge a servizi base offerti da player alternativi (per esempio, Netflix) o a servizi a valore aggiunto proposti da quelli tradizionali già attivi nel campo della pay tv su digitale terrestre o satellite. Il 36% degli italiani attivi in Internet fruisce di questo genere di servizi a pagamento, un fenomeno ancora contenuto se messo a confronto con la penetrazione a livello europeo o globale (tra il 50 e il 65 per cento). La modalità un demand (in pratica in streaming) sta diventando per molti un'abitudine, tant'è che oltre il 50% di chi ne fruisce accede ai servizi almeno tre volte alla settimana. Il dato è allineato a quello del vecchio continente, ma molto più contenuto rispetto al valore registrato a livello mondiale (85%). Le ragioni principali che spingono alla scelta dei servizi Vod sono abbastanza scontate, ovvero la possibilità di godere dei contenuti nei momenti della giornata più "comodi" (69%) e per il 67 per cento quella di fruire in sequenza di tutti gli episodi di una serie. Inoltre il 54% degli intervistati considera i servizi on demand, alternativi alla pay tv tradizionale, come meno costosi. E per quanto riguarda i device? Mediamente se ne usano dai due ai tre e il mobile svolge un ruolo importante. In fatti il 48% accede da smartphone, mentre il 38 per cento utilizza il tablet, anche se più della metà degli intervistati concorda nell'affermare che l'esperienza di visione dei contenuti non è cosi buona e ugualmente coinvolgente come quella che si avrebbe su uno schermo dimensioni più grandi. L'utilizzo dei servizi Vod è legato anche alla diversità degli interessi e dei gusti all'interno del nucleo familiare: ognuno può vedere contemporaneamente, su device differenti, ciò che preferisce (46% degli intervistati italiani contro il 66% di quelli a livello mondiale). I contenuti ritenuti più "interessanti" sono film (75%), serie tv (41%) e documentari (33%). La loro fruizione non coincide necessariamente con un'esperienza di isolamento. Il 39 per cento, infatti, afferma che ama utilizzare i social media (49% a livello europeo). La discussione avviene, quindi, con gruppi di interesse con i quali spesso si condivide una conoscenza approfondita e la passione per un determinato programma o per una particolare serie televisiva. Attualmente in Italia solo il 5% utilizza player alternativi per accedere a contenuti on demand, mentre a livello europeo e globale tale quota raggiunge rispettivamente 1'11 e il 26 per cento. Gli utenti di servizi video on demand ritengono l'advertising uno strumento in grado di supportarli nella soddisfazione dei loro bisogni: il 53% dichiara di essere disposto a vedere spot su prodotti di loro interesse, mentre il 39% riconosce alla comunicazione commerciale la capacità di suggerire prodotti che si è potenzialmente interessati a provare. Tuttavia il 62% è d'accordo nell'affermare che, oggi, la maggior parte della pubblicità riguarda prodotti che non sono di loro interesse.
Articolo tratto da "Affari&Finanza"
Sta cambiando il modo di vedere i programmi televisivi - si sta parlando soprattutto a li-veno globale - e le persone ricorrono sempre più al "video on demand - Vod" per decidere cosa guardare e quando farlo. Secondo l'indagine Video on demand, condotta da Nielsen coinvolgendo 30mila intervistati in 61 paesi, tra cui l'Italia, esiste una fetta ormai consistente di popolazione che si rivolge a servizi base offerti da player alternativi (per esempio, Netflix) o a servizi a valore aggiunto proposti da quelli tradizionali già attivi nel campo della pay tv su digitale terrestre o satellite. Il 36% degli italiani attivi in Internet fruisce di questo genere di servizi a pagamento, un fenomeno ancora contenuto se messo a confronto con la penetrazione a livello europeo o globale (tra il 50 e il 65 per cento). La modalità un demand (in pratica in streaming) sta diventando per molti un'abitudine, tant'è che oltre il 50% di chi ne fruisce accede ai servizi almeno tre volte alla settimana. Il dato è allineato a quello del vecchio continente, ma molto più contenuto rispetto al valore registrato a livello mondiale (85%). Le ragioni principali che spingono alla scelta dei servizi Vod sono abbastanza scontate, ovvero la possibilità di godere dei contenuti nei momenti della giornata più "comodi" (69%) e per il 67 per cento quella di fruire in sequenza di tutti gli episodi di una serie. Inoltre il 54% degli intervistati considera i servizi on demand, alternativi alla pay tv tradizionale, come meno costosi. E per quanto riguarda i device? Mediamente se ne usano dai due ai tre e il mobile svolge un ruolo importante. In fatti il 48% accede da smartphone, mentre il 38 per cento utilizza il tablet, anche se più della metà degli intervistati concorda nell'affermare che l'esperienza di visione dei contenuti non è cosi buona e ugualmente coinvolgente come quella che si avrebbe su uno schermo dimensioni più grandi. L'utilizzo dei servizi Vod è legato anche alla diversità degli interessi e dei gusti all'interno del nucleo familiare: ognuno può vedere contemporaneamente, su device differenti, ciò che preferisce (46% degli intervistati italiani contro il 66% di quelli a livello mondiale). I contenuti ritenuti più "interessanti" sono film (75%), serie tv (41%) e documentari (33%). La loro fruizione non coincide necessariamente con un'esperienza di isolamento. Il 39 per cento, infatti, afferma che ama utilizzare i social media (49% a livello europeo). La discussione avviene, quindi, con gruppi di interesse con i quali spesso si condivide una conoscenza approfondita e la passione per un determinato programma o per una particolare serie televisiva. Attualmente in Italia solo il 5% utilizza player alternativi per accedere a contenuti on demand, mentre a livello europeo e globale tale quota raggiunge rispettivamente 1'11 e il 26 per cento. Gli utenti di servizi video on demand ritengono l'advertising uno strumento in grado di supportarli nella soddisfazione dei loro bisogni: il 53% dichiara di essere disposto a vedere spot su prodotti di loro interesse, mentre il 39% riconosce alla comunicazione commerciale la capacità di suggerire prodotti che si è potenzialmente interessati a provare. Tuttavia il 62% è d'accordo nell'affermare che, oggi, la maggior parte della pubblicità riguarda prodotti che non sono di loro interesse.
Negan, la mazza filospinata la devi usare sugli sceneggiatori. #TWD #TWDFinale
— Leo Damerini (@LeoDamerini) 4 aprile 2016
La sceneggiatura é così sfilacciata da ritrovare nel finale personaggi abbandonati per intere puntate come vittime sacrificali. #TWDFinale
— Leo Damerini (@LeoDamerini) 5 aprile 2016
Va bhe, potevate dirlo che #Negan era @lucacarboni. #TWD #TWDFinale
— Leo Damerini (@LeoDamerini) 5 aprile 2016
lunedì 4 aprile 2016
NEWS - Non è tutto "Empire" quel che luccica. La serie ha successo solo in America: "altrove il cast tutto di colore può essere un problema..."
Articolo tratto da Mic.com
Articolo tratto da Mic.com
Empire is killing it at home. Even with a small season two
ratings slump, it's still a pop cultural phenomenon of the highest
order within the U.S. Elsewhere, though, it's another story: According
to the Hollywood Reporter, diverse casts
don't tend to play well with international audiences, which in turn
helps to explain why they're not as aggressively funded in Hollywood. "These shows are a reflection of our society, but [they are]
not a reflection of all societies," Marion Edwards, president of
international TV at Fox told THR of shows like Empire, which have expanded the range of stories that get told on television.
"Having a diverse cast creates another hurdle for U.S.
series trying to break through; it would be foolish not to recognize
that," she continued. "We are telling our units that they need to be
aware that by creating too much diversity in the leads in their show
means ... problems having their shows translating to the international
market."
According to THR, Empire pulled in an
underwhelming 717,000 viewers when its first season aired on the U.K.'s
E4 network, its second season attracting an audience of only 595,000. In
Australia, 181,000 people tuned in for season one, that number
dwindling to 77,000 for season two.
In Canada and Germany, audience numbers were similarly low, a
viewer turnout that's especially disappointing when compared with the
show's consistent weekly audience growth in the U.S. Some 16.7 million viewers watched Empire's season one finale live. Despite an audience dip in the show's second season, its fall finale still drew 11.2 million people.
The disparity is an unfortunate one for an industry that's increasingly come under fire for its lack of inclusivity.
The arenas of television and film prioritize projects for white
audiences — artists who push for stories that speak to black audiences,
for example, are often fighting an uphill battle. When Nate Parker
pitched his Sundance hit, The Birth of a Nation, he was repeatedly told
that a movie about a slave revolt wouldn't sit well with white
audiences, that it couldn't gain traction overseas without a white star.
The film later sold for a record $17.5 million to Fox Searchlight.
It took Parker years to get the green light on his movie; many others aren't so lucky. The reminder that efforts at upping inclusivity
backfire with international audiences is a frustrating one, because it
indicates that industry-wide change — tied as it is to financial
concerns — will only come very slowly.
On that note, though, it's worth noting that audiences
abroad don't seem to have a fundamental aversion to watching people of
other races on screen. THR noted the huge popularity of crime dramas NCIS and CSI amongst international viewers, and explained that both the Cosby Show and the Fresh Prince of Bel-Air
attained huge popularity wherever they aired. They might, however, have
an aversion to shows that tell "specifically black stories."
"If it's too black, it might be too unwatchable for certain people," as Vulture put it.
Part of the problem, too, is the long-form TV show coming out of the U.S. these days, according to THR.
While our television increasingly resembles the miniseries, with
hour-long installments and plot that builds on itself over the course of
a season, international viewers tend toward easily digestible episodes
that are shorter in nature and perhaps not designed for binging.
Bite-sized television snacks, if you will. Ideally with a white — or,
not not white — bent, it seems.
GOSSIP - Congratulazioni e figli arcieri! Colton Haynes è incinto!
Colton Haynes cradles his baby bump while appearing pregnant in a new picture from his photo shoot with Tyler Shields. The 27-year-old Arrow actor shared the photo on Instagram to celebrate hitting 4 million followers on the social media app.
Colton Haynes cradles his baby bump while appearing pregnant in a new picture from his photo shoot with Tyler Shields. The 27-year-old Arrow actor shared the photo on Instagram to celebrate hitting 4 million followers on the social media app.
“So happy to make more art with @thetylershields.
Today I hit 4 Million followers on Instagram. I want to take a moment to
express my gratitude & love to all of you who’ve continued to support me,” Colton
captioned the picture.
“I know I can be odd & come off a bit weird
sometimes but honestly…my career and life didn’t actually start flourishing
until the day I decided to listen to my own instincts and do what I want to
do/be myself and not mask that,” Colton added. “I’m not going
to conform to what people think is normal…and neither should any of you. That’s
so freakin boring haha. Be weird. Be yourself cause at the end of the
day…that’s honestly all that matters. Let people see the real, imperfect,
flawed, quirky, weird, beautiful, & magical person that you are. Sending
love to all of you :)”.
sabato 2 aprile 2016
NEWS - Non è un aereo. Non è un razzo. Non è un uccello. Non è...un uomo. Al via stasera "Supergirl" (Premium Action) con i tutor Flash+Superman
Di eroine ce ne sono tante. Di Super-eroina una sola. “Supergirl”,
in anteprima assoluta su Premium Action dal 2 aprile, è la serie tv che al debutto ha segnato il
record stagionale americano di “più vista” con il boom di 13 milioni di
spettatori, forte di un battage pubblicitario senza paragoni unito a una
curiosità spasmodica per la messa in scena di una super-eroina tanto atipica
quanto nata all’ombra di Superman. Non è un caso che il serial abbia vinto il prestigioso Critics’ Choice Award quale “Most exciting New Series”. Basti poi vedere la copertina speciale
della bibbia del piccolo schermo a “stelle e striscie”, “Tv Guide”, dedicata alla nuova stagione tv, dove la protagonista
svettava su tutti al centro. O la cover di “Variety” sul nuovo filone d’oro dei super-eroi, con Supergirl e
Flash insieme al loro papà Greg Berlanti,
soprannominato in patria “Goldfingheroes”
per i suoi successi (oltre a “The Flash”
e al debuttante “Supergirl”, anche “Arrow” e “Blindspot”, quest’ultimo altro titolo in arrivo su Premium Action dopo il
primo passaggio
su Italia 1- a maggio - risultata la serie più vista d’inizio stagione in Usa). Supergirl, cugina di
Superman nota col nome da codice fiscale Kara Zor-El, è apparsa per la prima volta nel 1972 nei fumetti della DC Comics,
vergati da Otto Binder e Al Plastino. Rispetto allo zio, con il quale condivide
molti super-poteri, dimostra da subito una certa difficoltà: ambientarsi con le
usanze terrestri e soprattutto con gli umani (mortali). Nella serie tv la super-eroina
interpretata da Melissa Benoist (“Glee”),
scelta dopo un lungo e attento casting con nomi anche altisonanti dello
star-system televisivo americano, viene ritratta nei suoi 24 anni, adottata da
quando aveva 13 anni dopo essere stata catapultata dal pianeta morituro
Krypton. Come nella maggior parte delle serie super-eroiche moderne la nostra,
cittadina di National City, è combattuta se manifestare o nascondere i propri
super-poteri. La sua Forza è nel contempo la sua debolezza. E’ vissuta come una
“diversità” che le preclude la normalità. Ad aiutarla nelle sue scelte – e da
sfondo alle sue super-avventure – emergono le figure della direttrice
editoriale Cat Grant (Calista Flockhart,
volto noto di “Ally McBeal” e “Brothers&Sisters”), della sorella adottiva
Alex (Chyler Leigh, “Grey’s
Anatomy”), del fotografo James Olsen (Mehcad
Brooks, “Desperate Housewives”)
- destinato a far battere il cuore alla
protagonista – e della madre biologica Alura (Laura Benanti), prodiga di consigli.
Greg
Berlanti
ha così commentato la nascita della serie: “all’inizio
mi sono domandato se si potesse fare
un
serial super-eroico senza super-poteri. ‘Supergirl’ è molto diverso da
‘Arrow’ e ‘The Flash’, c’è molta commedia, è una serie sulle relazioni in atto
di una giovane donna che si ritrova a gestire una personalità ingombrante da
super-eroina. E’ un titolo che punta al divertimento, più che all’azione, con
inserti…intergalattici!”. Oltre a Berlanti, la serie è ideata da Ali Adler e Andrew Kreisberg. L’indovinato claim
di lancio americano della serie è stato: “It's not a bird. It's not a plane. It's not a man. It's Supergirl”. Il
costume di Supergirl
è stato disegnato da Colleen Atwood,
già stilista degli omologhi di Arrow e
Flash. “Volevo che incarnasse il
passato con la classica “S” sul petto, lo street-style di oggi con gli stivali
da tutti i giorni e il lato sexy con la minigonna che punta all’azzardo”,
ha chiosato Atwood. Proprio la questione sul costume di Supergirl ha attizzato
il dibattito mediatico. “E’ piacevolmente
diverso dai canoni e segue lo stile del nuovo Superman al cinema”, ha
commentato “Entertainment Weekly”;
il “Washington Post” ha notato che “da un lato rievoca il cartoon, dall’altro
accentua il tono dark delle strips moderne con quel blu petrolio non più
sfavillante come un tempo”; più critico “E! Online”: “sembra più adatto ad una festa di Halloween che per una serie tv!”. Appena visto il costume da supereroina, Melissa Benoist ha esclamato: “sarà alquanto imbarazzante indossarlo!”. Da non perdere il 18esimo episodio, nel quale Supergirl incrocia i suoi super-poteri con quelli di “The Flash” in un memorabile cross-over seriale. Di straordinario culto, altresì, la 13esima puntata in cui la nostra incontra il futuro Superman (interpretato dal giovanissimo Daniel DiMaggio): intitolato For the girl who has everything (Per la ragazza che ha tutto), l’episodio è ispirato a For the man who has everything, storia di Superman scritta da Alan Moore, disegnata da Dave Gibbons e uscita nel 1985. Non è la prima volta che Supergirl compare in una serie tv. In “Supergirl – La ragazza d’acciaio” (1984) era interpretata da Helen Slater: quest’ultima compare da guest-star nel pilot del serial del 2015 con la Benoist, in un’ideale staffetta televisiva. In “Smallville” (2001) – altra serie super-eroica lanciata da Italia 1 – Supergirl appariva nella 7° stagione con il volto di Laura Vandervoort. Gemma Atkinson, Claire Holt ed Elisabeth Lail sono state tra le attrici candidate inizialmente per il ruolo di Supergirl. Per loro Melissa Benoist è diventata peggio della kryptonite.
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venerdì 1 aprile 2016
NEWS - Clamoroso al Bernabéu! Netflix commissiona la prima serie tv in Spagna (alla stessa casa di produzione di "Velvet": semos rovinatis, companeros!)
News tratta da "Variety"
“Velvet” and “Gran Hotel” director Carlos Sedes and producers Ramon Campos and Teresa Fernandez Valdes (pictured) at Bambu Producciones will re-team to make the first Netflix original series shot and produced in Spain.
With no official title for the moment, the 16-episode Spanish-language drama, set in the 1920s, turns on four women from different backgrounds hired as switchboard operators at Spain’s only telephone company in central Madrid.
Co-created by Campos and Gema Neira, his long-term writing partner, and produced by Madrid-based Bambu Producciones, Spain’s first Netflix original series will start production in Madrid in 2016, debuting exclusively on Netflix around the globe in 2017.
Bambu founders Campos and Fernandez Valdes will serve as executive producers. Episodes will run an international standard 50-minutes, shorter than Spain’s norm.
After the 1905-set mystery-romance drama “Gran Hotel” and “Velvet,” a romantic drama set in a rambunctious and stylish high-fashion house in ‘50s/60s Spain, Bambu’s Netflix original series returns to history to tell the story of four women from all over Spain who come to work at the forefront of a communications revolution in the middle of Madrid – a place which represents progress and modernity. As in other Bambu Producciones dramas, emotions run a wide gamut. Jealousy, envy and betrayal mix with a hunger for success, with friendship and love but, above all, with dreams.
“It is incredibly exciting to have Netflix in Spain. We are enthusiastic fans of its original series and it is a real honor for us to now be part of this project,” said Ramon Campos, “It is a joy to work with Netflix’s extremely talented team, who is revolutionizing the television industry worldwide,” added Teresa Fernandez Valdes, executive producer of the series.
“We’re delighted to be working with Bambu Producciones, director Carlos Sedes and cocreator Gema Neira on our first original series filmed in Spain,” added Erik Barmack, vice president of international original series at Netflix. “We’re huge fans of their work on ‘Gran Hotel’ and ‘Velvet,’ epic romances that have been embraced by our members around the world. We’re certain that our members will love this unique and engaging drama created by some of the best storytellers in Spain.”
The Netflix-Bambu commission builds on a relationship, Netflix acquiring both “Gran Hotel” and “Velvet.” It is also marks further recognition for a group of TV creatives from Galicia, North-West Spain, which broke through mid-last decade with Sedes directing the Campos-created 2006 drama “Life Ahead,” about fishermen’s widows.
Influenced by the U.S. mid-last-decade drama boom, and moving to Madrid where Fernandez Valdes and Campos launched Bambu Producciones in 2007, their primetime series, though produced with free-to-air broadcasters, such as Atresmedia Group, have often pushed the envelope, bringing some neo-cable edge sense of something different to productions: 2006’s “Desaparecida,” produced by Madrid’s Ganga but creared by Campos, brought a sense of serialized “Twin Peaks” intrigue t a lost daughter-thriller; “Velvet” is set in an (obviously) fictionalized Spain.
Toplining hearthrob Spanish TV stars, Bambu has produced surefire primetime TV hits in Spain, a country where local fiction has most often since the launch of private networks in 1990, blown U.S. drama out of the waters.
Making series which Campos one termed as melding “telenovela melodrama, a British look and an American pace,” Bambu has also, however, been at the forefront of Spain’s more recent TV revolution: Its international export success.
“Gran Hotel” ran for three seasons on Atresmedia over 2011-13, punching a first season 18.5% audience share. Sold and co-produced by Beta Film, the Italian reversion aired on RAI primetime in Italy. Original has broadcast on major Gallic broadcaster M6, U.K.’s Sky Arts and, in the U.S. on VmeTV. Beta Film svp Christina Gockel described “Gran Hotel” as one of Beta’s “biggest sales hits and franchises of recent years.”
In a pioneering move, Bambu also teamed with Atresmedia and BBC Worldwide to produce the high-concept English-language sci-fi drama “The Refugees.”
News tratta da "Variety"
“Velvet” and “Gran Hotel” director Carlos Sedes and producers Ramon Campos and Teresa Fernandez Valdes (pictured) at Bambu Producciones will re-team to make the first Netflix original series shot and produced in Spain.
With no official title for the moment, the 16-episode Spanish-language drama, set in the 1920s, turns on four women from different backgrounds hired as switchboard operators at Spain’s only telephone company in central Madrid.
Co-created by Campos and Gema Neira, his long-term writing partner, and produced by Madrid-based Bambu Producciones, Spain’s first Netflix original series will start production in Madrid in 2016, debuting exclusively on Netflix around the globe in 2017.
Bambu founders Campos and Fernandez Valdes will serve as executive producers. Episodes will run an international standard 50-minutes, shorter than Spain’s norm.
After the 1905-set mystery-romance drama “Gran Hotel” and “Velvet,” a romantic drama set in a rambunctious and stylish high-fashion house in ‘50s/60s Spain, Bambu’s Netflix original series returns to history to tell the story of four women from all over Spain who come to work at the forefront of a communications revolution in the middle of Madrid – a place which represents progress and modernity. As in other Bambu Producciones dramas, emotions run a wide gamut. Jealousy, envy and betrayal mix with a hunger for success, with friendship and love but, above all, with dreams.
“It is incredibly exciting to have Netflix in Spain. We are enthusiastic fans of its original series and it is a real honor for us to now be part of this project,” said Ramon Campos, “It is a joy to work with Netflix’s extremely talented team, who is revolutionizing the television industry worldwide,” added Teresa Fernandez Valdes, executive producer of the series.
“We’re delighted to be working with Bambu Producciones, director Carlos Sedes and cocreator Gema Neira on our first original series filmed in Spain,” added Erik Barmack, vice president of international original series at Netflix. “We’re huge fans of their work on ‘Gran Hotel’ and ‘Velvet,’ epic romances that have been embraced by our members around the world. We’re certain that our members will love this unique and engaging drama created by some of the best storytellers in Spain.”
The Netflix-Bambu commission builds on a relationship, Netflix acquiring both “Gran Hotel” and “Velvet.” It is also marks further recognition for a group of TV creatives from Galicia, North-West Spain, which broke through mid-last decade with Sedes directing the Campos-created 2006 drama “Life Ahead,” about fishermen’s widows.
Influenced by the U.S. mid-last-decade drama boom, and moving to Madrid where Fernandez Valdes and Campos launched Bambu Producciones in 2007, their primetime series, though produced with free-to-air broadcasters, such as Atresmedia Group, have often pushed the envelope, bringing some neo-cable edge sense of something different to productions: 2006’s “Desaparecida,” produced by Madrid’s Ganga but creared by Campos, brought a sense of serialized “Twin Peaks” intrigue t a lost daughter-thriller; “Velvet” is set in an (obviously) fictionalized Spain.
Toplining hearthrob Spanish TV stars, Bambu has produced surefire primetime TV hits in Spain, a country where local fiction has most often since the launch of private networks in 1990, blown U.S. drama out of the waters.
Making series which Campos one termed as melding “telenovela melodrama, a British look and an American pace,” Bambu has also, however, been at the forefront of Spain’s more recent TV revolution: Its international export success.
“Gran Hotel” ran for three seasons on Atresmedia over 2011-13, punching a first season 18.5% audience share. Sold and co-produced by Beta Film, the Italian reversion aired on RAI primetime in Italy. Original has broadcast on major Gallic broadcaster M6, U.K.’s Sky Arts and, in the U.S. on VmeTV. Beta Film svp Christina Gockel described “Gran Hotel” as one of Beta’s “biggest sales hits and franchises of recent years.”
In a pioneering move, Bambu also teamed with Atresmedia and BBC Worldwide to produce the high-concept English-language sci-fi drama “The Refugees.”
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