venerdì 19 febbraio 2016

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
In "Vinyl" tutti i clichè della New York anni '70
""Vinyl", la serie targata HBO in 10 episodi, che porta la firma di Martin Scorsese, di Mick Jagger e di Terence Winter («I Soprano» e « Boardwalk Empire»), sembra fatta apposta per alimentare il mito di una New York tutta sesso, droga e rock'n'roll (Sky Atlantic, lunedì, ore 21.10 e a rotazione). Siamo nel 1973. Protagonista della serie è Richie Finestra (Bobby Cannavale), un produttore discografico a capo della American Century Records che, con l'ascesa del punk da una parte e dei successi pop dall'altra, cerca di rilanciare la propria etichetta discografica attraverso i Nasty Bits, una punk band emergente. Ricostruendo le vicende del protagonista, la serie descrive l'industria musicale dell'epoca (le grandi casi discografiche come la PolyGram stanno assorbendo le più piccole), all'alba di nascenti sottoculture musicali. II fermento di quegli anni (i riferimenti ai personaggi della scena artistica della Grande Mela, dai Led Zeppelin ad Andy Warhol, sono costanti) è riproposto in chiave di plateale anticonformismo, come se la scrittura della serie, riproponendo molti stilemi manieristici di «Boardwalk Empire», fosse vocata al maledettismo del rock. Come ha scritto giustamente Stefano Pistolini su IL, «si può prendere per buona la tesi di Scorsese, ma il suo cinismo per tanti versi è innervosente, la sua perfidia ha il gusto rancido della malevolenza di un uomo abile e sofisticato, ma inguaribilmente vecchio. Dalla sua rappresentazione della NY gonfia di droghe, sesso, perversioni e banconote, non trasudano sensazioni elettrizzanti, la sintonia con la modernità, il desiderio di descrivere un momento terribile e meraviglioso, ma soltanto i suoi squallori». Dal lungo pilot, «Vinyl» sembra quasi vendetta che Mick Jagger si prende nei confronti dell'America, quasi a decretare una superiorità della musica inglese, dopo che già allora aveva messo a repentaglio la buona creanza sonora con «Satisfaction»". (Aldo Grasso, 18.02.2016)

giovedì 18 febbraio 2016

NEWS - How to Get Away with Rumour. Terremoto ABC. Si dimette il Presidente delle "diversità" ("Quantico", "HTGAWM", "Black-ish"...) e arriva la prima dirigente nera di un major network (colei che volle fortemente "Scandal" e "OUAT"). Ma ora ques'ultima vuol rivoluzionare la rete e renderla più procedural...! 

News tratta da "Uproxx"
There’s little that’s flashy about ABC. It lacks an Empire-sized hit. Scandal and How to Get Away With Murder recently returned to series-low ratings. Agents of S.H.I.E.L.D. continues to be a ratings disappointment compared to the CW’s superior superhero series. But of the Big Four networks, ABC is quietly the most consistent.
Modern Family, while not Outstanding Comedy Series-worthy, isn’t a bad show, and Black-ish, Fresh Off the Boat, The Middle, and The Goldbergs continue to impress week after week. On the drama side, Quantico is a bonafide hit; Agent Carter has greatly improved in its second season; and your aunt probably still watches Castle. That’s a solid group of shows, but ABC ranks last in the 18-to-49 demographic, which is one of the reasons why the network’s frustrated entertainment president, Paul Lee, resigned today.
Mr. Lee’s departure was orchestrated by Ben Sherwood, chairman of the Disney-ABC Television Group, who became Mr. Lee’s boss early last year. Mr. Sherwood, who disagreed with Mr. Lee over programming choices and future strategy, has used ABC’s soft standing in the overall ratings race to make a case inside Disney for a management shake-up at the network. (via New York Times)
This departure is a big deal for two reasons. One, Lee is being replaced by Channing Dungey, the first black president of a major broadcast network. She helped launch Scandal and Once Upon a Time, two of ABC’s biggest hits.
Two, Lee emphasized diversity (Quantico, How to Get Away with Murder, Fresh Off the Boat, and Black-ish all premiered under his watch), wasn’t quick to pull the trigger on dramas with lower-than-expected ratings (like Agent Carter), and was willing to make on-the-fly adjustments, as he did (for the better) with The Muppets. In addition to being an advocate for those shows, Lee also backed “serialized dramas like Scandal and American Crime,” according to the New York Times, while the hands-on Sherwood “wanted ABC to focus more on CBS-style procedural crime series like N.C.I.S.” That’s worrisome.
It’s historically important that Dungey is the new president of ABC Entertainment, and lucky for her, Lee didn’t leave the cupboards bare. There are a lot of quality shows on ABC already — now it’s up to Dungey to find the one big hit her predecessor couldn’t. Hopefully it’s not N.C.I.S.: Orlando.

mercoledì 17 febbraio 2016

TELEFILM ART - Fermi tutti! C'è anche il fumetto di "Better Call Saul"!

News tratta da "Vulture"
In the first season of Better Call Saul, we saw Bob Odenkirk's Jimmy McGill before he assumed his alter ego as sleazy superlawyer Saul Goodman in Breaking Bad, who antiheroically pursues half-truths, shady justice, and the tax-dodging American way. In advance of Monday's second-season premiere, AMC has released a bizarre and delightful online comic wherein Saul, clad in a Superman-esque cape, flies around Albuquerque to combat some rowdy youths. It's written by Jenn Carroll and Gordon Smith, and features artwork by Steve Ellis. This is actually the second Better Call Saul comic, after last year's more realistic Better Call Saul: Client Development. The new caped-crusader series will be told in six parts and released bi-weekly. You can read the whole first installment on AMC's website right now. Up, up, and away (to a plea bargain)!

martedì 16 febbraio 2016

NEWS - Achtung, compagni! Nei network tv a garantire fedeltà e fare tendenza sono le serie tv, non più lo sport ("è un'aggiunta"). E dal 27 febbraio debutta Paramount Channel in chiaro...
Articolo tratto da "Affari e Finanza"
II futuro della televisione sarà in chiaro. La pay tv non scornparira, ma rallenterà con il free to air che si allargherà. Una tendenza che a livello internazionale è in atto da tempo e adesso prende piede in Italia. A fine mese sul numero 27 del telecomando debutterà Paramount Channel, un canale gratuito del colosso americano Viacom dove saranno trasmessi film e serie televisive. Nelle scorse settimane Sky ha rilevato proprio da Viacom il canale numero 8, dove c'era Mtv, per trasformarlo in una rete generalista, mentre Discovery ha comprato il numero 9 trasformando in "neogeneralista" Deejay Tv. Insomma a muoversi sono proprio i grandi editori della tv a pagamento. «Più che uno spostamento verso il chiaro, si tratta di un allargamento dell'offerta per coprire fasce di pubblico diverse», osserva Francesco Siliato, docente di Sociologia delle comunicazioni al Politecnico di Milano e partner dello Studio Frasi, che aggiunge: «Per la pay tv, aggredita da offerte on demand come Netflix, ampliare il mercato vuole dire difendersi. E il pubblico generalista ha capito da tempo che l'offerta televisiva si è ormai estesa a 20/30 canali». Non a caso la pay tv fatica a far crescere la sua base abbonati. Colpa della crisi economica ma anche dello sviluppo del digitale terrestre che ha ricevuto quantità di spettro multiple rispetto a quelle degli altri Paesi europei e a prezzi molto bassi. Anche per questo Sky ha avviato da qualche anno un percorso di cambiamento che ha portato ad affiancare al modello di tv satellitare a pagamento, nuovi modi per crescere nel mercato televisivo. Insomma la miglior difesa è l'attacco con l'obiettivo di contrastare il dominio delle generaliste: senza dimenticare che i canali in chiaro possono servire come finestre per la televisione a pagamento. In questo senso la strategia di Discovery è evidente: dopo il debutto nel 1997 con un'offerta in esclusiva su Tele , nel 2010 il gruppo ha iniziato a investire sul free to air, prima con Real Time - ottavo canale nazionale per share - poi con Dmax (uno dei più seguiti tra il pubblico maschile). I risultati sono evidenti: i 14 canali garantiscono uno share medio del 6,4% facendo di Discovery il terzo editore italiano. Sulla stessa lunghezza d'onda si muove Viacom che ha scelto di presidiare anche l'ambito in chiaro con l'obiettivo di costruire un portafoglio di prodotti ampio e diversificato per soddisfare i bisogni degli spettatori che non si riconoscono nell'offerta attuale. Si punta quindi sulla tv in chiaro nella speranza di recuperare reddittività che a livello di pay tv in Italia è tra le peggiori in Europa. Colpa anche della concorrenza a suon di sconti e offerte promozionah - in particolare tra Sky e Mediaset - che taglia i margini di guadagno senza far aumentare gli abbonati. La scelta di andare in chiaro convince gli addetti ai lavori e d'altra parte le rilevazioni dello studio Frasi sul consumo televisivo degli abbonati Sky e Mediaset mostrano come le serie tv e gli eventi più importanti siano seguiti free to air anche dal pubblico delle tv a pagamento. «Il paradigma è cambiato: i grandi eventi sono le serie che da un lato garantiscono la fedeltà dell'abbonato, dall'altro fanno tendenza. Lo sport serve sempre, ma in aggiunta», dice Siliato. «In termini di ritorno per un editore hanno più valore cinque buone serie che l'intera Olimpiade». C'è poi un'altra questione: per passare dalla tv in chiaro alla pay servono importanti - e costose - offerte di prime visioni con il rischio di drenare risorse senza garantire ritorni immediati, mentre il passaggio inverso è più facile perché gli asset di pregio già esistono. La difficoltà è piuttosto quella di calibrare l'offerta a pagamento con quella in chiaro. «Di certo non porteremo in free i capisaldi della pay», dicono a Sky. «I nostri abbonati continueranno ad avere i contenuti di pregio molto prima, in alta definizione e senza interruzioni». Sui canali del digitale terrestre arriveranno contenuti pensati per garantire la crescita del fatturato pubblicitario, senza dimenticare che una finestra in chiaro permette di gestire più facilmente quei diritti sportivi che richiedono una esposizione anche fuori dalla Pay, come nel caso della MotoGp o delle Olimpiadi. L'obiettivo di fondo è aumentare la raccolta pubblicitaria sommando a quella profilata - che fa concorrenza al web - delle tv quella pagamento, quella delle reti in chiaro. Chiudendo all'angolo tutti quanti non riescano a stare al passo.

venerdì 12 febbraio 2016

 NEWS - Clamoroso al Cibali! Netflix è "tecnicamente in debito". Gli analisti si chiedono fino a quanto potrà reggere con le spese pazze di diritti, acquisizioni, espansione e auto-produzioni. Una delle mosse per risanare, l'avvio dell'operazione-nostaglia "sicura" ("Una mamma per amica", "Arrested Development"...)

News tratta da Mic.com
Netflix is the largest paid-subscription streaming site for films and television shows, boasting over 75 million subscribers (and countless password-moochers) worldwide. As many tech sites and consumer guides have pointed out, Netflix also happens to host the largest catalog of available content, in comparison to the remaining "Major Three": Hulu and Amazon Prime. But every few months, user searches for a specific film or show yield the dreaded "related titles." With a total revenue in excess of $6.7 billion reported after the end of Q4 2015, it would seem that Netflix doesn't have an issue with cash flow. In reality, Netflix hemorrhages money due to the exorbitant overhead of licensing titles and marketing expenses. And yet, Netflix continues to replace expired titles with others while also producing new original content.  
How is this business model fiscally possible?
To be clear, Netflix does use the majority of their revenue to pay studios for licensing agreements. The Wall Street Journal reported in 2015 that of the Major Three, Netflix had planned on designating the most funds toward acquiring content – more than what Hulu and Amazon had projected on spending, combined.

But the cost of licenses has become an expensive endeavor due to bidding wars with other streaming sites for exclusivity (not to mention new competition from formerly cable-only channels like HBO and Showtime creating standalone streaming services). Consequently, more and more titles disappear, suggesting that Netflix doesn't have the capital to sustain its breadth of content
Market Realist reports that while Netflix did beat their quarterly earning estimates for the Q4 of 2015 (which prompted the price of their S&P stock to rise), the company's cash flow was still $276 million in the red, which seems like a drop in a bucket compared to the overall company debt of $2.4 billion. Market Realist further reports that in order to continue developing the company's newly expanded international market, as well as pledging a proposed $5 billion toward more original content, Netflix anticipates incurring even more debt in 2016 and 2017.
It would seem that Netflix only continues to function due to an intricate game of selective bill paying; even though Netflix accumulates a lot of revenue from monthly subscription fees, streaming, DVDs and monetizing the export of licensed titles to other formats, Netflix's profit margins are low because they forfeit a lot of said revenue to overhead, distribution, and operating expenses.
Though Netflix is technically in debt, the bonds associated with them have a "BB credit rating," meaning the chances of the company running into issues due to nonpayment are relatively low. Therefore, whatever cash flow the company does have can be siphoned into development and infrastructure, going into debt in the interim but planting seeds for future gains.
In their "Letter to the Shareholder" published in January 2016, Netflix gushed about the critical successes of several new series – Aziz Ansari's Master of None, Marvel's Jessica Jones, 10-part miniseries Making a Murderer – before detailing their goals for the upcoming year.
In 2016, we plan to launch over 600 hours of original programming, up from about 450 hours in 2015. Beyond the sheer volume of content, the breadth of our original programming will continue to expand with current plans for new seasons of 30 or so original series (including The Crown and The Get Down), eight original feature films, 35 new seasons of original series for kids, a dozen documentaries, and nine stand up comedy specials.

We are now in our fourth year of original programming and we are putting special emphasis on shows that families can enjoy together, including the upcoming Fuller House, new seasons of Unbreakable Kimmy Schmidt, and Stranger Things. We are also stepping up our non?English language original productions, including Marseille, a French political drama starring Gerard Depardieu, and then, shows from Italy, Japan, Mexico and Brazil. We expect some of these series to gain fans well beyond the markets in which they were made.

Increasingly, our goal is to own more of our original programming to allow for greater creative and business control and to ensure global access to content.
Additionally, Netflix noted that traffic continued to rise in comparison to their competition, suggesting there was an audience for the company's original programming despite their dissimilar genres and serial formats.
In "Netflix Movies: Producers Weigh Hidden Downsides," Hollywood Reporter's Pamela McClintock writes about Netflix's acquisition strategy through the lens of two recently commissioned feature-length war dramas (Cary Fukunaga's already-uploaded Beasts of No Nation, and Richie Smyth's Jadotville, currently in post-production), as well as multi-title deals with Adam Sandler (for four feature-length comedies) and Leonardo DiCaprio (for a documentary series on the environment). Although Netflix will shell out what seems to be handsome premiums for the distribution rights of a film, they are usually lump sums without any offer of backend, which is generally where most profits are made should a project be successful.
The ramifications of Beasts of No Nation's release, simultaneously available for streaming on Netflix and screening in theaters with a limited release, was unusual, to say the least. As CinemaBlend reports, Netflix "broke the sacred 90-day window that's typically observed from a film's theatrical release before moving to other mediums," which led to "theater chains like Regal, AMC, Cinemark and Carmike to go so far as to boycott the film altogether."
A person close to the film told McClintock that she and her producers at Participant Media debated "endlessly" before accepting the deal, saying, "Netflix wants to break new ground with this film and create a new paradigm for watching specialty movies" before conceding that "It was a buyout. Netflix has to make it worth your while to give up the lottery ticket."
However, the team behind Jadotville were a bit more optimistic because the agreement with Netflix helped alleviate the typically labyrinthine finance structure associated with a feature-length film. 
"The traditional 'independent' model would have meant an interparty structure of seven or eight individual parties wrapped up in a banking deal and the ever possible potential for differing creative objectives," Jadotville producer Alan Moloney told Hollywood Reporter. "This way, we have one source of financing and a very supportive creative partner. What's not to love?"
His optimism toward the partnership with Netflix is key, ostensibly referring to Netflix's good brand. Many directors/producers will "forfeit" any perceived revenue in order to associate with a company that played an important role in the "Golden Age of Television" (but in many ways jumpstarted the era of "Peak TV"). And if nothing else, at least there would be a receptive audience for a product that might be otherwise niche.
As a side note: Netflix can and will purchase the rights to older, syndicated shows in bulk because they are usually sold at a cheaper rate. Expanding their catalog at an economical rate continues to give consumers more bang for their buck, but it also gives the company the opportunity to bank on nostalgia; reboots of Arrested Developmentand Wet Hot American Summer have already been uploaded to Netflix's library. Elsewhere, purchasing rights to an entire series can contribute to a runaway nostalgia effect; Netflix's ordering of a Gilmore Girls miniseries reboot stemmed from public interest, the buzz of which undoubtedly started after Netflix uploaded the original series in its entirety to its catalog.

giovedì 11 febbraio 2016

PICCOLO GRANDE SCHERMO - Clamoroso al Cibali! Il film di "Battlastar Galactica" s'ha da fare!

News tratta da Slashfilm.com
Just as Bill Adama refused to give up on humanity, even after countless Cylon attacks and supply outages and political disputes, Hollywood is not giving up on the notion of a Battlestar Galactica movie, no matter how many false starts they’ve had in the past. The latest team to attempt to try and maneuver this big old spaceship to the big screen will be Michael De Luca and Scott Stuber, who are producing for Universal. 
THR reported on the latest iteration of the Battlestar Galactica movie. Bluegrass Films’ Dylan Clark will also produce. The studio, naturally, is hoping that the project will kickstart a “massive event franchise.” No writers, directors, or stars are on board, and no release date has been penciled in — this project is still in the very early stages.
In Battlestar Galactica, humanity has spread out to multiple planets across the galaxy known as the Twelve Colonies, and has long been engaged in war with a cybernetic race known as the Cylons. At the start of the series, the Cylons manage to pull off a massive attack on the Twelve Colonies, wiping out most of the population. The Battlestar Galactica is all that remains of the humans’ military fleet. The survivors then set out in search of a fabled colony called Earth.
Battlestar Galactica first debuted on ABC in 1978. The series only lasted one season — or two seasons, if you also count Galactica 1980, a reworking of the original concept — but its impact has lingered for much, much longer. Several attempts to resurrect the franchise followed, and in 2003 Syfy (then known as Sci-Fi Channel) finally succeeded with a miniseries reboot.
The mini was popular enough to launch a full-fledged TV series, which aired for four seasons between 2004 and 2009. The new Battlestar won strong praise, particularly for the strong parallels it drew to the post-9/11 situation in the U.S. and the Middle East. It spawned two prequel spinoffs of its own: Caprica, which aired for one season in 2010, Blood & Chrome, which was eventually released as a web series.
The Battlestar Galactica franchise has never released a feature film, but it’s not for lack of effort. In 2009, as the reimagined TV series was approaching its end, Universal began making plans for a movie. Bryan Singer signed on to direct, and John Orloff was hired to script. But that version fell apart, so in 2014 the studio tried to get a new version going with screenwriter Jack Paglen. That hasn’t gone anywhere, either, so now they’re trying again.
The appeal of a Battlestar Galactica movie for the studio is obvious. The original series was a cult hit, and the reboot was a critically acclaimed drama. It’s set in a distant corner of the universe full of countless histories, characters, and planets to explore. The franchise possibilities are basically endless. But as all those failed attempts show, they’ll need to make sure to play their cards just right if they want to get there.

martedì 9 febbraio 2016

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
Attenzione a "Pretty Little Liars", ritratto generazionale senza prediche
"Che la televisione faccia sempre più fatica ad attrarre un pubblico giovane, sempre più restio ad affezionarsi ai suoi racconti non è certo un mistero, anche perché ormai molto più attratto da altri mezzi di comunicazione. Per questo merita uno sguardo attento la serie tv «Pretty Little Liars», che in America è un vero e proprio fenomeno e che in Italia è partita con la sua sesta stagione su Mediaset Premium (canale Premium Stories, domenica, 21.10). Come già successo per altre celebri saghe, vedi il caso Twilight, il racconto ha origine da una serie di romanzi: il tono è un misto tra il giallo e le convenzioni di quello che si definisce «teen drama». Ci sono tutte le difficoltà psicologiche della crescita, i primi palpiti sentimentali, il rapporto con il cosiddetto gruppo dei pari (la cerchia degli amici più stretti), c'è il mondo degli adulti, spesso segnato da fragilità maggiori rispetto a quelle degli adolescenti. A tutto questo s'intreccia una trama mistery: nella cittadina di Rosewood, la vita di quattro amiche è sconvolta dall'improvvisa scomparsa della loro leader, Alison, la più bella, la più sicura, la più forte caratterialmente. Quando la ragazza è ritrovata cadavere, le amiche faticano a superare il trauma, anche perché vengono perseguitate da una misteriosa figura che firma i suoi messaggi con la sigla «A» e che sembra spiare tutte le loro mosse. Prende così vita una sorta d'indagine parallela, che le quattro conducono per conoscere la verità sulla morte di Ali-son, ma anche per liberarsi una volta per tutte del fantasma di «A». Senza troppe prediche, com'è tipico della seria-lità televisiva americana, «Pretty Little Liars» racconta uno spaccato anche crudo dell'adolescenza di oggi, con i social che costituiscono il vero terreno (a volte spietato) di costruzione dell'immagine pubblica delle ragazze, dove l'estetica conta molto e una buona dose di spregiudicatezza anche". (Aldo Grasso, 09.02.2016)

lunedì 8 febbraio 2016

PICCOLO GRANDE SCHERMO - Ti aggiusto per le feste! "MacGyver" si sdoppia: nuovo serial (prodotto da Fonzie) e film!


News tratta da Slashfilm.com
Joining the barrage of remakes and reboots, the action adventure TV series MacGyver will be making a comeback. But what’s unique about the return of this property is that it has both a film adaptation and a TV series reboot in the works at the same time.
Just a few days ago, CBS officially ordered a pilot episode for a new MacGyver series, inspired by the show that ran on ABC from 1985 to 1992. In addition, today Lionsgate revealed that they’re working on a MacGyver movie, something that has been kicking around Hollywood for awhile, never finding any firm ground at various studios over the years. Find out more about each of these new MacGyver incarnations below.
First up, the TV series sounds like the more sure thing that we’ll see in the future. Variety reports CBS has just ordered a reimagining of the original show that followed Richard Dean Anderson with an outstanding mullet as secret agent Angus MacGyver, an employee of the Department of External Services. MacGyver became well known for using a mix of random items and his Swiss Army knife to get himself out of sticky situations and save the day.
James Wan is still attached to direct the pilot (he was previously attached to helm a film version years ago) which he will also executive producer along with Henry Winkler and Michael Clear. The script for the TV pilot comes from Paul Downs Colaizzo, an untested writer in the world of television.
If for some reason the pilot doesn’t impress CBS, perhaps the MacGyver movie in the works at Lionsgate will actually work this time. As of now 21 Jump Street producer Neal Moritz and MacGyver creator Lee David Zlotoff are producing the movie, but that’s all that was announced on an investors call from the studio today, as reported by Variety.
The question is whether audiences will be confused by and/or uninterested in one of these projects because of the other’s existence. Do we really need a new MacGyver TV show and a MacGyver movie at the same time? Maybe the TV show should be the priority while a MacGruber sequel is finally put into action elsewhere instead. I can almost guarantee that a MacGruber sequel will be 1,000 times better than any MacGyver movie.
Anyway, I’m willing to bet that one of these projects will end up falling to the wayside. But considering how crazy studios and networks have been for bringing old shows to television and the big screen again, there’s a chance that both of these could move forward and find success. We’ll find out soon enough.

venerdì 5 febbraio 2016

NEWS - "Friends", la reunion (video)!
The “Friends” cast may be there for all of us one more time. NBC’s tribute to director James Burrows will bring together stars of some of America’s most memorable comedies.
The network’s latest promo for the special released Wednesday shows Jennifer Aniston, Courteney Cox, Lisa Kudrow, Matt LeBlanc and David Schwimmer together again for the two-hour show dedicated to the career of comedy director Burrows, who directed 15 “Friends” episodes, including “The One Where Ross and Rachel Take a Break.”
This almost-reunion is missing one key player, though — Matthew Perry is currently in London for “The End of Longing,” which marks his playwriting debut.
“Matthew may tape something for the tribute,” Perry’s spokeswoman Lisa Kasteler said. “In other words, this is not the reunion people have been hoping for.”
While Burrows was part of one of the most quoted “Friends” episodes in the history of the ten seasons, he also has quite a few other successful comedies under his belt. The director helmed episodes for “Cheers,” “Taxi,” “Mary Tyler Moore,” “The Bob Newhart Show,” “Laverne & Shirley,” “Frasier,” “Will & Grace” and the pilot for “The Big Bang Theory,” and the stars from these shows will be at his special too. He also just finished directing an episode of NBC’s “Crowded,” which was the 1000th episode he’s directed of television.
The special will air Sunday, Feb. 21, at 9 p.m. on NBC.
NEWS - Auditel, un nuovo presidente (Andrea Imperiali di Francavilla) per spazzare via le polemiche, gli incidenti e l'anacronismo di un impero intoccabile dal 1984 (!)

Articolo tratto da "Corriere Economia"

Andrea Imperiali di Francavilla é il nuovo presidente dell'Auditel. Non è eccessivo definire quello che si é consumato giovedì 4 febbraio, in seno all'Auditel, un evento storico: è la prima volta — di fatto — che si procede all'elezione del presidente, se si esclude la votazione di 32 anni addietro che portò Giulio Malgara ad occuparne la poltrona fino alle dimissioni. Come fondatore dell'Auditel nel 1984 il suo risultato elettorale era scontato. D'altra parte allora c'era Bettino Craxi al governo, Giovanni Paolo II era solo al sesto anno dei suoi 27 di Pontificato, ed Edwin Moses vinceva i 400 metri ostacoli alle Olimpiadi di Los Angeles. Piccolo particolare ulteriore: mancavano ancora cinque anni all'invenzione da parte di Tim Berners-Lee, allora sconosciuto ricercatore del Cern, del world wide web. Dunque, dicevamo, un evento storico. Anche se potrebbe essere non meno scontato: dopo lo scandalo dell'Audigate dello scorso ottobre, rivelato dal Corriere, e l'inquinamento del panel delle famiglie da cui dipende lo share dei programmi tv e, dunque, a cascata, gli investimenti pubblicitari, il soggetto forte è l'Upa, presieduta da Lorenzo Sassoli de Bianchi. E proprio il patron della Valsoia sembra in pole position per occupare anche la casella Auditel. C'è un precedente, l'unico possibile: anche Malgara nel 1984 guidava l'Upa. In ogni caso manca poco per scoprirlo: il presidente deve essere votato da Upa, Assocom e Unicorn, ma è chiaro che in questo momento di crollo della credibilità dell'audience c'è bisogno anche di un nome gradito un po' a tutti. «Largamente condiviso», come si dice nel diplomatese di questi casi. L'Auditel è un piccolo impero, il cui valore economico (per le rilevazioni del 2015 le emittenti televisive hanno sborsato 18 milioni di euro alla società) non rispecchia minimamente il potere che in realtà ha, nascosto com'è nelle pieghe della governance ancor più che nel totem-audience. Per come è nata, negli anni in cui la tv privata, al tempo sostanzialmente la Fininvest di Silvio Berlusconi, si contrapponeva all'ex monopolista mamma Rai, l'Auditel è sempre stata la stanza di compensazione dello scontro fino a diventare una diarchia contro i nuovi entranti (non è di certo un caso che negli ultimi anni lo scontro più agguerrito sia avvenuto con Sky). È lì dentro, negli uffici di via Larga a due passi dalla Madonnina milanese, che sono stati lavati i panni sporchi in questi 32 anni. Non è un caso che Malgara fosse da sempre considerato un imprenditore vicino a Berlusconi (rischiò anche di diventare presidente Rai). E forse la sua più grande vittoria del 1984 fu quella di ottenere una sede a Milano, vicino a Fininvest e lontano dalla sede Rai di Roma. Anche se, come detto, ormai la battaglia si consuma su altre direttrici ed è più di difesa condivisa che di sgambetti tra i due super soggetti. La prima patata bollente del nuovo presidente sarà quella di chiudere la questione dell'Audigate. E in corso, a spese della Nielsen, la sostituzione del panel principale che era stato inquinato (per chi non lo ricordasse un invio di email aveva permesso a blocchi di mille persone di sapere quali fossero le altre famiglie del panel, laddove la segretezza è un elemento inscindibile dall'attendibilità del campione, anche per evitare pressioni). Il risanamento completo è stato promesso per prima dell'estate. E la clessidra si sta svuotando velocemente.

giovedì 4 febbraio 2016

GOSSIP - Fermatela! Nina Dobrev si attorciglia a bellimbusto quarterback della NFL in diretta (VIDEO)!
Nina Dobrev grinds all up on Tim Tebow while performing on Lip Sync Battle, which airs on Thursday (February 4). The 27-year-old The Vampire Diaries alum gave a sexy performance of Marvin Gaye‘s “Let’s Get It On” while dancing with the former NFL quarterback! If you missed it, be sure to check out Tim‘s Rocky Balboa inspired Lip Sync performance.

mercoledì 3 febbraio 2016

NEWS - Fermi tutti! Un milione di italiani guarda le serie tv in streaming... E molti altri le scaricano illegalmente!
Articolo di Gianmaria Tammaro su "La Stampa"
Da una parte c'è la televisione: quella che abbiamo imparato a conoscere, l'intrattenimento a portata di telecomando, palinsesti che fanno a gara tra di loro, e un condimento - salatissimo - di pubblicità. Dall'altra c'è Internet. E un nuovo modo di intrattenere. Un mercato che non abbiamo ancora capito come interpretare. Negli ultimi due anni, il pubblico che al piccolo schermo preferisce lo streaming (il flusso via web senza che i dati vengano scaricati su un computer) o l'on demand (programmi a richiesta e a pagamento sempre disponibili) è cresciuto. Poco, se confrontato con i numeri delle generaliste (Don Matteo, in prima serata, raggiunge circa 7 milioni di persone). Molto, se teniamo conto del fatto che non è mai stato uno dei punti di riferimento di produttori e investitori. E che di un pubblico «online» non si è mai parlato. Prima d'ora. In due anni è cambiata la connessione e la diffusione del mezzo Internet, e sono intervenuti nuovi protagonisti. Non più solo Rai, con la sua sezione Replay. È arrivato Netflix e prima ancora TimVision (circa 400 mila abbonati a oggi) ha avviato il suo servizio di streaming. Quindi è toccato a Infinity. E con loro Sky. Si stima - stando agli ultimi dati - che a guardare film e serie tv in streaming sia più di un milione di persone. La verità, però, è un'altra ed è evidente a tutti: c'è un bacino di utenza che, ancora oggi, non viene soddisfatto. C'è ancora chi - per una questione di costi, praticamente superata oramai, e per una questione di contenuti - preferisce vedere tutto illegalmente. E queste persone non si possono contare: non c'è tracciabilità che tenga. Chiunque possiede una connessione Internet - e nel 2014, secondo l'Istat, ad avere un accesso alla Rete erano il 64% delle famiglie italiane - può accedere a piattaforme di streaming.
II dato interessante, quindi, diventa un altro: la capacità effettiva che hanno i grandi protagonisti della scena italiana di intercettare questo pubblico e di farlo passare allo streaming e alla visione on demand legale. Di ridurre questo divario, abbassando i costi e aumentando l'offerta di prodotti «visionabili». Tra i più bravi, c'è sicuramente Sky. E lo dicono i dati. II più importante, uno degli ultimi diffusi dalla televisione di Rupert Murdoch, riguarda la seconda stagione di In Treatment, una serie non pensata per lo streamer o lo spettatore occasionale, che scarica le puntate per vederle in un altro momento, ma che è riuscita comunque a ottenere risultati incredibili: oltre 2 milioni di download (a partire dallo scorso 23 novembre) e un quinto posto di tutto rispetto tra le serie tv di Sky Atlantic più viste in streaming (e ci sono titoli come Gomorra, The Walking Dead e Elementary). Il successo di In Treatment 2 ci dice una cosa: il pubblico sta cambiando e anche la televisione deve, volente o no, cambiare. Ci dice che i gusti sono diversi. E che ora bisogna puntare su un intrattenimento più di qualità - non di nicchia, attenzione - che tenga conto degli interessi e delle passioni di una fetta di pubblico che, magari, la televisione non l'ha mai vista (anche se, con almeno 80 milioni di televisori in giro, è difficile). I servizi online diventano fondamentali. Allo stesso modo, quelli on demand. E più che parlare del successo - vero o presunto è ancora opinabile vista la mancanza di dati ufficiali - di Netflix, è importante sottolineare la crescita dei suoi competitor come Sky: In Treatment 2 è la dimostrazione che un altro tipo di intrattenimento si può e deve fare (aspettiamo la terza stagione, adesso), e che ci sono i numeri che giustificano la scelta di un simile investimento. La televisione, quella che abbiamo imparato a conoscere, non è più sola: è iniziata l'era dello streaming e dell'on demand.

martedì 2 febbraio 2016

NEWS - Attenti al canone! Oltre ai 100 euro in bolletta, la Rai a luglio potrebbe chiedere 10 anni di arretrati di canone non pagato (più di 1000 euro!). Sarebbe un duro colpo per i vari Netflix, Sky, Premium...(chi se li può permettere?)

Articolo tratto da "Il Giornale"
Un incubo all'orizzonte: la superbolletta Rai. A luglio, al riparo da conseguenze elettorali perché le amministrative saranno già passate, arriverà la prima bolletta caricata con l'odiato canone Rai. Molti sono ancora i dubbi e il numero verde di Viale Mazzini è perennemente occupato. L'unica cosa certa è che sarà una bolletta da salasso. I 100 euro della tassa Rai sono divisi infatti in dieci rate di 10 euro, ma il primo semestre verrà addebitato tutto in un colpo nella bolletta di luglio, dunque 70 euro oltre ai costi dell'elettricità. Ma c'è di più, uno scenario inquietante finora non smentito dalla Rai, che potrebbe trasformare le prossime bollette in una stangata clamorosa. La Rai punterebbe a far pagare anche gli arretrati di canone non riscosso, fino a dieci anni. Lo riporta il giornale online Qui Finanza, che scrive: «Con l'introduzione, a partire dal 1° gennaio 2016, del pagamento del canone Rai insieme alla bolletta della luce e le contestuali dichiarazioni del governo che ciò non costituirà una sanatoria per le evasioni degli anni precedenti, si è diffuso il timore che questa potrebbe anche essere l'occasione per pretendere la riscossione degli anni arretrati. Infatti il pagamento della bolletta della luce, con la maggiorazione per il canone, sarà una sorta di autodenuncia e di ammissione del debito». 
La prescrizione del mancato pagamento del canone Rai scatta dopo dieci anni, ciò significa in linea teorica che la Rai potrebbe infilare nella bolletta fino a dieci canoni arretrati, «maggiorato degli interessi al tasso legale», mentre su accertamento della Guardia di Finanza «può inoltre essere comminata una sanzione amministrativa di importo compreso tra 103,29 e 516,45 euro». Calcolato tutto, un salasso terrificante. Che avrebbe dubbia legittimità, visto che così facendo la Rai presume che chi dichiara implicitamente di avere un televisore accettando di pagare il canone in bolletta, abbia avuto un televisore anche nei dieci anni precedenti. Questa finora è l'ipotesi, non ancora smentita dalla Rai né dal governo.Ma Viale Mazzini sta battendo altre strade per recuperare più soldi possibile. Negli ultimi giorni i telefonisti Rai stanno chiamando a raffica rivenditori e riparatori tv per chiedere il pagamento del «canone speciale», anche se nelle specifiche della stessa Rai i negozi che vendono televisori sono esentati dal pagamento. Eppure in queste ore i telefoni dei più importanti negozi di elettrodomestici italiani squillano, e dall'altra parte c'è l'addetto che chiede di pagare il canone, e anche in fretta. I commercianti hanno chiesto aiuto all'Aires, l'associazione di Confcomercio che li rappresenta. La quale ha scritto una lettera a Viale Mazzini, già spedita tre volte, direttamente all'attenzione del dg, ma senza alcuna risposta.
«È la stessa Rai a chiarire esplicitamente che le nostre aziende sono escluse dal pagamento del canone - spiega Davide Rossi, direttore generale di Aires-Confcommercio - I nostri associati ci segnalano invece numerose chiamate che invitano a ottemperare al pagamento del canone. Speravamo che con la riforma del canone e gli annunci sulla semplificazione della normativa, si sarebbero evitate queste situazioni». Si vede che la Rai ha fretta di incassare. «Sembra emergere ancora una volta l'unica filosofia che anima l'attività delle 300 persone che operano nella struttura Rai Canone - attacca il deputato Michele Anzaldi, segretario Pd in Vigilanza Rai -: non quella di aiutare i cittadini ma tormentare e vessare i contribuenti, creando ansia spesso ingiustificata e arrivando, come sembra in questo caso, ai limiti della truffa».

lunedì 1 febbraio 2016

NEWS - Netflix, non è tutto oro quel che luccica in Italia. Bene le serie tv in aumento, male i film e la catalogazione tramite algoritmo che ti illude sul totale dei contenuti. Svanita possibilità di poter vedere la programmazione mondiale in contemporanea (SmartFlix)

Articolo tratto da "Corriere Economia"
Lo sbarco italiano di Netflix, avvenuto lo scorso 22 ottobre, ha suscitato reazioni discordanti. Se l'interesse del colosso americano nei confronti dell'Italia ha stimolato il senso di appartenenza alla Rete di una nuova utenza televisiva, più giovane e attenta, telespettatori più tradizionali hanno lamentato un palinsesto quantitativamente limitato e semi-sconosciuto. A tre mesi dal suo arrivo, diradatosi il polverone mediatico, è davvero giunto il momento di affiancare (o sostituire) Netflix ai consueti fornitori di contenuti televisivi? È la domanda a cui Corriere Economia si propone di rispondere attraverso un'analisi concreta del servizio. Quali sono i punti di forza che hanno convinto oltre 75 milioni di persone ad abbonarsi a Netflix (più che raddoppiate da gennaio 2013) in 190 Paesi nel mondo (erano 50 sino allo scorso anno e la Cina è ancora la grande esclusa) con una media di 120 milioni di ore di programmi visti ogni giorno? E quali sono invece i punti deboli? II lato positivo: le serie televisive originali e i documentari (Going Clear;Anonymous) sono i primi punti di forza del canale. Non solo da tre mesi il numero dei telefilm è in costante aumento, ma la qualità delle produzioni esclusive dei creatori del celebre House of Cards (che in Italia è però trasmesso da Sky) è altissima per critica e giudizi. Benché non pubblicizzate come dalla concorrenza, serie come Sense8 dei fratelli Wachowski (già autori di Matrix), DareDevil, Jessica Jones e Orange is the New Black sono gemme da vedere. Inoltre, in Italia per il 2016 sono state annunciate 11 nuove serie esclusive: tra queste Flaked, The Ranch e Marseille con Gerard Depardieu. Eccellenti sono anche le produzioni della Bbc, cedute in gran parte a Netflix, tra cui l'intera epopea di Doctor Who e l'imperdibile Sherlock con Benedict Cumberbatch e Martin Freeman. Nuova e piacevole è anche la fruizione delle serie tv, pubblicate ora in stagioni complete e mai in singole puntate settimanali. Di Netflix, oltre all'accessibile costo degli abbonamenti (da 7,99 euro al mese sino a 11,99 con la qualità Ultra HD di alcune produzioni), ci piace poi la possibilità di poter disdire il servizio in qualunque momento via web, senza tranelli. La qualità dello streaming video è alta, i tempi di attesa mini-mied è davvero comoda la possibilità di poter riprendere la visione dal punto in cui si è interrotta, indipendentemente dalla periferica di accesso. Infine, è da premiare la scelta di fruibilità trasversale voluta da Netflix che permette di aecedere da qualunque piattaforma elettronica disponibile: smartphone, tablet, computer, mediabox, smartTV, Apple TV e console di videogiochi. II Iato negativo. Ed ecco invece che cosa non ci piace di Netflix. Sapere che «i contenuti del palinsesto italiano sono destinati a duplicare ogni anno, esponenzialmente» — come ci ha dichiarato il vicepresidente Joris Evers — ci aiuta a comprendere le potenzialità del servizio, ma il fatto che Netflix non voglia dichiarare il numero dei contenuti offerti tende a confondere. E impossibile sapere quante siano le ore di programmazione incluse nell'abbonamento se non ricorrendo alla consultazione di un sito esterno (uNoGS.com) non riconosciuto da Netflix. La trappola è nel celebre, ma nefasto algoritmo di ricerca usato dall'interfaccia utente di Netflix. È sviluppato per dare l'illusione di offrire molti più contenuti di quanti siano in realtà, inserendo lo stesso programma in categorie differenti. Se, ad esempio in un film di fantascienza (quindi catalogato come tale) due protagonisti avranno una relazione, questo sarà riportato anche nell'elenco dei film romantici, oltre che tra le pellicole di azione, di avventura e nella lista dei programmi più indicati in base al nostro gusto. È questo uno dei motivi per cui includiamo la programmazione cinematografica tra gli aspetti meno apprezzabili di Netflix: i film sono pochi, perlopiù datati, poco conosciuti e neppure organizzati in retrospettive o saghe che ne possano aumentare l'appetibilità. II futuro. È svanita l'illusione di SmartFlix, l'applicazione che permetteva di usufruire di tutta la programmazione mondiale di Netflix, attingendo all'immenso serbatoio dei programmi in lingua originale senza limitazione territoriale. II colosso la sta fermando per le proteste dei detentori dei diritti locali. Ora la speranza di un prossimo (e legale) ampliamento dell'accesso ai contenuti viene dall'Unione Europea. Lo scorso 9 dicembre è stata infatti presentata dalla Commissione per il mercato unico digitale della Ue una proposta per consentire la fruizione di uguali contenuti televisivi digitali in tutti i Paesi membri. Si prevede che diventi realtà entro la fine del 2017.

domenica 31 gennaio 2016

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
Bryan Cranston stares intensely into the camera for the February 2016 cover of Malibu magazine, with some images provided exclusively to JustJared.com.
Here’s what the 59-year-old actor had to share with the mag:
On his Trumbo award nominations: Yeah. I mean, it certainly isn’t why we tell these stories, but knowing how important attention is, and marketing and these sorts of things, when the nominations came in I was flattered and honored. At the same time, it really meant to me that more people will see this movie than before—and that’s great.
On how he chooses his roles: I don’t necessarily look for good characters to play; I look for good stories to tell. That’s my distinction. But once I lock on to a good story, if it’s a good story, there’s almost always interesting, compelling characters. That’s part of what makes it a good story. Certainly Trumbo was that, and doing All the Way, my play on Lyndon Johnson, where I’m working with Jay [Roach, the director] again, was that.
On the untitled, animated Wes Anderson movie he’s working on: The first recording of that is done. We saw pictures and read a script, and then talked to Wes about how he sees it coming about and being developed. It was great fun. We were in New York. There were four microphones, and Wes was sitting at a little desk inside the recording booth, and there was Bob Balaban and Edward Norton, myself and Bill Murray.

venerdì 29 gennaio 2016

NEWS - F*CK the difference! Se "Mr. Robot" (e "Bosch") riducono il gap tra Premium e Sky... 
(ANSA) - L'attualita' del cyberterrorismo e un giallo di lusso debuttano su Mediaset Premium: sono state presentate oggi a Milano due delle serie americane piu' attese dell'anno, il thriller 'Bosch' ideato dallo scrittore Michael Connelly (dal 24 febbraio ogni mercoledi' sera su Premium Crime) e la pluripremiata 'Mr. Robot' (dal 3 marzo ogni giovedi' su Premium Stories). Soprattutto su quest'ultima l'attesa e' grande: creata da un nome nuovo di Hollywood come Sam Esmail, 'Mr. Robot' non soltanto riproduce con realismo le dinamiche della cybersecurity, ma soprattutto tocca temi di attualita' pungente. Il protagonista, interpretato da Rami Malek, e' un esperto di sicurezza informatica afflitto da disfunzionalita' psicologiche che lo rendono alienato: eppure, come un supereroe del nuovo millennio, si lancia in crociate personali a colpi di hacking, che vivranno un'escalation dopo l'incontro con la figura paterna di Christian Slater (premiato quest'anno con un Golden Globe per questa interpretazione). Da qui partira' la guerriglia digitale con lo pseudonimo di Mr. Robot, che sullo sfondo richiama vicende come quelle di Anonymous e Occupy Wall Street, la lotta dei nuovi ribelli digitali contro l'1%, e sul finale svelera' un risvolto psicologico profondo. Fra i premi assegnati alla serie come miglior drama del 2015 si contano un Golden Globe e un Critics' Choice, un consenso unanime immediato che ha convinto il network Usa a confermare la serie per una seconda stagione. "Siamo contenti dell'attenzione che la nostra programmazione sta ricevendo - ha commentato a margine Giovanni Modina, direttore contenuti dei canali Premium - Sui film avevamo gia' fortuna, grazie a un'offerta maggiore, piu' fresca di 10 anni e con la meta' del tasso di repeat rispetto a Sky, ma sulla serie tv si sta riducendo il gap percettivo: pubblico e media si stanno accorgendo delle nostre novita'". Premium vanta infatti 1000 ore di prime TV fra le 5mila ore complessive di serie che andranno in onda nel 2016, e fra queste non solo le serie presentate oggi, ma novita' molto attese come 'Legends of Tomorrow' su Premium Action, spin-off di 'Flash' e 'Arrow', o 'Shades of Blue' prodotta e interpretata da Jennifer Lopez su Premium Crime. E per quanto riguarda le piattaforme on-demand Infinity e Play, Modina ha annunciato che sia 'Mr. Robot' che 'Bosch' saranno a disposizione alcune settimane dopo la messa in onda.

giovedì 28 gennaio 2016

mercoledì 27 gennaio 2016

PICCOLO GRANDE SCHERMO - Clamoroso al Cibali! Ce tocca pure il film de "La casa nella prateria"! (aiutoooo)
News tratta da "THR"
The Little House on the Prairie movie project has landed at Paramount. The adaptation of the iconic TV series was previously in development at Sony, which picked it up in 2012 with Scott Rudin attached to produce. The title was put into turnaround last year. Now, the package — which includes Martha Marcy May Marlene filmmaker Sean Durkin, who is attached to direct, and the script by Abi Morgan — is setting up shop under the Melrose Ave. watertower. Little House aired on NBC from 1974 to 1983 and starred Michael Landon as the patriarch of a pioneer family living in the 1880s in the American Midwest. The show was known for its wholesome values and was a loose adaptation of the classic series of children's books by Laura Ingalls Wilder, who based it on her childhood. (Melissa Gilbert played Laura Wilder on the show.)

lunedì 25 gennaio 2016

NEWS - Mistero Netflix! Nessun dato sugli abbonati in Italia. Boom della concorrenza: Infinity+Sky on demand in crescita dopo il lancio 3 mesi fa. "Il pubblico italiano si aspettava di più, nessuna rivoluzione!"
Articolo tratto da "Il Foglio"
Per sapere come sta andando Netflix in Italia a tre mesi dal suo lancio in grande stile, l’unico numero che conta è 4,04 milioni. Sono i nuovi abbonati che la società di streaming americana ha aggiunto sul mercato internazionale negli ultimi tre mesi del 2015. Il dato è stato annunciato dal ceo Reed Hastings martedì sera durante la presentazione a Wall Street dell’ultima trimestrale dell’anno, e ha superato di molto le attese degli analisti (il dato americano invece è stato più debole del previsto). Tra questi 4 milioni ci sono tutti gli abbonati in Italia, ma anche quelli di Spagna e Portogallo: sono questi i tre paesi in cui Netflix ha esordito a ottobre (senza contare l’approdo di settembre in Giappone), e da cui presumibilmente viene il grosso della crescita internazionale. Ma più di così la società non si sbottona. Netflix ha una policy strettissima e guardinga sui suoi numeri, e non fornisce dati scomposti o appigli per indagini più approfondite. Il numero dei nuovi abbonamenti in Italia è segreto, compattato in quello più ampio ed eccellente del mercato internazionale. E dunque alla domanda: come va Netflix in Italia?, tutto quello che si può fare è aggrapparsi alle parole di Joris Evers, vicepresidente della società e capo della comunicazione per l’Europa, l’Africa e il medio oriente, che attraverso un portavoce fa sapere al Foglio che “a distanza di 3 mesi dal lancio del servizio in Italia, siamo davvero molto felici dei risultati che abbiamo raggiunto”. Per misurare l’impatto di Netflix, dunque, bisogna rivolgersi altrove. Il dato aneddotico è che Netflix in Italia sia meno presente nel dibattito pubblico e sui media di quanto non lo sia in America. Se al di là dell’Atlantico è un disruptor vorace che minaccia i grandi network e a Wall Street è stato il miglior performer del listino tecnologico Nasdaq nel 2015, in Italia è un player tra molti in un mercato ancora considerato di nicchia e non pericoloso per la tv tradizionale. E mentre la società americana non svela i suoi numeri, i concorrenti locali si mostrano tutt’altro che intimoriti dalla rivoluzione e anzi, giudicano l’impatto del temuto disruptor quasi come un toccasana. “Siamo contenti di avere compagnia”, dice al Foglio Chiara Tosato, responsabile di Infinity, il servizio on demand lanciato nel 2013 da Mediaset che per caratteristiche si configura come un competitor diretto di Netflix. “Per noi l’arrivo di Netflix è stato positivo, ci ha aiutato a far conoscere al grande pubblico questo mercato e ci ha aiutato a combattere la pirateria. La nostra offerta di contenuti è complementare rispetto a quella di Netflix, non c’è rivalità”. “Netflix non impensierisce i player tradizionali”, continua Tosato, e nemmeno la concorrenza diretta: “Dal lancio di Netflix in poi noi abbiamo visto risultati molto soddisfacenti per Infinity, oltre le aspettative, sia in termini di volumi di utenza sia di abbonamenti”. Sky Italia, altro concorrente di peso, ufficialmente non si esprime sul tema e si rifà alle paro- le dell’ad Andrea Zappia in occasione del lancio di Netflix (parole dure: “E’ un po’ vecchiottino in Italia”; “di certo non è una rivoluzione, né ci preoccupa”), ma dall’interno dell’azienda fanno notare che gli utenti di Sky online, il servizio in diretta concorrenza, sono cresciuti di molto – a partire da maggio 2015: questa data coincide con il lancio di Tv Box, prodotto che integra tv e digitale, ma si sovrappone in gran parte al periodo di attività di Netflix. Insomma, Netflix ha consentito il boom della concorrenza, o quasi, e per ora la sua rivoluzione in Italia è stata quella di puntare un faro su un mercato ancora tutto da sviluppare. Ma quindi come va Netflix in Italia? “Di sicuro c’è stato apprezzamento, ma leggo sui media che c’è stata una certa delusione sul fronte dei contenuti”, conclude Tosato. “Il pubblico italiano si aspettava più cinema, ha un’affinità piuttosto bassa con Netflix”. Sta alla compagnia americana dimostrare il contrario.
GOSSIP - Clamoroso al CibaliX! In "X-Files" volevano pagare Gillian Anderson la metà di David Duchovny!

News tratta da Mic.com
Fans of the hit '90s TV show The X-Files, who rejoiced after learning a revival was in the works, are likely excitedly gearing up for the reboot's Sunday premiere. But their enthusiasm might be dampened by news of the sexist treatment star Gillian Anderson faced on set, the details of which she explained to the Daily Beast on Friday.
Although the award-winning actress was ultimately paid the same as her co-star, she disclosed to the Hollywood Reporter that she was initially offered half. The lack of media buzz about this wage gap, she told the Daily Beast, was "shocking to me, given all the work that I had done in the past to get us to be paid fairly."
Anderson — who wasn't paid the same amount as her co-star, David Duchovny, until a few years into the series — fought for equal treatment years ago, according to the Daily Beast. To add insult to injury, the actress was also initially required to "stand a few feet behind" Duchovny and never "step side-by-side with him," according to the same report.  
"I can only imagine that at the beginning, they wanted me to be the sidekick," she told the Daily Beast. "I don't know how long it lasted or if it changed because I eventually said, 'Fuck no! No!' ... But I imagine it had more to do with my intolerance and spunk than it being an allowance that was made." 
Anderson is hardly the first actress to speak out about the entertainment industry's inequitable treatment of actresses. Patricia Arquette, Reese Witherspoon and others have spoken out about Hollywood's wage gap, and the numbers back them up. While the 10 highest-paid movie actors made $431 million in 2015, the 10 highest-paid actresses made about half, at $218 million, Variety reported in November.
The problem extends well beyond Hollywood too. In 2014 full-time female workers in the United States made 79 cents for every dollar their male counterparts made — a gap that is significantly worse for women of color and mothers, according to the American Association of University Women. A 2015 study revealed that at the current pace, this gap likely won't close until 2058.
That Anderson was ultimately paid the same as her male counterpart underscores the importance of other actresses speaking out about the issue until equality is the norm.

"Il trivial game + divertente dell'anno" (Lucca Comics)

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Il GIOCO DEI TELEFILM di Leopoldo Damerini e Fabrizio Margaria, nei migliori negozi di giocattoli: un viaggio lungo 750 domande divise per epoche e difficoltà. Sfida i tuoi amici/parenti/partner/amanti e diventa Telefilm Master. Disegni originali by Silver. Regolamento di Luca Borsa. E' un gioco Ghenos Games. http://www.facebook.com/GiocoDeiTelefilm. https://twitter.com/GiocoTelefilm

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